Notiziario religioso 6 Maggio
2008
Il commento al Vangelo. “Padre, è giunta l'ora”
"Dacci oggi il nostro pane
quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia
odierna (Gv 17,1-11a) commentato da P. Lino Pedron
1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli
occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché
il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere
umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa
è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato,
Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi
hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria
che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli
uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno
osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato
vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi
le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu
mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che
mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose
tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi
invece sono nel mondo, e io vengo a te.
Tra i due lunghi discorsi dell’addio e
il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al
Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché
presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv
2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).
Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è
segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la
glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e l’unità dei
credenti.
Il genere letterario di questa
preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei
patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime
volontà in forma di preghiera al Padre. L’uso del verbo "voglio" (v.
24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.
La sublime preghiera del capitolo 17
chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e
risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione
con il prologo.
Il Cristo prega il Padre elevando gli
occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il
cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di
Dio.
Gesù chiede al Padre di glorificare il
Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte
finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione,
morte e risurrezione.
In questo testo si afferma che è il
Padre l’autore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è
contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre
compiendo l’opera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha
ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno
diventare suoi discepoli.
Nel v. 3 è proclamato in che cosa
consista la vita eterna: nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha
mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico,
come sinonimo di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste
nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.
Gesù, alla fine della sua missione
rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a
termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio. Quest’opera di rivelazione
e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv
19,28.30). Qui l’amore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.
Il Verbo di Dio, prima
dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno del
Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv
1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò
a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria
divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo
splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e
ascensione al cielo.
Dal v.
Dinanzi alla manifestazione di Dio come
Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in
modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto
tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli
ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal Padre: essi hanno
creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).
Gesù precisa che la sua preghiera è per
i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla
vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di
Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze
occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.
Egli prega invece per i suoi, perché li
ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li
custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno
tutto in comune.
Come il Padre è glorificato nel Figlio
(Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10)
attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito
Santo nel loro cuore (Gv 15,26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo
Spirito della verità (Gv 16,14).
Gesù rivolge la sua preghiera al Padre
a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre.
L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera
sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua
maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio,
come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De
Il Papa: «C’è una vera emergenza educativa»
L’appello ai 150mila dell’Azione
Cattolica: «Siate annunciatori instancabili del Vangelo» - di FRANCA GIANSOLDATI
CITTÀ DEL VATICANO - Benedetto XVI
guarda all’Italia piuttosto preoccupato, vede che c’è una vera e propria
«emergenza educativa» e per questo non esita a spronare i membri dell’Azione
Cattolica affinchè divengano «annunciatori instancabili» del Vangelo nella
società, nel luoghi di lavoro, in politica ma soprattutto chiede loro di essere
«educatori preparati e generosi». In poche parole li vuole missionari per
formare i giovani, per far capire loro che ci sono valori superiori che rendono
ricchi e liberi. Ma sa bene che non è un compito tanto facile di questi tempi.
Oggi
Mentre ieri mattina pronunciava questo
appe in una piazza san Pietro inondata dal sole, 150 mila persone dell’Ac
arrivate a Roma con 1200 pullman e diversi treni speciali, ascoltavano attente.
Nessuno voleva perdersi la festa in Vaticano per il 140esimo anniversario di
fondazione del movimento ecclesiale più antico della nazione. La piazza era
pienissima, così come quella antistante, piazza Pio XI e financo via della
Conciliazione. Tanta gente allegra, combriccole di ragazzini armati di
telefonino e persino qualche piercing, gruppi di famiglie, striscioni ovunque e
palloncini colorati, qualche chitarra in mezzo a comitive di nonni.
Davanti all’esercito dell’Azione
Cattolica Papa Ratzinger è tornato a denunciare l’emergenza educativa. Da
quando è sulla Cattedra di Pietro lo ha fatto decine e decine di volte, segno
che l’argomento gli sta a cuore. Il discorso più strutturato in materia lo ha
pronunciato al Laterano, l’anno scorso, dando il via al congresso diocesano. A
suo giudizio, in una società dove trionfa il relativismo, vengono a mancare i
punti fermi e alla fine si finisce per dubitare della «bontà della vita e della
validità dei rapporti e degli impegni che la costituiscono». In poche parole il
relativismo, secondo il Papa teologo, diventa un dogma e non sembra più
«possibile trasmettere di generazione in generazione qualcosa di valido».
L’anno scorso aveva spiegato bene gli effetti di questo fenomeno: l'educazione
si riduce così alla trasmissione di «determinate abilità, o capacità di fare,
mentre si cerca di appagare il desiderio di felicità delle nuove generazioni
colmandole di oggetti di consumo e di gratificazioni effimere».
Pur riconoscendo che
Concluso a Roma il 23° Congresso nazionale delle Acli
Con il 94% dei consensi confermato
Andrea Olivero alla guida delle Associazioni cristiane dei lavoratori
italiani. Tavola rotonda sul tema
“Scommessa Italia”
ROMA- Con 575 voti favorevoli, pari al 94% dei votanti, i delegati delle
Acli, riuniti a Roma presso l’Ergife Palace Hotel per il 23° Congresso
nazionale, hanno confermato Andrea Olivero alla guida delle Associazioni
cristiane dei lavoratori italiani. “La sfida delle Acli per il futuro - ha
affermato Olivero sottolineando la necessità di modernizzare le forme
organizzative dell’associazione - è un nuovo radicamento sul territorio nel
segno del ‘fare’. Un’organizzazione sociale che non innova può essere non solo
inutile, ma persino dannosa per il Paese. Dobbiamo rinnovare la nostra presenza
a partire dalla molteplicità degli interessi e dei bisogni dei nostri
cittadini, mettendoli in rete e offrendo rappresentanza e coinvolgimento.
Facciamo incontrare - ha aggiunto il presidente delle Acli ricordando l’azione
formativa svolta dall’associazione in Kenya e Mozambico - i nuovi lavoratori,
atipici, stranieri e immigrati, in Italia ma anche all’estero”.
Dopo aver annunciato l’arrivo delle Acli in Palestina, Olivero ha
rinnovato la sua proposta di approntare dei “punti famiglia”, dove i nuclei
famigliari possano trovare servizi per i loro problemi e calore umano. “La
politica - ha proseguito Olivero - ha bisogno di recuperare una prospettiva di
medio e lungo periodo. Non può farsi schiacciare dal presente. I progetti hanno
bisogno di tempo per crescere. In questo senso, la resa dei conti all’interno
del Partito democratico appare come un follia”.
Altro momento significativo
dell’incontro la lettura del messaggio inviato dal Capo dello Stato Giorgio
Napolitano. “La storia e la tradizione del vostro movimento,- scrive ai
delegati il Presidente della Repubblica - attento nel suo radicamento sul
territorio alla centralità della persona, alla tutela della sicurezza di ogni
lavoratore, all’inclusione sociale di tutti e alla promozione di una
cittadinanza attiva, costituiscono un’eredità preziosa che continuerà a
guidare, ne sono certo, il vostro impegno civile per la realizzazione una
società più giusta e solidale. Per governare democraticamente la realtà del XXI
secolo e fornire risposte efficaci ai nuovi bisogni e alle nuove povertà materiali
e morali - aggiunge Napolitano - occorrono strategie ampiamente condivise, che
sappiano coniugare le indispensabili innovazioni organizzative e normative con
le ragioni della solidarietà e del benessere collettivo. In questo contesto, i
valori e i principi affermati dalla nostra Costituzione repubblicana continuano
a rappresentare una guida sicura per affrontare con responsabilità e fiducia le
sfide della globalizzazione”. .
Nel corso del Congresso sono inoltre stati presentati i risultati della
campagna “Scommessa Italia”, promossa dalle Acli, che ha permesso di
raccogliere, in un tabloid di dodici pagine a tiratura limitata, circa 700
storie dell’Italia silenziosa che, nelle cooperative, nelle famiglie, nelle
aziende e nella Pubblica amministrazione, fa bene il suo lavoro ed ha le
capacità per scommettere sul futuro. Le storie sono anche consultabili sul sito
www.scommessaitalia.acli.it.
Su questo argomento si è svolta una tavola rotonda che è stata
introdotta dal presidente delle Acli. “Dobbiamo scommettere su questo Paese –
ha affermato Olivero - e su queste persone che abitano operosamente i nostri
territori, le nostre città, le nostre province. Dobbiamo innanzitutto prestare
orecchio e dare voce a chi non ce l’ha. Questa è l’Italia che lavora ogni
giorno per il bene comune, con impegno e coraggio, fantasia e creatività” .
“L’attuale domanda di sicurezza - ha sottolineato durante la tavola
rotonda il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi dopo aver
ricordato che le grandi sfide economiche e dell’immigrazione per l’occidente
non vengono tanto dall’Islam ma dalla Cina - deve trovare una sua comprensione
nella capacità di parlare con la gente e di capire le domande: cacciati via gli
zingari, resterà la domanda di sicurezza. Il vero problema della sicurezza è
spirituale e umano. La gente è insicura perché non sa chi è, non sa dove va,
non sa dove sta… Non ha casa, grandissimo problema, ha un lavoro precario, e
vive un mondo di legami affettivi complicato e difficile da gestire. Credo che
la sfida dei prossimi anni – ha concluso Riccardi - sia quella di stare in
mezzo alla gente e di parlare con la gente”.
“Dobbiamo raccontare con orgoglio i fatti virtuosi del nostro paese - ha
detto il segretario generale della Coldiretti e coordinatore del portale
Retinopera Franco Pasquali.- Se non lo fanno i giornali generalisti, lo faranno
le pubblicazioni telematiche sui nostri siti”.
Il problema della normalità che non fa notizia è stato affrontato subito
dopo anche dal segretario generale della Federazione nazionale stampa italiana
e consigliere del Cgie Franco Siddi che ha evidenziato la necessità di avviare
una riflessione sul sistema dell’informazione italiana che quasi sempre ignora
quella parte del paese che lavora e produce in silenzio. Notizie che invece
aiuterebbero la coesione sociale dell’Italia. “Io credo che un paese serio - ha
affermato Siddi – abbia bisogno di scoprire questi fatti anche perché il futuro
incomincia da queste piccole cose che meritano di essere conosciute oltre che
vissute. L’associazionismo, le Acli, che partono dai principi della solidarietà
cristiana e sociale, non si perdano d’animo”. Secondo Siddi per invertire la
tendenza e battere la dittatura dell’audience, che finisce con il dare spazio
solo a determinate notizie, sarebbe infatti opportuna sia la creazione di
un nuovo meccanismo di valutazione dei programmi, basato sulla qualità e non
sul numero degli spettatori, sia la costituzione di un osservatorio, che abbia
come protagonista l’associazionismo, volto ad esercitare una funzione di “media
education” verso i giornali e gli operatori dell’informazione.
“Le costituzioni democratiche e occidentali – ha infine ricordato
Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Associazione delle casse di risparmio italiano
(Acri) e della fondazione Cariplo - si reggevano su due pilastri. Lo Stato e il
mercato. Questo sistema però non tiene più, Ma oggi a ben guardare vi è un
terzo pilastro, formato da corpi intermedi del volontariato,
dell’associazionismo e della cooperazione sociale, che riesce a dare risposte
ai bisogni delle nostre comunità e del territorio”. (G.M.-Inform)
Cosa ne pensa l'Europa? Il discorso di Benedetto XVI all'Onu
C'è un aspetto del discorso di Benedetto XVI
all'Onu, il 18 aprile scorso, che mi sembra dia particolarmente da pensare
all'Europa.
E' la necessità di dare un contenuto e
un fondamento a quelli che chiamiamo i valori, i diritti e i doveri, che devono
guidare l'agire dei singoli e dell'umanità, per uscire della retorica e dal
caos delle interpretazioni. In Europa troviamo facilmente consenso nel fare
l'elenco dei valore e dei diritti. Ma i problemi e la retorica emergono quando
guardiamo ciò che accade di fatto o ci confrontiamo sui contenuti di queste
parole: sono spesso parole senza contenuto. Che contenuto ha la parola dignità
umana nel dibattito sull'eutanasia? O in quello della sperimentazione o uso
delle cellule staminali embrionali? O nel rapporto tra i nostri Paesi europei e
i paesi del mondo dove si muore per fame o per violenza? E' veramente la
giustizia il criterio del rapporto tra l'Europa e l'Africa?
Nel suo discorso il Papa mostra
l'urgenza storica di fare l'impegnativo cammino di trovare un fondamento comune
ai valori e ai diritti, per non vedere corrodere il loro contenuto; per non
perderli nell'anarchia delle interpretazioni, come se il contenuto dei valori
fosse relativo alle diverse culture, filosofie, ideologie…; per non ridurli a
qualcosa di meramente pragmatico su cui gli uomini tentano di mettersi
d'accordo per rendere il viaggio della vita sopportabile, con meno incidenti
possibili e anche per non livellare il piano dei diritti a quello della sola
legalità, quasi che i diritti fossero decisi dai legislatori.
Su cosa si potrebbe fondare un
organismo universale come l'Onu se non ci fossero valori, diritti e principi
stabili che hanno il medesimo contenuto per tutta l'umanità? Come possiamo
procedere nella costruzione dell'unità europea se non abbiamo valori, diritti e
principi validi per tutti i paesi europei? L'Europa è solo una realtà
pragmatica? Cosa può fondere un "bene comune" europeo? Come
coinvolgere tutti i Paesi europei, in particolare quelli dell'Europa
centroorientale, nel decidere le regole dell'Ue, senza dipendere dai pochi più
forti? Come trovare un fondamento che obblighi "l'Europa all'assunzione di
responsabilità per le grandi sfide planetarie come l'ambiente o la pace?
Benedetto XVI indica anche le tappe di
questo cammino per il ritrovamento delle fondamenta.
I diritti sono universali, indivisibili
e interdipendenti in quanto riguardano la persona umana. La persona ha
un'origine comune e la sua dignità precede Stati, istituzioni e interessi
particolari: è universale. La persona umana è una e non può essere considerata
a frammenti, quindi i diritti umani sono indivisibili. La persona umana, nella
sua essenza è rapporto con le altre persone, quindi i diritti sono mai qualcosa
di individualistico.
Nella persona umana è inscritta una
legge naturale comune in tutte le culture e civiltà. La ragione umana è capace
di cogliere questa legge inscritta nel reale e nella persona. Infine la persona
umana è aperta al trascendente e costituita dal rapporto con il trascendente.
L'esperienza religiosa dischiude il valore ultimo e sorprendente della persona,
creatura e immagine di Dio.
A questo punto il Papa sembra
chiedersi: perché gli Stati vogliono assumersi l'esclusiva di rispondere alle
attese delle persone e di salvaguardare la dignità delle persone e non danno
spazio all'esperienza religiosa che ha un contributo così alto per l'umanità?
Non è l'Europa il continente che sembra volere rinunciare a questo contributo
unico della dimensione religiosa e trascendente per trovare il senso della vita,
per introdurre la novità dell'amore nel rapporto tra le persone e i popoli, per
dire l'assoluta dignità della persona?
Non è questa una troppo grave
responsabilità per gli Stati e le istituzioni pubbliche? Si tratta di dare uno
spazio alla religione e non di confondere l'ambito politico con il religioso.
D'altra parte è chiara la responsabilità delle religioni di essere autentiche,
di non concedere spazi a manipolazioni o strumentalizzazioni del nome di Dio,
addirittura per scelte violente. Altrettanto chiara per le religioni è la
realtà della autentica laicità dello stato e della realtà pubblica.
Negli Stati Uniti risulta che
l'ispirazione originaria della laicità sorgesse dalla volontà di dare libertà e
autenticità alla dimensione religiosa, riconoscendone il contributo unico per
la persona umana e la convivenza dei popoli.
ALDO GIORDANO, Segretario generale Ccee
(Consiglio Conferenze episcopali europee)
Il Papa all’Azione Cattolica: “Testimoni coraggiosi e profeti di radicalità
evangelica”
“Sappiate essere testimoni coraggiosi e
profeti di radicalità evangelica”; allargate “gli spazi della razionalità nel
segno di una fede amica dell’intelligenza”: queste, in sintesi, le consegne affidate
domenica da Benedetto XVI dopo il Regina Caeli agli oltre 100mila soci
dell’Azione cattolica italiana incontrati in Piazza San Pietro, a conclusione
della XIII Assemblea nazionale e delle celebrazioni per il 140° di fondazione,
e in coincidenza con il 140° riconoscimento dell’associazione da parte di Pio
IX (2 maggio 1868). “In una Chiesa missionaria, posta dinanzi ad una emergenza
educativa come quella che si riscontra oggi in Italia”, ha esortato il Papa,
“sappiate essere annunciatori instancabili ed educatori preparati e generosi;
in una Chiesa chiamata a prove anche molto esigenti di fedeltà e tentata di
adattamento, siate testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica; in
una Chiesa che quotidianamente si confronta con la mentalità relativistica,
edonistica e consumistica, sappiate allargare gli spazi della razionalità nel
segno di una fede amica dell’intelligenza”. L’invito, inoltre, a ricercare
“sintesi sempre nuove fra l’annuncio della salvezza di Cristo” e “la promozione
del bene integrale della persona e dell’intera famiglia umana”. “L’amata
nazione italiana – ha sottolineato ancora Benedetto XVI nel suo discorso all’Azione
cattolica - ha sempre potuto contare su uomini e donne formati nella vostra
associazione, disposti a servire disinteressatamente la causa del bene comune,
per l’edificazione di un giusto ordine della società e dello Stato. Sappiate
dunque vivere sempre all’altezza del vostro Battesimo” e “rispondete
generosamente alla chiamata alla santità, secondo le forme più consone alla
vostra condizione laicale!”. In questo cammino “vi accompagnano i vostri santi”
ha osservato, alludendo alle gigantografie dei santi, beati e venerabili
dell’associazione che addobbavano la piazza. Rammentando lo “speciale e diretto
legame con il Papa” che ha contrassegnato l’Ac fin dalle sue origini, Benedetto
XVI ha ribadito le “tre grandi consegne” affidatele nel 2004 da Giovanni Paolo
II a Loreto: “contemplazione, comunione e missione”. Per il Pontefice “
“La speranza cristiana, fondata in
Cristo, non è un’illusione”, ma “un saldo ancoraggio per la propria esistenza”,
che è ciò di cui “ha più bisogno l’uomo di ogni tempo”. Lo ha detto il Papa,
che prima di recitare il Regina Caeli si è soffermato sulla solennità
dell’Ascensione. “In questa prima domenica di maggio, mese mariano – ha
esortato Benedetto XVI - riviviamo questa esperienza anche noi, sentendo più
intensamente la presenza spirituale di Maria”. “Piazza San Pietro – ha
esclamato subito dopo il Santo Padre - si presenta oggi quasi come un
‘cenacolo’ a cielo aperto, gremito di fedeli, in gran parte soci dell’Azione
Cattolica Italiana”. Identificando nel “ritorno al Padre” il “coronamento di
tutta la sua missione”, il Papa ha sottolineato che “egli è venuto nel mondo
per riportare l’uomo a Dio, non sul piano ideale – come un filosofo o un
maestro di saggezza – ma realmente, quale pastore che vuole ricondurre le
pecore all’ovile. Questo ‘esodo’ verso la patria celeste, che Gesù ha vissuto
in prima persona, l’ha affrontato totalmente per noi. E’ per noi che è disceso
dal Cielo ed è per noi che vi è asceso, dopo essersi fatto in tutto simile agli
uomini, umiliato fino alla morte di croce, e dopo avere toccato l’abisso della
massima lontananza da Dio”. “ Dio nell’uomo – l’uomo in Dio: questa è ormai una
verità non teorica ma reale”, ha concluso Benedetto XVI. sir
CCEE. In dialogo con
il web. Su internet l'assemblea 2009 della commissione per i media
"La cultura del web è una cultura della
reticolarità. E' una rete orizzontale di persone che sempre più dialogano tra
loro". È una delle riflessioni emerse nell'incontro annuale del Comitato
esecutivo della Commissione episcopale per i media (Ceem), la commissione del
Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee) che segue lo sviluppo dei
media e delle comunicazioni ecclesiali, favorisce il lavoro delle Conferenze
episcopali in questo campo ed elabora scelte di politica mediatica. L''incontro
si è svolto dal 25 al 27 aprile, presso
La cultura della "rete". I
partecipanti hanno approfondito il tema della prossima Assemblea plenaria sul
tema "La cultura di Internet e
Compagnia costante. "I media
cattolici devono essere una presenza, una compagnia costante, una proposta per
le persone in cerca di Dio": lo ha affermato, durante l'incontro del Ceem,
il presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, mons.
Claudio Maria Celli. "Dobbiamo evitare di cadere nell'autoreferenzialità e
di parlare solo da cattolici a cattolici - ha proseguito - dimenticando le
persone che non fanno parte delle nostre comunità e che sono in ricerca".
A mons. Celli è toccato raccontare le attività del Dicastero vaticano che
presiede. E' attraverso una serie di cantieri aperti per il 2008 che il presule
vede il servizio della Santa Sede al mondo della comunicazione. Si tratta della
formazione degli agenti pastorali della comunicazione; di un costante dialogo
con le istanze universitarie che si occupano di comunicazioni sociali per
comprendere quale deve essere l'identità e la missione delle facoltà di
comunicazioni sociali di un'università cattolica; di una maggiore conoscenza
della realtà delle radio cattoliche; di un rinnovato impegno nella riflessione
teologica sulla comunicazione; dell'apertura alle nuove forme di presenze
audiovisive di respiro internazionale, come la giovane realtà H2Onews; del
proseguimento del lavoro avviato con la rete informatica latino-americana
Riial; della proposta di nuove trasmissione in mondovisione di momenti
significativi della vita della Chiesa.
Luci e ombre. "Si nota una
crescita della presenza della Chiesa nei media e un rinnovato interesse per la
sfera religiosa": è uno dei dati emersi nell'incontro annuale del Ceem
attraverso la presentazione da parte dei vescovi responsabili di gruppi
linguistici regionali europei delle attività svolte nell'ultimo anno. In
effetti, non mancano "situazioni problematiche". Tra le altre,
"la revisione delle modalità di accesso al servizio radiotelevisivo
pubblico". Infatti, in diversi paesi alcune recenti disposizioni europee e
la presenza di nuove religioni, portano a ripensare la presenza di trasmissioni
cattoliche nel servizio pubblico. Non solo: si è registrata anche "la
banalizzazione di alcuni eventi liturgici di rilevanza nazionale ed internazionale".
C'è, poi, "la strumentalizzazione della Chiesa a fini politici soprattutto
nei dibattiti che toccano temi etici"; "la riduzione della Chiesa
solo ad istituzione interessata a difendere i propri interessi"; "una
visione della religione come fatto problematico per la convivenza soprattutto
dopo gli attentati terroristici di New York e Londra". Perciò, "è
necessario diffondere un'immagine della Chiesa basata sulla testimonianza dei
suoi fedeli e la presentazione del messaggio cristiano. Oggi sono richiesti
coerenza e autenticità", soprattutto anche perché "i giovani sono
molto interessati alla religione e agli stili di vita che essa veicola".
Alcuni numeri.
Acli. “Il linguaggio del fare”
Un nuovo radicamento sul territorio nel
segno del “fare”. È questa “la sfida delle Acli del futuro”: a dirlo, domenica,
a Roma, a conclusione del 23° Congresso nazionale delle Associazioni cristiane
dei lavoratori italiani, il presidente Andrea Olivero, riconfermato il 3 maggio
alla guida dell’associazione con il voto di 575 delegati. “La vera sfida per il
futuro – ha sostenuto Olivero – è la presenza nei territori. Lo abbiamo visto
anche con queste elezioni politiche. Il radicamento sul territorio è essenziale
per le Acli del XXI secolo come per lo è stato per quelle del secolo scorso.
Dobbiamo rinnovare la nostra presenza a partire dalla molteplicità degli
interessi e dei bisogni dei nostri cittadini, mettendoli in rete e offrendo
rappresentanza e coinvolgimento”. Compito delle Acli è “favorire l’aggregazione
e il protagonismo delle persone nei luoghi in cui vivono e lavorano”. Di qui le
due indicazioni di azione nei confronti delle famiglie, con la “cittadinanza
familiare” come è alla base della soggettività politica della famiglia e i
“Punti famiglia”, e dei lavoratori, con l’idea di “socializzare il lavoro”. Per
Olivero occorre “tornare a scommettere sul lavoro come luogo di
socializzazione”.
“Facciamo incontrare e aggregare – ha
detto Olivero - i nuovi lavoratori, soprattutto i giovani, i lavoratori
atipici, i lavoratori stranieri, gli immigrati. In Italia ma anche all’estero”.
A tal proposito, Olivero ha ricordato le esperienze in Kenya, dove le Acli
stanno creando percorsi di aggregazione tra i lavoratori africani, e in
Mozambico, dove una scuola di formazione professionale delle Acli sta dando un
futuro a centinaia di persone. Ma non solo: “Ci impegneremo – ha detto
rivolgendosi a padre Ibrahim Faltas, parroco di Gerusalemme, presente ieri al
Congresso – a trapiantare le Acli anche in Terra Santa. Faremo le Acli in Palestina”.
Per le famiglie, Olivero ha precisato cosa sono i “Punti famiglia”: “Non
semplici sportelli di servizio, ma luoghi dove le famiglie possano trovare non
solo le risposte ai loro bisogni concreti ma anche calore e coinvolgimento”.
“Il Paese – ha aggiunto Olivero -, non solo la nostra associazione, ha un gran
bisogno del protagonismo delle famiglie”. L’altra grande sfida per le Acli,
secondo Olivero, è “parlare sempre il linguaggio del fare”, che “non è
l’attivismo senza testa e, alla fine, senza cuore – ha precisato – ma la
consapevolezza che il fare ha un altissimo e intrinseco valore politico. Oggi
c’è il rifiuto, lo vediamo in politica, di qualsiasi parola che non sia
accompagnata immediatamente dall’azione”.
“Fare le Acli – ha proseguito il presidente
Olivero - significa immaginare e realizzare, con impegno, fantasia e
creatività, tante piccole e grandi iniziative che incidano nella vita delle
persone e delle famiglie. ‘Scommessa Italia’, la campagna delle Acli che ha
raccolto oltre 700 storie dell’Italia che fa bene, è il nostro modo per dire
quale società e quale associazione vogliamo”. Nelle conclusioni del presidente,
anche un riferimento alla situazione politica attuale. “La politica ha bisogno
di recuperare una prospettiva di medio e lungo periodo. Non può farsi
schiacciare dal presente. I progetti hanno bisogno di tempo per crescere”.
“Alla politica – ha aggiunto Olivero – abbiamo chiesto di ascoltare la società
civile organizzata, di coinvolgerla nei tentativi di riforma del Paese nell’interesse
del bene comune”. In particolare, le Acli chiedono “al nuovo governo e a tutte
le forze politiche e sociali, di dar vita in questa legislatura ad una
Convenzione costituente, incaricata di proporre nuove regole condivise per
innovare il Paese, soprattutto intorno ai nodi cruciali del welfare, del
lavoro, della sussidiarietà e della partecipazione democratica. Una Commissione
Attali all’italiana, come l’ho definita, per chiarire che non vogliamo solo
parole, ma un confronto su proposte concrete, dove noi sappiamo di poter dare
uno specifico contributo”. sir
Dal bivio al ponte. L'impegno della Chiesa italiana nei media
Giunge alla 42a edizione
Benedetto XVI scrive che "siamo
tutti fruitori e operatori di comunicazioni sociali". Qual è la
responsabilità e il compito di ciascuno, e nello specifico dei credenti?
"Il Papa fa intendere che i nuovi
media aprono verso una democrazia più ampia del sistema mediatico. A una
condizione, però: che i fruitori sviluppino uno spirito critico. Questo non è
scontato, poiché il progresso tecnologico spesso è più veloce dello sviluppo
morale Perciò Benedetto XVI mette in luce la necessità che strumenti
informativi sempre più diffusi siano accompagnati da una sempre maggiore
capacità di giudizio critico, frutto di una libertà interiore".
Sempre nel messaggio si parla di
"infoetica". In cosa consiste? Come le si può dare concretezza?
"L'infoetica s'inserisce in quel
bivio indicato nel tema della giornata: «tra protagonismo e servizio». I media
non devono essere autoreferenziali, promuovere se stessi secondo logiche che
siano di volta in volta il profitto economico o il relativismo morale. Il Papa ci
mette in guardia dal rischio che essi diventino «il megafono del materialismo
economico e del relativismo etico». Sono derive da evitare, ed è possibile se
si sceglie di mettersi al servizio della realtà. Da qui l'auspicio che i media
raccontino la realtà quotidiana, siano trasparenza e interpreti accurati di
quel che accade, anziché «creare» l'evento dal nulla".
Il convegno "Parabole
mediatiche" (2002) e soprattutto il Direttorio Cei "Comunicazione e
missione" (2004) hanno proposto la figura dell'animatore della
comunicazione e della cultura…
"L'animatore della comunicazione e
della cultura, così come si ricava dal Direttorio, è un «mediatore», cioè uno
che sa far da ponte tra
A che punto è la diffusione degli
animatori sul territorio?
"Siamo in un momento propizio: si
sta risvegliando l'attenzione della Chiesa per questa sensibilità comunicativa.
Di passi ne sono stati fatti molti, ma bisogna continuare ad investire affinché
l'interesse per la comunicazione si sedimenti e diventi una costante".
Emerge la necessità di
"sensibilizzare" le comunità parrocchiali e gli stessi sacerdoti sul
tema della comunicazione. Quali strumenti utilizzare?
"Si tratta di privilegiare, al di
là dei linguaggi anche tecnologicamente avanzati, la ricerca di un rapporto
interpersonale di qualità. Questo permette di superare alcuni vecchi
pregiudizi, come quello di ritenere l'impegno su questo fronte un nuovo lavoro.
Bisogna invece far capire che non si tratta di fare qualcosa «in più», ma dare
migliore qualità a ciò che già viene fatto. La comunicazione è una dimensione
che attraversa tutti i campi dell'impegno ecclesiale".
Il prossimo 8-10 maggio l'Ufficio
nazionale per le comunicazioni sociali organizza a Milano un convegno sul tema
"Lo sguardo quotidiano" . Quali le linee guida?
"Il convegno (programma su
www.chiesacattolica.it/comunicazione
<http://www.chiesacattolica.it/comunicazione>). chiama a raccolta i
direttori degli uffici diocesani per le comunicazioni sociali, ossia coloro che
sul territorio hanno il compito di essere punto di riferimento e coordinamento
delle varie iniziative mediatiche realizzate dalla Chiesa locale. Il tema ci
richiama l'importanza d'investire sempre più sull'informazione, che è uno snodo
decisivo della comunicazione. Lo ricordiamo anche alla luce degli anniversari
dei quattro media collegati alla Chiesa italiana: i 40 anni di Avvenire, i 20
del Sir con i 168 settimanali della Fisc, il decennale di Sat 2000 e Radio InBlu.
Quotidiano» va inteso però anche nel senso del saper mettere in luce, da parte
dell'informazione, la vita di tutti i giorni, privilegiando il racconto in
presa diretta della realtà". sir
POLONIA. Doni nel tempo. S. Adalberto: la santità, la missione, la
difficoltà
"Uno speciale saluto indirizzo ai
vescovi e ai fedeli e pellegrini a Gniezno, che rendono gloria a
Sant'Adalberto, Patrono della Polonia. Il suo sangue di martire è diventato
seme della fede sulle vostre terre. Per sua intercessione prego affinché questo seme cresca e porti
buoni frutti". Con queste parole Benedetto XVI si è rivolto domenica
27 aprile ai polacchi presenti in piazza
San Pietro, salutando anche coloro che a Gniezno, hanno celebrato la memoria
del santo morto per mano dei pagani il 23 aprile 997. La leggenda vuole che il
duca polacco Boleslao il Coraggioso abbia comprato dai pagani le spoglie del
santo pagandole a peso d'oro. Nell'anno mille l'imperatore Ottone III e
Boleslao si incontrarono sulla tomba di S. Adalberto a Gniezno. L'imperatore
investì allora il duca con il titolo di Frater et Cooperator Imperii.
Sant'Adalberto, vescovo e martire, diventò così il simbolo dell'unità
spirituale di tutta Europa.
Una testimonianza per l'unità
dell'Europa. "La testimonianza di Sant'Adalberto è oggi particolarmente
attuale. L'Europa di allora, cercando la sua identità, la trovò nella cultura e
nella civiltà cristiane". Lo ha detto mons. Henryk Muszynski, arcivescovo
di Gniezno, durante la solenne celebrazione di domenica 27 aprile presieduta
dal card. Stanislaw Dziwisz sul sagrato della cattedrale di Gniezno.
"Anche oggi - ha continuato - l'Europa con grande intensità ricerca le sue
radici. Se ci concentriamo tuttavia solo sui valori economici, politici e
sociali, se verrà a mancare il collante spirituale, l'Europa cesserà di essere
se stessa ovvero, come disse Giovanni Paolo II, avrebbe tagliato le proprie
radici e assunto un forma completamente diversa da quella originale".
Nell'omelia pronunciata durante la liturgia, anche mons. Jozef Zycinski ha
sottolineato che il volto della cultura europea è stato tracciato dai martiri e
dai santi. "Ma i santi - ha detto - sono il dono di Dio non solo ai tempi
di Sant'Adalberto ma anche nei giorni nostri. Attorno a noi ci sono molti santi.
Come le madri che si sacrificano per compiere la propria missione o i giovani
che, non mossi dall'anelito di vivere alla giornata sono disposti, a difendere
dei veri valori".
Le croci missionarie. Dalle mani del
primate di Polonia, il card. Jozef Glemp, alcuni giovani in pellegrinaggio alla
tomba di Sant'Adalberto hanno ricevuto
Calo nelle vocazioni. I seminari
diocesani in Polonia, nel 2007 hanno registrato, rispetto al 2006, un calo del
10% dei candidati al sacerdozio. Una tendenza simile, ha rilevato mons. Polak,
ha caratterizzato anche gli istituti femminili, mentre il numero degli alunni
dei seminari religiosi è calato del 4-5%. Ancora più preoccupanti sono i dati
riguardanti gli alunni del primo anno che, nel 2007, erano il 25% in meno
rispetto all'anno precedente. Attualmente nei seminari diocesani in Polonia
studiano 4257 alunni. Mentre i candidati
al sacerdozio, nel 2005 sono stati 1145, nel 2007 sono stati 786. Nei seminari
degli ordini religiosi studiano 1768 alunni. Secondo i dati al 1 gennaio
Indagine internazionale sulla lettura delle Scritture
Stati Uniti, Regno Unito, Germania,
Olanda, Francia, Polonia, Russia, Spagna, Italia insieme a tre grandi comuni
(Milano, Roma, Napoli) e alla regione Umbria: è questo il bacino considerato
dall' "Indagine sulla lettura delle Scritture in alcuni Paesi",
presentata lunedì 28 aprile in Sala stampa vaticana, presenti mons. Gianfranco
Ravasi (presidente Pontificio consiglio per la cultura), mons. Vincenzo Paglia
(vescovo di Terni-Narni-Amelia e presidente della Federazione Biblica
Cattolica) e Luca Diotallevi, sociologo e docente all'Università Roma Tre,
coordinatore del gruppo di ricerca. Condotta da GFK-Eurisko col patrocinio
della Federazione Biblica Cattolica, la ricerca è stata realizzata in vista del
Sinodo dei Vescovi sul tema "
Best seller universale. "
Dal papiro all'on-line. "
Le "domande di senso".
"I dati sulla conoscenza e diffusione della Bibbia in un gruppo
qualificato di paesi, tra cui Italia, Usa, Spagna, ci dicono che la
secolarizzazione è un fenomeno diffuso e che le diverse Chiese nazionali hanno
scelto stili differenti per starci 'dentro' e per affrontarla": lo ha
detto il sociologo Luca Diotallevi. "Nonostante risultati molto diversi da
paese a paese, ciò che emerge è che la sete di Dio, nonostante la
secolarizzazione, non si estingue nel cuore dell'uomo e
VENEZIA. Antichi e nuovi legami. La proposta di gemellaggio con Alessandria
d'Egitto
In occasione della festa di San Marco,
patrono di Venezia e delle genti venete, il patriarca, card. Angelo Scola, ha
avanzato la proposta di gemellaggio con Alessandria d'Egitto a motivo degli
antichi legami tra le due città.
Strutture innovative. Annunciare il
Vangelo e nello stesso tempo favorire il dialogo a trecentosessanta gradi, per
unire genti di diversa estrazione culturale, religiosa, nazionale, etnica: è
uno dei tratti caratteristici della linea pastorale del card. Angelo Scola,
patriarca di Venezia, che dal momento del suo ingresso in diocesi (5 gennaio
2002) ha impostato una serie di iniziative per favorire ad un tempo dialogo
socio-religioso, apertura ecumenica ed interreligiosa, anche tramite un
notevole impegno in campo culturale.
Una città "mondiale". Tra i
motivi che Scola indica per questa necessaria "apertura" al dialogo
c'è quello della caratteristica particolare di Venezia come città
"mondiale". Ha detto infatti recentemente (Dies Academicus del
"Marcianum", 16 aprile): "In altre sedi ho parlato in proposito
di un grande travaglio antropologico che attraversa la vita della nostra città.
Ogni giorno, ormai senza più sostanziale differenza tra stagione e stagione, la
città è visitata da una folla quasi incontenibile. A queste condizioni Venezia
non può affrontare la sua vocazione di città dell'umanità con le sole sue
forze, anche se deve reggerla a partire dalle sue forze. E, nel contesto
dell'attuale civiltà plurale, il ruolo di Venezia non è certo meno decisivo di
quello di altre pur importantissime città nel mondo. Come possiamo dunque
affrontare l'attuale e per molti aspetti drammatico "travaglio
antropologico" (categoria più compiuta ed adeguata di quella pur evidente
di crisi demografica) in cui versa la nostra città, soprattutto quella
lagunare?".
Cultura e internazionalità. Tra le
risposte, la fondazione è una prova concreta di questa apertura al mondo di cui
Venezia è testimone ed artefice. Nello stesso discorso, Scola ha sottolineato
che "allo Studium Generale Marcianum ogni giorno affluiscono circa 600
persone - non consideriamo qui i membri di terraferma - tra studenti di ogni
livello (scuole e istituti universitari), ricercatori e docenti, e personale
addetto. Inoltre - ed è un altro dato significativo - insieme ad una larga
maggioranza di veneziani ed italiani sono presenti persone di 24 nazionalità
diverse: europee (Italia, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Lettonia, Lituania,
Repubblica Slovacca, Croazia, Romania, Bosnia, Ucraina, Ungheria), americane
(Brasile ed Argentina), africane (Nigeria, Cameroun, Costa d'Avorio, Kenya,
Congo Brazaville e Gabon) e asiatiche (Filippine). E tutte queste persone - mi
preme sottolinearlo con forza - sono presenti in modo stabile. Non sono
visitatori occasionali, ma contribuiscono a rigenerare il tessuto antropologico
e sociale della nostra città a partire da due coordinate fondamentali che la
caratterizzano: la cultura e l'internazionalità".
Un "ponte" verso l'Africa.
Pertanto non deve suscitare stupore la proposta che il card. Scola ha avanzato
alcuni giorni fa, in occasione della festa di San Marco (patrono di Venezia e
delle genti venete), per un gemellaggio tra Venezia e la città di Alessandria
d'Egitto. Questa nuova "apertura" ad una città in terra musulmana è
pienamente coerente con la visione di Venezia come crogiolo di culture e dialogo.
Ha detto Scola: "Il recente pellegrinaggio compiuto dal patriarca e dal
vescovo ausiliare con sacerdoti, diaconi e fedeli della nostra Chiesa sulle
orme di Marco in terra d'Egitto, ed in particolare nella città di Alessandria,
intendeva ridestare in noi tutti come Chiesa patriarcale e come comunità
civile, una più acuta consapevolezza del dono delle reliquie corporali marciane
custodite, secondo una veneranda tradizione, in questa nostra Basilica
Cattedrale". Ha poi aggiunto: "Mentre auspichiamo un rifiorire del
suo culto nel nostro Patriarcato e anche un più accurato approfondimento della
sua figura, dell'importanza della tradizione che lo lega alla genesi della
Chiesa in terra d'Africa e dei nostri rapporti con
Papst: „Kirche ruft zur heldenhaften Heiligkeit auf“
Der katholische Laienverband „Katholische Aktion“ soll
weiterhin „ihre Liebe zur Kirche“ pflegen. Das betonte Papst Benedikt XVI. bei
seiner Ansprache nach dem Gottesdienst auf Petersplatz an diesem Sonntag. Über
100.000 Mitglieder der „Katholischen Aktion“ – vorwiegend aus Italien – hörten
den Worten des Papstes zu. Die Heilige Messe wurde zum 140jährigen Bestehen des
Verbandes in Italien gefeiert. Der Papst wörtlich:
„In einer Kirche, die sich täglich mit einer
relativistischen, hedonistischen und materialistischen Mentalität
auseinandersetzen muss, sind die Katholiken gefordert, die Vernunft zu fördern
ganz im Zeichen eines Glaubens, der wohlgesinnt ist gegenüber der menschlichen
Intelligenz. Das gilt sowohl für einfache Gedankengänge als auch für
intellektuellere Bereiche. Die Kirche ruft nämlich alle dazu auf, sich durch
eine heldenhafte Heiligkeit Gott seine Liebe zu bestätigen. Ich bitte euch
deshalb, ohne Angst diesen Aufruf zu folgen, immer im Vertrauen auf die Güte
und Barmherzigkeit Gottes.“
Der Papst lobte auch den Sinn und Zweck der katholischen
Laienbewegung.
„Ein wichtiges Anliegen der Katholischen Aktion ist die
Förderung der Zusammenarbeit christlicher Kirchen, die Unterstützung der
Familie und das Evangelium als Frohe Botschaft für jeden einzelnen Christen
persönlich erfahrbar zu machen.“
In Ländern wie Deutschland, die bereits vor dem Ersten
Weltkrieg einen starken Verbandskatholizismus kannten, blieb die Entfaltung der
Katholischen Aktion immer gering ausgeprägt. Eine ähnliche Funktion erfüllt in
der Bundesrepublik das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK). (rv 4)
Jerusalem. Die Klagemauer bröckelt
Sie ist die heiligste Stätte des Judentums und ein Muss für
jeden Touristen: die Klagemauer in der Jerusalemer Altstadt. Jetzt sind Teile
des Bauwerks renovierungsbedürftig. Doch die Arbeit an der Klagemauer könnte
sich als kompliziert erweisen - und einen Streit unter Gelehrten auslösen. Von
Beth O'Connell (AFP)
JERUSALEM - Rund sechs Millionen Besucher pilgern
jedes Jahr zur Klagemauer in Jerusalem, die meisten zum Beten, die anderen zum
Fotografieren. In diesem Sommer wird ein Teil der Mauer jedoch möglicherweise
unter einem Sicherheitsnetz verschwinden. Denn mittlerweile beginnt das
Jahrtausende alte Mauerwerk zu bröckeln - kurioserweise sind ausgerechnet die
zuletzt eingebauten Steine betroffen.
Die Original-Klagemauer stammt aus dem Jahr 37 vor Christus.
Damals beschloss König Herodes, den Zweiten Tempel in Jerusalem - das geistige
Zentrum des damaligen Judentums - zu erweitern und ließ vier Stützwände um das
Gebäude errichten. Im Jahr 70 nach Christus zerstörten die Römer den Tempel.
Allein die westliche Wand blieb erhalten: die heutige Klagemauer.
"Die Steine aus der Zeit des Zweiten Tempels, die 2000
Jahre alt sind, sind in gutem Zustand", sagt der zuständige Rabbiner
Schmuel Rabinowitsch. "Probleme gibt es mit den Steinen, die unter
dem Britischen Mandat zwischen 1917 und 1948 eingebaut wurden. Diese beginnen
zu bröckeln und müssen ersetzt werden."
Komplizierte Renovierungsarbeiten - Wie das geschehen soll,
daran könnte sich allerdings ein Streit der Gelehrten entzünden. Denn nach
einer der zahlreichen Auslegungen der jüdischen Gebote ist es verboten, Steine
aus der Klagemauer zu entfernen, selbst wenn sie nur ersetzt oder überarbeitet
werden sollen. Zudem hatte der sephardische Großrabbi Schlomo Amar früher
einmal verfügt, dass Reparaturen an der Mauer nur im Tageslicht ausgeführt
werden dürften und ausschließlich von Arbeitern, die ein rituelles
Reinigungsbad hinter sich hätten.
Wenn es nach Rabinowitsch ginge, sollten die Arbeiten so
schnell wie möglich starten. Die israelische Altertumsbehörde erwägt bislang
lediglich, ein Sicherheitsnetz zu spannen. Die Gläubigen dürften auch weiterhin
an der Mauer beten. "Wir prüfen den Zustand mehrmals im Jahr", sagt
Raanan Kislev. Die Mauer sei sicher: "Bisher sind nur ein paar ganz kleine
Steine heruntergefallen." Afp 5
Benedikt XVI.: „Pfingsten ist Zeit des Gebets“. Friedensappell
Der Petersplatz sehe an diesem Sonntag wie ein großer
„Abendmahlsaltar“ aus. Das stellte Papst Benedikt XVI. beim Regina Coeli an
diesem Sonntag auf dem Petersplatz fest. In der Tat waren der ganze Platz vor
dem Petersdom sowie fast die gesamte „Via della Conciliazione“ mit einer
ungewöhnlich hohen Menschenmenge gefüllt. Die meisten Teilnehmer waren
anlässlich des Gottesdienstes und der Begegnung der italienischen „Azione
Cattolica“ mit Papst Benedikt XVI. gekommen. Doch auch zahlreiche Pilger und
Besucher aus Ländern deutscher Sprache waren anwesend. Ihnen sagte der Papst:
„Diese Tage vor Pfingsten sind eine Zeit des besonderen
Gebets um den Heiligen Geist. Bitten wir inständig um die Gabe des Geistes
Gottes! Er macht uns neu, er schenkt Leben und gibt Kraft, das Antlitz der Erde
zu erneuern. Der Herr erfülle euch mit seiner Gnade und seinem Frieden.“
Papst Benedikt XVI.
hat beim Rosenkranzgebet am Samstagabend für den Weltfrieden, die Einheit der
Christen sowie den Dialog der Kulturen aufgerufen. Der Rosenkranz, wenn er
nicht mechanisch und oberflächlich gebetet werde, könne Frieden und Versöhnung
bringen, sagte der Papst bei der Eröffnung des traditionellen katholischen
Marienmonats in der römischen Basilika Santa Maria Maggiore. Der Rosenkranz
erlebe einen „neuen Frühling“, sagte Benedikt XVI. mit Blick auf eine neuerlich
wachsende Marienfrömmigkeit unter katholischen Jugendlichen. Das Gebet rufe
bedeutende Momente der Heilsgeschichte ins Bewusstsein und stelle mit der
Betrachtung der traditionellen „Geheimnisse“ Christus ins Zentrum des Lebens.
Benedikt XVI. nannte das Rosenkranzgebet im Mai eine „schöne Tradition, die ich
seit meiner Kindheit gepflegt habe“. Die Maienabende riefen in ihm schöne
Erinnerungen an abendliche Treffen zum gemeinsamen Marienlob wach. (rv 4)
Papst Benedikt XVI. beim „Regina Caeli“ am Hochfest Christi Himmelfahrt
Rom - .- Der Petersplatz bot gestern, Sonntag, einen für das
traditionelle sonntägliche Mariengebet mit dem Heiligen Vater ungewohnten
Anblick. Über hunderttausend Menschen füllten den Platz und die vor ihm
gelegene Via della Conciliazione, um Papst Benedikt XVI. begrüßen zu können.
Die italienische Katholische Aktion hatte ihre Anhänger aus Italien und 40
anderen Ländern anlässlich des 140. Jahrestages ihres Bestehens in Rom
versammelt. Der Papst betete das Mariengebet von den Stufen des Sagrats vor dem
Petersdom aus, um sich danach an die Vertreter der Katholischen Aktion zu
wenden.
In seiner Ansprache vor dem „Regina Caeli“ erinnerte
Benedikt XVI. die Anwesenden daran, dass in Italien und einigen anderen Ländern
das Hochfest Christi Himmelfahrt auf eben diesen Sonntag falle. Das Geheimnis
der Himmelfahrt veranlasse die Jünger, sich in der Erwartung des Heiligen
Geistes um Maria, die Mutter Jesu, zu versammeln. So ähnle an diesem ersten
Sonntag im Mai auch der Petersplatz einem einzigen großen Abendmahlsaal unter
freiem Himmel.
Der Papst betonte, dass Jesus selbst auf die Bedeutung seiner
Heimkehr zum Vater verwiesen habe, in der die Krönung seiner Sendung zu sehen
sei. Jesus sei in die Welt gekommen, um den Menschen wirklich zu Gott
zurückzuführen. Sein Leben, sein Tod und seine Auferstehung hätten ihn dem
Menschen gleich gemacht und ihn den Abgrund der größten Gottesferne berühren
lassen. Gott habe Jesus aber schließlich über alle erhöht: „Gott im Menschen,
der Mensch in Gott“. Dies sei der Grund der christlichen Hoffnung, die keine
Illusion sei, sondern der „feste Anker der Seele“.
Der Mensch benötige, so der Papst, „eine feste Verankerung
für das eigene Dasein“. Die Gegenwart Mariens im Abendmahlsaal verweise auf
Christus, der den Menschen im Haus des Vaters erwarte. Sie sei die erste
gewesen, die „von oben her“ neu geboren wurde, und so sei sie Vorbild für den
Zutritt in Gottes Reich. Zenit 5
Österreich: Bischof Küng, „Inzestfall ist Alarmsignal“
Im Inzest-Fall im österreichischen Amstetten prüft die
Polizei nun, ob der 73-jährige Täter Komplizen hatte. Maßnahmen zur Vorbeugung gegen
Sexualverbrechen seien wichtiger als Strafverschärfungen. Das sagt der St.
Pöltener Diözesanbischof Klaus Küng zum Inzest-Fall in Amstetten in unserem
„Interview der Woche“. Der Ort befindet sich in Küngs Diözese. Gudrun Sailer
hat ihn gefragt, wie er sich nach Bekanntgabe des Falles gefühlt habe.
„Es ist ein grauenhafter Inzestfall, man kann es eigentlich
gar nicht fassen, dass so etwas vorkommen kann, auch dass es nicht wahrgenommen
wurde, nicht bemerkt wurde. Da habe ich auch meine Zweifel, ob das wirklich
möglich ist, dass so etwas über Jahre hinweg verborgen bleibt. Gleichzeitig
denke ich schon, das ist ein besonders schlimmer Fall, der sich hier zeigt,
aber Missbrauch kommt leider doch ziemlich häufig vor – nicht nur in
Österreich.“
Wo liegen Ihrer Einschätzung nach die Gründe dafür?
„Das hängt, denke ich, damit zusammen, dass wir in einer
allgemeinen Erotisierung stecken. Die Medien, ich denke besonders an den
Einfluss von Internet oder Fernsehen, haben eine Überfülle von Eindrücken, auch
die ganze Werbung geht in diese Richtung. Das sind große Gefahren auch für
geradezu krankhafte Entwicklungen. Ich glaube, dass wir wirklich in diesem
Vorfall einen Alarm sehen müssen, um von neuem bewusst zu machen, wie wichtig
es ist, die Familie zu stützen, sie notwendig es ist, dass die Eheleute
vorbereitet und begleitet werden. Damit die Voraussetzungen geschaffen werden
für eine gesunde Entwicklung der Kinder, aber im Grund genommen von Jung und
Alt. Ich glaube auch, dass wir eine wichtige Aufgabe haben, die Tugend der
Keuschheit von neuem zu verkünden und bewusst zu machen, dass der Mensch in
seiner ganzen Persönlichkeitsentwicklung geschädigt sein kann. Und
selbstverständlich kein geistliches Leben, ja keine echte Beziehung möglich
ist, wenn nicht auch in diesem Punkt die Menschen lernen, richtig zu leben. Da
denke ich, dass wirklich Handlungsbedarf besteht.“
Sie sagen, es handelt sich um einen ganz besonders
tragischen Fall. Hätte es eine Möglichkeit geben, sich dagegen zu wappnen,
hätte man diese menschliche Tragödie vermeiden können?
„Ich glaube, dass man immer nachher, wenn so etwas geschehen
ist, alles besser weiß. Ich glaube auch, dass es immer wieder solche
furchtbaren Dinge gegeben hat und gibt, und wir wahrscheinlich auch nicht
vermeiden können, dass so etwas passiert. Wohl in jedem Land gibt es solche
Dinge. Ein Punkt, der mir ganz wichtig scheint, wo wir auch in der Diözese –
unabhängig von diesem Fall – schon seit längerem bemüht sind, ist, dass alle
Erwachsenen lernen müssen, sensibel zu sein für Symptome, die sich manchmal bei
Kindern und Jugendlichen zeigen, die vielleicht darauf hinweisen, das
Missbrauch vorliegt und da müssen wir reagieren bzw. auch die Jugendlichen
fähig machen, dass sie über ihre Probleme sprechen, und wir müssen auch ihnen verfügbar
sein, um einzugreifen, wenn es nötig ist.“ (rv 4)
Hunger. Der Pressesprecher des Papstes sieht drei Hauptgründe und ruft zum Handeln auf
ROM - Der immer
größer werdende Hunger ist nicht eine Folge von fehlenden Kapazitäten zur
Produktion von Nahrungsmitteln, sondern von fehlendem Willen und steigenden
Lebensmittelkosten.
P. Federico Lombardi SJ, Pressesprecher der Heiligen Vaters,
analysierte in der letzten Ausgabe der Wochensendung „Octava Dies“ des
vatikanischen Fernsehens die Gründe und Konsequenzen der „schnell ansteigenden
Getreidepreise“. Der Jesuitenpater erinnerte seine Zuschauer daran, dass die
meisten Staats- und Regierungschefs im Jahr 2000 die „Millenniums-Erklärung“
verabschiedet hatten; sie enthalte die dringlichsten Ziele, die bis zum Jahr
2015 erreicht werden sollten.
„Das erste Ziel war die Reduzierung der Armut und des
Hungers um die Hälfte“, so der Leiter des vatikanischen Pressebüros. Seit der
Verkündigung der Deklaration seien bereits acht Jahre vergangen. Anstelle einer
Verbesserung der Situation sei es nun zu einer gravierenden Ernährungskrise
gekommen, die in zahlreichen Ländern auftrete und deren Grund der unglaubliche
Anstieg der Getreidepreis sei. Die Zahl jener Menschen, die hungern und
unterernährt sind, steige rasant an. Mittlerweile sind nach Worten von Pater
Lombardi beinahe eine Milliarde Menschen vom Hunger bedroht. Eine schneller
Rückgang der Krise sei nicht zu erwarten.
In Anbetracht von kürzlich durchgeführten Studien sieht
Lombardi drei Hauptgründe für die tragische Entwicklung: der entstellte Markt,
der aus den Agrarsubventionen der reicheren Länder resultiere; die Produktion
von Biosprit und der steigende Fleischkonsum in großen Ländern wie China und
Indien. „Daher ist ein Großteil der Landwirtschaftsproduktion nicht mehr für
den direkten Verbrauch der Menschen gedacht.“
Der Pressesprecher des Papstes betonte, dass es weder an
Lebensmitteln, noch an den nötigen Ressourcen fehle, um der Hungersnot
beizukommen. „Woran es tatsächlich fehlt ist der Wille, das schwerwiegendste
Problem zu lösen: die Armen mit Essen zu versorgen. Andere Dinge und Sorgen
nehmen den Platz dieses Problems ein.“
Da die Militärausgaben immer größer würden und andere
Interessen den Lauf der Welt kontrollierten, gebe es einige Dinge, die der
Millenniums-Erklärung entgegenstünden.
„Schöne Reden sind das eine, die brutale Realität etwas
anderes“, schloss Federico Lombardi. „Wir planen ein neues Gipfeltreffen der
Welternährungsorganisation, das im Juni stattfinden soll. Hauptthema wird das
Nahrungsmittelproblem sein. Das Treffen muss als Möglichkeit genutzt werden,
dieses Problem zu lösen. Es sind bereits zu viele an den Folgen des Hungers
gestorben.“ Zenit 5
D: Seligsprechung der „Schwester der Armen“
Mehrere tausend Menschen versammelten sich am Sonntag im
Trierer Dom, um an der Seligsprechung der Gründerin des Ordens der
Waldbreitbacher Franziskanerinnen, Mutter Maria Rosa Flesch, teilzunehmen. Der
Gottesdienst fand unter der Leitung des Kölner Kardinals Joachim Meisner statt.
Mit der Seligsprechung der Ordensgründerin stellt die katholische Kirche fest,
dass Mutter Rosa (1826-1906) vorbildlich aus dem Glauben gelebt habe und
Christus in besonderer Weise nachgefolgt sei. Das Seligsprechungsverfahren war
1957 auf Antrag der Waldbreitbacher Franziskanerinnen vom Trierer Bischof
eingeleitet worden. Im vergangenen Jahr schloss der Papst es ab. Kurz zuvor
hatte die vatikanische Kongregation für die Selig- und Heiligsprechungen die
nach ihrem Urteil medizinisch nicht erklärbare Heilung einer jungen Frau Mitte
der 1980er Jahre als Wunder anerkannt, das auf die Fürsprache von Mutter Rosa
hin geschehen sei. 2005 stellte die Kongregation die Tugendhaftigkeit von
Mutter Rosa fest. (domradio/kna 4)
Vatikan: Schweizergarde bereitet sich vor
Mit einem Gottesdienst hat die Schweizergarde im Vatikan
ihres vor zehn Jahren ermordeten Kommandanten Alois Estermann gedacht.
Gardekaplan Alain de Raemy betete für Estermann, die mit ihm getötete Ehefrau
Gladys Meza Romero und den Attentäter Cedric Tornay. Er hoffe, dass alle drei
Verstorbenen Heilung und Läuterung im Licht Christi gefunden hätten, so der
Geistliche in dem Gottesdienst am Samstagabend. Estermann war am 4. Mai 1998
kurz nach seiner Ernennung zum Kommandanten der päpstlichen Schutztruppe
gemeinsam mit seiner Frau von dem 23-jährigen Vizekorporal Tornay erschossen
worden; der Täter nahm sich anschließend selbst das Leben.
Derweil bereiten sich 33 Rekruten auf die Vereidigung am 6.
Mai vor. Die Feier im Damasushof wird minutiös geplant und geprobt. Das
bestätigen auch zwei junge Schweizergardisten, die am Dienstag an der Zeremonie
teilnehmen. Der 22-jährige Christian Mettler spielt beispielsweise in der
Musikband der Garde, die die Feier musikalisch umrahmen wird.
„Wir proben schon seit langer Zeit. Das gilt nicht nur für
die Musik. Auch der ganze Ablauf der Vereidigungsfeier wurde bis ins letzte
Detail mehrmals besprochen und geübt.“
Für den 24-jährigen Daniel Ruoss handelt sich um einen
wichtigen Moment in seinem Leben.
„Wir haben ja bereits bei unserer Ankunft einen Vertrag
unterschrieben. Dort steht drin, dass wir bereit sind, den Papst sogar mit
unserem eigenen Leben zu schützen. Das bedeutet mir persönlich sehr viel.“ (rv
4)
EU setzt beim Klimaschutz auf Religionsgemeinschaften
Brüssel. EU-Kommissionspräsident José Manuel Barroso setzt
im Kampf gegen den Klimawandel auf die Unterstützung der europäischen Kirchen
und Religionsgemeinschaften. "Lassen Sie uns an einem Strang ziehen",
sagte Barroso am Montag in Brüssel während eines Treffens mit rund 20 hohen
christlichen, jüdischen und muslimischen Repräsentanten. Die Gemeinschaften
könnten dank ihrer Reichweite einen wertvollen Beitrag zur Mobilisierung der
Bürger leisten, so Barroso. "Klimaschutz ist auch eine Frage der Ethik."
An dem Treffen nahmen auch der slowenische Ministerpräsident
und derzeitige EU-Ratsvorsitzende Janez Jansa sowie EU-Parlamentspräsident
Hans-Gert Pöttering (CDU) teil. Die Geistlichen bekräftigten, dass dem Kampf
gegen den Klimawandel auch aus religiöser Sicht hohe Priorität zukomme.
"Die Anstrengungen zur Bekämpfung der Erderwärmung müssen verdoppelt
werden", sagte der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland
(EKD), Wolfgang Huber, der einzige deutsche Teilnehmer des Treffens. In Europa
und weltweit müsse es "einen Mentalitätswandel" geben, forderte er.
Die Gespräche zwischen hochrangigen EU-Vertretern und
geistlichen Würdenträgern über aktuelle Fragen finden traditionell einmal
jährlich statt. Zum zweiten Mal nahmen die Spitzen aller drei EU-Organe daran
teil. Während der Beratungen habe es breite Unterstützung für die jüngsten
Vorschläge der Kommission zur Senkung der Kohlendioxid-Emissionen gegeben,
betonte Barroso.
Als Vertreter des Heiligen Stuhls rief der Kardinal Franc
Rode zu einer "einfacheren, bescheideneren und weniger kostspieligen
Lebensweise" auf. Die westliche Zivilisation sei gegenüber der Natur zu
anspruchsvoll, erklärte er. Der Schutz der Erde sei ein religiöser Auftrag,
unterstrich der Amsterdamer Rabbiner Rafael Evers. Dieser finde sich bereits in
den ersten Kapiteln der Bibel.
Neben dem Klimawandel standen Fragen des interkulturellen
und interreligiösen Dialogs auf der Tagesordnung. Der Großmufti von
Bosnien-Herzegowina, Mustafa Ceric, setzte sich in diesem Zusammenhang für die
Aufnahme Bosniens und der Türkei in die EU ein. Beide Länder gehörten zu
Europa. "Toleranz ist ein Zeichen der Stärke", sagte Ceric. Barroso
bekräftigte, dass der Islam bereits ein Teil Europas sei: In Deutschland,
Großbritannien und Frankreich etwa lebten zahlreiche Muslime, sagte er.
Der EU-Ratsvorsitzende Jansa erklärte, als besonderer
Beitrag seines Landes werde in Kürze die EU-geförderte
"Mittelmeer-Universität" mit Sitz in Slowenien eröffnet. Diese werde
einen Begegnungsort für junge Menschen aus der christlichen, islamischen und
jüdischen Welt bilden, erläuterte Jansa. Die Gründungsfeier finde am 9. Juni
statt. (epd)
Vatikan: Papst zählt soziale Herausforderungen des 21. Jahrhunderts auf
Papst Benedikt hat eine weltweit bessere Verteilung der
Güter, Zugang zu Bildung, nachhaltige Entwicklung und Umweltschutz gefordert.
In einer Rede vor den Teilnehmern der Vollversammlung der Päpstlichen Akademie
für Sozialwissenschaften meinte er, um aller Herausforderungen Herr zu werden,
sollen „alle Menschen guten Willens” die Pfeiler der katholischen Soziallehre
beachten. Diese seien Menschenwürde, Gemeinwohl, und Solidarität. Dazu
erläuterte der Papst: „Diese Schlüsselelemente sind durch den lebendigen
Kontakt zwischen dem Evangelium und den konkreten sozialen Gegebenheiten
entstanden. Sie zeigen uns die grundlegenden Fundamente, um die
Herausforderungen und Schwierigkeiten zu erkennen, die uns zu Beginn des 21.
Jahrhunderts bevorstehen.”
Die Vollversammlung der Päpstlichen Akademie für
Sozialwissenschaften dauert bis zum 6. Mai und steht unter dem Motto: „Dem
Gemeinwohl folgen: Wie Solidarität und Subsidiarität gemeinsam wirken können.”
Der Papst sieht darin auch die Hauptaufgabe der Päpstlichen Akademie: „Das ist
nämlich das Herzstück eurer Aufgabe als Sozialwissenschaftler. Die
Menschheit braucht eine Entwicklung, die die Menschenwürde beachtet. Sie
zählt zu den unumstößlichen Wahrheiten eines jeden Menschen, der das Ebenbild
Gottes ist und durch Christus gerettet wurde.”
Die Christen hätten die Aufgabe, sich im Namen des
Evangeliums für Frieden und Gerechtigkeit einzusetzen, so der Papst.
„Wenn wir die Prinzipien der Solidarität und der
Subsidiarität, also die Eigenverantwortung, anschauen, so muss man betonen,
dass eine Gesellschaft die Menschen besonders vor Unzufriedenheit und
Pessimismus befreien muss. Das bedeutet Solidarität und Subsidiarität. Eine
wahrhaft freie Gesellschaft muss ihre Leute im wirtschaftlichen, politischen
und kulturellen Bereich vollumfänglich unterstützen.” (rv 3)
Medien-Profis sollten sich dem Dienst am Gemeinwohl verschreiben
ROM - Journalisten, die ihr Leben und ihre Freiheit aufs
Spiel setzen, um die Wahrheit zu verteidigen, sind beredte Zeugen der hohen
Berufung von Medien-Profis, erklärte vor kurzem Msgr. Paul Tighe, Sekretär des
Päpstlichen Rates für die Sozialen Kommunikationsmittel.
Aus Anlass de Internationalen Tages der Pressefreiheit, der
von der UNESCO jährlich am 3. Mai ausgerufen wird, soll an die Verletzung von
Informations- und Freiheitsrechten in vielen Staaten der Welt erinnert werden.
Nicht nur in totalitären Staaten gibt es Anschläge auf die völkerrechtlich
garantierte Presse- und Meinungsfreiheit, werden Journalistinnen und
Journalisten mit Gewalt und Terror unter Druck gesetzt und mit Strafen belegt.
Medien werden zensiert oder verboten. Besorgnis erregend ist, dass immer
häufiger Journalisten bei der Ausübung ihres Berufes ums Leben kommen, so die
UNESCO.
Papst Benedikt XVI. hat die Medienmitarbeiter zum 42.
Welttag der sozialen Kommunikationsmittel aufgerufen, verantwortungsbewusst mit
der Wahrheit umzugehen. Zum Profil der Medien gehöre auch das Streben nach
einer größeren professionellen Qualität, so der Papst.
Die Medien-Industrie sei deshalb verpflichtet, die ethischen
Grundlagen ihres Berufes zu verteidigen und dafür zu sorgen, dass die
„Zentralität und die unantastbare Würde der menschlichen Person“ stets neu
bekräftigt würden, erklärte Tighe mit Blick auf die Papstbotschaft zum
diesjährigen Weltmediensonntag.
Das Motto, das der Heilige Vater für den besonderen Tag
ausgesucht hat, lautet: „Die Medien am Scheideweg zwischen Selbstdarstellung
und Dienst. Die Wahrheit suchen, um sie mitzuteilen".
Msgr. Tighe erläuterte: „Diese Botschaft ermutigt alle, die
in den Medien arbeiten, an der großen Verantwortung teilzuhaben..., die
Wahrheit gegenüber denen zu verteidigen, die dazu neigen, sie zu leugnen oder
zu verneinen". Man sei sich der Gefahren, die die ethische Verpflichtung
von Journalisten ausgesetzt seien, sehr wohl bewusst, bekräftigte er. Faktoren
wie der Wettbewerb um die Quote, wirtschaftlicher Druck und ideologische
Vorurteile dürften nicht unterschätzt werden.
Der Papst habe die Medien angesichts dieser
Herausforderungen vor der Gefahr gewarnt, zur Stimme des wirtschaftlichen
Materialismus und ethischen Relativismus zu werden. Als Vorbild könnten daher
vor allem jene Journalisten herangezogen werden, die ein „außergewöhnliches
Zeugnis ihres Engagements für die Wahrheit" abgelegt hätten, so Msgr.
Tighe.
„Viele Journalisten auf der ganzen Welt haben aufgrund
dieser Verpflichtung Verfolgung, Inhaftierung und sogar den Tod erlitten. Sie
waren nicht bereit, angesichts von Ungerechtigkeit und Korruption zu
schweigen." Das Zeugnis dieser Menschen sei ein „beredter Beweis für die
höchsten Standards, nach denen die Medien streben können, und ihr Beispiel kann
dazu dienen, das bei allen Medien-Profis der Einsatz für die Wahrheit und somit
der Dienst am Gemeinwohl der ganzen Menschheit stärker wird“. Zenit 5
Bosnien/Deutschland: Bischof und Großmufti rufen zum Dialog auf
Der Limburger Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst und der
Großmufti von Bosnien-Herzegowina, Mustafa Ceric, haben gemeinsam zum
engagierteren Gespräch der Religionen aufgerufen. Heute müsse es zwischen den
Religionen um „Identität im Dialog” gehen, sagte Tebartz-van Elst am Freitag
bei einem Treffen mit dem muslimischen Geistlichen in Sarajevo.
„Ein Anliegen, das mir im Gespräch mit dem Großmufti aber
auch innerhalb der Begegnungen hier in der katholischen Kirche immer wieder nahe
gebracht wurde, ist, dass Bosnien näher an Europa heranrücken muss. Das
bedeutet konkret, dass auch von Europa aus viel deutlicher als bisher ein
Signal in Richtung Bosnien ausgehen muss. Das ist ein wesentlicher Punkt für
die Zukunft dieses Landes. Das ist mit einem ganz konkreten Engagement
verbunden.”
Gemeinsam mit dem bosnischen Kardinal Vinko Puljic traf
Tebartz-van Elst den international angesehenen Islamvertreter Ceric während
eines dreitägigen Besuchs im Erzbistum Sarajevo, zu dem das Bistum Limburg seit
15 Jahren eine Partnerschaft unterhält.
„Es begann damals während des Krieges, und aus der ersten
Phase der konkreten Hilfe mit materieller Unterstützung ist inzwischen eine
Partnerschaft gewachsen. Mir lag daran direkt, nach meiner Einführung am 20.
Januar – zu der auch Kardinal Vinko Puljic zugegen war – klar zum Ausdruck zu
bringen, dass mein erster Auslandsbesuch nach Sarajevo führen sollte. Damit
möchte ich klarstellen, wie wichtig mir diese Partnerschaft ist.”
Bosnien-Herzegowina wurde in den 90er Jahren von drei
blutigen Kriegen zwischen serbischen, kroatischen und bosnisch-muslimischen
Einheiten verwüstet.
„Man sieht in der Stadt deutlich Spuren des Krieges und man
hört viel darüber in den Gesprächen mit den Leuten. Die Situation der Katholiken
in Bosnien ist nicht einfach. Sie sind von 80.000 vor dem Krieg auf 20.000
zurückgegangen. Das macht schon rein zahlenmäßig deutlich, welche Veränderung
sich hier auch im kirchlichen Leben ergeben hat. Mich beeindruckten sehr die
Menschen hier, die nach wie vor in Treue in ihren Gemeinden den kirchlichen
Dienst annehmen. Im Bistum haben wir die Perspektive, die Partnerschaft weiter
auszubauen und sie auf viele Beine zu stellen. Pfarrgemeinden sollen immer mehr
einbezogen werden.” (kna/pm 3)
Schweiz: Katholisches Privatradio startet
Der katholische Schweizer Privatsender „Radio Gloria“
startet am 13. Mai ein Vollprogramm, das über Satellit und Internet sowie in
der Schweiz auch im Kabel zu empfangen ist. Das teilte der neue Radiosender
mit. Unterstützt werden die Schweizer Radiomacher durch das Hilfswerk „Kirche
in Not” mit zugelieferten Programmen. Auch die Sendungen und
Direktübertragungen von Radio Vatikan sollen im Programm stehen. Damit soll
erstmals ein schweizweites katholisches Radio in Betrieb genommen werden.
Programmchef des katholischen Senders ist der Priester Martin Rohrer. Gegenüber
Radio Vatikan erklärt er die Hauptaufgaben des neuen Radios.
„Radio Gloria will eigentlich die verschiedensten Bereiche
des Glaubens, aber auch des Lebens im Glauben abdecken. Dazu zählen vor allem
die Liturgie, aber auch das Gebet und die Spiritualität. Wir bringen die
Glaubensverkündigung und Lebenshilfe durch den Äther. Bei Radio Gloria wird es
aber auch Musik zu hören geben. So hoffen wir, dass wir möglichst verschiedene
Menschen damit ansprechen können.”
Informationen zum Programm unter www.radiogloria.ch (rv 3)
Bistum Fulda. Abtreibung bleibt unakzeptabel. Katholikenrat begrüßt neue Spätabtreibungsdebatte
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel. Der Katholikenrat begrüßt,
daß CDU/CSU die im Koalitionsvertrag vereinbarte Überprüfung der „Verbesserung
der Situation bei Spätabtreibungen“ einfordern. Diese Debatte über die
Spätabtreibung sei dringend notwendig, gleichzeitig fordert er, den
gesellschaftlichen Skandal der Abtreibung mit eindeutiger Gesetzgebung zu
stoppen.
„Das elementarste menschliche Recht auf Leben gilt
insbesondere für die ungeborenen Kinder. Deshalb ist jede Abtreibung
unakzeptabel. Die politisch Verantwortlichen sind moralisch dazu verpflichtet,
diesen gesellschaftlichen Skandal in unserem Land zu beenden“, betont der
Vorsitzende des Katholikenrats im Bistum Fulda, Richard Pfeifer
(Biebergemünd-Kassel). Dabei müssen auch die konkreten Fragen im Zusammenhang
mit der Beratung bei Spätabtreibungen oder Abtreibungen aufgrund medizinischer
Indikation geklärt werden. Tragisch sei zum Beispiel die Zahl der
Spätabtreibungen (nach der 22. Schwangerschaftswoche) und es müsse alles getan
werden, sie zu verringern und Eltern dazu zu ermutigen, sich für die Gründung
einer Familie zu entscheiden. Politiker müßten sich fragen, warum Mütter ein
möglicherweise behindertes Kind abtreiben lassen – und zwar zu einem Zeitpunkt,
an dem es theoretisch schon lebensfähig ist. Nach Angaben des statistischen
Bundesamtes wurden im Jahr 2007 229 Spätabtreibungen vorgenommen. Experten
gingen aber davon aus, daß die tatsächliche Zahl höher liegt. Hier komme es
darauf an, den gesellschaftlichen Druck abzubauen und die Rahmenbedingungen so
zu verändern, daß diese Kinder eine Lebens- und Überlebenschance haben.
Die Gesamtzahl der Schwangerschaftsabbrüche im selben Jahr
betrug 116.871. „Man muß sich das einmal vorstellen - in 2007 wurden etwa
doppelt so viele Kinder abgetrieben, wie die Stadt Fulda Einwohner hat. Dies zeigt, daß Abtreibung kein Randproblem
ist. Ich frage mich, wie viel uns eigentlich das Leben und die Würde eines
jeden einzelnen Menschen in unserer bundesdeutschen Gesellschaft wert ist? Es
ist höchste Zeit für eine ethische Umkehr und das elementare Lebensrecht der
ungeborenen Kinder zu schützen“, so Pfeifer. Gerade die derzeitige
Konstellation einer großen Koalition böte seiner Ansicht nach die Möglichkeit,
einen neuen Konsens für den Lebensschutz herzustellen. „Nach den guten
Schritten, die die große Koalition in der Familienpolitik bisher auf den Weg
gebracht hat, ist die Zeit nun reif, auch neue Signale für Schutz und Würde
menschlichen Lebens in der Bundesrepublik zu setzen“, so Pfeifer abschließend. Mz
5
Vatikan: Armenischer Katholikos zu Besuch
Der Patriarch und Katholikos aller Armenier, Karekin II.,
wird vom 6. bis 11. Mai den Vatikan besuchen. Das bestätigte der vatikanische
Pressesaal an diesem Samstag. Karekin hat eine enge Verbindung mit Deutschland:
Ende der 70er Jahren studierte er in Bonn und leitete die Armeniergemeinde in
Köln. Seit 1999 ist er das Oberhaupt der armenisch-apostolischen Kirche.
Karekin II. wird am 6. Mai in Rom ankommen. Am Mittwoch wird er bei den
Papstgräbern beten und für einen kurzen Gebetsmoment bei der Statue des
Heiligen Gregors des Erleuchters innehalten. Bei der Generalaudienz wird er von
Papst Benedikt XVI. empfangen. Karekin erhält dann an der Päpstlichen
Universität der Salesianer die Ehrendoktorwürde im Bereich „Jugendseelsorge”.
Außerdem nimmt er an mehreren Konferenzen in Rom teilnehmen. Am Freitag wird
ihn Papst Benedikt zu einer Privataudienz empfangen. Auch ein gemeinsamer
Wortgottesdienst der beiden ist vorgesehen. Seit dem Zweiten Vatikanischen
Konzil sind die Beziehungen zwischen der armenisch-apostolischen und der
katholischen Kirche intensiver geworden. Karekin hatte Johannes Paul II.
mehrmals getroffen und sich positiv über die ökumenischen Gespräche geäußert.
Karekin II. ist der 132. Katholikos der armenisch-apostolischen Kirche. Ein
weiterer armenisch-apostolischer Katholikos leitet das Katholikat von Kilikien.
Die Armenische Apostolische Orthodoxe Kirche ist eine altorientalische Kirche
mit heute sechzehn Millionen Gläubigen in zwei Katholikaten in Etschmiadsin und
Sis, zwei Patriarchaten in Jerusalem und Konstantinopel sowie rund 30 Diözesen,
davon neun in Armenien. (rv 3)