Notiziario religioso   6  Maggio  2008

Archivio

1.      Il commento al Vangelo. “Padre, è giunta l'ora”  1

2.      Il Papa: «C’è una vera emergenza educativa»   3

3.      Concluso a Roma il 23° Congresso nazionale delle Acli 4

4.      Cosa ne pensa l'Europa? Il discorso di Benedetto XVI all'Onu  5

5.      Il Papa all’Azione Cattolica: “Testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica”  6

6.      CCEE. In dialogo con il web. Su internet l'assemblea 2009 della commissione per i media  7

7.      Acli. “Il linguaggio del fare”  8

8.      Dal bivio al ponte. L'impegno della Chiesa italiana nei media  9

9.      POLONIA. Doni nel tempo. S. Adalberto: la santità, la missione, la difficoltà  11

10.  Indagine internazionale sulla lettura delle Scritture  12

11.  VENEZIA. Antichi e nuovi legami. La proposta di gemellaggio con Alessandria d'Egitto  13

 

12.  Papst: „Kirche ruft zur heldenhaften Heiligkeit auf“  14

13.  Jerusalem. Die Klagemauer bröckelt 15

14.  Benedikt XVI.: „Pfingsten ist Zeit des Gebets“. Friedensappell 15

15.  Papst Benedikt XVI. beim „Regina Caeli“ am Hochfest Christi Himmelfahrt 16

16.  Österreich: Bischof Küng, „Inzestfall ist Alarmsignal“  17

17.  Hunger. Der Pressesprecher des Papstes sieht drei Hauptgründe und ruft zum Handeln auf 17

18.  D: Seligsprechung der „Schwester der Armen“  18

19.  Vatikan: Schweizergarde bereitet sich vor  19

20.  EU setzt beim Klimaschutz auf Religionsgemeinschaften  19

21.  Vatikan: Papst zählt soziale Herausforderungen des 21. Jahrhunderts auf 20

22.  Medien-Profis sollten sich dem Dienst am Gemeinwohl verschreiben  20

23.  Bosnien/Deutschland: Bischof und Großmufti rufen zum Dialog auf 21

24.  Schweiz: Katholisches Privatradio startet 22

25.  Bistum Fulda. Abtreibung bleibt unakzeptabel. Katholikenrat begrüßt neue Spätabtreibungsdebatte  22

26.  Vatikan: Armenischer Katholikos zu Besuch  23

 

 

 

 

Il commento al Vangelo. “Padre, è giunta l'ora”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 17,1-11a) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.

Tra i due lunghi discorsi dell’addio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).

Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e l’unità dei credenti.

Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. L’uso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.

La sublime preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.

Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio.

Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione, morte e risurrezione.

In questo testo si afferma che è il Padre l’autore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo l’opera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno diventare suoi discepoli.

Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.

Gesù, alla fine della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio. Quest’opera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv 19,28.30). Qui l’amore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.

Il Verbo di Dio, prima dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno del Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e ascensione al cielo.

Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il Figlio è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità (Gv 3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.

Dinanzi alla manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal Padre: essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).

Gesù precisa che la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.

Egli prega invece per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno tutto in comune.

Come il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10) attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito Santo nel loro cuore (Gv 15,26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv 16,14).

Gesù rivolge la sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre. L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De La Potterie). Con tale protezione Dio si manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e onnipotente.  P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Il Papa: «C’è una vera emergenza educativa»

 

L’appello ai 150mila dell’Azione Cattolica: «Siate annunciatori instancabili del Vangelo»  - di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTÀ DEL VATICANO - Benedetto XVI guarda all’Italia piuttosto preoccupato, vede che c’è una vera e propria «emergenza educativa» e per questo non esita a spronare i membri dell’Azione Cattolica affinchè divengano «annunciatori instancabili» del Vangelo nella società, nel luoghi di lavoro, in politica ma soprattutto chiede loro di essere «educatori preparati e generosi». In poche parole li vuole missionari per formare i giovani, per far capire loro che ci sono valori superiori che rendono ricchi e liberi. Ma sa bene che non è un compito tanto facile di questi tempi. Oggi la Chiesa deve misurarsi quotidianamente con una «mentalità relativistica, edonistica e consumistica». Ciò origina una deriva etica che lentamente mette in discussione ciò che è bene da ciò che è male.

Mentre ieri mattina pronunciava questo appe in una piazza san Pietro inondata dal sole, 150 mila persone dell’Ac arrivate a Roma con 1200 pullman e diversi treni speciali, ascoltavano attente. Nessuno voleva perdersi la festa in Vaticano per il 140esimo anniversario di fondazione del movimento ecclesiale più antico della nazione. La piazza era pienissima, così come quella antistante, piazza Pio XI e financo via della Conciliazione. Tanta gente allegra, combriccole di ragazzini armati di telefonino e persino qualche piercing, gruppi di famiglie, striscioni ovunque e palloncini colorati, qualche chitarra in mezzo a comitive di nonni.

Davanti all’esercito dell’Azione Cattolica Papa Ratzinger è tornato a denunciare l’emergenza educativa. Da quando è sulla Cattedra di Pietro lo ha fatto decine e decine di volte, segno che l’argomento gli sta a cuore. Il discorso più strutturato in materia lo ha pronunciato al Laterano, l’anno scorso, dando il via al congresso diocesano. A suo giudizio, in una società dove trionfa il relativismo, vengono a mancare i punti fermi e alla fine si finisce per dubitare della «bontà della vita e della validità dei rapporti e degli impegni che la costituiscono». In poche parole il relativismo, secondo il Papa teologo, diventa un dogma e non sembra più «possibile trasmettere di generazione in generazione qualcosa di valido». L’anno scorso aveva spiegato bene gli effetti di questo fenomeno: l'educazione si riduce così alla trasmissione di «determinate abilità, o capacità di fare, mentre si cerca di appagare il desiderio di felicità delle nuove generazioni colmandole di oggetti di consumo e di gratificazioni effimere».

Pur riconoscendo che la Chiesa in Italia è ancora una realtà viva, capace di conservare una presenza capillare in mezzo alla gente, Benedetto XVI intravede i danni del relativismo, virus sempre in agguato. E’ per questo che si aspetta un «grande sforzo per evangelizzare». L’Italia come terra di missione. Se nel passato l’Azione Cattolica ha formato generazioni di intellettuali che hanno combattuto il fascismo, poi hanno preso parte alla Costituente, e poi ancora lavorato per ricostruire uno Stato nel periodo post bellico, ora l’associazione deve mostrare un surplus di impegno. «Non smettere mai di lavorare per il bene comune». Una risorsa per «l’amata nazione italiana». Im 5

 

 

 

 

Concluso a Roma il 23° Congresso nazionale delle Acli

 

Con il 94% dei consensi confermato Andrea Olivero alla guida delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani.  Tavola rotonda sul tema “Scommessa Italia”

 

   ROMA- Con 575 voti favorevoli, pari al 94% dei votanti, i delegati delle Acli, riuniti a Roma presso l’Ergife Palace Hotel per il 23° Congresso nazionale, hanno confermato Andrea Olivero alla guida delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. “La sfida delle Acli per il futuro - ha affermato Olivero sottolineando la necessità di modernizzare le forme organizzative dell’associazione - è un nuovo radicamento sul territorio nel segno del ‘fare’. Un’organizzazione sociale che non innova può essere non solo inutile, ma persino dannosa per il Paese. Dobbiamo rinnovare la nostra presenza a partire dalla molteplicità degli interessi e dei bisogni dei nostri cittadini, mettendoli in rete e offrendo rappresentanza e coinvolgimento. Facciamo incontrare - ha aggiunto il presidente delle Acli ricordando l’azione formativa svolta dall’associazione in Kenya e Mozambico - i nuovi lavoratori, atipici, stranieri e immigrati, in Italia ma anche all’estero”.

   Dopo aver annunciato l’arrivo delle Acli in Palestina, Olivero ha rinnovato la sua proposta di approntare dei “punti famiglia”, dove i nuclei famigliari possano trovare servizi per i loro problemi e calore umano. “La politica - ha proseguito Olivero - ha bisogno di recuperare una prospettiva di medio e lungo periodo. Non può farsi schiacciare dal presente. I progetti hanno bisogno di tempo per crescere. In questo senso, la resa dei conti all’interno del Partito democratico appare come un follia”.

Altro momento significativo dell’incontro la lettura del messaggio inviato dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano. “La storia e la tradizione del vostro movimento,- scrive ai delegati il Presidente della Repubblica - attento nel suo radicamento sul territorio alla centralità della persona, alla tutela della sicurezza di ogni lavoratore, all’inclusione sociale di tutti e alla promozione di una cittadinanza attiva, costituiscono un’eredità preziosa che continuerà a guidare,  ne sono certo, il vostro impegno civile per la realizzazione una società più giusta e solidale. Per governare democraticamente la realtà del XXI secolo e fornire risposte efficaci ai nuovi bisogni e alle nuove povertà materiali e morali - aggiunge Napolitano - occorrono strategie ampiamente condivise, che sappiano coniugare le indispensabili innovazioni organizzative e normative con le ragioni della solidarietà e del benessere collettivo. In questo contesto, i valori e i principi affermati dalla nostra Costituzione repubblicana continuano a rappresentare una guida sicura per affrontare con responsabilità e fiducia le sfide della globalizzazione”. .

   Nel corso del Congresso sono inoltre stati presentati i risultati della campagna “Scommessa  Italia”, promossa dalle Acli, che ha permesso di raccogliere, in un tabloid di dodici pagine a tiratura limitata, circa 700 storie dell’Italia silenziosa che, nelle cooperative, nelle famiglie, nelle aziende e nella Pubblica amministrazione, fa bene il suo lavoro ed ha le capacità per scommettere sul futuro. Le storie sono anche consultabili sul sito www.scommessaitalia.acli.it.

   Su questo argomento si è svolta una tavola rotonda che è stata introdotta dal presidente delle Acli. “Dobbiamo scommettere su questo Paese – ha affermato Olivero - e su queste persone che abitano operosamente i nostri territori, le nostre città, le nostre province. Dobbiamo innanzitutto prestare orecchio e dare voce a chi non ce l’ha. Questa è l’Italia che lavora ogni giorno per il bene comune, con impegno e coraggio, fantasia e creatività” .

   “L’attuale domanda di sicurezza - ha sottolineato durante la tavola rotonda il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi dopo aver ricordato che le grandi sfide economiche e dell’immigrazione per l’occidente non vengono tanto dall’Islam ma dalla Cina - deve trovare una sua comprensione nella capacità di parlare con la gente e di capire le domande: cacciati via gli zingari, resterà la domanda di sicurezza. Il vero problema della sicurezza è spirituale e umano. La gente è insicura perché non sa chi è, non sa dove va, non sa dove sta… Non ha casa, grandissimo problema, ha un lavoro precario, e vive un mondo di legami affettivi complicato e difficile da gestire. Credo che la sfida dei prossimi anni – ha concluso Riccardi - sia quella di stare in mezzo alla gente e di parlare con la gente”.  “Dobbiamo raccontare con orgoglio i fatti virtuosi del nostro paese - ha detto il segretario generale della Coldiretti e coordinatore del portale Retinopera Franco Pasquali.- Se non lo fanno i giornali generalisti, lo faranno le pubblicazioni telematiche sui nostri siti”.

   Il problema della normalità che non fa notizia è stato affrontato subito dopo anche dal segretario generale della Federazione nazionale stampa italiana e consigliere del Cgie Franco Siddi che ha evidenziato la necessità di avviare una riflessione sul sistema dell’informazione italiana che quasi sempre ignora quella parte del paese che lavora e produce in silenzio. Notizie che invece aiuterebbero la coesione sociale dell’Italia. “Io credo che un paese serio - ha affermato Siddi – abbia bisogno di scoprire questi fatti anche perché il futuro incomincia da queste piccole cose che meritano di essere conosciute oltre che vissute. L’associazionismo, le Acli, che partono dai principi della solidarietà cristiana e sociale, non si perdano d’animo”. Secondo Siddi per invertire la tendenza e battere la dittatura dell’audience, che finisce con il dare spazio solo a determinate notizie, sarebbe infatti opportuna  sia la creazione di un nuovo meccanismo di valutazione dei programmi, basato sulla qualità e non sul numero degli spettatori, sia la costituzione di un osservatorio, che abbia come protagonista l’associazionismo, volto ad esercitare una funzione di “media education” verso i giornali e gli operatori dell’informazione.

   “Le  costituzioni democratiche e occidentali – ha infine ricordato Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Associazione delle casse di risparmio italiano (Acri) e della fondazione Cariplo - si reggevano su due pilastri. Lo Stato e il mercato. Questo sistema però non tiene più, Ma oggi a ben guardare vi è un terzo pilastro, formato da corpi intermedi del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione sociale, che riesce a dare risposte ai bisogni delle nostre comunità e del territorio”. (G.M.-Inform)

 

 

 

Cosa ne pensa l'Europa? Il discorso di Benedetto XVI all'Onu

 

 C'è un aspetto del discorso di Benedetto XVI all'Onu, il 18 aprile scorso, che mi sembra dia particolarmente da pensare all'Europa.

E' la necessità di dare un contenuto e un fondamento a quelli che chiamiamo i valori, i diritti e i doveri, che devono guidare l'agire dei singoli e dell'umanità, per uscire della retorica e dal caos delle interpretazioni. In Europa troviamo facilmente consenso nel fare l'elenco dei valore e dei diritti. Ma i problemi e la retorica emergono quando guardiamo ciò che accade di fatto o ci confrontiamo sui contenuti di queste parole: sono spesso parole senza contenuto. Che contenuto ha la parola dignità umana nel dibattito sull'eutanasia? O in quello della sperimentazione o uso delle cellule staminali embrionali? O nel rapporto tra i nostri Paesi europei e i paesi del mondo dove si muore per fame o per violenza? E' veramente la giustizia il criterio del rapporto tra l'Europa e l'Africa?

Nel suo discorso il Papa mostra l'urgenza storica di fare l'impegnativo cammino di trovare un fondamento comune ai valori e ai diritti, per non vedere corrodere il loro contenuto; per non perderli nell'anarchia delle interpretazioni, come se il contenuto dei valori fosse relativo alle diverse culture, filosofie, ideologie…; per non ridurli a qualcosa di meramente pragmatico su cui gli uomini tentano di mettersi d'accordo per rendere il viaggio della vita sopportabile, con meno incidenti possibili e anche per non livellare il piano dei diritti a quello della sola legalità, quasi che i diritti fossero decisi dai legislatori.

Su cosa si potrebbe fondare un organismo universale come l'Onu se non ci fossero valori, diritti e principi stabili che hanno il medesimo contenuto per tutta l'umanità? Come possiamo procedere nella costruzione dell'unità europea se non abbiamo valori, diritti e principi validi per tutti i paesi europei? L'Europa è solo una realtà pragmatica? Cosa può fondere un "bene comune" europeo? Come coinvolgere tutti i Paesi europei, in particolare quelli dell'Europa centroorientale, nel decidere le regole dell'Ue, senza dipendere dai pochi più forti? Come trovare un fondamento che obblighi "l'Europa all'assunzione di responsabilità per le grandi sfide planetarie come l'ambiente o la pace?

Benedetto XVI indica anche le tappe di questo cammino per il ritrovamento delle fondamenta.

I diritti sono universali, indivisibili e interdipendenti in quanto riguardano la persona umana. La persona ha un'origine comune e la sua dignità precede Stati, istituzioni e interessi particolari: è universale. La persona umana è una e non può essere considerata a frammenti, quindi i diritti umani sono indivisibili. La persona umana, nella sua essenza è rapporto con le altre persone, quindi i diritti sono mai qualcosa di individualistico.

Nella persona umana è inscritta una legge naturale comune in tutte le culture e civiltà. La ragione umana è capace di cogliere questa legge inscritta nel reale e nella persona. Infine la persona umana è aperta al trascendente e costituita dal rapporto con il trascendente. L'esperienza religiosa dischiude il valore ultimo e sorprendente della persona, creatura e immagine di Dio.

A questo punto il Papa sembra chiedersi: perché gli Stati vogliono assumersi l'esclusiva di rispondere alle attese delle persone e di salvaguardare la dignità delle persone e non danno spazio all'esperienza religiosa che ha un contributo così alto per l'umanità? Non è l'Europa il continente che sembra volere rinunciare a questo contributo unico della dimensione religiosa e trascendente per trovare il senso della vita, per introdurre la novità dell'amore nel rapporto tra le persone e i popoli, per dire l'assoluta dignità della persona?

Non è questa una troppo grave responsabilità per gli Stati e le istituzioni pubbliche? Si tratta di dare uno spazio alla religione e non di confondere l'ambito politico con il religioso. D'altra parte è chiara la responsabilità delle religioni di essere autentiche, di non concedere spazi a manipolazioni o strumentalizzazioni del nome di Dio, addirittura per scelte violente. Altrettanto chiara per le religioni è la realtà della autentica laicità dello stato e della realtà pubblica.

Negli Stati Uniti risulta che l'ispirazione originaria della laicità sorgesse dalla volontà di dare libertà e autenticità alla dimensione religiosa, riconoscendone il contributo unico per la persona umana e la convivenza dei popoli.

ALDO GIORDANO, Segretario generale Ccee (Consiglio Conferenze episcopali europee)

 

 

 

Il Papa all’Azione Cattolica: “Testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica”

 

“Sappiate essere testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica”; allargate “gli spazi della razionalità nel segno di una fede amica dell’intelligenza”: queste, in sintesi, le consegne affidate domenica da Benedetto XVI dopo il Regina Caeli agli oltre 100mila soci dell’Azione cattolica italiana incontrati in Piazza San Pietro, a conclusione della XIII Assemblea nazionale e delle celebrazioni per il 140° di fondazione, e in coincidenza con il 140° riconoscimento dell’associazione da parte di Pio IX (2 maggio 1868). “In una Chiesa missionaria, posta dinanzi ad una emergenza educativa come quella che si riscontra oggi in Italia”, ha esortato il Papa, “sappiate essere annunciatori instancabili ed educatori preparati e generosi; in una Chiesa chiamata a prove anche molto esigenti di fedeltà e tentata di adattamento, siate testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica; in una Chiesa che quotidianamente si confronta con la mentalità relativistica, edonistica e consumistica, sappiate allargare gli spazi della razionalità nel segno di una fede amica dell’intelligenza”. L’invito, inoltre, a ricercare “sintesi sempre nuove fra l’annuncio della salvezza di Cristo” e “la promozione del bene integrale della persona e dell’intera famiglia umana”. “L’amata nazione italiana – ha sottolineato ancora Benedetto XVI nel suo discorso all’Azione cattolica - ha sempre potuto contare su uomini e donne formati nella vostra associazione, disposti a servire disinteressatamente la causa del bene comune, per l’edificazione di un giusto ordine della società e dello Stato. Sappiate dunque vivere sempre all’altezza del vostro Battesimo” e “rispondete generosamente alla chiamata alla santità, secondo le forme più consone alla vostra condizione laicale!”. In questo cammino “vi accompagnano i vostri santi” ha osservato, alludendo alle gigantografie dei santi, beati e venerabili dell’associazione che addobbavano la piazza. Rammentando lo “speciale e diretto legame con il Papa” che ha contrassegnato l’Ac fin dalle sue origini, Benedetto XVI ha ribadito le “tre grandi consegne” affidatele nel 2004 da Giovanni Paolo II a Loreto: “contemplazione, comunione e missione”. Per il Pontefice “la Chiesa in Italia continua ad essere una realtà molto viva” con “una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione”. Di qui l’incoraggiamento all’Ac a “mantenersi fedele” alle proprie “radici di fede, nutrite da un’adesione piena alla Parola di Dio, un amore incondizionato alla Chiesa, una partecipazione vigile alla vita civile e un costante impegno formativo”.

“La speranza cristiana, fondata in Cristo, non è un’illusione”, ma “un saldo ancoraggio per la propria esistenza”, che è ciò di cui “ha più bisogno l’uomo di ogni tempo”. Lo ha detto il Papa, che prima di recitare il Regina Caeli si è soffermato sulla solennità dell’Ascensione. “In questa prima domenica di maggio, mese mariano – ha esortato Benedetto XVI - riviviamo questa esperienza anche noi, sentendo più intensamente la presenza spirituale di Maria”. “Piazza San Pietro – ha esclamato subito dopo il Santo Padre - si presenta oggi quasi come un ‘cenacolo’ a cielo aperto, gremito di fedeli, in gran parte soci dell’Azione Cattolica Italiana”. Identificando nel “ritorno al Padre” il “coronamento di tutta la sua missione”, il Papa ha sottolineato che “egli è venuto nel mondo per riportare l’uomo a Dio, non sul piano ideale – come un filosofo o un maestro di saggezza – ma realmente, quale pastore che vuole ricondurre le pecore all’ovile. Questo ‘esodo’ verso la patria celeste, che Gesù ha vissuto in prima persona, l’ha affrontato totalmente per noi. E’ per noi che è disceso dal Cielo ed è per noi che vi è asceso, dopo essersi fatto in tutto simile agli uomini, umiliato fino alla morte di croce, e dopo avere toccato l’abisso della massima lontananza da Dio”. “ Dio nell’uomo – l’uomo in Dio: questa è ormai una verità non teorica ma reale”, ha concluso Benedetto XVI. sir

 

 

 

 

 CCEE. In dialogo con il web. Su internet l'assemblea 2009 della commissione per i media

 

 "La cultura del web è una cultura della reticolarità. E' una rete orizzontale di persone che sempre più dialogano tra loro". È una delle riflessioni emerse nell'incontro annuale del Comitato esecutivo della Commissione episcopale per i media (Ceem), la commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee) che segue lo sviluppo dei media e delle comunicazioni ecclesiali, favorisce il lavoro delle Conferenze episcopali in questo campo ed elabora scelte di politica mediatica. L''incontro si è svolto dal 25 al 27 aprile, presso la Domus Sanctae Marthae, a Città del Vaticano.

 

La cultura della "rete". I partecipanti hanno approfondito il tema della prossima Assemblea plenaria sul tema "La cultura di Internet e la Chiesa", che si svolgerà a Roma a marzo 2009. L'approfondimento del tema dell'Assemblea plenaria è stato affidato a Nicoletta Vittadini, docente di sociologia dell'educazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Se il web nasce "all'interno di una cultura di un'economia del dono", è anche vero che "la cultura del web è una cultura dove il rapporto con l'autorità tende a non essere riconosciuto a priori. Allora le autorità che sono presenti all'interno del mondo reale devono riacquistare autorevolezza all'interno del web". Nel 2009, i vescovi europei responsabili per i media cercheranno di analizzare gli effetti della cultura del web nella e sulla nostra società, e nella e sulla Chiesa; di verificare in quale modo i cristiani possono intervenire in questa cultura, e quale l'apporto al dialogo ecumenico ed interreligioso che il web può recare.

 

Compagnia costante. "I media cattolici devono essere una presenza, una compagnia costante, una proposta per le persone in cerca di Dio": lo ha affermato, durante l'incontro del Ceem, il presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, mons. Claudio Maria Celli. "Dobbiamo evitare di cadere nell'autoreferenzialità e di parlare solo da cattolici a cattolici - ha proseguito - dimenticando le persone che non fanno parte delle nostre comunità e che sono in ricerca". A mons. Celli è toccato raccontare le attività del Dicastero vaticano che presiede. E' attraverso una serie di cantieri aperti per il 2008 che il presule vede il servizio della Santa Sede al mondo della comunicazione. Si tratta della formazione degli agenti pastorali della comunicazione; di un costante dialogo con le istanze universitarie che si occupano di comunicazioni sociali per comprendere quale deve essere l'identità e la missione delle facoltà di comunicazioni sociali di un'università cattolica; di una maggiore conoscenza della realtà delle radio cattoliche; di un rinnovato impegno nella riflessione teologica sulla comunicazione; dell'apertura alle nuove forme di presenze audiovisive di respiro internazionale, come la giovane realtà H2Onews; del proseguimento del lavoro avviato con la rete informatica latino-americana Riial; della proposta di nuove trasmissione in mondovisione di momenti significativi della vita della Chiesa.

 

Luci e ombre. "Si nota una crescita della presenza della Chiesa nei media e un rinnovato interesse per la sfera religiosa": è uno dei dati emersi nell'incontro annuale del Ceem attraverso la presentazione da parte dei vescovi responsabili di gruppi linguistici regionali europei delle attività svolte nell'ultimo anno. In effetti, non mancano "situazioni problematiche". Tra le altre, "la revisione delle modalità di accesso al servizio radiotelevisivo pubblico". Infatti, in diversi paesi alcune recenti disposizioni europee e la presenza di nuove religioni, portano a ripensare la presenza di trasmissioni cattoliche nel servizio pubblico. Non solo: si è registrata anche "la banalizzazione di alcuni eventi liturgici di rilevanza nazionale ed internazionale". C'è, poi, "la strumentalizzazione della Chiesa a fini politici soprattutto nei dibattiti che toccano temi etici"; "la riduzione della Chiesa solo ad istituzione interessata a difendere i propri interessi"; "una visione della religione come fatto problematico per la convivenza soprattutto dopo gli attentati terroristici di New York e Londra". Perciò, "è necessario diffondere un'immagine della Chiesa basata sulla testimonianza dei suoi fedeli e la presentazione del messaggio cristiano. Oggi sono richiesti coerenza e autenticità", soprattutto anche perché "i giovani sono molto interessati alla religione e agli stili di vita che essa veicola".

 

Alcuni numeri. La Chiesa è, dunque, sempre più interessata al mondo delle comunicazioni e, in particolare, di quanto avviene nel web. E non a torto: secondo i dati diffusi nei giorni scorsi a Bruxelles dalla Commissione europea, "oltre la metà degli europei utilizza regolarmente internet, l'80% degli utenti ha una connessione a banda larga e il 60% dei servizi pubblici nell'Ue27 è integralmente disponibile in rete". Grazie alla rapida diffusione della banda larga in Europa, "i due terzi delle scuole e la metà dei medici usano connessioni veloci". Secondo la Commissione, "nel 2007 internet ha attirato quasi 40 milioni di nuovi utenti regolari", che oggi sarebbero 250 milioni, ma è anche vero che "il 40% degli europei non usa mai internet" (e non sono solo anziani). Sir eu

 

 

 

 

Acli. “Il linguaggio del fare”

 

Un nuovo radicamento sul territorio nel segno del “fare”. È questa “la sfida delle Acli del futuro”: a dirlo, domenica, a Roma, a conclusione del 23° Congresso nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, il presidente Andrea Olivero, riconfermato il 3 maggio alla guida dell’associazione con il voto di 575 delegati. “La vera sfida per il futuro – ha sostenuto Olivero – è la presenza nei territori. Lo abbiamo visto anche con queste elezioni politiche. Il radicamento sul territorio è essenziale per le Acli del XXI secolo come per lo è stato per quelle del secolo scorso. Dobbiamo rinnovare la nostra presenza a partire dalla molteplicità degli interessi e dei bisogni dei nostri cittadini, mettendoli in rete e offrendo rappresentanza e coinvolgimento”. Compito delle Acli è “favorire l’aggregazione e il protagonismo delle persone nei luoghi in cui vivono e lavorano”. Di qui le due indicazioni di azione nei confronti delle famiglie, con la “cittadinanza familiare” come è alla base della soggettività politica della famiglia e i “Punti famiglia”, e dei lavoratori, con l’idea di “socializzare il lavoro”. Per Olivero occorre “tornare a scommettere sul lavoro come luogo di socializzazione”.

“Facciamo incontrare e aggregare – ha detto Olivero - i nuovi lavoratori, soprattutto i giovani, i lavoratori atipici, i lavoratori stranieri, gli immigrati. In Italia ma anche all’estero”. A tal proposito, Olivero ha ricordato le esperienze in Kenya, dove le Acli stanno creando percorsi di aggregazione tra i lavoratori africani, e in Mozambico, dove una scuola di formazione professionale delle Acli sta dando un futuro a centinaia di persone. Ma non solo: “Ci impegneremo – ha detto rivolgendosi a padre Ibrahim Faltas, parroco di Gerusalemme, presente ieri al Congresso – a trapiantare le Acli anche in Terra Santa. Faremo le Acli in Palestina”. Per le famiglie, Olivero ha precisato cosa sono i “Punti famiglia”: “Non semplici sportelli di servizio, ma luoghi dove le famiglie possano trovare non solo le risposte ai loro bisogni concreti ma anche calore e coinvolgimento”. “Il Paese – ha aggiunto Olivero -, non solo la nostra associazione, ha un gran bisogno del protagonismo delle famiglie”. L’altra grande sfida per le Acli, secondo Olivero, è “parlare sempre il linguaggio del fare”, che “non è l’attivismo senza testa e, alla fine, senza cuore – ha precisato – ma la consapevolezza che il fare ha un altissimo e intrinseco valore politico. Oggi c’è il rifiuto, lo vediamo in politica, di qualsiasi parola che non sia accompagnata immediatamente dall’azione”.

“Fare le Acli – ha proseguito il presidente Olivero - significa immaginare e realizzare, con impegno, fantasia e creatività, tante piccole e grandi iniziative che incidano nella vita delle persone e delle famiglie. ‘Scommessa Italia’, la campagna delle Acli che ha raccolto oltre 700 storie dell’Italia che fa bene, è il nostro modo per dire quale società e quale associazione vogliamo”. Nelle conclusioni del presidente, anche un riferimento alla situazione politica attuale. “La politica ha bisogno di recuperare una prospettiva di medio e lungo periodo. Non può farsi schiacciare dal presente. I progetti hanno bisogno di tempo per crescere”. “Alla politica – ha aggiunto Olivero – abbiamo chiesto di ascoltare la società civile organizzata, di coinvolgerla nei tentativi di riforma del Paese nell’interesse del bene comune”. In particolare, le Acli chiedono “al nuovo governo e a tutte le forze politiche e sociali, di dar vita in questa legislatura ad una Convenzione costituente, incaricata di proporre nuove regole condivise per innovare il Paese, soprattutto intorno ai nodi cruciali del welfare, del lavoro, della sussidiarietà e della partecipazione democratica. Una Commissione Attali all’italiana, come l’ho definita, per chiarire che non vogliamo solo parole, ma un confronto su proposte concrete, dove noi sappiamo di poter dare uno specifico contributo”. sir

 

 

 

 

Dal bivio al ponte. L'impegno della Chiesa italiana nei media

 

 Giunge alla 42a edizione la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che la Chiesa ha celebrato domenica 4 maggio, sul tema "I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la Verità per condividerla". "Non c'è (…) ambito dell'esperienza umana - scrive papa Benedetto XVI nel Messaggio per la prossima giornata - specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi". Ne parliamo con don Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio Cei per le comunicazioni sociali.

 

Benedetto XVI scrive che "siamo tutti fruitori e operatori di comunicazioni sociali". Qual è la responsabilità e il compito di ciascuno, e nello specifico dei credenti?

"Il Papa fa intendere che i nuovi media aprono verso una democrazia più ampia del sistema mediatico. A una condizione, però: che i fruitori sviluppino uno spirito critico. Questo non è scontato, poiché il progresso tecnologico spesso è più veloce dello sviluppo morale Perciò Benedetto XVI mette in luce la necessità che strumenti informativi sempre più diffusi siano accompagnati da una sempre maggiore capacità di giudizio critico, frutto di una libertà interiore".

 

Sempre nel messaggio si parla di "infoetica". In cosa consiste? Come le si può dare concretezza?

"L'infoetica s'inserisce in quel bivio indicato nel tema della giornata: «tra protagonismo e servizio». I media non devono essere autoreferenziali, promuovere se stessi secondo logiche che siano di volta in volta il profitto economico o il relativismo morale. Il Papa ci mette in guardia dal rischio che essi diventino «il megafono del materialismo economico e del relativismo etico». Sono derive da evitare, ed è possibile se si sceglie di mettersi al servizio della realtà. Da qui l'auspicio che i media raccontino la realtà quotidiana, siano trasparenza e interpreti accurati di quel che accade, anziché «creare» l'evento dal nulla".

 

Il convegno "Parabole mediatiche" (2002) e soprattutto il Direttorio Cei "Comunicazione e missione" (2004) hanno proposto la figura dell'animatore della comunicazione e della cultura…

"L'animatore della comunicazione e della cultura, così come si ricava dal Direttorio, è un «mediatore», cioè uno che sa far da ponte tra la Chiesa e la cultura di oggi. Come l'interprete è chi capisce un'altra lingua e fa entrare in un altro universo mentale, così l'animatore è chiamato a rendere più comprensibile il Vangelo per la mentalità di oggi. In concreto, sul territorio sa stare a suo agio dentro la cultura e si fa interprete del Vangelo. Non si tratta di essere necessariamente degli intellettuali: spesso mancano dei divulgatori nel senso più nobile del termine, cioè gente che sappia sdoganare le eterne verità nel linguaggio quotidiano dell'informazione, del web, della musica o dell'arte".

 

A che punto è la diffusione degli animatori sul territorio?

"Siamo in un momento propizio: si sta risvegliando l'attenzione della Chiesa per questa sensibilità comunicativa. Di passi ne sono stati fatti molti, ma bisogna continuare ad investire affinché l'interesse per la comunicazione si sedimenti e diventi una costante".

 

Emerge la necessità di "sensibilizzare" le comunità parrocchiali e gli stessi sacerdoti sul tema della comunicazione. Quali strumenti utilizzare?

"Si tratta di privilegiare, al di là dei linguaggi anche tecnologicamente avanzati, la ricerca di un rapporto interpersonale di qualità. Questo permette di superare alcuni vecchi pregiudizi, come quello di ritenere l'impegno su questo fronte un nuovo lavoro. Bisogna invece far capire che non si tratta di fare qualcosa «in più», ma dare migliore qualità a ciò che già viene fatto. La comunicazione è una dimensione che attraversa tutti i campi dell'impegno ecclesiale".

 

Il prossimo 8-10 maggio l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali organizza a Milano un convegno sul tema "Lo sguardo quotidiano" . Quali le linee guida?

"Il convegno (programma su www.chiesacattolica.it/comunicazione <http://www.chiesacattolica.it/comunicazione>). chiama a raccolta i direttori degli uffici diocesani per le comunicazioni sociali, ossia coloro che sul territorio hanno il compito di essere punto di riferimento e coordinamento delle varie iniziative mediatiche realizzate dalla Chiesa locale. Il tema ci richiama l'importanza d'investire sempre più sull'informazione, che è uno snodo decisivo della comunicazione. Lo ricordiamo anche alla luce degli anniversari dei quattro media collegati alla Chiesa italiana: i 40 anni di Avvenire, i 20 del Sir con i 168 settimanali della Fisc, il decennale di Sat 2000 e Radio InBlu. Quotidiano» va inteso però anche nel senso del saper mettere in luce, da parte dell'informazione, la vita di tutti i giorni, privilegiando il racconto in presa diretta della realtà". sir

 

 

 

POLONIA. Doni nel tempo. S. Adalberto: la santità, la missione, la difficoltà

 

"Uno speciale saluto indirizzo ai vescovi e ai fedeli e pellegrini a Gniezno, che rendono gloria a Sant'Adalberto, Patrono della Polonia. Il suo sangue di martire è diventato seme della fede sulle vostre terre. Per sua intercessione  prego affinché questo seme cresca e porti buoni frutti". Con queste parole Benedetto XVI si è rivolto domenica 27  aprile ai polacchi presenti in piazza San Pietro, salutando anche coloro che a Gniezno, hanno celebrato la memoria del santo morto per mano dei pagani il 23 aprile 997. La leggenda vuole che il duca polacco Boleslao il Coraggioso abbia comprato dai pagani le spoglie del santo pagandole a peso d'oro. Nell'anno mille l'imperatore Ottone III e Boleslao si incontrarono sulla tomba di S. Adalberto a Gniezno. L'imperatore investì allora il duca con il titolo di Frater et Cooperator Imperii. Sant'Adalberto, vescovo e martire, diventò così il simbolo dell'unità spirituale di tutta Europa.

 

Una testimonianza per l'unità dell'Europa. "La testimonianza di Sant'Adalberto è oggi particolarmente attuale. L'Europa di allora, cercando la sua identità, la trovò nella cultura e nella civiltà cristiane". Lo ha detto mons. Henryk Muszynski, arcivescovo di Gniezno, durante la solenne celebrazione di domenica 27 aprile presieduta dal card. Stanislaw Dziwisz sul sagrato della cattedrale di Gniezno. "Anche oggi - ha continuato - l'Europa con grande intensità ricerca le sue radici. Se ci concentriamo tuttavia solo sui valori economici, politici e sociali, se verrà a mancare il collante spirituale, l'Europa cesserà di essere se stessa ovvero, come disse Giovanni Paolo II, avrebbe tagliato le proprie radici e assunto un forma completamente diversa da quella originale". Nell'omelia pronunciata durante la liturgia, anche mons. Jozef Zycinski ha sottolineato che il volto della cultura europea è stato tracciato dai martiri e dai santi. "Ma i santi - ha detto - sono il dono di Dio non solo ai tempi di Sant'Adalberto ma anche nei giorni nostri. Attorno a noi ci sono molti santi. Come le madri che si sacrificano per compiere la propria missione o i giovani che, non mossi dall'anelito di vivere alla giornata sono disposti, a difendere dei veri valori".

 

Le croci missionarie. Dalle mani del primate di Polonia, il card. Jozef Glemp, alcuni giovani in pellegrinaggio alla tomba di Sant'Adalberto hanno ricevuto la Bibbia. A coloro invece che sono in procinto di partire in missione nei Paesi dell'Africa, Asia e America Latina, il nunzio apostolico in Polonia mons. Jozef Kowalck ha imposto le croci missionarie. Negli anni 1998 - 2007 tali croci sono state conferite a quasi 500 religiosi e laici di vocazioni diverse. Quest'anno le hanno ricevute 9 sacerdoti, 10 religiosi, 21 religiose e 3 laici. I dati pubblicati in Polonia in occasione della Giornata Mondiale delle Vocazioni mostrano un calo (circa il 30%) del numero dei missionari volontari. Secondo mons. Wojciech Polak, presidente del Consiglio polacco per la pastorale vocazionale, le cause sono da attribuirsi non tanto al calo delle vocazioni quanto a un più forte impegno nelle opere sul territorio nazionale, dovuto alla possibilità, da parte degli istituti religiosi, di riavere scuole e ospedali. Mons. Polak ha ricordato come sia cambiato il carattere delle vocazioni: non  nascono più soprattutto negli ambienti rurali, ma prevalgono nelle città e nei centri dove è  attiva la pastorale giovanile, dove operano i movimenti, e le varie comunità religiose. 

 

Calo nelle vocazioni. I seminari diocesani in Polonia, nel 2007 hanno registrato, rispetto al 2006, un calo del 10% dei candidati al sacerdozio. Una tendenza simile, ha rilevato mons. Polak, ha caratterizzato anche gli istituti femminili, mentre il numero degli alunni dei seminari religiosi è calato del 4-5%. Ancora più preoccupanti sono i dati riguardanti gli alunni del primo anno che, nel 2007, erano il 25% in meno rispetto all'anno precedente. Attualmente nei seminari diocesani in Polonia studiano 4257  alunni. Mentre i candidati al sacerdozio, nel 2005 sono stati 1145, nel 2007 sono stati 786. Nei seminari degli ordini religiosi studiano 1768 alunni. Secondo i dati al 1 gennaio 2008 in Polonia vi sono 22.087 religiose professe. Al postulantato nel 2007 sono state ammesse 410 candidate. Secondo mons. Polak, la causa principale del calo delle vocazioni risiede in "una cultura che generalmente non premia l'assunzione delle responsabilità, né le decisioni prese per tutta la vita". 

 

 

 

 

Indagine internazionale sulla lettura delle Scritture

 

Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Olanda, Francia, Polonia, Russia, Spagna, Italia insieme a tre grandi comuni (Milano, Roma, Napoli) e alla regione Umbria: è questo il bacino considerato dall' "Indagine sulla lettura delle Scritture in alcuni Paesi", presentata lunedì 28 aprile in Sala stampa vaticana, presenti mons. Gianfranco Ravasi (presidente Pontificio consiglio per la cultura), mons. Vincenzo Paglia (vescovo di Terni-Narni-Amelia e presidente della Federazione Biblica Cattolica) e Luca Diotallevi, sociologo e docente all'Università Roma Tre, coordinatore del gruppo di ricerca. Condotta da GFK-Eurisko col patrocinio della Federazione Biblica Cattolica, la ricerca è stata realizzata in vista del Sinodo dei Vescovi sul tema "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" (5-26 ottobre 2008) e proseguirà - come ha spiegato mons. Paglia - "allargandosi ad alcuni Paesi del sud del mondo: Argentina, Sud Africa, Filippine e Australia". Qui di seguito spunti dagli interventi dei relatori. (Cfr. anche Sir Europa 32/2008).

 

Best seller universale. "La Bibbia finora è stata tradotta in 2454 lingue, integralmente in 438 lingue, solo il Nuovo Testamento in 1168 lingue, e i Vangeli più il salterio in 848 lingue: ci sono però ancora 4500 lingue nel mondo che attendono di poter avere una versione biblica per incontrare la Parola di Dio": lo ha detto mons. Vincenzo Paglia. "Se si pensa che nel 2006 sono state stampate e diffuse 26 milioni di copie della Bibbia nel mondo, risulta che solo l'1-2 per cento dei cristiani vi hanno potuto accedere. Quindi resta ancora un largo spazio da coprire, nel mondo cristiano e poi tra i non credenti, per far conoscere la Bibbia". Mons. Paglia, che è esperto anche di ecumenismo, ha sottolineato che "la Bibbia oggi costituisce un momento importante ed una assoluta priorità perché unisce tutti i cristiani delle diverse confessioni, nonostante le differenti interpretazioni che ci possono essere". Dopo aver ricordato che "del Vecchio Testamento si legge normalmente poco, mentre del Nuovo si arriva al 50 per cento", ha evidenziato l'importanza delle celebrazioni liturgiche "sia perché vi si leggono almeno la metà dei brani biblici conosciuti dai fedeli, sia per le omelie che li commentano". "La vera sfida per il futuro - ha poi sottolineato - è dimostrare che la Bibbia è 'praticabile', che genera comportamenti concreti. Purtroppo non aiuta la diffusa ignoranza che c'è ancora su molti aspetti e contenuti biblici, che è sia di tipo culturale, sia spirituale".

 

Dal papiro all'on-line. "La Bibbia ha resistito dal papiro all'on-line e la sua materialità, come testo da avere, da consultare, leggere e riflettere, è assolutamente da valorizzare. Dobbiamo impegnarci perchè tutti abbiano almeno una copia della Bibbia in casa": questo il pensiero di mons. Gianfranco Ravasi. "Colpisce che negli Usa solo il 7% della popolazione non abbia la Bibbia, ma è altrettanto importante che ben il 62% da noi in Italia si dice favorevole a inserire la Bibbia come argomento di studio nelle scuole, prescindendo dall'ora di religione. Dobbiamo chiederci - ha aggiunto Ravasi - se non abbia ragione Umberto Eco quando ha posto la questione perché i nostri ragazzi debbano sapere tutto sugli eroi di Omero e nulla sulle vicende di Mosé. Dalle vicende bibliche è infatti disceso un ethos che pervade la cultura occidentale e che non è possibile mettere in un angolo". Ha poi citato il "Decalogo" di Kieslowski, ricordando le parole del regista: "Lo violiamo sistematicamente (il Decalogo biblico, ndr), ma queste dieci stelle brillano nel cielo della nostra umanità". Mons. Rvavasi ha ricordato infine S. Agostino, con le sue 60 mila citazioni bibliche: "I santi - ha detto - non parlano 'della' Bibbia, ma parlano 'la' Bibbia".

 

Le "domande di senso". "I dati sulla conoscenza e diffusione della Bibbia in un gruppo qualificato di paesi, tra cui Italia, Usa, Spagna, ci dicono che la secolarizzazione è un fenomeno diffuso e che le diverse Chiese nazionali hanno scelto stili differenti per starci 'dentro' e per affrontarla": lo ha detto il sociologo Luca Diotallevi. "Nonostante risultati molto diversi da paese a paese, ciò che emerge è che la sete di Dio, nonostante la secolarizzazione, non si estingue nel cuore dell'uomo e la Bibbia contribuisce a dare risposte alle tante domande di senso. La Bibbia non appartiene ad una setta o a una minoranza ma viene considerata e praticata da una larga maggioranza della popolazione cristiana". Secondo Diotallevi, "pur in presenza di un certo numero di lettori della Bibbia 'fondamentalisti', la maggioranza si accosta alle Scritture in maniera matura, partecipando ai riti, estendendo le letture ad altri libri religiosi. Non c'è inoltre correlazione tra l'appartenenza politica, di destra o di sinistra, e il suo uso, come pure la Bibbia non è uno strumento di devozione individuale. Chi si accosta alla Bibbia sviluppa anche una attitudine comunitaria in maniera più spontanea e naturale". LUIGI CRIMELLA

 

 

 

 

VENEZIA. Antichi e nuovi legami. La proposta di gemellaggio con Alessandria d'Egitto

 

In occasione della festa di San Marco, patrono di Venezia e delle genti venete, il patriarca, card. Angelo Scola, ha avanzato la proposta di gemellaggio con Alessandria d'Egitto a motivo degli antichi legami tra le due città.

 

Strutture innovative. Annunciare il Vangelo e nello stesso tempo favorire il dialogo a trecentosessanta gradi, per unire genti di diversa estrazione culturale, religiosa, nazionale, etnica: è uno dei tratti caratteristici della linea pastorale del card. Angelo Scola, patriarca di Venezia, che dal momento del suo ingresso in diocesi (5 gennaio 2002) ha impostato una serie di iniziative per favorire ad un tempo dialogo socio-religioso, apertura ecumenica ed interreligiosa, anche tramite un notevole impegno in campo culturale. La Fondazione  "Studium Generale Marcianum", con le sue diverse attività e proposte nel campo degli studi e delle ricerche (polo pedagogico con la Fondazione Giovanni Paolo I, polo accademico con l'Istituto di diritto canonico San Pio X e il master in Scienze Sociali con la "Bocconi", polo di ricerca con il Progetto Uomo-Polis-Economia con l'Università di Valencia…), mostra chiaramente le linee di azione non solo pastorali ma anche culturali che il Patriarca reputa importanti per la diocesi e la città.

 

Una città "mondiale". Tra i motivi che Scola indica per questa necessaria "apertura" al dialogo c'è quello della caratteristica particolare di Venezia come città "mondiale". Ha detto infatti recentemente (Dies Academicus del "Marcianum", 16 aprile): "In altre sedi ho parlato in proposito di un grande travaglio antropologico che attraversa la vita della nostra città. Ogni giorno, ormai senza più sostanziale differenza tra stagione e stagione, la città è visitata da una folla quasi incontenibile. A queste condizioni Venezia non può affrontare la sua vocazione di città dell'umanità con le sole sue forze, anche se deve reggerla a partire dalle sue forze. E, nel contesto dell'attuale civiltà plurale, il ruolo di Venezia non è certo meno decisivo di quello di altre pur importantissime città nel mondo. Come possiamo dunque affrontare l'attuale e per molti aspetti drammatico "travaglio antropologico" (categoria più compiuta ed adeguata di quella pur evidente di crisi demografica) in cui versa la nostra città, soprattutto quella lagunare?".

 

Cultura e internazionalità. Tra le risposte, la fondazione è una prova concreta di questa apertura al mondo di cui Venezia è testimone ed artefice. Nello stesso discorso, Scola ha sottolineato che "allo Studium Generale Marcianum ogni giorno affluiscono circa 600 persone - non consideriamo qui i membri di terraferma - tra studenti di ogni livello (scuole e istituti universitari), ricercatori e docenti, e personale addetto. Inoltre - ed è un altro dato significativo - insieme ad una larga maggioranza di veneziani ed italiani sono presenti persone di 24 nazionalità diverse: europee (Italia, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Slovacca, Croazia, Romania, Bosnia, Ucraina, Ungheria), americane (Brasile ed Argentina), africane (Nigeria, Cameroun, Costa d'Avorio, Kenya, Congo Brazaville e Gabon) e asiatiche (Filippine). E tutte queste persone - mi preme sottolinearlo con forza - sono presenti in modo stabile. Non sono visitatori occasionali, ma contribuiscono a rigenerare il tessuto antropologico e sociale della nostra città a partire da due coordinate fondamentali che la caratterizzano: la cultura e l'internazionalità".

 

Un "ponte" verso l'Africa. Pertanto non deve suscitare stupore la proposta che il card. Scola ha avanzato alcuni giorni fa, in occasione della festa di San Marco (patrono di Venezia e delle genti venete), per un gemellaggio tra Venezia e la città di Alessandria d'Egitto. Questa nuova "apertura" ad una città in terra musulmana è pienamente coerente con la visione di Venezia come crogiolo di culture e dialogo. Ha detto Scola: "Il recente pellegrinaggio compiuto dal patriarca e dal vescovo ausiliare con sacerdoti, diaconi e fedeli della nostra Chiesa sulle orme di Marco in terra d'Egitto, ed in particolare nella città di Alessandria, intendeva ridestare in noi tutti come Chiesa patriarcale e come comunità civile, una più acuta consapevolezza del dono delle reliquie corporali marciane custodite, secondo una veneranda tradizione, in questa nostra Basilica Cattedrale". Ha poi aggiunto: "Mentre auspichiamo un rifiorire del suo culto nel nostro Patriarcato e anche un più accurato approfondimento della sua figura, dell'importanza della tradizione che lo lega alla genesi della Chiesa in terra d'Africa e dei nostri rapporti con la Chiesa copta cattolica e copta ortodossa, ci permettiamo di rivolgere un umile appello alle autorità civili, in modo particolare al Signor Sindaco, perché si valuti l'opportunità di un gemellaggio tra la nostra città e quella di Alessandria". Questo gemellaggio avrebbe quindi un rilievo sia di carattere civile, di rapporti internazionali con un grande paese come l'Egitto; sia costituirebbe un "ponte" tra l'Europa e l'Africa, terra di antica presenza cristiana e oggi di grande diffusione dell'islam.

 

 

 

 

Papst: „Kirche ruft zur heldenhaften Heiligkeit auf“

 

Der katholische Laienverband „Katholische Aktion“ soll weiterhin „ihre Liebe zur Kirche“ pflegen. Das betonte Papst Benedikt XVI. bei seiner Ansprache nach dem Gottesdienst auf Petersplatz an diesem Sonntag. Über 100.000 Mitglieder der „Katholischen Aktion“ – vorwiegend aus Italien – hörten den Worten des Papstes zu. Die Heilige Messe wurde zum 140jährigen Bestehen des Verbandes in Italien gefeiert. Der Papst wörtlich:

„In einer Kirche, die sich täglich mit einer relativistischen, hedonistischen und materialistischen Mentalität auseinandersetzen muss, sind die Katholiken gefordert, die Vernunft zu fördern ganz im Zeichen eines Glaubens, der wohlgesinnt ist gegenüber der menschlichen Intelligenz. Das gilt sowohl für einfache Gedankengänge als auch für intellektuellere Bereiche. Die Kirche ruft nämlich alle dazu auf, sich durch eine heldenhafte Heiligkeit Gott seine Liebe zu bestätigen. Ich bitte euch deshalb, ohne Angst diesen Aufruf zu folgen, immer im Vertrauen auf die Güte und Barmherzigkeit Gottes.“

Der Papst lobte auch den Sinn und Zweck der katholischen Laienbewegung.

„Ein wichtiges Anliegen der Katholischen Aktion ist die Förderung der Zusammenarbeit christlicher Kirchen, die Unterstützung der Familie und das Evangelium als Frohe Botschaft für jeden einzelnen Christen persönlich erfahrbar zu machen.“

In Ländern wie Deutschland, die bereits vor dem Ersten Weltkrieg einen starken Verbandskatholizismus kannten, blieb die Entfaltung der Katholischen Aktion immer gering ausgeprägt. Eine ähnliche Funktion erfüllt in der Bundesrepublik das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK). (rv 4)

 

 

 

Jerusalem. Die Klagemauer bröckelt

 

Sie ist die heiligste Stätte des Judentums und ein Muss für jeden Touristen: die Klagemauer in der Jerusalemer Altstadt. Jetzt sind Teile des Bauwerks renovierungsbedürftig. Doch die Arbeit an der Klagemauer könnte sich als kompliziert erweisen - und einen Streit unter Gelehrten auslösen. Von Beth O'Connell (AFP)

 

JERUSALEM -  Rund sechs Millionen Besucher pilgern jedes Jahr zur Klagemauer in Jerusalem, die meisten zum Beten, die anderen zum Fotografieren. In diesem Sommer wird ein Teil der Mauer jedoch möglicherweise unter einem Sicherheitsnetz verschwinden. Denn mittlerweile beginnt das Jahrtausende alte Mauerwerk zu bröckeln - kurioserweise sind ausgerechnet die zuletzt eingebauten Steine betroffen.

 

Die Original-Klagemauer stammt aus dem Jahr 37 vor Christus. Damals beschloss König Herodes, den Zweiten Tempel in Jerusalem - das geistige Zentrum des damaligen Judentums - zu erweitern und ließ vier Stützwände um das Gebäude errichten. Im Jahr 70 nach Christus zerstörten die Römer den Tempel. Allein die westliche Wand blieb erhalten: die heutige Klagemauer.

 

"Die Steine aus der Zeit des Zweiten Tempels, die 2000 Jahre alt sind, sind in gutem Zustand", sagt der zuständige Rabbiner Schmuel Rabinowitsch. "Probleme gibt es mit den Steinen, die unter dem  Britischen Mandat zwischen 1917 und 1948 eingebaut wurden. Diese beginnen zu bröckeln und müssen ersetzt werden."

 

Komplizierte Renovierungsarbeiten - Wie das geschehen soll, daran könnte sich allerdings ein Streit der Gelehrten entzünden. Denn nach einer der zahlreichen Auslegungen der jüdischen Gebote ist es verboten, Steine aus der Klagemauer zu entfernen, selbst wenn sie nur ersetzt oder überarbeitet werden sollen. Zudem hatte der sephardische Großrabbi Schlomo Amar früher einmal verfügt, dass Reparaturen an der Mauer nur im Tageslicht ausgeführt werden dürften und ausschließlich von Arbeitern, die ein rituelles Reinigungsbad hinter sich hätten.

 

Wenn es nach Rabinowitsch ginge, sollten die Arbeiten so schnell wie möglich starten. Die israelische Altertumsbehörde erwägt bislang lediglich, ein Sicherheitsnetz zu spannen. Die Gläubigen dürften auch weiterhin an der Mauer beten. "Wir prüfen den Zustand mehrmals im Jahr", sagt Raanan Kislev. Die Mauer sei sicher: "Bisher sind nur ein paar ganz kleine Steine heruntergefallen."  Afp 5

 

 

 

Benedikt XVI.: „Pfingsten ist Zeit des Gebets“. Friedensappell

 

Der Petersplatz sehe an diesem Sonntag wie ein großer „Abendmahlsaltar“ aus. Das stellte Papst Benedikt XVI. beim Regina Coeli an diesem Sonntag auf dem Petersplatz fest. In der Tat waren der ganze Platz vor dem Petersdom sowie fast die gesamte „Via della Conciliazione“ mit einer ungewöhnlich hohen Menschenmenge gefüllt. Die meisten Teilnehmer waren anlässlich des Gottesdienstes und der Begegnung der italienischen „Azione Cattolica“ mit Papst Benedikt XVI. gekommen. Doch auch zahlreiche Pilger und Besucher aus Ländern deutscher Sprache waren anwesend. Ihnen sagte der Papst:

„Diese Tage vor Pfingsten sind eine Zeit des besonderen Gebets um den Heiligen Geist. Bitten wir inständig um die Gabe des Geistes Gottes! Er macht uns neu, er schenkt Leben und gibt Kraft, das Antlitz der Erde zu erneuern. Der Herr erfülle euch mit seiner Gnade und seinem Frieden.“

 Papst Benedikt XVI. hat beim Rosenkranzgebet am Samstagabend für den Weltfrieden, die Einheit der Christen sowie den Dialog der Kulturen aufgerufen. Der Rosenkranz, wenn er nicht mechanisch und oberflächlich gebetet werde, könne Frieden und Versöhnung bringen, sagte der Papst bei der Eröffnung des traditionellen katholischen Marienmonats in der römischen Basilika Santa Maria Maggiore. Der Rosenkranz erlebe einen „neuen Frühling“, sagte Benedikt XVI. mit Blick auf eine neuerlich wachsende Marienfrömmigkeit unter katholischen Jugendlichen. Das Gebet rufe bedeutende Momente der Heilsgeschichte ins Bewusstsein und stelle mit der Betrachtung der traditionellen „Geheimnisse“ Christus ins Zentrum des Lebens. Benedikt XVI. nannte das Rosenkranzgebet im Mai eine „schöne Tradition, die ich seit meiner Kindheit gepflegt habe“. Die Maienabende riefen in ihm schöne Erinnerungen an abendliche Treffen zum gemeinsamen Marienlob wach. (rv 4)

 

 

 

Papst Benedikt XVI. beim „Regina Caeli“ am Hochfest Christi Himmelfahrt

 

Rom - .- Der Petersplatz bot gestern, Sonntag, einen für das traditionelle sonntägliche Mariengebet mit dem Heiligen Vater ungewohnten Anblick. Über hunderttausend Menschen füllten den Platz und die vor ihm gelegene Via della Conciliazione, um Papst Benedikt XVI. begrüßen zu können. Die italienische Katholische Aktion hatte ihre Anhänger aus Italien und 40 anderen Ländern anlässlich des 140. Jahrestages ihres Bestehens in Rom versammelt. Der Papst betete das Mariengebet von den Stufen des Sagrats vor dem Petersdom aus, um sich danach an die Vertreter der Katholischen Aktion zu wenden.

 

In seiner Ansprache vor dem „Regina Caeli“ erinnerte Benedikt XVI. die Anwesenden daran, dass in Italien und einigen anderen Ländern das Hochfest Christi Himmelfahrt auf eben diesen Sonntag falle. Das Geheimnis der Himmelfahrt veranlasse die Jünger, sich in der Erwartung des Heiligen Geistes um Maria, die Mutter Jesu, zu versammeln. So ähnle an diesem ersten Sonntag im Mai auch der Petersplatz einem einzigen großen Abendmahlsaal unter freiem Himmel.

 

Der Papst betonte, dass Jesus selbst auf die Bedeutung seiner Heimkehr zum Vater verwiesen habe, in der die Krönung seiner Sendung zu sehen sei. Jesus sei in die Welt gekommen, um den Menschen wirklich zu Gott zurückzuführen. Sein Leben, sein Tod und seine Auferstehung hätten ihn dem Menschen gleich gemacht und ihn den Abgrund der größten Gottesferne berühren lassen. Gott habe Jesus aber schließlich über alle erhöht: „Gott im Menschen, der Mensch in Gott“. Dies sei der Grund der christlichen Hoffnung, die keine Illusion sei, sondern der „feste Anker der Seele“.

 

Der Mensch benötige, so der Papst, „eine feste Verankerung für das eigene Dasein“. Die Gegenwart Mariens im Abendmahlsaal verweise auf Christus, der den Menschen im Haus des Vaters erwarte. Sie sei die erste gewesen, die „von oben her“ neu geboren wurde, und so sei sie Vorbild für den Zutritt in Gottes Reich. Zenit 5

 

 

 

Österreich: Bischof Küng, „Inzestfall ist Alarmsignal“

 

Im Inzest-Fall im österreichischen Amstetten prüft die Polizei nun, ob der 73-jährige Täter Komplizen hatte. Maßnahmen zur Vorbeugung gegen Sexualverbrechen seien wichtiger als Strafverschärfungen. Das sagt der St. Pöltener Diözesanbischof Klaus Küng zum Inzest-Fall in Amstetten in unserem „Interview der Woche“. Der Ort befindet sich in Küngs Diözese. Gudrun Sailer hat ihn gefragt, wie er sich nach Bekanntgabe des Falles gefühlt habe.

„Es ist ein grauenhafter Inzestfall, man kann es eigentlich gar nicht fassen, dass so etwas vorkommen kann, auch dass es nicht wahrgenommen wurde, nicht bemerkt wurde. Da habe ich auch meine Zweifel, ob das wirklich möglich ist, dass so etwas über Jahre hinweg verborgen bleibt. Gleichzeitig denke ich schon, das ist ein besonders schlimmer Fall, der sich hier zeigt, aber Missbrauch kommt leider doch ziemlich häufig vor – nicht nur in Österreich.“

Wo liegen Ihrer Einschätzung nach die Gründe dafür?

„Das hängt, denke ich, damit zusammen, dass wir in einer allgemeinen Erotisierung stecken. Die Medien, ich denke besonders an den Einfluss von Internet oder Fernsehen, haben eine Überfülle von Eindrücken, auch die ganze Werbung geht in diese Richtung. Das sind große Gefahren auch für geradezu krankhafte Entwicklungen. Ich glaube, dass wir wirklich in diesem Vorfall einen Alarm sehen müssen, um von neuem bewusst zu machen, wie wichtig es ist, die Familie zu stützen, sie notwendig es ist, dass die Eheleute vorbereitet und begleitet werden. Damit die Voraussetzungen geschaffen werden für eine gesunde Entwicklung der Kinder, aber im Grund genommen von Jung und Alt. Ich glaube auch, dass wir eine wichtige Aufgabe haben, die Tugend der Keuschheit von neuem zu verkünden und bewusst zu machen, dass der Mensch in seiner ganzen Persönlichkeitsentwicklung geschädigt sein kann. Und selbstverständlich kein geistliches Leben, ja keine echte Beziehung möglich ist, wenn nicht auch in diesem Punkt die Menschen lernen, richtig zu leben. Da denke ich, dass wirklich Handlungsbedarf besteht.“

Sie sagen, es handelt sich um einen ganz besonders tragischen Fall. Hätte es eine Möglichkeit geben, sich dagegen zu wappnen, hätte man diese menschliche Tragödie vermeiden können?

„Ich glaube, dass man immer nachher, wenn so etwas geschehen ist, alles besser weiß. Ich glaube auch, dass es immer wieder solche furchtbaren Dinge gegeben hat und gibt, und wir wahrscheinlich auch nicht vermeiden können, dass so etwas passiert. Wohl in jedem Land gibt es solche Dinge. Ein Punkt, der mir ganz wichtig scheint, wo wir auch in der Diözese – unabhängig von diesem Fall – schon seit längerem bemüht sind, ist, dass alle Erwachsenen lernen müssen, sensibel zu sein für Symptome, die sich manchmal bei Kindern und Jugendlichen zeigen, die vielleicht darauf hinweisen, das Missbrauch vorliegt und da müssen wir reagieren bzw. auch die Jugendlichen fähig machen, dass sie über ihre Probleme sprechen, und wir müssen auch ihnen verfügbar sein, um einzugreifen, wenn es nötig ist.“ (rv 4)

 

 

 

 

 

Hunger. Der Pressesprecher des Papstes sieht drei Hauptgründe und ruft zum Handeln auf

 

ROM  - Der immer größer werdende Hunger ist nicht eine Folge von fehlenden Kapazitäten zur Produktion von Nahrungsmitteln, sondern von fehlendem Willen und steigenden Lebensmittelkosten.

 

P. Federico Lombardi SJ, Pressesprecher der Heiligen Vaters, analysierte in der letzten Ausgabe der Wochensendung „Octava Dies“ des vatikanischen Fernsehens die Gründe und Konsequenzen der „schnell ansteigenden Getreidepreise“. Der Jesuitenpater erinnerte seine Zuschauer daran, dass die meisten Staats- und Regierungschefs im Jahr 2000 die „Millenniums-Erklärung“ verabschiedet hatten; sie enthalte die dringlichsten Ziele, die bis zum Jahr 2015 erreicht werden sollten.

 

„Das erste Ziel war die Reduzierung der Armut und des Hungers um die Hälfte“, so der Leiter des vatikanischen Pressebüros. Seit der Verkündigung der Deklaration seien bereits acht Jahre vergangen. Anstelle einer Verbesserung der Situation sei es nun zu einer gravierenden Ernährungskrise gekommen, die in zahlreichen Ländern auftrete und deren Grund der unglaubliche Anstieg der Getreidepreis sei. Die Zahl jener Menschen, die hungern und unterernährt sind, steige rasant an. Mittlerweile sind nach Worten von Pater Lombardi beinahe eine Milliarde Menschen vom Hunger bedroht. Eine schneller Rückgang der Krise sei nicht zu erwarten.

 

In Anbetracht von kürzlich durchgeführten Studien sieht Lombardi drei Hauptgründe für die tragische Entwicklung: der entstellte Markt, der aus den Agrarsubventionen der reicheren Länder resultiere; die Produktion von Biosprit und der steigende Fleischkonsum in großen Ländern wie China und Indien. „Daher ist ein Großteil der Landwirtschaftsproduktion nicht mehr für den direkten Verbrauch der Menschen gedacht.“

 

Der Pressesprecher des Papstes betonte, dass es weder an Lebensmitteln, noch an den nötigen Ressourcen fehle, um der Hungersnot beizukommen. „Woran es tatsächlich fehlt ist der Wille, das schwerwiegendste Problem zu lösen: die Armen mit Essen zu versorgen. Andere Dinge und Sorgen nehmen den Platz dieses Problems ein.“

 

Da die Militärausgaben immer größer würden und andere Interessen den Lauf der Welt kontrollierten, gebe es einige Dinge, die der Millenniums-Erklärung entgegenstünden.

 

„Schöne Reden sind das eine, die brutale Realität etwas anderes“, schloss Federico Lombardi. „Wir planen ein neues Gipfeltreffen der Welternährungsorganisation, das im Juni stattfinden soll. Hauptthema wird das Nahrungsmittelproblem sein. Das Treffen muss als Möglichkeit genutzt werden, dieses Problem zu lösen. Es sind bereits zu viele an den Folgen des Hungers gestorben.“ Zenit 5

 

 

 

D: Seligsprechung der „Schwester der Armen“

 

Mehrere tausend Menschen versammelten sich am Sonntag im Trierer Dom, um an der Seligsprechung der Gründerin des Ordens der Waldbreitbacher Franziskanerinnen, Mutter Maria Rosa Flesch, teilzunehmen. Der Gottesdienst fand unter der Leitung des Kölner Kardinals Joachim Meisner statt. Mit der Seligsprechung der Ordensgründerin stellt die katholische Kirche fest, dass Mutter Rosa (1826-1906) vorbildlich aus dem Glauben gelebt habe und Christus in besonderer Weise nachgefolgt sei. Das Seligsprechungsverfahren war 1957 auf Antrag der Waldbreitbacher Franziskanerinnen vom Trierer Bischof eingeleitet worden. Im vergangenen Jahr schloss der Papst es ab. Kurz zuvor hatte die vatikanische Kongregation für die Selig- und Heiligsprechungen die nach ihrem Urteil medizinisch nicht erklärbare Heilung einer jungen Frau Mitte der 1980er Jahre als Wunder anerkannt, das auf die Fürsprache von Mutter Rosa hin geschehen sei. 2005 stellte die Kongregation die Tugendhaftigkeit von Mutter Rosa fest. (domradio/kna 4)

 

 

Vatikan: Schweizergarde bereitet sich vor

 

Mit einem Gottesdienst hat die Schweizergarde im Vatikan ihres vor zehn Jahren ermordeten Kommandanten Alois Estermann gedacht. Gardekaplan Alain de Raemy betete für Estermann, die mit ihm getötete Ehefrau Gladys Meza Romero und den Attentäter Cedric Tornay. Er hoffe, dass alle drei Verstorbenen Heilung und Läuterung im Licht Christi gefunden hätten, so der Geistliche in dem Gottesdienst am Samstagabend. Estermann war am 4. Mai 1998 kurz nach seiner Ernennung zum Kommandanten der päpstlichen Schutztruppe gemeinsam mit seiner Frau von dem 23-jährigen Vizekorporal Tornay erschossen worden; der Täter nahm sich anschließend selbst das Leben.

Derweil bereiten sich 33 Rekruten auf die Vereidigung am 6. Mai vor. Die Feier im Damasushof wird minutiös geplant und geprobt. Das bestätigen auch zwei junge Schweizergardisten, die am Dienstag an der Zeremonie teilnehmen. Der 22-jährige Christian Mettler spielt beispielsweise in der Musikband der Garde, die die Feier musikalisch umrahmen wird.

„Wir proben schon seit langer Zeit. Das gilt nicht nur für die Musik. Auch der ganze Ablauf der Vereidigungsfeier wurde bis ins letzte Detail mehrmals besprochen und geübt.“

Für den 24-jährigen Daniel Ruoss handelt sich um einen wichtigen Moment in seinem Leben.

„Wir haben ja bereits bei unserer Ankunft einen Vertrag unterschrieben. Dort steht drin, dass wir bereit sind, den Papst sogar mit unserem eigenen Leben zu schützen. Das bedeutet mir persönlich sehr viel.“ (rv 4)

 

 

 

 

EU setzt beim Klimaschutz auf Religionsgemeinschaften

 

Brüssel. EU-Kommissionspräsident José Manuel Barroso setzt im Kampf gegen den Klimawandel auf die Unterstützung der europäischen Kirchen und Religionsgemeinschaften. "Lassen Sie uns an einem Strang ziehen", sagte Barroso am Montag in Brüssel während eines Treffens mit rund 20 hohen christlichen, jüdischen und muslimischen Repräsentanten. Die Gemeinschaften könnten dank ihrer Reichweite einen wertvollen Beitrag zur Mobilisierung der Bürger leisten, so Barroso. "Klimaschutz ist auch eine Frage der Ethik."

An dem Treffen nahmen auch der slowenische Ministerpräsident und derzeitige EU-Ratsvorsitzende Janez Jansa sowie EU-Parlamentspräsident Hans-Gert Pöttering (CDU) teil. Die Geistlichen bekräftigten, dass dem Kampf gegen den Klimawandel auch aus religiöser Sicht hohe Priorität zukomme. "Die Anstrengungen zur Bekämpfung der Erderwärmung müssen verdoppelt werden", sagte der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Wolfgang Huber, der einzige deutsche Teilnehmer des Treffens. In Europa und weltweit müsse es "einen Mentalitätswandel" geben, forderte er.

Die Gespräche zwischen hochrangigen EU-Vertretern und geistlichen Würdenträgern über aktuelle Fragen finden traditionell einmal jährlich statt. Zum zweiten Mal nahmen die Spitzen aller drei EU-Organe daran teil. Während der Beratungen habe es breite Unterstützung für die jüngsten Vorschläge der Kommission zur Senkung der Kohlendioxid-Emissionen gegeben, betonte Barroso.

Als Vertreter des Heiligen Stuhls rief der Kardinal Franc Rode zu einer "einfacheren, bescheideneren und weniger kostspieligen Lebensweise" auf. Die westliche Zivilisation sei gegenüber der Natur zu anspruchsvoll, erklärte er. Der Schutz der Erde sei ein religiöser Auftrag, unterstrich der Amsterdamer Rabbiner Rafael Evers. Dieser finde sich bereits in den ersten Kapiteln der Bibel.

Neben dem Klimawandel standen Fragen des interkulturellen und interreligiösen Dialogs auf der Tagesordnung. Der Großmufti von Bosnien-Herzegowina, Mustafa Ceric, setzte sich in diesem Zusammenhang für die Aufnahme Bosniens und der Türkei in die EU ein. Beide Länder gehörten zu Europa. "Toleranz ist ein Zeichen der Stärke", sagte Ceric. Barroso bekräftigte, dass der Islam bereits ein Teil Europas sei: In Deutschland, Großbritannien und Frankreich etwa lebten zahlreiche Muslime, sagte er.

Der EU-Ratsvorsitzende Jansa erklärte, als besonderer Beitrag seines Landes werde in Kürze die EU-geförderte "Mittelmeer-Universität" mit Sitz in Slowenien eröffnet. Diese werde einen Begegnungsort für junge Menschen aus der christlichen, islamischen und jüdischen Welt bilden, erläuterte Jansa. Die Gründungsfeier finde am 9. Juni statt. (epd)

 

 

 

 

Vatikan: Papst zählt soziale Herausforderungen des 21. Jahrhunderts auf

 

Papst Benedikt hat eine weltweit bessere Verteilung der Güter, Zugang zu Bildung, nachhaltige Entwicklung und Umweltschutz gefordert. In einer Rede vor den Teilnehmern der Vollversammlung der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften meinte er, um aller Herausforderungen Herr zu werden, sollen „alle Menschen guten Willens” die Pfeiler der katholischen Soziallehre beachten. Diese seien Menschenwürde, Gemeinwohl, und Solidarität. Dazu erläuterte der Papst: „Diese Schlüsselelemente sind durch den lebendigen Kontakt zwischen dem Evangelium und den konkreten sozialen Gegebenheiten entstanden. Sie zeigen uns die grundlegenden Fundamente, um die Herausforderungen und Schwierigkeiten zu erkennen, die uns zu Beginn des 21. Jahrhunderts bevorstehen.”

Die Vollversammlung der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften dauert bis zum 6. Mai und steht unter dem Motto: „Dem Gemeinwohl folgen: Wie Solidarität und Subsidiarität gemeinsam wirken können.” Der Papst sieht darin auch die Hauptaufgabe der Päpstlichen Akademie: „Das ist nämlich das Herzstück eurer Aufgabe als Sozialwissenschaftler. Die Menschheit  braucht eine Entwicklung, die die Menschenwürde beachtet. Sie zählt zu den unumstößlichen Wahrheiten eines jeden Menschen, der das Ebenbild Gottes ist und durch Christus gerettet wurde.”

Die Christen hätten die Aufgabe, sich im Namen des Evangeliums für Frieden und Gerechtigkeit einzusetzen, so der Papst.

„Wenn wir die Prinzipien der Solidarität und der Subsidiarität, also die Eigenverantwortung, anschauen, so muss man betonen, dass eine Gesellschaft die Menschen besonders vor Unzufriedenheit und Pessimismus befreien muss. Das bedeutet Solidarität und Subsidiarität. Eine wahrhaft freie Gesellschaft muss ihre Leute im wirtschaftlichen, politischen und kulturellen Bereich vollumfänglich unterstützen.” (rv 3)

 

 

Medien-Profis sollten sich dem Dienst am Gemeinwohl verschreiben

 

ROM - Journalisten, die ihr Leben und ihre Freiheit aufs Spiel setzen, um die Wahrheit zu verteidigen, sind beredte Zeugen der hohen Berufung von Medien-Profis, erklärte vor kurzem Msgr. Paul Tighe, Sekretär des Päpstlichen Rates für die Sozialen Kommunikationsmittel.

Aus Anlass de Internationalen Tages der Pressefreiheit, der von der UNESCO jährlich am 3. Mai ausgerufen wird, soll an die Verletzung von Informations- und Freiheitsrechten in vielen Staaten der Welt erinnert werden. Nicht nur in totalitären Staaten gibt es Anschläge auf die völkerrechtlich garantierte Presse- und Meinungsfreiheit, werden Journalistinnen und Journalisten mit Gewalt und Terror unter Druck gesetzt und mit Strafen belegt. Medien werden zensiert oder verboten. Besorgnis erregend ist, dass immer häufiger Journalisten bei der Ausübung ihres Berufes ums Leben kommen, so die UNESCO.

Papst Benedikt XVI. hat die Medienmitarbeiter zum 42. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel aufgerufen, verantwortungsbewusst mit der Wahrheit umzugehen. Zum Profil der Medien gehöre auch das Streben nach einer größeren professionellen Qualität, so der Papst.

Die Medien-Industrie sei deshalb verpflichtet, die ethischen Grundlagen ihres Berufes zu verteidigen und dafür zu sorgen, dass die „Zentralität und die unantastbare Würde der menschlichen Person“ stets neu bekräftigt würden, erklärte Tighe mit Blick auf die Papstbotschaft zum diesjährigen Weltmediensonntag.

Das Motto, das der Heilige Vater für den besonderen Tag ausgesucht hat, lautet: „Die Medien am Scheideweg zwischen Selbstdarstellung und Dienst. Die Wahrheit suchen, um sie mitzuteilen".

Msgr. Tighe erläuterte: „Diese Botschaft ermutigt alle, die in den Medien arbeiten, an der großen Verantwortung teilzuhaben..., die Wahrheit gegenüber denen zu verteidigen, die dazu neigen, sie zu leugnen oder zu verneinen". Man sei sich der Gefahren, die die ethische Verpflichtung von Journalisten ausgesetzt seien, sehr wohl bewusst, bekräftigte er. Faktoren wie der Wettbewerb um die Quote, wirtschaftlicher Druck und ideologische Vorurteile dürften nicht unterschätzt werden.

 

Der Papst habe die Medien angesichts dieser Herausforderungen vor der Gefahr gewarnt, zur Stimme des wirtschaftlichen Materialismus und ethischen Relativismus zu werden. Als Vorbild könnten daher vor allem jene Journalisten herangezogen werden, die ein „außergewöhnliches Zeugnis ihres Engagements für die Wahrheit" abgelegt hätten, so Msgr. Tighe.

„Viele Journalisten auf der ganzen Welt haben aufgrund dieser Verpflichtung Verfolgung, Inhaftierung und sogar den Tod erlitten. Sie waren nicht bereit, angesichts von Ungerechtigkeit und Korruption zu schweigen." Das Zeugnis dieser Menschen sei ein „beredter Beweis für die höchsten Standards, nach denen die Medien streben können, und ihr Beispiel kann dazu dienen, das bei allen Medien-Profis der Einsatz für die Wahrheit und somit der Dienst am Gemeinwohl der ganzen Menschheit stärker wird“. Zenit 5

 

 

 

Bosnien/Deutschland: Bischof und Großmufti rufen zum Dialog auf

 

Der Limburger Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst und der Großmufti von Bosnien-Herzegowina, Mustafa Ceric, haben gemeinsam zum engagierteren Gespräch der Religionen aufgerufen. Heute müsse es zwischen den Religionen um „Identität im Dialog” gehen, sagte Tebartz-van Elst am Freitag bei einem Treffen mit dem muslimischen Geistlichen in Sarajevo.

„Ein Anliegen, das mir im Gespräch mit dem Großmufti aber auch innerhalb der Begegnungen hier in der katholischen Kirche immer wieder nahe gebracht wurde, ist, dass Bosnien näher an Europa heranrücken muss. Das bedeutet konkret, dass auch von Europa aus viel deutlicher als bisher ein Signal in Richtung Bosnien ausgehen muss. Das ist ein wesentlicher Punkt für die Zukunft dieses Landes. Das ist mit einem ganz konkreten Engagement verbunden.”

Gemeinsam mit dem bosnischen Kardinal Vinko Puljic traf Tebartz-van Elst den international angesehenen Islamvertreter Ceric während eines dreitägigen Besuchs im Erzbistum Sarajevo, zu dem das Bistum Limburg seit 15 Jahren eine Partnerschaft unterhält.

„Es begann damals während des Krieges, und aus der ersten Phase der konkreten Hilfe mit materieller Unterstützung ist inzwischen eine Partnerschaft gewachsen. Mir lag daran direkt, nach meiner Einführung am 20. Januar – zu der auch Kardinal Vinko Puljic zugegen war – klar zum Ausdruck zu bringen, dass mein erster Auslandsbesuch nach Sarajevo führen sollte. Damit möchte ich klarstellen, wie wichtig mir diese Partnerschaft ist.”

Bosnien-Herzegowina wurde in den 90er Jahren von drei blutigen Kriegen zwischen serbischen, kroatischen und bosnisch-muslimischen Einheiten verwüstet.

„Man sieht in der Stadt deutlich Spuren des Krieges und man hört viel darüber in den Gesprächen mit den Leuten. Die Situation der Katholiken in Bosnien ist nicht einfach. Sie sind von 80.000 vor dem Krieg auf 20.000 zurückgegangen. Das macht schon rein zahlenmäßig deutlich, welche Veränderung sich hier auch im kirchlichen Leben ergeben hat. Mich beeindruckten sehr die Menschen hier, die nach wie vor in Treue in ihren Gemeinden den kirchlichen Dienst annehmen. Im Bistum haben wir die Perspektive, die Partnerschaft weiter auszubauen und sie auf viele Beine zu stellen. Pfarrgemeinden sollen immer mehr einbezogen werden.” (kna/pm 3)

 

 

 

Schweiz: Katholisches Privatradio startet

 

Der katholische Schweizer Privatsender „Radio Gloria“ startet am 13. Mai ein Vollprogramm, das über Satellit und Internet sowie in der Schweiz auch im Kabel zu empfangen ist. Das teilte der neue Radiosender mit. Unterstützt werden die Schweizer Radiomacher durch das Hilfswerk „Kirche in Not” mit zugelieferten Programmen. Auch die Sendungen und Direktübertragungen von Radio Vatikan sollen im Programm stehen. Damit soll erstmals ein schweizweites katholisches Radio in Betrieb genommen werden. Programmchef des katholischen Senders ist der Priester Martin Rohrer. Gegenüber Radio Vatikan erklärt er die Hauptaufgaben des neuen Radios.

„Radio Gloria will eigentlich die verschiedensten Bereiche des Glaubens, aber auch des Lebens im Glauben abdecken. Dazu zählen vor allem die Liturgie, aber auch das Gebet und die Spiritualität. Wir bringen  die Glaubensverkündigung und Lebenshilfe durch den Äther. Bei Radio Gloria wird es aber auch Musik zu hören geben. So hoffen wir, dass wir möglichst verschiedene Menschen damit ansprechen können.”

Informationen zum Programm unter www.radiogloria.ch (rv 3)

 

 

 

Bistum Fulda. Abtreibung bleibt unakzeptabel. Katholikenrat begrüßt neue Spätabtreibungsdebatte

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel. Der Katholikenrat begrüßt, daß CDU/CSU die im Koalitionsvertrag vereinbarte Überprüfung der „Verbesserung der Situation bei Spätabtreibungen“ einfordern. Diese Debatte über die Spätabtreibung sei dringend notwendig, gleichzeitig fordert er, den gesellschaftlichen Skandal der Abtreibung mit eindeutiger Gesetzgebung zu stoppen.

„Das elementarste menschliche Recht auf Leben gilt insbesondere für die ungeborenen Kinder. Deshalb ist jede Abtreibung unakzeptabel. Die politisch Verantwortlichen sind moralisch dazu verpflichtet, diesen gesellschaftlichen Skandal in unserem Land zu beenden“, betont der Vorsitzende des Katholikenrats im Bistum Fulda, Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel). Dabei müssen auch die konkreten Fragen im Zusammenhang mit der Beratung bei Spätabtreibungen oder Abtreibungen aufgrund medizinischer Indikation geklärt werden. Tragisch sei zum Beispiel die Zahl der Spätabtreibungen (nach der 22. Schwangerschaftswoche) und es müsse alles getan werden, sie zu verringern und Eltern dazu zu ermutigen, sich für die Gründung einer Familie zu entscheiden. Politiker müßten sich fragen, warum Mütter ein möglicherweise behindertes Kind abtreiben lassen – und zwar zu einem Zeitpunkt, an dem es theoretisch schon lebensfähig ist. Nach Angaben des statistischen Bundesamtes wurden im Jahr 2007 229 Spätabtreibungen vorgenommen. Experten gingen aber davon aus, daß die tatsächliche Zahl höher liegt. Hier komme es darauf an, den gesellschaftlichen Druck abzubauen und die Rahmenbedingungen so zu verändern, daß diese Kinder eine Lebens- und Überlebenschance haben.

Die Gesamtzahl der Schwangerschaftsabbrüche im selben Jahr betrug 116.871. „Man muß sich das einmal vorstellen - in 2007 wurden etwa doppelt so viele Kinder abgetrieben, wie die Stadt Fulda Einwohner hat.  Dies zeigt, daß Abtreibung kein Randproblem ist. Ich frage mich, wie viel uns eigentlich das Leben und die Würde eines jeden einzelnen Menschen in unserer bundesdeutschen Gesellschaft wert ist? Es ist höchste Zeit für eine ethische Umkehr und das elementare Lebensrecht der ungeborenen Kinder zu schützen“, so Pfeifer. Gerade die derzeitige Konstellation einer großen Koalition böte seiner Ansicht nach die Möglichkeit, einen neuen Konsens für den Lebensschutz herzustellen. „Nach den guten Schritten, die die große Koalition in der Familienpolitik bisher auf den Weg gebracht hat, ist die Zeit nun reif, auch neue Signale für Schutz und Würde menschlichen Lebens in der Bundesrepublik zu setzen“, so Pfeifer abschließend. Mz 5

 

 

 

Vatikan: Armenischer Katholikos zu Besuch

 

Der Patriarch und Katholikos aller Armenier, Karekin II., wird vom 6. bis 11. Mai den Vatikan besuchen. Das bestätigte der vatikanische Pressesaal an diesem Samstag. Karekin hat eine enge Verbindung mit Deutschland: Ende der 70er Jahren studierte er in Bonn und leitete die Armeniergemeinde in Köln. Seit 1999 ist er das Oberhaupt der armenisch-apostolischen Kirche. Karekin II. wird am 6. Mai in Rom ankommen. Am Mittwoch wird er bei den Papstgräbern beten und für einen kurzen Gebetsmoment bei der Statue des Heiligen Gregors des Erleuchters innehalten. Bei der Generalaudienz wird er von Papst Benedikt XVI. empfangen. Karekin erhält dann an der Päpstlichen Universität der Salesianer die Ehrendoktorwürde im Bereich „Jugendseelsorge”. Außerdem nimmt er an mehreren Konferenzen in Rom teilnehmen. Am Freitag wird ihn Papst Benedikt zu einer Privataudienz empfangen. Auch ein gemeinsamer Wortgottesdienst der beiden ist vorgesehen. Seit dem Zweiten Vatikanischen Konzil sind die Beziehungen zwischen der armenisch-apostolischen und der katholischen Kirche intensiver geworden. Karekin hatte Johannes Paul II. mehrmals getroffen und sich positiv über die ökumenischen Gespräche geäußert. Karekin II. ist der 132. Katholikos der armenisch-apostolischen Kirche. Ein weiterer armenisch-apostolischer Katholikos leitet das Katholikat von Kilikien. Die Armenische Apostolische Orthodoxe Kirche ist eine altorientalische Kirche mit heute sechzehn Millionen Gläubigen in zwei Katholikaten in Etschmiadsin und Sis, zwei Patriarchaten in Jerusalem und Konstantinopel sowie rund 30 Diözesen, davon neun in Armenien. (rv 3)