Notiziario religioso  20 MARZO – 2 APRILE  2017

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Inhaltsverzeichnis

1.       Angelus di domenica 19 marzo: “In chi soffre possiamo vedere Gesù”  1

2.       Simposio europeo sui giovani. Un sussidio in dodici punti per i vescovi europei 1

3.       Papa: “Evitiamo l’amore ipocrita, da telenovela. Diventiamo strumenti della carità di Dio”  1

4.       Il vescovo di Monreale: «No ai boss padrini in cresime e battesimi»  2

5.       Il Papa: "Chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo"  2

6.       Papa Francesco, 4 anni dopo. Che cosa ha cambiato davvero il Papa venuto dalla fine del mondo  2

7.       Papa Francesco, le sfide del suo quinto anno: dalla Cei alla Cina. Con la spina dei tradizionalisti. E di Trump  3

8.       13 marzo 2013: Papa Francesco, un’elezione nel segno della misericordia  3

9.       Mons. Paglia sul biotestamento: “Serve un accordo ampio. Ma la priorità è aiutare i malati a vivere”  4

10.   “Non temo le streghe, ma le chiacchiere. Anche vaticane”  4

11.   Mons. Perego: sentenza Corte Ue "spinge verso utilizzo canali umanitari d'ingresso"  5

12.   “Maternità surrogata, nuova schiavitù per le donne”: un articolo de L’Osservatore Romano  5

13.   La visita del 25 marzo a Milano. Il Papa in città con l’auto scoperta  5

14.   Appello della Santa Sede contro il traffico illegale di armi 6

15.   Preoccupazione dei Missionari Scalabriniani per un’Europa “sulla difensiva”  6

16.   Intervista. Card. Ravasi: “La Consulta, finalmente una voce femminile nella Curia romana”  6

17.   L’ordinazione episcopale di mons. Perego il 6 maggio a Cremona  6

 

 

1.       ZdK und Bistum Osnabrück suchen nach Wegen, Druck von Familien zu nehmen  7

2.       Regensburg. Bischof Voderholzer regelt Seelsorge mit Wiederverheirateten  7

3.       Österreichs Bischöfe beenden Frühjahrsvollversammlung  7

4.       Papst bei Pfarreibesuch: Geschwätz ist wie Terrorismus  7

5.       Katholischer Kinder- und Jugendbuchpreis der Deutschen Bischofskonferenz  8

6.       ZdK-Chef froh über ökumenischen Versöhnungsgottesdienst 8

7.       „Erinnerung heilen – Jesus Christus bezeugen“  9

8.       Vielfältig und aktiv: Vatikan-Frauenrat stellt sich vor 9

9.       Fasten ist ein Lifesytle  9

10.   Generalaudienz: „Wer Arbeit wegnimmt, begeht eine Sünde“  10

11.   Europäischer Gerichtshof erlaubt Kopftuch-Verbot im Job  10

12.   „Reform und Tradition müssen sich nicht ausschließen.“ Christlich-jüdisches Gespräch in Frankfurt 10

13.   Papstinterview: „Ich kenne auch die leeren Momente“  10

14.   Treffen von CDU und Deutscher Bischofskonferenz  11

 

 

 

 

Angelus di domenica 19 marzo: “In chi soffre possiamo vedere Gesù”

 

All’Angelus il Papa ricorda il nuovo beato Josef Mayr-Nusser, «martire perché si rifiutò di aderire al nazismo» per fedeltà a Dio. Prega per il Perù colpito da «devastanti alluvioni» - GIACOMO GALEAZZI

 

CITTÀ DEL VATICANO - Appello papale a «essere ogni giorno artefici di riconciliazione e strumenti pace». Perché «quando dimentichiamo la vera acqua andiamo in cerca di pozzi che non hanno acque pulite», avverte il Papa: «La Quaresima è l’occasione buona per vedere il volto del Signore in quello di un fratello o di una sorella sofferente». Un accorato richiamo a non farsi inquinare dai pregiudizi (gli eretici e gli scismatici furono i primi a seguire il Vangelo) e infine un fuori programma per la festa dei padri: «Salutiamo tutti i papà con un grande applauso».  

 

Al tempo di Gesù, puntualizza, la «Samaria, tra Giudea e la Galilea, era abitata da gente che i Giudei disprezzavano, ritenendola scismatica ed eretica, ma proprio questa popolazione sarà una delle prime ad aderire alla predicazione cristiana degli Apostoli».  

 

All’Angelus della terza domenica di Quaresima («tempo per avvicinarci a Gesù e incontrarlo nella preghiera in un dialogo cuore a cuore»), Francesco introduce la Preghiera mariana recitata con i fedeli riuniti in piazza San Pietro traendo spunto dal Vangelo del giorno che «ci presenta il dialogo di Gesù con la Samaritana». 

 

L’incontro, sottolinea il Papa, «avvenne mentre Gesù attraversava la Samaria». E «mentre i discepoli vanno nel villaggio a procurarsi da mangiare, Gesù rimane presso un pozzo e chiede da bere a una donna, venuta lì ad attingere l’acqua e da questa richiesta comincia un dialogo».  

 

Quindi «l’acqua che dona la vita eterna è stata effusa nei nostri cuori nel giorno del nostro Battesimo, allora Dio ci ha trasformati e riempiti della sua grazia, ma può darsi che questo grande dono lo abbiamo dimenticato, o ridotto a un mero dato anagrafico; e forse andiamo in cerca di pozzi le cui acque non ci dissetano».  

 

Dalle Letture proposte dalla liturgia domenicale, Francesco trae lo spunto per la sua riflessione. Osserva il Pontefice, «come mai un giudeo si degna di chiedere qualcosa a una samaritana? Gesù risponde: se tu sapessi chi sono io, e il dono che ho per te, saresti tu a chiedere e io ti darei acqua viva, un’acqua che sazia ogni sete e diventa sorgente inesauribile nel cuore di chi la beve». Certo, «andare al pozzo ad attingere acqua è faticoso e noioso; sarebbe bello avere a disposizione una sorgente zampillante, ma Gesù parla di un’acqua diversa».  

 

Quindi, evidenzia il Papa, «quando la donna si accorge che l’uomo con cui sta parlando è un profeta, gli confida la propria vita e gli pone questioni religiose». 

 

Inoltre, aggiunge Francesco, «la sua sete di affetto e di vita piena non è stata appagata dai cinque mariti che ha avuto, anzi, ha sperimentato delusioni e inganni». Perciò «la donna rimane colpita dal grande rispetto che Gesù ha per lei e quando Lui le parla addirittura della vera fede, come relazione con Dio Padre in spirito e verità, allora intuisce che quell’uomo potrebbe essere il Messia, e Gesù, cosa rarissima, lo conferma: sono io, che parlo con te».  

 

Allora, avverte il Papa, «questo Vangelo è proprio per noi! Gesù ci parla come alla Samaritana: noi già lo conosciamo, ma forse non lo abbiamo ancora incontrato personalmente, e non lo abbiamo ancora riconosciuto come il nostro Salvatore».  

 

In questo modo «possiamo rinnovare in noi la grazia del Battesimo, dissetarci alla fonte della Parola di Dio e del suo Santo Spirito». E così «scoprire anche la gioia di diventare artefici di riconciliazione e strumenti di pace nella vita quotidiana». 

 

Dopo aver appunto invocato un dono dello Spirito («scoprire la gioia di diventare artefici di riconciliazione e strumenti di pace nella vita quotidiana»), Francesco si rivolge alla Vergine Maria affinché «ci aiuti ad attingere costantemente alla grazia che scaturisce dalla roccia che è Cristo Salvatore, affinché possiamo professare con convinzione la nostra fede e annunciare con gioia le meraviglie dell’amore di Dio, misericordioso e fonte di ogni bene».  

 

Dopo l’Angelus il Papa assicura la sua vicinanza «alla cara popolazione del Perù, duramente colpita da devastanti alluvioni». Prega «per le vittime e per quanti sono impegnati nel prestare soccorso». E ricorda che ieri, a Bolzano, «è stato proclamato Beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo». Per «la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto, anche se la festa liturgica di san Giuseppe, loro patrono, quest’anno sarà celebrata domani». Poi il Pontefice rivolge «un cordiale saluto a tutti voi pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi».  

 

Saluta «le comunità neocatecumenali venute dall’Angola e dalla Lituania; come anche i responsabili della Comunità di Sant’Egidio dell’Africa e dell’America Latina. Saluto i fedeli italiani di Viterbo, Bolgare, San Benedetto Po, e gli studenti di Torchiarolo». A tutti augura «una buona domenica: non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!». LS 19

 

 

 

 

Simposio europeo sui giovani. Un sussidio in dodici punti per i vescovi europei

 

Mentre a Barcellona fervono i preparativi per l’avvio del Simposio Europeo sull’accompagnamento dei giovani, gli oltre 250 partecipanti si preparano con l’aiuto di un sussidio

 

Mentre a Barcellona fervono i preparativi per l’avvio del Simposio Europeo sull’accompagnamento dei giovani, in questi mesi gli oltre 250 partecipanti si sono preparati all’appuntamento di fine mese (28-31 marzo) con l’aiuto di un sussidio in dodici punti. Tra i temi affrontati: 1) Gesù e l’accompagnamento; 2) Entusiasmo cristiano e volontà di Dio; 3) Diversità e relazione; 4) Identità e vita; 5) Comunità e famiglia; 6) Famiglia e Chiesa; 7) Speranza e pienezza di vita; 8) Gioia e vita; 9) Giovani e i loro linguaggi; 10) Accompagnamento e Spirito Santo; 11) Esame di coscienza e testimonianza; 12) Evangelizzazione e Cristo.

Il documento è il risultato di un’ampia consultazione. Nel settembre 2015, un comitato composto da rappresentanti di cinque ambiti pastorali (catechesi, scuola, università, giovani e vocazioni) si è incontrato a Malta e ha redatto un documento che è stato discusso durante la prima metà del 2016 in incontri separati con i delegati nazionali di tutti e cinque i settori. Il maggior numero possibile dei loro commenti è stato poi inserito nel documento finale, redatto a Madrid, da un altro piccolo comitato in rappresentanza dei cinque ambiti pastorali.

“I giovani sono decisivi per la vita della Chiesa e della società! Essi hanno molti doni da condividere e che bisogna valorizzare: dedizione, creatività, generosità, desiderio di conoscere l’altro e di accoglierlo, o meglio, un grande desiderio di amare e di essere amati, di conoscere la verità e di aderire a essa. Essi credono di potere cambiare il mondo, ed è giusto e buono che lo credano…”, afferma mons. Duarte da Cunha, Segretario Generale del CCEE, e prosegue “Accompagnare i giovani diventa, quindi, una bellissima missione che Gesù ci affida. Significa per l’accompagnatore seguire insieme ai giovani la luce di Dio. La vita di chi accompagna non ha bisogno di essere perfetta ma egli deve guardare a Dio e vivere con impegno la realtà presente. Così, anche quando il giovane deve sorpassare ostacoli, l’accompagnatore è capace di dare un orientamento, una nuova perspettiva che diventa anche proposta attraente, al contrario del consumismo che non riesce a riempire il cuore. Amare i giovani porta a testimoniare con la vita e la parola che vale la pena andare avanti, che cosa sia il bene e il male, e che cos’è la felicità vera. Non c’è, infatti, gioia più grande per un educatore che vedere il giovane aver un rapporto personale con Gesù Cristo, diventare cosciente di poter dare anche lui liberamente la vita per gli altri così da diventare lui stesso un vero testimone e accompagnatore per gli altri. Dobbiamo quindi curare non solo i giovani ma anche le famiglie e le comunità perché esse siano sempre più disponibili e entusiasmate da questa missione di mostrare Cristo e di camminare con Lui. Per questo motivo, a Barcellona, le giornate saranno scandite da momenti di preghiera e dalla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia durante la quale si pregherà per le vocazioni (mercoledì 29) e per la famiglia (giovedì 30)”.

Nella serata di mercoledì 29 marzo alle ore 19.45 presso la Chiesa di Sant’Anna (Plazoleta de Santa Anna, 29 – 08002  Barcellona), i giovani del servizio diocesano di pastorale giovanile animeranno una veglia di preghiera. La veglia, che vuole essere un momento di preghiera per i giovani dell’Europa, prevede alcune testimonianze intercalate da momenti di adorazione e da canti. Al termine, i giovani animatori di Barcellona incontreranno i partecipanti in un momento di convivialità. Zenit 16

 

 

 

 

Papa: “Evitiamo l’amore ipocrita, da telenovela. Diventiamo strumenti della carità di Dio”

 

Nell’udienza generale di oggi, Francesco ha spiegato il senso autentico dell’amore e della carità, le nostre “vocazioni più alte”

 

“Siamo chiamati all’amore, alla carità”. Questa “è la nostra vocazione più alta”. San Paolo ci mette però in guardia: c’è il rischio che la nostra carità e il nostro amore siano macchiati dall’ipocrisia. Lo ha ricordato stamattina, 15 marzo 2017, Papa Francesco in Piazza San Pietro, nel corso della catechesi dell’Udienza generale.

Il Papa, che prima di salire sul palco ha incontrato una delegazione di cattolici cinesi visibilmente commossi, ha dato indicazioni precise per fare in modo che l’amore e la carità che esprimiamo siano sinceri, non siano “una telenovela”.

L’ipocrisia – ha spiegato il Santo Padre – si insinua quando “il nostro è un amore interessato, mosso da interessi personali”. Oppure “quando i servizi caritativi in cui sembra che ci prodighiamo sono compiuti per mettere in mostra noi stessi o per sentirci appagati”.

Si tratta di ipocrisia – ha detto – quando svolgiamo attività solo per “fare sfoggio della nostra intelligenza o delle nostre capacità”. Una ipocrisia dettata da una falsa idea, secondo cui la carità è una creazione dell’uomo. Essa è invece “una grazia”, che “non consiste nel far trasparire quello che noi siamo, ma quello che il Signore ci dona e che noi liberamente accogliamo”.

Ecco allora che ci viene data “la possibilità di vivere anche noi il grande comandamento dell’amore, di diventare strumenti della carità di Dio”. Se facciamo questo incontro con Lui, comprendiamo che “tutto quello che possiamo vivere e fare per i fratelli non è altro che la risposta a quello che Dio ha fatto e continua a fare per noi”. Anzi, Francesco sottolinea che “è Dio stesso che, prendendo dimora nel nostro cuore e nella nostra vita, continua a farsi vicino e a servire tutti coloro che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino, a cominciare dagli ultimi e dai più bisognosi nei quali Lui per primo si riconosce”.

Quello di San Paolo è quindi più che un rimprovero – afferma il Papa – un incoraggiamento a “ravvivare in noi la speranza”. Bergoglio rileva che è comune a tutti “l’esperienza di non vivere in pieno o come dovremmo il comandamento dell’amore”. Ma “anche questa è una grazia, perché ci fa comprendere che da noi stessi non siamo capaci di amare veramente: abbiamo bisogno che il Signore rinnovi continuamente questo dono nel nostro cuore, attraverso l’esperienza della sua infinita misericordia”.

Solo così – aggiunge il Pontefice – “torneremo ad apprezzare le cose piccole, semplici, ordinarie; tutte le piccole semplici cose di ogni giorno e saremo capaci di amare gli altri come li ama Dio, volendo il loro bene, cioè che siano santi, amici di Dio”. Di qui il suo invito finale: “E allora, con il cuore visitato e abitato dalla sua grazia e dalla sua fedeltà, viviamo nella gioiosa speranza di ricambiare nei fratelli, per quel poco che possiamo, il tanto che riceviamo ogni giorno da Lui”.  Federico Cenci, Zenit 15

 

 

 

 

Il vescovo di Monreale: «No ai boss padrini in cresime e battesimi»

 

La sfida alla mafia del vescovo Pennisi: «Non possono essere ammessi all’incarico di padrini di battesimo e di cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli» - di Paolo Di Stefano

 

«Non possono essere ammessi all’incarico di padrini di battesimo e di cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli»: con un decreto, emanato giovedì, l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi recide le possibili connivenze e ambiguità tra la sua diocesi e la criminalità mafiosa. «Era giusto fare chiarezza», dice, «a dicembre il figlio di Riina ha fatto il padrino di battesimo a suo nipote e una settimana prima si era cresimato a Padova. Il padrino cristiano dovrebbe essere garante dell’educazione alla fede del bambino: come può esserlo se vive in contrasto con il Vangelo, nella violenza e nella totale obbedienza al dio denaro? C’è una palese incompatibilità su cui è giusto essere chiari».

Monsignor Pennisi, questo decreto ha l’aria di essere una misura esemplare, che potrebbe estendersi anche ad altre diocesi.

«Non si può ignorare che fare il padrino di battesimo o di cresima serve proprio a riacquistare un consenso e un’onorabilità religiosa che il padrino mafioso non merita. Dunque, dobbiamo sempre vigilare, e non solo in una diocesi, come la mia, che è storicamente la culla della mafia, con Corleone, Cinisi, San Giuseppe Jato...».

Non è cambiato niente negli ultimi anni?

«Oggi la mafia, specie sui giovani, non ha l’influsso sociale che aveva fino a vent’anni fa, grazie al lavoro sulla legalità che si fa nelle scuole».

All’interno della Chiesa sono tutti d’accordo sulla necessità di vigilare?

«Anche nella Chiesa c’è chi pensa che con la mafia si debba essere più morbidi, per non turbare troppo gli equilibri sociali. Quando sono intervenuto a proposito del figlio di Riina, ho letto tanti commenti sui social in cui si diceva: “Ma perché il vescovo non si fa i fatti suoi?”. Su questo decreto ho consultato il consiglio presbiterale della diocesi e ho ottenuto un’approvazione unanime».

E se non l’avesse ottenuta?

«Sarei andato avanti nelle mie convinzioni».

Da cosa nascono le resistenze?

«Da un’ambiguità di fondo: si pensa che la mafia sia meno pericolosa perché non mostra il suo aspetto feroce, senza pensare che continua ad avere una sua influenza, magari più sottile, nella mentalità: a Niscemi, qualche anno fa, ho visto dei ragazzi che, guardando un film su Riina, lo ammiravano come fosse una specie di mito. Su questo dovrebbero riflettere anche al Nord, visto che la mafia, anzi le mafie non sono più un fenomeno siciliano, ma una mentalità italiana e persino europea».

Che consiglio darebbe ai suoi confratelli del Nord?

«Di studiare, informarsi, non farsi illudere, vigilare sulla delinquenza che si ammanta di religiosità. Mi piacerebbe che il mio decreto facesse riflettere tutti, anche a Milano e a Padova, dove il figlio di Riina, per ottenere la cresima, deve aver seguito anche un iter con dei corsi in parrocchia, eccetera...».

Le è capitato di avere incontri ravvicinati con esponenti della criminalità?

«Sono stato undici anni vescovo di Piazza Armerina, nel 2008 sono stato minacciato perché a Gela avevo proibito i funerali solenni di un boss. Ho visitato tante carceri, in quel periodo, e ho incontrato diversi mafiosi a cui ho sempre fatto un discorso chiaro: convertirsi significa cambiare vita, riparare ai propri torti, chiedendo pubblicamente perdono alle famiglie delle vittime. La conversione non è un dispiacere intimo né tanto meno una scelta di facciata. In carcere ho conosciuto dei mafiosi che piangevano: “Se vede i miei figli dica loro di non seguire la mia strada, ormai io se mi dissocio rischio la vita...”. Io faccio sempre un esempio biblico».

Quale?

«Zaccheo, il capomafia di Gerico, accolse a casa sua Gesù dicendo che avrebbe dato la metà dei suoi beni ai poveri e avrebbe restituito quattro volte tanto a coloro che aveva frodato. Io insisto sempre sulla coerenza tra culto e vita: la fede non si riduce alla parata della processione, ma è culto, cultura e carità».

Lei l’ha imparato presto?

«La mia era una famiglia contadina di Grammichele, nel Catanese, mio padre era padrino di una ventina di bambini e regalava loro il Vangelo, nient’altro, niente catenine d’oro, voleva educarli alla fede...».

Monsignor Pennisi, non ha mai avuto paura?

«Certo, siamo persone... Ma ho sempre continuato il mio ministero e lo continuo senza farmi intimidire da chi non la pensa come me. Una volta padre Puglisi mi ha chiamato per un incontro pubblico proprio sulla cresima come sacramento della testimonianza cristiana. Era una persona semplice, sempre con il sorriso sulle labbra, ma aveva un temperamento deciso. Quando l’hanno ucciso ho capito subito che era un delitto di mafia, anche se avevano provato a depistare parlando di una rapina». CdS 16

 

 

 

 

Il Papa: "Chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo"

 

Francesco ha rivolto "un pensiero speciale" "ai lavoratori di 'Sky Italia', e ha auspicato "che la loro situazione lavorativa possa trovare una rapida soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie"

 

CITTA' DEL VATICANO - Chi toglie il lavoro all'uomo "fa un peccato gravissimo". Non usa mezzi termini papa Francesco, nel corso dell'udienza generale in piazza San Pietro, nel denunciare l'atteggiamento di chi "per manovre economiche" o in nome di "negoziati" poco chiari toglie lavoro e dignità alle persone. "Fare di tutto - esorta il Pontefice a fine udienza parlando a braccio - perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e così guardare in faccia gli altri con dignità". Quindi la denuncia: "Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprendimenti lavorativi e toglie il lavoro agli uomini, fa un peccato gravissimo".

 

 Il Papa ha anche rivolto "un pensiero speciale" "ai lavoratori di 'Sky Italia', e ha auspicato "che la loro situazione lavorativa possa trovare una rapida soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie". Sky Italia ha un progetto di ristrutturazione che prevede, in particolare, la chiusura della sede di Roma con il canale di 'all news', oltre duecento licenziamenti e più di trecento spostamenti di lavoratori da Roma a Milano.

 

 Il Papa, in udienza generale, ha messo in guardia dal "rischio che la nostra carità sia ipocrita, che il nostro amore sia ipocrita. Ci dobbiamo chiedere allora: quando avviene questo, questa ipocrisia? E come possiamo essere sicuri che il nostro amore sia sincero, che la nostra carità sia autentica? Di non far finta - ha aggiunto - di fare carità o che il nostro amore non sia una telenovela, no, amore sincero, forte".

 

  "L'ipocrisia - ha messo in guardia Bergoglio - può insinuarsi ovunque, anche nel nostro modo di amare. Questo si verifica quando il nostro è un amore interessato, mosso da interessi personali; quanti amori interessati ci sono! Quando i servizi caritativi in cui sembra che ci prodighiamo sono compiuti per mettere in mostra noi stessi o per sentirci appagati; o ancora quando miriamo a cose che abbiano 'visibilità' per fare sfoggio della nostra intelligenza o delle nostre capacità. Dietro a tutto questo c'è un'idea falsa, ingannevole, vale a dire che, se amiamo, è perché noi siamo buoni; come se la carità fosse una creazione dell'uomo, un prodotto del nostro cuore. La carità, invece, è anzitutto una grazia, è un regalo: potere amare è un dono di Dio e dobbiamo chiederlo, lui lo dà volentieri se noi lo chiediamo".

 

 Anche un gruppo di pellegrini cinesi in piazza San Pietro tra i circa 12 mila arrivati da ogni parte del mondo per l'udienza generale di papa Francesco.

 

 Prima di percorrere l'ultimo tratto a piedi sul sagrato, il Papa è sceso dalla papamobile scoperta e ha salutato un gruppo di fedeli cinesi, con le bandierine rosse, visibilmente commossi. Alcuni si sono inginocchiati per baciargli i piedi. Mentre le guardie svizzere e i gendarmi erano visibilmente in imbarazzo. Francesco ha ricambiato con carezze e abbracci. Alcuni fedeli hanno portato a braccio una statua della Madonna di Fatima. LR 15

 

 

 

 

 

Papa Francesco, 4 anni dopo. Che cosa ha cambiato davvero il Papa venuto dalla fine del mondo

 

Resistenze, cambiamenti, giudizi esagerati tra i suoi detrattori (e tra i suoi «fan»): il papato di Bergoglio, il più riformatore tra i pontefici moderni, scatena esaltazioni e contestazioni potenti. Ma nell’anniversario della sua elezione, ecco che cosa è mutato davvero nella Chiesa - di Luigi Accattoli

 

Sono passati quattro anni dall’elezione di Francesco e quel «buonasera» continua ad agitare le acque della cattolicità: i pro e i contro si infittiscono, il tifo va oltre i confini della Chiesa e la condanna altrettanto, il Vaticano appare tutto come un cantiere con sopra la scritta «Lavori in corso». L’ingresso nel quinto anno di Pontificato è dunque buono: «Se c’è conflitto c’è vita» dice lo stesso Bergoglio a ogni occasione.

L’autorità per imporre la collegialità

Non si vede ancora la piramide rovesciata che il Papa delle periferie vorrebbe realizzare, pare anzi che l’esercizio dell’autorità petrina (che si richiama cioè a Pietro, il primo tra gli apostoli) sia più forte che mai, ma la sensazione è di trovarsi nel vortice di un mutamento epocale. I difensori a oltranza della governance bergogliana sostengono che nel sistema cattolico certi cambiamenti si possono fare solo d’autorità: anche quelli che dovrebbero portare a una conduzione più collegiale e meno verticale delle responsabilità papali.

La Curia

La riforma della Curia è andata avanti a rilento, in questi anni, e il completamento non si sa quando arriverà: forse nel 2018. Sono state create due «segreterie», una per l’economia e una per la comunicazione, ciascuna delle quali riconduce — dovrebbe ricondurre — a una gestione coordinata di una decina di organismi fino a ieri indipendenti. Vi sono stati un paio d’altri accorpamenti minori e soprattutto è stato sperimentato, pare con buoni risultati, il «Consiglio dei nove cardinali», che ha il compito di aiutare il Papa «nel governo della Chiesa universale».

La famiglia e i migranti

I due Sinodi sulla famiglia (2014 e 2015) hanno fatto immaginare che Francesco voglia dare maggiore forza allo strumento sinodale, ma una riforma dello statuto non è ancora in cantiere. Ha indetto un nuovo Sinodo sui giovani che si terrà nel 2018 e forse in quell’occasione si andrà a qualcosa di nuovo. Le aperture alle famiglie «ferite», con la possibilità d’avere i sacramenti per divorziati risposati che si trovano in situazioni particolari (non possono tornare indietro e sono pentiti di quanto hanno fatto), gli hanno provocato le maggiori critiche. Altre, con apparizioni persino di manifesti anonimi sui muri di Roma all’inizio dello scorso febbraio, se le è attirate con le decisioni prese d’autorità, per esempio sull’Ordine di Malta e sui Francescani dell’Immacolata. Ma anche la sua continua battaglia per i poveri e i migranti l’espone ad attacchi, sia dentro che fuori la Chiesa: per esempio qui da noi da parte della Lega di Salvini, che lo ritiene corresponsabile dell’onda migratoria; e da parte della destra economica mondiale, a partire da quella statunitense, che lo considera «comunista».

Il riformatore più audace

Tutti i Papi sono stati sempre contestati, da dentro e da fuori, da destra e da sinistra. È lo scotto che la Chiesa Cattolica paga con la sua pretesa — unica sul pianeta — di affidare a una sola persona il governo di una realtà mondiale che raccoglie oltre un miliardo di battezzati. Ma se tutti i Papi sono contestati, i Papi riformatori sono contestati due volte: è un convincimento antico che nelle Chiese che non si debba mai cambiare nulla e chi propone mutamenti viene posto comunque sotto accusa. Bergoglio è il riformatore più audace tra i Papi contemporanei.

Infine Francesco è contestato tre volte a motivo della sua libertà di parola, che chiama «parresia», con parola greca che prende dal Nuovo Testamento. Tutti i Papi recenti cercavano di attenuare con il proprio linguaggio il risentimento di quanti non erano d’accordo. Seppure dovevano contraddirli, provavano a farlo con buone parole. Papa Francesco invece non si preoccupa di tenere buoni gli oppositori e — qui è la più sorprendente delle sue novità — persino polemizza con loro, dicendo per esempio che quanti vogliono «tornare indietro» rispetto al Concilio Vaticano II sono «stolti» e «testardi». Si tratta di un atteggiamento spregiudicato che è forse attribuibile alla «libertà di spirito» dei gesuiti, che è famosa; e che agita oppositori e sostenitori oltre l’oggettiva valenza delle singole vicende.

Le drammatizzazioni

Sommando i tre fattori generatori di vive reazioni si ottiene un conflitto tra esaltazione e contestazione che accompagna la narrazione d’ogni giornata papale e che è più forte rispetto a quanto abbiamo conosciuto con tutti i Papi dell’ultimo secolo. Abbondano gli esempi di drammatizzazioni ingenue degli antagonisti, che si esprimono soprattutto nel Web: la rinuncia di Benedetto non fu libera e dunque non è valida, Francesco non è stato eletto nel rispetto delle norme canoniche, non è adeguato al compito al quale è stato chiamato, sta portando la Chiesa alla rovina. I sostenitori tessono, a specchio degli accusatori, lodi altrettanto esagerate, anche queste più nella Rete che nella realtà: Papa Bergoglio ha liberato la Chiesa dalla sindrome della sconfitta storica, ha riportato i fedeli al confessionale, ha già ottenuto una ripresa delle vocazioni, se non fosse ostacolato dalla Curia e dagli episcopati potrebbe fare molto di più.

I cinque cambiamenti (veri)

Liberandolo dalle due ali più chiassose ma poco consistenti, il dibattito su Francesco ha acquisito, in quattro primavere, alcuni punti essenziali condivisi dalla grande maggioranza dei cattolici e degli osservatori: sotto il suo regno c’è una nuova serenità nella Chiesa e nel suo rapporto con l’umanità circostante, si viene affermando un nuovo linguaggio delle guide della Chiesa più vicino alla cultura post-moderna, si registra una minore conflittualità delle comunità cattoliche nazionali con i rispettivi Parlamenti, un loro maggiore impegno sul fronte umanitario ed ecologico. www.luigiaccattoli.it CdS 13

 

 

 

 

Papa Francesco, le sfide del suo quinto anno: dalla Cei alla Cina. Con la spina dei tradizionalisti. E di Trump

 

Il 13 marzo di quattro anni fa Jorge Mario Bergoglio veniva eletto dal conclave. Gli ultimi dodici mesi hanno visto affiorare con evidenza gli oppositori del suo pontificato. E per lui, a 80 anni, ci sono diversi fascicoli aperti: dalla Cei alle diocesi di Roma e Milano, dalla pedofilia nella Chiesa al sacerdozio per gli uomini sposati, dal ruolo delle donne al Caso Medjugorje. E al rapporto con la Casa Bianca - di ANDREA GUALTIERI

 

ROMA - Lo ha detto chiaramente: chi lo contesta non gli toglie il sonno. Ma il quarto anno del pontificato di Jorge Mario Bergoglio che si chiude oggi, anniversario della fumata bianca, è stato segnato da un logorio interno al Vaticano diventato ormai rumore di fondo. E così mentre messaggi d'auguri arrivano da tutto il mondo per ricordare il 13 marzo 2013, quando il Conclave elesse il successore di Benedetto XVI, è tra gli zucchetti rossi e violacei che circondano Francesco l'habitat nel quale coloro che hanno poca voglia di festeggiare la ricorrenza non si nascondono più. E proprio loro rischiano di complicare la vita al successore di Benedetto XVI che si ostina, invece, a spendere le sue energie su altri fronti: dall'ecumenismo al rinnovamento dell'episcopato, dai rapporti con la Cina a quelli con l'America nazionalista di Trump, dal ruolo delle donne nelle comunità ecclesiali a quello degli uomini sposati nell'amministrazione dei sacramenti, dall'applicazione delle disposizioni sul matrimonio al risveglio delle coscienze su migranti e poveri. Sono queste le sfide del quinto anno del pontefice venuto "quasi dalla fine del mondo" per cambiare il volto della Chiesa.

 

IN VIAGGIO PER L'ECUMENISMO - L'agenda internazionale prevede ritmi impegnativi. Bergoglio, che per sua ammissione non amava viaggiare quando era arcivescovo di Buenos Aires, a ottant'anni si appresta a partire per India e Bangladesh, andrà in Colombia a settembre per sugellare l'accordo di pace con le Farc per il quale si è impegnato in prima persona. E poi si stanno definendo i dettagli di un viaggio che lo dovrebbe portare in Egitto, dove resta aperta la ferita per le violenze sui cristiani copti degenerate con la strage nella cattedrale del Cairo del dicembre scorso, e nel Sud Sudan ancora martoriato dalla guerra civile. Ad accompagnarlo sarà il primate anglicano Welby e si rinnoverà quindi l'appello per quello che Francesco definisce "ecumenismo del sangue": un percorso, caro al pontefice, che permetta alle confessioni cristiane di riavvicinarsi partendo dal comune martirio.

 

LE SPINE CON RUSSIA, USA E CINA - Lento ma certosino il lavoro diplomatico che punta a ricucire lo strappo con la Cina sulla questione della scelta dei vescovi. il Vaticano potrebbe alla fine accettare un confronto preliminare alle nomine, ma gli ostacoli sono tanti e Pechino resta lontana, nonostante i messaggi distensivi. Resterà poi un desiderio irrealizzato - come già per Giovanni Paolo II - il viaggio in Russia: "Non posso andare, perché dovrei andare anche in Ucraina", ha affermato il Papa. E sarà un terreno minato anche quello che dividerà il Vaticano dalla Casa Bianca. Bergoglio non perde occasione per mandare segnali critici nei confronti della politica di Donald Trump. L'ultimo riguarda gli indigeni che, ha detto il Papa, "hanno diritto a decidere sulle loro terre". A maggio, il presidente Usa arriverà in Italia per il G7 a Taormina ma eviterà di fare tappa in Vaticano. E la freddezza tra i due rischia di creare tensione con l'episcopato statunitense che invece trova punti di contatto con il tycoon.

 

TRA FATIMA E MEDJUGORJE - Il 12 e 13 maggio, intanto ci sarà la visita papale in Portogallo per il centenario delle apparizioni di Fatima. Un appuntamento che arriva mentre si surriscalda un altro fronte mariano, quello di Medjugorje. Francesco ha sempre usato espressioni prudenti sul fenomeno della Bosnia-Erzegovina, al limite dell'ostilità. Come quando, di recente, ha sottolineato che la Madonna non è "capo ufficio postale che ogni giorno manda una lettera diversa". Dopo la conclusione dei lavori della commissione presieduta dal cardinale Camillo Ruini, la Santa Sede ha inviato l'arcivescovo polacco Henryk Hoser per vigilare su ciò che viene proposto ai pellegrini. Ma nel frattempo il dossier resta sul tavolo della Congregazione per la dottrina della fede. E su quello del Papa.

 

I DOSSIER INTERNI ALLA CHIESA - Sul fronte interno al mondo cattolico è ancora vivace il dibattito post sinodale sulla famiglia e in particolare sulla comunione ai divorziati risposati. È su questo che quattro cardinali hanno messo in discussione il pontefice facendo pubblicare la lettera con i 'dubia' che denunciavano "confusione". La linea ufficiale del Vaticano, anche in questo caso, prevede che si vada avanti con l'applicazione dell'esortazione apostolica, ignorando le contestazioni. C'è poi la questione dei cosiddetti 'viri probati', cioè gli uomini sposati per i quali - ha detto Francesco - si deve pensare alla possibilità di un'ordinazione sacerdotale in alcune zone del mondo. E poi c'è la commissione che si è insediata a novembre per valutare l'ammissione delle donne al diaconato. E l'altra che è chiamata a dettare le linee guida sulla lotta alla pedofilia e che ha appena subito l'abbandono polemico da parte della vittima di abusi, che ha denunciato resistenze alla linea della fermezza dettata dal pontefice. Resistenze che si riflettono anche nella riforma della curia. Dopo l'istituzione del dicastero per lo Sviluppo umano integrale (nel quale il Papa ha conservato per sé la delega ai migranti) e la riorganizzazione dell'area della comunciazione, nuove decisioni sono all'orizzonte. Una potrebbe riguardare la Congregazione dei vescovi, che ha competenza sulle cattedre episcopali nel mondo.

 

LE NOMINE IN ITALIA - Proprio sulle nomine, il quinto anno di Francesco sarà decisivo per l'Italia. A maggio il Papa sceglierà, tra una terna indicata dall'assemblea dei presuli nazionali, il successore di Angelo Bagnasco alla guida della Cei, mentre hanno già raggiunto i limiti d'età l'arcivescovo di Milano, Angelo Scola, e il vicario di Roma, Agostino Vallini. Bergoglio ha chiesto al clero e ai fedeli della diocesi capitolina di scrivere per dargli indicazioni utili. Una forma di consultazione più estesa rispetto a quella prevista dalla prassi, che potrebbe diventare un modello da applicare anche altrove. E questa, forse, potrebbe essere una delle riforme più importanti per trasferire anche nelle periferie della Chiesa l'approccio pastorale voluto da Francesco. LR 13

 

 

 

 

13 marzo 2013: Papa Francesco, un’elezione nel segno della misericordia

 

Oggi sono quattro anni, da quando i cardinali in conclave nella Cappella Sistina del Vaticano hanno eletto il cardinale Jorge Mario Bergoglio SJ, Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), come successore di Pietro. Un’elezione nel segno della misericordia divina, tanto che il Papa stesso ha sancito questo proposito sul suo stemma papale. Un’elezione basata sul programma scelto dai cardinali elettori a seguito dell’intervento del cardinale argentino al “pre-conclave”. La scelta di un Papa è la scelta di Dio, ma i cardinali in preghiera sono anche guidati nel loro voto anche da questi accordi presi prima del conclave.

Pioggia e tripudio

Divenne così, all’età di 77 anni – è nato 17 Dicembre 1936 – il 266 ° Papa, primo Pontefice dal sud del mondo e del continente americano, primo Papa della Compagnia di Gesù, che ha preso il nome di Francesco, in riferimento a San Francesco d’Assisi e all’amore per la pace e per i poveri. A Roma non c’era stato nessun vescovo extra-europeo dai tempi del siro Gregorio III, nel secolo VIII.

Le telecamere di tutto il mondo si sono rivolte sul tetto del camino della Cappella Sistina, dove soltanto i gabbiani hanno occupato a lungo gli obiettivi. Poi il fumo bianco ha indicato che la seconda votazione del pomeriggio aveva portato alla elezione – la quinta votazione dei 115 cardinali – e una potente ovazione è salita da Piazza San Pietro, dove, nonostante la pioggia, la folla continuava ad arrivare. Il primo fumo martedì 12 marzo era nero, seguito da altri tre fumi neri mercoledì mattina e mercoledì pomeriggio.

Poi di notte, dalla loggia delle benedizioni, il cardinale francese Jean-Louis Tauran ha annunciato la “grande gioia”: “Habemus Papam! Ha quindi detto che si sarebbe chiamato Francesco. Francesco poi è comparso, in un primo momento silenzioso, tra gli applausi, mentre le fanfare intonavano l’inno del Vaticano.

Ai media, il nuovo Papa indicherà qualche giorno più tardi che “Francesco è l’uomo della pace e così è venuto il nome nel mio cuore: Francesco di Assisi che è per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato […] Nell’elezione io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche Prefetto emerito per la Congregazione per il clero, il card. Claudio Hummes, un grande amico. Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa lui mi confortava e quando i voti sono saliti ai due terzi, viene l’applauso consueto perché è stato eletto il Papa. Allora lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: ‘Non dimenticarti dei poveri’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco di Assisi, poi ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva fino a tutti i voti”.

Il suo primo messaggio – “Buona sera!” “Buona sera!” –  e il suo modo di essere semplice ha conquistato rassicurato i romani, perché questo figlio di immigrati italiani ha parlato il linguaggio della sua diocesi. E la prima cosa che ha chiesto è stata una preghiera per il Papa emerito Benedetto XVI: il nuovo Vescovo di Roma ha pregato con la folla che applaudiva un Padre Nostro, un Ave Maria e un Gloria a Benedetto XVI. Ha segnato così il suo desiderio di continuità.

Il suo motto episcopale, sottolineando la misericordia di Dio in azione, sarà il suo motto papale “miserando atque eligendo“. Questa citazione proviene dalle Omelie di Beda il Venerabile. Commentando il racconto evangelico della vocazione di Matteo, egli scrive: “Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi”. Si tratta di una lettura della liturgia delle ore, nel giorno di San Matteo. Il Papa ha sentito la chiamata di Dio in questa festa, il 21 settembre 1953: aveva 16 anni.

Le prime parole, programmatiche

Ma ci sono altri messaggi programmatici nelle prime parole del Papa. Il cardinale argentino disse, appena eletto Vescovo di Roma: “Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui …”. Come primo atto, dicevamo prima, rivolse “una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Il Papa usa poi quello che sarà un leitmotiv del pontificato, una strada da fare insieme con un altro tema, quello della carità – declinato in fiducia, amore e fratellanza – e un terzo di evangelizzazione: “E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!”.

E Papa Francesco, che continua a raccomandarsi alla preghiera dei fedeli, ha iniziato proprio così; chiedendo alla folla riunita di pregare per lui, chinandosi, e questo nuovo atteggiamento rappresenta il legame unico tra il Papa e la folla in silenzio: “E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.”

Il cardinale Tauran ha poi annunciato la benedizione “Urbi et Orbi” sottolineando la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria, alle solite condizioni stabilite dalla Chiesa. Il Papa ha introdotto la preghiera in latino con queste parole in italiano: “Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

E, in un modo spontaneo e senza precedenti, il Papa ha parlato di nuovo dopo la benedizione, traboccante di gratitudine. Ha inoltre annunciato che sarebbe andato il giorno dopo ad affidare il suo pontificato alla Vergine Maria a Santa Maria Maggiore: “Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!”.

Questi primi quattro anni di pontificato hanno costituito una marcia del Vescovo e del popolo di Dio nella preghiera, nella carità, nella fiducia, per costruire in tutto il mondo fraternità, sotto lo sguardo della Vergine Maria.

Così Jean-Louis di Vaissière nel suo recente libro “François dans la tempête” (Francesco nella tempesta) (Salvator, 2017): “Il papa argentino, perfettamente fedele al dogma, porta aria fresca nella Chiesa e cercando di attuare tutto ciò che nel Consiglio non è stato pienamente attuato. Dà il buon esempio con i gesti più che con le parole; egli ha un meraviglioso messaggio di speranza, quella di una Chiesa impegnata per i poveri, nella lotta per la vita di più di sette miliardi di persone”.

La scelta nel pre-conclave

Sapremo successivamente che nel corso del pre-conclave a cui hanno partecipato 161 cardinali tra elettori e non elettori, si era fatto strada il suo nome a seguito di un discorso che aveva tenuto in quell’assise. Il Cardinale Arcivescovo – oggi emerito – dell’Avana, Jaime Ortega, ha poi chiesto al cardinale Bergoglio se potesse leggere quello che ha detto. Bergoglio ha scritto così di suo pugno degli appunti da consegnare al suo collega cubano. Il quale, dopo l’elezione, ha chiesto al Papa di poterlo pubblicare.

Per il Cardinale Ortega è stato un discorso “magistrale, perspicace, accattivante e autentico” che riflette in quattro punti una valutazione della situazione della Chiesa.

Il coraggio e lo zelo per l’evangelizzazione. Egli ha affermato che “la Chiesa deve uscire da sé stessa e cercare le periferie”, non solo geografiche, ma anche umane ed esistenziali, si deve andare dal più piccolo, avvicinando le persone quando si manifestano il peccato, il dolore, l’ingiustizia e l’ignoranza.

Le “malattie” della Chiesa quando non evangelizza consistono nell’autoreferenzialità, nel “narcisismo teologico”, nello sguardo lontano dal mondo che “pretende di tenere Gesù Cristo, senza andare fuori”.

Chiede di fare un discernimento tra Chiesa evangelizzatrice, “quella del ‘Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans’ (la Chiesa che religiosamente ascolta e fedelmente proclama la Parola di Dio)”, e “la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé”. Questo discernimento “deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime”.

Ultimo punto: “Pensando al prossimo Papa: un uomo che, attraverso la contemplazione di Gesù Cristo e l’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che la aiuti a essere la madre feconda che vive ‘della dolce e confortante gioia dell’evangelizzare'”.

Questo è il programma a cui si sono affidati gli elettori che hanno scelto Jorge Mario Bergoglio. E questa riforma, intrapresa sotto il segno della misericordia, come dimostra anche la sorpresa del Giubileo straordinario, ha trovato in lui un padre spirituale: egli ha voluto in qualche modo offrire alla Chiesa – e al mondo – la sua esperienza di misericordia che ha segnato la sua vocazione, lo ha accompagnato nelle tempeste della storia, facendo parte di lui come un’ancora di salvezza. Ogni cristiano – la gente e soprattutto i giovani, in vista del Sinodo loro dedicato nel 2018 – può a sua volta vivere la “misericordia” tutti i giorni. E l’unione tra misericordia ed evangelizzazione coinvolge anche i viaggi papali, compreso quello di Fatima, per il centenario delle apparizioni che si terrà a maggio prossimo. Anita Bourdin, Zenit 13

 

 

 

Mons. Paglia sul biotestamento: “Serve un accordo ampio. Ma la priorità è aiutare i malati a vivere”

 

Milano - «Sul disegno di legge sul testamento biologico, che non c'entra nulla né con l'eutanasia né con il suicidio assistito, mi auguro che ci sia l'accordo più ampio possibile  in Parlamento. Mentre va rispettata la volontà del malato sull'accesso o meno alle terapie, volontà garantita dal dettato costituzionale. Inoltre, si deve contrastare, da un lato, ogni forma di accanimento terapeutico, dall'altro, va dato largo spazio alle cure palliative per non far soffrire il malato». 

 

Così monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un'intervista a Famiglia Cristiana interviene nel dibattito sul fine vita in concomitanza con l'inizio della discussione alla Camera del ddl sul biotestamento. 

 

Paglia poi apre a una riflessione più ampia: «Mi chiedo spesso perché tanta fretta per legiferare sulla eutanasia, che è comunque provocare la morte,  e si tace del tutto senza neppure un cenno programmatico per contrastare gli abbandoni terapeutici che sono una pratica più che diffusa e che riguarda decine di migliaia di malati? Non sarebbe urgente un sussulto di civiltà per aiutare questi ultimi a vivere?». 

 

Infine, sulle posizioni del mondo cattolico sul caso di Fabiano Antoniani, dj Fabo, chiarisce: «Rispetto al passato si è scelto  in luogo della contrapposizione ideologica la via del dialogo e dell'approfondimento ma senza nessuna rinuncia ai principi. Va peraltro evitato un giudizio morale che leghi senza appello peccato e peccatore, come scriveva papa Giovanni. Dobbiamo essere larghi nella compassione senza diminuire la fermezza nei principi».

 

L'intervista integrale è stata pubblicata online sul sito Famigliacristiana.it al seguente link:

http://www.famigliacristiana.it/articolo/paglia-sul-biotestamento-serve-un-accordo-ampio-ma-vanno-aiutati-i-malati-a-vivere.aspx.   dip 13

 

 

 

 

“Non temo le streghe, ma le chiacchiere. Anche vaticane”

 

Il Papa in periferia, nella parrocchia romana di Santa Maddalena di Canossa: le autrici di incantesimi «non esistono», altra cosa è «fare la strega» sparlando. «La tv mi fa brutto» - DOMENICO AGASSO JR

 

ROMA - Più di tutto lo spaventa la malvagità della gente. Oltre che le chiacchiere. Anche quelle della Curia romana. Non le streghe, che sono solo «una bugia». Nel pomeriggio di oggi, 12 marzo 2017, papa Francesco si reca in visita pastorale alla parrocchia di Santa Maddalena di Canossa, nella Borgata Ottavia, periferia di Roma.  

 

Al suo arrivo in quella che è la quattordicesima visita nella sua diocesi, il Pontefice incontra i bambini e i ragazzi del catechismo. Quindi il Vescovo di Roma saluta gli anziani e gli ammalati, gli sposi che hanno battezzato i propri figli nel 2016 e gli operatori pastorali. Infine, confessa alcuni penitenti. 

Successivamente, presiede nella chiesa parrocchiale la Messa. 

 

Tra gli applausi dei fedeli, nella vigilia del quarto anniversario del pontificato, il Papa viene accolto dal vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini. La folla lo saluta calorosamente e il Papa si concede anche a tanti selfie. Quindi ha cominciato a rispondere - «a braccio» - ai bambini della diocesi: «Quando Sara mi ha fatto la domanda “di cosa hai paura?”, ha aggiunto: “Io ho paura delle streghe”. Ma le streghe non esistono e non fanno paura. Fanno magari tre o quattro cose (riti magici, ndr) ma quelle si chiamano stupidaggini. Le streghe non hanno alcun potere. Sono una bugia». Invece «mi spaventa - continua - quando una persona è cattiva. La malvagità della gente mi fa paura. Tutti abbiamo il seme della cattiveria dentro ma quando una persona sceglie di essere cattiva mi spaventa perché può fare tanto male, in famiglia, sul posto di lavoro, anche in Vaticano quando c’è il chiacchieraggio».  

 

Prosegue il Papa, di nuovo tracciando un parallelismo tra lo sparlare degli altri e il terrorismo: «Voi avete sentito dalla tv cosa fanno i terroristi. Buttano una bomba e scappano. Le chiacchiere sono così. Una bomba e scappare via. Distruggono tutto. E soprattutto il tuo cuore. Se è capace di buttare la bomba, il tuo cuore diventa corrotto: mai le chiacchiere. Morditi la lingua prima di dirle. Ti farà male ma non farai male all’altro. Mi spaventa la capacità di distruzione che ha lo sparlare dell’altro. Questo è fare la strega, questo è essere un terrorista». 

 

Poi, parla di un altro «cattivo utilizzo» della parola: «Le parolacce non sono belle ma le bestemmie sono le più brutte, mai una bestemmia», raccomanda.  

 

Francesco aggiunge: quando «vedete che i genitori a volte litigano, perché questo è normale, sapete che cosa devono fare dopo? Fare la pace e voi stessi dite ai vostri genitori, se voi litigate fate la pace prima che finisca la giornata».  

 

Il Pontefice parlato anche dei suoi momenti belli, ricordando quando da piccolo andava allo stadio con il padre la domenica: «Non c’erano problemi negli stadi. Dopo mezzogiorno si poteva andare allo stadio e poi tornare».  

 

Un altro «momento bello è incontrare gli amici. Prima di venire a Roma in dieci amici facevamo delle gite. Abbiamo finito la media insieme. Ognuno veniva con la sua famiglia». Per Papa Bergoglio è piacevole anche « quando posso pregare in silenzio o leggere la Parola di Dio».  

 

Il Pontefice chiede ai bambini: «E voi avete momenti belli?»; ottiene un’altra domanda: «Ti piace guardarti in tv?». Disarmante la risposta di Jorge Mario Bergoglio: «La tv mi fa brutto. Ti cambia la faccia. Non ti vedi come sei. È una stupidaggine perdere tempo per guardarsi in tv».  

 

Altro quesito dei ragazzi: «Sei contento di fare il Papa o avresti preferito essere un semplice sacerdote in una piccola parrocchia?». Ecco il responso papale: «Non si studia per fare il Papa... Né si paga per diventare Papa. E se tu hai un mucchio di soldi e li dai ai cardinali ti faranno Papa? Allora se non si studia e non si paga chi ti fa Papa? Dio». Francesco ripete che colui che viene scelto papa è «quello che Dio vuole» e per spiegare la forza dell’amore di Gesù Cristo che è «il primo ad avvicinarsi» ricorda anche come il primo pontefice della storia, Pietro, avesse rinnegato Gesù: «Fu un peccato brutto, brutto, e a questo peccatore lo hanno fatto Papa, Gesù sceglie in ogni tempo chi vuole e anche io sono stato scelto a fare questo lavoro».  

Dunque «mi piace fare il Papa e mi piaceva quando ero parroco e rettore, facevo la catechesi e sempre essere sacerdote mi piaceva tanto. Cosa è più bello? Quello che Dio vuole, quello che il Signore ti chiede questo è bello». Perché «quando il Signore ti dà un compito, che sia una parrocchia, che sia una diocesi o che sia il Papa che cosa ti chiede? Amare, fare una comunità d’amore in cui tutti si vogliono bene». E questo «lo devono fare tutti. La pace si comincia in famiglia e con i compagni di scuola. Cosa devi fare se tu ti arrabbi? Fa la pace e continua ad andare».  

 

Mentre «ti avvicini a Gesù - dice Francesco rispondendo a un’altra interrogazione - ti accorgi che Lui si è avvicinato prima, Lui fa sempre il primo passo. Ti parla al cuore e se tu non vuoi sentire rimane. Ti aspetta sempre. Noi ci avviciniamo ma poi scopriamo che è lì ad aspettarci. Sempre lì. E se hai fatto qualcosa di brutto ti caccia via? No... Ti perdona, se tu sei pentito. Sempre Gesù si avvicina per primo e sempre è con noi nei nostri cuori. Non ci abbandona nei momenti belli e in quelli brutti ci consola» 

 

Il Papa si sofferma poi sull’uso dello smartphone: il dialogo col telefonino «è virtuale, liquido, non è concreto» e non consente «quell’apostolato dell’orecchio» di cui oggi c’è più che mai bisogno poiché «la mancanza di ascolto è una delle malattie attuali più brutte». Esorta a immaginare questa scena: «A tavola un papà, una mamma, un bambino, una bambina, ognuno di loro col proprio telefonino, tutti parlano ma parlano fuori, tra loro non dialogano, questo è il problema, quindi dico a voi giovani, come si comincia? Sbloccando le orecchie. Per esempio quando vai a visitare un malato stai zitto prima, dai un abbraccio, una carezza, poi una domanda e lo lasci parlare, ha bisogno di sfogarsi o magari di non dire nulla e di essere guardato».  

 

Al primo posto «c’è il cuore e solo al secondo la parola». Si dice « che noi preti dobbiamo parlare a nuora perché suocera intenda, ecco io lo dico ai bambini perché imparino anche i grandi». 

 

Nell’omelia della Messa, afferma Francesco, tornando sul tema della trasfigurazione, che ha trattato anche all’Angelus di questa mattina: «Noi siamo abituati a parlare dei peccati altrui, è una cosa brutta, invece parlare di peccato altrui, dobbiamo non dico farci peccato (come ha fatto Cristo assumendo su di sé il peccato dell’umanità, ndr) perché noi non possiamo, ma almeno guardare i nostri peccati in rapporto a Gesù che si è fatto peccato». Mette a confronto i due «volti di Gesù», quello «luminoso della trasfigurazione» e quello di quanto si è «fatto peccato». Gesù, «mentre scendevano dal monte ordinò ai discepoli di non parlare di questa visione prima che lui non fosse risorto dalla morte». Ma «cosa voleva dire? Che fra questa trasfigurazione tanto bella e quella risurrezione ci sarà un altro volto di Gesù, ci sarà un volto non tanto bello, ci sarà un volto brutto sfigurato, torturato, disprezzato, insanguinato e incoronato di spine, tutto il corpo di Gesù sarà proprio così come una cosa per separare due trasfigurazioni, e in mezzo c’è Gesù crocifisso, la croce, dobbiamo guardare tanto la croce - invita - il padre si compiace in lui, lui si è annientato, per salvarci e per usare una parola troppo forte tropo forte forse una delle parole più forti del Nuovo testamento, che usa san Paolo, “si è fatto peccato”, e peccato è offesa a Dio, è schiaffo a Dio, è dire a Dio “tu non mi importi, io preferisco questo”». 

Gesù «si è annientato e si è abbassato per preparare i discepoli a non scandalizzarsi a vederlo così in croce». Tutto questo «ci incoraggi ad andare avanti nel cammino della vita cristiana, ci incoraggi a chiedere perdono per i nostri peccati, a non peccare tanto, ci incoraggi soprattutto ad avere fiducia perché se si è fatto peccato è disposto sempre a perdonarci, soltanto dobbiamo chiederlo».  Al termine della visita, Francesco fa rientro in Vaticano.  LS 12

 

 

 

 

Mons. Perego: sentenza Corte Ue "spinge verso utilizzo canali umanitari d'ingresso"   

 

Roma - Una sentenza della Corte Ue ha stabilito che “gli Stati membri non sono tenuti, in forza del diritto dell’Unione, a concedere un visto umanitario” ai profughi che “intendono recarsi nel loro territorio con l’intenzione di chiedere asilo”. Secondo Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, la sentenza “spinge verso l’utilizzo di canali umanitari d’ingresso, superando l’utilizzo di strumenti non adeguati come il visto turistico”. In passato il visto turistico è stato spesso utilizzato per fare poi domanda d’asilo, permessi scolastici o per cercare lavoro. “Si comprende che un permesso turistico di 90 giorni non possa trasformarsi in una richiesta d’asilo – dice al Sir -. Da una parte la sentenza è una contraddizione perché in questo momento c’è la necessità di avere vie legali d’ingresso, quindi rischia di limitare ulteriormente la possibilità di un libero canale per richiedenti asilo e di spingere le persone ad utilizzare solo le vie illegali d’ingresso, sprecando risorse, mettendo a rischio vite umane, dando soldi alla criminalità organizzata”. Dall’altra parte, però, “la sentenza non nega niente dal punto di vista della prossimità perché dice solo che se c’è già un’intenzione manifesta non si può dare un permesso per turismo”, quindi è un invito a “non utilizzare lo strumento per altri fini”. “Su questo certamente bisogna vigilare – afferma – però al tempo stesso molti che partono da Paesi in guerra, con disastri ambientali o terrorismo sono costretti ad utilizzare questo strumento perché mancano canali legali d’ingresso”. Per cui, conclude, “tanto vale che ci siano canali umanitari d’ingresso per richiedenti asilo, altrimenti c’è il rischio che si limiti il diritto d’asilo”. Migr. On. 8

 

 

 

 

“Maternità surrogata, nuova schiavitù per le donne”: un articolo de L’Osservatore Romano

 

“Una nuova schiavitù per le donne”, i cui elementi commerciali rivelano un “carattere disumano”. Con un articolo su L’Osservatore Romano in lingua italiana del 5 marzo 2017, Lucetta Scaraffia non usa mezzi termini riguardo alla recente ordinanza del Tribunale di Appello di Trento che ha riconosciuto due uomini come padri di due gemelli nati da una madre surrogata. Davanti alle “gravi colpe” e a un “atto profondamente misogino” della Gpa (Gestazione per altri), l’autrice afferma che si deve lanciare “l’allarme”.

“Colpisce una donna come me, femminista, il fatto che in un momento come questo in cui tante energie e tante voci sono impegnate nel denunciare, giustamente, la violenza sulle donne, siano invece così poche le donne che denunciano quanto sta avvenendo contro di loro sul piano fondamentale della maternità. Cioè che la vendita del corpo femminile — tradizionalmente limitata alle prestazioni sessuali o, un tempo, all’allattamento — si sia estesa all’intero corpo della donna, al suo interno, all’utero, e a un tempo lungo, i nove mesi di una gravidanza”.

Definendo la Gpa una “nuova schiavitù”, la Scaraffia aggiunge: “Le penose condizioni legali imposte alla donna — come accettare l’aborto se così decidono i committenti, ad esempio, oppure di avere già dei figli affinché si affezioni di meno al bambino che porta in grembo — non fanno che rivelare maggiormente il carattere disumano della transazione”.

Un atto crudele

Lucetta Scarafia analizza anche la scelta di “non utilizzare mai l’ovulo della madre che affitta, ma acquistarlo da un’altra donna”. Ne deriva secondo lei “che la figura materna viene definitivamente distrutta, fatta a pezzi”. Si tratta – aggiunge – di “un atto profondamente misogino in questa operazione di tipo commerciale”, che “vuole essere nobilitata da un desiderio che non può essere considerato un diritto per nessuno”.

“Tutti sanno che due padri non sostituiscono una madre, così come due madri non possono sostituire un padre”, afferma ancora. Ed aggiunge: “Se la vita, talvolta, impone a degli esseri umani di convivere fin dall’origine con questa grave mancanza, si deve cercare di porvi rimedio. Ma creare la mancanza volontariamente — per di più protetti dalla legge — solo per esaudire il desiderio di due adulti è veramente un atto crudele”.

“E la cultura che ci circonda, che insiste nell’interpretare questa situazione abnorme come un risultato del progresso che avanza, quasi come se fosse animato da uno spirito proprio, e quindi non controllabile, sta macchiandosi di gravi colpe”, commenta la Scaraffia. Che conclude sollevando la necessità di lanciare l’allarme: “E sono soprattutto le donne, le più danneggiate da queste assurde manipolazioni, a dover lottare per difendere se stesse e i bambini”. Anne Kurian Zenit 7

 

 

 

 

La visita del 25 marzo a Milano. Il Papa in città con l’auto scoperta

 

Piazza Duomo e via Salomone, dove Bergoglio visiterà le «Case bianche», saranno super blindate. In centro i fedeli potranno accedere da nove ingressi presidiati dalle forze dell’ordine. L’assessore Rozza: «Come a Capodanno»

 

Per entrare in Piazza Duomo durante la visita di papa Francesco a Milano, il 25 marzo, ci saranno nove varchi di accesso. Piazza Duomo, dove è previsto l’Angelus, è una delle due zone «rosse», insieme a via Salomone, dove il pontefice visiterà le «Case bianche», le case popolari. Lo ha spiegato l’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza al termine del vertice in Prefettura per coordinare le misure di sicurezza in vista dell’arrivo del Santo Padre. Forze dell’ordine «mobilitate per quasi 48 ore, dall’una di notte del venerdì fino alle 24 del sabato». Con un migliaio di agenti della polizia locale per le strade.

Auto scoperta

Il Papa si sposterà in città con un’auto scoperta, ha assicurato l’assessore Rozza, spiegando che «i cittadini che vorranno assistere all’Angelus in piazza Duomo potranno accedervi da nove varchi, quindi la piazza sarà chiusa più o meno come a Capodanno. Ci saranno dei varchi d’accesso in cui ognuno verrà controllato per poter accedere». La seconda zona «rossa» super presidiata sarà quella in via Salomone «dove potranno entrare circa 10 mila persone per assistere alla preghiera del Papa — ha aggiunto Rozza —. L’obiettivo non è impedire l’accesso ma permettere che tutti i cittadini possano incontrare il Papa in piena sicurezza».

Regione: 410 mila euro per la sicurezza

Per la visita del Santo Padre «la Regione Lombardia investirà 410 mila euro per sicurezza e protezione civile. Attendiamo un flusso straordinario di visitatori e non ci faremo trovare impreparati». Lo ha detto Simona Bordonali, assessore regionale alla Sicurezza, presentando i dati gli investimenti che Regione Lombardia mette in campo per polizie locali e volontari della Protezione civile. «La Regione coordina le polizie locali sviluppando gli accordi per servizi integrati tra il Comando di Milano e Segrate e tra il Comando di Monza con oltre 50 Comuni limitrofi tra cui Sesto San Giovanni, con uno stanziamento di 280 mila euro per gli straordinari connessi» aggiunge l’assessore. «Abbiamo stanziato altri 130 mila euro per l’organizzazione del volontariato di Protezione civile. I volontari da coinvolgere sono 4.200: 1.800 su Milano per i presidi lungo il percorso papale, le soste dei singoli eventi e per la gestione del flusso dei fedeli tra il piazzale dello stadio e via Novara. Su Monza il fabbisogno stimato è di circa 2.400 volontari per la gestione dei flussi dei fedeli da e per le stazioni ferroviarie e bus di arrivo e all’interno del parco» prosegue Bordonali. «Li ringrazio per la consueta disponibilità. Ancora una volta i volontari di protezione civile si dimostrano necessari per lo svolgimento di un evento di tali dimensioni». I Vigili del Fuoco presidieranno con propri mezzi e personale tutti i punti di maggior assembramento (via Salomone, piazza Duomo, parco Monza, stadio San Siro).  CdS 13

 

 

 

 

Appello della Santa Sede contro il traffico illegale di armi

 

L’osservatore vaticano all’Onu esprime inoltre “molte perplessità” per “l’apparente mancanza” di sforzi per contrastare il genocidio di cristiani e altre minoranze religiose in Medio Oriente

 

Gli Stati non devono contribuire al traffico illegale di armi, devono piuttosto mettere in campo risorse per arginarlo. Lo ha detto mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, intervenuto ieri, 15 marzo 2017, al Consiglio di Sicurezza Onu di New York.

Il presule, rilevando la “facilità” con cui le armi finiscono nei mani dei terroristi, ha chiesto di far ricorso a trattati e leggi relativi al contrasto dello smercio di armi. “Il Consiglio di sicurezza Onu – è stato il monito – adotti un ruolo più decisivo nella lotta contro la piaga della tratta, prevenendo e ponendo fine ai conflitti armati e favorendo il consolidamento della pace e dello sviluppo”.

Un pensiero particolare l’arcivescovo lo ha rivolto alle “comunità cristiane, agli yazidi e alle minoranze etniche e religiose che nella zona dell’antica Mesopotamia, sono state ridotte in schiavitù, vendute, uccise, sottoposte ad ogni forma di umiliazione”.

Egli ha espresso “molte perplessità” per “l’apparente mancanza di seri sforzi per assicurare alla giustizia gli autori di tali atti di genocidio e violazioni di diritti umani e del diritto internazionale” e si è dunque chiesto “quante altre atrocità dovranno essere tollerate prima che le vittime possano ottenere soccorso, protezione e giustizia”.

L’osservatore della Santa Sede ha sottolineato che le reti transnazionali di criminalità organizzata trovano terreno fertile nelle “persone più vulnerabili, in fuga da privazioni economiche, guerre o disastri naturali”. Di qui la necessità di intervenire per contrastare l’estrema povertà, il sottosviluppo, l’esclusione sociale, il mancato accesso all’istruzione e al mondo del lavoro di alcune aree del pianeta. Zenit 16

 

 

 

Preoccupazione dei Missionari Scalabriniani per un’Europa “sulla difensiva”

 

ROMA – “La nuova legge votata dal Parlamento ungherese prevede la detenzione obbligatoria di tutti i richiedenti asilo, inclusi molti minori, per l’intera durata della procedura di asilo. Una legge che viola il diritto internazionale e quello dell’Unione Europea e che non fa che prolungare le sofferenze di chi è in fuga da violenze. Assistiamo a un’Europa che si sta ponendo sempre più sulla difensiva, dove il diritto d’asilo sembra ridotto ad un optional. Al contrario esso è un pilastro della società civile, protetto com’è da convenzioni internazionali grazie alle quali è assicurato un adeguato trattamento e una sicura protezione alle persone in fuga da un Paese straniero per guerra o persecuzione”, ricorda padre Alessandro Gazzola, superiore generale dei missionari scalabriniani.

“L’Ungheria aderisce alle convenzioni internazionali come il resto d’Europa ma, approvando una simile legge, il Parlamento ungherese di fatto viola questi accordi fondamentali. Il governo di Viktor Orban intende, forse, mostrare al popolo di essere all’opera contro l’immigrazione: una scelta di fronte ad un’emergenza che ad oggi non c’è, stando ai dati”, sottolinea padre Gianni Borin, responsabile dei missionari scalabriniani di Europa ed Africa. Borin aggiunge: “Provvedimenti, questi,  che suonano simili ai ripetuti ordini esecutivi del presidente Donald Trump, quasi che, per affrontare un tema scottante come quello legato alla migrazione umana, vi fossero soluzioni facili, sbrigative o sproporzionate, come in questo caso. Risposte come queste appaiono basate piuttosto sul ‘far vedere i muscoli’ e rischiano di rilevarsi inutili, se si considera che chi fugge non ha alternative perché vede negato il sacrosanto diritto a restare in patria. La disperazione sta smuovendo masse di umanità: e l’Europa da che parte vuole stare?”, conclude padre Borin. (Inform 10)

 

 

 

 

 

Intervista. Card. Ravasi: “La Consulta, finalmente una voce femminile nella Curia romana”

 

“Bisogna cominciare con la presenza delle donne in Vaticano, e che non sia una presenza ornamentale né cosmetica”. Lo ha detto in un’intervista in esclusiva a ZENIT il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura.

 

Il porporato ha parlato a margine della presentazione della Consulta femminile istituita dal suo Dicastero, martedì 7 marzo 2017. Ravasi ha sottolineato di aver voluto la creazione di questo nuovo organismo “in rosa” per dare alle attività del Dicastero uno “sguardo femminile”, il quale “offre indicazioni che noi uomini non sospettiamo neppure”, ha precisato.

Egli ha aggiunto inoltre che questa Consulta non nasce dalla necessità di premiare delle “rivendicazioni” di “quote rosa”, così come – spiega il cardinale – “non l’ho voluta neppure come un elemento cosmetico, una “bella presenza” in un orizzonte solo maschile”. Le trentasette donne scelte saranno infatti attive e ascoltate.

Parlando ai giornalisti, il card. Ravasi ha offerto poi una battuta dello scrittore di origini polacche Joseph Conrad: “Essere donna è estremamente difficile, perché bisogna continuamente avere a che fare con gli uomini. E avere a che fare coi preti – aggiungo io – è ancora più grave!”.

 

Potrebbe spiegare i criteri con cui le donne della Consulta femminile del Pontificio Consiglio della cultura sono state scelte? Come sono state selezionate?

Questo è una domanda importante perché è stato forse uno dei compiti più faticosi e impegnativi. Io ho pensato prima di tutto alla “questione” internazionale. Quindi ci sono donne provenienti da Stati Uniti, Irlanda, Iran, Cile, Turchia, e via dicendo. Secondo, la “questione” interreligiosa: sono rappresentati diversi “sguardi”, soprattutto l’islam, l’ebraismo, il cristianesimo, nelle sue diverse forme, anche quella protestante. Il terzo è stato il criterio delle professioni, delle attività, privilegiando per esempio le donne che lavorano nell’ambito della cultura, quindi università, donne artiste, medicina, scienza, ma in modo da coprire anche altri ambiti, come lo sport, vedi Fiona May, per avere tutto l’orizzonte delle professioni. Quarto criterio è quello dell’esperienza familiare. Ci sono donne non sposate ma anche donne che hanno famiglia, dunque sperimentano come tutte i problemi del crescere i figli, eccetera. L’ultimo criterio e quello della “sensibilità”.

Che vuol dire con “sensibilità”, Eminenza?

Per esempio, per la politica – perché volevo che fosse rappresentata anche la politica – ho scelto una persona che è interessata alla questione dello “scarto”, cioè dello spreco del cibo, il recupero del cibo che altrimenti andrebbe sprecato, e parliamo sia per l’Italia che per il mondo di un terzo di tutto il cibo prodotto. Ed è anche una persona che si interessa di volontariato, fa parte della commissione parlamentare che si occupa dei rifugiati, e così via. Io d’altronde volevo anche considerare la grande questione della povertà, delle migrazioni, nello spirito di Papa Francesco. Possiamo dire che nella consulta sono rappresentati anche questi temi, dato che ci sono donne che hanno realizzato anche attività di tipo caritativo, sebbene non vogliano farlo notare, ma ci sono. Questi sono i criteri di cui mi chiedeva.

Cosa ne pensa il Papa di questa Consulta? Ne avete parlato insieme?

Si.

Quindi ne avete parlato…

Si, certo, ne abbiamo parlato. Lui condivide molto l’idea di questa Consulta, perché da sempre parla della mancanza delle voce femminile nella Curia romana. Sappiamo che esistono le difficoltà, le strutture sono complesse, la storia passata è un po’ “pesante”, però da qualche parte bisogna cominciare. E infatti – lo ripeto ancora, perché per me è molto importante – la presenza delle donne della Consulta non deve essere una presenza soltanto “ornamentale”, solo perché qualche donna in Vaticano ci dovesse essere per forza, le quote rosa, come si dice di solito!

Bisogna che ci sia spazio per tutti, poi le persone devono entrare in questi spazi con le loro competenze, non perché sono donne o uomini che entrano automaticamente come nel passato: erano uomini dunque entravano nella Curia romana in automatico, anche senza competenza alcuna, senza preparazione…

Per questo io dico anche: la funzione di queste donne è una funzione reale, sono chiamate ad esprimere giudizi, mi hanno già criticato su alcune proposte e ne hanno avanzate altre! Per esempio, a proposito della prossima assemblea plenaria del dicastero, su neuroscienze, intelligenza artificiale, genetica, robotica, information technology eccetera, su tutti questi argomenti queste donne hanno espresso – come scienziate e come donne – giudizi che noi non saremmo in grado di formulare.

Tant’è vero che, questo lo posso dire, l’evento dell’apertura della prossima plenaria, che è il momento più importante dell’attività del dicastero, è organizzato dalla Consulta femminile, si tratterà di uno spettacolo televisivo al quale hanno già iniziato a lavorare.

Questo gruppo sta iniziando dunque ad attivarsi, dentro il dicastero da lei presieduto. Ma lei direbbe che questa Consulta femminile è una specie di “esperimento”, anche per capire se qualcosa di simile potrebbe essere istituito da altri dicasteri?

Io lo spero, secondo il principio dell’imitazione… Poi ognuno ha i suoi modi di agire e di funzionare. Ma io penso anche che sia possibile quel che Papa Francesco diceva, cioè, che alcune funzioni nei dicasteri vaticani siano espletate da donne, siano affidate a donne: parlo di donne che entrerebbero proprio nei dicasteri. Io non ho nessun “officiale”, ovvero nel linguaggio dei nostri uffici un “responsabile”, che sia donna. Le donne si trovano solo in posizioni come segretarie, o posizioni amministrative. E questo è uno sbaglio! Perciò io penso al principio dell’imitazione, per il futuro.  Deborah Castellano Lubov,  Zenit 9

 

 

 

 

L’ordinazione episcopale di mons. Perego il 6 maggio a Cremona

 

CREMONA - Mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa, riceverà l’ordinazione episcopale nelle Cattedrale di Cremona sabato 6 maggio, alle ore 16. Il rito sarà presieduto dal vescovo di Cremona, Mons. Antonio Napolioni affiancato da Mons. Luigi Negri, predecessore di Mons. Perego e da Mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma e presidente della Fondazione Migrantes.

Alla solenne celebrazione non mancheranno molti altri presuli, soprattutto dell’Emilia-Romagna, ma anche di altre regioni italiane: nei 15 anni a Roma, prima alla Caritas e poi a Migrantes, Mons. Gian Carlo si è fatto conoscere e apprezzare in molte diocesi per il suo impegno a favore dei poveri e dei migranti.

La scelta di farsi ordinare a Cremona l’ha spiegata lo stesso arcivescovo eletto al termine della conferenza stampa di annuncio della sua nomina, il 15 febbraio scorso al Palazzo Vescovile di Cremona: “Non potevo partire da questa Chiesa e da questa città senza prima dar loro un bacio riconoscente: l’ordinazione a Cremona, presieduta dal Vescovo Antonio, sarà questo bacio, arricchito dalla grazia dell’episcopato”.

Mons. Perego farà il suo ingresso in diocesi di Ferrara-Comacchio con una solenne celebrazione nella cattedrale di San Giorgio Martire, sabato 3 giugno, alle ore 17, vigilia della solennità di Pentecoste. Il motto episcopale scelto da Mons. Perego è “Gaudium et spes”, titolo della costituzione del Concilio Vaticano II dedicata alla Chiesa nel mondo contemporaneo. Migrantes online

 

 

 

 

ZdK und Bistum Osnabrück suchen nach Wegen, Druck von Familien zu nehmen

 

"Wie können wir atmende Lebensläufe ermöglichen und im Alltag mehr Freiräume für Familienleben und menschliche Beziehungen schaffen?" – unter dieser Leitfrage stand die Tagung "Familien(leben) unter Druck", die das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und das Bistum Osnabrück in Kooperation mit dem Ludwig-Windthorst-Haus in Lingen am 15. und 16. März 2017 durchgeführt haben.

Konkrete politische Anknüpfungspunkte sahen ZdK-Präsident Prof. Dr. Thomas Sternberg und die familienpolitische Sprecherin des ZdK, Birgit Mock. Staat und Politik müssten "ein ureigenes Interesse an gelingenden Familien und Partnerschaften" haben, so Sternberg. Daher sollte es eine stärkere Unterstützung der Ehe-, Familien- und Lebensberatung durch die öffentliche Hand geben. "Ehe, Partnerschaft und Elternschaft sind für den Staat keine reinen Privatangelegenheiten, sondern zentrale Voraussetzungen für den gesellschaftlichen Zusammenhalt. Darum ist es ein Gebot der politischen Klugheit, präventive Beratungsangebote zu fördern, Familien in Krisen beizustehen und aus Krisen herauszuhelfen", betonte der ZdK-Präsident. "Die kirchlichen Beratungsstellen erfüllen hier eine wichtige Aufgabe, bei der sie der Staat nicht allein lassen darf."

Birgit Mock richtete den Blick auf das Vorhaben der Bundesregierung, einen Anspruch auf befristete Teilzeitarbeit gesetzlich zu verankern. "Ein solcher Anspruch kann Müttern und Vätern die Entscheidung erleichtern, sich während eines von ihnen zu bestimmenden Zeitraums mehr Zeit für die Familie zu nehmen", so Mock. So werde Familienpolitik zur Lebensverlaufspolitik. Dann müssten insbesondere Frauen nicht mehr befürchten, dauerhaft auf eine Teilzeitstelle festgelegt zu sein. "Es wäre familienpolitisch von hoher Bedeutung, wenn die Umsetzung dieses bereits im Koalitionsvertrag vereinbarten Vorhabens noch in der laufenden Wahlperiode gelingt. Höchste Zeit zu handeln!" mahnte Birgit Mock.

Dass auch das bischöfliche Hirtenamt mit Sorgeverantwortung verbunden sei, hob der Osnabrücker Bischof Dr. Franz-Josef Bode hervor. So wie in Familien häufig die Zeit für die Pflege von Beziehungen knapp sei, fehle ihm mitunter die Zeit für die Zuwendung zu den ihm anvertrauten Seelsorgern seiner Diözese. "Denn auch hier geht nichts über den direkten menschlichen Kontakt." Eine große Hilfe sei ihm dabei das "Jahr des Aufatmens" gewesen, in dem im Bistum Osnabrück und auch bei ihm persönlich die Sensibilität und das Bewusstsein für die wirklich wichtigen Dinge gewachsen seien. So müsse die Kirche alles tun, um das Familienbewusstsein in unserer Gesellschaft tiefer einzupflanzen und zu inkulturieren.

Dr. Daniela Engelhard, Seelsorgeamtsleiterin im Bistum Osnabrück, ging auf die Umsetzung des päpstlichen Schreibens 'Amoris laetitia' und der dazu von den deutschen Bischöfen vorgelegten Kommentierung ein. Sie kündigte an, dass das Bistum Osnabrück mit einem personalen Angebot dafür sorgen wolle, dass der vom Papst vorgezeichnete Weg "begleiten, unterscheiden, integrieren" in der Seelsorge vor Ort auch gut gegangen werden könne. Dabei gehe es auch, aber nicht nur um die Begleitung von geschiedenen und zivil wiederverheirateten Gläubigen, die sich nach dem Empfang der Sakramente sehnen. "Unsere Botschaft an alle Familien muss sein: Wir sind für euch da", so Daniela Engelhard.

Sie knüpfte an einen Vortrag des Moraltheologen Prof. Dr. Eberhard Schockenhoff an, der über "kirchliche Anspannung und Entspannung nach dem päpstlichen Schreiben 'Amoris laetitia'"  gesprochen hatte. Zuvor hatten der ZEIT-Journalist Marc Brost und die Entwicklungspsychologin Prof. Dr. Fabienne Becker-Stoll über die Überforderungserfahrungen vieler Familien bei der Vereinbarkeit von Kindererziehung, Partnerschaft und Berufstätigkeit referiert.

zdk 16

 

 

 

 

Regensburg. Bischof Voderholzer regelt Seelsorge mit Wiederverheirateten

 

Der Regensburger Bischof Rudolf Voderholzer ermöglicht in seiner Diözese wiederverheirateten Geschiedenen „in Grenzfällen“ den Zugang zur Kommunion. Das steht in einer Handreichung des Bischofs, die am Montag veröffentlicht wurde. Voraussetzung ist ein tiefgehendes Gespräch mit einem Seelsorger und die Klärung der persönlichen Lage am Kirchengericht. Voderholzer knüpft mit der Regelung nach eigener Darstellung an ein Hirtenwort seines Vorgängers an. Darin habe Bischof Gerhard Ludwig Müller, heute Präfekt der Glaubenskongregation, bereits 2003 auf diese Möglichkeit hingewiesen. Die Handreichung soll ein einheitliches Vorgehen bei der Umsetzung des päpstlichen Schreibens „Amoris laetitia“ sichern.

Das ostbayerische Bistum setzt auf ein abgestuftes Verfahren: Die Seelsorger sollen alle Katholiken, die nach einer Scheidung in einer zweiten, zivilen Ehe leben, zur Teilnahme am kirchlichen Leben ermutigen. Kommt die Frage nach dem Sakramentenempfang auf, soll der Priester zunächst anbieten, die Gültigkeit der ersten Ehe von einem Kirchengericht prüfen zu lassen. Ist dies nicht möglich, etwa wegen Verfahrensproblemen (Zeugen verstorben, Beweise unauffindbar), kommt es auf eine Gewissensprüfung an.

Gelangt der Seelsorger im Gespräch mit den Betroffenen und unter Hinzuziehung eines Kirchengerichtsmitarbeiters „mit höchster moralischer Gewissheit“ zum Ergebnis, dass die erste Ehe ungültig war, kann die Kommunion erlaubt werden. Dies sei auch der Weg, den das Erzbistum Rom beschreite, teilte das Bistum mit.

Das Regensburger Papier unterstreicht die Bedeutung einer umfassenden Gewissensbildung. Dazu zähle auch, dass ein „objektiv irriges Gewissen“ respektiert werden müsse. Daher sei es im Bistum Regensburg „gut begründete Praxis“, Gläubige bei der Kommunion nicht abzuweisen. Bei Zweifeln an der Rechtmäßigkeit ihres Empfangs sollte der Seelsorger aber das Gespräch suchen.

(kna 14.03.)

 

 

 

Österreichs Bischöfe beenden Frühjahrsvollversammlung

 

Ja zur Integration, aber Nein zu einem generellen Verhüllungsverbot: Diese Positionierung zum geplanten Integrationsgesetz haben die österreichischen Bischöfe im Anschluss an ihre Frühjahrs-Vollversammlung im Stift St. Gerold in Vorarlberg bekräftigt. Sie kritisieren in ihrer Erklärung zum Thema „Gelungene Integration“ gegenwärtige „Engführungen der öffentlichen Debatte auf gesetzliche Bekleidungsvorschriften“, betreffend etwa islamisches Kopftuch oder Burka. Demgegenüber brauche es eine „umfassende, differenzierte und realistische Sicht“ auf alle Aspekte einer nachhaltigen Integration. Zum geplanten gesetzlichen Verhüllungsverbot begründet die Bischofskonferenz ihre bereits in der Vorwoche geäußerte Kritik: „Im Grunde geht es in dieser Frage um das hohe Gut der persönlichen Freiheit. Ihr ist im Zweifelsfall gerade in unserer Gesellschaftsordnung der Vorzug zu geben.“

Durch Integration zu friedlichem Zusammenleben

Wer als Flüchtling in Österreich nach Verfolgung oder Lebensgefahr durch Krieg Aufnahme findet, braucht – so die Bischöfe weiter – auch Unterstützung bei der Integration, die für ein friedliches und menschenwürdiges Zusammenleben notwendig ist. Dass Politik und Gesellschaft sich immer mehr ihrer Verantwortung dafür bewusst werden, vermerken die Bischöfe anerkennend. Dies stehe auch im Einklang mit der Tradition Österreichs, friedliches Zusammenleben von Menschen unterschiedlicher Sprache, Nationalität und Religion zu ermöglichen. Die Kirche und zahlreiche engagierte Christen trügen sehr viel zur konkreten Hilfe für Asylsuchende und anerkannte Flüchtlinge bei, betonten die Bischöfe.

Christen im Irak nicht im Stich lassen

Die österreichischen Bischöfe unterstützen den chaldäisch-katholischen Patriarch Louis Sako in seinem eindringlichen Appell an den Westen, die Christen im Irak nicht im Stich zu lassen. Die Lage im Nordirak sei dramatisch und in diesen Tagen entscheide sich, „ob die Christen in der Region eine Zukunft haben werden, wo sie seit den Anfängen der Kirche beheimatet sind“, heißt es wörtlich in einer Erklärung zum Abschluss der Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz. Obwohl der IS inzwischen aus der Ninive-Ebene vertrieben wurde und die gänzliche Befreiung von Mossul immer näher rückt, stehe die Existenz der Christen vor Ort noch auf der Kippe.

Bischöfe fordern Hilfen für Menschen mit Down-Syndrom

Österreichs Bischöfe haben des Weiteren zu mehr Wertschätzung und Hilfen für Menschen mit Down-Syndrom aufgerufen. Menschen mit Trisomie 21 sollten „eine vitale Rolle in unserem Leben und unserer Gemeinschaft spielen“, erklärten sie am Freitag. Aus Anlass des Welt-Down-Syndrom-Tages am 21. März warnten die Bischöfe zugleich vor bedrohlichen Tendenzen einer „latent vorhandenen eugenischen Grundhaltung“ in der Gesellschaft. Diese sei zutiefst abzulehnen.

(kap 17.03.)

 

 

 

Papst bei Pfarreibesuch: Geschwätz ist wie Terrorismus

 

Geschwätz kann töten: Das sagte Papst Franziskus an diesem Sonntagabend beim Besuch einer Pfarrei am Stadtrand von Rom. Im Gespräch mit Kindern und Jugendlichen verglich er Geschwätz mit Terrorismus.

„Es erschreckt mich, wenn es in einer Familie, einem Stadtviertel, am Arbeitsplatz, in einer Pfarrei oder auch im Vatikan Geschwätz gibt – es erschreckt mich... Habt ihr im Fernsehen gesehen, wie das die Terroristen machen? Die schmeißen eine Bombe und rennen dann weg. Etwas in der Art. So ist Geschwätz: eine Bombe werfen und dann wegrennen.“

Geschwätz sei vernichtend auf breiter Ebene, fuhr der Papst fort. „Es zerstört eine Familie, ein Stadtviertel, eine Pfarrei – es zerstört alles. Aber vor allem zerstört es dein Herz. Denn wenn dein Herz dazu imstande ist, eine Bombe zu schmeißen, dann bist du ein Terrorist. Du tust im Verborgenen Böses, und dein Herz verdirbt. Niemals Geschwätz!“

„Was ist schöner – Papst sein oder Priester sein?“

Franziskus traf sich in der Pfarrei auch mit Kranken und alten Menschen, mit jungen Familien, Ordensleuten und Mitarbeitern der Pfarrei. Er nahm einigen Gemeindemitgliedern die Beichte ab und feierte dann eine Messe in der Pfarrkirche der hl. Magdalena von Canossa, einem Bau der späten 1980er Jahre.

Bei der Begegnung des Papstes mit Kindern und Jugendlichen entwickelte sich ein lebhaftes Zwiegespräch. Franziskus redete von der Güte und dem Vergeben Gottes und sagte auf die Frage eines Kindes hin, dass man das Amt des Papstes nicht kaufen könne, auch für viel Geld nicht.

„Gott sucht sich jemanden aus, von dem er will, dass er Papst wird. Und danach wieder einen anderen, und noch einen, und noch einen... Aber du hast mich ja gefragt, ob mir diese Arbeit gefällt oder nicht. Naja – sie gefällt mir, aber es hat mir auch gefallen, als ich Pfarrer in einer Pfarrei war – das hat mir sehr gefallen. Priester sein ist etwas, das mir sehr gefallen hat. Also – was ist schöner? Papst sein oder Priester sein? Denkt gut nach… - (Kinder:) Papst sein. – (Papst:) Habt ihr nicht verstanden? – (Kinder:) Alle beiden Sachen. – (Papst:) Alle beiden Sachen – das, was Gott will. Das, was der Herr dir gibt, ist schön.“

Handy schön und gut, aber es fehlt an echtem Dialog

Auch auf das Thema Handy kamen Franziskus und die Kinder des Viertels zu sprechen. „Es ist schön, dass man heute überall kommunizieren kann“, urteilte der Papst. „Aber es fehlt das Gespräch. Überlegt mal – macht die Augen zu. Stellt euch vor, ihr sitzt beim Essen. Mama, Papa, ich, mein Bruder, meine Schwester – jeder von uns mit seinem Handy in der Hand. Jeder spricht – aber jeder spricht mit jemandem von draußen, untereinander wird nicht gesprochen. Alle reden miteinander, stimmt’s? Über das Handy. Aber sie führen keinen Dialog. Das ist das Problem: Es fehlt der Dialog. Und es fehlt am Zuhören.“

In seiner Predigt bei der Messe in der Pfarrkirche sprach der Papst über das Evangelium dieses Sonntags: die Verklärung Jesu auf dem Berg, geschildert von Matthäus. Jesus habe seine Jünger mit diesem Moment der Verklärung auf dem Berg darauf vorbereitet, ihn dann später entstellt am Kreuz zu sehen.

„Um ein zu starkes Wort zu benutzen, vielleicht eines der stärksten des Neuen Testaments, ein Wort, das Paulus benutzt: Er ist für uns zur Sünde geworden. Die Sünde ist das Scheußlichste; die Sünde ist die Beleidigung Gottes, eine Ohrfeige. Mit ihr sagt man zu Gott: Du bist mir nichts wert. Und Jesus ist für uns zur Sünde geworden, er hat sich entäußert, hat sich so tief erniedrigt...“

Die Menschen redeten gern von der Sünde, vor allem von den Sünden anderer, fuhr der Papst fort. „Statt von den Sünden anderer zu reden – ich sage jetzt nicht: ...sollten wir uns selbst zur Sünde machen. Das können wir nicht. Aber wir sollten auf unsere Sünden schauen und auf ihn, der sich für uns zur Sünde gemacht hat. Und das ist der Weg auf Ostern zu, auf die Auferstehung zu. Vorangehen mit der Sicherheit dieser Verklärung...“ (rv 12.03.)

 

 

 

 

Katholischer Kinder- und Jugendbuchpreis der Deutschen Bischofskonferenz

 

Die niederländische Autorin Anna Woltz und die deutsche Übersetzerin Andrea Kluitmann erhalten den Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreis der Deutschen Bischofskonferenz für das im Carlsen Verlag erschienene Buch „Gips oder Wie ich an einem einzigen Tag die Welt reparierte“. Die Jury unter Vorsitz von Weihbischof Robert Brahm (Trier) hat das diesjährige Preisbuch aus 241 Titeln ausgewählt, die von 64 Verlagen eingereicht wurden. Das Preisgeld in Höhe von 5.000 Euro wird zwischen der Autorin (4.000 Euro) und der Übersetzerin (1.000 Euro) aufgeteilt.

 

„Wir alle kennen Verletzungen, die wir am liebsten eingipsen würden. Wir sehnen uns nach Heilung und einer Rüstung, wenn wir uns schwach fühlen und Brüche in unserer Welt auftauchen. Mit der kleinen Felicia hat Anna Woltz ein starkes und mutiges Mädchen geschaffen, das an diesem einen Tag im Krankenhaus nicht nur ihre eigene Welt repariert, sondern auch für die Menschen, denen sie begegnet, zur Heilsbringerin wird,“ so Weihbischof Robert Brahm.

 

Die Preisverleihung des Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreises durch den Vorsitzenden der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gebhard Fürst (Rottenburg-Stuttgart), findet in diesem Jahr anlässlich des 70-jährigen Bestehens der STUBE, Studien- und Beratungsstelle für Kinder- und Jugendliteratur der Erzdiözese Wien, während eines Festaktes am 11. Mai 2017 im Erzbischöflichen Palais in Wien statt, bei dem auch der Vorsitzende der Österreichischen Bischofskonferenz, Kardinal Christoph Schönborn, anwesend sein wird. Die STUBE steht seit Jahren in engem Austausch mit dem Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreis und stellt traditionell ein Jurymitglied.

 

Der Jury des Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreises gehören neben dem Juryvorsitzenden, Weihbischof Robert Brahm (Trier), Ute Auweiler (Bergisch Gladbach), Prof. Dr. Norbert Brieden (Wuppertal), Gabriele Cramer (Münster), Cornelia Klöter (Leipzig), Bettina Kraemer (Bonn), Prof. Dr. Georg Langenhorst (Augsburg), Dr. Heidi Lexe (Wien), Dr. Klara Asako Sarholz (Bottrop) und Anna Winkler-Benders (Frankfurt) an.

 

Jurybegründung

Ein Tag an dem die Welt im Schnee versinkt und stehen zu bleiben scheint – draußen. Drinnen hingegen klaffen Wunden; jene, die offenliegen, aber auch jene, die tief innen bluten, ohne dass jemand von ihnen weiß. Anna Woltz nutzt für ihren Kinderroman die klassische Einheit von Ort und Zeit und verlegt jenen Tag im Leben der zwölfjährigen Felicia, von dem sie erzählt, in ein Krankenhaus. Heute ist die Welt hier, heißt es über den in sich geschlossenen Raum, der ein Ort des Unheil-Seins gleichermaßen wie des Heil-Werdens ist.

 

Hierher geraten Felicia und ihre neunjährige Schwester Bente, weil ihr Vater die Möglichkeiten winterlicher Fahrradtransporte überschätzt und mit dem glätteuntauglichen Fortbewegungsgerät samt Schlitten und Bente auf dem Gepäckträger ausrutscht. In der Wundversorgung jedoch zeigt sich, dass in Felicias Familie weit mehr in die Brüche gegangen ist als ein Zombiefinger, dem nun eine Kuppe fehlt. Die Fingerkuppe kann wieder angenäht werden; aber wie ist das mit Felicias Familie – kann auch die wieder hergestellt werden? Ist man überhaupt noch eine Familie, wenn die Eltern geschieden sind?

 

Nur kurze Zeit vorher haben Felicias Eltern ihren Kindern mitgeteilt, dass man einander immer verbunden sein, in Zukunft aber getrennte Wege gehen werde. Daraufhin hat Felicia ihre Eltern per E-Mail informiert, ab jetzt Fitz genannt werden zu wollen. In ihrer Erzählhaltung macht sie kein Hehl aus ihrer Wut, aber auch aus ihrer Enttäuschung und Ratlosigkeit. Eloquent steigt sie in die Schilderung der Ereignisse ein und erzählt unmittelbar aus ihrer Situation heraus. Anna Woltz stattet Fitz als Ich-Erzählerin dafür mit den sprachlichen Mitteln des Präsens ebenso wie mit trockenem Humor aus.

 

Sie positioniert sie zu Beginn des Romans als scheinbare Unheilbringerin – denn Fitz hat sich ihren Kommentar zur familiären Situation angriffslustig mit Permanentmarker ins Gesicht geschrieben. Ins Krankenhaus darf sie überhaupt nur mit, weil die Nachbarin ihr eine Tigermaske ausgeliehen hat. Während Bente im Krankenhaus als Patientin aufgenommen wird, agiert der Vater leicht panisch und die in ihren nagelneuen Joggingschuhen antrabende Mutter regelt die Dinge außerordentlich souverän. Der wilde Tiger Fitz jedoch streift durch das Krankenhaus und findet gerade hier, an einem Ort zahlreicher anonymisierter Schicksale, auf verschlungenen Wegen neu zu sich selbst.

 

Anna Woltz inszeniert Rituale des Übergangs und befreit dabei einzelne Biografien aus der Anonymität: Sie lässt Fitz gemeinsam mit dem unwiderstehlichen Adam sowie der schrägen Primula kleine Dummheiten zelebrieren und große Wahrheiten wie nebenbei erkennen. Denn das Gefühl des Zurückgesetzt- und Angenommen-Seins, das in unterschiedliche Varianten aufgefächert wird, birgt gerade für kindliche Leserinnen und Leser großes (emotionales) Identifikationspotential. Dabei werden einzelne Motive und Symbole in sprachlich und situativ immer neuen Variationen aufgegriffen – wie auch der titelgebende Gips. Denn Brüche müssen in Gips gelegt werden; dieser Gips wird hart und schließt sich wie ein Panzer um Wunden; er dient der Selbststärkung gleichermaßen wie der Befriedung der darunterliegenden Irritationen. Brüche heilen und auch wenn der Knochen nicht mehr seinem Ausgangszustand entspricht, ist er dennoch wieder tragfähig: Ich fühle mich neu. Als hätte ich nicht nur einen neuen Namen, sondern auch ein neues Stück Gehirn. Und ein neues Stück Herz, stellt Fitz gegen Ende des Romans fest. Zum Gefühl des Neubeginns gehört für Fitz die Erfahrung, dass Idealbilder von Familie zersplittern, aber auch neue Konstellationen heilbringend sein können. Vor Gott sind 1.000 Jahre wie ein Tag und für Fitz verdichtet sich in diesem Tag ein Wegstück des Erwachsenwerdens, das schmerzvoll, aber auch unendlich beglückend ist.

 

Zur Autorin. Anna Woltz wurde am 29. Dezember 1981 in London geboren und wuchs in Den Haag auf. Im Alter von 15 Jahren schrieb sie in der niederländischen Tageszeitung „de Volkskrant“ eine regelmäßige Kolumne über ihr Leben in der Schule. 2002 veröffentlichte Anna Woltz ihr erstes Kinderbuch. Seit ihrem Studium der Geschichte in Leiden ist sie als Schriftstellerin und Journalistin tätig.  Die Werke von Anna Woltz wurden mit zahlreichen Auszeichnungen prämiert. So erhielt zuletzt „Meine wunderbar seltsame Woche mit Tess“ (2013) einen Vlag en Wimpel der Griffeljury, „Hundert Stunden Nacht“ (2014) gewann den Nienke van Hichtum-Preis und „Gips oder Wie ich an einem einzigen Tag die Welt reparierte“ (2016) wurde mit dem Gouden Griffel 2016 ausgezeichnet.

 

Zur Übersetzerin. Andrea Kluitmann wurde 1966 geboren und studierte Germanistik und Niederlandistik in Bochum und Amsterdam. Sie arbeitet als freie Übersetzerin aus dem Niederländischen und übersetzte Werke unter anderem von Hella Haasse und Gerbrand Bakker. Ihre Übersetzung von Do van Ransts Jugendroman „Wir retten Leben, sagt mein Vater“ wurde mit dem Deutschen Jugendliteraturpreis ausgezeichnet. Dbk 15

 

 

 

 

ZdK-Chef froh über ökumenischen Versöhnungsgottesdienst

 

Es war ein ökumenisches Highlight: 400 Gäste haben am Samstag in Hildesheim bei einem Versöhnungsgottesdienst der Reformation vor 500 Jahren und ihrer Folgen gedacht. Anwesend waren nicht nur Kardinal Reinhard Marx und Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm – auch der scheidende Bundespräsident Joachim Gauck und Bundeskanzlerin Angela Merkel waren dabei. Es fielen große Worte, bezeugt der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Thomas Sternberg, im Gespräch mit dem Domradio.

„Das war außerordentlich bewegend“, so Sternberg. Man müsse sich vorstellen: Da begeht die evangelische Kirche in Deutschland 500 Jahre Reformation – „und das feiern wir gemeinsam, katholisch und evangelisch! In einem großem Gottesdienst, in dem sich evangelische und katholische Christen gegenseitig versichern, dass sie über die Aufarbeitung ihrer Geschichte und auch ihrer Verletzungen und gegenseitigen Herabsetzungen zu einem besseren und neuen Miteinander kommen wollen“, so Sternberg.

Das Besondere in Hildesheim sei gewesen, „dass offensichtlich wurde, dass die Ökumene einen Punkt erreicht hat, der hier so markiert worden ist, dass man dahinter nicht zurück kann. Auch die Selbstverpflichtungen, die Kardinal Marx und Bedford-Strohm vorgetragen haben, zeigen, dass da eine ökumenische Absichtserklärung da ist, die sich nicht damit zufrieden gibt, zu sagen: ,Es läuft doch im Grunde ganz gut, lass es so mal weiter laufen.' Nein, es gibt die klare Absicht, den erreichten Stand weiter fortzuführen und eine noch engere Zusammenarbeit zu schaffen!“

Noch mehr kleine Wunder

Bundespräsident Joachim Gauck sagte bei der Feier, dass die Christen in Deutschland eine größere Chance hätten, wenn sie gemeinsame Sache machten. „Die katholischen und evangelischen Büros in den Ländern und wir als ZdK sprechen uns mit den evangelischen Glaubensgeschwistern ab, wenn wir politische Dinge vorhaben. Denn natürlich: Schon allein von der Zahl her sind wir gemeinsam eine gute Mehrheit in diesem Land“, sagt dazu Sternberg.

Als Katholik sei er über das Reformationsjahr „so erstaunt“, dass er sich „noch weitere solcher kleinen Wunder“ erhoffe. „Im Grunde hätte man gedacht, in diesem Jahr, 2017, hält man sich als Katholik in Deutschland etwas zurück und lässt die Evangelischen ihr Jubiläum feiern. Dass das Ganze dann so ökumenisch wird, das freut sehr. Ich denke, wir sollten als Katholiken überall bereit sein, mitzumachen und dieses große Christusfest mitzufeiern.“ (domradio 13.03.)

 

 

 

„Erinnerung heilen – Jesus Christus bezeugen“

 

Ökumenischer Buß- und Versöhnungsgottesdienst am 11. März 2017 in St. Michaelis in Hildesheim

 

Mit einem gemeinsamen Buß- und Versöhnungsgottesdienst in der Hildesheimer Michaeliskirche haben die katholische und evangelische Kirche in Deutschland heute eine Umkehr von der Jahrhunderte währenden Geschichte gegenseitiger Verletzungen und Abgrenzung vollzogen. Bei dem Gottesdienst, an dem auch Bundespräsident Joachim Gauck und Bundeskanzlerin Angela Merkel sowie Bundestagspräsident Norbert Lammert teilnahmen, dankten die Kirchen zugleich für das 500 Jahre nach der Reformation sichtbar werdende gegenseitige Vertrauen.

 

„Das Reformationsgedenken soll ein neuer Anfang sein für einen Weg, der uns als Kirchen nicht mehr voneinander trennt, sondern zusammenführt“, sagte der Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, in einer Dialogpredigt mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx. „Wir wollen in der Zukunft nicht mehr getrennt glauben, wir wollen gemeinsam glauben“, so Landesbischof Bedford-Strohm. „Wenn alle, die heute hier dabei sind, und auch alle, die heute zuschauen und zuhören, sich gemeinsam verpflichten, die Kraft der Liebe Gottes in unserem Leben zu bezeugen, und sie selbst auszustrahlen, dann können wir diese Gesellschaft erneuern.“

 

Kardinal Reinhard Marx sprach 500 Jahre nach der Reformation von einem „Tag der Freude“. „Ich bin froh, dass wir heute ein Zeichen für ein versöhntes Miteinander setzen. Wir nehmen unsere Geschichte an, schauen auf das, was Christen sich gegenseitig angetan haben, und gehen gemeinsam weiter. Wir tun das nicht anklagend oder niedergedrückt, sondern in einer Haltung der Hoffnung und des neuen Aufbruchs. Dafür bin ich dankbar“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz.

 

Im Verlauf des Gottesdienstes hatten Jugendliche in der gemeinsam von katholischer und evangelischer Gemeinde genutzten Hildesheimer Michaeliskirche eine im Mittelgang liegende symbolische Sperre zu einem Kreuz aufgerichtet. „Es gibt einen Weg heraus aus den Sperren, es gibt Wege, die Trennungen zu überwinden. Und wir haben gesehen, was der Schlüssel dafür ist: Aus der Sperre ist ein Kreuz geworden“, sagte Landesbischof Bedford-Strohm. „Ich wünsche mir, dass wir sagen können: Die Christen in unserem Land bekommt man nicht mehr auseinander. Sie stehen im Zeichen des Kreuzes nicht nur für sich selbst, sondern sind Hoffnungsträger für alle Menschen, besonders für die Armen, Schwachen und Hoffnungslosen“, betonte auch Kardinal Marx.

 

Am Ende des Gottesdienstes sprachen die Liturgen eine Selbstverpflichtung, in der sie sich zusagten, im Vertrauen auf die Kraft des Heiligen Geistes „weitere Schritte auf dem Weg zur sichtbaren Einheit der Kirchen zu gehen“.

 

Das Jahrhundertjubiläum im Jahr 2017 ist das erste in der 500-jährigen Reformationsgeschichte, das evangelische und katholische Kirche gemeinsam begehen. Zu den ökumenischen Höhepunkten gehörte unter anderem eine gemeinsame Pilgerreise ins Heilige Land sowie der Besuch einer Delegation in Rom, bei dem Kardinal Marx und Landesbischof Bedford-Strohm auch mit Papst Franziskus zusammengetroffen waren.

 

Der Gottesdienst in Hildesheim ist das zentrale Ereignis eines sogenannten „Healing of Memories“-Prozesses („Heilung der Erinnerung“), mit dem die Kirchen gemeinsam nach Wegen zur Versöhnung suchen. Der Prozess hat weltweit Vorbilder. So stand auch der Versöhnungsprozess nach dem Ende der Apartheid in Südafrika unter der Überschrift „Healing of Memories“. Im September 2016 hatten katholische und evangelische Kirche in München eine gemeinsame Erklärung mit dem Titel Erinnerung heilen – Jesus Christus bezeugen vorgestellt. Darin hatten sie sich darauf verständigt, „die Trennungen der Kirchen ehrlich anzuschauen, ihre leidvollen Auswirkungen zu bedenken und Gott und einander um Vergebung für das Versagen auf beiden Seiten zu bitten“. Nächster ökumenischer Meilenstein im Jahr 2017 wird eine gemeinsame Veranstaltung des Deutschen Evangelischen Kirchentages (DEKT), des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), der EKD und der Deutschen Bischofskonferenz am 16. September 2017 in Bochum sein. Dbk 11

 

 

 

 

Vielfältig und aktiv: Vatikan-Frauenrat stellt sich vor

 

Größer und noch vielfältiger ist er geworden, der Frauenrat am Päpstlichen Kulturrat: Das erste weibliche Beratergremium des Vatikan präsentierte sich pünktlich vor dem Weltfrauentag am 8. März zum ersten Mal offiziell. Die Mitglieder und der Präsident des Päpstlichen Kulturrates Gianfranco Ravasi, der die Initiative vor knapp zwei Jahren aus der Taufe hob, stellten sich am Dienstag im vatikanischen Pressesaal Fragen der Journalisten.

Dass er seine Fastenexerzitien mit dem Papst unterbrechen musste, um an diesem Tag in Rom zu sein, schien Kardinal Gianfranco Ravasi nicht sonderlich zu stören. Er habe sich für den Kulturrat einen explizit „weiblichen Blick“ gewünscht, der dem Vatikan beratend zur Seite steht, erklärte der Kardinal das Anliegen des ersten vatikanischen Frauenrates. Um eine „Quote“ sei es dabei nicht gegangen, vielmehr um inhaltliche Vorschläge aus spezifisch weiblicher Sicht, versicherte der Kardinal: „In der Tat habe ich explizit ausgeschlossen, dass es nur eine Ergänzung zum Dikasterium sei, um eine Frauenquote umzusetzen oder Kosmetik zu betreiben. Nein, die Mitglieder des Rates treten in die Mechanismen unserer Kulturpolitik ein.“

Verbindendes Element aller Mitglieder des Frauenrates, die der Kardinal aus unterschiedlichsten Fachbereichen berief, sei der ausdrücklich weibliche Zugang, betonte auch Consuelo Corradi von der katholischen Universität LUMSA in Rom. Der Rat habe Arbeitsgruppen gegründet, aktuelle Themen seien männliche Kulturen, Jugend und Frauen in der Arbeitswelt. Die weibliche Sichtweise solle hier nicht spaltend wirken, sondern insgesamt positiv zum Verhältnis der Geschlechter beitragen, unterstrich das Gremium. Die iranische muslimische Theologin ShahrzadHoushmand bezeichnete die Einrichtung in diesem Kontext als „gastfreundliche, geduldige und weise Präsenz, die auf andere zugeht“, das Gremium solle dem Wohl aller dienen. 

37 weibliche Mitglieder umfasst der Rat inzwischen, darunter Frauen aus der Welt der Mode und des Schauspiels, der Wissenschaft und der Kunst, der Medizin, des Journalismus und des Management. Ravasi ist überzeugt davon, dass jede dieser „Expertinnen“ die allzu männlich bestimmte vatikanische Kulturpolitik auf ihre Weise bereichert – einerseits mit konkreten Vorschlägen, etwa zu neuen Projekten des Kulturrates: „Einige Inhalte hatten wir gar nicht vorgesehen, sie sind Teil weiblicher Erfahrung, kommen aus der Arbeit, Erfahrung der Frauen, als Laien, auch als Nicht-Gläubige, oder aus ihren politischen und sozialen Erfahrungen.“ Als Beispiele für Themen des Kulturrates, bei denen sich der Kardinal weibliche Expertise wünscht, nannte Ravasi als Beispiel den Sport sowie die wissenschaftlichen Forschungsfelder der künstlichen Intelligenz, der Neurowissenschaften und Genetik.

Neben diesen inhaltlichen Beiträgen bringe der Frauenrat andererseits auch einen anderen „Stil“ in die Arbeit der Behörde ein, zeigte sich Ravasi überzeugt, die Frauen brächten „eine sehr viel symbolischere, globale, farbige Sichtweise der Realität und der Themen, mit denen wir uns beschäftigen“ und lockerten die oftmals allzu abstrakte kirchliche Sprache auf: „Ein großes Manko in unseren Dikasterien ist ja diese kirchliche Spezialsprache – da eine andere Redeweise zu haben, ist schon jenseits von Inhalten ein Beitrag!“

Anlässlich des Weltfrauentages 2017 hat der Frauenrat eine Sonderbeilage für die Zeitschrift des Kulturrates „Culture e Fede“, Kulturen und Glauben, heraus gebracht. Die Mitglieder des seit Juni 2015 bestehenden fixen Beratergremiums am Päpstlichen Kulturrat kommen drei Mal im Jahr zu Sitzungen zusammen. Die meisten Mitglieder sind Italienerinnen, vertreten sind aber auch etwa die türkische Journalistin Yasemin Taskin, die Diplomatinnen Monica Jimenez de la Jara aus Chile und Emma Madigan, Irlands Botschafterin beim Heiligen Stuhl, sowie die US-amerikanische Rechtsgelehrte Amelia Uelmen. Beraterinnen aus dem deutschen Sprachraum fehlen.

Weltfrauentag im Vatikan

Zum Weltfrauentag selbst findet im Vatikan am 8. März bereits im vierten Jahr in Folge die Begegnung „Voices of Faith“ statt. Tätige Katholikinnen aus allen Erdteilen berichten dabei über ihr Wirken für Benachteiligte und sprechen über ihre Vorstellungen von der Rolle der Frau in der Kirche. Die Veranstaltung in Englischer Sprache findet von 14 bis 18 Uhr in der Casina Pio IV in den Vatikanischen Gärten statt und wird per Livestream im Internet übertragen. Die Eröffnungsrede hält der Generalobere des Jesuitenordens, Pater Arturo Sosa. Als Veranstalter treten die liechtensteinische Fidel Götz-Stiftung und der Jesuitenflüchtlingsdienst in Erscheinung. (rv 07.03.)

 

 

 

 

Fasten ist ein Lifesytle

 

Die Fastenzeit hat begonnen. Eine Zeit, in der viele Deutsche, ob gläubig oder nicht, 40 Tage vor Ostern auf etwas verzichten wollen. Fasten ist Trend geworden. Immer mehr Magazine versprechen, den besten Fastenguide zu haben. Abnehm- und Ersatzprodukte boomen. Egal ob zuckerfrei, vegan, magische Kohlsuppe, Trinkkuren oder  glutenfrei, die Fastentrends dominieren die Medien. Doch worauf kommt es beim Fasten an?

Fasten religiös

Die Christen kennen zwei Fastenzeiten im Jahr, die Adventszeit und die 40 Tage vor Ostern. Zurückgehend auf Aschermittwoch und Karfreitag, gibt es innerhalb der Woche dazu zwei Tage an denen man Fasten sollte. Im Islam gibt es den Fastenmonat Ramadan,

in dem die Muslime fasten tagsüber und  nachts essen. Die Juden kennen den Fastentag Jom Kippur.

Fasten historisch

Doch auch ohne die Religion gab es das Fasten. Hippokrates schrieb dazu, „Sei mäßig in allem, atme reine Luft, treibe täglich Hautpflege und Körperübung […] und heile ein kleines Weh eher durch Fasten als durch Arznei.“. In der Neuzeit kommen Formen des Fastens als Trauerarbeit hinzu. Auch das politische Fasten als passiver Widerstand, wie zum Beispiel bei Mahatma Ghandi ist von Bedeutung.

Fasten heute

Laut einer repräsentativen Forsa-Umfrage der Krankenkasse DAK gaben etwa 60 Prozent der Deutschen an, fasten zu wollen. Dabei handelt es nicht mehr um eine rein religiöse Angelegenheit, da viele von ihnen kaum in der Kirche etabliert sind. Der Großteil will auf Alkohol verzichten, im Ranking dicht gefolgt von Süßigkeiten, Fleisch und Rauchen. Oftmals bleibt es nur beim guten Vorsatz, jedoch haben immerhin 59 Prozent der Befragten schon einmal in ihrem Leben gefastet. Grund ist für viele die Gesundheit.

Auch die Diätartikelanbieter profitieren von der Fastenzeit. Das Geschäft floriert. Der Verzicht ist nun einmal einfacher, wenn ein Ersatzprodukt zur Stelle ist. Für viele hat sich vegetarisches oder veganes Essen schon in ihrem Leben etabliert, für Andere ist die Fastenzeit eine Chance eben dieses auszuprobieren.

Fasten im Fernsehen

Selbst das Fernsehen springt auf diesen Trend auf und schafft mit dem TV-Format von Sat.1 „Nacktes Überleben – Wie wenig ist genug?“ ein „Extremexperiment“. Dabei verzichten sechs Kandidaten auf ihren gesamten Besitz, der in Containern einen halben Kilometer von ihren Wohnungen entfernt gelagert wird. Jeden Tag dürfen sie sich einen Gegenstand zurückholen. Ob es sie glücklicher machen wird ist fraglich. Freiwilliger Verzicht auf alles Mögliche ist mittlerweile zu einer so allgemeinen und permanenten Praxis geworden. Man hätte es vermutlich längst schon mitbekommen, wenn durch Verzicht unsere Lebenswelt zu einem schöneren und geistreicheren Ort geworden wäre.

Fasten alternativ

Beim Fasten geht es nicht allein um den körperlichen Aspekt oder darum, Pfunde los zu werden. Es ist auch eine Form des Verzichtes, des Loslassens, des Stressabbaus und soll für Körper und Seele von Nutzen sein.

Viele Organisationen fordern daher dazu auf, einmal andere Formen des Fastens auszuprobieren. Der BUND empfiehlt Plastikfasten, die Grünen und die Landeskirchen fordern den Auto-Verzicht. Die evangelische Kirche ruft mit dem Programm „7 Wochen ohne“ auf, beispielsweise Ungeduld zu meiden. Schließlich, so die Regionalbischöfin für München und Oberbayern, Susanne Breit-Keßler, leben wir „in einer aufgeregten, hektischen Welt, in der sogar Präsidenten ihre Meinung blitzartig in die Welt entlassen“, und deswegen tue es gut, „wenn wir immer wieder innehalten, uns besinnen und überlegen, was wir sagen oder tun“.

Alternative statt Verzicht

Wer auf Fleisch verzichtet, legt sich eben ein Veggie Schnitzel in die Pfanne. Die Supermarktregale sind überfüllt von veganen und vegetarischen Produkten. Auf das Auto zu verzichten, ist da schon etwas anderes. Da muss man Umdenken, Organisieren und Handeln und ein E-Bike gibt es nicht mal eben auf die Hand. Auch der Entsagung des  Internets stellt sich schwieriger da, viele sind in ihrem Beruf auf das Netz angewiesen und auch das Fasten des Internets „im Privaten“ bedeutet eine Entfremdung oder den eigenen Ausschluss aus dem gesellschaftlichen Leben.

Diese Formen des Fastens wären ein Verzicht. Eine Möglichkeit, sich mit Luxus und Überfluss vertraut zu machen. Wenn wir einen Weg im Regen einmal zu Fuß gehen, anstatt das Auto zu nehmen, gerät uns wieder in den Blick, wie gut unsere Lebenssituation doch ist.

Eine weitere Begleiterscheinung des alternativen Fastens ist: Man sieht es dem Fastenden nicht an. Jesus selbst predigte in der Bergpredigt: „Wenn ihr fastet, macht kein finsteres Gesicht wie die Heuchler. Sie geben sich ein trübseliges Aussehen, damit die Leute merken, dass sie fasten. Amen, das sage ich euch: Sie haben ihren Lohn bereits erhalten. Du aber salbe dein Haar, wenn du fastest, und wasche dein Gesicht, damit die Leute nicht merken, dass Du fastest, sondern nur dein Vater, der auch das Verborgene sieht; und dein Vater, der das Verborgene sieht, wird es dir vergelten.“.

Zurück zum Ursprung

Letztlich muss sich jeder selbst über den Sinn und Zweck des Fastens bewusst werden. Dabei muss man sich nicht nur mit dem körperlichen Aspekt auseinandersetzen, sondern auch bewusst etwas für seine Seele tun. Das kann Meditation sein, das Gespräch mit Gott im Gebet suchen, oder einfach bewusster zu leben. Fasten ist hilfreich für das eigene Körpergefühl und die Selbstwahrnehung, und nicht um im Gespräch mit Kollegen und Freunden zu bestehen. Fasten kann alles beinhalten: Den Verzicht auf Schminke, um mal wieder das eigene Selbstbewusstsein zu stärken, nur Hundert Wörter am Tag zu sprechen, um die Worte bewusster zu wählen, oder sich seine Zeit gezielter einzuteilen. Das alles kann helfen, sich selbst und auch Gott näher zu kommen.

Julia Westendorff, Kath de 10

 

 

 

 

Generalaudienz: „Wer Arbeit wegnimmt, begeht eine Sünde“

 

Wer den Menschen die Arbeit wegnimmt, begeht eine schwere Sünde. Klare Worte des Papstes bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch auf dem Petersplatz. Er kritisierte jene Geschäftsleute, die „aus wirtschaftlichem Kalkül" oder um bei Verhandlungen die Oberhand zu gewinnen, Menschen die Arbeit entziehen. Damit zerstörten sie „die Würde der Betroffenen“. In einer von ihm spontan im Redetext hinzugefügten Passage am Schluss der Audienz rief er vor tausenden Pilgern und Besuchern die Wirtschaftsverantwortlichen auf: „Tut alles in eurer Macht Stehende, damit jeder Mann und jede Frau eine Arbeit finden kann und so den Kopf hoch tragen und den anderen mit Würde ins Gesicht sehen kann. Wer aber für wirtschaftliche Manöver und nicht ganz transparente Verhandlungen Fabriken schließen lässt und so Arbeitsplätze beseitigt, der begeht eine schwere Sünde.“

In seiner Katechesenreihe über die christliche Hoffnung hatte Franziskus zuvor über die „Fröhlichkeit in der Hoffnung“ gesprochen. Ausgehend vom dem Paulusbrief an die Römer (Röm 12,9-13) sagte er, die Gottes- und Nächstenliebe sei die höchste Berufung des Christen. Um diesen Weg einzugehen, bedürfe es auch der Freude der christlichen Hoffnung. Man sollte aber vorsichtig sein, fuhr Franziskus fort, denn in die Nächstenliebe könne sich Heuchelei einschleichen, worauf auch Paulus in jenem Brief hingewiesen habe. Zeichen hierfür seien der Vorrang persönlicher Interessen, die Suche nach eigener Erfüllung, der Wunsch, sich selbst darzustellen und zu zeigen, wie gut und tüchtig wir seien. Die Nächstenliebe sei aber nicht ein menschliches Werk, sondern immer ein Geschenk Gottes.

Hierzu gab der Papst ein zweites Stichwort: die Gnade. Gott schenke den Menschen in Freiheit die Gnade der Nächstenliebe. Dieses Geschenk sei das Resultat der Begegnung mit dem gütigen und barmherzigen Antlitz Jesu. Man dürfe aber niemals vergessen, dass ein jeder Mensch ein Sünder sei. Dies wirke sich auch auf jegliches Liebestun aus. Kein Mensch sei von sich aus in der Lage, „wirklich zu lieben“.

Was aber jeder Christ wisse: Jesus hat die Menschheit von der Sünde befreit und den Weg des Heils geebnet. Es sei aber wichtig, dass der Gläubige sich von Gott auch heilen lassen wolle, denn nur so könne das Gebot der Liebe zum Leben erweckt werden und jeder zum Werkzeug der Liebe Gottes werden. Franziskus ermutige die Anwesenden, die Hoffnung in ihnen „neu zu entfachen“. Gleichzeitig solle jeder in dieser Hoffnung Freude finden. Es sei schön zu wissen, dass selbst innerhalb der Grenzen des menschlichen Handelns und im Scheitern „Gottes Liebe nie aufhört“ da zu sein. (rv 15.03.)

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof erlaubt Kopftuch-Verbot im Job

 

Der Europäische Gerichtshof hat entschieden: Der Arbeitgeber darf das Tragen eines Kopftuches verbieten – aber nur unter bestimmten Umständen. Kritiker fürchten eine Einschränkung der Religionsfreiheit. Beim ersten der beiden verhandelten Fälle ging es um eine Kündigung wegen Kundenbeschwerden über eine IT-Beraterin mit Kopftuch. Thomas Lemmen vom Referat Dialog und Verkündigung im Erzbistum Köln sagt zu diesem Fall:

„So klar ist der Fall nicht entschieden worden. Das Gericht hat gesagt, dass die Beschwerde eines Kunden allein kein Entlassungsgrund ist. Der Arbeitgeber ist aufgerufen zu begründen, warum das Tragen eines Kopftuchs nicht geht.“

Im zweiten Urteil wurde entschieden, dass private Unternehmen als Betriebsvorschrift festlegen können, dass Mitarbeiter keine religiösen, politischen oder philosophischen Zeichen bei der Arbeit tragen dürfen. Lemmen:

„Dieses Urteil hat eine andere Qualität, weil da das Gericht sagt: das betreffende Unternehmen hat in einer internen Regelung festgelegt, dass man keine sichtbaren politischen, religiösen oder philosophischen Zeichen tragen darf, um die entsprechende Überzeugung zum Ausdruck zu bringen. Deshalb hat das Gericht die Klage gegen die Kündigung abgewiesen.“

Und was bedeutet dieses Urteil letztlich für Deutschland? Lemmen:

„Man muss wissen, dass die verfassungsrechtlichen Rahmenbedingungen in den Ländern der Europäischen Union sehr unterschiedlich sind. Belgien und Frankreich, aus denen die beiden Klagen kamen, sind stärker laizistisch ausgerichtet. Deutschland hat ein positiveres Verhältnis des Staates zur Religion. Es steht die Frage im Raum, ob solche Klagen in Deutschland überhaupt möglich gewesen wären. Dennoch hat der Europäische Gerichtshof durch diese Entscheidungen Maßstäbe gesetzt, die nun in den Mitgliedsstaaten in der nationalen Rechtsprechung beachtet werden müssen. Und da kann man feststellen, dass Religion aus der Öffentlichkeit verschwinden soll. Die Gerichte sagen, dass wenn es Gründe für ein Verbot von religiösen Zeichen gibt, dann muss es gleichermaßen bei allen religiösen Symbolen angewandt werden.“

Anders ausgedrückt: ein Unternehmen könnte per Arbeitsvertrag einem Mitarbeiter verbieten, eine Kette mit Kreuz zu tragen oder ein Bild von Papst Franziskus aufzustellen. „Das muss man im Einzelfall ganz genau anschauen“, so Lemmen. In Deutschland sei die Religionsausübung durch das Grundgesetz und die Ausübung der Religion in der Öffentlichkeit gewährleistet. „Das lässt sich nach deutschem Recht nur einschränken, wo andere Grundrechte tangiert werden oder der öffentliche Frieden gestört wird. Ein aktuelles Beispiel: das öffentliche Beten von Schülern in einer Schule hat nach Auffassung der Schulleitung den öffentlichen Frieden gestört, und sie sah sich deshalb veranlasst, dies einzuschränken. Also als Arbeitgeber muss ich auch begründen, warum es mich stört und warum es beispielsweise den Arbeitsablauf beeinträchtigt. Und da sehe ich keinen Grund, warum ein Halbmond oder ein Kreuz an der Halskette Arbeitsabläufe oder den Arbeitsfrieden stören sollte.“ (domradio 15.03.)

 

 

 

„Reform und Tradition müssen sich nicht ausschließen.“ Christlich-jüdisches Gespräch in Frankfurt

 

Anlässlich des diesjährigen Reformationsgedenkens haben sich Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz, des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), der Allgemeinen und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands bei ihrem diesjährigen Treffen heute (6. März 2017) in Frankfurt am Main mit dem Thema „Reformation, Reform und Tradition“ befasst. Die Teilnehmer haben die Reformation nicht nur als innerchristliches Ereignis, sondern auch in ihren gesellschaftlichen und kulturellen Folgen gewürdigt. Dabei wurde auch die ambivalente Wirkungsgeschichte der Reformation gerade auch mit Blick auf das christlich-jüdische Verhältnis und auf den christlichen Antijudaismus in den Blick genommen.

 

„Der reformatorische Ruf zur Umkehr als eine das ganze Leben betreffende Buße schließt notwendig auch das Verhältnis zum Judentum mit ein“, erklärte der Landesbischof der Evangelisch-lutherischen Landeskirche Hannovers, Ralf Meister. Tragischerweise hätten Luthers späte Äußerungen zum Judentum das Einfallstor für judenfeindliche Aussagen im Protestantismus bis hinein ins 20. Jahrhundert gebildet, so Meister weiter.

 

Bischof Dr. Ulrich Neymeyr (Erfurt) unterstrich, dass die katholische Erinnerung an die Reformation von „einer tiefen Ambivalenz“ geprägt sei. Die Reformation habe nicht nur Impulse zur Erneuerung des kirchlichen Lebens gegeben, sondern auch zur Spaltung der westlichen Christenheit und zu wechselseitigen religiösen und sozialen Abgrenzungen geführt. „Erst der ökumenische Dialog der vergangenen Jahrzehnte hat den Blick dafür frei gemacht, dass die Identität der Kirchen sich nicht in gegenseitiger Abgrenzung, sondern in der Orientierung am Evangelium bildet.“

 

Von Seiten der Rabbiner wurde ausdrücklich gewürdigt, dass die EKD sich schon im Vorfeld des Reformationsjubiläums von den antijüdischen Schriften Martin Luthers distanziert und – wie zuvor schon die katholische Kirche – einen theologisch begründeten Verzicht auf die so genannte „Judenmission“ erklärt hat. Das sei ein weiterer, wichtiger Schritt auf dem Weg der Versöhnung von Juden und Christen.

 

Die Beschäftigung mit der geschichtlichen Reformation führte zur Frage, wie das Verhältnis von Tradition und Reform im Judentum und im Christentum zu bestimmen ist. Rabbiner und Kirchenvertreter stimmten darin überein, dass es nicht nur darauf ankomme, eine Tradition zu bewahren, sondern sie für die Gegenwart fruchtbar zu machen. Die Frage, welche Reformen theologisch legitim sind und nach welchen Kriterien Reformen durchgeführt werden können, wurde hingegen sehr unterschiedlich beantwortet.

 

Seit 2006 treffen sich Vertreter der Allgemeinen Rabbinerkonferenz Deutschland (ARK) und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschland (ORD) mit Mitgliedern der Deutschen Bischofskonferenz und des Rates der EKD einmal jährlich zu einem ausführlichen Meinungsaustausch, an dem auch das Präsidium des Deutschen Koordinierungsrates der Gesellschaften für christlich-jüdische Zusammenarbeit teilnimmt. Dbk 6

 

 

 

Papstinterview: „Ich kenne auch die leeren Momente“

 

Er war in Hamburg, aber nicht in Augsburg. Er versteht Deutsch, aber nur wenn es langsam gesprochen wird. Und nein, in diesem Jahr kommt er wohl nicht nach Deutschland: Papst Franziskus hat zum ersten Mal in seinem Pontifikat einem deutschsprachigen Medium ein Interview gegeben, es erscheint in der Wochenzeitung „Die Zeit“ unter dem Titel „Ich bin Sünder und bin fehlbar“.

Es ist mehr ein Gespräch als ein klassisches Interview, amüsant - es wird viel gelacht, es kommen die Themen Zölibat und Frauendiakonat auf den Tisch, es geht um Angst und Freiheit, es geht um Humor und Widerstände gegen ihn als Papst, es geht um den Malteserorden und seinen Aufenthalt in den 80er Jahren in Deutschland. Den interessantesten Teil bildet aber wohl die Passage zu Glauben und Zweifeln. Ohne Krisen und ohne Zweifel könne man nicht wachsen, sagt der Papst, und das sei im Glauben nicht anders. Eingeleitet wurde das durch eine Frage nach den Glaubenskrisen, die unter Gläubigen immer gerne ausgespart würden; dem Papst gibt das die Gelegenheit, Krisen als Weg zu einem erwachsenen Glauben zu beschreiben. Auch er kenne die leeren, dunklen Momente, in denen man mit Gott nicht klar komme. Die Stelle gibt den Ton des Gesprächs wieder.

Mehr Gespräch als Interview

Und so werden alle Themen des insgesamt sehr langen Gesprächs von dieser Dimension des Glaubens her beleuchtet. Ob es einen Teufel gibt und ob er daran glaube, wird der Papst gefragt. Und ohne herum zu reden, antwortet er mit Ja und erzählt von diesem seinem Glauben.

Auch die Frage nach dem Priestermangel und die Anschlussfrage nach einem womöglich freiwilligen Zölibat hat ihren Grund in der erlebten Gemeindesituation des Fragers, nicht in abstrakten Überlegungen zu Gerechtigkeit oder Gleichheit.

Die Kirche müsse das Problem der fehlenden Berufungen lösen, sagt der Papst; dazu brauche es erstens Gebet und zweitens Jugendarbeit. Der freiwillige Zölibat sei aber keine Lösung, sagt der Papst sehr deutlich. Zur Weihe von „erprobten Männern“, so genannten Viri probati, äußert er dagegen, dass darüber nachgedacht werden müsse.

„Habt keine Angst! Das macht uns frei“

Immer wieder kommt es in dem Gespräch zu Aussagen wie „Habt keine Angst! Das macht uns frei“, kurz gefasste Überzeugungen, die unscheinbar daher kommen, aber viel Gewicht haben. Es spricht für den Gesprächspartner, den Verlauf so gestaltet zu haben, dass Raum bleibt für diese Dimensionen und dass er - etwa beim Thema Teufel - nicht gleich dagegen hält, sondern Raum lässt. Der Mensch sei grundsätzlich gut, kann der Papst sagen, aber „die Güte des Menschen ist eine verwundete Güte“.

So kann man auch über die Grenzen des Gebets sprechen oder darüber, wem Gott alles vergibt (Hitler? Stalin?) und was man als Mensch überhaupt darüber sagen kann. So kann man auch über Populismus sprechen, ohne gleich in die üblichen Selbstverständlichkeiten zu fallen. Populismus brauche immer einen Messias und die Rechtfertigung „Wir bewahren die Identität des Volkes!"

Idealisierung hat was von Aggression

Es werde immer so viel über ihn erzählt, sagt der Papst; einige Male entschuldigt er sich beim Gesprächspartner dafür, dass er Journalisten vorwerfen müsse, nicht genau zu arbeiten. Übrigens empfinde er es auch als Aggression, wenn man zu unkritisch über ihn berichte: „ Wenn ich idealisiert werde, fühle ich mich angegriffen.“ Letztlich sei er aber „ein ganz normaler Mensch, kein bisschen ungewöhnlicher als andere.“ Auf den Einwurf, dass allein die Tatsache, dass er als Papst das so sage, ihn schon außergewöhnlich mache, muss Papst Franziskus dann zugeben: „ Na gut, vielleicht ist nicht alles an mir gewöhnlich.“ Das Gespräch mit einem ungewöhnlichen Menschen: Ab diesem Mittwoch online und an diesem Donnerstag in der Wochenzeitung „Die Zeit“.  (rv 08.03.)

 

 

 

 

Treffen von CDU und Deutscher Bischofskonferenz

 

Das Präsidium der CDU Deutschlands hat sich gestern (13. März 2017) unter Leitung der Vorsitzenden, Bundeskanzlerin Dr. Angela Merkel, zu einem Meinungsaustausch mit Mitgliedern der Deutschen Bischofskonferenz unter Leitung ihres Vorsitzenden, Kardinal Reinhard Marx, getroffen. Im Mittelpunkt des gut zweistündigen Gesprächs im Katholischen Büro der Deutschen Bischofskonferenz standen neben einem Ausblick auf das Jahr 2017 Fragen des gesellschaftlichen Zusammenhalts, die Themen Flucht und Migration sowie die Zukunft der Europäischen Union.

 

Angesichts der großen Herausforderungen waren sich beide Seiten einig, dass christliche Werte in unserem Land eine zentrale Rolle spielen müssen. Mit Blick auf das Reformationsjahr wurde die Bedeutung der Ökumene betont. Der Stärkung des gesellschaftlichen Zusammenhalts sowie der Unterstützung und Förderung von Familien komme eine entscheidende Rolle zu. Dies gelte auch für die Fortschreibung der europäischen Integration, deren friedensstiftendes Wirken besonders hervorgehoben wurde.

 

Die Integration von Flüchtlingen mit Bleiberecht sei eine der zentralen Aufgaben der kommenden Jahre, waren sich beide Seiten einig. Die Vertreter der CDU dankten den Bischöfen ausdrücklich für das große Engagement der Kirchen in der Flüchtlingshilfe und bei der Integrationsarbeit. Dabei warben die Vertreter der Bischofskonferenz für eine faire Lastenverteilung in Europa und unterstrichen die Bedeutung des Familiennachzugs für eine erfolgreiche Integration.

 

Die Bekämpfung der Fluchtursachen insbesondere auf dem afrikanischen Kontinent bleibe eine dauernde Aufgabe. Die Vertreter der Bischofskonferenz betonten, es sei ein starkes Signal, dass die Entwicklung Afrikas einer der Schwerpunkte der diesjährigen G20-Präsidentschaft Deutschlands sei.

 

Die Begegnung fand in einer herzlichen und offenen Atmosphäre statt. Beide Seiten vereinbarten, den vertrauensvollen Austausch weiter fortzusetzen.

 

Hintergrund. Für das Präsidium der CDU Deutschlands nahmen an dem Gespräch teil: die CDU-Parteivorsitzende, Bundeskanzlerin Dr. Angela Merkel; CDU-Generalsekretär Dr. Peter Tauber; die Präsidiumsmitglieder Bundesminister Dr. Wolfgang Schäuble, Bundesminister Dr. Thomas de Maizière, Prof. Monika Grütters, Karl-Josef Laumann und Ministerpräsident Dr. Reiner Haseloff; zudem waren Bundesminister Peter Altmaier und die stellvertretende Vorsitzende der CDU/CSU-Bundestagsfraktion Sabine Weiss zu Gast.

 

Für die Deutsche Bischofskonferenz nahmen an dem Gespräch teil:

der Vorsitzende, Kardinal Reinhard Marx, Kardinal Rainer Maria Woelki, Erzbischof Dr. Heiner Koch, Bischof Dr. Stephan Ackermann, Weihbischof Dieter Geerlings, Weihbischof Dr. Christoph Hegge, Weihbischof Wilfried Theising, Weihbischof Dr. Stefan Zekorn, der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, Pater Dr. Hans Langendörfer SJ, sowie Prälat Dr. Karl Jüsten und Katharina Jestaedt. Dbk 14