Notiziario religioso 15-28  MAGGIO  2017

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Inhaltsverzeichnis

1.       Pellegrinaggio. Papa a Fatima: “Non potevo non venire qui”  1

2.       “Il futuro richiede attenzione concreta a vita e maternità”  1

3.       Papa Francesco a Fatima, sono santi i pastorelli Francisco e Giacinta  2

4.       Ascensione del Signore  2

5.       Medjugorje, dubbi e aperture del Papa  2

6.       Il legame dei Papi con Fatima  3

7.       Mons. Perego ordinato vescovo: riceve il pastorale di mons. Bonomelli. Verso Ferrara con due valigie  4

8.       Papa a Fatima. P. Rosario Fernandes: “Su terzo segreto non c’è più niente da rivelare”  4

9.       Messaggero di pace e riconciliazione  5

10.   La «simpatia» evangelica di un papa missionario  5

11.   “Ho visto la bellezza della Chiesa in Egitto”  6

12.   8Xmille: firmare per la Chiesa Cattolica  6

13.   Il Papa e i 150 anni di Azione cattolica. «Fate politica con la A maiuscola»  6

14.   150° Azione cattolica: presidenza Cei, “occasione preziosa per rinnovare il vostro essenziale impegno laicale”  7

15.   Papa in Egitto: un viaggio breve, ma carico di significato  7

16.   Scalabrini-Fest 2017: formazione e incontro per un cambiamento di sguardo sulle migrazioni 7

17.   Primo corridoio umanitario della Conferenza Episcopale Italiana  8

18.   Al via la campagna della Cei “Chiedilo a loro”  8

19.   Papa Francesco riceverà Donald Trump il 24 maggio  8

20.   Enzo Bianchi, “credere non è un atto intellettuale ma un coinvolgimento con la vita di Gesù”  8

21.   Il Terzo Segreto di Fatima: dati certi, dubbi e retroscena  9

 

 

1.       Heiligsprechung: Mobilisierung gegen die Gleichgültigkeit 10

2.       „Vielfalt verbindet.“ Kirchen veröffentlichen Gemeinsames Wort zur Interkulturellen Woche 2017  11

3.       Papstmesse: „Sklaverei ist Todsünde“  11

4.       Kirche in Zeiten der Glasfaser 12

5.       Fatima: Spekulationen um Geheimnisse sind „unnütz"  12

6.       Für einen zukunftsfähigen Religionsunterricht. ZdK verabschiedet Erklärung  12

7.       „Mutter aller Bomben? Ich habe mich geschämt“  13

8.       ZdK wird Stellungnahme zu kirchlichen Finanzen auf überdiözesaner Ebene erarbeiten  13

9.       Adveniat freut sich über konstante Einnahmen  13

10.   Diakon als „Auge der Kirche“. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  14

11.   „Click to pray“ jetzt auch auf Deutsch  14

12.   Was ist mit Dir los, Europa? Von Bischof Heinz Josef Algermissen  14

13.   Berufung der Laien: Auf dem Weg zur echten Synodalität 15

14.   Kongress der Allianz für Weltoffenheit in Köln beendet 15

15.   Politikstil der Gewaltfreiheit einüben. Weltfriedensordnung und Vereinte Nationen stärken  16

16.   Messe in Kairo: Papst für „Extremismus der Nächstenliebe“  16

17.   Dritter Zwischenruf im Wahljahr 2017 von Justitia et Pax. Rechtspopulismus – wider die antidemokratische Versuchung  17

18.   Flicker: "Wir bekennen Farbe für die Demokratie!“  17

19.   Premiere: Papst Franziskus tritt in Kinofilm auf 18

20.   Wieso das Christentum bleiben wird  18

21.   Papst auf Friedenskonferenz: Religionen sind Teil der Lösung  19

22.   Was ist der Papst?  19

23.   100 Jahre Caritas im Bistum Mainz. Das Herz allein reicht für Caritas nicht 20

24.   Dem Papst geht es darum, dass die Armen ernstgenommen werden  21

25.   Schulz und AfD streiten über Kirche  21

26.   Kopten-Bischof ortet Gewalt in Asylunterkünften  22

 

 

 

Pellegrinaggio. Papa a Fatima: “Non potevo non venire qui”

 

Cinquecentomila pellegrini hanno assistito alla messa per la canonizzazione di Francesco e Giacinta Marto, i primi due  bambini non martiri a essere proclamati Santi nella storia della Chiesa. Fatima è "un manto di luce", ha detto Francesco additando al mondo l'esempio dei due pastorelli e chiedendo una "mobilitazione generale" per la "rivoluzione della tenerezza" - M. Michela Nicolais

 

“Abbiamo una Madre”. Lo ha ripetuto tre volte, una delle quali a braccio, Papa Francesco, durante l’omelia della Messa celebrata nella spianata della basilica di Nostra Signora del Rosario di Fatima. Davanti a lui, 500mila persone che poco prima avevano sentito proclamare santi Francesco e Giacinta Marto, i due pastorelli di Fatima che sono diventati i primi due santi bambini non martiri della storia della Chiesa. Altrettanto sterminata la folla che la sera prima, dopo la preghiera privata nella “Cappellina delle Apparizioni” – circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”, una delle istantanee più commoventi del suo 19° viaggio apostolico internazionale – aveva ascoltato il primo discorso pubblico del Papa, dopo le benedizioni delle centinaia di migliaia di candele che hanno rischiarato la notte. Molto intenso e prolungato anche il commiato del Papa, che al termine della Messa, come tutti gli altri fedeli, ha agitato commosso il fazzoletto bianco, per salutare la statua della Madonna di Fatima mentre veniva portata via dal palco.

La speranza è come un’ancora in cielo, dice il Papa nell’omelia del 13 maggio citando le “innumerevoli benedizioni che il cielo ha concesso lungo questi cento anni, passati sotto quel manto di luce che la Madonna, a partire da questo Portogallo ricco di speranza, ha esteso sopra i quattro angoli della terra”. Con davanti agli occhi gli esempi di san Francesco e santa Giacinta Marto, il Papa dà voce ad un moto interiore:

“Grazie, fratelli e sorelle, di avermi accompagnato! Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarle i suoi figli e figlie”.

Fatima è un manto di luce, quello della “Signora”, che avvolge tutti, nessuno escluso, perché nessuno dei suoi figli si perda. Francesco affida alla Madonna di Fatima, in particolare, i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati. E cita una lettera di suor Lucia, traduzione di una visione di Giacinta che sembra evocare perfettamente questa giornata di maggio.

“Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?”.

“Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita”. Ancora la speranza, nella parte finale dell’omelia, dove c’è spazio per una lettera scritta da suor Lucia, il 28 febbraio 1943: “Nel chiedere ed esigere da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia”.

“Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”, l’augurio Francesco.

“Se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani”. Il 12 maggio, Papa Francesco ha ripetuto le parole di Paolo e ha abbracciato quelli che ne hanno più bisogno: i diseredati e gli infelici, gli esclusi e gli abbandonati a cui si nega il futuro, gli orfani e le vittime d’ingiustizia a cui non è permesso avere un passato.

“Ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto”, l’invito che sa di mandato missionario. Sir 13

 

 

 

 

“Il futuro richiede attenzione concreta a vita e maternità”

 

Al Regina Coeli Francesco chiede alla Chiesa di occuparsi dei bambini e prega per le minoranze in Medio Oriente. All’alba la preghiera a Santa Maria Maggiore

Giacomo Galeazzi

 

CITTÀ DEL VATICANO - «A Fatima ho chiesto che la Chiesa abbia cura dei bambini», afferma il Papa e aggiunge: «C’è tanto bisogno di preghiera e penitenza contro assurdi conflitti e per implorare la pace». Il suo pensiero va in particolare ai «tanti innocenti duramente provati dalla guerra». Alle «istituzioni» sollecita nella meditazione del Regina Coeli «un’attenzione concreta alla vita e alla maternità». A richiederlo è «il futuro delle nostre società» e «questo appello è particolarmente significativo oggi mentre si celebra, in tanti Paesi, la festa della mamma: ricordiamo con gratitudine e affetto tutte le mamme, anche le nostre mamme in cielo, affidandole a Maria, la mamma di Gesù»; Francesco ha poi invitato i fedeli a un minuto di silenzio per fare una preghiera ognuno per la propria mamma.  

 

Un invito accorato, rivolto come un completamento ideale delle sue intense catechesi mariane in Portogallo. «Lasciamoci guidare dalla luce che viene da Fatima», esorta Francesco. E «anche ai nostri giorni c’è tanto bisogno di preghiera e di penitenza per implorare la grazia della conversione, come pure la fine degli assurdi conflitti e delle violenze che sfigurano il volto dell’umanità». Perciò, nella Preghiera mariana recitata a piazza San Pietro con i fedeli, affida «a Maria, Regina della pace», la sorte delle popolazioni afflitte da guerre e conflitti, in particolare in Medio Oriente. «Tante persone innocenti sono duramente provate, sia cristiane, sia musulmane, sia appartenenti a minoranze come gli yazidi, i quali subiscono tragiche violenze e discriminazioni- afferma il Papa, che recentemente ha incontrato una ragazza yazida ridotta in schiavitù dall’Isis - Alla mia solidarietà si accompagna il ricordo nella preghiera, mentre ringrazio quanti si impegnano a sovvenire ai bisogni umanitari. Incoraggio le diverse comunità a percorrere la strada del dialogo e della riconciliazione per costruire un futuro di rispetto, di sicurezza e di pace».  

 

Stamattina, prima delle 7, il Pontefice ha compiuto il consueto omaggio alla Vergine che conclude ogni suo viaggio, portando un mazzo di rose bianche all’icona della Salus Populi Romani nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Questa volta, rientrando da Fatima, il Papa ha scelto di recarsi nella Basilica di mattino presto soffermandosi a lungo seduto in preghiera davanti all’icona della Vergine e ha lasciato Santa Maria Maggiore prima dell’inizio delle celebrazioni domenicali. Da quando è stato eletto, papa Francesco è solito recarsi a Santa Maria Maggiore prima e dopo ogni viaggio o pellegrinaggio (come faceva anche da Arcivescovo di Buenos Aires nei suoi soggiorni a Roma), per pregare davanti alla icona cara al popolo romano, e cara a lui, perché legata alla spiritualità dei Gesuiti e alle vicende romane del loro fondatore, Ignazio di Loyola, e dei suoi primi compagni.  

 

Al Regina Coeli, Jorge Mario Bergoglio ha tracciato un bilancio spirituale della sua missione «di preghiera» in Portogallo nel quale ha affidato a Maria tutti gli uomini definendoli «fratelli in umanità» come Paolo VI aveva presentato la Chiesa come «esperta in umanità» nel suo storico discorso all’Onu. «Ieri sera sono ritornato dal pellegrinaggio a Fatima, e la nostra preghiera mariana di oggi assume un significato particolare, carico di memoria e di profezia per chi guarda la storia con gli occhi della fede - spiega il Pontefice - A Fatima mi sono immerso nella preghiera del santo Popolo fedele, preghiera che là scorre da cento anni come un fiume, per implorare la protezione materna di Maria sul mondo intero. Rendo grazie al Signore che mi ha concesso di recarmi ai piedi della Vergine Madre come pellegrino di speranza e di pace. E ringrazio di cuore i Vescovi, le Autorità dello Stato e tutti coloro che hanno offerto la loro collaborazione».  

 

Fin dall’inizio, racconta il Pontefice, «quando nella Cappella delle Apparizioni sono rimasto a lungo in silenzio, accompagnato dal silenzio orante di tutti i pellegrini, si è creato un clima raccolto e contemplativo, in cui si sono svolti i vari momenti di preghiera». E, prosegue, «al centro di tutto è stato ed è il Signore Risorto, presente in mezzo al suo Popolo nella Parola e nell’Eucaristia. Presente in mezzo ai tanti malati, che sono protagonisti della vita liturgica e pastorale di Fatima, come di ogni santuario mariano».  

 

A Fatima, sottolinea il Papa, «la Vergine ha scelto il cuore innocente e la semplicità dei piccoli Francesco, Giacinta e Lucia, quali depositari del suo messaggio. Questi fanciulli lo hanno accolto degnamente, così da essere riconosciuti come testimoni affidabili delle apparizioni, e diventando modelli di vita cristiana». Quindi «con la canonizzazione di Francesco e Giacinta, ho voluto proporre a tutta la Chiesa il loro esempio di adesione a Cristo e di testimonianza evangelica». Infatti, «la loro santità non è conseguenza delle apparizioni, ma della fedeltà e dell’ardore con cui essi hanno corrisposto al privilegio ricevuto di poter vedere la Vergine Maria: dopo l’incontro con la “bella Signora”, essi recitavano frequentemente il Rosario, facevano penitenza e offrivano sacrifici per ottenere la fine della guerra e per le anime più bisognose della divina misericordia, il Cuore Immacolato di Maria sia sempre il nostro rifugio, la nostra consolazione e la via che ci conduce a Cristo».  

 

Dopo aver recitato la Preghiera mariana con fedeli e pellegrini riuniti numerosi in piazza San Pietro, Francesco ha ricordato che «ieri, a Dublino, è stato proclamato Beato il sacerdote gesuita John Sullivan». Il suo Confratello, vissuto in Irlanda tra Otto e Novecento, «dedicò la vita all’insegnamento e alla formazione spirituale dei giovani, ed era amato e ricercato come un padre dai poveri e dai sofferenti: rendiamo grazie a Dio per la sua testimonianza». Il Pontefice rivolge un pensiero, inoltre, ai «partecipanti all’iniziativa denominata “Passeggini vuoti” e il gruppo delle mamme di Bordighera». E saluta «i fedeli di Roma e pellegrini dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, i fedeli di Ivrea, Salerno, Valmontone e Rimini; gli alunni di Potenza e di Mozzo (Bergamo)». A tutti augura «una buona domenica e per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci». 

LS 14

 

 

 

Papa Francesco a Fatima, sono santi i pastorelli Francisco e Giacinta

 

I due erano stati beatificati da papa Wojtyla 13 maggio del 2000. Di Lucia, la terza pastorella, morta nel 2010, è in corso il processo di beatificazione - dal nostro inviato PAOLO RODARI

 

FATIMA - Davanti a oltre mezzo milione di persone e subito dopo aver incontrato in forma privata il primo ministro del Portogallo, Antonio Luis Santos da Costa, Papa Francesco ha canonizzato questa mattina Giacinta e Francisco Marto, i due pastorelli che dal 13 maggio 1917, esattamente cento anni fa, ebbero visioni della Vergine, riconosciute dalla Chiesa come fenomeno soprannaturale già nel 1930. Sono i primi bambini non martiri dell'intera storia della Chiesa a essere proclamati santi.

 

Francesco ha ricordato cosa accadde "in quel benedetto giorno di cento anni fa". La Vergine "presagendo e avvertendoci sul rischio dell'inferno a cui conduce una vita – spesso proposta e imposta – senza Dio e che profana Dio nelle sue creature, è venuta a ricordarci la Luce di Dio che dimora in noi e ci copre". Fatima, infatti, "è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della terra".

 

Francesco ha ricordato "tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità", in particolare "i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati". "Carissimi fratelli - ha detto -, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio".

 

"Nel chiedere ed esigere da ciascuno di noi l'adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un'altra vita", ha detto ancora Papa Bergoglio.

 

Giacinta e Francesco Marto avevano appena nove e dieci anni quando, insieme alla cugina Lucia dos Santos, dissero di aver visto la Madre di Dio. Sostennero poi che ella apparve loro ogni 13 del mese fino all'ottobre dello stesso 1917. Quel 13 maggio era per i bambini un giorno come tanti altri. Avevano portato le pecore in un campo chiamato Cova da Iria, di proprietà della famiglia di Lucia e, come al solito giocavano.

 

Cosa avvenne lo racconterà tempo dopo Lucia nelle sue memorie: "Vedemmo all'improvviso qualcosa come un lampo. 'È meglio che ce ne andiamo a casa', dissi ai miei cugini 'perché sta lampeggiando, potrebbe venire un temporale'. E cominciammo a scendere il pendio, spingendo le pecore verso la strada. Arrivati all'incirca a metà pendio, quasi vicino a un grande leccio che c'era lì, vedemmo un altro lampo e, fatti alcuni passi più avanti, vedemmo sopra un'elce una signora, era vestita di bianco e diffondeva una luce più chiara del sole... Sorpresi, ci fermammo. Eravamo così vicini che ci trovavamo dentro alla luce che la circondava o che lei diffondeva. Forse a un metro e mezzo, più o meno, di distanza. Allora quella signora ci disse: 'Non abbiate paura. Io non voglio farvi del male'. 'Di dove siete?', le domandai. 'Sono del cielo'. 'E che cosa volete?'. 'Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi di fila, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio. Tornerò qui ancora una settima volta'. 'E anch'io andrò in cielo?'. 'Sì. Ci andrai'. 'E Giacinta?'. 'Sì. Ci andrà anche lei'. 'E Francesco?'. 'Pure'. Poi ci disse di recitare il rosario tutti i giorni e che avremmo avuto molto da soffrire, ma che la grazia di Dio sarebbe stata il nostro conforto".

 

Francesco morì colpito dalla febbre spagnola il 4 aprile 1919. Giacinta il 20 febbraio 1920, sola in un ospedale di Lisbona. Mentre Lucia si fece suora dorotea e morì nel 2005. La fama di santità dei due pastorelli di diffuse da subito in tutto il Portogallo. A Lucia venne chiesto di scrivere tutto quello che ricordava delle apparizioni. La prima memoria venne finita nel Natale del 1935. Successivamente le chiesero di scrivere anche i suoi ricordi su Francesco e sui fatti avvenuti a Fatima. Furono queste memorie la base per la causa di canonizzazione che si aprì nella diocesi di Leiria nel 1952. Nel 1989 la causa venne portata a conclusione con il decreto sulla pratica delle virtù in considerazione dell'età dei due bambini. L'ostacolo riguardava la possibilità o meno di prendere in considerazione dei fanciulli come candidati alla canonizzazione. Ma venne superato nel 1981 con un documento ad hoc della Congregazione delle cause dei santi.

 

Il miracolo attribuito alla intercessione dei due bambini che consentì la loro beatificazione venne riconosciuto nel 1999. Quello che aprì la strada alla canonizzazione venne invece promulgato il 23 marzo scorso. È accaduto nella diocesi brasiliana di Campo Mourao, in Paranà il 3 marzo del 2013 e riguarda un bambino, Lucas Maeda de Oliveira, che all'epoca del fatto aveva quasi 6 anni. Il bambino cadde dalla finestra da un'altezza di circa sei metri e mezzo riportando un gravissimo trauma cranio-encefalico con perdita di materia cerebrale. Portato in ospedale in stato di coma, con prognosi nefasta, fu sottoposto ad intervento chirurgico, seppure in una struttura sanitaria inadeguata per la cura di lesioni traumatiche così gravi e dove rimase in un quadro di particolare gravità clinica con elevato rischio di morte, o di stato vegetativo permanente o di gravi deficit neurologici e cognitivi, nella migliore delle ipotesi. Dopo solo alcuni giorni, invece, il bambino venne dimesso con rapidissima e completa guarigione, in assenza di terapie specifiche, con deambulazione autonoma e senza nessun esito di danni neurologici e cognitivi. LR 13

 

 

 

 

Ascensione del Signore

 

Gesù ascende al cielo e gli apostoli rimangono nella contemplazione del mistero. Negli Atti, gli angeli chiedono: “Perché state a guardare il cielo?”. Come dire che l’ascensione ha, per conseguenza immediata, l’annuncio della buona notizia su tutta la terra. Terminata la missione di Gesù, inizia il cammino di quelli che l’hanno accolta e la sentono, ora, come propria: testimoniare l’amore del Padre ai fratelli che ancora non lo conoscono.

Per l’ultimo appuntamento Gesù ha scelto di nuovo un monte, in Galilea: il monte è sempre stato il luogo privilegiato della manifestazione di Dio e la Galilea ha sempre indicato uno spazio di confine, di frontiera, di apertura. Monte e Galilea simboleggiano, insieme, l’incontro tra il cielo e la terra e l’apertura alla missione universale dei discepoli che sono inviati da Gesù a convocare la Chiesa per riunirla dai quattro punti cardinali del mondo. Nessuno è escluso dalla famiglia dei figli di Dio. Ma occorre che il nome del Padre dei cieli sia santificato su tutta la terra.

Al comando missionario Gesù unisce la conferma della sua presenza: “Sarò con voi tutti i giorni”. Se obbediamo al comando è perché confidiamo nella sua presenza. Sappiamo che in Gesù Dio ha assunto un nome nuovo, l’Emanuele, il Dio-con-noi. C’è da cambiare il mondo, una sfida impossibile, ma lui è in mezzo a noi. Cambiare nel senso di salvare, perché il Vangelo è acqua che risana, notizia che consola, annuncio che libera.

“Essi però dubitarono”, come se avessero un cuore “doppio”, diviso, tentato. Fede e dubbio convivono, anche se le parole del Signore sono chiare e totalitarie perché mostrano la potenza di Dio: “…ogni potere … tutti i popoli … tutti i giorni…”. Dov’è oggi il potere del Signore? Sembra nascosto, annullato. Il vero potere è averlo con noi ogni giorno, fino alla consumazione dei secoli. C’è la potenza del male, ma Gesù è con noi.

C’è anche la traccia di un dramma consumato. Non sono dodici, ma undici, i discepoli convocati sul monte di Galilea per essere mandati sino ai confini della terra a portare il Vangelo della salvezza e della pace. Un corpo ferito, una sproporzione tra la santità del compito e la povertà della storia di ciascuno. Ecco la grande missione che, iniziata quel giorno, è oggi ancora del tutto iniziale. In molte terre e in tantissimi cuori neppure inaugurata; di più: in molte terre e cuori già svanita, abbandonata.  Angelo Sceppacerca, Sir

 

 

 

 

Medjugorje, dubbi e aperture del Papa

 

La conferenza stampa sul volo di ritorno da Fatima. Francesco parla delle apparizioni in Erzegovina, apre a quelle avvenute all’inizio ma esprime molti dubbi su quelle attuali. Su Trump: «Non dò giudizi prima di incontrarlo». Sui Lefebvriani: «I rapporti sono fraterni». «Non ho mai dato la grazia in un caso di abusi sui minori» - Andrea Tornielli, inviato sul volo Fatima-Roma

 

«Preferisco la Madonna Madre a quella che fa il capo di ufficio telegrafico che ogni giorno invia un messaggio». Papa Francesco di ritorno da Fatima smorza le interpretazioni sulla preghiera relativa al «vescovo vestito di bianco» («Non l’ho scritta io») e risponde a una domanda sulle apparizioni di Medjugorje rivelando il contenuto della relazione Ruini, positiva sulle prime apparizioni ma dubbiosa sul quelle attuali. 

 

Che cosa rimane ora per la Chiesa e il mondo intero dalle apparizioni di Fatima? E che cosa si può sperare dall’incontro con Trump del 24 maggio?  

«Fatima è un messaggio di pace portato all’umanità da tre grandi comunicatori che avevano meno di 13 anni. La canonizzazione dei pastorelli è stata una cosa che all’inizio non era pianificata, perché il processo sul miracolo procedeva lentamente, poi sono arrivate le perizie e per me è stata una grande felicità. Il mondo può sperare la pace. E con tutti io parlerò di pace. Prima di imbarcarmi sul volo da Roma ho ricevuto degli scienziati di varie religioni che partecipavano a un convegno all’osservatorio vaticano. Un ateo, senza dirmi da che Paese veniva, mi ha salutato così: “Io sono ateo! Le chiedo un favore: dica ai cristiani che amino di più i musulmani”. Questo è un messaggio di pace!». 

 

Ieri lei ha chiesto di abbattere i muri, ma fra qualche giorno incontra un capo di Stato, il presidente Trump, che vuole costruire i muri e che la pensa diversamente da lei ad esempio sul clima e sui migranti. Alla vigilia di questa udienza che opinione si è fatto sulle politiche del Presidente americano e che cosa si aspetta dall’incontro con lui?  

«Mai mi faccio un giudizio su una persona senza ascoltarla, credo di non doverlo fare. Dal nostro colloquio usciranno le cose, lui dirà quello che pensa e io dirò quello che penso. Sui migranti sapete bene che cosa io penso. Sempre ci sono porte che non sono del tutto chiuse, bisogna cercare le porte che almeno siano un po’ aperte, bisogna entrare e parlare su ciò che c’è di comune e andare avanti passo dopo passo. La pace è artigianale, si fa ogni giorno. Anche l’amicizia tra le persone, la conoscenza mutua, la stima reciproca è artigianale, si fa quotidianamente. Bisogna avere rispetto dell’altro, allo stesso tempo dire ciò che si pensa in modo molto sincero». 

 

Spera che dopo l’incontro il Presidente Trump ammorbidirà le sue politiche?  

«Questo è un calcolo politico che non mi permetto di fare… E sapete che sul piano religioso non faccio proselitismo».  

 

Lei a Fatima si è presentato come “vescovo vestito di bianco”, con le stesse parole usate da suor Lucia nel Terzo Segreto. Fino ad ora si applicavano a Giovanni Paolo II, all’attentato che ha subito, ai martiri del XX secolo. Che cosa significa ora?  

«La preghiera alla Madonna che conteneva quell’espressione non l’ho composta io, l’ha fatta il santuario di Fatima. C’è un collegamento tra il vescovo di bianco, la Madonna vestita di bianco, il bianco dei bambini innocenti per il battesimo. Credo che letterariamente abbiano cercato di esprimere col bianco quella voglia di pace, di innocenza, di non fare guerra all’altro. L’allora cardinal Ratzinger ha spiegato tutto chiaramente del Terzo Segreto». 

 

Il 13 maggio è un giorno particolare per lei perché nel 1992 il nunzio Calabresi le annunciò la nomina a vescovo ausiliare di Buenos Aires. Ha mai collegato questo fatto con Fatima e in questi giorni ha pensato a questo?  

«Non ho pensato alla coincidenza. Soltanto ieri mentre pregavo davanti alla Madonna mi sono ricordato che il 13 maggio di 25 anni fa ho ricevuto la chiamata del nunzio che mi annunciava la nomina a vescovo. Alla Madonna ho chiesto scusa dei miei sbagli e anche per il mio cattivo gusto nello scegliere la gente…». 

 

La Fraternità San Pio X ha una grande devozione per Fatima. Si parla di un accordo a breve e alcuni immaginavano un annuncio oggi. Si farà questo accordo e qual è per lei il senso di questa riconciliazione? Rientreranno con trionfalismo?  

«Scarterei ogni forma di trionfalismo. Alcuni giorni fa la Feria IV, il congresso della Congregazione per la dottrina della fede, ha studiato un documento e questo testo ancora a me non è arrivato. I rapporti attuali sono fraterni, l’anno scorso ho dato la dispensa per la confessione a tutti i loro sacerdoti e anche una forma di giurisdizione per i matrimoni. Ma già da tempo i loro problemi, i casi che devono essere risolti dalla Congregazione per la dottrina della fede – per esempio i casi di abusi – li stanno affrontando con i dicasteri vaticani. Con monsignor Fellay ho un buon rapporto, ho parlato diverse volte con lui. A me non piace affrettare le cose, ma camminare e camminare, poi si vedrà. Per me non è un problema di vincitori o sconfitti, ma di fratelli che fanno passi avanti». 

 

Evangelici e cattolici possono fare un tratto di strada insieme? Potranno partecipare alla stessa mensa?  

«Sono stati fatti grandi passi in avanti. Pensiamo alla dichiarazione sulla Giustificazione, da quel momento il cammino non si è fermato. Il viaggio in Svezia è stato molto significativo. Anche per l’ecumenismo del cammino, del camminare insieme, con la preghiera, con il martirio, con le opere di carità e misericordia. E lì la Caritas luterana e cattolica hanno fatto un accordo per lavorare insieme. Dio è il Dio delle sorprese, non dobbiamo mai fermarci, dobbiamo pregare insieme, testimoniare insieme, fare le opere di misericordia insieme, affermare che Gesù è l’unico salvatore e che la grazia soltanto viene da Lui. I teologi continueranno a studiare, noi andiamo avanti col cammino». 

 

A Fatima abbiamo visto una grande testimonianza di fede popolare, la stessa che si riscontra anche a Medjugorje. Che cosa pensa di quelle apparizioni e del fervore religioso che hanno suscitato, visto che ha deciso di nominare un vescovo delegato per gli aspetti pastorali?  

«Tutte le apparizioni o le presunte apparizioni appartengono alla sfera privata, non sono parte del magistero pubblico ordinario. Per Medjugorje Benedetto XVI ha istituito una commissione presieduta dal cardinale Ruini. Io ho ricevuto il risultato, era composta di bravi teologi, vescovi e cardinali. La relazione della commissione è molto, molto buona. C’erano alcuni dubbi nella Congregazione per la dottrina della fede e il dicastero ha giudicato opportuno inviare a ognuno dei membri della Feria IV – la riunione mensile della Congregazione - tutta la documentazione, anche i pareri contrari alla relazione Ruini. Io ho ricevuto la notificazione un sabato, in tarda serata. Non mi è sembrato giusto: era come mettere “all’asta” la relazione Ruini, che è molto ben fatta. Domenica mattina il Prefetto della dottrina della fede ha ricevuto una lettera nella quale gli chiedo che invece di inviare alla Feria IV quelle opinioni contrarie, le inviino a me personalmente. Questi pareri sono stati studiati tutti – sottolineo tutti. La relazione Ruini afferma che si devono distinguere le prime apparizioni, quando i veggenti erano ragazzi e dice che si deve continuare a investigare quelle. Sulle presunte apparizioni attuali, la relazione presenta i suoi dubbi. Io personalmente sono più cattivo, preferisco la Madonna Madre che non la Madonna capo di ufficio telegrafico che ogni giorno invia un messaggio. E queste presunte apparizioni non hanno tanto valore: questo lo dico come opinione personale. C’è chi pensa che la Madonna dica: venite, quel tal giorno alla tal ora darò un messaggio a quel veggente. Poi, terzo punto, c’è il fatto spirituale e pastorale, il nocciolo della relazione: gente che si converte, che incontra Dio, che cambia vita. E questo non grazie a una bacchetta magica. Questo fatto non si può negare. Adesso per vedere questo, ho nominato un vescovo bravo (monsignor Hoser, ndr) che ha esperienza per occuparsi della parte pastorale. Alla fine si dirà qualche parola». 

 

Le ONG che salvano i migranti in mare sono state accusate di collusione con gli scafisti trafficanti di uomini. Che cosa ne pensa?  

«Ho letto sul giornale che c’era questo problema, ma ancora non conosco i dettagli e per questo non posso esprimere opinioni. So che c’è un problema e che le indagini vanno avanti. Mi auguro che vadano avanti e che venga fuori tutta la verità». 

 

Marie Collins è l’ultimo membro della commissione per la tutela dei minori che si è dimessa spiegando di averlo fatto perché gli ufficiali in Vaticano non mettevano in pratica i consigli della commissione. Di chi è la responsabilità? E che cosa sta facendo lei perché siano messi in atto?  

«Marie Collins mi ha spiegato bene la cosa, ho parlato con lei, è una brava donna. Continuerà a lavorare nella formazione con sacerdoti su questo punto. Ha rivolto questa accusa e un po’ di ragione ce l’ha perché ci sono tanti casi in ritardo. In ritardo perché si ammucchiavano lì. In questo tempo si è dovuto fare la legislazione, oggi in quasi tutte le diocesi c’è un protocollo da seguire, i dossier vengono fatti bene, è un progresso grande. C’è poca gente, c’è bisogno di più personale capace di seguire questo, il Segretario di Stato e il cardinale Müller stanno cercando più personale. Si è cambiato il direttore dell’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede, che era bravissimo ma un po’ stanco ed è tornato in patria per fare lo stesso lavoro lì. Il nuovo è un irlandese, monsignor Kennedy, molto bravo ed efficiente, e questo aiuterà abbastanza. Poi c’è un problema: a volte i vescovi inviano i casi, se il protocollo va bene, passa subito alla riunione della Feria IV, altrimenti deve tornare indietro e per questo si pensa ad aiuti continentali, uno o due per continente: dei pre-tribunali o tribunali continentali. Quando la Feria IV riduceva un sacerdote allo stato laicale, se lui faceva ricorso, il caso veniva studiato dalla stessa Feria IV. Ho creato un altro tribunale e ho messo a capo di questo una persona indiscutibile, l’arcivescovo di Malta Scicluna, tra i più forti contro gli abusi. Se viene approvata la prima sentenza, è finito il caso, il sacerdote ha solo la possibilità di appellarsi al Papa per chiedere la grazia: mai ho firmato una grazia. Marie Collins ha ragione ma noi eravamo sulla strada, ci sono duemila casi ammucchiati in attesa». 

 

Nel Portogallo cattolico si istituisce il matrimonio gay e la depenalizzazione dell’aborto, come pure l’eutanasia…  

«È un problema politico, e della coscienza cattolica che a volte non è di appartenenza totale alla Chiesa. Dietro a questo c’è la mancanza di una catechesi ben fatta. Ci sono zone, in Italia e in America latina, ad esempio, in cui sono molto cattolici e allo stesso tempo anticlericali e mangiapreti. Mi preoccupa, però dico ai sacerdoti che è il clericalismo che allontana la gente. Il clericalismo è una peste nella Chiesa».  LS 13

 

 

 

 

Il legame dei Papi con Fatima

 

Papa Francesco è il quarto romano Pontefice a visitare il noto santuario portoghese

 

Il diciannovesimo viaggio apostolico di Papa Francesco a Fatima sembra avere un sapore particolare così come è stato per i suoi tre predecessori.

Francesco è quindi il quarto papa che visita i luoghi dove i tre pastorelli furono protagonisti delle apparizioni mariane, che iniziarono nel 1917 e vennero riconosciute dalla Chiesa cattolica nel 1930.

Prima di Francesco, Fatima è stata visitata da Paolo VI (1967), Giovanni Paolo II (1982, 1991 e 2000) e Benedetto XVI (2010).

Non solo questi papi pellegrini, però, hanno avuto un legame molto stretto con Fatima, con le sue apparizioni e con il “segreto” lasciato ai pastorelli. Già Benedetto XV, eletto pontefice nel 1913, si ritrovò, come accadde anche ai suoi successori, ad entrare in “contatto” con le apparizioni portoghesi.

Benedetto XV, otto giorni dopo la prima apparizione, pregò con fervore la Santa Vergine per la pace nel mondo, dilaniato all’epoca dalla Prima Guerra Mondiale, chiedendo la sua potente intercessione come “Regina della pace”, espressione aggiunta poi in modo permanente alle Litanie Lauretane. Nell’aprile 1918, dopo la restaurazione della diocesi di Leiria, inviò una lettera ai vescovi portoghesi in merito alle apparizioni, sottolineando l’aiuto “straordinario della Madre di Dio”.

Nel 1929, Pio IX, durante la sua visita al Pontificio Collegio Portoghese di Roma, offre ai seminaristi una replica della Vergine di Fatima. Nel 1930 viene concessa l’indulgenza plenaria, una volta al mese, per i pellegrini a Fatima, e l’indulgenza parziale a chi avesse visitato il santuario delle apparizioni e pregato per le intenzioni del Santo Padre.

Ma il 13 ottobre 1930 viene finalmente dato l’annuncio tanto atteso da devoti e pellegrini: il vescovo di Leiria, mons. José Alves Correia da Silva, con la lettera pastorale “A Providência Divina”, annuncia i risultati delle indagini svolte dalla Santa Sede e proclama ufficiale il culto alla Vergine di Fatima.

Anche Pio XII era molto legato a Fatima. Nel 1940 si rivolse nell’enciclica “Saeculo Exeunte” ai cattolici portoghesi. Nell’ottobre del 1942, consacrò il mondo – e in particolare la Russia – al Cuore Immacolato di Maria. Nel 1954, riferendosi alla Madonna di Fatima, pubblicò l’enciclica “Ad Caeli Reginam”.

Durante le cerimonie di chiusura del Vaticano II, nel 1964, Paolo VI rinnovò la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, promettendo l’invio di una “Rosa d’oro” in dono al santuario portoghese per affidare la Chiesa intera a Maria. Il 13 maggio 1967, sarà Paolo VI in persona a recarsi in pellegrinaggio a Fatima.

Invece, sono state ben tre le visite apostoliche di Giovanni Paolo II a Fatima che, nella prima del 1982, dichiarò: “Sono in Portogallo, per realizzare un sogno da molto accarezzato, come uomo di Chiesa e desideroso di conoscere direttamente Fatima”. gc, Zenit 12

 

 

 

 

Mons. Perego ordinato vescovo: riceve il pastorale di mons. Bonomelli. Verso Ferrara con due valigie

 

Cremona - “Dobbiamo chiederci sempre se ciò che facciamo ha a che fare non solo con l’evangelizzazione, ma proprio con il Vangelo, con Dio che parla ancora, e la cui voce di Pastore è attesa, ascoltata e riconosciuta, perché trafigge il cuore, ne intercetta le attese e guarisce le ferite, e lo allarga alla fiducia e alla speranza”. E’ quanto ha detto nel pomeriggio di sabato 6 maggio il Vescovo di Cremona, Mons. Antonio Napolioni, durante l’omelia della messa di ordinazione episcopale di Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Direttore generale della Fondazione Migrantes. “Ogni giorno il nostro ministero – ha aggiunto il presule -  non può che attingere all’ascolto umile - e direi curioso - della Parola rivelata, la possibilità di dilatare il nostro animo, ricolmarlo dello Spirito, per osare il cammino sulle orme del Risorto. Come ci ha detto S. Pietro: a questo infatti siete stati chiamati, come discepoli del Crocifisso, a seguirne le orme, ora che siete stati ricondotti al pastore e custode delle nostre anime. Anche i Pastori della Chiesa sono degli erranti ricondotti, peccatori perdonati, fragili uomini rimessi in piedi dalla grazia. Custoditi dalla Parola, e dalla preghiera del popolo di Dio, possiamo custodire il Vangelo, la notizia della salvezza, il buon deposito della fede, in un cuore aperto e gioioso, facendo brillare con naturalezza - quasi a nostra insaputa - lo splendore della verità e la sua inesauribile capacità di attrazione”. Il presule ha quindi citato Papa Bergoglio, il Card. Martinoi e il Vescovo di Cremona Mons. Geremia Bonomelli sottolineando che “farà bene a Vescovi e preti andare a scuola dalle famiglie, per riscoprire insieme quella amoris laetitia che il mondo non conosce, e di cui anche certa nostra vita ecclesiale potrebbe aver smarrito l’alfabeto. Gesù, la porta delle pecore, ci chiede di attraversare con fiducia anche questa soglia epocale, perché tanti possano entrare, uscire e trovare pascolo”. Il presule ha quindi consegnato a Mons. Perego il pastorale del “grande Vescovo Geremia Bonomelli che, a cavallo tra XIX e XX secolo, è stato – non solo per Cremona - maestro di discernimento profetico, di riconciliazione con la società civile, di riformismo radicato nell’ortodossia, portando grandi frutti nel rilancio della formazione sacerdotale e nell’attenzione ai migranti, al dialogo ecumenico, alle diverse povertà. Egli sapeva – ha detto Mons. Napolioni - vedere i segni del risveglio religioso atteso e possibile, ed ha insegnato la sapienza della gradualità pastorale”. Mons. Napolioni ha quindi citato la lettera del 1896 dal titolo L’emigrazione nella quale scriveva “Non è proprio del mio ministero pigliare la parte dei deboli, degli oppressi, dei sofferenti? La Chiesa, imitando il divino suo fondatore, si atteggiò costantemente alla difesa dei piccoli”. “Sappiamo tutti che questa è anche la tua storia, caro don Gian Carlo – ha detto Mons. Napolioni - e sarà una nota caratterizzante la tua missione. Non solo nelle attuali emergenze.    Noi, tutti, non ti lasceremo solo, perché siamo coinvolti nella medesima missione apostolica, come ci ricorda Pietro nella pagina degli Atti: per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore nostro (At 2,39).  Questa promessa di vita – ha concluso - da parte di Dio misericordioso e fedele, è la ragione più profonda della gioia e dell’impegno di questa assemblea, oggi in preghiera per la tua chiamata, fratello Vescovo, e per la vocazione di ogni figlio di Dio”.

“La scelta preferenziale dei poveri, l’accoglienza e l’accompagnamento dei migranti costruiscono veramente una Chiesa, favoriscono nuovi stili di vita e cammini di santità cristiana, rinnovando la bellezza della città”. Lo ha detto il neo vescovo di Ferrara-Comacchio, Mons. Gian Carlo Perego, al termine della sua ordinazione episcopale ricordando gli ultimi 15 anni spesi in Caritas Italiana e successivamente, negli ultimi nove anni, nella Fondazione Migrantes. “E’ una nuova Pentecoste, quella che abbiamo vissuto insieme oggi,  perché attraverso il suo Spirito, il Signore ha voluto ‘formare’, ‘informare’, ‘riformare’ la mia mente, il mio cuore, la mia anima per servire la Chiesa particolare di Ferrara-Comacchio”, ha detto Mons. Perego che ha voluto ringraziare il vescovo di Cremona, Mons. Antonio Napolioni che ha presieduto la celebrazione, i due vescovi concelebranti – Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e Mons. Luigi Negri, predecessore sulla cattedra di Ferrara-Comacchio, i vescovi presenti, una trentina, i sacerdoti, le autorità tra civili e militari ma anche i dipendenti della Migrantes e i laici della CEI.

“Parto da questa Chiesa con due valigie”, ha detto Mons. Perego parafrasando il titolo di un recente volume, ‘La vita in due valigie’ pubblicato dalla Migrantes e scritto dalla giornalista Anca Martinas. Nella prima valigia “non ci possono che essere i ricordi, non fotografie scolorite, ma esperienze vive, attorno alle quali ritrovo una tradizione cristiana, familiare, parrocchiale, ecclesiale” a partire dai primi anni nel suo paese natale Agnadello fino agli anni del seminario e agli anni di sacerdozio a servizio del vescovo Assi e poi alla Caritas diocesana. Nella seconda valigia i “sogni”: “ci sono sogni che ritornano continuamente e informano le mie scelte, si confrontano con le mie decisioni di servire la Chiesa, continuamente rinnovate in questi anni”. Il primo sogno “vede protagonista il vescovo Assi” al quale Mons. Perego è molto legato: Il sogno di “una Chiesa giovane, libera, fedele al vangelo, aperta al dialogo, rispettosa degli ordinamenti delle istituzioni e docile al soffio dello Spirito”, come diceva durante la vista pastorale nel 1983.  “E siccome i sogni  non sono come le cose, ma si possono condividere pur restando in luoghi diversi, questi sogni li prendo con me e li condividerò con la Chiesa di Ferrara e Comacchio, ma rimangono  anche a Voi, a questa Chiesa in Cremona”, ha detto Mons. Perego che al termine della celebrazione ha voluto consegnare alla Chiesa di Cremona, nelle mani del vescovo Mons. Napolioni, “la vita di S. Omobono, in lingua spagnola, pubblicata a Madrid nel 1719”. “Non ho avuto il tempo di studiarla – ha detto -  se sia un’opera originale o la traduzione di altre vite nella stagione della sofferta sottomissione di Cremona alla Spagna; oppure il contributo di fede e carità che Cremona ha regalato alla Spagna. E’ un segno, un ricordo, di un Santo, il patrono di Cremona, la cui forza nella carità e nella giustizia, formate dall’Eucaristia e dal Crocifisso, e il desiderio di pace  e di dialogo per la città, sono state per me strade di vita cristiana. Oggi a Cremona invitato ad essere Buon Pastore; domani a Ferrara allenato ad essere Pescatore, pescatore di uomini”. Raffaele Iaria, de.it.press

 

 

 

 

Papa a Fatima. P. Rosario Fernandes: “Su terzo segreto non c’è più niente da rivelare”

 

Padre Nuno Rosario Fernandes, direttore del dipartimento di comunicazione del Patriarcato di Lisbona, ci racconta l'atmosfera che si respira alla vigilia del 19° viaggio apostolico internazionale di Papa Francesco. Atteso un milione di persone a Fatima per la canonizzazione dei due pastorelli. Nessuna polemica sul terzo segreto: tutto è già stato rivelato - M.Michela Nicolais

 

Nessuna polemica sul terzo segreto di Fatima. A mettere il silenziatore sul dibattito in merito ad una parte presumibilmente non rivelata di quest’ultimo, reso pubblico da Giovanni Paolo II durante il suo viaggio del 13 maggio 2000, è padre Nuno Rosario Fernandes, direttore del dipartimento di comunicazione del Patriarcato di Lisbona. In questa intervista, ci racconta come si vive nel Santuario portoghese la vigilia dell’arrivo di Papa Francesco, che il 12 e 13 maggio metterà piede per la prima volta in Portogallo per il centenario delle apparizioni della “Signora” e la beatificazione di Francesco e Giacinta Marto, i due pastorelli a cui, insieme a suor Lucia – della quale si è appena chiusa la fase diocesana di beatificazione -, la Madonna si è rivelata. Il 19° viaggio apostolico di Francesco fuori dell’Italia disegnerà un’ulteriore tappa della devozione mariana dimostrata fin dagli inizi del pontificato, e rinnovata anche prima di ogni partenza e dopo ogni ritorno dai suoi viaggi internazionali nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Ad attenderlo nella grande spianata del Santuario ci saranno un milione di persone – tra cui 200 sacerdoti, 71 vescovi e 8 cardinali – per la Messa “a cielo aperto” del 13 maggio, secondo e ultimo giorno del viaggio, che sarà seguito in Portogallo da duemila giornalisti. Alla canonizzazione sarà presente anche il bambino brasiliano miracolato nel marzo 2013, quando aveva 6 anni, per intercessione dei due beati.

L’imminente visita del Papa ha riaperto ancora una volta le polemiche sulla presunta rivelazione parziale del terzo segreto di Fatima. Come risponde a riguardo?

La Chiesa ha stabilito che ciò che volle rivelare San Giovanni Paolo II nel Duemila, e che poi ha confermato l’allora cardinale Ratzinger, è la parola definitiva. Tutto è sepolto lì. Non c’è più niente da rivelare.

È valido ciò che la Chiesa ha detto. Con questa visita la Chiesa conferma le apparizioni, cosa di certo non scontata visto che non sempre questi fenomeni vengono approvati facilmente, ma soprattutto conferma il messaggio che da esse emerge.

Ci descrive il clima alla vigilia dell’arrivo di Francesco?

C’è una grande gioia, il clima è di attesa e di grandi aspettative. La gente si sta organizzando a vivere l’evento, c’è grande fermento e diverse iniziative in campo: la diocesi e la Conferenza episcopale sono al lavoro da mesi.

A quanto ammonta l’afflusso previsto?

La spianata del Santuario può accogliere 400mila persone circa. Noi per le celebrazioni del Papa ne aspettiamo il doppio, 800mila, e verosimilmente arriveremo ad un’affluenza di un milione. I fedeli non verranno solo dal Portogallo, ma anche dai Paesi vicini e dall’America Latina.

Quello della “Signora” di Fatima è un messaggio di pace: quanto è attuale, a 100 anni dalle prime apparizioni?

Come cento anni fa, il mondo si trova in mezzo ad equilibri internazionali precari, in preda – come ama ripetere il Papa – ad una guerra mondiale a pezzi. L’invito della Madonna di Fatima alla pace, alla conversione, alla misericordia è quindi più che mai attuale e urgente da raccogliere.

Per la prima volta nella storia della Chiesa verranno canonizzati due bambini. Qual è il significato dell’elevazione agli altari dei due “pastorinhos”?

Sono un esempio di santità per tutti noi. Ci dimostrano che

per diventare santi non bisogna aspettare di essere maggiorenni:

tutti possono diventare santi, e si può cominciare da bambini. La santità è qualcosa che tutti possono acquistare: grazie alla canonizzazione di Francesco e Giacinta, questo è un messaggio che verrà inviato a tutto il mondo, tramite l’esemplarità della semplicità vissuta nella vita quotidiana di due bambini, per giunta analfabeti. Sir 11

 

 

 

 

Messaggero di pace e riconciliazione

 

Il coraggioso viaggio del Papa in Egitto. La condanna di ogni violenza e ogni terrorismo. Un richiamo a salvare dalla carestia dell’amore

 

  Si è svolta senza incidenti la visita in terra egiziana di papa Francesco, che non ha voluto usare un'automobile blindata come “segno di vicinanza a questo popolo". Una decisione coraggiosa, come quella presa da San Francesco d’Assisi il quale, nel 1219, si recò in Egitto ed Israele, dove da anni erano in corso le Crociate. Il che avrebbe potuto spingere i Musulmani ad ucciderlo, come accadeva da tempo tra Cristiani ed Islamici.  Il Santo però non ebbe paura, convinto che fosse necessario trovare l’armonia e la pace tra Oriente ed Occidente. Raggiunto il Sultano Melek-al-Kamel, nipote di quel Saladino, fondatore della dinastia Ayubbide di cui fu sovrano negli ultimi decenni del XII secolo, San Francesco gli annunciò la pace di Cristo. L’invito era rivolto anche ai crociati ai quali era necessario dare esempi di vita cristiana, la quale impone pure di non insultare l’Islam e Maometto, come invece avevano fatto altri francescani a Marrakech, poi imprigionati e torturati.

  Quella pace manca ancora oggi. Per questo papa Francesco ha fatto il suo diciottesimo viaggio apostolico con un triplice obiettivo: pastorale, per incontrare la comunità cattolica; ecumenico, per dialogare con i Copti; interreligioso, per colloquiare con l'Islam sunnita, che rappresenta circa l'89% del Paese. Nel tempo in cui il terrorismo islamista insanguina l’Occidente e in Oriente e nel mondo perseguita i cristiani e altri credenti, il Papa è andato in Egitto come uomo di pace, di pace vera.

  L’Egitto – ha detto il Papa -  “terra di incontro tra cielo e terra, di alleanze tra le genti dove risuonò sul Monte Sinai, rivolto a uomini e popoli di ogni tempo, il comandamento “non uccidere. L’Egitto, che al tempo di Giuseppe salvò gli altri popoli dalla carestia, è chiamato anche oggi a salvare questa cara regione dalla carestia dell’amore e della fraternità; è chiamato a condannare e a sconfiggere ogni violenza e oggi terrorismo; è chiamato a donare il grano della pace a tutti i cuori affamati di convivenza pacifica”. Il metodo di Papa Francesco è dunque richiamare i popoli alla nobiltà della storia da cui provengono. Come un padre che dica a un figlio in crisi: ricordati la tua storia e tutto il bene da cui provieni.

  Il viaggio apostolico è durato solo due giorni, ma ha fatto conoscere “il Papa della pace nell'Egitto della pace”, con “un abbraccio di consolazione ed incoraggiamento a tutti i Cristiani del Medio Oriente”, nonché con “un messaggio di fraternità e riconciliazione a tutti i figli di Abramo, in particolare al mondo islamico”. Esso oggi è “dilaniato dalla violenza cieca che ha colpito anche il cuore della vostra cara terra e ha quindi bisogno di pace, amore e misericordia, di costruttori di ponti”.

  Sulle strade che vanno dall’aeroporto al centro del Cairo, erano stati affissi alcuni grandi manifesti con l’immagine di Francesco e, in arabo e inglese, il motivo del viaggio. Una sfida contro i fanatismi, fatta da un ASCOLTA

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  “amico, messaggero di pace e pellegrino”. Ma anche visita indispensabile, dopo gli attentati eseguiti dai terroristi islamici in due chiese copte, la Domenica delle Palme, provocando più di 40 morti e 126 feriti.

  Arrivato nella capitale egiziana, dove le misure di sicurezza erano al massimo livello, il Pontefice è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica, Al Sisi, poi si è recato nella moschea ed università Al Azhar, “la radiosa”, costruita nel X secolo, dove sono istruiti gli imam, retta da Ahmad Al-Tayyib, la più alta autorità dell’Islam sunnita, che l’anno scorso si era recato in Vaticano ed aveva chiesto a Francesco di andare al Cairo. Invito che il Papa ha accolto per “smascherare i violenti” e condannare ogni persecuzione in quanto il “terrore falsifica Dio”. L’appello papale era diretto ai leader di tutte le fedi mentre l’imam Ahmad Al-Tayyib da parte sua aveva chiesto un minuto di silenzio e di preghiera per le vittime degli attentati.

  All’incontro internazionale hanno partecipato Musulmani e Cristiani, compreso il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, con lo scopo di arrivare ad un impegno comune in favore della pace. Un programma che richiede educazione, dialogo e soprattutto preparazione ed istruzione. Necessità che hanno spinto il Vescovo copto cattolico, Kyrillos William Samaan, ad annunciare il “rinnovamento del discorso religioso” al fine di “contrastare le tendenze fanatiche”.

  Visita breve, quella del Papa in Egitto, ma storica, perché effettuata in un momento in cui è diffuso quel terrorismo islamico che Francesco propone di combattere alla radice, in quanto “la violenza è la negazione di ogni autentica religiosità e non può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo nome".  Da qui l’invito a ripetere “un 'no' forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio”. Tanto basta per dimostrare ai “mondi”, che più d’uno vorrebbe separati e inconciliabili, che cos’è essere e sentirsi fratelli. Egidio Todeschini

 

 

 

 

La «simpatia» evangelica di un papa missionario

 

In questi 4 anni Bergoglio ha rilanciato il ruolo anche diplomatico della Chiesa usando un linguaggio più vissuto e meno ecclesiastico, aperto alle diversità

di Andrea Riccardi

Sono quattro anni dall’elezione di papa Francesco: la metà del pontificato di papa Ratzinger. Giovanni XXIII fu papa per nemmeno cinque anni. Quello di Bergoglio è un pontificato segnato dalla «sorpresa» a partire dal nome di Francesco. Una enorme popolarità ha accompagnato questo «cristiano sul trono di Pietro», per usare l’espressione di Hannah Arendt su Giovanni XXIII. Fin dall’inizio, il papa ha messo in primo piano il carattere attraente del cristianesimo con un linguaggio evangelico. Le battaglie per i «valori non negoziabili» sono state da lui accantonate. E’ convinto che affermarsi sul piano socio-politico non sia una vittoria per Chiesa, che deve attrarre e non «combattere contro». In questo senso, il conclave del 2013, eleggendo Bergoglio, ha ribaltato il modello di cristianesimo minoritario, coeso, valoriale, espresso dalla Chiesa italiana e da altre Chiese. I cardinali si sono rivolti all’America Latina, il maggior continente cattolico, dov’era maturata la visione della conferenza dei vescovi ad Aparecida. Questa, sotto l’influenza del cardinale e dei teologi di Buenos Aires (ma non solo loro), ha proposto una visione di cristianesimo di popolo, senza confini, sulla dimensione della città globale, non difensivo. Per Francesco, la Chiesa deve inaugurare una stagione di simpatia, nel senso profondo e evangelico del termine.

Dal 2013, Bergoglio, da papa, è «missionario», come intendeva esserlo da giovane e come lo interpreta in modo complesso il suo pensatore di riferimento, Michel de Certeau: comunica il Vangelo con un linguaggio vissuto, rifugge quello ecclesiastico, incontra persone e mondi altri, non si trincera verso la diversità e l’alterità, anzi ne è attratto. E’ sereno, più allegro di com’era a Buenos Aires, a suo agio nel «mestiere impossibile» di papa, come lo definisce. Ha imposto all’attenzione, come mai nella Chiesa, i poveri e i fragili. I critici dicono che miete più consensi fuori dalla Chiesa che dentro. E’ un mito. Lo segue invece un popolo vasto di fedeli. Il suo pontificato scuote la Chiesa, ridandole vitalità, ma le critiche interne non mancano tra preti, vescovi, curiali. Anche perché esige cambiamenti. Ha creato un clima di maggiore libertà: così volano le critiche e il blog impazza, specie se tradizionalista.

«L’obbedienza non è più una virtù» — scriveva don Milani in altri tempi. E’ vero oggi soprattutto negli ambienti conservatori e tradizionali. Una delle contraddizioni evidenti di un cattolicesimo tradizionale, che dovrebbe essere papale, è che non ama o attacca il papa. Così, tra i cattolicesimi dell’Est, quelli di Visegrad, esplodono perplessità, specie quando il papa parla di famiglia o di migranti. In varie Chiese africane, il suo messaggio è filtrato da vescovi preoccupati che si perdano l’identità cattolica e il prestigio dell’autorità in un mondo assediato dai movimenti settari e dalla teologia della prosperità. Mai si sono viste tante opposizioni al papa, nemmeno ai tempi di Paolo VI. Tuttavia la leadership papale è forte. Non si tratta di tracciare un bilancio. Certo, Francesco è un riferimento nel mondo internazionale. La cancelliera Merkel lo considera un grande leader. Tanti capi di governo lo visitano a Roma, dopo che la diplomazia ha trascurato il Vaticano prima di lui. L’Irlanda, dopo aver chiuso l’ambasciata in Vaticano nel 2011, l’ha riaperta con Francesco. In questo momento, il papa è preoccupato per il clima di tensione internazionale. Non è un segreto come tema una guerra più vasta e come noti che il mondo vada accettando come normale l’idea di combattere, anche se per ora solo «a pezzi».

Francesco non crede a un progetto riformatore da attuare nella Chiesa. Quello, limitato, dei cambiamenti della Curia fatica ad attuarsi. Il papa governa con decisione ma, allo stesso tempo, è aperto ai suggerimenti. Il ruolo della Segreteria di Stato, vicina al papa, ha ripreso vigore. Alcune procedure, come la nomina dei vescovi, vengono spesso aggirate dal papa, perché non lo convincono per il carattere «di cordata» (come dice). Per la nomina del Vicario di Roma, ha promosso una vasta consultazione tra preti e laici. Pulsa in lui il senso di responsabilità personale del superiore gesuita, ma anche l’impegno (sempre gesuita) della consultazione. Non si tratta ancora di nuove istituzioni stabili. Francesco guida la Chiesa in una transizione delicata dentro la globalizzazione inoltrata, in cui vede prepotente il primato dell’economia e preoccupante l’involuzione del religioso nel culto della prosperità o dell’identità bellicosa. Non vuole il rifugio dietro i muri del sovranismo cattolico, che si presenta protettore di qualche nazione cristiana. Crede nella navigazione in mare aperto, convinto che le coscienze dei cristiani e la fede degli umili abbiano la bussola del futuro. Illuso o addirittura presuntuoso rispetto ai predecessori? Papa Bergoglio ricorda che venne a Roma quattro anni fa con il biglietto per tornare a Buenos Aires e la prospettiva della pensione. Non era il candidato della grande stampa. Lui fa capire che, se è stato scelto, un motivo «superiore» ci sarà stato. Così affronta il futuro pacificamente a ottant’anni, con un denso programma, tra cui viaggi in Egitto e in Colombia. Le sorprese non sono finite. Temute dagli uni e auspicate dagli altri. CdS

 

 

 

 

“Ho visto la bellezza della Chiesa in Egitto”

 

Le parole di papa Francesco durante l’Udienza generale di mercoledì 3 maggio 2017

 

 “Ho visto la bellezza della Chiesa in Egitto”. Lo ha dichiarato papa Francesco nell’Udienza generale di mercoledì 3 maggio 2017, durante la quale — come di consueto dopo un viaggio apostolico all’estero — ha proposto una rilettura delle sue 27 ore di permanenza al Cairo e ha sottolineato il ruolo che svolge il Paese ospitante per la pace nella regione.

Prima di soffermarsi sulle singole tappe del suo viaggio, il Papa ha voluto ringraziare le autorità civili e religiose, e l’intero popolo egiziano “per la partecipazione e l’affetto con cui ha vissuto questa visita del Successore di San Pietro”.

Poi ha parlato della sua partecipazione alla conferenza di pace interreligiosa promossa dall’Università Al-Azhar, avvenuta il primo giorno del viaggio, venerdì 28 aprile. “La mia visita all’Università Al-Azhar”, ha ricordato Francesco, “ha avuto un doppio orizzonte: quello del dialogo tra i cristiani e i musulmani e, al tempo stesso, quello della promozione della pace nel mondo”. “In tale contesto ho offerto una riflessione che ha valorizzato la storia dell’Egitto come terra di civiltà e terra di alleanze”, ha spiegato.

In seguito il Pontefice si è soffermato sul suo incontro con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e le autorità civili del Paese. “Il grande patrimonio storico e religioso dell’Egitto e il suo ruolo nella regione mediorientale gli conferiscono un compito peculiare nel cammino verso una pace stabile e duratura, che poggi non sul diritto della forza, ma sulla forza del diritto”, ha proseguito Francesco.

La terza grande tappa era l’incontro con il Patriarca copto-ortodosso, durante il quale i due leader religiosi hanno reso omaggio alle vittime degli ultimi attentati. “Un forte segno di comunione, grazie a Dio, abbiamo potuto darlo insieme con il mio caro fratello Papa Tawadros II, Patriarca dei Copti ortodossi. Abbiamo rinnovato l’impegno, anche firmando una Dichiarazione Comune, di camminare insieme e di impegnarci per non ripetere il Battesimo amministrato nelle rispettive Chiese”, ha detto.

Il secondo giorno del viaggio, sabato 29 aprile, è stato dedicato ai fedeli cattolici, ha ricordato il Papa. “La Santa Messa celebrata nello Stadio messo a disposizione dalle autorità egiziane è stata una festa di fede e di fraternità”, ha detto Francesco, che poi ha evocato l’incontro con i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i seminaristi nel Seminario Maggiore di Maadi.

“In questa comunità di uomini e donne che hanno scelto di donare la vita a Cristo per il Regno di Dio, ho visto la bellezza della Chiesa in Egitto, e ho pregato per tutti i cristiani nel Medio Oriente, perché, guidati dai loro pastori e accompagnati dai consacrati, siano sale e luce in quelle terre, in mezzo a quei popoli”, ha dichiarato Francesco, ricordando che “l’Egitto, per noi, è stato segno di speranza, di rifugio, di aiuto”. Pdm, zenit 3

 

 

 

 

8Xmille: firmare per la Chiesa Cattolica    

 

Roma - Se i rendiconti pubblicati sui siti 8xmille.it e chiediloaloro.it indicano le assegnazioni dei fondi alla Chiesa italiana per macrovoci, la Mappa8xmille – agli stessi indirizzi web – restituisce il dettaglio territoriale delle opere per regione, diocesi, provincia e comune. La geografia della solidarietà, con gli interventi 'firmati' dai fedeli italiani, è in continuo aggiornamento. E la Mappa è uno zoom sulle singole opere finanziate, talvolta anche con foto, video e articoli pubblicati sulla stampa diocesana. In modo da restituire l’aspetto amministrativo, ma anche le ricadute sul territorio, rendendo il senso delle speranze e della dignità restituite. Già oltre 13 mila le voci inserite, ancora tuttavia lontane dal rappresentare la totalità dei contributi erogati.

«Obiettivo della Mappa 8xmille – ricorda il responsabile del Servizio promozione CEI Matteo Calabresi – è anche far scoprire che opere vicine a dove viviamo hanno ricevuto un contributo da tutti i fedeli italiani, attraverso le firme. E che dunque l’8xmille cammina concretamente vicino ai progetti di annuncio del Vangelo, di restauri che tramandano arte e fede, e che in genere una parrocchia da sola non potrebbe sostenere. Dà man forte a piani di pastorale, al sostentamento dei sacerdoti e agli interventi caritativi resi possibili ogni giorno da preti diocesani, fedeli e volontari». Sullo sfondo, l’impegno della Cei per un 'progetto di trasparenza' che superi gli obblighi di legge sulla pubblicazione del rendiconto annuale (come previsto dall’articolo 44 della legge 222 del 1985) ed entri nel dettaglio della vita ecclesiale nazionale. Tre le direttrici fondamentali d’impiego: 398,8 milioni di euro per il culto e la pastorale nelle 226 diocesi; per il sostentamento dei circa 35 mila sacerdoti diocesani e missionari, 350 milioni di euro. E infine per i progetti caritativi 270 milioni di euro. Ad esempio, la Mappa mostra il corrispettivo della prima macro-voce segnalando, tra gli altri, i nuovi spazi parrocchiali di Ss.Cosma e Damiano a Borgaro Torinese (Torino) per i 14 mila abitanti di una cittadina alle porte del capoluogo, che a lungo si è riunita per la liturgia in un prefabbricato, e dove l’edilizia residenziale continua a crescere sulle aree industriali dismesse (contributo 2 milioni di euro). Fondi per 72 mila euro hanno invece provveduto al consolidamento della chiesa seicentesca del Carmine, gioiello barocco nel centro storico di Oristano. La Mappa registra tra gli altri – sul fronte carità – l’Emporio per la spesa gratuita delle famiglie in difficoltà a Grosseto (50 mila euro) o la casa 'La Madre' (120 mila euro) che accoglie donne e minori. Sul sito http://sictm.chiesacattolica. it/ infine un progetto analogo per il Terzo Mondo: con ospedali, scuole, formazione di medici e insegnanti. E risposte alle emergenze umanitarie e ambientali: dal soccorso alle famiglie irachene in Giordania alla ricostruzione post terremoto 2016 in Ecuador (500 mila euro). Laura Delsere, MO 12

 

 

 

 

Il Papa e i 150 anni di Azione cattolica. «Fate politica con la A maiuscola»

 

Francesco ha detto: «Qui per me c’è aria di famiglia: mio papà e mia nonna erano iscritti all’associazione. Dovete vivere all’altezza della vostra storia, non mettetevi in poltrona». Anche la Raggi alla celebrazione - di Ester Palma

 

«Qui per me c’è aria di famiglia: mio papà e mia nonna erano dell’Azione Cattolica». Papa Francesco saluta così i 100mila aderenti all’Azione cattolica che si sono trovati in piazza San Pietro per celebrare i 150 anni dell’associazione. Il sole splende su Roma, la folla risponde al Papa con slogan, applausi, striscioni. Poco prima Francesco aveva fatto salire sulla Papamobile alcuni ragazzi dell’associazione, nel corso del lungo giro sulla piazza, durante il quale si è spinto fino a a metà di via della Conciliazione. Rivolgendosi alla folla invita a «gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico, la politica con la A maiuscola, la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale». Alla festa ha partecipato anche il sindaco di Roma Virginia Raggi, che ha salutato personalmente Francesco, con i dirigenti di AC e ai cardinali e vescovi presenti.

«Quel sogno di due giovani»

Poi ricorda e racconta: «In Italia l’Azione Cattolica è nata dal sogno di due giovani, Mario Fani e Giovanni Acquaderni, ma è diventato nel tempo cammino reale di fede per molte generazioni, vocazione alla santità per tantissime persone: ragazzi, giovani e adulti che sono diventati discepoli di Gesù e, per questo, hanno provato a vivere come testimoni gioiosi del suo amore nel mondo». Per tutto questo, aggiunge Francesco: «Avete alle spalle una storia bella e importante, di cui essere grati al Signore e la Chiesa vi è riconoscente: la storia di un popolo formato da uomini e donne di ogni età e condizione, che hanno scommesso sul desiderio di vivere insieme l’incontro con il Signore, piccoli e grandi, laici e pastori, insieme, indipendentemente dalla posizione sociale, dalla preparazione culturale, dal luogo di provenienza per contribuire, con il proprio impegno e la propria competenza, alla costruzione di una società più giusta, più fraterna, più solidale».

«Guardate avanti, mai indietro»

Ma avverte il Papa: «Avere una bella storia alle spalle non serve per camminare con gli occhi all’indietro, perché si rischia lo schianto. Non serve per guardarsi allo specchio, perchè ci si vede brutti come siamo. E nemmeno serve per mettersi comodi in poltrona!». E aggiunge scherzando: «Rimanere seduti ingrassa e fa male al colesterolo». Per questo invita: «Azione Cattolica, vivi all’altezza della tua storia. Dovete fare memoria di un lungo itinerario di vita aiuta a rendersi consapevoli di essere popolo che cammina prendendosi cura di tutti, aiutando ognuno a crescere umanamente e nella fede, condividendo la misericordia con cui il Signore ci accarezza».

«Venezuela, basta violenza»

Il Papa ha poi ricordato la situazione drammatica del Venezuela e ringraziato «l’accogliente» popolo egiziano: «Non cessano di giungere drammatiche notizie circa la situazione in Venezuela e l’aggravarsi degli scontri, con numerosi morti, feriti e detenuti. Mentre mi unisco al dolore dei familiari delle vittime, per le quali assicuro preghiere di suffragio, rivolgo un accorato appello al Governo e a tutte le componenti della società venezuelana affinché venga evitata ogni ulteriore forma di violenza, siano rispettati i diritti umani e si cerchino soluzioni negoziate alla grave crisi umanitaria, sociale, politica ed economica che sta stremando la popolazione». Così Papa Francesco nel Regina Coeli pronunciato a Piazza San Pietro, dopo l’udienza con l’Azione Cattolica Italiana, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dalla sua nascita. «Affidiamo alla Santissima Vergine Maria l’intenzione della pace - prosegue il Papa - della riconciliazione e della democrazia in quel caro Paese. E preghiamo per tutti i Paesi che attraversano gravi difficoltà, penso in particolare in questi giorni alla Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia». Alm CdS 30

 

 

 

 

150° Azione cattolica: presidenza Cei, “occasione preziosa per rinnovare il vostro essenziale impegno laicale”

 

La celebrazione del 150° anniversario dell’Azione cattolica sia “occasione preziosa per rinnovare il vostro essenziale impegno laicale al servizio della Chiesa e del mondo”. Lo scrive la presidenza della Cei in un messaggio all’associazione, reso noto oggi a poche ore dall’apertura della 16ª Assemblea nazionale dell’associazione, nel corso della quale domenica 30 l’Ac festeggerà la ricorrenza in piazza San Pietro, con papa Francesco. Un traguardo, scrive la presidenza Cei, che costituisce “l’occasione perché la Chiesa italiana possa dirvi il suo grazie per la vostra presenza”. “Grazie – prosegue il testo – per la vostra fedeltà alla Chiesa anche quando vi ha chiesto la fatica di ripensare lo stile di tale presenza, la vostra struttura organizzativa, i vostri linguaggi”; “grazie per il vostro impegno a tradurre a livello popolare le scelte maturate dall’episcopato per l’attuazione delle indicazioni conciliari nella catechesi, nella liturgia e nella testimonianza della carità, come anche nella proposta di un modello di Chiesa caratterizzato dalla comunione e dallo slancio missionario”; “grazie per aver concretizzato tutto questo nella ‘scelta religiosa’, intesa come formazione di laici capaci di esporsi sulle frontiere più avanzate del sociale e del politico per testimoniare i valori cristiani”; “grazie per l’impegno a essere ‘scuola di santità’” con “tante figure di santità laicale” – alcune “riconosciute dalla Chiesa”, tantissime altre “sconosciute ai più, ma conosciute da Dio” – che “sono da un lato la ‘traccia’ della vostra presenza e dall’altro il ‘tesoro’ a cui far continuamente riferimento per un rinnovato impegno”. Sir 28

 

 

 

 

Papa in Egitto: un viaggio breve, ma carico di significato

 

Ecumenismo, dialogo interreligioso, lotta al terrorismo: i punti essenziali della due giorni di Bergoglio al Cairo

 

Puntuale rispetto alla tabella di marcia, l’aereo Alitalia AZ A321 con a bordo Papa Francesco è partito dal Cairo alle 17 di oggi, 29 aprile 2017, per far rientro in Italia dopo la due giorni in Egitto. Tra i diciotto viaggi internazionali compiuti finora da Bergoglio, quello nel Paese nordafricano è stato tra i più brevi ma anche tra i più intensi.

Ecumenismo, dialogo interreligioso, lotta al terrorismo sono temi che in questa terra assumono un valore preminente e che hanno intriso di significato ogni sillaba pronunciata dal Vescovo di Roma nei vari incontri.

Grandi aspettative erano riposte in quello alla Conferenza Internazionale per la Pace convocata dal Grande Imam della Moschea di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayeb. Dinanzi a una platea variegata, composta da studiosi islamici di varia estrazione, il Papa non ha esitato a rivolgere l’ennesimo appello ai capi religiosi per “smascherare” la “falsa sacralità”, “denunciare” e “condannare” la violazione della dignità umana. “La violenza – ha affermato senza giri di parole – è la negazione di ogni autentica religiosità”.

Francesco ha così confermato di ritenere le religioni – almeno quelle abramitiche – non una causa, bensì un antidoto alla violenza. Non basta però condannare il male, il suo invito è anche a “promuovere il bene”.

Per farlo, nel messaggio del Pontefice si evince anche una velata ricetta politica, forse indirizzata non all’Egitto, piuttosto all’Europa. Per l’ennesima volta egli mette in guardia dai cosiddetti “populismi demagogici”, che – osserva – “non aiutano a consolidare la pace e la stabilità”.

Chissà che idea ne ha Abdel-Fattah Al-Sisi, presidente dell’Egitto, del concetto di “populismo”. Il generale alla guida del Paese dopo il golpe militare del 2013, ha accolto Papa Francesco poco dopo il suo arrivo al Cairo nel Palazzo presidenziale di Heliopolis. L’incontro tra i due ha assunto una veste privata. Il breve e conciso comunicato della presidenza egiziana non lascia trasparire nulla di più rispetto alle frasi da protocollo diplomatico. Smentito da parte del portavoce di Al-Sisi che si sia parlato di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto tra il gennaio e febbraio 2016 in circostanze ancora da chiarire. Qualche settimana fa era stato rivolto appello al Papa affinché sollevasse il caso durante la sua visita.

Più tardi, presso l’Hotel Al-Màsah, Francesco e Al-Sisi hanno invece pronunciato dei discorsi pubblici. Anche in questa occasione, il Santo Padre è tornato a rivolgere un appello – stavolta alle autorità politiche – per “smascherare i venditori di illusioni circa l’aldilà, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli in legna da ardere”.

Palese il riferimento a chi arruola kamikaze per combattere presunte “guerre sante”. Ecco allora – restando in tema – che Francesco sottolinea al suo interlocutore che abbiamo tutti il dovere “di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte”. Del resto – come detto stamattina nella Messa celebrata allo stadio dell’aeronautica con una frase ad effetto destinata a scolpire il ricordo di questo viaggio – “l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità”.

Fede e violenza che tuttavia in Egitto rappresentano un connubio micidiale e concreto. La minoranza copta è il bersaglio di attentati che ne minano la serenità. Nell’incontro con Tawadros II, Patriarca della Chiesa copta-ortodossa, la questione dei martiri è emersa con tutto il suo carico di emozioni e valore spirituale.

Sia il Vescovo di Roma sia il Papa copto-ortodosso hanno dimostrato di attendere con trepidazione “il giorno – per parafrasare Tawadros II – in cui spezzeremo insieme il pane sul sacro altare”.

Questo percorso verso l’unità piena – ha riconosciuto Bergoglio – non è facile, ma è fondamentale essere consapevoli che “non siamo soli”. Infatti – ha continuato – “ci accompagna un’enorme schiera di Santi e di Martiri che, già pienamente uniti, ci spinge a essere quaggiù un’immagine vivente della ‘Gerusalemme di lassù’”.

Molto suggestivo il momento di preghiera ecumenica in ricordo dei recenti martiri cristiani egiziani, sempre all’interno del Patriarcato Copto-Ortodosso, e la processione che da questo edificio si è snodata fino alla vicina chiesa di San Pietro, dove nel dicembre scorso un attentato rivendicato dall’Isis ha provocato ventinove vittime. Papa Francesco e Tawadros II si sono raccolti di fronte a una lapide che ricorda il sangue innocente ed hanno acceso una candela.

Prima i due capi religiosi avevano firmato una dichiarazione congiunta di dodici punti. Importante soprattutto il paragrafo undicesimo, volto a sgrovigliare uno di quegli aspetti che rende ancora impervio il percorso verso la piena comunione sacramentale. “Cercheremo, in tutta sincerità – si legge -, di non ripetere il Battesimo amministrato in una delle nostre Chiese ad alcuno che desideri ascriversi all’altra”.

Quella del “ribattesimo” dei fedeli provenienti da altre confessioni cristiane è una prassi di alcune Chiese d’Oriente, tra cui quella copta-ortodossa, che si consumava soprattutto durante il periodo in cui è stato Patriarca Shenuda III, predecessore di Tawadros II. Questa promessa, se verrà seguita dai fatti, rappresenta davvero un passo storico nel cammino ecumenico.

La conclusione del suo viaggio il Papa l’ha voluta dedicare ai cattolici del Paese delle piramidi, in particolare a clero, religiosi, consacrati e seminaristi. Con loro si è intrattenuto oggi presso il Seminario Patriarcale Copto-Cattolico di Maadi, periferia a sud della capitale. Il Santo Padre ha dato sette consigli per non cedere alle tentazioni che quotidianamente incontriamo lungo la strada.

Sette indicazioni che scivolano lungo un asse ben consolidato di forte identità copta e cattolica. Il Pontefice rammenta che “senza avere un’identità chiara e solida il consacrato cammina senza orientamento e invece di guidare gli altri li disperde”, perciò è importante non vivere “con cuore diviso tra Dio e la mondanità”.

Un richiamo a vivere appieno la propria vocazione, quindi, senza compromessi. E mantenere una tale integrità in una terra di persecuzione come l’Egitto, è un messaggio di speranza e di forza che si propaga tra i cristiani di tutto il mondo. Come in tutto il mondo è giunto oggi, con la visita di Papa Francesco qui, l’annuncio che la paura del terrorismo non sconfigge la speranza e l’impegno all’unità. Zenit 29

 

 

 

Scalabrini-Fest 2017: formazione e incontro per un cambiamento di sguardo sulle migrazioni

 

SOLOTHURN - Al Centro Internazionale di Formazione “G.B. Scalabrini”, sede centrale delle missionarie secolari scalabriniane a Solothurn in Svizzera, gli appuntamenti di formazione e di incontro culminano una volta all’anno con la Scalabrini-Fest di Primavera. L’edizione del 2017 si è tenuta dal 28 al 30 aprile con il titolo: “Gente che va… apre la strada. Verso uno sviluppo sostenibile e integrale per tutti”. Come ormai è tradizione si sono ritrovate insieme persone molto diverse per cultura, condizione sociale, età, religione: circa 340 partecipanti originari di 39 paesi.

In tante zone del mondo si costruiscono muri contro i migranti e i rifugiati e molti perdono la vita alle frontiere dei paesi che potrebbero accoglierli. Eppure la comunità internazionale riconosce sempre più l’apporto che le migrazioni danno allo sviluppo sia delle comunità di partenza sia di quelle di arrivo. In questo contesto contraddittorio e complesso il Forum durante la Scalabrini-Fest ha dato spazio a voci e prospettive diverse. Johan Ketelers, dal 2004 al 2016 Segretario Generale dell’International Catholic Migration Commission (ICMC) con sede a Ginevra, ha considerato l’orizzonte globale con le sue luci e le sue ombre evidenziando che “Lo sviluppo è un processo in atto che coinvolge tutta l’umanità. È necessario elaborare politiche migratorie efficaci. L’emigrazione deve diventare una scelta e non una costrizione: un processo di vita, dignità umana e crescita che contribuisce allo sviluppo. Si tratta di una responsabilità condivisa che include tutte le nazioni, le popolazioni locali e i migranti stessi. Non possiamo considerare le migrazioni solo come i sintomi di una crisi, ma come un’opportunità”.

Dopo Ketelers, Karin e Serge Agbodjan-Prince, lei austriaca e lui togolese, sposati e genitori di tre figli, hanno presentato la loro esperienza di vita: l’aspetto della crescita della persona e delle sue relazioni all’interno della loro famiglia e nei diversi ambienti culturali in cui hanno vissuto in Europa e in Africa. L’incontro con la diversità è per loro una grande possibilità di crescita personale, che non è rimasta, però, chiusa tra quattro mura. Entrambi - nel lavoro, in diversi progetti a favore della pace e dello sviluppo sostenibile o nel servizio ai rifugiati minorenni non accompagnati - sanno trasformare la loro esperienza di emigrazione e di apertura in un contributo prezioso per favorire ovunque l’incontro, il superamento del conflitto e la creazione di ponti. In effetti, come ha evidenziato il terzo intervento al Forum della missionaria secolare scalabriniana Agnese Varsalona, teologa, parlare di sviluppo umano significa considerare il nostro diventare sempre più umani: un dono e un compito che rivela la nostra natura di persone in cammino. “Proprio i migranti e i rifugiati, che hanno lasciato tutto alle loro spalle, riportano l’attenzione su ciò che è più importante nella vita di ogni persona: le relazioni con gli altri, la vera patria in cui ovunque possiamo ritrovarci”. L’autentico sviluppo è, dunque, un processo di umanizzazione, che trova la sua via e meta in Gesù Cristo, il quale ha vissuto pienamente l’umanità secondo il progetto del Padre. Insieme, i partecipanti alla Scalabrini-Fest hanno continuato ad approfondire il tema nei gruppi di scambio, nei workshop, attraverso la celebrazione dell’Eucaristia, un concerto con giovani artisti di vari paesi e un pellegrinaggio al santuario di Einsiedeln. Ed è proprio questa esperienza di comunione nelle diversità tra cittadini del posto, migranti e rifugiati a essere un segno di speranza che indica un futuro per tutti. Luisa Deponti Migrantes online 5

 

 

 

 

Primo corridoio umanitario della Conferenza Episcopale Italiana

 

ROMA - In questi giorni si sta svolgendo ad Addis Abeba (Etiopia) una missione operativa per aprire il primo corridoio umanitario dall'Africa, secondo il protocollo siglato a Roma il 12 gennaio 2017. Il Protocollo di intesa con lo Stato italiano, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana – che agisce attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes - e dalla Comunità di Sant’Egidio, è finanziato con fondi Cei 8x1000 e prevede il trasferimento dai campi etiopici di 500 profughi Eritrei, Somali e Sud sudanesi in due anni.

Il vice ministro degli Esteri etiope, signora Hirut Zemene, incontrando la delegazione italiana, ha sottolineato la generosità di questa operazione umanitaria rivolta alle persone più vulnerabili e la rilevanza dell'impegno dell'Italia e della sua società civile verso i migranti in questo periodo particolarmente complesso.

Grande soddisfazione è stata espressa dall’arcivescovo metropolita di Addis Abeba e Presidente della Conferenza Episcopale di Etiopia ed Eritrea, il card. Berhaneyesus Souraphiel e da Caritas Etiopia. L'ambasciata Italiana, che giocherà un ruolo rilevante nello sviluppo operativo del progetto, ha accompagnato tutti i momenti della visita, riferisce una nota della Cei.

Le agenzie dell'Onu impegnate nella gestione dei rifugiati, Unhcr e Oim, hanno offerto piena collaborazione, come pure ha fatto l'Arra,  l'agenzia di Stato che si occupa degli oltre 850.000 rifugiati presenti in Etiopia, paese leader in Africa nell'accoglienza di profughi.

La missione è proseguita  con una prima ricognizione nei campi in Tigrai, al confine con l'Eritrea, facilitata dalla Ong Gandhi Charity.

“Nei giorni in cui assistiamo a tanti drammi nel Mediterraneo - commentano i rappresentanti di Caritas Italiana e della Comunità di Sant’Egidio - i corridoi umanitari lanciano dall'Africa un grande segno di speranza”. Migrantes online 24.4.

 

 

 

Al via la campagna della Cei “Chiedilo a loro”

 

Si ricorda la partecipazione alla firma per la destinazione dei fondi 8xmille alla Chiesa cattolica

 

Al via la campagna di comunicazione 8xmille della Conferenza episcopale italiana ‘Chiedilo a loro’ che ha l’obiettivo di ricordare il valore della partecipazione. In evidenza alcuni tra i progetti realizzati grazie alle firme dei fedeli, scelti tra le migliaia sostenuti in questi anni attraverso le tre direttrici fondamentali di spesa: culto e pastorale, sostentamento dei sacerdoti diocesani, carità in Italia e nel Terzo mondo.

Tra questi il progetto Caritas “Quartieri solidali”, sostenuto con 80mila euro dall’8xmille alla Chiesa cattolica, che a Roma offre risposte concrete alla solitudine della terza e quarta età. Ai cittadini anziani, in forte aumento nel nostro Paese, spesso le città voltano le spalle più duramente di quanto accada nei piccoli centri.

Il via in 6 parrocchie (S. Bernadette a Colle Aniene, S. Andrea Avellino a Ottavia, Ss. Sacramento a Tor de’ Schiavi, S. Pio V all’Aurelio, S. Maria Ausiliatrice a via Tuscolana, S. Ugo vescovo alla Serpentara), con altre 8 in attesa. “Formiamo decine di volontari per un intervento a più livelli – spiega Alessia Celentano della Caritas – Dall’assistenza domiciliare leggera, con compagnia e pratiche burocratiche o il tele-soccorso, fino agli over 65 promotori di laboratori in parrocchia, per arrivare ai condomini solidali, una rete di possibili relazioni da recuperare. Finora sono 150 gli anziani assistiti”. La proposta si sta estendendo anche in altri quartieri e presto coinvolgerà 14 parrocchie in totale. Il servizio sarà attivo tutto l’anno, anche d’estate.

Niente improvvisazione, ma parrocchie responsabilizzate, una segreteria unificata e volontari che entrano nelle famiglie in punta di piedi, per dare sollievo e riallacciare i contatti con gli altri. Dice un’anziana che non può pagarsi una badante: “con loro mi sfogo, piango, rido. E dopo tanto tempo, mi sono fatta accompagnare dal parrucchiere e ho ritrovato il mio ruolo”. “La prima povertà è la solitudine – prosegue Alessia– Smussiamo depressione e diffidenza in persone che non uscivano di casa da anni. Una pensionata ci ha detto ‘grazie perché ora non ho solo te come amica, ma una comunità intera’”.

Disponibili sul sito www.chiediloaloro.it i quattro video relativi all’iniziativa della Caritas raccontano attraverso la testimonianza degli operatori, dei volontari e degli anziani il progetto che considera l’anziano non solo destinatario di servizi ed interventi, ma soggetto portatore di esperienza e risorsa per sé stesso e per la comunità. Zenit 27

 

 

 

Papa Francesco riceverà Donald Trump il 24 maggio

 

Si tratta del primo incontro tra il Pontefice e il nuovo presidente USA

Papa Francesco riceverà mercoledì 24 maggio, alle ore 8.30, nel Palazzo Apostolico in Vaticano il presidente statunitense Donald Trump. Ad annunciarlo è un comunicato della Sala Stampa vaticana, diffuso nel pomeriggio di giovedì 4 maggio.

Dopo l’Udienza dal Papa, il 45° presidente degli USA incontrerà anche il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, che sarà accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher.

Si tratterà del primo incontro tra il Pontefice e Trump, che nei giorni scorsi ha superato il traguardo dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca.

La visita di Trump in Vaticano non rimarrà inosservata. Ben note sono le parole che pronunciò il Pontefice durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico, il 17 febbraio 2016.

Rispondendo alla domanda di un giornalista riguardo al muro che Trump voleva costruire lungo la frontiera col Messico, il Papa rispose: “Una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana. Questo non è nel Vangelo.”

Successivamente, intervistato da Eugenio Scalfari, del quotidiano “La Repubblica”, Francesco disse alla vigilia delle presidenziali USA: “Io non do giudizi sulle persone e sugli uomini politici, voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi”.

Poi, nel suo messaggio per l’insediamento di Trump come presidente degli USA, il 20 gennaio scorso, Francesco formulò il seguente augurio: “Sotto la sua guida, possa la statura dell’America continuare ad essere misurata soprattutto dalla sua preoccupazione per i poveri, gli emarginati, e coloro che, come Lazzaro, stanno davanti alla nostra porta”.

In fine, solo pochi giorni fa, sabato 29 aprile 2017, durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Cairo, papa Francesco si è espresso anche sulla crisi coreana, invitando i leader “a un lavoro per risolvere i problemi sulla strada della diplomazia”. “La strada è la strada del negoziato, la strada della soluzione diplomatica”, aveva ribadito il Papa. Anne Kurian, pdm 4

 

 

 

 

Enzo Bianchi, “credere non è un atto intellettuale ma un coinvolgimento con la vita di Gesù”

 

 “Credere non è un atto intellettuale ma è un’adesione, un coinvolgimento con la vita di Gesù; e un coinvolgimento si può attuare solo nella libertà e per amore”. È quanto scrive Enzo Bianchi in un intervento pubblicato sull’ultimo numero del settimanale de “L’Osservatore Romano” nel quale commenta il Vangelo della sesta Domenica di Pasqua. “In tutte le vie religiose si ama Dio, ma lo si può amare come un idolo, soprattutto se è un dio da noi costruito e ‘ideato’”, osserva Bianchi, rilevando che “il nostro Dio vivente ha un volto preciso. Non è la deità, il divino: è un Dio che ha parlato esprimendo la sua volontà, e lo ama veramente solo chi cerca, seppur con fatica, di realizzare tale volontà”. “Mi pare che non affermiamo con sufficiente chiarezza e forza questa verità decisiva per la vita cristiana”, sottolinea Bianchi, aggiungendo che “amare Gesù significa non solo nutrirsi di un amore di desiderio, non solo dirgli che di lui ha sete la nostra anima, ma realizzare ciò che lui ci chiede, osservare il comandamento nuovo, cioè ultimo e definitivo, dell’amore reciproco”. “Gesù non ha detto: ‘Come io ho amato voi, così anche voi amate me’, ma ‘amatevi gli uni gli altri’”, precisa, “perché egli ci ama senza chiederci il contraccambio, ma chiedendoci che il suo amore che ci raggiunge si diffonda, si espanda come amore per gli altri, perché questa è la sua volontà d’amore”. “Amare, osservare i comandamenti – conclude – è la condizione affinché Gesù si manifesti, e nell’osservanza della volontà di Dio, attraverso l’amore fraterno, saremo amati da Dio e da Gesù. La vita di Dio è un flusso di amore nel quale, se accogliamo il suo dono, possiamo essere coinvolti”. Oss. Rom. 11

 

 

 

Il Terzo Segreto di Fatima: dati certi, dubbi e retroscena

 

Nel centenario delle apparizioni, ormai alla vigilia del viaggio di Francesco e della canonizzazione dei veggenti bambini, la storia del testo profetico più atteso e temuto del Novecento - ANDREA TORNIELLI

 

CITTÀ DEL VATICANO - La storia delle apparizioni mariane di Fatima è inscindibilmente legata a quel «segreto» diviso in tre parti e rivelato dalla Madonna ai tre pastorelli nel 1917. Un testo profetico la cui rivelazione era attesa nel 1960, ma che è stato reso noto soltanto quarant'anni dopo, durante il Giubileo del 2000, da san Giovanni Paolo II, il Pontefice che ha creduto di riconoscersi nel «vescovo vestito di bianco» martirizzato insieme ai cristiani. È una storia fatta di documenti e di date certe, ma anche costellata di tante illazioni, testi apocrifi, presunte profezie apocalittiche. La più recente e documentata ricostruzione si può leggere nel libro di Saverio Gaeta «Fatima, tutta la verità. La storia, i segreti, la consacrazione» (Edizioni San Paolo), un volume che ha il pregio di aver incluso le ultime novità emerse grazie alla pubblicazione di scritti di suor Lucia dos Santos mai rivelati prima. 

  

La visione profetica venne affidata ai tre pastorelli il 13 luglio 1917. Passano molti anni prima che le tre distinte parti del segreto vengano fissate su carta. Le prime due vengono scritte da Lucia nella cosiddetta Terza memoria, vergata fra il 26 luglio e il 31 agosto 1941, e successivamente nella Quarta memoria, compilata fra il 7 ottobre e l’8 dicembre dello stesso anno. Questi due testi sono subito consegnati al vescovo di Leiria (sotto la cui giurisdizione ricade Fatima), monsignor José Alves Correia da Silva. Come abbiamo avuto modo di vedere, le prime due parti si riferiscono alla visione dell'inferno e all'arrivo di una nuova grande guerra mondiale. Vengono scritte quando questa è già cominciata e rese note per la prima volta da padre Luis Gonzaga da Fonseca, nella quarta edizione del suo libro «Le meraviglie di Fatima» pubblicata nell'aprile 1942. Questo primo testo pubblicato contiene dei ritocchi rispetto all'originale di Lucia, ad esempio la parola «Russia» viene sostituita con la parola «mondo», per motivi legati alla situazione politica e alla guerra in corso. 

  

Vista la salute cagionevole di suor Lucia - che sarà invece destinata a vivere una vita lunghissima - il vescovo teme che possa morire senza aver comunicato la terza parte del Segreto. Così Correia da Silva prima di persona e poi per iscritto, alla fine dell'estate 1943, le ordina di fissare su carta anche l'ultima parte della profezia. La veggente ci prova, ma per cinque volte non ci riesce. La svolta arriva nei primi giorni di gennaio 1944. Lucia avverte la presenza di Maria. E racconta che cosa accade in una lettera di accompagnamento per il vescovo, consegnata insieme al Segreto. Questa lettera e le parole che stiamo per citare sono rimaste sconosciute fino a poco tempo fa. «L’indicazione della Vergine fu precisa: “Non temere, poiché Dio ha voluto provare la tua obbedienza, fede e umiltà; stai serena e scrivi quello che ti ordinano, tuttavia non quello che ti è dato intendere del suo significato. Dopo averlo scritto, mettilo in una busta, chiudila e sigillala e fuori scrivi “che può essere aperta nel 1960 dal cardinale patriarca di Lisbona o dal vescovo di Leiria”».  

  

È interessante fermare l'attenzione sulle parole della Madonna che Lucia riferisce: «Non quello che ti è dato intendere del suo significato». La voce di Maria chiede dunque alla veggente di non scrivere nulla sul significato della visione, sull'interpretazione di quella scena cruenta del Papa che viene ammazzato. Ma da queste affermazioni, redatte da Lucia nel 1944, non si comprende bene se ci si riferisca a un'interpretazione offerta con parole precise dall'apparizione stessa nel 1917 (com'era avvenuto per la prima parte del Segreto), o se con quel «che ti è dato intendere» ci si riferisca un'interpretazione della veggente, seppure ispirata. 

  

La busta viene chiusa con un po' di ceralacca e consegnata al vescovo di Leiria, il quale comunica la notizia al patriarca di Lisbona, Manuel Gonçalves Cerejeira, e alla Santa Sede, ricevendo dal Vaticano l'indicazione di custodire il plico. Il vescovo, pur potendolo fare, non aprirà mai la busta per conoscerne il contenuto. Il 7 settembre 1946, intervenendo al Congresso mariano di Campinas in Brasile, il cardinale Cerejeira comunica pubblicamente che la busta con il Segreto «sarà aperta nel 1960».  

  

Un anno e mezzo dopo aver ricevuto il testo della profezia chiuso nella busta inviata dalla veggente, monsignor Correia da Silva la infila dentro una propria busta che a sua volta sigilla con la ceralacca, scrivendo: «Questa busta con il suo contenuto sarà consegnata a sua eminenza il signor cardinale don Manuel, patriarca di Lisbona, dopo la mia morte. Leiria, 8 dicembre 1945. José, vescovo di Leiria». Il plico sarà fotografato e l'immagine pubblicata sul settimanale statunitense «Life» del 3 gennaio 1949.  

  

Nel 1956, quando il vescovo è ormai molto anziano, malato e quasi cieco, e si avvicina la data indicata per la rivelazione, dal Vaticano arriva l'ordine di inviare a Roma fotocopia di tutti i manoscritti di suor Lucia e la busta originale con il testo del Terzo Segreto. A metà marzo del 1957 il vescovo ausiliare di Leiria, João Pereira Venâncio consegna il documento al nunzio apostolico in Portogallo, l’arcivescovo Fernando Cento. Il plico arriva Oltretevere il 16 aprile 1957. 

  

Secondo diverse testimonianze, tra cui quella del cardinale Alfredo Ottaviani, Pio XII decide di aprirlo e lo ripone all’interno di una cassetta di legno con l’iscrizione “Secretum Sancti Officii” (Segreto del Sant’Offizio). Anche di questa cassetta esiste una foto eloquente, scattata dal fotografo Robert Serrou il 4 maggio 1957 e pubblicata la prima volta sul magazine francese Paris Match il 18 ottobre 1958, dopo la morte di Papa Pacelli. Era stata suor Pascalina Lehnert, governante e segretaria di Pio XII, a fare al fotografo la confidenza: «Là dentro c’è il terzo Segreto di Fatima». 

  

Bisogna ricordare che dal momento dell'arrivo a Roma in poi disponiamo dei dati su dove il plico è stato conservato e su quando i Papi l'hanno consultato, grazie alla pubblicazione vaticana del giugno 2000, nella quale, oltre al testo del Segreto e alla sua interpretazione teologica a firma dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, viene descritta anche la storia della sua custodia in Vaticano attraverso uno scritto dell'arcivescovo Tarcisio Bertone, all'epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede e numero due di Ratzinger. Da questo punto in poi, i dati documentali spesso divergono dalle testimonianze ugualmente attendibili di alcuni autorevoli testimoni e ci sono indizi che lasciano pensare all'esistenza di due copie dello stesso testo - o secondo alcuni di due testi diversi - conservati in due luoghi diversi: l'archivio dell'ex Sant'Uffizio e l'appartamento papale. Una distinzione che non può essere fatta per il tempo di Pio XII: all'epoca infatti, e fino alla riforma della Curia voluta da Paolo VI, il Papa era anche Prefetto del Sant'Uffizio e dunque non doveva sorprendere la conservazione nel suo appartamento di documenti particolarmente delicati o scottanti di quel dicastero. 

  

Il primo Pontefice ad aprire la busta e a leggere il contenuto del Segreto è Giovanni XXIII, durante l'estate del 1959, mentre si trova a Castel Gandolfo, e precisamente il 17 agosto, quando «d’accordo con l’eminentissimo cardinale Alfredo Ottaviani», il commissario del Sant’Offizio, padre Pierre Paul Philippe, consegna a Papa Roncalli la busta ancora sigillata. Secondo quanto scritto da Bertone, sulla base della documentazione d'archivio, Giovanni XXIII decide di rimandare la busta al Sant'Uffizio. Ma l'arcivescovo Loris Capovilla, segretario particolare di Roncalli, ricorda invece che il Papa «portò il plico in Vaticano. Nessuno più gliene parlò, né il Sant’Offizio chiese dove fosse andato a finire il memoriale. Stava in un tiretto dello scrittoio della camera da letto». Il plico dunque sarebbe stato conservato in uno scomparto poco visibile e accessibile dello scrittoio, detto «Barbarigo», un mobile appartenuto a san Gregorio Barbarigo e regalato a Papa Giovanni dal conte Dalla Torre.  

 

Dopo essersi fatto aiutare a tradurre il testo, Giovanni XXIII detta a monsignor Capovilla alcune frasi da scrivere su una busta che finora non è mai stata mostrata pubblicamente: «Il Santo Padre ha ricevuto dalle mani di monsignor Philippe questo scritto. Si è riservato di leggerlo il venerdì con il suo confessore. Essendoci locuzioni astruse, chiama monsignor Tavares, che traduce. Lo fa vedere ai suoi collaboratori più intimi. E alla fine dice di rinchiudere la busta, con questa frase: “Non do nessun giudizio”. Silenzio di fronte a una cosa che può essere una manifestazione del divino, e può non esserlo».  

  

Il 21 giugno 1963 viene eletto successore di Roncalli l'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che prende il nome di Paolo VI, meno di una settimana dopo, il 27 giugno, il nuovo Papa desidera leggere il Segreto, dopo averne parlato con il cardinale Fernando Cento, già nunzio in Portogallo, e con il vescovo di Leiria João Pereira Venâncio, che quella stessa mattina aveva ricevuti in udienza. La busta però non si trova. E così il sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Dell’Acqua, chiede lumi a monsignor Capovilla, che dopo la morte di Giovanni XXIII era rimasto - e vi resterà fino al 1967 - nell'anticamera pontificia. Capovilla ha raccontato e messo per iscritto di essere stato contattato quel giorno dal sostituto e di avergli suggerito di cercare il plico «nel cassetto di destra della scrivania detta “Barbarigo”, nella stanza da letto del Papa». Un’ora dopo monsignor Dell’Acqua gli telefona per confermare che era tutto a posto. La busta era stata ritrovata.  

  

L’arcivescovo Tarcisio Bertone, nel testo che ricostruisce la storia del Segreto sulla base dei registri dell'archivio del Sant'Uffizio, scrive invece che «Paolo VI lesse il contenuto il 27 marzo 1965, e rinviò la busta all’Archivio del Sant’Offizio». Bertone in successive dichiarazioni bollerà «le ricostruzioni cinematografiche della busta nascosta nel comodino del Papa» come «pura fantasia». Chi scrive ha avuto modo di ascoltare ormai dieci anni fa direttamente dalla voce di Capovilla, che si serviva al riguardo delle note vergate a suo tempo nell'agenda, l'episodio del plico che non si trovava e dell'indicazione data a Paolo VI di cercarlo nello scrittoio «Barbarigo». Non si capisce perché il più stretto collaboratore di Papa Roncalli, custode della sua memoria e dei suoi scritti, avrebbe inventato di sana pianta una storia simile. Allo stesso tempo, bisogna credere alla ricostruzione di Bertone, basata sui documenti d'archivio. Ecco un indizio sulla possibile esistenza di due testi distinti o, più semplicemente, di due copie dello stesso testo conservate in due luoghi distinti, nell'appartamento del Papa e al Sant'Uffizio. 

  

Il testo del Segreto, non rimane però confinato alla conoscenza di poche persone. In vista del suo viaggio a Fatima, il 13 maggio 1967, per il cinquantesimo delle apparizioni, Paolo VI fa convocare il 1° marzo una plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede nella quale viene letto il Segreto e si discute se sia opportuno o meno pubblicarlo. I pareri negativi prevalgono e si decide di proseguire nella linea già tenuta da Giovanni XXIII, che non aveva ritenuto di rendere pubblico il testo nel 1960. 

  

Nel 1978, dopo la meteora Giovanni Paolo I, si arriva a Karol Wojtyla. Secondo la testimonianza fornita il 13 maggio 2000 a Fatima dal portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls, mai smentita, Giovanni Paolo II avrebbe letto il testo nel 1978, pochi giorni dopo l’elezione al pontificato. Da altre testimonianze, riportate dalla vaticanista portoghese Aura Miguel, sappiamo che subito dopo l'attentato del 13 maggio 1981, mentre ancora si trovava ricoverato al Policlinico Gemelli, Papa Wojtyla chiese di vedere tutti i documenti di Fatima: «Uno dei primi cardinali a far visita a Giovanni Paolo II è l’argentino Eduardo Pironio, che afferma di aver visto il Papa nell’infermeria del decimo piano del policlinico Gemelli immerso nei documenti relativi alle apparizioni della Cova da Iria. L’ex segretario del Pontificio consiglio per i laici racconta che il Papa, impressionato dall’incredibile coincidenza delle due date, studiò i documenti». 

  

Secondo la ricostruzione scritta da monsignor Bertone questa circostanza si sarebbe verificata più di due mesi dopo: «Sua eminenza Franjo Seper, Prefetto della Congregazione (per la dottrina della fede, ndr), consegnò a sua eccellenza Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il 18 luglio 1981, due buste: - una bianca, con il testo originale di suor Lucia in lingua portoghese; - un’altra color arancione, con la traduzione del “segreto” in lingua italiana. L’11 agosto seguente monsignor Martinez ha restituito le due buste all’Archivio del Sant’Offizio». Anche in questo caso, le discrepanze nei racconti potrebbero avere una spiegazione semplice. Non va infatti dimenticato che appena 17 giorni dopo essere uscito dal Gemelli, Giovanni Paolo II vi fece ritorno il 20 giugno 1981, a motivo di un'infezione al sangue che aveva contratto. Rimarrà in ospedale fino al 14 agosto, per 55 giorni. È durante questo nuovo ricovero che, secondo i registri del Sant'Uffizio, riceve i documenti di Fatima. Non si può dunque escludere che le due versioni in realtà possano coincidere e che il ricordo del Pontefice che consulta i testi sul letto d'ospedale sia riferito al secondo e non al primo ricovero. 

  

Si arriva così al 13 maggio 2000, quando, al termine della messa per la beatificazione di Francesco e Giacinta Marto, celebrata da Giovanni Paolo II in presenza di suor Lucia nella spianata antistante il santuario di Fatima, il cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano prende la parola per riferire un sunto del Segreto. Sodano presenta la profezia come rivolta interamente al passato, alle persecuzioni subite dai cristiani nel Novecento, e afferma che nella visione il Papa «cade come morto». Annunciando anche che per «consentire ai fedeli di meglio recepire il messaggio della Vergine di Fatima, il Papa ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della fede il compito di rendere pubblica la terza parte del Segreto, dopo averne preparato un opportuno commento».  

 

La presentazione del testo avviene il 26 giugno 2000 con una conferenza stampa tenuta dal Prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone. Fino a quel momento, affidandosi unicamente alle parole di Sodano, tutti credono che nella visione si parli di un Papa che cade «come morto», cioè che rimane gravemente ferito, immagine sovrapponibile a quella dell'attentato subito in Piazza San Pietro da Wojtyla nel 1981. In realtà la visione non presenta un Papa ferito, ma un Papa ucciso. Nel suo commento Ratzinger spiega che questo genere di profezie non sono da considerare un film in grado di descrivere in dettaglio il futuro, come pure spiega che la preghiera e le sofferenze di chi fa penitenza possono cambiare il corso della storia. 

  

Proprio all’inizio del commento teologico, Ratzinger, dopo aver precisato che il testo «viene qui pubblicato nella sua interezza», afferma che il lettore «resterà presumibilmente deluso o meravigliato dopo tutte le speculazioni che sono state fatte. Nessun grande mistero viene svelato; il velo del futuro non viene squarciato». Parlando a braccio in risposta alle domande dei giornalisti, il cardinale precisa che «non è intenzione della Chiesa imporre una interpretazione: non esiste una definizione, o interpretazione ufficiale, della Chiesa di tale visione». Dunque Giovanni Paolo II ha ritenuto di riconoscersi nella visione, ma anche altre interpretazioni sono possibili. Lo stesso Ratzinger, una volta divenuto Papa, è sembrato correggere l'interpretazione della visione interamente rivolta al passato e nel 2010, in occasione del suo pellegrinaggio a Fatima che avviene nel pieno della bufera per lo scandalo pedofilia, afferma che la carica profetica del messaggio non si è esaurita: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».  

   

Nel corso degli anni, come già detto, sono stati diffusi vari testi apocrifi contenenti la presunta interpretazione mancante della visione del Terzo Segreto. Si parla di catastrofi naturali, inondazioni e guerre, come pure dell'apostasia, di una crisi della fede presente all'interno della Chiesa stessa. Le discrepanze che abbiamo fin qui evidenziato vengono in qualche modo corroborate da due indizi contenuti nelle memorie di suor Lucia: il fatto che l'apparizione dopo aver rivelato il Terzo Segreto dica che Lucia e Giacinta possono condividerlo con Francesco: in questo caso, dato che Francesco vedeva ma non poteva ascoltare, si dovrebbe trattare di parole, cioè di un'interpretazione, non di una visione. Inoltre rimane senza spiegazione una frase sospesa dell'apparizione che precede il Segreto, relativa al Portogallo che manterrà il dogma della fede. Queste discrepanze hanno fatto affermare ad alcuni giornalisti e studiosi che non tutto è stato in realtà rivelato e che alla visione del Terzo Segreto si accompagnava un «allegato» con l'interpretazione di quella visione.  

  

L'allegato in questione, secondo questi autori, sarebbe stato tenuto nascosto o distrutto. Papa Ratzinger ha però più volte affermato che tutto è stato pubblicato. Lo stesso ha ripetuto in varie riprese, a voce e per iscritto, anche il cardinale Tarcisio Bertone, quest'ultimo individuato da alcuni «fatimiti» come presunto autore della pubblicazione parziale e dunque edulcorata. In realtà bisogna riconoscere: nel caso ipotetico che non tutto fosse stato pubblicato, ciò non potrebbe essere avvenuto all'insaputa di Giovanni Paolo II - che aveva letto l'intera documentazione - e del suo Prefetto per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, anch'egli a conoscenza dei testi. E dunque appare quantomeno semplicistico colpevolizzare Bertone, all'epoca numero due del dicastero guidato da Ratzinger e suo fedele collaboratore. 

  

Non si può infine escludere che il presunto «allegato», nel caso esista o sia realmente esistito (non è rimasta traccia di quando sarebbe stato scritto, né di quando sarebbe stato consegnato al vescovo o di quanto sarebbe stato spedito in Vaticano) possa in realtà non essere una rivelazione diretta dell'apparizione del 1917, ma piuttosto un'interpretazione successiva, ricevuta da suor Lucia in una delle sue locuzioni interiori. Non è un caso che il segretario di Giovanni Paolo II abbia confidato al vaticanista Marco Tosatti: «Non sempre si capisce bene che cosa dice la Madonna e che cosa dice suor Lucia».   

  

Di per sé, anche se la visione non contiene profezie su catastrofi naturali o sulla perdita della fede, le immagini sono comunque forti e apocalittiche: si parla del martirio di un'innumerevole quantità di cristiani - tema tristemente attuale - come pure della morte di un Papa che viene ucciso.  (Fine seconda e ultima puntata)  

LS 9

  

 

 

 

Heiligsprechung: Mobilisierung gegen die Gleichgültigkeit

 

Mit einem langen Applaus haben die Pilger und Gläubigen im portugiesischen Marienwallfahrtsort Fatima den Papst am Samstagvormittag willkommen geheißen. Bei dem Gottesdienst unter strahlendem Sonnenschein nahmen eine halbe Million Menschen teil. Zuvor hatte Franziskus die Rosenkranzbasilika von Fatima besucht und betete vor den Gräbern der drei Seherkinder Francisco Marto, Jacinta Marto und Lucia dos Santos, die sich dort befinden. Der Platz zwischen den beiden Basiliken von Fatima war bereits zwei Stunden vor dem Gottesdienst weithin gefüllt. Viele Pilger hatten mit Schlafsäcken oder einfachen Rettungsdecken auf dem Areal übernachtet, berichtet die Katholische Nachrichten-Agentur. Franziskus war im Exerzitienhaus „Nossa Senhora do Carmo“ unmittelbar neben dem Wallfahrtsgelände untergebracht.

Bis zum letzten Atemzug

Zu Beginn der Feier an diesem Samstag stellte der Bischof von Fatima, António Augusto dos Santos Marto, das Leben der beiden neuen Heiligen vor: Francisco und Jacinta Marto. Die Lesungen und das Tagesevangelium drehten sich allesamt um die Muttergottes. Der Papst rief die Gläubigen auf, „uns wie Kinder“ an sie zu klammern. Denn auf diese Weise könnten die Gläubigen in der Hoffnung leben, die sich auf Jesus stützt und die Menschen immer trägt – „bis zum letzten Atemzug“. Zu Beginn seiner Predigt ging er auf das Erlebnis der Seherkinder von Fatima ein. Unzählige Gnaden seien der Muttergottes von Fatima zu verdanken, so Franziskus. Hundert Jahre seien seit ihrer Erscheinung am Himmel vergangenen und „vom hoffnungsvollen Portugal aus“ habe sich ihr Lichtmantel „über die vier Himmelsrichtungen der Erde“ ausgebreitet. Die beiden neuen Heiligen seien für alle ein Vorbild, da sie die göttliche Gegenwart zu einem festen Bestandteil ihres Lebens machten.

Einhüllendes Licht

Maria ist erschienen, um an das „Licht Gottes zu erinnern, das in uns wohnt und uns umhüllt“: In seiner Predigt bei der Messe in Fatima betonte Papst Franziskus die Metapher des einhüllenden Lichts, die besonders wichtig ist für den Marienwallfahrtsort. „Gemäß dem gläubigen Empfinden vieler, wenn nicht sogar aller Pilger ist Fatima vor allem dieser Lichtmantel. Er bedeckt uns hier wie an jedem anderen Ort der Erde, wenn wir unter dem Schutz der Jungfrau Maria Zuflucht nehmen, um sie zu bitten, wie es das Salve Regina lehrt: ‚Zeige uns Jesus’.“ Die drei Hirtenkinder, denen die Muttergottes vor genau 100 Jahren begegnet war, hatte Ähnlichkeit wie die Maria aus der Offenbarung des Johannes, von der in der Lesung die Rede war, „eine Frau, mit der Sonne bekleidet.“ „Liebe Pilger, wir haben eine Mutter“, so Papst Franziskus.

Die drei Kinder hatten sich ihrem eigenen Zeugnis nach im Licht Gottes befunden, das von der Gottesmutter ausstrahlte. „Sie hüllt sie in den Mantel des Lichtes, das Gott ihr gegeben hatte.“ Zu Beginn der Messfeier hatte Papst Franziskus zwei der Seherkinder, Jacinta und Francisco Marto, heilig gesprochen. Das dritte Kind, Lucia dos Santos, war 2005 gestorben, für sie läuft das Seligsprechungsverfahren.

„Ich konnte nicht umhin, hierher zu kommen“

Der Papst bedankte sich bei allen Anwesenden, weil sie ihn auf dieser für ihn wichtigen Pilgerfahrt begleitet haben. „Ich konnte nicht umhin, hierher zu kommen, um die Jungfrau und Mutter Maria zu verehren und ihr ihre Söhne und Töchter anzuvertrauen. Unter ihrem Schutzmantel gehen sie nicht verloren“, so der Papst wörtlich. Der Fürsprache der Gottesmutter bedarf die ganze Menschheit, insbesondere die Kranken und Behinderten, die Gefangenen und Arbeitslosen, die Armen und Verlassenen, fügte Franziskus an; ihr beständiges Gebet und ihre Verehrung für die Gottesmutter sei Beispiel für viele geworden, und das nicht nur in Portugal, sondern auf der ganzen Welt.

Mobilisierung gegen die Gleichgültigkeit

Jeder sei selber eine Hoffnung für die anderen. Das fordere von jedem Gläubigen eine „regelrechte Mobilisierung gegen die Gleichgültigkeit“. Diese Gleichgültigkeit lasse das Herz erstarren und verschlimmere die Kurzsichtigkeit gegenüber den Mitmenschen. Doch das Leben könne nur durch ein anderes Leben überleben, aber dazu bedarf es der Großzügigkeit der Menschen. Jesus sei im Schoß der Jungfrau Mensch geworden, diese Menschheit werde nie wieder aufgeben. „Wie einen Anker machen wir unsere Hoffnung in jener Menschheit fest, die im Himmel zur Rechten des Vaters ihren Platz genommen hat“, so der Papst weiter. „Diese Hoffnung möge der Antrieb für unser aller Leben sein!“

„Darum bitte ich für alle meine Brüder und Schwestern, für die Getauften und die ganze Menschheit, insbesondere für die Kranken und Behinderten, die Gefangenen und Arbeitslosen, die Armen und Verlassenen“, so der Papst, um dann mit einem paradoxen Gebet fortzufahren. „Liebe Brüder und Schwestern, beten wir zu Gott in der Hoffnung, dass uns die Menschen anhören werden; und wenden wir uns an die Menschen in der Gewissheit, dass uns Gott zu Hilfe kommt.“ Wenn Gott wie die Seher-Kinder schrieben den Einsatz und so Erfüllung der je eigenen Pflichten verlange, „so setzt er damit eine regelrechte allgemeine Mobilisierung gegen diese Gleichgültigkeit in Gang. ... Wir wollen keine gescheiterte Hoffnung sein!“ Es gelte, das Antlitz Jesu zu suchen, der in die Welt gekommen sei und sich erniedrigt habe, bis zum Kreuz. So könne man „das junge und schöne Gesicht der Kirche wiederentdecken (…), das strahlt, wenn sie missionarisch, einladend, frei, treu, arm an Mitteln und reich an Liebe ist.“

Jeder sei ein Wächter der Welt unter dem Schutz Mariens, sagte der Papst abschließend. Zur Gabenbereitung brachte die Familie, deren Kind auf die Fürsprache der beiden Seherkinder geheilt wurde, die Gaben zum Altar. Zum Schluss der Feier gab es noch einen Segen für die Kranken. rv 13.05.

 

 

 

„Vielfalt verbindet.“ Kirchen veröffentlichen Gemeinsames Wort zur Interkulturellen Woche 2017

 

Mit einem Gemeinsamen Wort der Kirchen laden der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, der Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland, Metropolit Augoustinos, zur 42. Interkulturellen Woche ein. Sie findet vom 24. bis 30. September 2017 statt und steht unter dem Leitthema „Vielfalt verbindet.“. Deutschlandweit sind mehr als 5.000 Veranstaltungen an über 500 Orten geplant.

In der aktuellen Debatte über den Umgang mit Flüchtlingen geht es nach Auffassung der Kirchen auch um die grundsätzlichen Fragen von respektvollem Miteinander, freiheitlichen Grundrechten und demokratischer Willensbildung: „Als christliche Kirchen sagen wir in aller Klarheit: Politik, die Fremdenfeindlichkeit schürt, von Angst gegen Überfremdung lebt, einseitig nationale Interessen betont, ein nationalistisches Kulturverständnis pflegt und Grundfreiheiten infrage stellt, ist mit einer christlichen Haltung nicht vereinbar.“ Sie äußern die Überzeugung, dass Deutschland mit der Aufnahme von Flüchtlingen zwar stark gefordert, aber nicht überfordert ist.

Die Repräsentanten der Kirchen betonen, dass die Verzweiflung der in Deutschland lebenden Flüchtlinge aus Kriegsgebieten, die ihre engsten Angehörigen nicht zu sich holen können, die Gesellschaft nicht kalt lassen dürfe: „Für die Kirchen ist das Zusammenleben als Familie ein hohes Gut. Wir bitten den Gesetzgeber, dem grundgesetzlich verbürgten Schutz der Familie in der Flüchtlingspolitik hohe Priorität beizumessen.“ Sie weisen auch darauf hin, dass Asylanträge in einem rechtsstaatlichen Verfahren auch abgelehnt werden können und betonen: „Auch wenn ein Asylbewerber nach Abschluss eines rechtsstaatlichen Verfahrens in seine Heimat zurückkehren muss, trägt unser Land eine Mitverantwortung für sein Wohlergehen. Abschiebungen in lebensgefährliche Gebiete sind inakzeptabel. Kein Mensch darf in eine Region zurückgeschickt werden, in der sein Leben durch Krieg und Gewalt bedroht ist. Die Sicherheit der Person muss stets Vorrang haben gegenüber migrationspolitischen Erwägungen.“

Das Gemeinsame Wort konstatiert eine sich seit Generationen in Deutschland entwickelnde Zuwanderungsgesellschaft, in der der Alltag längst bunt geworden ist: „Menschen, die vor Jahrzehnten als Zuwandernde kamen, und deren Kinder und Kindeskinder sind selbstverständlicher Teil unserer Gesellschaft. Die Frage, ob wir eine vielfältige Gesellschaft wollen, stellt sich daher nicht. Sie ist Realität und es gilt sie zu gestalten und aus der Vielfalt ein starkes, gemeinsames ‚Wir‘ zu entwickeln.“

 

Kardinal Marx, Landesbischof Bedford-Strohm und Metropolit Augoustinos wenden sich an alle, die sich bei der Interkulturellen Woche engagieren: „Machen Sie Mut zur Begegnung und zum Austausch, damit sich die Menschen in unserem Land besser kennen- und verstehen lernen. In der Begegnung wächst die Kraft, Ablehnung und Ausgrenzung zu überwinden.“ Die Hunderttausende Ehrenamtlichen in Kirchengemeinden, Vereinen, spontanen Initiativen und Wohlfahrtsverbänden hätten entscheidend dazu beigetragen, dass sich die „Willkommenskultur“ für Flüchtlinge und Asylbewerber zu einer „Integrationskultur“ weiterentwickelt habe.

Hinweise: Das „Gemeinsame Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2017“ ist als pdf-Datei im Anhang und unter www.dbk.de verfügbar.

Für die Vorbereitung der Interkulturellen Woche hat der Ökumenische Vorbereitungsausschuss eine Reihe von Materialien (Materialheft, Plakate und Postkarten) erstellt, die unter www.interkulturellewoche.de bestellt werden können. Dort finden Sie auch weitere Informationen. Dbk 11

 

 

 

Papstmesse: „Sklaverei ist Todsünde“

 

Die Heilsgeschichte ist ein Weg, den Gott mit dem Volk zusammen zurücklegt. Das ist ein für Papst Franziskus typischer Gedanke; bei der Frühmesse an diesem Donnerstag hat er ihn in der Santa-Marta-Kapelle im Vatikan einmal mehr entfaltet. „Gott hat sich im Gang der Geschichte offenbart“… Typisch Franziskus: Betonung auf „im Gang“.

„Heilige und Sünder“ gehen zusammen den Weg zur „Fülle der Zeiten“, so Franziskus. Zur, wie er präzisierte, „zweiten Fülle der Zeiten“, die erste war die Zeit der Menschwerdung Gottes. „So kommt auch die Kirche voran, mit so vielen Heiligen und so vielen Sündern, immer zwischen Gnade und Sünde.“

Der Weg ist nicht das Ziel, er hilft uns vielmehr dabei, das Ziel immer klarer ins Auge zu fassen. „Um zu verstehen, um den Glauben zu vertiefen, um die Gebote besser zu begreifen.“ Auf diesem Weg durch die Zeit kann es nach Darstellung des Papstes durchaus passieren, dass das, „was früher normal und nicht als Sünde erschien, heute hingegen Todsünde ist“.

„Dasselbe gilt für die Todesstrafe“

„Denken wir an die Sklaverei: Als wir zur Schule gingen, haben sie uns da erzählt, was man mit den Sklaven machte. Wie man sie fing, sie verkaufte, auch in Lateinamerika. Das ist eine Todsünde – h e u t e  sagen wir das. Damals sah man das anders. Damals sagten einige: Das ist erlaubt, weil diese Leute ja gar keine Seele haben. Man musste erst weitergehen, um den Glauben und die Moral besser zu verstehen. – Oh, Padre, gut, dass es heute keine Sklaven mehr gibt! – Doch, die gibt es, sogar mehr noch als früher! Aber wenigstens wissen wir heute, dass das eine Todsünde ist. Wir sind vorwärtsgegangen. Dasselbe gilt für die Todesstrafe, die früher mal normal war. Und heute sagen wir, dass sie nicht zulässig ist!“

„Die dritte Fülle der Zeiten: unsere“

Und auch für „religiöse Kriege“ gelte dasselbe, fuhr Franziskus fort, ohne diesen Punkt weiter auszuführen. Es seien die vielen „verborgenen Heiligen“, die unterwegs dafür sorgten, dass dem Volk Gottes vieles klarer werde. Durch die Worte des Papstes schimmerte deutlich die Definition durch, die das Zweite Vatikanische Konzil von der Kirche gegeben hat: Die Kirche ist das Volk Gottes, unterwegs durch die Zeit.

„Das Volk Gottes ist unterwegs. Immer. Wenn das Volk Gottes stehenbleibt, dann wird es zu einem Gefangenen, wie ein Esel im Stall. Dann versteht es nichts, kommt nicht voran, vertieft seinen Glauben, seine Liebe nicht, reinigt nicht seine Seele... Aber es gibt noch eine dritte Fülle der Zeiten: unsere. Jeder von uns ist auf dem Weg zur Fülle seiner e i g e n e n Zeit. Jeder von uns wird an den Punkt der Fülle der Zeiten gelangen, dann wird sein Leben enden, und er wird den Herrn finden. Und das ist unser Moment. Unser persönlicher Moment. Den wir erleben, während wir auf dem zweiten Weg sind, hin zur zweiten Fülle der Zeiten des Volkes Gottes. Jeder von uns – unterwegs... Gott hat sein Volk u n t e r w e g s auserwählt und geliebt, immer.“

Wir sollten uns doch einmal tief im Innern fragen, ob wir daran glauben, dass „die Verheißung Gottes unterwegs ist“, riet der Papst. Und bei der Beichte sollten wir uns bewusst machen, „dass das jetzt ein Schritt auf dem Weg zur Fülle der Zeiten ist“. Gott um Vergebung zu bitten sei „nichts Automatisches“: „Es bedeutet, zu begreifen, dass ich auf dem Weg bin. Inmitten eines Volkes auf dem Weg. Und dass ich eines Tages – vielleicht heute, morgen oder in dreißig Jahren – den Herrn von Angesicht zu Angesicht sehen werde, der uns nie allein lässt, sondern uns auf dem Weg begleitet. Überlegt mal: Wenn ich zur Beichte gehe, denke ich dann an diese Dinge? Dass ich auf dem Weg bin? Dass das ein Schritt zur Begegnung mit dem Herrn ist, ein Schritt zu m e i n e r Fülle der Zeiten? Und das ist das große Werk der Barmherzigkeit Gottes...“ (rv 11.05.)

 

 

 

Kirche in Zeiten der Glasfaser

 

Seit Jahren beklagen sowohl die katholische, als auch evangelische Kirche eine stete Zunahme von Kirchenaustritten. Gleichzeitig verzeichnen sie einen Rückgang an Gläubigen, die regelmäßig die Gottesdienste besuchen. Die Gründe dafür lassen sich nur schwer nachweisen. Jugendstudien zeigen jedoch, dass besonders von jungen Leuten ein Aspekt immer wieder zur Sprache gebracht wird: Die Distanzierung von der Kirche aufgrund ihrer mangelnden Präsenz im Alltag. Dabei werden religiöse Inhalte gerade in den sozialen Medien immer häufiger aufgegriffen.  

Die Bibel wird zum Drehbuch

Im vergangenen Jahr landete der amerikanische Fernsehsender HBO mit „The young Pope“ einen internationalen Erfolgs-Hit. Die Serie über den amerikanischen Papst Pius XIII. konnte trotz oder gerade wegen provokanter und skandalöser Bilder und Erzählweise Einschaltrekorde verzeichnen. Obwohl die Serie kein gutes Licht auf die Institution „Kirche“ wirft, hielt sich die Kritik aus dem Vatikan in Grenzen. Auch der Streamingdienst Netflix gab unlängst bekannt eine Produktion mit religiösem Inhalt zu planen. „Messiah“ soll eine moderne Interpretation des Neuen Testaments werden, in der ein junger Mann in der heutigen Zeit im Nahen Osten auf der Bildfläche erscheint und Wunder vollbringt. Als führender Streaminganbieter spricht Netflix vor allem viele junge Menschen an. Die positive Reaktion auf religionsbezogenen Themen in Unterhaltungsmedien zeigt, dass durchaus ein Interesse an den Inhalten vorhanden ist.

Der Papst lässt twittern

Auch die Kirchenvertreter haben das Potential der (sozialen) Medien erkannt und sehen sich unter Zugzwang. Benedikt XVI. setzte 2012 einen Meilenstein, als er als erster Papst der Geschichte eine Botschaft über den Nachrichtendienst Twitter sendete. Nach seinem Rücktritt übernahm Papst Franziskus den Account und twittert unter @Pontifex in neun verschiedenen Sprachen, darunter auch Deutsch. Vielmehr lässt er twittern. In einem Interview mit einer argentinischen Zeitung gab Franziskus zu, die modernen elektronischen Medien gar nicht zu nutzen. Dennoch erscheinen fast täglich Tweets vom Papst, bei denen es sich meist um allgemeine Glaubenssätze handelt. Und diese werden von rund 33 Millionen Menschen weltweit gelesen. Soviel Follower hat der Papst und liegt damit sogar noch vor US-Präsident Donald Trump.

„Gebetsbook“ für unterwegs

Doch nicht nur bei Twitter hinterlässt der Papst einen digitalen Fußabdruck. Seit 2014 hat er seine eigene App. „Click to Pray“ wurde vom Weltweiten Gebetsnetzwerk des Papstes ins Leben gerufen, um seine monatlichen Gebetsanliegen zu unterstützen und in erster Linie junge Menschen zum Beten zu motivieren. Mit der deutschen Version, die Anfang Mai erschien, gibt es die App nun schon sechs Sprachen. Das Prinzip der App ist mit dem von Facebook vergleichbar. Man erstellt ein Profil und kann anschließend seine persönlichen Gebete und Anliegen posten, die von anderen Nutzern kommentieren oder mit einem einfachen Klick an dem Gebet teilnehmen. Gleichzeitig sieht man wie viele andere Nutzer zur gleichen Zeit im Gebet sind. Dabei beschränkt sich die App nicht nur auf den eigenen Sprachraum, sondern zeigt Gebete von Usern weltweit an. Hinter ihren Profilen bleiben die sie jedoch weitestgehend anonym. Neben den individuellen Gebeten bekommen Nutzer dreimal tägliche eine Benachrichtigung, die sie an kurze Gebetsimpulse erinnern sollen, die zur gleichen Zeit gemeinsam mit anderen gebetet werden können.

Gottes Wort im Alltag und auf der Straße

Vor allem um junge Menschen mit religiösen Themen zu erreichen ist es wichtig sich von einem festen Ort oder einer bestimmten Zeit zu lösen. Ein Beispiel wie das funktionieren kann, liefert die Kampagne „Quote Jesus“ aus Großbritannien. In der Karwoche prangten an den Doppeldeckerbussen in London nicht wie üblich Film- und Theaterplakate, sondern Jesus Zitate. Die Aktion sorgte so für internationales Interesse, dass auch außerhalb Großbritanniens ähnliche Aktionen im Gespräch sind. Organisiert wurde das Ganze nicht von der Kirche, sondern von dem Gründer eines christlichen Fernsehsenders.

Funktioniert Kirche online?

Die wachsende Anzahl von Kirchenaustritten und Gläubigen, die nicht mehr regelmäßig Gottesdienste besuchen ist nicht zwingend ein Beweis dafür, dass Christen weniger religiös sind oder an Gott glauben. Es zeigt zunächst einmal, dass sich die Beziehung zur Religion und die Ansprüche an religiösen Institutionen wie der Kirche geändert haben. Das erkennen auch die Gemeinden und Bistümer und versuchen ihre Angebote auch dementsprechend anzupassen. Das Problem an solchen Kampagnen oder Angeboten wie der Gebets-App ist, dass sie in den meisten Fällen nur die erreichen, die bereits aktiv ihren Glauben ausleben. Auch die Integration von Meditation und Gebet in den Alltag wird nur der leisten, der Gott ohnehin regelmäßig einen Platz im Leben einräumt. Sicherlich werden die Präsenz des Papstes im Internet oder ein soziales Netzwerk für Gläubige nur wenig an den rückläufigen Gottesdienstbesuchern ändern können. Die Kirchen zeigen jedoch, dass sie für Veränderungen bereit sind und die Distanz, die viele zur Kirche aufgebaut haben, überwinden möchte.

Kerstin Barton, Kath de 12

 

 

 

Fatima: Spekulationen um Geheimnisse sind „unnütz"

 

Die Botschaft von Fatima dreht sich um die zentrale Botschaft des Christentums, nicht um Geheimnisse und Spekulationen: Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin rückt im Interview mit Radio Vatikan vor der Papstreise die Erwartungen an die Aussagen des Papstes dort zurecht.

Er hält nichts von den Spekulationen um die so genannten drei Geheimnisse von Fatima, das seien „unnütze Spekulationen“, „weil das, was Fatima uns sagen wollte, es offen und deutlich gesagt hat.“ Es gehe um den Kern des Glaubens, um die Auferstehung Christi.

Papst Franziskus mache mit dieser Reise nichts anderes als mit seinen Besuchen in Santa Maria Maggiore auch, so Kardinal Parolin. „Die Jungfrau ist nicht den Reichen erschienen, nicht den Mächtigen, nicht den Einflussreichen, sondern den Kindern und denen, die der Papst die ‚Weggeworfenen’ nennt, den Letzten einer Gesellschaft.“ Ähnliches gelte auch für den Inhalt der Botschaft, diese habe sich damals, 1917, gegen den Strom gerichtet. „Es war während des Krieges, es war also viel von Hass die Rede, von Vergeltung, von Feinden. In den Worten von Papst Benedikt XV: das unsinnige Morden. Die Muttergottes spricht dagegen von Liebe, Verzeihung, von der Bereitschaft, sich selber zu opfern. Das stellt die Werte oder Unwerte völlig auf den Kopf.“

Heiligtümer seien wie Kliniken des Geistes, sie seien Orte des geistlichen Wachsens und stünden dafür, dass für Gott nichts unmöglich sei, so Kardinal Parolin. (rv 11.05.)

 

 

 

Für einen zukunftsfähigen Religionsunterricht. ZdK verabschiedet Erklärung

 

Für eine Stärkung des konfessionellen Religionsunterrichts und seine Weiterentwicklung durch ökumenische Kooperation und interreligiösen Austausch setzt sich das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) in einer am Samstag, dem 6. Mai 2017, in Berlin verabschiedeten Erklärung ein. Es unterstützt damit ausdrücklich die von der Deutschen Bischofskonferenz vorgelegten Rahmenempfehlungen für die Diözesen.

Grundsätzlich sei Religionsunterricht nötiger denn je, betont das ZdK, denn zu der religiösen Pluralitätsfähigkeit, die heute so dringend erforderlich sei, und zum Verständnis der eigenen Kultur verhelfe nicht religiöse Ignoranz, sondern religiöses Wissen und religiöse Erfahrung sowie ein reflektierter eigener Standpunkt. Der Religionsunterricht „leistet so in einer pluralen Gesellschaft einen wichtigen Beitrag zur Identitätsbildung und zum gegenseitigen Verständnis“, heißt es in der Erklärung mit dem Titel „Für einen zukunftsfähigen Religionsunterricht - konfessionell, kooperativ, dialogisch“.

Zwar sei der Religionsunterricht grundgesetzlich abgesichert, dieses Recht müsse in der Praxis aber auch realisiert werden. Die Situation des Religionsunterrichts sei regional und schulspezifisch sehr unterschiedlich, erläutert die ZdK-Erklärung. Häufig sei ein konfessioneller Religionsunterricht, der in allen Schulformen und Jahrgangsstufen durchgeführt wird und dabei die konfessionelle Einheit von Schülern, Lehrern und dem Unterrichtsstoff aufrechterhält, nicht mehr möglich.

Deshalb setzt sich das ZdK für klare Rahmenbedingungen zur Weiterentwicklung des konfessionellen Religionsunterrichts durch ökumenische Kooperationen ein. Es handele sich dabei nicht um einen überkonfessionell christlichen Religionsunterricht, sondern um einen kooperativen katholischen oder evangelischen Religionsunterricht. Dafür seien sowohl schulorganisatorische, als auch religionsdidaktische Veränderungen notwendig, die verstärkt Gemeinsamkeiten zwischen den beiden Konfessionen herausarbeiteten, aber auch Unterschieden differenziert gerecht würden.

Das ZdK unterstützt diese dringend notwendige Entwicklung und fordert die Diözesen auf, bald entsprechende Vereinbarungen mit den evangelischen Landeskirchen zu treffen. Es gehe nicht darum, ein bundesweit einheitliches Kooperationsmodell zu etablieren, sondern für die jeweiligen Gegebenheiten vor Ort passgenaue, gelingende Kooperationsformen zu entwickeln und auszubauen.

Neben der evangelisch-katholischen Kooperation ist nach Überzeugung des Zentralkomitees auch die Zusammenarbeit mit dem Religionsunterricht anderer christlicher Konfessionen auszuweiten. Darüber sollten auch Formen des Dialogs mit dem Religionsunterricht anderer Religionen ausgebaut werden. ZdK 8

 

 

 

„Mutter aller Bomben? Ich habe mich geschämt“

 

Kriege und Gewalt, Umweltprobleme, Ausbildung zum Frieden – über diese Themen hat sich Papst Franziskus an diesem Samstag mit etwa 7.000 Schülerinnen und Schülern aus ganz Italien unterhalten. Die Audienz im Vatikan war Höhepunkt eines nationalen Schülertreffens für den Frieden.

Der Papst antwortete auf einige Fragen, die ihm die jungen Leute stellten. Dabei stellte er unserer Zeit das Zeugnis aus, dass sie erschreckende Zerstörungstendenzen aufweist.

 

„Es wächst – es ist gewachsen und es wächst zwischen uns. Das ist vielleicht ein wenig übertrieben, aber ich sage es mal: eine Kultur der Zerstörung. Gott hat den Menschen und die Welt geschaffen, damit wir etwas aufbauen, damit etwas wächst, hat uns Intelligenz gegeben… aber an einem bestimmten Punkt ist etwas passiert, eine Kultur der Zerstörung begann. Es ist wahr, das ist nichts Neues, es begann bei der Eifersucht Kains gegenüber seinem Bruder, den er erstach… Doch heute gibt es viel Grausamkeit.“

Zumindest sei diese Grausamkeit heute sichtbarer als früher – vor allem wohl, weil man jeden Tag in den Medien mit ihr konfrontiert werde.

Kinder hungern, dabei ist die Welt voller Reichtum

„Gestern gab es in einer Zeitung das Foto von hungrigen, ganz dünnen Kindern, man sah ihre Rippen, und dabei ist doch die Welt voll von Reichtümern, so dass man ihnen zu essen geben könnte! Was passiert da? Das ist ein Alarm, den wir wiederholen und sagen müssen. Auch im Fernsehen sehen wir diese Dinge, denn die guten Dinge, die es gibt, sind keine Nachrichten. Es scheint, dass wir nur Elend und Zerstörung sehen, denn das wird gekauft. Gott hat uns geschaffen, um aufzubauen. Um Leben zu schaffen. Aber es gibt auch den Vater des Kriegs, den Vater der Zerstörung…“

Franziskus spielte auch auf den Abwurf einer verheerenden Bombe über einem Dorf in Afghanistan an. Mit einer Sprengkraft von etwa elf Tonnen TNT ging die neue US-Regierung unter Präsident Donald Trump Mitte April gegen mutmaßliche Kämpfer der Terrorgruppe Islamischer Staat vor. „Ich habe mich geschämt für den Namen einer Bombe: Mutter aller Bomben. Man stelle sich vor: Eine Mama schenkt doch eigentlich Leben – und diese bringt den Tod! Und wir nennen so einen Apparat Mama? Was ist da los?“ Ende Mai wird der Papst Donald Trump im Vatikan empfangen.

„Mild sein heißt nicht dumm sein“

Franziskus beantwortete aber nicht nur Fragen, sondern stellte auch selber eine. Wenn heute nicht mehr Mann und Frau im Zentrum des „Systems“ stehen, um wen kreist das System denn dann? Antwort eines Jugendlichen: „Um das Böse, das Geld, die Macht.“ Dem stimmte der Papst zu. Der Geldgott schwinge heute das Zepter; Waffen-, Drogen- und Menschenhandel prägten deshalb das Bild, „nicht nur auf fernen Kontinenten, sondern hier in Europa, hier in Italien“.

Man dürfe aber auch nicht ausblenden, dass es viel Gutes gebe, so der Papst: So viele Menschen gäben ihr Leben für die anderen, „so etwas bleibt oft unsichtbar“. Davon sollten sich gerade junge Menschen heute inspirieren lassen. Der Papst forderte seine Zuhörer eindringlich auf, sich jedweder verbaler Gewalt zu enthalten und sich um eine Haltung der Milde zu bemühen. „Mild sein heißt nicht dumm sein! Es heißt: Die Sachen friedlich und ruhig sagen, ohne zu verletzen. Sie auf eine Weise sagen, die nicht wehtut. Die Milde ist eine Tugend, die wir neu lernen, die wir in unserem Leben wiederfinden müssen.“

Das TV-Duell, bei dem keiner dem anderen zuhörte

Beredt trat Franziskus auch dafür ein, dass man anderen zuhören, sie ausreden lassen müsse. Und er sagte ein paar Sätze, die sich womöglich auf die beinharte Fernsehdebatte in Frankreich zwischen Marine Le Pen und Emmanuel Macron vor ein paar Tagen beziehen. „Ich sage das jetzt nicht als Papst, sondern als jemand, der davon gehört hat, was in einem Fernsehduell vor einer Wahl kürzlich passiert ist. Wo war denn da der Dialog? Die haben sich mit Steinen beworfen! Der eine ließ den anderen nicht ausreden. Es fielen auch heftige Worte… Dialog. Wenn man auf so einem hohen Niveau nicht in der Lage ist, in einen Dialog einzutreten, dann ist das eine sehr große Herausforderung, zum Dialog zu erziehen!“ (rv 06.05.)

 

 

 

ZdK wird Stellungnahme zu kirchlichen Finanzen auf überdiözesaner Ebene erarbeiten

 

Die Vollversammlung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) hat auf Antrag zahlreicher Mitglieder aus der Arbeitsgemeinschaft der Katholischen Organisationen Deutschlands (AGKOD) am Samstag dem 6. Mai 2017, beschlossen, für die die nächste Tagung im kommenden November eine Stellungnahme zur Neuordnung der kirchlichen Finanzen auf überdiözesaner Ebene vorzubereiten.

Mit großer Sorge beobachte die ZdK-Vollversammlung, dass trotz stark gestiegener Kirchensteuereinnahmen die Finanzmittel für die überdiözesanen Aufgaben der katholischen Kirche in Deutschland weiter reduziert würden, heißt es in der Antragsbegründung. Dadurch werde die Sichtbarkeit der Kirche in der Gesellschaft und die Wirksamkeit in den politischen Raum, getragen in wesentlichen Teilen von bundesweit tätigen Verbänden und Gemeinschaften, Initiativen und Einrichtungen, geschwächt.

Die zu erarbeitende Stellungnahme solle unter anderem an die Finanzverantwortlichen in den Bistümern sowie deren Kirchensteuerräte appellieren, für einen auskömmlichen Gesamtetat des Verbandes der Diözesen Deutschlands (VDD) Sorge zu tragen. Dieser müsse der hohen Bedeutung der überdiözesanen Aufgaben Rechnung tragen. Zugleich bedürfe auch die Frage einer gerechten und solidarischen Finanzierung zwischen den unterschiedlich finanzstarken 27 Bistümern einer Klärung.

Darüber hinaus soll sich die Stellungnahme für Transparenz bei der Verwendung der Finanzmittel des VDD und für eine zukünftige Beteiligung von Laien an den Entscheidungen über deren Verwendung einsetzen.

Die ZdK-Vollversammlung weist darauf hin, dass die Kirchensteuern von 5 Mrd. Euro im Jahr 2008 auf über 6 Mrd. Euro im Jahr 2015 gestiegen sind. Das entspricht einer Steigerung von 20 % und somit um mehr als eine Milliarde Euro. Gleichzeitig wurden die Finanzmittel für die überdiözesanen Aufgaben reduziert und werden weiterhin zurückgefahren. ZdK 6

 

 

 

 

Adveniat freut sich über konstante Einnahmen

 

Das katholische Lateinamerika-Hilfswerk Adveniat hat im Geschäftsjahr 2015/16 rund 47,8 Millionen Euro durch Kollekten, Spenden und weiteren Erträgen eingenommen. Damit seien die Einnahmen im Vergleich zum Vorjahr relativ konstant geblieben, sagte der Geschäftsführer des Hilfswerks, Stephan Jentgens, am Dienstag vor Journalisten in Essen: 

„Das Jahr 2015/16 schließt mit einem Volumen von 47,8 Millionen Euro an Einnahmen ab. Damit konnte Adveniat nahezu die Einnahmen halten im Vergleich zum Vorjahr. Wir haben vor allem im Bereich der Einzelspenden einen absoluten Höchststand erreichen können mit 11,6 Millionen Euro. 2.500 Projekte mit 41,9 Millionen Euro konnten wir fördern und wir halten die Verwaltungsquote von Adveniat in der Spitzenklasse der spendensammelnden Organisationen in Deutschland unter 10 Prozent.“

Während die Weihnachtskollekte 2015 mit 25,6 Millionen Euro rund 1,8 Millionen Euro unter der von 2014 gelegen habe, hätten sich zugleich die Einzelspenden um etwa 700.000 Euro auf 11,6 Millionen Euro erhöht, so Jentgens. Die sinkenden Erträge aus den Weihnachts-Gottesdiensten seien vor allem demografisch begründet. Im Gegenzug versuche das Hilfswerk, gezielter auf mögliche Spender zuzugehen und etwa auf Weihnachtsmärkten oder bei internationalen Sport- und Jugendveranstaltungen präsent zu sein.

Nach Worten von Adveniat-Bischof Franz-Josef Overbeck hat das Hilfswerk durch die Spendenbereitschaft der Deutschen für Geflüchtete nicht an Einnahmen eingebüßt. Vielmehr habe sich die prozentuale Verminderung der Erträge 2016 im normalen Rahmen fortgesetzt. „Bei allem, was man zu bejammern hat, zeigen die Deutschen einen sehr hohen Einsatz für Menschen in Not und sind sehr bereit, viel zu geben“, lobte er. Gerade als Ruhrbischof sei er immer wieder erstaunt, dass diejenigen, die eher wenig haben, im Verhältnis zu ihren finanziellen Mitteln sehr viel geben. Zu den großen Herausforderungen für Adveniat gehörten seiner Ansicht nach heute vor allen Dingen drei Perspektiven:

„In nicht wenigen Ländern Lateinamerikas ist die Demokratie in Gefahr, dazu gehört Rechtsstaatlichkeit, dazu gehört die Frage nach sozialer Marktwirtschaft, aber auch die Frage nach einer parlamentarischen Demokratie, damit Freiheit aller Bürgerinnen und Bürger, Gerechtigkeit, aber auch Solidarität möglich werden – vor allen Dingen für die Ärmsten der Armen. Aufgrund der ökologischen, ökonomischen aber auch politischen Zustände in einigen Ländern ist es umso bedeutsamer, dass wir die Mittel in diesen Ländern so einsetzen, dass wir die Menschen  befähigen, sich für ein solches großes Projekt Demokratie einzusetzen, das dem Gemeinwohl hoffentlich wirklich dient.“

Der seit März amtierende Adveniat-Hauptgeschäftsführer Michael Heinz erklärte, das Hilfswerk habe im vergangenen Geschäftsjahr etwa 2.500 Projekte mit mehr als 40 Millionen Euro gefördert. „Adveniat geht es um jeden einzelnen Armen und Benachteiligten in Lateinamerika und der Karibik“, sagte der Pater. „Jeder Mensch hat das Recht auf ein würdevolles Leben. Dafür setze ich mich als neuer Hauptgeschäftsführer ein.“ Es dürfe nicht sein, dass Lateinamerika zum „vergessenen Kontinent“ werde. (kna 03.05.)

 

 

 

Diakon als „Auge der Kirche“. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

In einer vermutlich im 5. Jahrhundert entstandenen syrischen Kirchenordnung heißt es: „Der Diakon wird das Auge der Kirche sein“. In diesem schönen Wort spiegelt sich der hohe Anspruch wider, den die frühe Kirche an den Diakon stellte. Es ist auch heute des Nachdenkens wert, zumal am kommenden Samstag, 6. Mai, im Fuldaer Dom vier Kandidaten zu Diakonen geweiht werden.

Das Bild vom „Auge der Kirche“ muss nicht groß erläutert werden. Es spricht für sich und erklärt sich durch zahlreiche Redewendungen. Ich denke da an Redensarten wie: „Mit offenen Augen durch die Welt gehen, Augen für etwas haben, ein Auge auf etwas werfen, nicht aus den Augen verlieren“.

Eine Kirche, die gelernt hat, sich als „Sakrament“, d. h. „als Zeichen und Werkzeug“ Gottes für die Welt zu verstehen, wird wachen Auges auf eben diese Welt und die Menschen in ihr blicken. Sie wird auf die Nöte der Menschen achten und ihnen zur Hilfe kommen, wo immer und wie immer es ihr möglich ist. Das ist die diakonale Aufgabe unserer Kirche, die - im Zweiten Vatikanischen Konzil (1962-1965) programmatisch formuliert - Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Menschen von heute teilen will.

Auf solchem Hintergrund muss man das Amt des Diakons sehen. Der Diakon soll in seiner Person das „Auge der Kirche“ verkörpern. Er muss einen Blick haben, ein Gespür entwickeln für die materiellen, geistigen und geistlichen Nöte der Menschen und diese in der Kirche zu Gehör und zum Bewusstsein bringen. Damit versucht er, der im Kapitel 29 der Dogmatischen Konstitution über die Kirche gestellten Aufgabe der „Diakonie der Liturgie, des Wortes und der Nächstenliebe“ zu entsprechen.

Mehr noch: der Diakon hat den Auftrag, den diakonalen Dienst der Kirche dort einzuklagen, wo er hinter wenn auch noch so richtigen Worten und Lehren, hinter noch so erhabenen, aber konsequenzenlosen Liturgien in Vergessenheit zu geraten droht.

Augen sind wie ein Buch. An ihnen kann man eine Menge ablesen: Jemand hat ehrliche, leuchtende, offene, wohlwollende, gütige Augen. Aus den Augen eines Menschen lässt sich ersehen, wie ernst er es meint.

Wenn sich die Kirche als diakonale Kirche versteht, darf dies nicht nur in Grundsatzerklärungen ausgesprochen, sondern muss von ihr in konkreter Münze eingelöst werden. Wenn der Diakon „Auge der Kirche“ ist, muss in diesem Auge auch der Glaube an das erlösende und befreiende Tun Jesu Christi aufleuchten. Infolgedessen sollen die Diakone, wie es im Direktorium (1998) für den Dienst und das Leben der Diakone heißt, im Dienst der Nächstenliebe „die Gleichgestaltung mit Christus, dem Gottesknecht, anstreben, den sie repräsentieren“.

„Repräsentieren“ heißt: gegenwärtig machen, darstellen, keinesfalls aber herstellen.

Das müssen wir uns immer wieder klarmachen: Das Entscheidende können wir nicht herstellen. Wir können Jesus Christus nicht herstellen, allenfalls darstellen. Wir können bestenfalls den Vorgang, dass ER sich uns erlösend mitteilt, zur Darstellung bringen: in Diakonie, Liturgie, Katechese verleiblichen.

Vielleicht kann uns ein Bild hilfreich sein, das der hl. Bernhard von Clairvaux gebraucht hat, um die Existenz geistlicher Menschen zu deuten. Er vergleicht deren Existenz mit einer Muschel und einer Röhre.

Muschel bedeutet: Der geistliche Mensch muss ganz Ohr sein, muss gesammelt leben, denn er kann nichts weitergeben, wenn er nichts gesammelt hat.

Ich verrate kein Geheimnis, wenn ich sage, dass da heute manches im Argen liegt. Ich weiß, dass manche geistliche Berufskrise hier ihren Ausgangspunkt hat.

Röhre bedeutet: Der geistliche Mensch ist Vermittler. Alles, was er erhält, muss er weitergeben. Gilt schon von jedem und jeder Getauften, dass er oder sie nicht Christ sein kann für sich selber, sondern nur mit anderen und für andere, so erst recht von dem, der aus dem Dienst der Vermittlung einen Beruf gemacht hat. Muschel und Röhre: Nie darf der Diakon oder Priester nur Röhre sein, ausgegossen, veräußerlicht, nur funktionierendes Vermittlerglied. Nie darf er aber auch nur Muschel sein, in sich selbst verschlossen, introvertiert. Beides zusammen in Balance ergibt erst den, den eine Gemeinde und die ganze Kirche brauchen.  „Bonifatiusbote“ vom 7. Mai

 

 

 

„Click to pray“ jetzt auch auf Deutsch

 

Seit 1844 gibt es das Gebetsapostolat des Papstes. Daraus ist inzwischen das „Weltweite Gebetsnetzwerk des Papstes“ gewachsen. Und heutzutage wird diese Gebetsinitiative auch via Smartphone gemacht. „Click to pray“ heißt die App und seit neustem gibt es auch eine deutsche Version davon.

Mit dem Gebetsnetzwerk hat der Papst eine große Chance: Er kann seine Gebetsanliegen mit der ganzen Welt teilen. Mit der neuen App „Click to pray“ auf Deutsch geht alles ganz leicht: Was man braucht, ist ein Smartphone mit Android oder IOS. Dann lädt man die App „Click to pray“ runter – registriert sich mit einer E-Mail-Adresse und schon kann man die offizielle Gebets-App des Papstes nutzen. Jesuitenpater Simon Lochbrunner vom „Weltweiten Gebetsnetzwerk des Papstes“ erklärt uns, wie es dann weitergeht:

„Jeden Tag erhält man dann drei sehr kurze Gebetsimpulse von ein bis drei Sätzen aufs Handy. In den Einstellungen kann man festlegen, wann man genau die Impulse erhalten möchte: Also beispielweise in der Früh, um sieben Uhr, mittags um zwölf und abends gegen 21 Uhr. Durch Klicks signalisiert man dann, dass man das Gebet mitträgt. Die Benutzer auf der ganzen Welt können dann sehen, wie viele Menschen das jeweilige Gebet bereits gebetet haben. Also der Klick funktioniert ganz ähnlich wie ein Like auf Facebook.“

Doch die App ist nicht einfach nur eine Dienstleistung, bei der man „alles auf dem Teller kriegt“.

„Darüber hinaus können die Benutzer im Gebetsraum eigene Gebete erstellen, die mit Bildern personalisiert werden können. Diese Gebetsanliegen können jetzt von den anderen Nutzern gesehen und mitgetragen werden. Man kann das Gebet nun kommentieren beziehungsweise durch Klick signalisieren, dass man mitbetet.“

Was die App außerdem noch anbietet ist ein Blog: Hier finden die Benutzer Hintergrundinformationen und Erklärungen zu den Gebetsanliegen des Papstes. Die wechseln jeden Monat, im Mai geht es um Versöhnung in Afrika, besser gesagt: Um Hoffnung, dass der Kontinent zu Frieden findet. Und auch die Frage: Wie können Christen genau dazu beitragen? Pater Simon Lochbrunner:

„So ist zum Beispiel von einem Schulleiter die Rede, der als Kind von Rebellen verschleppt wurde und als Kindersoldat missbraucht wurde. Er erzählt davon, wie es ihm gelungen ist, diesen Menschen zu vergeben und heute ihre Kinder in der Schule zu unterrichten. Denn nur so, nur durch Versöhnung, kann die Spirale der Gewalt durchbrochen werden. In den täglichen Gebeten wird im kommenden Monat der Fokus also auf Versöhnung liegen. Versöhnung, die jeder von uns nötig hat und die auch in Mitteleuropa zu mehr Frieden beitragen kann.“

Gebet im Alltag integrieren

„Click to pray“ will eines schaffen: Das Gebet in den Alltag zu integrieren und Gläubige im Gebet weltweit in ihren Anliegen, Sorgen und Hoffnungen zu vernetzten. Und genau mit denen beschäftigen sich auch die monatlichen Gebetsanliegen des Papstes, die jeder über die App mitbeten kann. Da geht es um globale Krisen und Herausforderungen, wie die Flüchtlingsfrage und der Opfer von Dürre, Hunger und Unterernährung. Pater Simon Lochbrunner erklärt aber, dass es auch um den Auftrag der Kirche geht, …

„… also darum, dass Christen in Asien ihren Glauben frei leben können oder dass die Gemeinschaft in den Pfarrgemeinden Europas lebendig ist. Oftmals stehen wir ja hilflos vor diesen globalen Herausforderungen. Gebet ist ein Schritt, sich aus der Ohnmacht zu befreien und gemeinsam mit Gott und Gleichgesinnten auf der ganzen Welt Hoffnung auszustrahlen. Hoffnung, dass die Welt sich zum Guten ändern kann.“

Und genau diese Hoffnung haben zuletzt über 6.000 Menschen weltweit geteilt. Die meisten Nutzer der App leben in den USA, Brasilien, Argentinien und Portugal. Für den deutschen Sprachraum gibt es Click to pray erst seit kurzem: Knapp 500 Gläubige haben die App in den letzten 24 Stunden in Deutschland, Österreich und der Schweiz genutzt. Für sie alle ist die App kostenlos, auch wenn die Kosten nicht gering sind, wie Pater Simon Lochbrunner erklärt:

„Für die deutsche Version von ,Click to pray´ fallen jährlich Kosten von ca. 12.000 Euro an. Darin sind die Kosten für Hosting und Instandhaltung inbegriffen. Dankenswerterweise haben wir von der Deutschen Bischofskonferenz eine Anschubs-Finanzierung erhalten, mit der wir die Entwicklungskosten decken konnten sowie die ersten acht Monate der Instandhaltung. In Zukunft hoffen wir aber auf Spenden von Diözesen und Benutzern.“

Übrigens, auch wer kein Smartphone besitzt, kann die päpstlichen Gebetsanliegen teilen und eigene Gebete für Gläubig weltweit erstellen: Einfach auf www.clicktopray.org/de registrieren, über den Browser lässt sich alles genauso nutzen wie über die App. (rv 03.05.)

 

 

 

Was ist mit Dir los, Europa? Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Wenn nicht der Herr das Haus baut, müht sich jeder umsonst, der daran baut“ (Psalm 127,1). Dieser Psalmvers, der einst die Balken von alten Fachwerkhäusern zierte, kommt mir in den Sinn, wenn ich auf Europa schaue.

Das Jahr 2017 könnte zum Schicksalsjahr für die Europäische Union werden, vermuten viele Politiker. „Was ist mit der EU los?“, so fragen viele, die wissen, dass bei einem Kollaps mehr als Ökonomie und Euro auf dem Spiel stehen, vielmehr auch das Friedenswerk der Europäischen Gemeinschaft, das mich als pax christi-Präsident besonders berührt, weil die Länder der Gemeinschaft seit über siebzig Jahren keinen Krieg gegeneinander führen: Ein Wunder nach zwei blutigen Weltkriegen im letzten Jahrhundert, durch Emotionen und Ideologien entstanden, die im Bewusstsein der Menschen zuvor vergiftend gewirkt haben. Durch Achtung vor der Würde des anderen, gemeinsame Ziele und Zusammenarbeit wird das so nicht mehr möglich sein.

Drei Generationen haben am europäischen Haus gebaut. Und es waren profilierte katholische Politiker, die nach der großen Katastrophe des Zweiten Weltkriegs das Fundament gelegt haben. Der Einsatz der Gründerväter Alcide de Gasperi, Robert Schuman und Konrad Adenauer mündete in die europäischen Einigungsprozesse, auf denen die heutige EU beruht.

„Ich denke an ein Europa ohne selbstsüchtige Nationalismen“, so lautete der leidenschaftliche Appell von Papst Johannes Paul II., als ihm 2004, ein Jahr vor seinem Tod, der außerordentliche Karlspreis für die Einheit Europas verliehen wurde. Jener Papst aus Polen war einer der großen Brückenbauer, der maßgeblich mitgewirkt hat, die Mauern zwischen Ost und West zum Einsturz zu bringen. Seine Leidenschaft galt einem solidarischen Europa, über

dem das Angesicht Gottes leuchtet. Wörtlich sagte er: „Dies ist mein Traum, den ich im Herzen trage und den ich den kommenden Generationen anvertrauen möchte.“

Ernüchterung macht sich unterdessen breit. „Was ist mit Dir los, humanistisches Europa, Du Verfechterin der Menschenrechte, der Demokratie und der Freiheit?“, so ließ sich Papst Franziskus, Karlspreisträger des Jahres 2016 vernehmen (Rede zur Verleihung des Karlspreises am 6. Mai im Vatikan). Er beklagte, dass „wir Kinder dieses Traumes versucht sind, unseren Egoismen nachzugeben… und Zäune zu errichten“. Tatsächlich, woraufhin haben sich die Länder Europas entwickelt? Verschlossen und zerstritten, wo es um gemeinsame Zukunftskonzepte und entschlossenes Handeln ginge statt um nationale Egoismen. Ängstlich und kleinlich, wo doch Großherzigkeit und Menschlichkeit angesagt wären.

Es muss wohl erst ein Papst vom anderen Ende der Erde kommen, um daran zu erinnern, dass Europa endlich zu sich selbst finden muss: in der Besinnung auf das Gemeinwohl und in der Solidarität der Tat, für Dialog und Menschlichkeit in einer Zeit, in der nationalistische Thesen propagiert werden, Populismus und Pragmatismus die Wahrheitsfrage vertreiben.

„Die Hölle, das sind die anderen“, stellte einst Jean-Paul Sartre in seinem Drama „Geschlossene Gesellschaft“ fest. Wie es scheint, durchlebt die europäische Gesellschaft eben jenes Drama der verschlossenen Türen und hochgezogenen Mauern, gefangen in gegenseitigem Misstrauen und in Angst. Es bräuchte tatsächlich den Mut, Europa neu zu denken, nicht als Bedrohung, sondern als Bereicherung. Es käme darauf an, einander vorurteilsfrei zu begegnen, nicht naiv und blauäugig, aber doch mit einem Vorschuss an Wertschätzung, Sympathie und Vertrauen. Hier wären die Christinnen und Christen an vorderster Stelle gefordert, ihre universale Sicht des Menschen und der in Gott geeinten Menschheitsfamilie einzubringen.

Was wir dringend brauchen, ist eine Rückbesinnung auf die fundamentalen Werte, die sich aus dem jüdisch-christlichen Menschenbild ergeben. Hat die Politik den Mut und die Kraft dazu? Wie kann die Kirche als einheitsstiftende Institution dabei helfen?  „Bonifatiusbote“ vom 14. Mai

 

 

 

Berufung der Laien: Auf dem Weg zur echten Synodalität

 

Die Berufung der Christen im Alltag ist immer missionarisch, gleich wo sie gelebt wird, dies gelte auch und vielleicht besonders für die Laien. Papst Franziskus empfing an diesem Sonntag Zehntausende von ihnen auf dem Petersplatz. Dorthin hatte die Azione Cattolica Italiana (ACI) geladen.

Die ACI ist der größte Laienverband Italiens, etwa eine halbe Million Katholiken sind in ihm organisiert. Entstanden war er in den politischen und gesellschaftlichen Auseinandersetzungen um die italienische Staatengründung, die Auflösung des Kirchenstaates und die Frage nach politischer Beteiligung von Katholiken. Der Verband begeht in diesen Tagen seinen 150. Geburtstag. Höhepunkt der Feiern war die Audienz durch den Papst.

Solch ein Geburtstag sei aber nicht dazu da, nur zurück zu schauen, so der Papst in seiner Ansprache, „er ist nicht dazu da, sich im Spiegel zu betrachten, er ist nicht dazu da, sich bequem in einen Sessel zu setzen, das macht nur dick.“ Erinnerung sei dazu da, sich bewusst zu werden, wie viele Menschen gemeinsam auf dem Weg gewesen seien und sind.

Der Papst sprach von der Wichtigkeit der Verbindung von universaler und lokaler Kirche, die AC verkörpere genau diese Verbindung. Es sei besonders die Berufung der Laien, ihre Heiligkeit im Alltag zu leben. „Werdet nicht müde, den Weg zu gehen, auf dem eine echte Synodalität wachsen kann, eine Weise Volk Gottes zu sein, wo jeder seine eigene aufmerksame, bedachte, durchbetete Sicht auf die Zeichen der Zeichen beitragen kann, um den Willen Gottes erkennen und leben zu können.“

Pfarreien seien keine vorübergehende Struktur, so der Papst, hier würde die Kirche im Alltag präsent und würde Ort der Hilfe, der Nächstenliebe und Begleitung. Der Laienverband solle dabei helfen, dass aus den Pfarreien keine umständlichen Strukturen würden, sondern in ständigem Kontakt mit den Menschen blieben.

Es gelte, die „Samen des Evangeliums“ auszustreuen und sich nicht in Selbstbewahrung zu beschränken, es brauche einen „missionarischen Geist“: „bringt euch in die Politik ein, aber bitte in die große Politik, in die Politik mit Großbuchstaben geschrieben! Habt Leidenschaft für die Bildung und beteiligt euch an Begegnungen mit der Welt der Kultur.“ Niemand sei davon entschuldigt, sich vor allem für die Armen und für soziale Gerechtigkeit einzusetzen, betonte der Papst.

„Bleibt offen für die Wirklichkeit um euch herum und sucht ohne Angst den Dialog mit denen , die um euch herum leben, die anders denken aber wie ihr Frieden, Gerechtigkeit und Geschwisterlichkeit wollen,“ lautete der abschließende Aufruf des Papstes. „Durch den Dialog bauen wir den Frieden auf, durch die Sorge um alle und den Dialog mit allen.“ (rv 30.04.)

 

 

 

Kongress der Allianz für Weltoffenheit in Köln beendet

 

Unter dem Leitthema „Gemeinsam für gelebte Demokratie“ hat heute (4. Mai 2017) der erste Kongress der Allianz für Weltoffenheit in Köln stattgefunden. Im Mittelpunkt stand dabei das Engagement von Initiativen, die sich tagtäglich für eine demokratische, gerechte, freie und weltoffene Gesellschaft einsetzen. Die rund 350 Teilnehmer tauschten sich in mehreren Diskussionsforen und bei einem Markt der Möglichkeiten darüber aus, wie sich die Begeisterung für Demokratie und Pluralismus gerade auch unter schwierigen Bedingungen wachhalten lässt. Die neun Allianz-Partner verbindet ein gemeinsames Anliegen: „Wir wollen Demokratie und Rechtsstaat stärken, wir stehen für Solidarität und Weltoffenheit.“

 

Die Schirmherrschaft für den Kongress hat Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier übernommen. In seinem Grußwort, das verlesen wurde, brachte der Bundespräsident seine Unterstützung für das Engagement der Allianz zum Ausdruck: „Dieser Kongress der ‚Allianz für Weltoffenheit‘ setzt ein Signal gegen Gleichgültigkeit, Trägheit und Teilnahmslosigkeit. Und er macht klar: In unserem Land gibt es viele Mutige, die gemeinsam für die Sache der Demokratie streiten, ganz egal, woher sie kommen, welcher Religion oder Kultur sie sich zugehörig fühlen. Es sind viele, die sich tagtäglich um mehr kümmern als nur um sich selbst, die Verantwortung übernehmen und sich einsetzen für eine freie und weltoffene Gesellschaft.“ Bundespräsident Steinmeier wünschte den Teilnehmern, dass sie voneinander lernen und neue Ideen entwickeln können.

 

In der ersten Podiumsdiskussion beleuchteten Spitzenvertreter der Allianz, aus welcher Motivation heraus sie gemeinsam für gelebte Demokratie eintreten. Der Vorsitzende des Deutschen Gewerkschaftsbundes, Reiner Hoffmann, betonte: „Die Stärkung des sozialen Zusammenhalts ist Voraussetzung für solidarische, weltoffene und demokratische Gesellschaften in Europa. Demokratie und soziale Gerechtigkeit müssen in Zeiten eines rasanten gesellschaftlichen Wandels immer wieder neu erarbeitet und erstritten werden. Dafür braucht es ein starkes und überzeugendes zivilgesellschaftliches Engagement, auch um Nationalismus, Protektionismus oder gar Menschenfeindlichkeit in die Schranken zu weisen. Dafür macht sich der Demokratiekongress stark und wird ein positives Zeichen setzen.“ Für den Vizepräsidenten des Zentralrats der Juden in Deutschland, Abraham Lehrer, stand im Vordergrund: „Der Zentralrat der Juden in Deutschland tritt für ein respektvolles und tolerantes Miteinander aller Religionsgemeinschaften sowie für den Schutz gesellschaftlicher Minderheiten ein. Mit Gleichgültigkeit gewinnen wir den Kampf gegen Antisemitismus und Rassismus nicht. Es wird Zeit, dass die gesamte Gesellschaft aufsteht gegen den Rechtsruck in Deutschland und Europa.“

 

Die Präses der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland, Dr. Irmgard Schwaetzer, hob hervor: „Die Würde des Menschen muss jederzeit unantastbar bleiben. Dazu braucht es Respekt und Toleranz. Diese Werte sind nicht selbstverständlich. Sie müssen immer wieder neu gelernt werden. Demokratie ist ein nie beendeter Lernprozess. Daran mitzuwirken sehen Kirchen als ihre Aufgabe an.“ Der Geschäftsführer des Deutschen Kulturrates, Olaf Zimmermann, sagte: „Kultur ist ein wesentlicher Bestandteil gelebter Demokratie. Der Umgang mit Kunst und Kultur und vor allem die Freiheit von Künstlerinnen und Künstlern, ihre Werke veröffentlichen und zeigen zu können, ist ein Gradmesser für Demokratie. Kunst- und Meinungsfreiheit sind nicht bequem, die Kunst muss die Grenzen des Zulässigen in einer Gesellschaft immer wieder austesten – ohne Impulse aus der Kunst trocknen Gesellschaften ein. Für diese Freiheit der Kunst einzutreten, ist die Pflicht eines jeden Demokraten.“ Der Präsident der Bundeszentrale für politische Bildung/bpb, Thomas Krüger, der das erste Plenum moderierte, betonte: „In Zeiten gesellschaftlicher Krisen wird unsere Demokratie immer wieder auf neue Bewährungsproben gestellt. Um sie zu bestehen, ist Hilfe nötig: Im gesamten Land arbeiten die zahlreichen Aktiven und Engagierten an den verschiedenen Stellen für eine weltoffene Gesellschaft. Teils im Verborgenen und oftmals ohne viel Aufsehen. Heute soll ihr Einsatz sichtbar sein und gewürdigt werden – der engagierte Einsatz unserer Agenten für eine demokratische und plurale Zivilgesellschaft.“

 

In einem weiteren Panel wurde kontrovers der Frage nachgegangen, was unsere Gesellschaft zusammenhält. Ausgangspunkte waren dabei die Herausforderungen der repräsentativen Demokratie, die öffentliche Debatte rund um Themen der Integration sowie der Versuch der Rechtspopulisten, Feindbilder zu etablieren. Der Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), brachte die kirchliche Position auf den Punkt: „Wenn Ressentiments geschürt und Hassparolen skandiert werden, darf die Kirche nicht neutral bleiben. Als Christen sind wir dazu berufen, für Freiheit, Würde und Gerechtigkeit einzutreten. Deshalb ist es uns ein Herzensanliegen, schutzsuchenden Menschen mit Wertschätzung zu begegnen und ihnen echte gesellschaftliche Teilhabe zu ermöglichen.“ Peter Clever, Mitglied der Hauptgeschäftsführung der Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände, betonte: „Teilhabe und Integration gelingen, wenn Chancen gleichzeitig geschaffen und angenommen werden. Viele Menschen in unserem Land machen täglich deutlich, was es bedeutet, Chancenstifter und Chancenergreifer zu sein. Wir wollen alle in unserer Gesellschaft dazu ermutigen, ihren Beitrag zu leisten. Wir wollen Annäherung fördern und dazu beitragen, Ängste abzubauen sowie Feindbilder zu widerlegen. Wir müssen denjenigen, die für Ausgrenzung, Fremdenfeindlichkeit und Nationalismus stehen, entschieden entgegentreten.“ Aus Sicht des Präsidenten des Deutschen Olympischen Sportbundes, Alfons Hörmann, hängen ehrenamtliches Engagement und Förderung der Demokratie unmittelbar zusammen: „Teamgeist, fairer Wettstreit und Respekt vor der Leistung anderer, ungeachtet von Nationalität, Hautfarbe, Religion, kulturellem Hintergrund oder sexueller Orientierung – diese Werte werden im Sport täglich auf allen Ebenen gelebt.“ Sowohl der Spitzensport mit seinen internationalen Wettbewerben als auch der Breitensport mit seinen Millionen Aktiven seien Vorreiter für mehr Weltoffenheit. „Gerne bringen wir unsere Erfahrungen in den gesellschaftlichen Dialog ein und lernen im Austausch mit anderen Bereichen, wie wir zur Stärkung der Demokratie in unserem Land noch mehr beitragen können“, so Alfons Hörmann.

 

Für den Sprecher des Koordinationsrates der Muslime, Aiman Mazyek, stand fest: „Für die Freiheit, für unsere Demokratie muss immer wieder neu gerungen und gekämpft werden. Derzeit gibt es viele Gegner davon: die Ewiggestrigen, die Extremisten jeglicher Couleur, aber auch die Reaktionäre und Ideologen. Unsere Antwort darauf heißt: Gestalten statt spalten. Und wenn eine oder einer von uns angegriffen wird, eine Synagoge oder eine Moschee geschändet wird, ein Bürger wegen seiner anderen Lebensweise, Herkunft oder Ethnie diskriminiert oder die Kirche verunglimpft wird, dann sind wir damit alle angegriffen. Dann werden wir praktisch und zeigen mit diesem Kongress, was es heißt: Die Demokratie zeigt sich wehrhaft. Und dann lassen wir uns Demokraten nicht auseinandertreiben.“ Der Präsident des Deutschen Naturschutzrings, Prof. Dr. Kai Niebert, gab zu bedenken: „Viele Menschen fühlen sich von den Debatten um Klimawandel, Zuwanderung und Deutschlands Zukunft abgehängt und überfordert. Statt sie durch gefühlte Wahrheiten in die Hände von Bauernfängern laufen zu lassen, müssen wir sie wieder ermächtigen. Deutschland muss ein Land werden, das Lust aufs Mitbestimmen und Mitgestalten macht.“ Neben Spitzenvertretern der Allianz brachten auch Farhad Dilmaghani (Vorsitzender von DeutschPlus e. V. – Initiative für eine plurale Republik) und Lisi Maier (Vorsitzende des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend) ihre Expertise in die Diskussion ein.

 

In einem dritten Podium wurde gesellschaftliches Engagement in der Praxis veranschaulicht: vorbildliches Eintreten für Weltoffenheit (Ali Can, Hotline für besorgte Bürger), für Demokratie (Andreas Belz, Bundesarbeitsgemeinschaft Kirche und Rechtsextremismus), für Teilhabe (Anne Metz, innogy SE), gegen Hass (Sina Laubenstein, No Hate Speech Kampagne) und gegen Antisemitismus (Dervis Hizarci, Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus).

 

Am Nachmittag boten mehrere „Barcamp-Sessions“ den Teilnehmern die Möglichkeit, die Themen des Kongresses zu vertiefen, voneinander zu lernen und neue Ideen zu entwickeln. Im Fokus standen dabei u. a. Bildungschancen für Geflüchtete, Argumente gegen Stammtischparolen, der kirchliche Umgang mit rechtspopulistischen Tendenzen sowie das gewerkschaftliche Eintreten für Respekt und Solidarität.

 

Moderiert wurde der Kongress von Andrea Thilo, den kulturellen Ausklang des Tages gestaltete das Dotschy Reinhardt Trio. Der Kongress der Allianz für Weltoffenheit wurde in Kooperation mit der Bundeszentrale für politische Bildung/bpb und der IQ Consult gGmbH durchgeführt.

 

Hintergrund. Zu den Gründungsmitgliedern der „Allianz für Weltoffenheit, Solidarität, Demokratie und Rechtsstaat – gegen Intoleranz, Menschenfeindlichkeit und Gewalt“ gehören: Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände, Deutsche Bischofskonferenz, Deutscher Gewerkschaftsbund, Deutscher Kulturrat, Deutscher Naturschutzring, Deutscher Olympischer Sportbund, Evangelische Kirche in Deutschland, Koordinierungsrat der Muslime und Zentralrat der Juden in Deutschland. Dbk 4

 

 

 

 

Politikstil der Gewaltfreiheit einüben. Weltfriedensordnung und Vereinte Nationen stärken

 

Erklärung des pax christi-Präsidenten Bischof Heinz Josef Algermissen, Fulda, zum 72. Jahrestag der Befreiung Deutschlands vom Nationalsozialismus und Krieg am 8. Mai 1945

 

Durch friedliche Mittel und nach den Grundsätzen der Gerechtigkeit und des Völkerrechts alle internationalen Streitigkeiten beizulegen, war die Entscheidung der Völker nach dem Zweiten Weltkrieg. Auf diese zukunftsweisende Transzendierung der grausamsten Gewalterfahrung der Weltkriege, die mit der Charta der Vereinten Nationen gelang, schaut die internationale katholische Friedensbewegung pax christi anlässlich des Gedenkens der Erlösung Deutschlands von Krieg und von der NS-Schreckensherrschaft am 8. Mai 1945 mit Hochachtung zurück. Der 8. Mai mahnt uns auch an die gemeinsame Verantwortung für dieses bisher uneingelöste Versprechen.

 

Die Gewaltfreiheit zu unserem Lebensstil zu machen, dazu hat uns Papst Franziskus in seiner Botschaft zum fünfzigsten Weltfriedenstag im Januar 2017 aufgerufen. Der Heilige Vater erinnert das Evangelium von der Feindesliebe (Lk 6,27ff), das Papst Benedikt XVI im Angelus vom 18. Februar 2007 als die Magna Charta der christlichen Gewaltlosigkeit bezeichnet. Die christliche Gewaltfreiheit „besteht nicht darin sich dem Bösen zu ergeben […], sondern darin, auf das Böse mit dem Guten zu antworten (Röm 12,17-21), um so die Kette der Ungerechtigkeit zu sprengen.“

 

Indes leben wir in einer Zeit der Gewalt, der Hungersnöte in Afrika, der Kämpfe in Syrien und der Ukraine. Das bereits Jahrzehnte währende Scheitern eines Friedens in Israel und Palästina, die vielen Bürgerkriege und Kriege, die Millionen Menschen in die Flucht treiben, bringen höchste Gefahr, die nicht verdrängt werden darf.

Wir erleben, wie das Bestreben der Vereinten Nationen beschädigt wird. Durch militärische Koalitionen wurde der Gewalt Vorrang gegeben; dabei wurden Zerstörungen angerichtet, die neue Gewalt und Gewalttäter geschaffen haben. Beispiele dafür sind die Kriege im Irak und Afghanistan.

Wir wissen, dass auch unser Lebensstil und die Politik unseres Landes mit zu den ungerechten internationalen Wirtschaftsstrukturen und zur Klimakatastrophe beitragen.

Wir sehen die Konflikte verschärfende, Not und Leiden verstärkende Bedeutung des Waffenhandels.

Wir wissen um die Gefahren atomarer Abschreckung und der unverantwortlichen Rüstungsspiralen der Militärbündnisse.

 

Auf der Suche nach kreativen Schritten, wie Konflikte, die zum Zusammenleben der Menschen dazugehören, friedlich und ohne Waffen und Gewalt bearbeitet werden können, geht pax christi den Weg der aktiven Gewaltfreiheit. Das bedeutet niemals Passivität oder Wegschauen, wenn Menschen bedroht werden. Zu den Herausforderungen unseres Friedensengagements gehört es, die Ziele der Vereinten Nationen zu fördern, friedliche Schlichtung aller Streitigkeiten und Verzicht auf Gewaltanwendung zu gewährleisten, die Gleichheit und nationale Souveränität aller Staaten zu achten.

 

Zum Gedenken an den 8. Mai 1945 gehört deshalb auch die Erinnerung an den Mut und die Gestaltungskraft derer, die nach dem Zweiten Weltkrieg eine Weltfriedensordnung auf dem Wege der Zusammenarbeit schaffen wollten. Sie waren entschlossen, künftige Geschlechter vor der Geißel des Krieges zu bewahren. Möge in uns allen das Vertrauen wachsen, dass internationale Streitigkeiten auf dem Weg der Vernunft, durch auf Recht, Gerechtigkeit und Gleichheit gegründeten Verhandlungen gelöst werden können. Das Überleben der Menschheit hängt entscheidend davon ab, die bestehenden Konflikte zu beenden und dabei auf Abschreckung und tödliche Gewalt zu verzichten. Wer das Ziel erreichen will, muss einen Schritt tun und sollte nicht auf der Stelle treten.

Die katholische Friedensbewegung pax christi wird sich niemals mit dem Skandal abfinden, den das Zweite Vatikanische Konzil in seiner Pastoralkonstitution „Gaudium et Spes“ zur Sprache brachte: „Während man riesige Summen für die Herstellung immer neuer Waffen ausgibt, kann man nicht genügend Hilfsmittel bereitstellen zur Bekämpfung all des Elends in der heutigen Welt“ (GS 81). In der Konsequenz dessen: „Mitten in einer Welt voll Krieg und Gewalt kann die Kirche nicht als Sakrament des Friedens wirken, wenn sie sich anpasst“ („Gerechter Friede“, Wort der deutschen Bischöfe vom 27.09.2000).

Berlin/Fulda, 3. Mai + Heinz Josef Algermissen, Präsident von pax christi Deutschland, Bischof von Fulda

 

 

 

 

Messe in Kairo: Papst für „Extremismus der Nächstenliebe“

 

Zweiter und letzter Tag des Papstbesuchs in Ägypten: In einem Stadion am Stadtrand von Kairo hat Franziskus die Messe mit Gläubigen der katholischen Minderheit gefeiert. In einem Golfwagen fuhr der Papst durch das Stadionrund, um die Menschen zu begrüßen, an seiner Seite den koptisch-katholischen Patriarchen Ibrahim Sedrak von Alexandria; ein Chor sang dazu das „Halleluja“ von Händel und „Tochter Zion, freue dich“. Später, während der Messfeier, erklangen dann vorwiegend arabische Gesänge.

In seiner Predigt sprach Franziskus über das Lukasevangelium, das von der Begegnung der Emmausjünger mit dem Auferstandenen berichtet. Die beiden Jünger seien aus Jerusalem regelrecht „davongelaufen“ vor Enttäuschung über den Tod Jesu. „Das Kreuz Christi war das Kreuz für ihre Vorstellungen über Gott; mit dem Tod Christi war das gestorben, wovon sie dachten, dass es Gott wäre. Denn sie waren die Toten im Grab ihres begrenzten Verständnisses.“

Es sei wichtig, dass wir uns nicht in ein begrenztes, selbstgemachtes Gottesbild einschließen lassen, so der Papst. „Wie oft verzweifelt der Mensch, wenn er sich weigert zu glauben, dass die Allmacht Gottes nicht Allmacht der Gewalt, der Autorität bedeutet, sondern allein Allmacht der Liebe, der Vergebung und des Lebens!“ Christen sollten die „Verhärtung ihrer Herzen und ihrer Vorurteile aufbrechen“, sonst könnten sie „nie das Angesicht Gottes erkennen“.

„Besser, nicht zu glauben, als ein Heuchler zu sein“

In seiner Predigt vermittelte Franziskus eine Botschaft der Hoffnung: Die „Erfahrung des Kreuzes“ führe auch heute zur „Wahrheit der Auferstehung“, und diese siege über die Verzweiflung. „Die Erfahrung der Emmausjünger lehrt uns, dass es nichts nützt, die Gotteshäuser zu füllen, wenn unsere Herzen leer sind ohne Gottesfurcht und Ehrfurcht vor seiner Gegenwart; es nützt nichts, zu beten, wenn unser Gebet zu Gott nicht zur Liebe zum Mitmenschen wird... Bei Gott ist es besser, nicht zu glauben, als ein falscher Gläubiger, ein Heuchler zu sein!“

Das war eine klare Mahnung an die katholische Minderheit in Ägypten, sich nicht in sich selbst zu verschließen und sich nicht grollend von Christen anderer Riten oder von der muslimischen Mehrheit der Bevölkerung abzugrenzen. Tatsächlich bezeichnen sich viele Kopten gern als echte Nachfahren der alten Ägypter, während die Muslime in der Regel spätere Einwanderer seien. „Der echte Glaube macht uns mildtätiger, barmherziger, ehrlicher und menschlicher; er beseelt die Herzen, um sie dazu zu bringen, alle bedingungslos zu lieben, ohne Unterschied und Bevorzugungen; er bringt uns dazu, im anderen nicht einen Feind zu sehen, der besiegt werden muss, sondern einen Freund, den man lieben, dem man dienen und helfen soll...“

„Alle lieben, Freunde und Feinde“

Sie sollten „keine Angst haben, alle zu lieben, Freunde und Feinde“, fuhr Franziskus eindringlich fort. „Der einzige Extremismus, der für die Gläubigen zulässig ist, besteht in der Nächstenliebe! Jeglicher andere Extremismus kommt nicht von Gott und gefällt ihm nicht!“

Die Lesungen der Messe wurden auf Arabisch vorgetragen; Franziskus zelebrierte auf Latein. Seine Predigt hielt er auf Italienisch, ein Priester übersetzte ins Arabische. Das Geläut von Kirchenglocken kam vom Band. Das staatliche Fernsehen spielte zu Beginn der Übertragung Aufnahmen ein, auf denen Papstposter, an Luftballons hängend, vor den Pyramiden und dem „Cairo Tower“ in die Lüfte steigen.

„Immense Dankbarkeit“ der katholischen Kopten für den Papstbesuch

Zum Abschluss der Messfeier sprach auch der Patriarch der koptisch-katholischen Minderheit, Abraham Isaak Sidrak. Er verlieh seiner „immensen Dankbarkeit“ für den Papstbesuch Ausdruck; dieser sei Freude und Segen zugleich. „Ihren Besuch und die Aufnahme seitens des gesamten ägyptischen Volkes, kann man in den Worten des Mottos zusammenfassen, das gewählt worden ist, nämlich „Der Papst des Friedens im Ägypten des Friedens.“ Dieses Motto sei eine „Bestätigung“ der „Natur des Landes“, das sich fortwährend um Frieden auch zwischen den verschiedenen Glaubensgemeinschaften und Kulturen bemühe. Eingehend auf die Namenswahl des Papstes, erinnerte der Patriarch an den Besuch des Heiligen Franziskus in Ägypten, der sich bald zum 800. Mal jährt. Nach dem Vorbild des Heiligen arbeite der Papst dafür, Frieden zu stiften und habe ein Leben von Armut und Einfachheit gewählt, würdigte das Oberhaupt der katholischen Kopten des Papst. Besonderen Dank reservierte der Patriarch auch für die staatlichen Autoritäten, die den Papst eingeladen und seinen Besuch unterstützt hatten.

Hohe Sicherheitsmaßnahmen

Die Sicherheitsmaßnahmen waren spürbar hoch; über den Köpfen der Messbesucher kreiste eine Drohne. Die Altarinsel, auf der Franziskus die Messe feierte, war mit Blumen in den Vatikanfarben Gelb und Weiß geschmückt, über ihr spannte sich zum Schutz vor der Sonne ein Zeltdach.

Als Pharaonen verkleidete Kinder hatten den Papst zu Beginn willkommen geheißen; ansonsten verhinderten Sicherheitsbeamte jedwedes „Bad in der Menge“. Fotografen, die sich in die Bahn des Papstwagens wagten, wurden von ägyptischen Ordnern beiseite geschubst.

Das „Air Defense Stadium“ war mit etwa 20.000 Menschen etwas schütter besetzt; in Ägypten leben zwischen 150- und 200.000 katholische Kopten. Die sechs anderen katholischen Riten, darunter die „Lateiner“ und Chaldäer, fallen zahlenmäßig kaum ins Gewicht. Das Fußballstadion, in dem Franziskus die Messe feierte, liegt auf einem Gelände der ägyptischen Luftwaffe; es entstand 1970 zum Andenken an den Krieg Ägyptens gegen Israel. 2015 starben hier am Rand eines Fußballspiels mehr als zwanzig Menschen, als junge Fußballanhänger sich eine Schlacht mit der Polizei lieferten. (rv 29.04.)

 

 

 

Dritter Zwischenruf im Wahljahr 2017 von Justitia et Pax. Rechtspopulismus – wider die antidemokratische Versuchung

 

In der Reihe der Zwischenrufe im Wahljahr 2017 veröffentlicht die Deutsche Kommission Justitia et Pax heute eine Wortmeldung von Prof. Dr. Andreas Lob-Hüdepohl. Er warnt davor, den Versuchungen polarisierender Thesen rechtspopulistischer Politiker nachzugeben, die sich nicht „um Interessensausgleiche und Kompromisslösungen bemühen“ und kein Interesse daran haben, dass „es fair, gerecht und natürlich auch solidarisch in unserer Gesellschaft zugeht“.

 

Zwar lebe die Politik davon, dass „Mandatsträger als die Repräsentanten des Volkes für die unterschiedlichen Interessen und Standpunkte in den politischen Aushandlungsprozessen einstehen“, so Lob-Hüdepohl, doch führten die Empörungen und die Erfahrungen von Enttäuschungen bei Populisten eben gerade nicht zu konstruktiven Mitwirkungen an politischen Prozessen. Vielmehr „heizen Populisten solche Stimmungen noch an und wenden sie in aggressiver Weise gegen das ‚Establishment‘“. Populisten „lenken und steigern die negative Stimmung gegen all die, die sich nicht wehren können oder die sich aus anderen Gründen als Sündenböcke eignen. Das ist das besondere Kennzeichen des Rechtspopulismus. Er schürt nicht nur Ressentiments gegen alles Andere oder Fremde, … sondern er wertet die betroffenen Menschengruppen pauschal als minderwertig ab.“

 

Allerdings sei in der Kritik daran „sehr sorgfältig darauf zu achten, dass man nicht in den Modus der Populisten verfällt. Demokratisch muss die Auseinandersetzung verlaufen und das heißt auch, für Kritik an den etablierten Strukturen und Verfahren unserer Demokratie offen zu sein und das Berechtigte durch Veränderungen aufzugreifen“, so Lob-Hüdepohl. Populisten gäben auf mitunter richtige Fragen gefährliche Antworten. „Lenken wir deshalb die Antworten in eine demokratische, humane und übrigens darin auch christliche Alternative.“

 

Hintergrund. Dieser Zwischenruf von Prof. Dr. Andreas Lob-Hüdepohl ist auf der Internetseite www.katholisch.de verfügbar. Außerdem wird er wie die anderen Zwischenrufe über den Facebook-Kanal von katholisch.de zur Diskussion gestellt.

 

Prof. Dr. Andreas Lob-Hüdepohl ist katholischer Theologe an der Katholischen Hochschule für Sozialwesen in Berlin. Er ist seit 2009 Mitglied der Kommission Justitia et Pax und seit 2016 Mitglied im deutschen Ethikrat.

 

Die Deutsche Kommission Justitia et Pax, eine Einrichtung der Deutschen Bischofskonferenz und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), begleitet mit Zwischenrufen für eine gemeinwohlorientierte Politik aktuelle Debatten im Wahljahr 2017. Anfang März hatten der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), und der Präsident des ZdK, Prof. Dr. Thomas Sternberg, die Reihe eröffnet. Dbk 2

 

 

 

 

Flicker: "Wir bekennen Farbe für die Demokratie!“

 

Fuldaer wirkten am Berliner Aufruf zum Wahljahr 2017 mit ZdK-Vollversammlung tagte am Wochenende in Berlin

 

Berlin, Fulda. Unter dem Titel „Farbe bekennen für die Demokratie!“ ruft das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) Bürgerinnen und Bürger in Deutschland dazu auf, zur Bundestagswahl zu gehen und sich dabei für demokratische Programme und gegen die populistische Zerstörung der Demokratie zu entscheiden. An den Debatten der Vollversammlung beteiligten sich die drei Delegierten Steffen Flicker (Fulda), Marcus Leitschuh (Kassel) und Bettina Faber-Ruffing (Flieden) aus dem Katholikenrat des Bistums Fulda durch Wortbeiträge und vorher erarbeitete Ideen für die beschlossenen Anträge und inhaltlichen Erklärungen.

„Die Globalisierung und Digitalisierung im Sinne einer Beschleunigung ökonomischer Entwicklungen und des technisch-wissenschaftlichen Fortschritts biete viele Chancen, verschärft aber zugleich auch wirtschaftliche und soziale Gegensätze in der Gesellschaft. Viele Menschen spüren Risiken, Nachteile und Zumutungen einer weltweit vernetzten und globalisierten Wirtschaft bis in die eigene Lebens- und Arbeitswelt hinein", betont Steffen Flicker, der Vorsitzende des Katholikenrates im Bistum Fulda und zugleich ZdK-Mitglied. Die Demokratie müsse durch das Aushandeln politischer Ziele Antworten auf die Sorgen der Menschen finden. "Wir beteiligen uns am demokratischen Wettstreit mit klarer Haltung und klaren Standpunkten".

Angesichts der Komplexität der Herausforderungen entstehe bei vielen Menschen das Bedürfnis nach schnellen Lösungen, nach Abschottung und nationalen Antworten auf die als bedrohlich empfundene Problemfülle, so die Analyse des ZdK. Davon profitierten in der Einschätzung der Vollversammlung populistische Kräfte, die Ängste schüren und mit simplen Antworten und Botschaften auf Stimmenfang gingen. Marcus Leitschuh: "Gegen Angstmacher und Vereinfacher bekennt das ZdK Farbe für eine offene Gesellschaft und für eine liberale Demokratie. Ausdrücklich bekennt es sich dazu, die Sorgen und Ängste der Menschen ernst zu nehmen und das Gespräch mit den Verunsicherten und Enttäuschten zu suchen."

 

"Wir verdanken der Einigung Europas stabilen Frieden und großen Wohlstand. Doch die Folgen der Finanzmarktkrise haben die Europäische Union bis in ihre Grundfeste erschüttert. Die Idee eines geeinten und solidarischen Europas steht auf einem harten Prüfstand. Die Auswirkungen des beschlossenen Ausstiegs von Großbritannien aus der EU sind noch gar nicht absehbar", heißt es in der ZdK-Erklärung.

Das ZdK sage Nein, wenn Menschen aufgrund ihres Glaubens und ihrer Herkunft diffamiert und verächtlich gemacht werden, Nein zu gezielten Falschinformationen und zur Verleumdung freier Medien, Nein zu Hetze gegen Andersdenkende und zu Gewalt als Mittel der politischen Auseinandersetzung. „Wir sagen Ja zur besonderen historischen Verantwortung als Deutsche und zu einer sensiblen Erinnerungs- und Gedenkkultur, Ja zu einem fairen Wettbewerb auf der Suche nach echten demokratischen Lösungen für die Herausforderungen in Deutschland“, so heißt es in dem Berliner Aufruf, den die ZdK-Delegierten am Wochenende verabschiedeten.

Darüber hinaus sprach sich die ZdK-Vollversammlung für eine Stärkung des konfessionellen Religionsunterrichts und seine Weiterentwicklung durch ökumenische Kooperation aus und verabschiedete eine entsprechende Erklärung. Grundsätzlich sei Religionsunterricht nötiger denn je, betont die kfd-Vorsitzende im Bistum Fulda, Bettina Faber-Ruffing. Sie arbeitete als Mitglied einer Arbeitsgruppe zur Entwicklung einer Erklärung für einen zukunftsfähigen Religionsunterricht. Zu der religiösen Pluralitätsfähigkeit, die heute so dringend erforderlich sei, und zum Verständnis der eigenen Kultur verhelfe nicht religiöse Ignoranz, sondern religiöses Wissen und religiöse Erfahrung sowie ein reflektierter eigener Standpunkt. Der Religionsunterricht „leistet so in einer pluralen Gesellschaft einen wichtigen Beitrag zur Identitätsbildung und zum gegenseitigen Verständnis“, heißt es in der Erklärung mit dem Titel „Für einen zukunftsfähigen Religionsunterricht - konfessionell, kooperativ, dialogisch“.

"Religion ist zu einem wichtigen öffentlichen Thema geworden. Wie angesichts religiöser und kultureller Pluralität Zusammenleben gelingen kann, ist eine entscheidende Zukunftsaufgabe. Das Wissen über die eigene Religion ist daher Voraussetzung für einen guten Dialog mit anderen Religionen", betont Steffen Flicker.

"Über religiöse Themen kommen die meisten jungen Menschen vor allem im Religionsunterricht ins Gespräch. Dieser Unterricht gibt Raum, persönliche und existentielle Fragen aufzugreifen. Hier engagieren sich die Lehrerinnen und Lehrer für junge Menschen, für deren religiöse Bildung und Orientierung", so hebt Flicker die Relevanz des konfessionellen Religionsunterrichts hervor. Ml 8

 

 

 

Premiere: Papst Franziskus tritt in Kinofilm auf

 

Franziskus als Schauspieler: Zum ersten Mal tritt Papst Franziskus in einem Kinofilm auf. Das berichtet die italienische Tageszeitung „Corriere della Sera“. In einem Streifen des italo-kanadischen Produzenten Andrea Iervolino „spielt Franziskus sich selbst“, so die Zeitung. Der Film mit dem Titel „Beyond the Sun“ berichtet von der Suche von vier Jugendlichen nach Gott und soll am Rand der Filmfestspiele von Cannes vorgestellt werden.

Bisher sind kaum Einzelheiten über den Film bekannt. Doch durfte der 29-jährige Produzent nach „Corriere“-Angaben „als einziger Kinomacher zumindest seit Menschengedenken im Innern des Vatikans drehen“. Bereits 1958 allerdings kam der deutsche Spielfilm „Der veruntreute Himmel" in die Kinos, in welchem Pius XII. sich selbst spielt. Bei Iervolinos Film spricht der „Corriere“ von „eiserner Kontrolle der Kirche“ über die Dreharbeiten. Ein Bischof soll das Team beraten haben. Der letzte Teil des Streifens spielt in Argentinien, dem Heimatland von Papst Franziskus.

Iervolino, der sich selbst als „übertriebenen Katholiken“ bezeichnet, spricht von einem Film, der „einem Publikum aller Altersklassen die Worte Jesu bringen will“. Der Papst habe ihn darum gebeten, „einen Film zu machen, der sich an Kinder richtet, um über die revolutionäre Botschaft Jesu nachzudenken“. Die Einnahmen aus „Beyond the Sun“ sollen an zwei argentinische NGOs gehen, die sich um arme Kinder kümmern.

Iervolino kommt aus dem süditalienischen Cassino und drehte seinen ersten professionellen Film mit 19 Jahren. Seine zwei Filmproduktionsgesellschaften haben ihren Sitz in Toronto und Los Angeles. (corriere 05.05.)

 

 

 

 

Wieso das Christentum bleiben wird

 

76 Prozent der Deutschen zwischen 18 und 34 Jahren sagen, sie können auch ohne den Glauben an einen Gott glücklich sein. Gott und damit seine irdischen Netzwerke, die Religionen, scheinen damit bei der jungen Generation ausgedient zu haben. Dennoch ist das Christentum nicht tot zu kriegen. Noch immer stellt es zentrale Deutungen in Fragen von Kultur und Sinn für die Gesellschaft zur Verfügung. Aber wenn der Glaube an Gott out ist, wieso hält sich das Christentum so hartnäckig?

Christentum als Religion der Agrargesellschaft

Wie alle Religionen spiegelt das Christentum die Bedürfnisse der Menschen in jener Zeit besonders prägend wieder, in der es entstanden ist. Die Veränderung der Gesellschaft und der Wirtschaft wirken sich daher auf die Religion aus.

Das Christentum hat sich in einer antiken Agrarkultur entwickelt. Als theistische Religion weist es Gott als Herrscher der Welt aus. Zu diesem Herrscher hat der Mensch eine besondere Beziehung und hebt sich damit vom Rest der Schöpfung ab.

Es ist damit eine typische Religion einer Agrarkultur, die meistens theistische Religionen ausgeprägt haben, da sie die Erfahrungen der Bauern am besten widerspiegeln: Der Mensch ist den Naturgewalten ausgeliefert, seinerseits aber Herr über die ihn umgebende Natur und die Tiere.

Was das Christentum besonders macht

Das Christentum hat sich gegenüber den paganen Opferkulten der Antike untere anderem aus zwei Gründen durchgesetzt:

Durch die Erlösungstat Jesu erstreckte sich dessen Heilsangebot bis ins Jenseits. Während bei Homer ein lebender Bettler noch besser dran war als ein König im Totenreich, bot das Christentum seinen Anhängern auch nach dem Tod die Gemeinschaft mit Gott, der Familie und das ewige Glück, sogar in einem neuen Leib, nach der Wiederkunft Christi.

Zu den jenseitigen Vorteilen konnte das Christentum seinen Anhängern seit dem 4. Jahrhundert auch die Protektion durch das römische Kaisertum bieten. Während in den Jahren vor der konstantinischen Wende kaum 5 bis 8 Prozent der Bevölkerung des römischen Reiches an Christus glaubten, war im 6. Jahrhundert die überwiegende Mehrzahl der Menschen im Oströmischen Reich und den ehemaligen römischen Gebieten Europas Christen.

Der Humanismus drängt das Christentum ab

Seit einigen hundert Jahren macht der Humanismus dem Christentum seine führende Stellung streitig. Der Humanismus hat den himmlischen Vater aus der Hierarchie Gott zu Mensch gelöscht. Der Homo Sapiens ist nun allein auf der Bühne des Welttheaters, bestimmt nur noch von den Naturgesetzen und seinem eigenen Wünschen.

In den ersten Jahrhunderten war der Humanismus nur die Religion einer kleinen geistigen Elite. Ihre Ideen distanzierten sich immer mehr von den Lehren der Kirchen.

Erst mit der Aufklärung begannen die Kräfte salonfähig zu werden, die sich explizit gegen das Christentum wandten, wie die französischen Aufklärer Voltaire und Rousseau. Und erst mit der französischen Revolution und der industriellen Revolution verbreiteten sich die humanistischen Ideen dieser Eliten in der Bevölkerung.

Religion für die Wissensgesellschaft

Seit der Industrialisierung hat sich das Wirtschaften des Menschen mehr verändert, als in den 3000 Jahren zuvor. Die Landwirtschaft verschwand als führender Wirtschaftszweig, neue Siedlungen und Städte entstanden, die Menschen wurden im Zuge der Binnenmigration aus ihren traditionellen Zwängen und Verbindungen herausgerissen und neue Konfessionen wie der Kommunismus und der Liberalismus entstanden als Teil des Humanismus.

Der Humanismus schaffte es so aus den Gelehrtenstuben und Presseorganen hinaus, indem es sich als Religion der Wissenschaft etablierte. Religion und Wissenschaft schließen sich nicht notwendigerweise aus. Die Wissenschaft erklärt, wie Menschen funktionieren, nicht, wie sie sich verhalten sollen. Dafür sind die Religionen zuständig. Allerdings kommen letztere nicht ohne bestimmte Fakten aus, die sie postulieren, etwa, dass es einen Gott gibt.

Einige dieser Behauptungen können aber von Wissenschaftlern widerlegt werden. Die moralischen Aussagen von Religionen können die Wissenschaftler hingegen nicht widerlegen. So kann zwischen drei Aussagen der Religionen unterschieden werden: dem moralischen Urteil; der Tatsachen-Feststellung; und der aus beidem abgeleiteten praktischen Anweisung.

Da der Humanismus ohne eigene Tatsachenbehauptungen auskommt, stützt er sich allein auf die Erkenntnisse der Wissenschaft. Das macht ihn so attraktiv. Zudem stellt er den Menschen in den Mittelpunkt. Er braucht daher keinen Gott, den die Wissenschaft ohnehin nicht vermessen kann. So bildet sich das Dream-Team der Moderne.

Christentum spendet Transzendenz und Ordnung

Und doch hat das Christentum überlebt. In manchen Gesellschaften hat es sogar an Bedeutung gewonnen. Die katholische Kirche erlebte in Europa ein Revival in der Bewegung des Ultramontanismus: Die Religion wurde stärker auf den Papst ausgerichtet; die Kirchlichkeit der Gläubigen nahm zu; neue christliche Parteien entstanden, um die Ansprüche ihrer Gemeinschaften in die Parlamente zu tragen.

Eines der bedeutendsten religiösen Revivals erlebte Russland seit den 1990er Jahren. Von einem kommunistischen, also atheistischen Land wandelte sich Russland zu einer Gesellschaft, in der die orthodoxe Kirche heute eine bedeutende Rolle spielt

Ihr Überleben verdankt das Christentum dabei vor allem seiner Wandlungsfähigkeit und seinen sinnspendenten Narrativen. Die Kirchen besitzen 2000 Jahre Erfahrung darin, alles Glück und alles Elend in einem großen, kosmischen System zu integrieren und dieses mit beeindruckenden Riten und rührigem Personal unter die Menschen zu bringen. Das Sinnpotential des Christentums ist nach wie vor groß genug, um dem Erfolgsgespann Humanismus und Wissenschaft hartnäckige Rückzugsgefechte zu liefern.

System für Staat und Menschen

Das Christentum kann eine weitere Stärke ausspielen, die es seit der konstantinischen Wende entwickelt hat: Es ergänzt das System des Machtstaates um eine transzendentale Ordnung, mit der die Eliten und die Gläubigen gleichermaßen umarmt werden. Seit Konstantin konnte die Kirche den Herrschenden stets ein attraktives Ordnungssystem anbieten: es legitimierte den König und seine Regierung gegenüber der Bevölkerung, der König schützte dafür den Klerus und seine geistige Kontrolle über die Gläubigen.

Wie nötig eine Gesellschaft einen solchen Sinnzusammenhang findet, lässt sich gerade bei Katastrophen erleben. Als über Frankreich ein Pilot sein ein Flugzeug samt Passagieren mit sich in den Tod riss, da standen die Bundeskanzlerin und die Trauernden im Kölner Dom. Die Kirchen spendeten einen von allen akzeptieren Rahmen, in dem sich persönliche Trauer und Gemeinschaft verbinden ließ.

Wissenschaft spendet nur Macht

Das Gespann zwischen Humanismus und Wissenschaft hat trotz seiner Erfolge das Christentum noch nicht besiegt, weil ihm diese Stärken der Kirchen fehlen. Die Wissenschaft spendet weder Sinn noch Moral, sondern nur Macht. Dank ihr können Menschen auf den Mond fliegen. Aber welchen Sinn hat es, auf den Mond zu fliegen? Darauf kann die Wissenschaft keine Antwort geben.

Nachdem Gott von der Bühne des Welttheaters gejagt wurde, kann niemand mehr den Geschehen einen transzendentalen Sinn geben. Auch keine Ordnung mehr, denn seit der Kommunismus mit seiner Geschichtsdeutung bankrott ging, regiert das Chaos des Kapitalismus.

In der Folge regiert der Mensch nicht mehr über die Erde, weil es sein Auftrag ist, sondern nur noch, weil er es kann. Das aber ist vielen zuwenig.

Maximilan Röll, Kath. De 5

 

 

 

 

Papst auf Friedenskonferenz: Religionen sind Teil der Lösung

 

Es ist die Grundbedingung für Begegnung, für Frieden und auch für Religion, Gewalt entgegen zu treten: Papst Franziskus richtete in seiner Ansprache bei der Friedenskonferenz an der Kairoer Al Azhar-Universität einen leidenschaftlichen Appell an die teilnehmenden Religionsvertreter aus Christentum und Islam. Die Konferenz war die erste offizielle Station des Papstes bei seiner Ägyptenreise und auch der Ort seiner ersten Ansprache dort.

Ganz kurz nur klang sein Vorbild an: vor 800 Jahren – im Jahr 1219 – war der heilige Franziskus nach Ägypten gekommen, um dem damaligen Sultan zu begegnen. Nun also ein Papst gleichen Namens, mit der gleichen Mission. „Al Salamò Alaikum! / Der Friede sei mit euch!“, so begann und beendete der Papst seine Ansprache.

Den Einstieg fand Franziskus über den Ort der Konferenz, die Al-Azhar Universität; zuerst sprach er über Bildung, die fähig sei, das Beste aus Menschen heraus zu holen und so zur „Lebensweisheit“ zu werden. Sie „sucht den anderen und überwindet die Versuchung, sich zu versteifen oder zu verschließen (...). Diese Weisheit bereitet eine Zukunft vor, in der man nicht danach strebt, dass die eigene Seite vorherrscht, sondern dass der andere als integrierender Bestandteil von sich gesehen wird.“ Der Papst sprach von der Gewaltspirale, die entsteht, wenn dem Bösem mit Bösem begegnet wird. Bildung helfe, das zu überwinden.

Identität, Andersheit, Aufrichtigkeit

Von der Bildung ging der Papst über zum Thema des Dialogs, er nannte drei „grundlegende Ausrichtungen“: die Verpflichtung zur Wahrung der Identität, der Mut zur Andersheit und die Aufrichtigkeit der Absichten. „Verpflichtung zur Wahrung der Identität, weil ein echter Dialog nicht auf der Basis von Zweideutigkeiten oder der Preisgabe des Guten geführt werden kann, um dem anderen zu gefallen; Mut zur Andersheit, weil derjenige, der sich – kulturell oder religiös – von mir unterscheidet, nicht als Feind angesehen und behandelt werden darf, sondern als Weggefährte aufgenommen werden soll in der echten Überzeugung, dass das Wohl eines jeden im Wohl aller besteht; die Aufrichtigkeit der Absichten, weil der Dialog als authentischer Ausdruck des Humanen nicht eine Strategie ist, um Hintergedanken zu verwirklichen, sondern ein Weg der Wahrheit.“ So könne aus Konkurrenz Zusammenarbeit werden, so Papst Franziskus. Die Alternative sei eine „Unkultur des Streits“.

Das Thema Zusammenarbeit führte er anschließend weiter aus, besonders mit dem Blick auf Religion und Religionen. In der Geschichte habe Ägypten gute Erfahrungen damit gemacht, „das vielfarbige Licht der Religionen hat dieses Land erleuchtet“, Ägypten sei also immer schon ein Land nicht nur einer Religion gewesen.

Auf den Himmel nicht verzichten

Bündnisse seien heute wichtig, betonte der Papst, diese bräuchten aber immer auch einen Gottesbezug, „ein echter Bund auf Erden (kann) nicht auf den Himmel verzichten“. Religionen seien „besonders heutzutage nicht ein Problem, sondern Teil der Lösung“. Am Sinai, der Teil Ägyptens ist, stünde das Gebot „du sollst nicht töten“ (Ex 20:12) im Zentrum der „zehn Worte“, der zehn Gebote, so formulierte der Papst. Das bereits weise darauf hin, dass die „Grundbedingung für jeden Bund auf der Erde“ sei, dem „Weg der Gewalt entgegenzutreten.“

„Als religiöse Verantwortungsträger sind wir also gerufen, die Gewalt zu entlarven, die sich hinter einem vermeintlichen sakralen Charakter verbirgt“, benannte der Papst die konkrete Aufgabe von Religion vor allem angesichts von Extremismen.

Aus der eigenen, der christlichen Perspektive sähe das so aus: „Als Christen »können [wir] aber Gott, den Vater aller, nicht anrufen, wenn wir irgendwelchen Menschen, die ja nach dem Ebenbild Gottes geschaffen sind, die brüderliche Haltung verweigern«“, zitierte der Papst das Zweite Vatikanische Konzil (Nostra Aetate, 5).

Mahnung an die Politik

Eine deutliche Mahnung richtete der Papst an die Politik, er warnte vor einem „demagogischen Populismus“: „Gewaltsame Aufhetzung wird den Frieden nicht gewährleisten, und jede einseitige Handlung, die nicht konstruktive und von allen mitgetragene Entwicklungen einleitet, ist in Wahrheit ein Geschenk an die Befürworter von Radikalismen und Gewalt.“ Gemeinsam müsse man sich um die Armen und Ausgebeuteten kümmern - in diesem Milieu fasse Extremismus einfacher Fuß, warnte Franziskus. Vor allem aber – und auch das ist ein immer wiederkehrendes Thema bei diesem Papst – gelte es sich gegen Waffenhandel einzusetzen. „Wenn sie einmal hergestellt und im Umlauf sind, werden sie früher oder später auch Verwendung finden“. Nur wenn man die „trüben Manöver, die das Krebsgeschwür des Kriegs nähren“, transparent mache, könne man deren wahren Gründen vorbeugen - auch dies eine Mahnung vor allem an die Politik.

„Wir sind nämlich von Gott, der Geschichte und der Zukunft zusammengerufen, Friedensprozesse einzuleiten – jeder in seinem Bereich,“ schloss der Papst seine Ansprache. Um dann noch einmal den islamischen Friedensgruß zu sprechen, „Al Salamò Alaikum! / Der Friede sei mit euch!“  (rv 28.04.)

 

 

 

Was ist der Papst?

 

Nicht erst seit der umstrittenen KZ-Lager Äußerung von Papst Franziskus sind die Gemüter erhitzt. Der Papst polarisiert. Unumstritten ist auch, dass er Dinge anders macht als seine Vorgänger und oftmals ein Vorreiter ist. Was macht Franziskus zum Vorbild?

Papst als Deutscher

Im Jahr 2005 wurden wir Papst. Mit Benedikt XVI. war seit mehr als 500 Jahren wieder ein Deutscher Papst. Papa Ratzi wurde zum Popstar. Das Merchandise mit Papstartikeln und das „Wir sind Papst“ wurde omnipräsent.

Das Blatt wendete sich jedoch: 2005 wurde der Ausspruch „Wir sind Papst“ von der Gesellschaft für Deutsche Sprache auf den zweiten Platz der Wörter des Jahres 2005 gesetzt. Im Jahr 2009 verlor Papst Benedikt XVI. seine Popularität bei den Deutschen, „Wir sind peinlich. Die seltsamen Entscheidungen des Papstes Benedikt XVI.“ titelte die taz und bei Maybrit Illner wurde über das Thema „Sind wir noch Papst? Religion im Rückwärtsgang?“ gesprochen. Die Popularität des deutschen Papstes war am Tiefpunkt und wurde erst durch seinen Rücktritt 28.02.2013 wieder erhöht. Mit dem zweiten Papst der Geschichte, der vom Amt zurücktrat, ließ sich plötzlich wieder etwas anfangen, nur waren wir eben nicht mehr Papst.

Papst als Jesuit

Als Nachfolger von Papst Benedikt XVI. wurde erneut eine Rarität unter den Päpsten gewählt: Jorge Mario Bergoglio ist der erste Lateinamerikaner und der erste Jesuit auf dem Stuhl Petri. Eine Überraschung, denn seine Wahlchancen galten als gering. Auch der Name Franziskus war eine Neuerung und zeigte schon gleich das Wahlprogramm des neuen Kirchenoberhauptes an, „eine arme Kirche für die Armen“.

Franziskus als Papst der Armen

Es zeigte sich, Franziskus nimmt sein Wahlprogramm ernst. Einige Veränderungen waren im Auftreten des Papstes zu beobachten, sein Brustkreuz ist aus Eisen, er trägt orthopädische Schuhe und wohnt im Gästehaus des Vatikans.

Auch in seinen Gesten ist zu erkennen, dass er die Armen nicht vergessen hat. So ließ er Duschen für die Obdachlosen bauen und Schlafsäcke verteilen, außerdem feierte den Abschluss des Heiligen Jahres mit Obdachlosen aus ganz Europa.

Franziskus als Papst des Volkes

Vielen Päpsten wurde die große Distanz zu den Gläubigen vorgeworfen. In einer Milieustudie über „religiöse und kirchliche Orientierungen“, die von der Medien-Dienstleistung GmbH (MDG) 2013 durchgeführt wurde, schnitt Papst Benedikt XVI. und die Bischöfe schlecht ab, sie seien zu rückwärtsgewandt. Bei Franziskus verhält es sich anders, sein Papa Mobil ist nicht gepanzert und offen. Oft sieht man ihn Kinder halten oder Kranke umarmen.

Bei der Fußwaschung am Gründonnerstag wusch er geläuterten Mafiosi die Füße, und nicht wie seine Vorgänger römischen Priestern.

Auch in Sachen Ökumene und interreligiösem Dialog zeigt sich das Kirchenoberhaupt als Vorreiter. Er feierte in Schweden den Reformationstag in einem ökumenischen Gottesdienst. Franziskus traf sich als erster Papst mit dem Patriarchen von Moskau.

Papst als Umweltschützer

Die Enzyklika Laudato si wurde weltweit von Umweltaktivisten gefeiert. Erstmalig setzte sich ein Papst mit den Folgen der Klimaerwärmung auseinander. Darin plädierte er außerdem für alternative Energien und forderte die Energiewende. Zum Weltumwelttag hielt Franziskus eine Rede in der er die Wegwerfkultur kritisierte und forderte der „Verschwendung und Vernichtung von Lebensmitteln Einhalt zu gewähren“. Ein nachhaltigerer Umgang mit Lebensmitteln wäre auch Vorteil für die Armen, da genug Lebensmittel produziert werden, diese aber ungerecht verteilt sind.

Papst als Reformer

Franziskus räumte massiv im Vatikan auf und ordnete die Vatikanbank neu. Auch berief er einen Wirtschaftsrat ein. Die Kürzung der Gehälter der Vatikanbank-Kardinäle brachte jährlich etwa 125.000 Euro, Geld, dass für soziale Projekte verwendet werden konnte. Das Kirchenoberhaupt scheut auch nicht vor Konflikten zurück, so behielt er im Streit mit dem Malteserorden die Oberhand.

Die Zweifel, die durch das Schreiben Amoris Laetitia entstanden, brachten ihn ebenfalls nicht aus der Ruhe, er schwieg dazu und verkündete schließlich alles sei gesagt worden. Es zeigt sich also, Papst Franziskus schreckt nicht vor Konflikten zurück.

Papst als Revolutionär

Kritiker werfen dem Papst vor die Kirche zu spalten wie zu Zeiten der Reformation. Andere seiner Gegner sagen, er sei nicht mehr katholisch und gebe sich als primitiver Antikapitalist, der sage, die Welt produziere die verkehrten Produkte. Vatikanexperte Andreas Englisch kann diese Meinung nicht teilen, „Für mich ist Franziskus ein notwendiger und hervorragender Revolutionär der katholischen Kirche.“ Klar würde der Papst auch Fehler machen, „aber nur wer schweigt und auf seinem Thron sitzt, macht keine Fehler. So einer ist Franziskus nicht“, so Englisch.

Papst als Vorbild

Trotz der teils kontrovers diskutierten Ansichten, kann der Papst auch für uns ein Vorbild sein. Wir sehen, wie er mit Dingen umgeht, Meinung bezieht und Flagge bekennt. Außerdem schwingt er nicht nur große Reden, sondern ist auch in seinen Taten glaubwürdig. Wir sind dabei wie der Papst zum ersten Mal Dinge tut, viele Dinge die für frühere Päpste nicht denkbar gewesen wären, er verabschiedete sich von pompösen Gewändern, hat eine Reform der Kurie angestoßen, sucht den Umgang mit Obdachlosen und Behinderten und betete 2015 mit gefalteten Händen in einer Moschee.

Die Annäherung mit anderen Religionen hat er zu einem Kernthema gemacht.  Auch innerhalb des christlichen Glaubens beweist der Papst Offenheit, das zeigt die Feier zur Reformation in Schweden, der Gottesdienst in der anglikanischen Kirche All Saints oder das heutige Treffen mit dem Patriarchen von Moskau, Bartholomaios I..

Zum Schlüsselbegriff seines Pontifikat hat Franziskus die Barmherzigkeit gemacht, in der er den Kern des Evangeliums selbst sieht. In seinen Taten zeigt er uns viel wie Barmherzigkeit umgesetzt werden kann. Und mit diesen Taten hat der Papst Erfolg, so sorgte er für die Annäherung von Kuba und den USA. Auch vermittelt das Kirchenoberhaupt zwischen den zerstrittenen Lagern in Venezuela.

Trotz aller Erfolge stößt der Papst vor allem in den eigenen Reihen auf Widerstand, vor allem in der römischen Kurie machen einige Beobachter einen Hort des Widerstands oder zumindest einen Bremsklotz aus. Unstrittig ist nur: Der Papst, der von Bischöfen und Pfarrern fordert, den “Geruch ihrer Herde” zu verströmen, hat den größten Rückhalt unter den einfachen Gläubigen.

Julia Westendorff, kath 28

 

 

 

 

100 Jahre Caritas im Bistum Mainz. Das Herz allein reicht für Caritas nicht

 

Vor 100 Jahren entstand die Caritas im Bistum Mainz. Aus den Anfängen in Kriegszeiten heraus hat sich ein professioneller Verband entwickelt mit mehreren Tausend Mitarbeitern. Aber auch nach 100 Jahren ist die Armut in Deutschland nicht überwunden. Diözesancaritasdirektor Thomas Domnick sagt im Interview, warum heute eher der Reichtum das Problem ist.

Es gibt drei Säulen der Gemeindearbeit: Liturgie, Verkündigung, Diakonie (Dienst am Nächsten). Reicht es nicht, wenn Gemeinden diakonisch tätig sind? Wozu braucht es einen Verband?

Die Gemeinden machen sehr gute Arbeit, viele sind diakonisch unterwegs – wenn auch nicht alle, das muss man auch deutlich sagen. Soziale Arbeit hat sich in den letzten Jahren weiterentwickelt, es braucht eine verbandliche Caritas, die professionell Dienste aufstellt, die nicht mehr allein in den Pfarrgemeinden geleistet werden können. Beispielsweise die Alten- und Jugendhilfeeinrichtungen sind mittlerweile Wirtschaftsunternehmen, die gut gesteuert werden müssen, wo wir gute Qualität in der Arbeit leisten und immer wieder schauen müssen, wie wir unser christlich-katholisches Profil deutlich machen können. Das erwarten die Menschen, die zu uns kommen. Bischof Albert Stohr sagte 1944: „Mit dem Herzen allein kann man heute wirksame Caritas nicht üben. Schafft also zeitgemäße Voraussetzungen.“

Welche konkrete Situation hat zur Gründung des Caritasverbands im Bistum geführt?

Am 9. November 1897 wurde der deutsche Caritasverband von Lorenz Werthmann, erst einmal auf Bundesebene, gegründet. Werthmann hat eingefordert, jegliche caritative Arbeit verbandlich zusammenzuführen. Die Bischöfe waren damals noch sehr kritisch und erst einmal sehr zurückhaltend. Im Kaiserreich war jedes Bistum sehr autonom. Erst 1916, während des Ersten Weltkriegs, hat die Deutsche Bischofskonferenz den Beschluss gefasst, zu sagen: Ja, wir anerkennen den deutschen Caritasverband, damals hieß er noch „Caritas für das katholische Deutschland“, und wir fördern und fordern die Gründung von diözesanen Verbänden. 1917 wurde der Caritasverband für die Diözese Mainz gegründet. In dieser Zeit, mitten im Krieg, war die Not extrem groß. Als Beispiel eine Zahl: Pro Kopf gab es damals 170 Gramm Brot am Tag. Da war es wichtig, die vielen Hilfsinitiativen zu bündeln und zu koordinieren.

Armut in Deutschland ist auch heute Thema. Ist Deutschland wirklich das reiche Land, als das es bezeichnet wird? Geht die Schere zwischen Arm und Reich tatsächlich auseinander? Oder ist da auch Wahlkampf im Spiel?

Deutschland ist ein absolut reiches Land. Gerade in den letzten Wochen haben europäische Politiker Deutschland wegen der hohen Exportüberschüsse kritisiert. Das sei auf Dauer nicht tragbar, damit schaffe sich Deutschland einen enormen Reichtum. Dieser Reichtum ist auch auf Armut aufgebaut. Stichwort Lohngerechtigkeit: Wenn ein Hafenarbeiter in Portugal genauso viel verdient wie ein Hafenarbeiter in Hamburg, der in Hamburg aber wesentlich produktiver ist, da das deutsche wirtschaftliche System wesentlich effektiver arbeitet, dann ist die Arbeitsstunde in Hamburg im Verhältnis zu der in Porto deutlich günstiger. Früher, als es noch keinen Euro gab, konnte Portugal die Währung abwerten, damit war der Lohn wieder billiger. Mit dem Euro geht das nicht. Eigentlich müssten in Deutschland daher die Löhne steigen. Da haben wir ein Dilemma: Hochqualifizierte Menschen verdienen mehr. Fachpersonal brauchen wir. Bei den Menschen, die diese Qualifikation nicht haben, werden die Löhne eher gedrückt.

Das merken wir deutlich in der Caritas. Wir stehen ja auch mit unseren Einrichtungen im Wettbewerb. In Altenheimen etwa haben wir Fachkraft-Quoten. Der Fachkräftemarkt ist leergefegt. Wir bezahlen Fachkräfte immer eher am oberen Limit der Löhne, wir bezahlen aber auch unsere Hilfskräfte besser als andere Verbände, insbesondere besser als private Anbieter. Das heißt, dass die Preise bei uns für einen Altenheimplatz in der Regel höher sind als bei einem privaten Anbieter. Die Schere zwischen Arm und Reich in Deutschland geht tatsächlich auseinander. Die gering Qualifizierten bekommen noch weniger. Die gut Qualifizierten, die bisher schon gut verdient haben, verdienen künftig mehr, weil sie mehr gebraucht werden. Gerade für Alleinerziehende, für Familien mit mehreren Kindern und für Menschen mit Migrationshintergrund ist das ganz erheblich, weil sie letztlich in der Armutsfalle landen.

Für diese Menschen hat der Staat eine Verantwortung. Die Caritas hilft hier aus. Trägt die Caritas nicht dazu bei, dass der Staat hier entlastet wird, also seine Aufgaben nicht mehr wahrnimmt?

Wer ist der Staat? Wenn wir sagen: Caritas ist „aktiv für das Wir“, verstehen wir uns zumindest als Teil dieser Gesellschaft, und die Gesellschaft bildet den Staat. Wenn die Caritas den Staat entlastet, dann entlastet sie die Gesellschaft, das ist ein Dienst, den wir gern tun. Wenn es um staatliche Aufgaben geht, haben wir in Deutschland – eine Tradition aus der katholischen Soziallehre heraus – ein Subsidiaritätsprinzip. Das heißt, der Staat greift dann ein, wenn andere Dienste diese Aufgaben nicht lösen können. Als Caritas lösen wir diese Aufgaben.

Ich habe mich immer dagegen gewehrt, wenn es hieß, die Politik hat in der Flüchtlingsfrage versagt. Das stimmt so nicht. Gemeinsam mit Politik haben die Wohlfahrtsverbände vorneweg das Flüchtlingsthema gut bearbeitet. 2015 konnte niemand mit so einem Zuzug von Flüchtlingen rechnen. Trotzdem wurde sehr schnell im Zusammenspiel von Politik und Wohlfahrtsverbänden reagiert. Die Wohlfahrtsverbände, damit die Caritas, sind Teil dieses Systems. Das ist gut so, weil das System gut ist, es stabilisiert unsere Gesellschaft.  

Leute berichten, dass Sachbearbeiter auf dem Sozialamt etwa sagen: Wenn das Geld zu Ende ist, gehen Sie doch zum Brotkorb. Ist das Sinn und Zweck der Übung?

Absolut nicht. Im letzten Jahr war das Jahr der Barmherzigkeit. Das, was wir an barmherzigen Leistungen tun, ist zusätzlich: der Brotkorb, der Sprachunterricht für Flüchtlinge, die vielen Dienste in den Pfarrgemeinden. Trotzdem braucht es eine Grundsicherung. Es kann und darf nicht sein, dass sich der Sozialstaat aus der Verantwortung zieht. Wir reden über Armut. Wir müssen aber auch über Reichtum reden, wenn faktisch die Erbschaftssteuer für Reiche abgeschafft ist. Die reichsten Menschen in Deutschland haben Firmen. Wenn Firmen vererbt werden, wird darauf keine Erbschaftssteuer mehr erhoben. Das dient der Sicherung dieser Firmen. Aber wenn ein Imperium wie Aldi vererbt wird und der Staat auf Erbschafts- und Vermögenssteuer verzichtet, dann stimmt etwas nicht. In den 1990er Jahren war die Lohnsteuer für Großverdiener höher als heute. Das kann doch nicht sein. Die Löhne sind gestiegen, wir reden über Banker, die Millionen verdienen, die den gleichen Steuersatz haben wie ein Sparkassendirektor einer kleinen Sparkasse.  

Es heißt Kirche und Caritas. Sprache ist verräterisch. Kirche ist Caritas, Caritas ist Kirche. Was wäre zu tun, damit Caritas noch mehr als Kirche wahrgenommen wird?

Ich bin der festen Überzeugung: Caritas ist Kirche. Der Präsident des deutschen Caritasverbands formuliert es immer sehr schön:  „Kirche und ihre Caritas.“ Wir arbeiten daran, wie wir unsere Dienste und Einrichtungen auch zu Kirchorten entwickeln, wo Liturgie gefeiert wird, wo Verkündigung und Nächstenliebe, sprich Diakonie, stattfindet. Wir lassen uns immer wieder daran erinnern, dass Liturgie und Verkündigung auch in der Caritas gelebt werden. Andererseits erinnern wir die Pfarrgemeinden und die Pastoral daran, dass Kirche nicht nur Liturgie und Verkündigung ist, sondern auch Diakonie. Wenn die Pfarreien größer werden, wenn weniger Priester für viel mehr Menschen Seelsorge betreiben sollen, ist es mir wichtig, dass auch die Caritas in die Konzepte mit eingebunden wird. In Alsfeld etwa befinden sich ein Caritaszentrum und das Pfarrei- und Dekanatszentrum in einem Haus. Dort geht der Pfarrer ein und aus, ebenso die Caritasmitarbeiter. Das ist für mich ein Modell, mit dem sich Kirche und ihre Caritas eng nach außen darstellen.

Eines meiner Lieblingszitate ist von Kaiser Hadrian, der im 2. Jahrhundert nach Christus sagte: „Das Lästige an den Christen ist, sie kümmern sich nicht nur um ihre Armen, sondern auch um unsere.“ Wenn deutlich wird für die Menschen in unserer Gesellschaft, dass die Kirche sie nicht missionieren will, um sie zu Mitgliedern zu machen, sondern dass Kirche mit ihrer Caritas durch das Leben und Handeln ihrer Mitglieder überzeugen will, haben wir unseren Auftrag in einer guten Weise geleistet.

Für das Bistum Mainz ist gerade ein neuer Bischof ernannt worden, jemand, der auch ein caritatives Pilotprojekt im Bistum, die Sozialpastoral, theologisch begleitet hat. Wie sehen Sie das?

Wir sind natürlich glücklich über die Wahl des neuen Bischofs. Wir freuen uns und gratulieren Professor Peter Kohlgraf. Er hat in seiner Antrittsrede gesagt: Die Armen sind ein Teil dieser Gesellschaft. Es geht nicht nur darum, sie zu versorgen, sondern wirklich als Teil dieser Gesellschaft anzunehmen, Teilhabe zu ermöglichen. Von daher freuen wir uns, einen neuen Bischof zu haben, der nah an den Fragen der Caritas ist. Wir hoffen und wünschen uns natürlich auch Rückenwind, und gleichzeitig unterstützen wir den neuen Bischof und geben ihm Rückenwind in dem, was er im Feld der Diakonie vorantreiben möchte.

Interview: Maria Weißenberger, Anja Weiffen Glauben u.Leben 27

 

 

 

Dem Papst geht es darum, dass die Armen ernstgenommen werden

 

Seit vier Jahren ist Franziskus nun Bischof von Rom, und immer noch fragen sich manche: Wo steht er eigentlich theologisch? Neigt er zur Befreiungstheologie, die lange von Rom misstrauisch beäugt wurde und jetzt teilweise rehabilitiert erscheint, oder ist er eigentlich ein Konservativer?

Weder noch, würde darauf wohl Rafael Luciani antworten. Der venezolanische Theologe lehrt am „Boston College“ in den USA und sieht im lateinamerikanischen Papst einen typischen Vertreter einer „Theologie des Volkes“.

„Die Theologie des Volkes ist ein Zweig der Befreiungstheologie, er wurde in Argentinien von den Theologen Lucio Gera und Rafael Tello entwickelt“, erklärt Luciani in einem Beitrag für Radio Vatikan. „Die argentinische Bischofskonferenz hat sich 1969 zu ihr bekannt. Ihre eigentliche Wurzel aber ist die Gründung der Coepal, der Bischofskommission für Pastoral, im Jahr 1966. Sie bezog den Begriff „Volk“ auf eine gemeinsame Kultur, verwurzelt in einer gemeinsamen Geschichte und ausgerichtet auf das Gemeinwohl.“

Tatsächlich hat Franziskus schon in seiner ersten, improvisierten Ansprache nach seiner Wahl zum Papst im März 2013 den Begriff „Volk“ aufgegriffen: „Und jetzt beginnen wir diesen Weg - Bischof und Volk“, sagte er von der Loggia des Petersdoms aus – nur um kurz danach dann um den „Segen des Volkes“ zu bitten, bevor er seinen Bischofssegen erteilte.

Für eine Reform der Mentalitäten

„Die Coepal hatte zum Ziel, den Geist des Zweiten Vatikanischen Konzils zu verinnerlichen, und suchte nach einer gemeinschaftlichen Form des Kircheseins. Außerdem wollte sie kollegiale Strukturen ... und eine wirklich befreiende Religion. Im Geist des konziliaren „aggiornamento“ verpflichteten sich die argentinischen Bischöfe, eine Reform der Mentalitäten und Normen herbeizuführen, die die Strukturen der Kirche bestimmen. Und sie wollten klareres Bewußtsein ihrer selbst, eine Reform, das Gespräch mit den christlichen Brüdern und die Öffnung zur Welt von heute – die vier Zielsetzungen des Konzils.“

In diese Konzils-Rezeption zeichnet Luciani nun den jetzigen Papst ein. Der Theologe Lucio Gera (1924-2012), bekannt für seine Schrift „Über das Geheimnis des Armen“, habe die Theologie des Volkes am konsequentesten ausgestaltet. „Für ihn ging es der Theologie des Volkes nicht um einen Wechsel der sozialen und politischen Strukturen um ihrer selbst willen, sondern darum, dass der Kirche ihre Mission und Identität klar wird – und zwar vom Blickwinkel der Option für das arme Volk aus. Von daher soll ihr Einsatz im soziopolitischen Bereich herrühren, und von daher kommt auch die Aufmerksamkeit für die Volkskultur und Volksfrömmigkeit – sie wird als der Ort gesehen, wo man den Armen und seine Lebenswelt am besten verstehen lernt. Option für die Armen bedeutet also auch Option für die Volkskultur – für ihre Erforschung, Erhaltung und Förderung.“

Evangelisierung von innen her

Der Theologe Gera hat, so führt Luciani aus, die Armen mit dem „Volk“ gleichgesetzt – schließlich seien sie „das kollektive Subjekt einer Geschichte, mit einem eigenen kulturellen Ethos“. Die „Theologie des Volkes“ ziele dementsprechend darauf ab, sich „in die Wertewelt der kleinen Leute einzufügen, um sie von innen her zu evangelisieren“. Evangelisierung also nicht von oben, sondern von innen her – und vor allem einhergehend mit der aktiven Förderung der Volkskultur und Volksfrömmigkeit. Nur wenn die Religion sich inkulturiere und „das freundliche Gesicht der Geschichte“ annehme, könne sie wirklich „befreiend“ sein.

Nach diesen Ausführungen kommt der Experte Luciani jetzt auf den Papst zu sprechen. „Schon seit den siebziger Jahren hat der künftige Papst Franziskus sehr klar gesehen, dass man die politiche Daseinsform des Christen nicht von der pastoralen Aktion der Kirche trennen kann. Bei seiner Ansprache zur Eröffnung der 14. Generalkongregation der Jesuiten 1974 führte er deshalb aus, dass die christliche Praxis – sowohl die religiöse als auch die soziopolitische – sich auf solidarische Geschwisterlichkeit, soziale Gerechtigkeit und das Gemeinwohl ausrichten muss. Und nicht auf Begriffe wie Vaterland, Revolution, konservativ oder liberal – Begriffe, die etwas Ausschließendes haben. Bergoglio unterstrich damals, dass in der Kirche die unfruchtbaren Auseinandersetzungen mit der Hierarchie und die Konflikte zwischen verschiedenen Flügeln – hier progressiv, dort reaktionär – nur dazu geführt hätten, dass die Teile wichtiger erschienen seien als das Ganze.“

Die Armen nicht als Objekte sehen

Luciani ist sich im klaren darüber, dass viele „gebildete oder konservative Kirchenleute oder Gruppen – vor allem in der Ersten Welt“ – Franziskus als theologisches Leichtgewicht sehen und abschätzig von einer „Copacabana-Theologie“ reden.

„Man gewöhnt sich daran, zu sagen, dass die Theologie des Volkes eine Option für die ignorante Masse wäre, für Menschen ohne Kultur oder kritisches Denken. Aber der Theologie des Volkes geht es um etwas anderes. Sie besteht darauf, dass man in den Armen nicht so sehr das bloße Objekt einer Befreiung zu sehen hat oder als Menschen, die erst noch erzogen werden müssten, sondern als Individuen, die dazu imstande sind, in ihren eigenen Kategorien zu denken, imstande, den Glauben legitim auf ihre eigene Art und Weise zu leben, imstande, von ihrer Volkskultur ausgehend Wege zu finden. Dass sie sich anders ausdrücken oder das Leben auf andere Weise sehen, bedeutet nicht, dass sie keine Kultur hätten – es ist lediglich eine andere Kultur!“ (rv 24.04.)

 

 

 

 

Schulz und AfD streiten über Kirche

 

Auf dem AfD-Parteitag in Köln wurden Forderungen nach Kirchenaustritten für Parteimitglieder laut. SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz nennt dies in einem Brief an die Kirchen „ungeheuerlich“.

 

Beim Bundesparteitag der Alternative für Deutschland (AfD) vergangenen Samstag in Köln hat das Bundesvorstandsmitglied und der niedersächsische Parteichef Armin Paul Hampel zur Abschaffung der Kirchensteuer und zum Austritt aus der Kirche aufgerufen. Mit dem Satz „In dem Verein sollte keiner von uns mehr Mitglied sein“ fand Hampel viel Zustimmung unter den Deligierten. Bereits am Freitag machte der baden-württembergische AfD-Vorsitzende Jörg Meuthen auf Facebook öffentlich, über einen Kirchenaustritt nachzudenken. Wenige Tage zuvor war AfD-Mitbegründer Konrad Adam aus der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau (EKHN) ausgetreten.

Grund für den Unmut: Im Vorfeld des Parteitages hatten sich die Kirchen widerholt kritisch über die Politik der AfD geäußert und sich unter dem Motto „Unser Kreuz hat keine Haken“ an den Protesten von schätzungsweise insgesamt 30.000 Demonstranten gegen den Parteitag beteiligt.

Die Forderung Hampels nahm SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz zum Anlass, sich in Briefen an den Vorsitzenden der Bischofskonferenz, Reinhard Kardinal Marx, und den Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland, Heinrich Bedford-Strohm, zu wenden.

Schulz nannte die Aussagen auf dem AfD-Parteitag einen „ungeheuerlichen Angriff auf die Kirche“, die Vorwürfe der Partei seien „unfassbar und abscheulich“. Die AfD habe auf dem Parteitag in Köln gezeigt, dass es ihr um Spaltung, Provokation und rechten Populismus gehe. Schulz dankte den Kirchen für ihre „klare Haltung“ gegen Ausgrenzung und Hass.

AfD weist Schulz-Kritik zurück

Die AfD reagierte am Dienstag auf Schulz' Äußerungen. Hampel teilte über einen Sprecher mit: „Meine Forderung, die Kirchensteuer nicht mehr durch den Staat einziehen zu lassen, scheint in den Finanzabteilung der beiden Amtskirchen und sogar bei den Sozis eingeschlagen zu haben. Selbst Sozialistenchef Martin Schulz, der bisher durch christliche Tugenden eher wenig in Erscheinung trat, fühlt sich bemüßigt, den Führern der Amtskirchen, die genauso abgehoben sind wie er, im Wahlkampf beizuspringen.“

Der „Euro-Diätenmillionär“ Schulz verkenne hier Ursache und Wirkung. „Wenn ein Bischof Marx und der EKDler Bedford-Strohm einer demokratisch legitimierten Partei ihre Rechte und auch ihre Würde absprechen, dann geht das am christlichen Verständnis des Anderen völlig vorbei.“ Genau wie „unsere Blockparteien“ hätten beide Kirchenführungen den Kontakt zu ihren Schäfchen längst verloren. Lms, pro 25

 

 

 

Kopten-Bischof ortet Gewalt in Asylunterkünften

 

Rund 6.000 koptische Christen sind in den vergangenen drei Jahren in die Bundesrepublik geflohen, während in Ägypten Gewalt und Aggression von Islamisten gegen Christen wieder zunehmen. Das sagte der koptische Bischof in Deutschland, Anba Damian, der in Freiburg erscheinenden Zeitschrift „Herder Korrespondenz“. Der Bischof beklagt überdies, dass Christen in deutschen Asylunterkünften von Muslimen bedroht würden. Es komme zu Übergriffen oder muslimischen Zwangsmissionierungen. „Manche Christen verstecken in den Heimen ihre wahre Religion, ihr Kreuz, weil sie Angst haben vor Angriffen durch Mitbewohner“. 

Anba Damian mahnt zudem eine Reform der islamischen Lehre in Ägypten zu mehr Toleranz gegenüber anderen Religionen an. Um die akute Bedrohung der christlichen Minderheit durch islamistische Anschläge zu verhindern, müsse Kairo die religiöse Erziehung im Schulunterricht und in den Moscheen überprüfen. Menschen würden nicht als Terroristen geboren. „Es sind die Lehren, die das Verhalten der Menschen beeinflussen können."

Im Zusammenleben von Muslimen und Christen in Ägypten gebe es keine Probleme mit Menschen, sondern mit Ideologien, erklärte der Bischof. Wenn die Menschen einer religiösen Ideologie anhängen, „die ihr Verhalten negativ beeinflusst und unser Leben belastet, kann es kein Zusammenleben geben." Eine Predigt könne das Verhalten der Bewohner eines ganzen Stadtviertels beeinflussen. Viele Ägypter seien noch immer Analphabeten und nähmen ideologische Predigten undifferenziert auf. Wenn die Prediger Hass predigten, könne das dazu führen, das die Zuhörer „mit Benzinkanistern, Feuer und Schlagstöcken auf uns Kopten als 'Ungläubige'" losgingen.

Forderung nach besserem rechtlichen Schutz

Damian mahnte zudem einen besseren rechtlichen Schutz für die christliche Minderheit in Ägypten an. Zwar gehe es den Kopten dort unter dem Präsidenten Abdel Fatah al-Sisi besser als unter dessen Vorgänger Mohammed Mursi, sagte er. „Aber die Aggressionen der Islamisten gegen die Christen haben enorm zugenommen." Daher sei mehr konkreter wie rechtlicher Schutz eine dringende Notwendigkeit. „Die koptischen Kirchen dürfen nicht immer wieder zum Ziel derartiger Attentate werden", betonte Damian.

Die Kopten sind die größte christliche Gemeinschaft in Ägypten. In Deutschland gibt es acht koptische Gemeinden, zwei Bistümer und zwei Klöster.

(kna/domradio 24.04.)