Notiziario religioso  12-25  febbraio  2018

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Il messaggio del Papa per la Quaresima 2018    

 

Città del Vaticano - «Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12). Questo il tema del messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2018. Di seguito pubblichiamo integralmente il testo

 

Cari fratelli e sorelle, ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione», che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.

Anche quest’anno, con il presente messaggio, desidero aiutare tutta la Chiesa a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia; e lo faccio lasciandomi ispirare da un’espressione di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (24,12).

Questa frase si trova nel discorso che riguarda la fine dei tempi e che è ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, proprio dove avrà inizio la passione del Signore. Rispondendo a una domanda dei discepoli, Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo.

I falsi profeti

Ascoltiamo questo brano e chiediamoci: quali forme assumono i falsi profeti?

Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!

Altri falsi profeti sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. E’ l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene.

Un cuore freddo

Dante Alighieri, nella sua descrizione dell’inferno, immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio; egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?

Ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10); ad essa segue il rifiuto di Dio e dunque di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti. Tutto ciò si tramuta in violenza che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese.

Anche il creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte.

L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità: nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho cercato di descrivere i segni più evidenti di questa mancanza di amore. Essi sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario.

Cosa fare?

Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi i segnali appena descritti, ecco che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.

Dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi, per cercare finalmente la consolazione in Dio. Egli è nostro Padre e vuole per noi la vita.

L’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! Come vorrei che, in quanto cristiani, seguissimo l’esempio degli Apostoli e vedessimo nella possibilità di condividere con gli altri i nostri beni una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa. A questo proposito faccio mia l’esortazione di san Paolo, quando invitava i Corinti alla colletta per la comunità di Gerusalemme: «Si tratta di cosa vantaggiosa per voi» (2 Cor 8,10). Questo vale in modo speciale nella Quaresima, durante la quale molti organismi raccolgono collette a favore di Chiese e popolazioni in difficoltà. Ma come vorrei che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?[6]

Il digiuno, infine, toglie forza alla nostra violenza, ci disarma, e costituisce un’importante occasione di crescita. Da una parte, ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario e conoscono i morsi quotidiani dalla fame; dall’altra, esprime la condizione del nostro spirito, affamato di bontà e assetato della vita di Dio. Il digiuno ci sveglia, ci fa più attenti a Dio e al prossimo, ridesta la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame.

Vorrei che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa Cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!

Il fuoco della Pasqua

Invito soprattutto i membri della Chiesa a intraprendere con zelo il cammino della Quaresima, sorretti dall’elemosina, dal digiuno e dalla preghiera. Se a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori, essa non lo è nel cuore di Dio! Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare.

Una occasione propizia sarà anche quest’anno l’iniziativa “24 ore per il Signore”, che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di adorazione eucaristica. Nel 2018 essa si svolgerà venerdì 9 e sabato 10 marzo, ispirandosi alle parole del Salmo 130,4: «Presso di te è il perdono». In ogni diocesi, almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive, offrendo la possibilità della preghiera di adorazione e della Confessione sacramentale.

Nella notte di Pasqua rivivremo il suggestivo rito dell’accensione del cero pasquale: attinta dal “fuoco nuovo”, la luce a poco a poco scaccerà il buio e rischiarerà l’assemblea liturgica. «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito», affinché tutti possiamo rivivere l’esperienza dei discepoli di Emmaus: ascoltare la parola del Signore e nutrirci del Pane eucaristico consentirà al nostro cuore di tornare ad ardere di fede, speranza e carità.

Vi benedico di cuore e prego per voi. Non dimenticatevi di pregare per me.

Papa Francesco

 

 

In cammino verso Pasqua…

 

Quaranta è il tempo di una generazione. Il Diluvio Universale è durato quaranta giorni e quaranta notti. La flagellazione, secondo la legge mosaica, prevedeva quaranta colpi. È un periodo di prova e isolamento, vi ricordate che, per alcune malattie, si veniva messi in quarantena? Nella liturgia cattolica le quaranta ore sono il periodo che intercorre tra la morte di Gesù, il venerdì alle quindici, e la sua risurrezione, la domenica mattina.

La storia della Quaresima è davvero antica, anche se la sua evoluzione è stata graduale, infatti, sino al II secolo, la celebrazione della Santa Pasqua era anticipata da un digiuno che non durava più di due giorni, ed era riservato soprattutto ai catecumeni oltre che alla comunità tutta. È nel secolo successivo che inizia ad abbozzarsi quella che poi diverrà la Settimana Santa, la settimana della Passione di N.S.G.C., anche se per ora i due giorni interessati erano il mercoledì e il venerdì, dove non si celebrava neppure l’Eucarestia. Nelle settimane di preparazione era letto e commentato il Vangelo di Giovanni, il più ricco di spiritualità e di riferimento alla Passione e Risurrezione di Gesù. Dobbiamo arrivare al IV secolo perché s’inizi a parlare di Quadragesima, dove i fedeli si sottoponevano a un periodo di penitenza che durava, appunto, quaranta giorni e che iniziava con l’imposizione delle ceneri e con l’utilizzo di un sacco che fungeva da abito, segno di penitenza. Poco prima del VI secolo, il mercoledì diviene giorno dedicato alla somministrazione delle ceneri, e il rito è esteso a tutta la cristianità. Le settimane di Quaresima si allungano a sei, dando un carattere ascetico e non solo penitenziale.   Oliviero Spada, Mci Mühlacker

 

 

 

Mons. Follo: Implorare di essere purificati. VI Domenica del Tempo Ordinario

  

1) Signore: “Purificami”

Il brano di vangelo di questa domenica ci propone  la guarigione di un malato di lebbra[1]. L’evangelista San Marco anche con questo miracolo vuol far comprendere agli ascoltatori di allora e di oggi che Gesù Cristo è Figlio di Dio.

In effetti, il lebbroso per essere sanato non usa il verbo “guariscimi”, ma si mette in ginocchio, come si fa davanti a un Signore e lo supplica dicendo: “Se vuoi, purificami”. Chiede di essere purificato, cioè di vedere la sua pelle e la sua carne integra, ma anche di essere perdonato dai suoi peccati, liberato da tutto ciò che lo tiene lontano da Dio e dagli uomini.

Questo atteggiamento è da avere solo con Dio, che solo può purificare dal peccato provocato la malattia.

Per capire questa affermazione, che può sembrare assurda, prendiamo brevemente in esame la prima lettura della Messa di oggi. Il brano scelto propone una parte del capitolo 13 del Levitico. In questo capitolo, è descritta la tipologia della lebbra, includendo in maniera piuttosto larga forme diverse di malattie della pelle, di cui molte guaribili. Nel capitolo 14 è presentato il rituale della purificazione dei lebbrosi e delle case infette.

Dunque, da una parte, il Levitico afferma che i Sacerdoti erano i competenti ad esaminare l’ammalato e a diagnosticarne il contagio dichiarandolo “immondo” (Lev 13, 3), d’altra parte questo libro, nel capitolo 14, lo stesso sacerdote è poi preposto a certificare l’eventuale la guarigione (Lev 14, 1-4). Nelle società antiche le norme precauzionali erano effettivamente l’unica difesa possibile verso malattie contagiose, soprattutto se inguaribili; di qui le dure norme esposte nei vv. 45-46: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: – Immondo! Immondo! – Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”.

Il lebbroso è dunque un impuro, colpito da Dio a causa di un’impurità fisica e morale: lui è un intoccabile e deve vivere al bando della società.

Ciò fa capire perché, al tempo di Gesù, i lebbrosi erano davvero degli “inavvicinabili”, degli intoccabili – un’immagine di ciò che il peccato fa nell’uomo. Davanti al grido di aiuto del lebbroso, che riconosce in Gesù l’inviato di Dio per curare anche i lebbrosi, Gesù risponde con la sua “compassione” divina: tende la mano, lo tocca – diventando Lui stesso impuro secondo la legge – e gli dice: “Lo voglio, sii purificato”.

È su questo sfondo che il racconto evangelico acquista un significato preciso: Gesù tocca un intoccabile. Il Regno di Dio non tiene conto delle barriere del puro e dell’impuro: le supera. Non esistono uomini da accogliere e uomini da evitare, uomini vicini e uomini lontani, uomini con diritti e uomini senza diritti. Tutti sono amati da Dio. Tutti sono chiamati, e la prassi evangelica deve essere il segno di questo amore divino che non fa differenze.

 

2) La purezza.

Qual è la concezione biblica della purezza? Per non annoiare con un lungo esame dei testi biblici a questo riguardo, mi soffermo ancora sulla prima lettura presa da Levitico[2], nella quale si dice in cosa incorre chi diventa impuro. In questo libro come ho accennato nel primo paragrafo, quando qualcuno manifestava dei sintomi che potevano essere ricondotti alla lebbra, proprio perché la lebbra è una malattia infettiva, immediatamente veniva dichiarato dal sacerdote “impuro”. La conseguenza era che doveva stare solo fuori dall’accampamento.

Gli ebrei, come gli antichi popoli orientali, consideravano “puro” tutto ciò che apparteneva all’ambito del sacro e favoriva il culto a Dio. Ritenevano invece “impuro” tutto ciò che si opponeva al sacro ed era di ostacolo al culto. Una simile distinzione non riguardava però la sfera morale della persona, ma solo le condizioni necessarie per essere ritenuti idonei o no al culto e per essere inseriti nella vita della comunità (un lebbroso ne era escluso).

Al tempo della vita terrena di Gesù, era in vigore questa distinzione tra puro e impuro, sostenuta dal gruppo dei farisei. Ma Cristo insegna a dare il primato alla purezza interiore, che ha il suo centro nel cuore dell’uomo, da dove può uscire ciò che veramente contamina la sua esistenza (Cfr Mt 15,10-20; Mc 7,14-23). Anche noi, sull’esempio di Gesù, dobbiamo privilegiare la purezza interiore e morale: la purezza del cuore

Essere puri di cuore vuol dire, soprattutto, essere santi e sinceri.

Il santo non è un superuomo. Il santo è un uomo vero, restituito alla sua verità perché purificato dal peccato. Il santo è una persona vera, che si mette in ginocchio davanti a Cristo, ne riconosce la sua divinità, implora di essere purificata dalla sua misericordia  e vive del suo amore puro che condivide con il prossimo. Santo è colui che – nonostante le sue debolezze, anzi proprio a causa di esse e per la consapevolezza del proprio nulla – sa di aver bisogno di essere convertito e rialzato, guarito e salvato da Cristo, ogni giorno. Per questo il santo è  colui che Lo segue con perseveranza e con cuore saggio ed intelligente lungo il cammino. Lungo la via che è Cristo stesso.

Santo è colui che segue Cristo con sincerità.

La sincerità è lo specchio di verità delle altre virtù. La persona santa manifesta la sua verità nella sincerità. Questa è la virtù che garantisce la verità delle relazioni con Dio e con il prossimo.  La sincerità è la trasparenza del cuore.  La mancanza di sincerità oscura la nostra vocazione di servitori di Dio. Il fondamento della sincerità è stare alla presenza di Dio che è la trasparenza della Verità. Gesù era sincero. Le persone sapevano come era il suo cuore. “Sappiamo che sei veritiero” (Mt 22,16). La sua sincerità era stampata nei suoi occhi.

Dunque imitiamo Cristo nella sua sincerità e con semplicità e lealtà siamo fedeli al suo Cuore che custodisce il nostro cuore e facciamo nostra questa preghiera: “O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora” (Colletta della VI domenica per anno).

  

3) Sincerità e verginità.

“Che dolce gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze,  conosce perfettamente la fragilità della nostra natura. Di che cosa dunque dovrei avere paura?” (Santa Teresa di Gesù Bambino, Vergine e Dottore della Chiesa)

“La castità è sincerità, perciò la migliore protezione per la castità è non nascondere nulla”

(Santa Madre Teresa di Calcutta)

Una testimonianza attuale della verità delle affermazione delle due Sante è la vita delle vergini consacrate. Queste donne si donano completamente a Cristo e il loro amore purificato e santificato dalla consacrazione diventa la visibilità dell’amore di Dio. Come Dio ama sinceramente, senza secondi fini, senza chiedere niente in cambio, perché Lui ama a gioia di donare, così le vergini consacrate amano sinceramente Dio è il prossimo, per donarsi a Dio e per donare castamente al prossimo l’Amore santo di cui vivono.

“Totalmente consacrate a Dio, sono totalmente consegnate ai fratelli, per portare la luce di Cristo là dove più fitte sono le tenebre e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati. Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: è un dono di Dio, un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo” (Papa Francesco). Zenit

 

 

 

 

Sanità. Don Angelelli (Cei): “Riaffermare la dignità di ogni persona perché nessuno si senta abbandonato”

 

Domenica 11 febbraio la XXVI Giornata mondiale del malato sul tema “Ecco tuo figlio... Ecco tua madre". Intervista a tutto campo con don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei - Giovanna Pasqualin Traversa

 

Declinare l’idea della salute “in modo integrale”, riaffermare sempre la dignità della persona, restituire ai medici il ruolo di “protagonisti del processo terapeutico”, valorizzare il ruolo delle strutture sanitarie cattoliche. Sono alcune delle priorità indicate da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, alla vigilia della Giornata mondiale del malato 2018 che si celebra domenica 11 febbraio.

Don Angelelli, anzitutto quali sollecitazioni dal messaggio del Papa?

Il tema e il messaggio per questa Giornata ci ricordano un legame inscindibile tra Gesù, sua madre Maria e la comunità degli uomini. In Giovanni ogni uomo è affidato a Maria e curato da Lei. È un testo di ampio respiro e di grande sollecitazione, che contiene parole forti, di sostegno e di indirizzo.

Francesco ricorda la vocazione materna della Chiesa e definisce la pastorale della salute “compito necessario ed essenziale”. Come vi sentite interpellati?

Ci sentiamo incoraggiati ad un sempre maggiore impegno. Ogni comunità cristiana può diventare una comunità sanante, capace di farsi carico delle fragilità dei fratelli e sorelle. Si parla molto di pastorale integrata: il Papa ci dice che in questo scenario la pastorale della salute può svolgere un servizio determinante.

Ridimensionamento della spesa sanitaria, abbandono delle cure da parte di 11 milioni di italiani, cambiamenti nello “statuto” della medicina… Quale ruolo per la Chiesa e le sue strutture sanitarie?

La Chiesa italiana in questa fase storica si trova a svolgere un ruolo di difesa delle istanze dei più fragili. Il paradigma economico in sanità è una prospettiva pericolosa, perché se da una parte è doveroso andare verso una sanità economicamente sostenibile, dall’altra non dobbiamo dimenticare che tutti, sempre, hanno diritto ad essere curati. L’Italia adotta ancora un sistema universalistico di accesso alle cure, ma che lo è sempre meno. Credo che non ci sia bisogno ancora di nuovi fondi, quanto piuttosto che ci siano ampi margini per spendere “meglio”. Nel bilancio della sanità voci come medicina difensiva, corruzione e sprechi non hanno nulla di sanitario, ma drenano risorse per alcuni miliardi di euro l’anno. Lo Stato può intervenire e “curare” meglio il suo modo di spendere. Le strutture sanitarie cattoliche e d’ispirazione cristiana sono chiamate a coniugare questo paradigma:

un reale accesso alle cure per tutti, un’attenzione amorevole nel prendersi cura dell’altro, una piena trasparenza e sostenibilità economica.

Cosa le dice l’immagine di Chiesa come “ospedale da campo” e quale dovrebbe essere l’identikit di una struttura sanitaria cattolica?

L’ospedale da campo rimanda a un’idea di emergenza, di grande capacità di mobilitazione, in cui tutti vengono accolti e tutti vengono curati. Esiste una dimensione nelle opere della Chiesa, caratteristica dei grandi fondatori: la dimensione profetica. I fondatori degli ordini religiosi con carisma assistenziale hanno letto nella realtà quotidiana una necessità del popolo di Dio, dei loro fratelli e sorelle fragili, e hanno risposto con generosità. Oggi le strutture sanitarie cattoliche sono chiamate a rileggere profeticamente i bisogni dell’uomo e rispondere con coraggio e generosità. È inoltre necessaria una maggiore vicinanza e condivisione di buone pratiche, una capacità di fare rete, nel rispetto delle identità di ciascuna opera, ma anche per creare sostegno reciproco.

Il Papa non si stanca di mettervi in guardia dal rischio aziendalismo…

La specificità delle strutture di cura cattoliche sta nell’unire una sana gestione economica, necessaria, con una missione di cura evangelizzatrice, con un bisogno di un nuovo annuncio del Vangelo che passa anzitutto dal contrasto della cultura dello scarto, attraverso una capacità di farsi carico amorevolmente della cura dell’altro.

Alcuni pensano che avendo dei buoni bilanci si possa fare una buona sanità. Penso il contrario: se faccio una buona sanità avrò dei buoni bilanci, cioè la mia opera sarà sostenibile economicamente.

In Italia abbiamo molti esempi di strutture cattoliche virtuose che hanno raggiunto questo obiettivo. Mi auguro che divengano modelli generativi, imitati e condivisi.

Priorità ed “emergenze” della sanità in Italia?

Le priorità sono molte, a partire da una nuova visione dell’idea stessa di salute, che deve essere declinata in modo integrale. Ho la sensazione che si vada verso modelli di accesso alle cure che creano ulteriori discriminazioni tra ricchi e nuovi poveri, tra i “produttivi” e i “fuori mercato”.

Dobbiamo riaffermare la dignità della persona, sempre, quale che sia la sua condizione, perché nessuno si senta solo o abbandonato.

C’è anche necessità che i medici tornino ad essere protagonisti del processo terapeutico, stabilendo una nuova alleanza relazionale con il paziente; nel rispetto dei reciproci ruoli, della professionalità del medico come della capacità di autodeterminazione del paziente, il dialogo alla ricerca del bene integrale della persona è la linea guida di ogni buon percorso di cura. Chiediamo anche rispetto e valorizzazione per il ruolo sussidiario che svolgono le strutture sanitarie cattoliche rispetto alla sanità pubblica: senza di queste saremmo tutti più poveri, più malati e più soli.

Che cosa può fare la Chiesa per aiutare le famiglie impegnate in prima persona h24 nell’assistenza dei propri cari malati cronici o gravemente disabili?

La sanità pubblica sta modificando i modelli e i processi di cura, spostandoli nei percorsi domiciliari. Non è sbagliato che la persona possa essere curata senza essere ospedalizzata, purché sia curata. Nell’ambito dell’assistenza domiciliare c’è molto da costruire. Si è ottenuto un risparmio economico riducendo i giorni di degenza, ma si è spostato sulle famiglie il costo delle cure successive. La pastorale della salute si sta radicando sempre più sul territorio, nelle parrocchie, dove ci sono le maggiori emergenze, che vanno dagli anziani soli ai malati cronici. La sfida che ci attende è il consolidamento di comunità parrocchiali sananti e solidali, capaci di farsi carico dei fratelli più fragili. Sir 10

 

 

 

Santa Sede: “Su integrazione e disarmo nucleare passi indietro”

 

“E’ arrivato il momento di accelerare il percorso verso la cultura dell’integrazione e dell’accettazione reciproca. Il fatto che si spari a degli immigrati perché sono di colore diverso, o di cultura diversa o di religione diversa è un segno di poca saggezza”. Isabella Ciotti

 

Monsignor Silvano Maria Tomasi, arcivescovo e segretario del dicastero della Santa Sede per lo Sviluppo umano integrale, parla così della sparatoria di sabato 3 febbraio a Macerata, con la quale il 28enne Luca Traini ha colpito e ferito sei giovani nigeriani del posto. L’ultimo atto di un’opera d’integrazione malriuscita, in un Paese che ha cambiato volto ma senza riuscire del tutto ad accettarlo.

“L’Italia e l’Europa stanno diventando delle comunità pluralistiche, con persone, culture, espressioni di stili di vita molto diversi – continua Tomasi -; dobbiamo imparare a vivere assieme nella diversità, ad accettare le persone per il valore che hanno come tali”.

Abbiamo fatto un passo indietro, quindi.

Per vivere assieme servono valori e atteggiamenti del cuore e della mente che aprano alla comprensione reciproca e all’accettazione come persone di uguale dignità; valori e atteggiamenti che consentano di partecipare alla vita pubblica con gli stessi diritti e doveri e di costruire un’identità comune più ricca.

Diplomatico vaticano di lungo corso, monsignor Tomasi ricopre, tra gli altri, l’incarico di delegato del Papa sulle politiche di disarmo nucleare, e lo stesso Dicastero di cui è membro è stato promotore, lo scorso novembre, della Conferenza internazionale sulla proibizione degli armamenti atomici. Anche questo, come l’integrazione, è un tema oggi molto discusso, nella rinata competizione tra chi avrebbe il famoso “bottone rosso” maggiormente a portata di mano. Tema che è tornato a impensierire il Vaticano, oltre che tutta la comunità internazionale.

Anche l’Italia ha un suo arsenale.

Abbiamo 50 bombe atomiche tra Aviano, in Friuli, e la Sicilia, dove sono in custodia “per conto” della Nato. Certo, un incidente può sempre verificarsi, o qualche persona con uno scarso equilibrio mentale può fare esplodere una bomba, generando una reazione a catena su cui non avremmo alcun controllo.

L’amministrazione Trump ha appena rivisto la sua strategia nucleare. Qual è il suo giudizio?

La nuova politica dell’amministrazione Usa mi pare faccia un passo indietro rispetto a quella del governo precedente, che era invece orientato a ridurre il numero di testate atomiche. Con il rinnovamento dell’arsenale e lo sviluppo di nuove tecnologie per produrre bombe a effetto ridotto – quindi potenzialmente utilizzabili come armi convenzionali – il rischio è che si accetti l’idea di ricorrere all’atomica in caso di emergenza. Con le conseguenze che sappiamo: la distruzione, oltre che di obiettivi militari, dell’ambiente e di persone innocenti.

Cosa fare allora?

Per il benessere della famiglia umana, bisogna eliminare questi ordigni di distruzione di massa. È un’affermazione che può sembrare un po’ idealistica, che rimanda a qualcosa di irraggiungibile, ma se non abbiamo degli obiettivi chiari e precisi – anche se alti –  su cui lavorare, rischiamo di perdere la corsa. Dobbiamo lavorare per un dialogo costruttivo, tra persone e tra Stati, per evitare conflitti che non sappiamo dove portino.

Quale messaggio per i leader internazionali?

L’obiettivo oggi dev’essere quello di fermare la corsa agli armamenti e di smettere di dissipare energie e risorse necessarie per il benessere della popolazione. Invece di spendere cifre da capogiro per nuovi armamenti sarebbe bene investirli per costruire ospedali, scuole, per aiutare i giovani a trovare lavoro. Per creare una società più serena e costruttiva, invece di correre dietro alle armi per affermare un potere che andrebbe lasciato alle singole comunità. AffInt 8

 

 

 

CEI: un sussidio per la Quaresima    

 

Roma - È online il sussidio per il tempo di Quaresima e Pasqua, curato dall’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI, disponibile sul sito dedicato ed è liberamente consultabile e scaricabile. Un «umile strumento» - scrive nella presentazione il segretario generale mons. Nunzio Galantino -  pensato per «contribuire a rendere le nostre celebrazioni luogo in cui si possa sperimentare la bellezza e la tenerezza di Dio, Padre misericordioso».

«La colonna di fuoco è la splendida immagine biblica che il canto dell’Exultet riprende dalla grandiosa narrazione di Esodo 14 – scrive il presule – lettura fondamentale della Veglia pasquale. Essa condensa il ricordo della fuoriuscita dall’Egitto: un popolo reso schiavo, senza dignità, scopre la possibilità di un nuovo cammino».

«Il tempo della Quaresima è il tempo favorevole – prosegue mons. Galantino - il vescovo – che il sussidio intende aiutare a riscoprire, in tutta la sua pregnanza ed essenzialità. Senza prospettare gesti appariscenti, tali da soddisfare il gusto dell’esteriorità propagandistica, viene proposta la densità quotidiana di un percorso di conversione, fondato sull’ascolto della Parola di Dio, sulla ripresa di una liturgia autentica “seria, semplice e bella”, sulla capacità di tutto il popolo di Dio di unire le voci per cantare le lodi di Dio, non per esibirsi su un palcoscenico mediatico, ma perché vive della presenza del Signore. Il fuoco dello Spirito che oggi ci guida non è un fuoco distruttore: è una luce gentile, che splende nella notte, e che offre a tutti percorsi nuovi. Impariamo a seguirla!». Mo 7

 

 

 

 

50 anni di Sant’Egidio. Impagliazzo: “L’augurio? Essere sempre una comunità in uscita”

 

Partono i festeggiamenti per i 50 anni della Comunità di Sant’Egidio, fondata nel Sessantotto da Andrea Riccardi e oggi presente in oltre 70 Paesi del mondo. Il primo appuntamento è a Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano, per una celebrazione presieduta dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Ma è solo la prima di tante altre feste nei Paesi in cui è presente: dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina. Intervista al presidente Marco Impagliazzo - M. Chiara Biagioni

 

È il popolo delle tre P: preghiera, pace e povertà. È diffuso oggi in oltre 70 Paesi del mondo. 60mila persone di tutte le età e condizioni sociali. È una grande foto di famiglia quella che ritrae la Comunità di Sant’Egidio: quest’anno compie 50 anni. Nacque infatti a Roma nel 1968, a Trastevere, nel cuore di Roma. A fondarlo Andrea Riccardi e un gruppo di giovani che, in piena rivoluzione studentesca, scoprirono nelle pagine del Vangelo un’energia di cambiamento che partiva dai cuori. Venne come conseguenza naturale prima l’impegno per i poveri, poi per la pace – perché “la guerra è la madre di tutte le povertà” – e poi la scoperta della forza della preghiera perché laddove falliscono gli uomini, può operare lo Spirito della pace. È lo “Spirito di Assisi” che, dal 1986, Sant’Egidio porta ogni anno in tutte le città d’Europa, radunando nell’unica invocazione a Dio uomini di tutte le fedi religiose, ai quali nel tempo si sono uniti anche rappresentanti del mondo politico e della cultura. Sant’Egidio è conosciuta oggi nel mondo per il suo lavoro di dialogo, per i processi di pace avviati in più punti del pianeta, per il suo impegno nelle periferie più povere delle città e ultimamente anche per il progetto dei corridoi umanitari che insieme alle Chiese evangeliche sta portando avanti in Italia, Francia e in Belgio. La “Festa” del suo 50° è a San Giovanni in Laterano dove a presiedere la Messa c’è il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Il Sir ha intervistato Marco Impagliazzo, presidente oggi della Comunità.

Sant’Egidio nasce nel pieno della contestazione sessantottina. Quale fu in quel contesto la scintilla che portò alla sua fondazione?

Sant’Egidio emerge in un contesto storico di grande contestazione da parte dei giovani occidentali, europei e americani, alle strutture fondamentali della società, alla famiglia, alla Chiesa, alla scuola, alle forze armate, alle istituzioni in genere. Una contestazione nella quale Sant’Egidio nasce senza porsi né a favore né contro ma dentro questi rivolgimenti maturando una convinzione molto chiara:

la vera rivoluzione, quella che porta frutto, è la rivoluzione del cuore e non primariamente delle strutture della società.

Quindi la domanda di cambiamento riguarda innanzitutto la vita personale interrogata dal Vangelo e dalla Parola di Dio. Questa fu la scelta, né di contrapporsi né di farsi trascinare ma vivere all’interno di un movimento per recepirne le esigenze di cambiamento, a partire da se stessi.

Da questo movimento è nato un popolo. Il popolo di Sant’Egidio. Quali sono oggi le caratteristiche che vi contraddistinguono?

Una prima caratteristica è quella di aver superato tante frontiere, culturali e sociali, cioè di non aver posto confini a questo popolo, di non aver insistito su una nazione piuttosto che un’altra ma di lavorare per un mondo unito e una fraternità universale. D’altronde l’essere nati a Roma ci ha dato questa caratteristica tipica della Chiesa di Roma che è Chiesa universale, Chiesa che presiede nella carità. E poi il secondo tratto che ci caratterizza è che nel popolo di Sant’Egidio ci sono i poveri.

I poveri non sono clienti della Chiesa,

non sono assistiti dalla Comunità ma fanno parte integrante della Chiesa. Ne sono i tesori, come diceva san Lorenzo. E quindi le persone delle periferie sia delle grandi città europee che del mondo.

Viviamo in un mondo in cui si arriva ad uccidersi solo per il colore della pelle. In un contesto così, qual è la missione di Sant’Egidio oggi?

La missione è quella di indicare le strade per creare una società del vivere insieme in pace nel mondo globalizzato. L’uomo e la donna globalizzati sono spaventati, hanno paura di un mondo che è diventato troppo grande. Reagiscono male di fronte alla diversità, alla presenza di persone che vengono da altre culture, da altri contesti e da altre regioni. Si tratta, allora, di lavorare, invece, per una conoscenza reciproca molto approfondita, per conoscere la vita degli altri e andargli incontro, perché l’unica alternativa allo scontro è vivere e promuovere una cultura dell’incontro.

Sfogliando l’album della famiglia di Sant’Egidio, qual è stato il momento più doloroso e quale quello più bello?

Momenti dolorosi ce ne sono stati tanti. Credo che quello più forte sia stata

la scoperta della guerra.

Noi siamo nati in una generazione che grazie a Dio, qui in Occidente, le è stata risparmiata la sofferenza della guerra. Ma l’abbiamo conosciuta direttamente sulla pelle delle persone di tanti nostri giovani che, per esempio, in Mozambico morivano per la guerra negli anni Ottanta. La tragedia della guerra ci ha interrogato e ci ha fatto assumere una responsabilità di cristiani che prendono un’iniziativa per la pace secondo la beatitudine: beati gli operatori di pace. C’è un’energia di pace nelle comunità cristiane e in ogni cristiano che va messo a frutto. Quindi la guerra è stato il trauma più grande che abbiamo conosciuto.

E il momento più bello?

Sicuramente la pace in Mozambico è stata la gioia più grande che abbiamo provato. Ci arrivammo dopo due anni e mezzo di trattative. Una guerra che aveva fatto un milione di morti. Fu un successo pieno. La pace regge fino ad oggi ed ha fatto del Mozambico uno dei Paesi più sviluppati dell’Africa. Perché la guerra è la madre di tutte le povertà. Invece con la pace può rinascere tutto.

La vicenda Mozambico dimostra che la pace è sempre possibile.

Dimostra che la pace è possibile e che la pace può essere cercata ovunque. Anche nei contesti più difficili.

Lei è il presidente della Sant’Egidio. Formuli lei gli auguri più belli?

A Sant’Egidio auguro di essere sempre una comunità in uscita e di vivere la gioia del Vangelo, come ci chiede Papa Francesco. sir

 

 

 

 

CEI: il concorso "TuttixTutti" Una gara di solidarietà   

 

Roma - “Anche quest’anno sarà un successo per tutti”. È lo slogan che promuove il concorso per le parrocchie TuttixTutti, promosso dalla CEI, che riparte da oggi, 1 febbraio.

Ogni parrocchia potrà parteciparvi iscrivendosi online su www.tuttixtutti.it, creando un gruppo di lavoro, ideando un progetto di solidarietà e organizzando un incontro formativo per promuovere il sostegno economico alla Chiesa cattolica.

La novità principale dell’edizione 2018, l’ottava, è la durata del concorso che passa da 3 a 4 mesi; le parrocchie avranno così un mese in più a disposizione per preparare ed inviare le proprie candidature ed organizzare gli incontri formativi. Le iscrizioni saranno aperte dal 1° febbraio mentre la proclamazione dei vincitori avverrà il 30 giugno.

Dieci i premi, compresi tra €1.000 e €15.000, ai progetti di solidarietà che saranno giudicati più meritevoli (in abbinamento con gli incontri formativi organizzati).

“Nelle sette precedenti edizioni siamo rimasti colpiti dalla fantasia e dallo spirito d’iniziativa delle parrocchie che hanno aderito al bando nazionale – afferma Matteo Calabresi, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica – presentando progetti di utilità sociale a sostegno delle più svariate situazioni di disagio e fatica emergenti dal territorio. Lo scorso anno sono state ben 453 le parrocchie iscritte, con migliaia di persone coinvolte e centinaia di progetti presentati. I vincitori hanno potuto avviare iniziative utili a tutta la comunità come nel caso del progetto presentato dalla Parrocchia San Lazzaro di Lecce, 1° premio edizione 2017, che ha realizzato uno spazio socio-lavorativo per italiani e stranieri in grave emarginazione, o, tra le altre proposte, l’avviamento dell’orto sociale, ideato dalla Parrocchia SS. Trinità di Scalea che si è aggiudicata il 2° premio, con il coinvolgimento di nonni, adulti e giovani; od anche il 3° classificato, la parrocchia San Simpliciano di Milano, che ha pensato ad un servizio per persone senza fissa dimora che, grazie al sostegno della comunità parrocchiale, potranno sentirsi finalmente a casa. Mi auguro che, anche quest’anno, le parrocchie partecipino numerose al nostro concorso per offrire risposte tangibili alle esigenze della collettività.” Mo 1

 

 

 

 

Pellegrino di pace e di riconciliazione

 

Il viaggio del Papa in Cile e Perù preceduto da disordini e proteste. Poveri, diritti umani e ambiente. Una tappa verso il Sinodo sull’Amazzonia 

 

  Era iniziato in salita il viaggio del Papa in Cile e in Perù, con gli incendi ad alcune chiese cattoliche e lettere di minaccia, con l’occupazione della Nunziatura a Santiago, dove le proteste per i costi del viaggio si sono sommate al ricordo delle reticenze della Chiesa negli anni della dittatura di Pinochet. Un campo minato nel quale Papa Francesco si è mosso ascoltando le vittime della dittatura, incontrando gli indios Mapuche e i popoli indigeni, sia in Cile che in Perù. Paesi nei qualii sono forti le discriminazioni sociali, la crescente povertà di settori della popolazione, le questioni della corruzione e difesa dell’ambiente.

  Il Pontefice è andato nei due Paesi sudamericani, ancora segnati dalle ferite delle dittature, come pellegrino di riconciliazione e di speranza. Non si è sottratto alle contestazioni, incominciando a Santiago, capitale della Repubblica cilena, dove ha espresso “dolore e vergogna per gli abusi sui minori”, compiuti anche da sacerdoti e monsignori, esortando ad “impegnarci perché ciò non si ripeta”.

  Poi ha invitato ad ascoltare le suppliche dei bisognosi, impegno che “assume grande valore in questa Nazione dove la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia, mettendo a rischio “la capacità di … una sana apertura al bene comune”. Frase detta alla Presidente Michelle Bachelet, figlia di un Generale ucciso dopo il golpe di Pinochet.

  La capacità di ascolto di chi soffre significa attenzione ai disoccupati, ai migranti “che bussano alle porte di questo Paese in cerca di miglioramenti”, ai giovani da “proteggere dal flagello della droga”, agli anziani e ai bambini, agli indigeni, onde rispettarne i diritti e salvaguardarne la cultura. Necessario, perciò, ostacolare “l’irruzione del potere economico contro gli eco-sistemi naturali, e quindi contro il bene comune dei nostri popoli”.

  Una “saggezza dei popoli che può risultare di grande sostegno”, in quanto “da loro possiamo apprendere che non c'è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello che vi è connesso”. E fa comprendere che una nazione, disinteressata ai problemi del territorio e dei suoi abitanti, non può svilupparsi. Sapienza che il Cile possiede e può far ridurre “la concezione meramente consumistica dell’esistenza”.

  Al Parque O'Higgins, periferia di Santiago, durante l’omelia ha fatto sue le parole di “quel grande Pastore (Card. Raul Silva Henriquez), che, nel 1977, disse: 'Se vuoi la pace, lavora per la giustizia'  E se qualcuno ci domanda: 'Cos'è la giustizia?'; o se per caso pensa che consista solo nel 'non rubare', gli diremo che esiste un'altra giustizia: quella che esige che ogni uomo sia trattato come uomo'. Cardinale che aveva invitato i fedeli a “tessere un futuro di pace”, cioè “ad andare incontro a chi si trova in difficoltà, a chi non è stato trattato come persona, come un degno figlio di questa terra”.  Cioè “vincere grandi o sottili meschinità e ambizioni, che nascono dalla pretesa di crescere e farsi un nome, di acquistare prestigio a spese degli altri… L'operatore di pace sa che non basta dire: non faccio del male a nessuno, perché, va molto bene non fare il male, ma è molto male non fare il bene. Costruire la pace … stimola la nostra creatività per dar vita a relazioni capaci di vedere nel mio vicino non un estraneo, uno sconosciuto, ma un figlio di questa terra”.

    Evidente, in queste parole di papa Bergoglio, il riferimento alle frasi di Donald Trump su Haiti ed El Salvador, da lui definiti “paesi cesso”. Concetto papale, nettamente in contrapposizione con le idee liberali del Capo di Stato americano e di Pedro Pablo Kuczynski, Presidente del Perù, seconda tappa del viaggio del Papa, dichiaratosi ovviamente contrario al fatto che il Pontefice parlasse di diritti umani.

  Inoltre al Papa della “enciclica “Laudato si’” sta molto a cuore anche la salvaguardia del creato. Per la prima volta un Pontefice ha messo piede in Amazzonia, prima tappa verso il Sinodo speciale da lui convocato proprio sull’Amazzonia per l’inizio del 2019.

  Questi i temi salienti del ventiduesimo viaggio internazionale di Papa Francesco, del quale i mass media hanno riportato di più le contestazioni iniziali e alcuni fatti marginali, come lo stupefacente matrimonio, compiuto in aereo che lo portava in Perù, tra lo steward Carlos, di 41 anni, e l’hostess Paula, di 39, fino allora coniugati solo civilmente. Durante il volo, erano andati da Bergoglio a chiedere una benedizione, ed avevano detto di volersi sposare con rito religioso, magari da lui “in futuro”. Il Pontefice ha reagito, chiedendo “Volete sposarvi? Siete sicuri? Vi sposo subito”. Tra la sorpresa e la gioia di tutto equipaggio.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Papa Francesco: Cosa è l’omelia? Udienza generale del 7 febbraio

 

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.35 nell’Aula Paolo VI, dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando la catechesi sulla Santa Messa, ha incentrato la sua meditazione sulla Liturgia della Parola: II. Vangelo e omelia. Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Quindi ha rivolto un appello per la Giornata Mondiale di Preghiera e riflessione contro la Tratta che ricorre domani nella memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita e per la XXIII edizione delle Olimpiadi Invernali che si aprono a PyeongChang, in Corea del Sud, venerdì 9 febbraio.

L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Eravamo arrivati alle Letture. Il dialogo tra Dio e il suo popolo, sviluppato nella Liturgia della Parola della Messa, raggiunge il culmine nella proclamazione del Vangelo. Lo precede il canto dell’Alleluia – oppure, in Quaresima, un’altra acclamazione – con cui «l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo».[1] Come i misteri di Cristo illuminano l’intera rivelazione biblica, così, nella Liturgia della Parola, il Vangelo costituisce la luce per comprendere il senso dei testi biblici che lo precedono, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. In effetti, «di tutta la Scrittura, come di tutta la celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza».[2] Sempre al centro c’è Gesù Cristo, sempre. Perciò la stessa liturgia distingue il Vangelo dalle altre letture e lo circonda di particolare onore e venerazione.[3] Infatti, la sua lettura è riservata al ministro ordinato, che termina baciando il libro; ci si pone in ascolto in piedi e si traccia un segno di croce in fronte, sulla bocca e sul petto; i ceri e l’incenso onorano Cristo che, mediante la lettura evangelica, fa risuonare la sua efficace 2 parola. Da questi segni l’assemblea riconosce la presenza di Cristo che le rivolge la “buona notizia” che converte e trasforma. E’ un discorso diretto quello che avviene, come attestano le acclamazioni con cui si risponde alla proclamazione: «Gloria a te, o Signore» e «Lode a te, o Cristo». Non ci alziamo per ascoltare il Vangelo ma è Cristo che ci parla, lì. E per questo noi stiamo attenti, perché è un colloquio diretto. E’ il Signore che ci parla. Dunque, nella Messa non leggiamo il Vangelo per sapere come sono andate le cose, ma ascoltiamo il Vangelo per prendere coscienza che ciò che Gesù ha fatto e detto una volta; e quella Parola è viva, la Parola di Gesù che è nel Vangelo è viva e arriva al mio cuore. Per questo ascoltare il Vangelo è tanto importante, col cuore aperto, perché è Parola viva. Scrive sant’Agostino che «la bocca di Cristo è il Vangelo. Lui regna in cielo, ma non cessa di parlare sulla terra».[4] Se è vero che nella liturgia «Cristo annunzia ancora il Vangelo»,[5] ne consegue che, partecipando alla Messa, dobbiamo dargli una risposta. Noi ascoltiamo il Vangelo e dobbiamo dare una risposta nella nostra vita. Per far giungere il suo messaggio, Cristo si serve anche della parola del sacerdote che, dopo il Vangelo, tiene l’omelia.[6] Raccomandata vivamente dal Concilio Vaticano II come parte della stessa liturgia,[7] l’omelia non è un discorso di circostanza – neppure una catechesi come questa che sto facendo adesso -, né una conferenza neppure una lezione, l’omelia è un’altra cosa. Cosa è l’omelia? E’ «un riprendere quel dialogo che è già aperto tra il Signore e il suo popolo»,[8] affinché trovi compimento nella vita. L’esegesi autentica del Vangelo è la nostra vita santa! La parola del Signore termina la sua corsa facendosi carne in noi, traducendosi in opere, come è avvenuto in Maria e nei Santi. Ricordate quello che ho detto l’ultima volta, la Parola del Signore entra dalle orecchie, arriva al cuore e va alle mani, alle opere buone. E anche l’omelia segue la Parola del Signore e fa anche questo percorso per aiutarci affinché la Parola del Signore arrivi alle mani, passando per il cuore. Ho già trattato l’argomento dell’omelia nell’Esortazione Evangelii gaudium, dove ricordavo che il contesto liturgico «esige che la predicazione orienti l’assemblea, e anche il predicatore, verso una comunione con Cristo nell’Eucaristia che trasformi la vita».[9] Chi tiene l’omelia deve compiere bene il suo ministero – colui che predica, il sacerdote o il diacono o il vescovo -, offrendo un reale servizio a tutti coloro che partecipano alla Messa, ma anche quanti l’ascoltano devono fare la loro parte. Anzitutto prestando debita attenzione, assumendo cioè le giuste disposizioni interiori, senza pretese soggettive, sapendo che ogni predicatore ha pregi e limiti. Se a volte c’è motivo di annoiarsi per l’omelia lunga o non centrata o incomprensibile, altre volte è invece il pregiudizio a fare da ostacolo. E chi fa l’omelia deve essere conscio che non sta facendo una cosa propria, sta predicando, dando voce a Gesù, sta predicando la Parola di Gesù. E l’omelia deve essere ben preparata, deve essere breve, breve! Mi diceva un sacerdote che una volta era andato in un’altra città dove abitavano i genitori e il papà gli aveva detto: “Tu sai, sono contento, perché con i miei amici abbiamo trovato una chiesa dove si fa la Messa senza omelia!”. E quante volte noi vediamo che nell’omelia alcuni si addormentano, altri chiacchierano o escono fuori a fumare una sigaretta… Per questo, per favore, che sia breve, l’omelia, ma che sia ben preparata. E come si prepara un’omelia, cari sacerdoti, diaconi, vescovi? Come si prepara? Con la preghiera, con lo studio della Parola di Dio e facendo una sintesi chiara e breve, non deve andare oltre i 10 minuti, per favore. Concludendo possiamo dire che nella Liturgia della Parola, attraverso il Vangelo e l’omelia, Dio dialoga con il suo popolo, il quale lo ascolta con attenzione e venerazione e, allo stesso tempo, lo riconosce presente e operante. Se, dunque, ci mettiamo in ascolto della “buona notizia”, da essa saremo convertiti e trasformati, pertanto capaci di cambiare noi stessi e il mondo. Perché? Perché la Buona Notizia, la Parola di Dio entra dalle orecchie, va al cuore e arriva alle mani per fare delle opere buone. _________________________________

[1] Ordinamento Generale del Messale Romano, 62. [2] Introduzione al Lezionario, 5. [3] Cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 60 e 134. [4] Sermone 85, 1: PL 38, 520; cf. anche Trattato sul vangelo di Giovanni, XXX, I: PL 35, 1632; CCL 36, 289 [5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 33. [6] Cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 65-66; Introduzione al Lezionario, 24-27. [7] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 52. [8] Esort. ap. Evangelii gaudium, 137. [9] Ibid., 138. Zenit 7

 

 

 

Una giornata di preghiera per la pace nel mondo il 23 febbraio   

 

Città del Vaticano - Papa Francesco è molto preoccupato della situazione in Congo, il Sud Sudan e in tutti quei Paesi dove sono presenti focolai di guerra. Ieri, al termine della preghiera mariana dell’Angelus, in Piazza San Pietro, ha lanciato un nuovo appello per la pace e ha indetto una giornata di preghiera e digiuno per il 23 febbraio prossimo. Il pontefice, come fece già nel 2013 per la Siria, chiama i cristiani, ma anche i fedeli delle altre religioni, alla preghiera e al digiuno nel primo venerdì di Quaresima.

“Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo – ha detto -  invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima. La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan”. Un appello rivolto anche ai “fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme. Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, ‘risana i cuori affranti e fascia le loro ferite’ (Sal 147,3). Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: ‘Che cosa posso fare io per la pace?’. Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente ‘no’ alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti! Raffaele Iaria

 

 

 

Papa Francesco su Fake news e giornalismo

 

Messaggio del Papa per Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Ecco il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 13 maggio

 

Cari fratelli e sorelle, nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: “Le comunicazioni sociali al servizio della verità”). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei media tradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici. L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni. La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

2. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech e media company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali. Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile: «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi. In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

3. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2). Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

4. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace. Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale. Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona: Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace. Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione. Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi. Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle. Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo: dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto; dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia; dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza; dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione; dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà; dove c’è superficialità, fa’ poniamo interrogativi veri; dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia; dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto; dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità. Amen. Francesco

 

 

 

Proposte per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia: un documento delle associazioni cattoliche   

 

Roma - La crisi dei migranti che attraversa oggi l’Europa mette in luce una crisi profondala crisi dei valori comuni su cui l’Unione si dice fondata, e la questione delle migrazioni sembra essere diventata un banco di prova importante delle politiche europee e nazionali.

Lo scrivono in una nota alcune associazioni cattoliche impegnate a vario titolo nell’ambito delle migrazioni e che sentono la necessità di aprire uno spazio di confronto in cui dare voce alle esigenze di convivenza civile e di giustizia sociale che individuano come prioritarie, per il bene di tanti uomini e donne di cui si impegnano a promuovere i diritti e la dignità.

Il documento sarà presentato, nel corso di una conferenza stampa, l’8 febbraio a Roma presso l’Istituto Sturzo. I rappresentanti degli enti firmatari interverranno presentando il documento sottoscritto e l’agenda dei punti sulle migrazioni, su cui chiamano ad esprimersi i diversi schieramenti politici che si presentano al prossimo appuntamento elettorale.

Al documento hanno aderito Acli, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS Onlus), Associazione Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica, Centro Astalli, Centro Missionario Francescano Onlus (Ordine dei Frati Minori Conventuali), CNCA, Comboniani, Comunità Sant'Egidio, Conferenza Istituti Missionari Italiani, Federazione Salesiani per il Sociale, Fondazione Casa della carità, Fondazione Somaschi, FUCI, Gioventù Operaia Cristiana (GiOC), Istituto Sturzo, Movimento dei Focolari Italia, Paxchristi, Vides Italia. Dip 1

 

 

 

 

Conferenza antisemitismo. Martinez: le religioni si prendano per mano. “Chi è contro l’uomo, è contro Dio”

 

Si è svolta a Roma, presso il ministero degli Affari Esteri, la “Conferenza internazionale sulla responsabilità di Stati, istituzioni e individui nella lotta contro l'antisemitismo nell'area Osce”, evento che si inserisce nel contesto delle iniziative per il Giorno della memoria e sancisce l’inizio della presidenza italiana dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per il 2018. Intervista a Salvatore Martinez - M. Chiara Biagioni

 

“Il nemico contro cui lottare non è soltanto l’odio, in tutte le sue forme ma, ancor più alla radice, l’indifferenza; perché è l’indifferenza che paralizza e impedisce di fare quel che è giusto anche quando si sa che è giusto”. Si è aperto con questo monito il discorso che Papa Francesco ha rivolto questa mattina (29 gennaio) nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla responsabilità degli Stati, delle Istituzioni e degli Individui nella lotta all’antisemitismo e ai crimini connessi all’odio antisemitico. La Conferenza che si è tenuta oggi a Roma presso il ministero degli Affari esteri ed è stata organizzata dal ministro Alfano nel quadro della presidenza italiana Osce 2018, in collaborazione con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane e la Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea. Una giornata intensa di lavori in cui i partecipanti si sono confrontati sulla responsabilità dei legislatori e dei dipendenti pubblici; sul ruolo della religione; sulla sfida delle piattaforme digitali; sul compito degli educatori e dello sport. Abbiamo chiesto un bilancio dell’iniziativa a Salvatore Martinez che recentemente è stato nominato dal ministro Alfano rappresentante personale della presidenza italiana in esercizio Osce 2018 per la “lotta a razzismo, xenofobia e discriminazione”.

Il Papa ha parlato di odio ma anche d’indifferenza chiedendo di “fermentare una cultura della responsabilità, della memoria e della prossimità”. Come sono state recepite queste sue parole?

Odio e indifferenza sono due parole strettamente connesse. Bisogna stare attenti perché se indifferenza significa silenzio, incapacità di cogliere i drammi della storia e le urgenze del tempo, se significa non avere più orrore dinanzi al male, è chiaro che

la coscienza è deteriorata e odio, razzismo, discriminazione e antisemitismo sono sinonimi di una condizione umana degenerata.

La causa dell’antisemitismo ritorna oggi attuale ed è per questo che la presidenza italiana in esercizio Osce 2018 la pone all’inizio di questo suo cammino. È un tema che indubbiamente sfida gli Stati che compongono l’Osce, perché forme di discriminazione religiosa e d’intolleranza quali la xenofobia e il razzismo sono molto più diffusi di quanto si possa immaginare. Siamo sinceramente preoccupati nel vedere che i giovani sono il più delle volte totalmente estranei a questi argomenti anche perché la loro sensibilità religiosa, in un tempo neopagano in cui Dio è escluso, è fortemente compromessa.

Oggi la presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, Noemi di Segni, ha detto che l’antisemitismo c’è e se un tempo veniva propagato da soggetti istituzionali ben definiti e con un’attenta pianificazione, oggi la propagazione dell’odio viaggia sui “tasti pigiati con velocità e spensieratezza”. Come combattere la nuova sfida del messaggio virale?

Il Papa ha usato un’altra parola: responsabilità coniugata alla memoria. È chiaro che il concetto di memoria non è soltanto legato all’esercizio del ricordare ma è la capacità di costruire nuovi processi di pace, giustizia sociale, tolleranza e rispetto. Certo, è purtroppo un dato oggettivo il fatto che

i social network sono sempre più allettati alla propagazione del male e alla facilitazione di forme d’intolleranza, insubordinazione, vilipendio della religione.

Bisognerebbe che ci fosse un ethos decisamente più allertato rispetto a queste emergenze perché le conseguenze sono sotto ai nostri occhi. Faccio un esempio concreto: oggi il bullismo non è più soltanto una forma di sopraffazione verso un giovane più debole rispetto al branco. È diventato e lo conosciamo sempre più nelle forme di bullismo razziale e religioso per cui si discrimina anche in nome dell’appartenenza a una religione.

A quali piste concrete il governo italiano sta lavorando?

La prima è che la presidenza italiana all’Osce ha deciso d’iniziare questo suo cammino indicendo questa Conferenza sull’antisemitismo in concomitanza con il Giorno della memoria. Speriamo che diventi una tradizione anche per le presidenze successive. Certamente proporremo un evento sul tema della discriminazione cristiana e musulmana. C’è poi un altro anniversario e sono i 70 anni della dichiarazione dei diritti dell’uomo che vorremmo rileggere alla luce dell’attualità. La presidenza italiana si impegnerà poi di giungere al Consiglio ministeriale di dicembre a Milano a chiusura di questo anno con alcune proposte sul tema dei diritti umani che possano essere ratificate con il consenso degli Stati che appartengono all’Osce.

È vero, come qualcuno oggi ha detto, che da Roma è partita un’alleanza dei popoli contro ogni forma di razzismo e antisemitismo?

Parlerei di un forte segnale a condizione però che siano le nuove generazioni a segnare il passo. E a patto che in un mondo globalizzato, le religioni abbiano la responsabilità di prendersi per mano, camminare insieme, non auto-discriminarsi e rendere onore a Dio perché chi rende onore a Dio rende onore all’uomo. Chi è contro l’uomo, è contro Dio. La domanda “Dov’è Dio? Dov’è l’uomo?” è ricorsa continuamente in questa giornata. Partire dai diritti umani, direi di più dal cuore dei diritti che è la libertà religiosa, credo che sia un grande atto di amore per la vita degli Stati, un segno di speranza. Sir 29

 

 

 

 

Da Lima all'Italia un ponte di fede

 

ROMA - Si è concluso il viaggio di Papa Francesco in Cile e Perù. «Uniti per la speranza», il motto del viaggio in Perù, ultima tappa iniziata lo scorso 18 gennaio. Un motto fatto proprio dalla comunità peruviana che vive in Italia. Un viaggio che è «un grande Kairos per la Chiesa peruviana e la società tutta», ha detto il coordinatore Migrantes per la pastorale con i peruviani in Italia, padre Ermes Campos, spiegando che alla vigilia e nei giorni del viaggio hanno pregato molto per questa visita nelle circa quaranta cappellanie presenti nel Paese. Lo stesso sacerdote ha visitato diverse città dove la presenza dei peruviani è consistente. «Desideriamo che il viaggio apostolico del Papa sia molto fecondo per la popolazione dello Stato latinoamericano ma anche per i peruviani e latinoamericani che vivono in Italia e in tanti altri Paesi del mondo», evidenziava prima di partire per il Perù. Un viaggio per «rafforzare la speranza: il nostro popolo è un popolo che crede, che soffre e che aspetta. Il Pontefice sa – spiega il sacerdote – che la terra peruviana è fertile, è un Paese ricco di santi, patria del grande profeta latinoamericano Santo Toribio di Mogrovejo, che ha dato impulso a tre “Concili Limensi”, cercando l’unità, la speranza latinoamericana, tradotto la Bibbia al Quechua, perché gli indios potessero capire la Parola e viverla. Perù, terra di santa Rosa da Lima, prima santa del Perù e del continente americano, terra di san Martino di Porres, il santo della carità senza limiti e senza misura, san Giovanni Macias e suora Ana de los Angeles». Papa Francesco.  Giorni intensi quelli trascorsi per le comunità latinoamericane e in particolare in quelle peruviane per questo evento molto atteso e molto seguito. Nel nostro Paese vivono oggi oltre 103mila peruviani di cui oltre 60mila donne. E come ogni comunità i peruviani hanno portato con loro la devozione al loro patrono, il Señor de Los Milagros (Il Signore dei Miracoli), celebrato ogni anno anche nelle comunità sparse nel mondo. Il Señor de Los Milagros è stato dichiarato patrono dei peruviani residenti e dei migranti nel 2005. Una memoria popolare che da secoli ha lasciato un segno indelebile. Per le strade di Lima va in scena una processione con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. E nei Paesi in cui i migranti peruviani hanno messo radici si svolgono cerimonie analoghe, a testimonianza di una fede radicata e che non soffre le distanze dalla terra di origine. Così anche quest’anno migliaia di persone hanno sfilato per le strade di diverse città italiane camminando pregando e cantando dietro l’immagine del Cristo miracoloso. In Perù c’è anche una forte presenza di italiani: oltre 33mila di cui 17mila donne. Raffaele Iaria, Mo 22

 

 

 

Verso le elezioni. Migrazioni. Dalle associazioni cattoliche sette proposte alla politica

 

Un'agenda in sette punti da presentare ai candidati alle elezioni del 4 marzo per uscire dalla logica emergenziale e ripensare con progettualità il fenomeno migratorio - Giovanna Pasqualin Traversa

 

1. Riforma della legge sulla cittadinanza,

2. nuove modalità di ingresso in Italia,

3. regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”,

4. abrogazione del reato di clandestinità,

5. ampliamento della rete Sprar,

6. valorizzazione e diffusione delle buone pratiche,

7. effettiva partecipazione alla vita democratica.

Sono i sette punti del documento programmatico elaborato da 18 tra associazioni ed enti cattolici impegnati a vario titolo nell’ambito delle migrazioni che, in vista delle elezioni del 4 marzo, verrà sottoposto ai candidati al Parlamento. Uscire dalla logica emergenziale per ripensare con progettualità il fenomeno migratorio – cruciale per il futuro dell’Italia e dell’Europa – e costruire una comunità civile inclusiva e solidale, insomma giusta e umana, è l’obiettivo di questa agenda presentata alla stampa oggi, 8 febbraio, presso l’Istituto Sturzo di Roma, uno degli enti firmatari, dai rappresentanti di alcune delle associazioni che l’hanno sottoscritta.

 “Non possiamo stare zitti: in questo Paese ci sono storie e pratiche di positività e solidarietà, tanta sapienza che si scontra con un impianto legislativo arretrato. Troppi ‘cittadini di fatto’ non sono riconosciuti tali dall’ordinamento. Noi non siamo con gli slogan ‘accogliamoli tutti o nessuno’: in questo periodo di battaglia elettorale dobbiamo ridare urgenza, con pacatezza e mitezza, ad un fenomeno strutturale che non è un problema ma una risorsa se si affronta con capacità e intelligenza”, esordisce don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità.

“Parliamo di circa 900mila ragazzi nati da genitori stranieri e cresciuti nel nostro Paese, italiani di fatto ma non di diritto, che vivono una cittadinanza dimezzata”, avverte Antonio Russo, responsabile welfare Acli. La riforma della normativa sulla cittadinanza, regolata dalla legge 5 febbraio 1992, n. 91, “è urgente e non può essere considerata alla stregua di altre riforme”. Di qui l’auspicio che il nuovo Parlamento “si impegni ad approvare la riforma” e si riduca da 10 a 5 anni “il periodo necessario alla naturalizzazione”.

Daniela Pompei (Comunità Sant’Egidio), presenta il secondo punto dell’agenda, chiedendo “nuove modalità di ingresso in Italia più flessibili ed efficienti”. Tre, in sintesi, le proposte: vie legali per entrare nel nostro Paese;  un immediato ritorno del decreto flussi per arrivare fino a proposte più ampie e organiche di modifica del testo unico sull’immigrazione; reintroduzione del sistema delle sponsorizzazioni.

Trasformare il permesso di soggiorno per richiedenti asilo in permesso di soggiorno “per comprovata integrazione” da parte di chi ha svolto un percorso “fruttuoso” di formazione e integrazione è la proposta di Flavia Cerino del Movimento Focolari.

Per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, occorre ampliare la rete Sprar, che deve tornare sotto un effettivo controllo pubblico, e creare al suo interno un unico percorso di accoglienza integrata. Nel sottolineare che solo mille sul totale dei 7.900 Comuni italiani hanno risposto al progetto di accoglienza diffusa, Ripamonti sostiene la necessità che essa vada “programmata e ampliata uscendo dalle logiche emergenziali e dagli interessi della politica locale”.

Claudio Gnesotto, presidente di Ascs onlus, e Giovanni D’Andrea, presidente di Salesiani per il sociale, presentano buone pratiche di integrazione avviate nelle loro realtà. Gnesotto parla di Casa Scalabrini 634, centro di accoglienza a Torpignattara per persone uscite dagli Sprar ed esempio di integrazione tra rifugiati, migranti e comunità locale. Oltre 100 quelle accolte, 85 delle quali hanno trovato una casa e un’occupazione. “Come salesiani – ha detto invece D’Andrea – abbiamo 1.079 giovani in servizio civile, 29 di loro con permesso di soggiorno”.

“Siamo convinti che sia necessario concedere il diritto di elettorato attivo e passivo agli immigrati titolari di permesso di soggiorno”.

 

Non ha dubbi Matteo Truffelli, presidente nazionale di Azione Cattolica: “Anche loro devono sentirsi non separati in casa”; inoltre “non è legittimo chiedere il pagamento delle tasse a chi non ha diritto di cittadinanza”. Più in generale, il presidente di Ac chiede “a tutte le forze politiche di parlare alla testa, non alla pancia degli elettori”. A conclusione prende di nuovo la parola don Colmegna, che sulla richiesta di abrogazione del reato di immigrazione clandestina contenuta nell’agenda chiosa: “Non ne abbiamo parlato perché è scontato che questo reato sia ingiusto, inefficace e controproducente. Va cancellato al più presto”.Il documento, che da oggi è possibile sottoscrivere inviando un’e-mail a agendamigrazioni@gmail.com verrà presentato a tutti i candidati. Già fissati i primi due appuntamenti sul territorio: il 20 febbraio a Milano nella sede Acli e il 26 febbraio a Catania. Sir

 

 

 

 

 

Dem Leben neuen Sinn geben. Am Aschermittwoch beginnt die vierzigtägige Fastenzeit

 

Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Am Aschermittwoch – in diesem Jahr am 14. Februar – beginnt die vierzigtägige Fastenzeit, mit der sich katholische Christen auf das Fest der Auferstehung Jesu von den Toten (Ostern) vorbereiten. Zum Beginn dieser „österlichen Bußzeit“ wird nach alter Tradition den Gottesdienstbesuchern als äußeres Zeichen der Bußgesinnung das Aschenkreuz aufgelegt.

 

Seinen Namen hat der „Aschermittwoch“ von der Praxis öffentlicher Buße, wie sie die Kirche einstmals kannte: Die Büßer legten ein Bußgewand an und wurden mit Asche bestreut. Schon in der Antike und im Alten Testament war Asche Symbol der Nichtigkeit und Vergänglichkeit. Im 10. Jahrhundert entfiel dann die öffentliche Kirchenbuße. Was blieb, war der Ritus der Aschenbestreuung. Etwa seit Ende des 11. Jahrhunderts wurde dazu die Asche der im Vorjahr am Palmsonntag benutzten Palmzweige verwandt.

 

Bis zum heutigen Tag lassen sich katholische Christen im Aschermittwoch-Gottesdienst mit Asche ein Kreuz auf die Stirn zeichnen – sichtbares Zeichen für die Vergänglichkeit allen Lebens: „Bedenke, Mensch, dass du Staub bist und wieder zum Staub zurückkehrst.“ Der Aschermittwoch ist neben dem Karfreitag heute auch der einzige vorgeschriebene strenge Fast- und Abstinenztag in der katholischen Kirche. An ihm soll sich der Gläubige gemäß der kirchlichen Bußpraxis nur einmal satt essen und auf Fleischspeisen verzichten.

 

In der Fastenzeit lädt die Kirche alle Gläubigen ein, sich durch Buße und Umkehr auf die Feier des Todes und der Auferstehung Christi vorzubereiten. Bereits das Konzil von Nicäa (325) kannte eine vierzigtägige Vorbereitungszeit auf das Fest der Auferweckung Jesu von den Toten. Vorbild hierfür war Jesus selbst, der nach der Taufe im Jordan 40 Tage auf Nahrung verzichtete, wie die Evangelisten Matthäus und Lukas berichten.

 

Ursprünglich stand nicht der Aschermittwoch, sondern der sechste Sonntag vor Ostern am Anfang der „Quadragesima“. Doch die Kirche konnte sich den Sonntag nur als Festtag vorstellen, an dem man folglich auch nicht fastete. So wurde offenbar schon im sechsten oder siebten Jahrhundert der Beginn der Fastenzeit vom sechsten Sonntag vor Ostern auf den vorhergehenden Mittwoch festgelegt. Die 40 Tage waren damit gewahrt. Sie spielen schon im Alten Testament eine große Rolle: Vierzig Tage verbrachte Mose auf dem Berg, um Gottes Gebote entgegenzunehmen. Vierzig Tage wanderte Elia fastend und betend durch die Wüste, bis er am Horeb Gott in geheimnisvoller Weise erfahren durfte.

 

Viele Christen beginnen am Aschermittwoch zeichenhaft und ganz bewusst ihre „Fastenzeit“, indem sie sich beispielsweise in freier Entscheidung vornehmen, bis Ostern auf Alkohol, Rauchen oder Süßigkeiten zu verzichten. In ihren Weisungen zur kirchlichen Bußpraxis unterstreichen die deutschen Bischöfe ausdrücklich den Sinn eines solchen besonderen persönlichen Fastenopfers. Sie sehen die Bedeutung der Fastenzeit darin, sich selbst und den eigenen Lebensstil so zu ändern, „dass durch Besinnung und Gebet, heilsamen Verzicht und neue Sorge füreinander, Christus wieder mehr Raum in unserem Leben gewinnt“. Die Bischöfe heben besonders Wert und Zeugnis des gemeinsamen Freitagsopfers hervor, das verschiedene Formen annehmen könne: Verzicht auf Fleischspeisen, der nach wie vor sinnvoll und angemessen sei, spürbare Einschränkung im Konsum, besonders bei Genussmitteln, Dienste und Hilfeleistungen für den Nächsten. Durch Fasten, Gebet, Umkehr und Buße sollen die Christen ihrem Leben neuen Sinn geben. Nicht zuletzt laden die Bischöfe zum Empfang des Bußsakramentes ein. Bpf

 

 

 

 

Helfende Zuwendung. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Die Diskussion um die Beihilfe zum Suizid hat uns die letzten Monate begleitet und wird sich wohl in diesem Jahr zuspitzen, zumal Gerichtsurteile und politische wie ethische Aussagen bestimmte Vorverständnisse bis hin zur Ideologisierung vermuten lassen.

 

Der Diskussionsprozess im Kontext dieses Problems berührt höchst bedeutsame existentielle Fragen des menschlichen Lebens. Es wäre ein Unding, würden wir sie an Politiker und Parteien abgeben. Ganz im Gegenteil ist es notwendig, vom christlichen Glauben her Orientierung und Position zu finden, denn das Sterben ist die letzte große Lebensaufgabe, die der Mensch zu bewältigen hat.

 

Im Grundsätzlichen einmütig haben sich Vertreter beider großer Kirchen in der Debatte engagiert zu Wort gemeldet. Ihre Position lässt sich auf eine einfache Formel bringen: Jede Hilfe beim Sterben, keine Hilfe zum Sterben.

Das allgemein eingeforderte Sterben in Würde kann doch nur bedeuten, Art und Weise des Sterbens würdevoll zu gestalten. Entsprechend erfreulich ist der in den letzten Jahren zunehmend allgemeine politische Konsens, den palliativ-medizinischen Bereich in Deutschland entschieden ausbauen zu wollen und dadurch die helfende Zuwendung zum schwerkranken und sterbenden Menschen zu fördern.

Vor allem misstraut die katholische Kirche dem offenbar weit verbreiteten Wunsch nach einem selbstbestimmten Sterben, dem Wunsch, über den Zeitpunkt des eigenen Todes entscheiden zu können. Einfache Appelle wie „mein Tod gehört mir“ oder „Selbstbestimmung bis zuletzt“ sind plakativ und helfen nicht weiter. Dahinter steckt oft nicht nur die Angst vor einem schmerzvollen, womöglich von der Intensivmedizin sinnlos hinausgezögerten Sterbeprozess. Stimmen aus Theologie und Kirche beklagen, dass hinter diesem Wunsch häufig auch ein falsches Autonomieverständnis steht, demnach man um jeden Preis verhindern möchte, anderen zur Last zu fallen, von anderen in der Endphase seines Lebens abhängig zu werden.

Weil das Leben indes ein Geschenk Gottes ist, hat kein Mensch das Recht, über seinen eigenen Tod zu verfügen. Das von Gott geschenkte Leben lässt sich nicht einfach zurückgeben. Das geschenkte Leben bis zu seinem Ende zu leben und auch das Sterben zu leben, ist vielmehr Ausdruck der wahren Selbstbestimmung des Menschen. Und so kann es der „Katechismus der Katholischen Kirche“ (in Nr. 2277) auf den Punkt bringen: „Eine Handlung oder eine Unterlassung, die von sich aus oder der Absicht nach den Tod herbeiführt, um dem Schmerz ein Ende zu machen, ist ein Mord, ein schweres Vergehen gegen die Menschenwürde und gegen die Achtung, die man dem lebendigen Gott, dem Schöpfer, schuldet.“

Tatsächlich gibt es ethische Grundeinstellungen, die für die katholische Kirche nicht verhandelbar sind und niemals sein werden. Andernfalls würde sie dem „Evangelium des Lebens“ untreu.

 

In Diskussionen höre ich mitunter den Einwand, durch Gesetze, Normen und Weisungen werde der Mensch von außen gelenkt und fremdbestimmt. Das Gegenteil ist der Fall. Denn der Mensch hat seine einzigartige Würde, die unser Grundgesetz „unantastbar“ nennt, weil er Abbild Gottes ist. Nur in lebendiger Beziehung zu seinem Urbild vermag sich das Abbild wirklich zu entfalten, kommt das Gewissen zu seiner vollen Würde und Bedeutung. Das Gesetz im Inneren des Gewissens, von dem das Zweite Vatikanische Konzil spricht, wird durch die Stimme Gottes nicht verfremdet, sondern entfaltet und gedeutet.

 

Als Christinnen und Christen sind wir dazu berufen, Zeuginnen und Zeugen Jesu Christi zu sein, der sich als „Weg, Wahrheit und Leben“ (Joh 14, 6) mitgeteilt hat. Es ist unsere Berufung, den Menschen zu helfen, sich Gott zu öffnen, seinen Ruf zu vernehmen und seiner Botschaft zu folgen. Damit wir dieser Berufung gerecht werden können, bedürfen wir zunächst selbst der Stärkung und Schärfung unseres eigenen Gewissens, auf dass wir uns im Diskurs dieser Gesellschaft deutlich und eindeutig verhalten sowie helfende Zuwendung anbieten.

Und wir brauchen viele katholische Christinnen und Christen, die sich in der Politik engagieren und ihre Grundüberzeugung in die Debatten einbringen, profiliert, klar und unmissverständlich.

In der andauernden Auseinandersetzung über die „Sterbehilfe“ können wir zeigen, welch Geistes Kinder wir sind. „Bonifatiusbote“ vom 4. Februar 2018

 

 

 

 

Papst: Mangel legaler Einreisemöglichkeiten nährt Menschenhandel

 

Sie lesen ihre Opfer entlang der Migrationsrouten auf: Menschenhändler. Mehr Einsatz gegen das perfide Verbrechen hat der Papst bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch gefordert. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

„Ich lade alle - Bürger und Institutionen - dazu ein, ihre Kräfte zu vereinen, um dem Menschenhandel vorzubeugen und den Opfern Schutz und Hilfe zu gewähren“, appellierte Franziskus nach seiner Katechese anlässlich des Weltgebetstages für die Opfer von Menschenhandel am Donnerstag: „Beten wir alle dafür, dass der Herr die Herzen der Menschenhändler bekehren möge. Das ist so ein hässliches Wort, ,Menschenhandel‘ – möge der Herr all jenen, die unter dieser beschämenden Plage leiden, die Hoffnung geben, ihre Freiheit wiederzuerlangen.“

Franziskus lenkte den Blick auf die Ursachen des Phänomens, das unter anderem durch den Mangel legaler Einreisemöglichkeiten verstärkt wird – ein Wink mit dem Zaunpfahl auch an die Europäische Union und deren Einwanderungspolitik.

„Weil diesen Menschen wenige Möglichkeiten regulärer (Einreise-)Kanäle zur Verfügung stehen, lassen sich viele Migranten auf andere Wege ein, wo sie oft Missbräuche jeder Art erwarten, Ausbeutung und Versklavung. Die kriminellen Menschenhandel-Organisationen benutzen diese Migrationsrouten, um ihre Opfer zwischen den Migranten und Flüchtlingen zu verstecken.“

Menschenrechtsorganisationen berichten immer wieder davon, wie systematisch und professionell das Geschäft der Schlepper und Händler heute organisiert ist; die Erträge aus dem Menschenhandel sind heute teils höher als die aus dem Drogengeschäft. Dabei wird schon in den Heimatländern der Migranten gezielt nach Opfern Ausschau gehalten.

Der „Internationale Tag des Gebets und der Reflexion gegen den Menschenhandel“ wird am 8. Februar zum vierten Mal begangen. Franziskus ließ ihn 2015 einführen und legte ihn auf den Gedenktag der sudanesischen Heiligen Josephine Bakhita. In diesem Jahr lautet das Leitwort „Migration ohne Menschenhandel. Ja zur Freiheit! Nein zum Menschenhandel!“ vn 7

 

 

 

Papst-Kenner: Franziskus betreibt eine Geopolitik der Barmherzigkeit

 

Die diplomatische Tätigkeit von Papst Franziskus ist geprägt von der ständigen Suche nach Lösungen, um die Konflikte und Probleme der Menschen zu beseitigen. Das schreibt der Leiter der Jesuitenzeitschrift „La Civiltà Cattolica“, Pater Antonio Spadaro, in seinem neuen Buch. Mario Galgano und Alessandro Gisotti – Vatikanstadt

 

„Die neue Welt von Franziskus. Wie der Vatikan die globale Politik ändert“, so lautet der Titel des neuen Werkes. Bei der Buchvorstellung am Donnerstagabend sagt der Autor, dass Franziskus eine „aktive Diplomatie“ fördere. Er scheue sich nicht, unbeliebte Politiker zu treffen, wenn es der Lösung von Problemen nützlich sein könne. In den vergangenen Tagen sorgte der Besuch des im Westen umstrittenen türkischen Präsidenten Recep Tayyib Erdogan für heftige Diskussionen, ob es sich gezieme, den türkischen Staatschef zu empfangen, während er in Syrien Dörfer bombardiere.

„Dem Papst ist bewusst, dass die Entwicklungen einzelner Staaten oftmals von persönlichen Interessen gelenkt werden. Da geht es nicht um Gut und Böse, sondern es geht um die Feststellung eines Tatbestands. Deshalb ist es wichtig, dass alle Betroffenen sich an einem Tisch setzen und miteinander sprechen“, erläutert Pater Spadaro.

Der Jesuitenpater bezeichnet in seinem Buch die Diplomatie des Papstes als „prophetisch“. Im Gespräch mit Vatican News erläutert er, wie er das meint:

„Franziskus stellt sich eine Welt vor, die in die Zukunft blickt und dabei versucht, Versöhnung und Eintracht zu fördern. Dazu braucht es Protagonisten, die den Samen des Friedens säen. Papst Franziskus fördert eine ,Geopolitik der Barmherzigkeit´, denn er scheut sich nicht, die Wunden der Welt zu berühren, anzusprechen und versuchen, eine Lösung zu finden. Es geht darum, diese Wunden zu heilen, so wie Jesus versuchte, die Wunden der Verletzten und Bedürftigen zu heilen. Es gibt für Franziskus keinen Konflikt, den man nicht lösen könnte. Das ist eine offene Einstellung gegenüber der Zukunft.“

Das Buch ist vorerst auf Italienisch erschienen und heißt im Original: „Il nuovo Mondo di Francesco. Come il Vaticano sta cambiando il mondo“. VN 9

 

 

 

Benedikt XVI.: „Ich pilgere innerlich nach Hause“

 

Ein emeritierter Papst auf „Pilgerfahrt“: Mit einem Dankesbrief hat sich Benedikt XVI. an italienische Zeitungsleser gewandt, die sich nach seinem Befinden erkundigt haben.

In dem kurzen Schreiben vom Montag, das an den Journalisten der Zeitung „La Stampa“ Massimo Franco gerichtet ist, spricht der emeritierte Papst über seine Vorbereitung auf den Tod. „Ich kann diesbezüglich nur sagen, dass ich mich innerlich auf einer Pilgerfahrt nach Hause befinde, während meine körperlichen Kräfte langsam schwinden. Es ist eine große Gnade für mich, auf diesem letzten, bisweilen anstrengenden Wegstück von einer Liebe und Güte umgeben zu sein, die ich mir nicht hätte vorstellen können.“

In diesem Sinne verstehe er auch die Frage vieler Leser nach seinem Befinden als „Begleitung“, so Benedikt XVI. Der emeritierte Papst dankte den Lesern ausdrücklich und versicherte sie seines Gebetes.

Hier zum Hören:

Bei uns ist nun unsere Kollegin Gudrun Sailer von Vatican News, die das ganze Pontifikat von Papst Benedikt journalistisch begleitete. Gudrun, wie kann man diesen kurzen Brief von Papst Benedikt lesen?

„Es nähert sich der Jahrestag: Vor fünf Jahren, am 11. Februar 2013, hatte Benedikt für alle überraschend seinen Verzicht auf das Papstamt erklärt. Viele Menschen erinnern sich daran als eine unerhört starke Geste, die anfangs einige ja auch verunsicherte und traurig stimmte. Und viele fragen sich, wie es Benedikt heute geht. Es tauchen ja mitunter Gerüchte auf, es gehe ihm schlecht, was aber nicht stimmt. Dieser Brief von Papst Benedikt ist eine schöne, ehrliche und geistliche Antwort darauf.“

Hat er ihn selbst geschrieben?

„Die Zeitung hat den Brief abgebildet, er ist nicht handgeschrieben, das heißt wohl, Benedikt hat ihn diktiert. Möglicherweise seinem Sekretär Erzbischof Gänswein, der ja mit ihm zusammen im ehemaligen Kloster „Mater Ecclesiae" in den Vatikanischen Gärten lebt, versorgt werden sie dort von vier geistlichen Schwestern der Laiengemeinschaft Memores Domini.“

Was weiß man über die Kontakte zwischen dem emeritierten und dem amtierenden Papst? Das ist ja eine noch nie dagewesene Konstellation…?

„Das ist richtig! Noch nie haben zwei Päpste als Freunde auf wenige Hundert Meter Abstand voneinander gelebt. Nie vorher sind sich zwei Päpste, Gegenpäste, wie auch immer, auch nur persönlich begegnet – wir sprechen hier klarerweise von der fernen Vergangenheit, der letzte Gegenpapst dankte 1449 ab...

Und nun wohnen sie beide im Vatikan, Benedikt und Franziskus...

...und sie schätzen einander sehr, nach allem, was wir von ihnen selbst wissen. Franziskus besucht Benedikt hin und wieder, und er ruft ihn an und fragt ihn nach seiner Einschätzung in bestimmten Dingen. Und umgekehrt: Gerade der Schlusssatz in diesem neuen Brief von Benedikt, wo er von der vielen Liebe und Güte spricht , die ihn umgibt, erinnert sehr an etwas, das er schon im Juni 2016 sagte. Da feierten beide Päpste im Vatikan in einem kleinen Festakt das 65-jährige Priesterjubiläum von Benedikt. Und Benedikt bedankte sich bei Franziskus und sagte: „Vom ersten Moment Ihrer Wahl an, in jedem Moment meines Lebens hier beeindruckt mich Ihre Güte, sie trägt mich wirklich, in meinem Innersten. Mehr als die Vatikanischen Gärten mit ihrer Schönheit ist Ihre Güte der Ort, an dem ich wohne.“ (vatican news / la stampa)

 

 

 

Eichstätter Bischof: „Hätte härter durchgreifen müssen“

 

Der Eichstätter Bischof Gregor Maria Hanke hat sich erstmals ausführlich zu seiner Rolle im Finanzskandal seiner Diözese geäußert und dabei auch Selbstkritik geübt. „Vielleicht hätte ich noch härter durchgreifen müssen“, sagte er am Donnerstag in einem Interview.

Schon 2012 habe er die ersten Reformen in kirchlichen Stiftungen in Gang gesetzt und dort externe Fachleute in die Gremien berufen. Damit habe er ein klares Signal gesetzt für den weiteren Weg, auch bei der Durchforstung des Vermögens in der Diözese.

Es sei ihm aber auch wichtig gewesen, seine leitenden Mitarbeiter für diesen Weg zu gewinnen, sagte Hanke. „Da gab es auch Widerstände. Vielleicht hat das alles zu lange gedauert.“ Er habe aber „auch nur zwei Hände“ und könne „nicht mit einem Zauberstab das ganze System auf einmal ändern“. Der Bischof reagierte damit auch auf Kritik von Fachleuten wie dem Münsteraner Kirchenrechtler Thomas Schüller, der Hanke in mehreren Medien vorhielt, er habe zu spät reagiert. „Er hat die falschen Leute eingesetzt und ein verfilztes System ermöglicht“, so Schüller.

Hanke sagte dazu, aus heutiger Sicht wäre es sicher besser gewesen, er hätte bereits 2009 einen ausgewiesenen Fachmann und Nicht-Geistlichen zum Finanzdirektor ernannt. Aber die Zeit lasse sich nicht zurückdrehen. Ihm sei auch nach und nach bewusst geworden, dass sich das bis dato praktizierte System überlebt habe und die Zuständigkeiten für das operative Geschäft und die Aufsicht darüber strikt getrennt werden müssten. Dies sei inzwischen erfolgt und auch ein Lernprozess gewesen.

Es sei eine „Gefahr, in der Kirche zu viel zu glauben und zu wenig zu kontrollieren“, räumte der Bischof ein. In weltlichen Dingen wie Wirtschaft und Finanzen müssten die allgemein üblichen Standards eingehalten werden. kna 8

 

 

 

 

Missionare – vereinigt euch!

 

Missionarische Anmaßung und pessimistische Untergangs-Ängste werden der Kirche in Deutschland keinen Aufbruch bringen. Statt plakativer Manifeste sollten Pfarreien und geistliche Gemeinschaften aufeinander zugehen – ohne ideologische Vorurteile. Für solche Kooperationen gibt es erfolgreiche Vorbilder.

Ein Gespenst geht um in Europa – das Gespenst der fortschreitenden Säkularisierung. Schon seit Mitte der 60-er Jahre des vergangenen Jahrhunderts wurde das Schreckensszenario einer „Stadt ohne Gott“ (Harvey Cox, 1965) an die Wand gemalt. „Je moderner Gesellschaften sein werden, umso mehr werde Gott aus ihrem Leben verschwinden“, fasst der berühmte österreichische Religionssoziologe Paul Michael Zulehner die inzwischen modifizierte Säkularisierungsthese zusammen. Denn der Trendforscher Matthias Horx machte in den 1990-er Jahren eine „Respiritualisierung“ ausfindig, das heißt, ein wachsendes Interesse für Religion als Alternative zum „Leben als letzte Gelegenheit“ (Marianne Gronemeyer), gerade in den europäischen Großstädten (außer Paris).  Doch offenbar profitieren die schrumpfenden Volkskirchen nicht dieser neuen spirituellen Suchbewegung.

Stadtmissionen und „mehr“

Anfang des Jahrtausends starteten vier Kardinäle sogenannte „Stadtmissionen“: mehrtägige Events in Wien, Paris, Lissabon und Brüssel – als Kooperation von neuen geistlichen Gemeinschaften und Pfarreien. Los ging es 2003 in Wien, unter dem Motto: „Öffnet die Türen für Christus“. Kirchentür öffnen, Passanten einladen, eine Kerze anzuzünden, anbeten: Menschen in den Kirchenraum einladen – und umgekehrt: Hinausgehen dahin, wo die Menschen sich aufhalten: Straße, Schule, Arbeitsplatz, Straßenbahn, Café, Kneipe, Supermarkt, um mit Menschen über Jesus Christus ins Gespräch zu kommen. Daraus entwickelt hat sich die Bewegung der „Nightfever“-Gebetsabende und das Gebetshaus von Johannes Hartl in Augsburg. Dort versammelten sich Anfang des Jahres 11.000 junge Christen zur „MEHR-Konferenz“ und gaben die Losung aus: „The Church must send or the Church will end. – Eine Kirche, die nicht missioniert, wird nicht mehr sein.“

Geht die Kirche unter?

Zehn Thesen für das „Comeback der Kirche“, ein „Mission Manifest“ soll man unterschreiben und sich selbst dazu verpflichten, ein Jahr lang „eine bestimmte Aufgabe“ zu übernehmen, damit „mein Land zu Jesus findet.“ So weit, so plakativ. Das Buch „Mission Manifest“ steht bereits auf Platz 16 der Spiegel-Bestseller-Liste. Einige Kommentatoren reagieren mit Unverständnis: Ist denn die Arbeit der kirchlichen Verbände und Pfarreien, die zahlenmäßig ein Vielfaches mobilisieren, nichts mehr Wert?

Ich finde die Initiative grundsätzlich begrüßenswert, teile jedoch nicht die kulturpessimistische Sicht, dass Kirche untergehe oder für „nichts“ stehe, wenn sie nicht „freudig und überzeugend“ auf „alle“ zugehe. Das ist naiv und gefährlich – etwa, wenn ich im Erstkontakt mit muslimischen Geflüchteten sofort, deren Taufe im Hinterkopf habe. Was ist denn, wenn das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge ein Asylgesuch ablehnt, und der Betroffene durch eine Rückkehr ins Heimatland in Lebensgefahr gerät, weil dort keine Religions- und Glaubensfreiheit herrscht?

Naiv und anmaßend

Ins gleiche Horn der Naivität stößt auch Sophia Kuby, wenn sie für möglichst heterogene Pfarrgemeinschaften plädiert: „Wenn der Anwalt mit dem Fabrikarbeiter, die Obdachlose mit der Unternehmensberaterin, der Marokkaner mit dem Deutschen, die alleinerziehende Mutter mit dem kinderlosen Ehepaar christliche Gemeinschaft bilden – beginnen die Menschen, wie Gott zu lieben.“ Und: „Sie werden in Scharen kommen, wenn sie in der Kirche finden, was ihnen heute so sehr fehlt: Annahme und Zugehörigkeit.“

Das ist nicht Kommunikation auf Augenhöhe, sondern missionarische Anmaßung im schlechten Sinne, nach dem Motto: ‚Ich habe das Heil für dich; ich weiß, dass du leidest, weil du aus meiner Sicht moralisch falsch lebst, und ich weiß, was dir fehlt…‘ Hat Frau Kuby schon einmal was vom bundesweiten Prozess der Pfarreienfusionen und vom Problem kirchlicher Milieuverengung gehört?

Kooperation und Ökumene sind gefordert

Wenn aus dieser neuen Missions-Bewegung nicht nur ein plakativer Bestseller-Erfolg werden soll, sondern ein wirklicher Anstoß zu einem Aufbruch in der katholischen Kirche des deutschsprachigen Raumes, dann braucht es vor allem das: Ein Aufeinander-Zugehen von Pfarreien und geistlichen Gemeinschaften, ohne ideologische Vorurteile. Diese Art von Mission wurde in den vier Stadtmissionen erfolgreich ausprobiert und vorgelebt. Dass die katholischen Teilnehmer der „MEHR-Konferenz“ sich für missionarische Gemeinsamkeit unter anderem von ihren anwesenden evangelischen Geschwistern im Glauben haben segnen lassen, ist ein prophetisches Zeichen. Missionare aller Konfessionen und Länder – vereinigt euch! Gunnar Bach, Kath.de 2

 

 

 

Kardinal Marx begrüßt die Vaterunser-Debatte

 

Kardinal Reinhard Marx findet es positiv, dass die Menschen sich mit der Vaterunser-Bitte „Führe uns nicht in Versuchung“ beschäftigen. „Es ist sehr gut, dass wir über eine zentrale Frage unseres christlichen Betens so ernsthaft reden“, sagt der Erzbischof von München und Freising in einem Radiobeitrag für die Sendereihe „Zum Sonntag“ des BR, der am Samstag ausgestrahlt wird.

Das Vaterunser sei „ein fester Bestandteil unserer christlichen Kultur“, gleichzeitig veränderten sich Sprache und Verständnis im Lauf der Zeit, so Kardinal Marx: „Das ist die Sorge, die auch Papst Franziskus beschäftigt: Verstehen wir diese Bitte noch so, dass wir dadurch nicht den falschen Eindruck gewinnen, Gott selbst wäre böse und würde uns Menschen erproben und zum Spielball machen?“

In der betreffenden Bitte gehe es um die „Erfahrung der Fremdheit Gottes“, erläutert der Erzbischof. Zwar gehöre „alles, was Menschen erleben“, zur „umfassenden Wirklichkeit Gottes“, auch „Stunden der Angst, der Dunkelheit und der Nacht“. Dennoch „zweifeln wir und haben das Gefühl, Gott sei uns fern“, so Kardinal Marx. „Die größte Versuchung ist, den Glauben zu verlieren und das Sichtbare als einzige Wirklichkeit zu sehen.“ Auch in einer solchen Situation der Angst dürften Menschen zu Gott beten und etwa sagen: „Lass uns nicht hängen, wenn wir nur noch Finsternis sehen.“

Das Vaterunser gehe unter die Haut, „weil es elementare Nöte, Bedürfnisse und Hoffnungen der Menschen anspricht: das Brot, das wir zum Leben brauchen, die Schuld, für die wir Vergebung brauchen, und die Versuchung, weil wir um unsere Schwäche wissen und die Stunden der Verzweiflung kennen“, betont der Erzbischof. „Das alles müssen wir nicht ausblenden, denn es gehört zu unserem Leben in Freiheit. Denn nur weil wir frei sind, können wir auch in Versuchung geraten, können wir uns für und gegen das Gute und letztlich Gott selbst entscheiden.“  pm  2

 

 

 

 

Erzbischof Heße bietet Gespräche zu Schulschließungen an

 

Hamburgs Erzbischof Stefan Heße hat den von den geplanten Schulschließungen im Bistum betroffenen Eltern Gespräche angeboten. „Ich kann die Hoffnung machen, dass wir reden und nach machbaren Wegen suchen“, sagte er am Sonntag nach der Eröffnungsmesse der Hamburger Ansgar-Woche vor Journalisten.

Gegenüber einer Gruppe protestierender Eltern vor der Hamburger Kathedrale, dem Mariendom, räumte Heße zudem Probleme bei der Verständigung ein: „Es ist viel Kommunikation gelaufen, aber angesichts dessen, was Sie hier tun, ist zu wenig gelaufen.“ Heße wolle für mögliche weitere bevorstehende Einschnitte in der Erzdiözese daraus lernen und „es dann besser machen“.

Die 400.000 Mitglieder zählende Erzdiözese Hamburg ist mit rund 79 Millionen Euro verschuldet. In der vergangenen Woche hatte Generalvikar Ansgar Thim angekündigt, bis zu 8 der 21 katholischen Schulen in Hamburg schließen zu müssen. Über die Zukunft von drei dieser acht Schulen wird Heße zufolge noch verhandelt: „Wenn die drei Schulen noch weitergeführt werden können, wäre das ein großer Schritt“, so der Erzbischof. „Bei den anderen fünf Schulen sehe ich aber mehr Schwierigkeiten als Lösungen.“

Heße machte zudem deutlich, dass ihm die finanzielle Lage der Erzdiözese bei seinem Amtsantritt so nicht bekannt gewesen sei: „Ich habe mir das alles, als ich vor drei Jahren hier hergekommen bin, so nicht vorgestellt“, erklärte er. „Ich erlebe jetzt die Realität, so wie sie ist; der muss ich mich auch stellen.“

Im Gottesdienst hatte Heße zuvor betont, dass er „um viele Verletzungen, Enttäuschung, Wut und Tränen“ wisse, die in den vergangenen Tagen geflossen seien. „Auch mir tut das weh, auch mir geht das ins Herz“, sagte er. „Wir tragen eine schwere Last aus der Vergangenheit.“ Fehler und Versäumnisse seien gemacht worden und müssten nun mutig angesprochen werden. „Nichts tun geht nicht“, so Heße; und alles, was man nun tue, müsse auch klar in die Zukunft führen. Zum Auftakt der nach dem Patron der Erzdiözese benannten Ansgar-Woche war bei dem Gottesdienst zudem die sogenannte Ansgar-Medaille an vier engagierte und verdiente Katholiken verliehen worden. kna 28

 

 

 

 

Bischofskonferenz bleibt bei Vaterunser-Übersetzung

 

In der Diskussion um die deutsche Übersetzung der Vaterunser-Bitte „Und führe uns nicht in Versuchung" hat sich nach mehreren katholischen Bischöfen jetzt auch die Deutsche Bischofskonferenz zu Wort gemeldet.

 

In einer am Donnerstag in Bonn veröffentlichten Mitteilung befürworten die Bischöfe eine Beibehaltung der deutschen Übersetzung. „Gerade die konfessions- und länderübergreifende Einheitlichkeit des Textes im gesamten deutschen Sprachraum ist dabei nicht das unbedeutendste Argument", heißt es in der fünfseitigen Stellungnahme. Die Evangelische Kirche in Deutschland hatte zuvor ebenfalls bekundet, sie sehe keinen Änderungsbedarf. 

 

Ausgelöst wurde die aktuelle Diskussionen durch einen Beschluss der französischen Bischöfe, die bisherige Formulierung im Französischen zu ändern in: „Lass uns nicht in Versuchung geraten". Papst Franziskus würdigte diesen Schritt danach in einem Fernsehinterview und sagte, „führe uns nicht in Versuchung" sei „keine gute Übersetzung". Es sei nicht Gott, der den Menschen in Versuchung stürze, um zu sehen, wie er falle. „Ein Vater tut so etwas nicht; ein Vater hilft sofort wieder aufzustehen. Wer dich in Versuchung führt, ist Satan", so der Papst.  

 

Der neue französische Text entspreche der bisher im Spanischen und im Portugiesischen gebräuchlichen Formulierung, die eine „freiere Umschreibung des griechischen Textes" der Bibel sei, erklärte die Deutsche Bischofskonferenz am Donnerstag. Die im Deutschen, aber analog auch etwa im Italienischen, Englischen oder Polnischen verwendeten Übersetzung „Und führe uns nicht in Versuchung" sei dagegen eng am griechischen Wortlaut des Matthäus- und des Lukasevangeliums gehalten. 

 

Es sei aber „ein gutes Zeichen, dass öffentlich über den Glauben und die Frage nach Gott gesprochen wird", heißt es in dem Bischofs-Votum. Die Bitten des Vaterunsers seien „mehr als ein kulturhistorischer Traditionsbestand, sie bewegen und rütteln auf". Umso wichtiger sei es, den kritischen Hinweis von Papst Franziskus ernst zu nehmen und die breite Debatte positiv aufzugreifen. „Es gilt, die Chance zu nutzen, die Bedeutung der Vaterunser-Bitte im Zusammenhang des christlichen Gottesbildes und des christlichen Verständnisses von der Beziehung zwischen Mensch und Gott vertiefend zu erläutern", so die Bischöfe.  kna 25

 

 

 

 

Die Rehabilitation von Donum Vitae?

 

Die Kirche hat Donum Vitae anerkannt. So wurden die Aussagen von Kardinal Reinhard Marx in der Öffentlichkeit wahrgenommen. Doch in Wirklichkeit hat der Kardinal nur die kirchliche Position wiedergeben und eingeladen, zu ihr zurückzukommen.

In den veröffentlichten Auszügen aus einem Briefwechsel erkennt der Kardinal die Erfolge des Vereins Donum Vitae für den Schutz des ungeborenen Lebens an und äußerte sich positiv zur Beschäftigung ehemaliger Beraterinnen des Vereins durch kirchliche Stellen. Doch was genau bedeutet das für die Position der Kirche und den Konflikt mit Donum Vitae?

Kirche offen für Rückkehr

Kardinal Marx erklärte in dem vom ZdK-Präsidenten veröffentlichten Zitat, eine Einstellung ehemaliger Donum Vitae Mitarbeiter sei nur möglich, „sofern sie, was ja auch selbstverständlich ist, die dort geltenden Regeln und Festlegungen respektieren und beachten.“ Diese „Regeln und Festlegungen“ umfassen im Rahmen der bischöflichen Beratung eindeutig die Unmöglichkeit, einen Schein zur straffreien Abtreibung auszustellen. Weihbischof Ansgar Puff formuliert diese Bedingungen für das Erzbistum Köln in einer Stellungnahme noch deutlicher: „Der Eintritt einer ehemaligen donum vitae-Beschäftigten in den Dienst einer bischöflich verantworteten Schwangerschaftsberatungsstelle “esperanza” im Erzbistum Köln setzt zwingend voraus, dass sich diese Bewerberin von der bisherigen Schwangerschaftskonfliktberatungspraxis, zu der die Ausstellung des Beratungsscheins […]gehört, distanziert und sich vollumfänglich mit dem “esperanza”-Beratungskonzept identifiziert und auch bereit ist, dafür öffentlich einzutreten.“ Letztendlich laufen beide Formulierungen auf eine Bekräftigung der kirchlichen Haltung zum Beratungsschein hinaus. Ehemalige Donum Vitae Beraterinnen müssen sich von der grundlegenden und definierenden Idee des Vereins distanzieren, wenn sie in der bischöflichen Beratung arbeiten wollen.

Die Äußerungen zeigen, wie die Bundesvorsitzende von Donum Vitae Rita Waschbüsch treffend zusammenfasste, die Intention des kirchlichen Handelns. Die Abgrenzung zielt gegen den Verein und seine, nach katholischer Lehrmeinung, irrigen Positionen, nicht gegen die Menschen, die sich darin engagieren. Kardinal Marx hatte diesen Punkt bereits vor drei Jahren angesprochen und eine Ausgrenzung von Donum Vitae Mitarbeiter in der Kirche abgelehnt.

Relativer Erfolg

Kardinal Marx bestätigt das Grundanliegen Donum Vitaes als Schutz des Ungeborenen Lebens und stellt Erfolge darin fest. Der von ihm gesehene Erfolg sei „zahlreichen Frauen bzw. Eltern Mut zu machen für ein Leben mit dem Kind, und dafür bestmögliche Hilfestellungen zu bieten.“ Damit liegt der Erfolg auf einer individuellen Ebene.

Da Donum Vitae aber auch den Schein zur straffreien Abtreibung ausstellt und damit Teil des gesellschaftlichen Phänomens des Schwangerschaftsabbruches ist, muss der Erfolg des Vereins hinsichtlich ihres Zieles „ungeborenes Leben zu schützen“ auch anhand der umfassenden Situation bewertet werden.

In Deutschland ist seit Jahren die offizielle Zahl der Schwangerschaftsabbrüche relativ konstant. Da die Erfassung nicht zwingend und damit unvollständig ist, sind die offiziellen Zahlen nur Mindestwerte und die reale Zahlen nach Expertenschätzung deutlich höher. Auf dieser umfassenden Ebene hat Donum Vitae die eigenen Ziele damit deutlich verfehlt. Ihre Strategie ist genauso gescheitert, wie das Modell der Beratung nach §219 StGB, das den Schutz des ungeborenen Lebens zum Ziel hat.

Auch die individuellen Erfolge können die Probleme mit dem Ausstellen des „Scheines“ nicht ausgleichen. Um Schwangere zu erreichen ist es offensichtlich nicht nötig, einen Schein auszustellen. Die bischöflichen Beratungsstellen haben auf der Ebene der individuellen Beratung und Hilfe ebenso Erfolge vorzuweisen und leisten eine gute Arbeit. Auch Organisationen, die ähnlich wie Donum Vitae, nicht durch die kirchlichen Strukturen getragen werden, schaffen es, Frauen zu beraten und zu helfen ohne sich an der Beratungsscheinpraxis zu beteiligen. Die Initiative 1000+ bietet etwa auch Beratungen und Hilfen an. Neben Beratungen vor Ort sind dort die Mitarbeiter auch aktiv in Foren und sozialen Netzwerken unterwegs.  Denn dort suchen viele Frauen nach Informationen und Hilfe. Das Ausstellen des Beratungsscheins kann somit auch nicht als ein effektives Mittel des Lebensschutzes gesehen werden. Wer einen solchen effektiven Lebensschutz betreiben möchte, muss sich davon distanzieren.

Die Aussagen von Kardinal Marx sind kein Einlenken der Kirche gegenüber Donum Vitae, sondern eine Einladung an eine Gruppe von Menschen, deren Strategie krachend gescheitert ist. Sie müssen nicht in Strukturen arbeiten, die Abtreibungen ermöglichen, sondern können ihre Kräfte und Talente in den funktionierenden Strukturen der Kirche einbringen. Dort ist sowohl die Beratung und Hilfe von Frauen, als auch Lebensschutz möglich.

Philipp Müller, Kath.de 9

 

 

 

D: Auch Kirche ist von Fake News betroffen

 

Der Papst hat es anlässlich des Welttages der sozialen Kommunikationsmittel diese Woche angesprochen: Fake News bedeutet eine Bedrohung und Verschlechterung des Miteinanderlebens in der Gesellschaft. Journalisten, aber auch Mediennutzer sollten achtgeben, wenn es darum geht, „korrekt und wahrhaft“ zu kommunizieren. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Alexander Filipovic ist Professor für Medienethik an der Hochschule für Philosophie in München. Im Gespräch mit Mario Galgano geht er auf die Kernaussagen der Papstbotschaft ein und erläutert zuerst einmal, was Fake News überhaupt sind.

Auch die katholische Kirche sei betroffen, vor allem Kirchenvertreter, betont Filipovic. Es sei deshalb wichtig, dass im Bildungsbereich der Medienumgang besprochen und bereits in jungen Jahren der Umgang mit sozialen Kommunikationsmitteln vermittelt werde. Eine große Unterstützung könne diesbezüglich von der Kirche kommen. Deshalb seien Botschaften wie jene von Papst Franziskus begrüßenswert. Das Problem seien nicht Facebook, Twitter&Co., denn diese seien nur Mittel zum Zweck. Es sei hingegen wichtig, dass Journalisten gründlich, sauber und ehrlich arbeiten. In jüngster Zeit – und das sei das schlimme bei den Fake News – würden aber „Lügner“ schamlos ihre Darstellungen verteidigen, so Filipovic. VN 28

 

 

 

 

Jugendsynode: Kritik und Lob

 

Frauen in der Kirche, das Mitspracherecht von Laien und auch der Umgang mit Sexualität: Aus Sicht der Vorsitzenden der Katholischen Jugend Österreich (KJÖ), Sophie Matkovits, sind das drei Hauptthemen, die bei der bevorstehenden Jugendsynode der katholischen Kirche auf jeden Fall behandelt werden sollen.

„Wie schaut eine Beziehung heute aus? Wie stellt sich das die katholische Kirche vor? Wie lebt ein Jugendlicher heute seine Sexualität und Partnerschaft?” All das seien Themen, „die man wird ansprechen müssen”, sagte Matkovits in einem Interview.

 

Die Katholische Jugend sehe die Synode „als Mittel zum Zweck für Veränderungen”, so Matkovits. Mit Spannung wartet die KJÖ-Vorsitzende auch auf die Ergebnisse der Online-Umfrage zur Synode, die in den vergangenen Monaten stattgefunden hat. Dies sei ein „mutiger Schritt” und ein „Novum der katholischen Kirche” gewesen: „Jetzt ist der Zeitpunkt, um mit diesen Ergebnissen auch wirklich was zu tun.”

In der Erhebung ging es auch um die Frage, wie Jugendliche die Institution Kirche wahrnehmen. „Ob da raus kommt, dass das ältere Männer sind, die gar nichts mehr mit unserem Leben zu tun haben?”, sagte die KJÖ-Vorsitzende und fragte sich, ob die Kirche an diesem Bild etwas ändern werde. Als Problem sieht Matkovits, dass die meisten Teilnehmer der Jugendsynode Bischöfe im vorgerückten Alter, aber ausgewählte Jugendliche nur als Beobachter anwesend sein dürfen.

 

Zur 15. Ordentlichen Bischofssynode zum Thema „Die Jugend, der Glaube und die Berufungsentscheidung” werden sich vom 3. bis 28. Oktober Bischöfe aus aller Welt in Rom versammeln. Papst Franziskus betonte zuletzt bei einer Begegnung mit Jugendlichen in Chile, er habe die Synode einberufen, damit die Kirche sich von ihren Söhnen und Töchtern herausfordern und hinterfragen lasse. Für 19. bis 24. März hat das Synoden-Generalsekretariat zudem Jugendliche aus aller Welt zu einem Vorbereitungstreffen in den Vatikan eingeladen. (kap 27)

 

 

 

Auf zum Kampf gegen die Schlangen im Paradies!

 

Was Papst Franziskus zu Fake News und alternative Fakten sagt, warum wir mehr (Qualitäts-) Journalismus brauchen und der Mindestlohn für Internetworker. 

Fake News sind spätestens seit der Amtseinführung von US-Präsident Donald Trump vor etwas mehr als einem Jahr in aller Munde. Jetzt wurde „Alternative Fakten“ zum „Unwort des Jahres“ 2017 gekürt und Papst Franziskus hat diese zum Mittelpunkt seiner Botschaft zum Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel 2018 gemacht, die am Mittwoch erschienen ist. Das Kirchenoberhaupt ruft darin in Anlehnung an den Sündenfall im Paradies zum Kampf gegen die „Schlange der Unwahrheit“ auf. Dabei wendet er sich vor allem an Diejenigen, die zuletzt oftmals eher nur ohnmächtig den Falschmeldungen gegenüberstanden: Den Journalisten. Sind Fake News nun eher das Ende für den (Qualitäts-) Journalismus oder kommt gerade jetzt erst dessen Sternstunde?

Als Antwort auf Fake News und alternative Fakten ruft Papst Franziskus zum Handeln auf: „Niemand von uns kann sich der Verantwortung entziehen, solchen Unwahrheiten entgegenzutreten.“ Dabei verdeutlicht der Pontifex, dass keine Technik, sondern nur Menschen das Problem lösen können: „Personen, vom Guten angezogen, die bereit sind, die Sprache verantwortungsvoll zu gebrauchen“.

„Hüter der Nachrichten“

Für Papst Franziskus ist klar, dass Journalisten [und Journalistinnen] eine „Mission“ brauchen: „Trotz der Kurzlebigkeit der Nachrichten und im Strudel der Sensationspresse darf er [sie] nie vergessen, dass im Zentrum der Nachricht der Mensch steht – und nicht, wie schnell eine Nachricht verbreitet wird und welche Wirkung sie auf das Publikum hat.“ Der Heilige Vater fordert einen Journalismus, der nicht durch „Schönfärberei“ oder durch das Streben nach „lukrativer“ Vermarktung der Nachrichten geprägt ist. Vielmehr ein Journalismus „von und für Menschen“, der gerade auf die vielen Menschen achtet, „die heute keine Stimme haben.“

Selten war eine päpstliche Botschaft zum Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel aus meiner Sicht so realitätsnah und in seinem Handlungsauftrag so klar formuliert, wie in diesem Jahr. Journalistenverbände, wie DJV und GKP, haben die Rolle des (Qualitäts-) Journalismus im Kampf gegen Fake News, Trolle und alternative Fakten richtigerweise betont. Doch Verleger und Herausgeber haben diesen Ruf bisher überhört. Stattdessen sind eher die „Schaffung eines anzeigenfreundlichen Umfelds“ und der Abbau von (festen) Stellen Alltag in den Redaktionen zwischen Flensburg und München. Von immer neuen Versuchen das Tarifrecht zu umgehen, indem Redaktionen in GmbHs ausgelagert werden, ganz zu schweigen.

Wir brauchen gut ausgebildete und bezahlte Journalisten 

Eins ist klar, wenn wir den (Qualitäts-) Journalismus im Kampf für die Wahrheit stärken wollen, brauchen wir gut ausgebildete und gute bezahlte (Online-) Redakteure, Autoren und Fotografen, etc.. Und dies mit einer langfristigen Perspektive. Sonst wandern junge Journalistinnen und Journalisten weiter in die besser bezahlten Bereiche PR und Werbung ab und Schwächen den Berufsstand weiter.

Ist die Zeit reif für einen Mindestlohn für Internetworker wie ihn publicatio e.V. fordert? Darüber sollten Journalisten, Gewerkschaften, Politik und Verleger in einen Diskurs eintreten. Es wird Zeit, dass eine zukünftige Bundesregierung Besseres auf den Weg bringt, als das Netzwerkdurchsetzungsgesetz (Netz DG), welches die Meinungsfreiheit mehr bedroht als schützt.

„Die Wahrheit macht euch frei“

Und bis es soweit ist, sind Alle (besonders Journalistinnen und Journalisten) gefragt: Lasst uns die Fake News-Schlangen und Trolle aus ihrem (digitalen) Paradies vertreiben. Wenn sie keinen Spielplatz und keine Aufmerksamkeit mehr haben, wird der auf Wahrheit basierte (Qualitäts-) Journalismus wieder die Oberhand gewinnen. Also lasst uns für den Schutz der Wahrheit eintreten, denn „die Wahrheit macht euch frei“ (Joh 8,32), wie Papst Franziskus in seiner Botschaft betonte. Christian Schnaubelt, Bochum Kath.de 26

 

 

 

 

D: Bischöfe würdigen „Donum Vitae“

 

Im Streit um die Schwangerenberatung der katholischen Kirche gibt es nach Jahrzehnten eine entscheidende Annäherung.

Die Deutsche Bischofskonferenz hat erstmals offiziell gewürdigt, dass sich auch der Verein Donum Vitae für den Schutz des Lebens einsetzt und Erfolge in der Konfliktberatung erzielt.

Zugleich ermöglichen die Bischöfe früheren Mitarbeitern der Organisation die bisher untersagte Übernahme in katholische Beratungsstellen. Weil der Verein den Beratungsschein ausstellt, der nach deutschem Recht für eine Abtreibung erforderlich ist, ist er kirchlich nicht anerkannt.

Die Neuerungen gehen aus einem Schreiben von Kardinal Reinhard Marx an das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) hervor. ZdK-Präsident Thomas Sternberg begrüßte die Entscheidung in einem Brief an die Mitglieder als „wichtige Klärung“ und „qualitativen Sprung“.

“ Ziel ist der Schutz des ungeborenen Lebens ”

In dem Schreiben des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz an Sternberg heißt es: „Es besteht kein Zweifel, dass das Ziel von Donum Vitae ebenso wie das der bischöflich verantworteten Schwangerenberatung der Schutz des ungeborenen Menschen ist.“

Mit Blick auf kirchliche Arbeitsverhältnisse schreibt Marx weiter: „Deshalb halte ich es für selbstverständlich, dass Personen, die in einer Schwangerschaftskonfliktberatungsstelle des Donum Vitae e.V. gearbeitet haben, in bischöflich anerkannten Schwangerenberatungsstellen beschäftigt werden können (...).“ Durch einen sogenannten Abgrenzungsbeschluss von 2006 war dies bisher nicht möglich.

Der Verein wurde 1999 gegründet im Zuge des Ausstiegs der katholischen deutschen Bischöfe aus der gesetzlichen Schwangerenkonfliktberatung mit Ausstellung des Beratungsscheins. Vor 20 Jahren hatte der damalige Papst Johannes Paul II. die Bischöfe aufgerufen, in kirchlichen Einrichtungen keine Beratungsscheine mehr ausstellen zu lassen. Durch diesen Schein sah der Papst das Zeugnis der Kirche für den Lebensschutz verdunkelt. Anders als kirchliche Einrichtungen stellt Donum Vitae nach einer Beratung das Papier jedoch auf Wunsch aus. kna 25

 

 

 

Franziskus über „Fake News“: Papst nimmt Journalisten in die Pflicht

 

Falsche Nachrichten - „Fake News“ - haben Folgen: von handfester Wählermanipulation im Wahlkampf über diplomatische Verstimmungen zwischen Staaten bis hin zu Mord und Totschlag in Folge falscher Anschuldigungen. Auf die leichte Schulter nehmen darf man dieses durch digitale Medien verstärkte Lügen-Phänomen keinesfalls, warnt Papst Franziskus in seiner Botschaft zum 52. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel.

Anne Preckel - Vatikanstadt

So wie viele andere Formen von Fehlverhalten entspringt auch der verzerrte Gebrauch der Kommunikation letztlich dem menschlichen Egoismus, geht Papst Franziskus in seiner Botschaft dem Phänomen auf den Grund. Die „Verfälschung der Wahrheit“ sei das „typische Symptom dieser Verzerrung sowohl auf individueller als auch kollektiver Ebene“, so der Papst. „Fake News“ würden etwa gezielt eingesetzt, „um politische Entscheidungen zu beeinflussen oder Vorteile für wirtschaftliche Einnahmen zu erlangen“. Gier sei der Grund dafür, dass sich gefälschte Nachrichten oft rasend schnell – „wie ein Virus“ – verbreiteten, so Franziskus weiter: „Die wahre Wurzel der wirtschaftlichen und opportunistischen Hintergründe der Desinformation ist unser Hunger nach Macht und Besitz, unsere Vergnügungssucht – eine Gier, die uns letztlich auf einen Schwindel hereinfallen lässt, der noch viel tragischer ist als jede seiner Ausdrucksformen: den Schwindel des Bösen, der sich von Falschheit zu Falschheit seinen Weg bahnt in unser Herz und es seiner Freiheit beraubt.“

Dass so viele Menschen diesen vorgetäuschten Nachrichten auf den Leim gingen, hänge einerseits mit der scheinbaren Plausibilität der Falschmeldungen zusammen. Andererseits bedienten sich Fake News oftmals Vorurteilen und Stereotypen, indem sie die Emotionen der Menschen ansprächen, so der Papst. Über die sozialen Netzwerke fänden sie eine enorme Verbreitung: „So erhalten auch Inhalte, die eigentlich jeder Grundlage entbehren, eine so große Sichtbarkeit, dass der Schaden selbst dann nur schwer eingedämmt werden kann, wenn von maßgeblicher Seite eine Richtigstellung erfolgt.“

„Divergierende Meinungen oder Blickwinkel“ finden wenig Eingang in die „digitalen Räume“, fährt der Papst fort. Dies mache es schwierig, Fake News aufzudecken und auszumerzen, auch würden parteiische Meinungen unabsichtlich weiterverbreitet. Wo kein konstruktiver Dialog, kein Dementi stattfinden könne, komme es nicht selten zur Hetze gegen andere, so Papst Franziskus: „Das Drama der Desinformation ist die Diskreditierung des anderen, seine Stilisierung zum Feindbild bis hin zu einer Dämonisierung, die Konflikte schüren kann“. Die Falschheit sei so Quelle von Intoleranz und Hass.

Fake News zersetzen und manipulieren

Fake News und Desinformation seien raffiniert konstruiert und dementsprechend schwer zu bekämpfen, so der Papst weiter. Nichtsdestotrotz könne sich niemand „der Verantwortung entziehen, solchen Unwahrheiten entgegenzutreten“. Desinformation sei nämlich keinesfalls harmlos: „Im Gegenteil: dem zu vertrauen, was falsch ist, hat unheilvolle Folgen. Schon eine scheinbar leichte Verdrehung der Wahrheit kann gefährliche Auswirkungen haben“, so Franziskus.

Urheber der ersten Fake News sei die „schlaue Schlange“ im Buch Genesis, greift der Papst auf den biblischen Sündenfall zurück. Die Verführung durch die Schlange, die mit „vielversprechenden, aber unwahren Argumenten ins Herz des Menschen schleicht“, habe „zahllose andere Formen des Bösen gegen Gott, den Nächsten, die Gesellschaft und Schöpfung“ nach sich gezogen.

Der Papst lobt in seiner Botschaft all jene Maßnahmen, die Institutionen, Bildungseinrichtungen und Medienunternehmen anwenden, um gegen gefälschte Nachrichten vorzugehen. Um Fake News zu erkennen und sich vor ihnen zu schützen, sei „sorgfältige Unterscheidung“ notwendig, betont das Kirchenoberhaupt weiter. Als innere Haltung gehe es darum, zu lernen, Verlangen und die Neigungen, die uns bewegen, einordnen und abwägen zu lernen, damit es uns nie an Gutem fehlen möge, sodass wir dann auf die erstbeste Versuchung hereinfallen“.

Letztes Ziel kann nicht die Spaltung sein

„Radikalstes Mittel gegen den Virus der Falschheit“ sei die Wahrheit, betont der Papst im zweiten Teil seiner Botschaft, die den biblischen Satz „Die Wahrheit wird euch befreien“ (Jh 8,32) aus dem Johannesevangelium als Motto nimmt. Dabei gehe es aus christlicher Sicht nicht allein um die Unterscheidung zwischen wahr und falsch oder die „Enthüllung der Realität“, das Ans-Licht-Bringen der Dinge. Gefragt sei vielmehr ein ganzer Lebensstil der Wahrhaftigkeit, und der habe zu tun mit Glaube und Zuversicht: „Die Wahrheit ist das, worauf man sich stützen kann, um nicht zu fallen“, betont Franziskus, „in diesem relationalen Sinn ist das einzig Zuverlässige und Vertrauenswürdige, das einzige Wahre der lebendige Gott“.

Leitfaden für eine solchermaßen auf Wahrhaftigkeit gegründete, konstruktive Kommunikation sei die Unterscheidung „zwischen dem, was der Gemeinschaft und dem Guten zuträglich ist, und dem, was dazu neigt, zu isolieren, zu spalten, Gegensätze zu schüren“. So möge eine auf „unleugbare Fakten“ gestützte Argumentation zwar „schlüssig“ erscheinen, was aber nicht unbedingt bedeute, dass sie auch „wahr“ sei, so der Papst: „Wird sie dazu genutzt, den anderen zu verletzten, ihn in den Augen Dritter abzuwerten, dann wohnt ihr nicht die Wahrheit inne“. „Die Wahrheit der Aussagen erkennt man an ihren Früchten: daran also, ob sie Polemik, Spaltung und Resignation auslösen – oder eine gewissenhafte und reife Diskussion, einen konstruktiven Dialog und ein fruchtbares Schaffen.“

„Journalismus für den Frieden“

Vor allem die Journalisten – jene „Hüter der Nachrichten“, „denen die Verantwortung beim Informieren schon von Berufswegen auferlegt ist“ – ruft der Papst auf den Plan, gegen Fake News und Desinformation vorzugehen: „Trotz der Kurzlebigkeit der Nachrichten und im Strudel der Sensationspresse darf er nie vergessen, dass im Zentrum der Nachricht der Mensch steht – und nicht, wie schnell eine Nachricht verbreitet wird und welche Wirkung sie auf das Publikum hat.“ Franziskus erinnert hier an die journalistischen Tugenden wie etwa die Sorgfaltspflicht. Journalisten müsse es letztlich darum gehen, zur „Entwicklung des Guten beizutragen, Vertrauen zu schaffen und Wege der Gemeinschaft und des Friedens zu erschließen“. Als „Mission“ dieser Berufsgruppe sieht der Papst auch, durch die journalistische Arbeit „gute Handlungsweisen“ anzuregen und auf „alternative Lösungen“ für Probleme hinzuweisen.

Dabei dürften die Dinge freilich nicht „schöngefärbt“, auch Missstände nicht geleugnet werden, präzisiert der Papst. Wesentliches Anliegen eines „Journalismus von Menschen für Menschen“ sei es, den tatsächlichen Ursachen der Konflikte auf den Grund zu gehen und gerade Menschen, „die keine Stimme haben“, abzubilden. Abzulehnen seien hingegen Sensationsgier und Effekthascherei, verbale Aggressionen und ein rein profitorientiertes Nachrichtengeschäft, so der Papst. Und als Abschluss seiner Botschaft fügt er ein Gebet des heiligen Franziskus an: „Herr, mache uns zum Werkzeug deines Friedens“. VN 25

 

 

 

„Gott im Abseits“. Zweite Staffel des Folgeprojekts von „Valerie und der Priester“ der DBK startet

 

Nach dem Auftakt des Projekts „Gott im Abseits“ startet heute (24. Januar 2018) die zweite Staffel des Folgeprojekts „Valerie und der Priester“, das im Sommer 2017 nach einjähriger erfolgreicher Laufzeit endete. In dem neuen Projekt treffen junge, kirchenferne Journalisten auf Menschen, die ihre Berufung zu ihrem Lebensinhalt machen und das persönliche Leben am Glauben ausrichten. Im Fokus steht das Engagement für Menschen im gesellschaftlichen Abseits. Die Akteure sind Ordensleute und pastorale Mitarbeiter, die sich um Menschen an den Rändern der Gesellschaft kümmern. Journalisten erfahren dabei eine ihnen bisher unbekannte Seite der Kirche. Bei der ersten Staffel im Sommer 2017 stand die Straßenambulanz Frankfurt im Mittelpunkt. Ein Fernsehjournalist hatte über seine Erlebnisse in der Straßenambulanz berichtet und eine Ordensschwester porträtiert.

Mit der jetzt beginnenden Folge „Gott im Abseits – Gott im Rausch“ erzählt die Journalistin Christina Hertel von ihren Erfahrungen auf dem „Hof der Hoffnung“ (Fazenda da Esperança) – einer Glaubensgemeinschaft, die jungen drogenabhängigen und suchtkranken Männern nach ihrer Therapie eine Heimat bietet. Gebet, Arbeit und Gemeinschaft strukturieren den Tag. Christina Hertel, die mit in der Gemeinschaft für Drogenabhängige lebt, geht der Frage nach, ob Sucht und Abhängigkeit tatsächlich durch den Glauben besiegt werden können. Von Ende Januar bis Ende April 2018 berichtet sie von der Fazenda da Esperança in Bickenried (Allgäu) und portraitiert den Brasilianer Luiz Fernando Braz, der sein Leben Gott geweiht hat, die Fazenda da Esperança leitet und im kommenden Jahr seine ewigen Gelübde ablegen wird. 

Die Fazenda da Esperança ist eine Lebensgemeinschaft, die vor über 25 Jahren in Brasilien aus dem Engagement einiger Mitglieder einer katholischen Kirchengemeinde entstand. Bis heute sind mehr als 100 Fazenda-Gemeinschaften weltweit entstanden: Alleinstehende, Paare und Familien leben gemeinsam und gestalten ihren Alltag aus dem christlichen Glauben heraus. Drogenabhängige und Suchtkranke können für ein Jahr mit in den Gemeinschaften leben, um nach ihrer Therapie ein neues, selbstverantwortliches Leben zu lernen. Bereits im Winter 2017/2018 verbrachte Christina Hertel mehrere Tage in Bickenried und lernte den Alltag von Luiz Fernando Braz kennen.

Hintergrund zur zweiten Staffel „Gott im Abseits – Gott im Rausch“

Christina Hertel arbeitet als freie Journalistin in München. Sie ist als Protestantin im katholischen Bayern aufgewachsen. Als Kind war sie öfter bei Zeltlagern der Kirche, verlor aber irgendwo zwischen der ersten Party und dem Abitur den Bezug zum Glauben. Heute besucht sie die Kirche nur noch an Heiligabend. Dass sie nach dem Projekt wieder öfter auf der Kirchenbank sitzt, kann sie sich nicht vorstellen. Das Spannende an „Gott im Abseits“ ist für die 26-Jährige, über mehrere Monate hinweg immer wieder in eine fremde Welt einzutauchen. Sie erhofft sich, in dieser Zeit Dinge zu begreifen, die ihr jetzt noch völlig unvorstellbar erscheinen. Zum Beispiel, dass Luiz Fernando Braz freiwillig ein Leben wie ein Mönch führt – ohne eigene Familie und ohne Besitz. Christina Hertel fragt sich auch, wie Braz den drogenabhängigen und süchtigen Männern auf der Fazenda da Esperança überhaupt helfen kann. Es gibt zwar bei Bedarf Ärzte und Therapeuten, mit denen die Fazenda da Esperança zusammenarbeitet, doch das Wesentliche geschieht hier durch das Zusammenleben auf dem Hof und das gemeinsame Gebet.

Luiz Fernando Braz kommt ursprünglich aus Brasilien. Mit Anfang 20 hatte er vor, nur einen Monat in Deutschland zu bleiben. Doch daraus sind mittlerweile zehn Jahre geworden. Auf der Fazenda da Esperança im Allgäu trägt er die Verantwortung für Männer, die drogenabhängig waren und auch sonst im Leben viele Schwierigkeiten hatten. Der 32-Jährige hat entschieden, sich um sie zu kümmern und gleichzeitig auf vieles zu verzichten, von dem er als Jugendlicher noch träumte: eine eigene Familie mit Kindern, eine Frau, ein eigenes Haus und einen Job, mit dem sich gut Geld verdienen lässt. Seit inzwischen vier Jahren widmet der studierte Grafikdesigner sein Leben ganz dem Glauben. Er hat viele Menschen begleitet, die sich nach Jahren der Abhängigkeit wieder ein normales Leben aufgebaut haben. Braz ist davon überzeugt, dass der Glaube und die Liebe, die diese Männer auf der Fazenda da Esperança erfuhren, bei diesem Weg helfen konnten. Gleichzeitig sagt er, sei das, was er von den ehemaligen Drogenabhängigen lerne, wertvoller als alles, was ihm Professoren an der Uni beigebracht haben. Bei „Gott im Abseits“ macht er mit, weil er sich wünscht, dass auf diesem Weg noch viele weitere Menschen von der Fazenda erfahren und dort Hilfe suchen.

„Gott im Abseits“ ist ein Projekt der Deutschen Bischofskonferenz und wird begleitet von Pfarrer Michael Maas, Leiter des Zentrums für Berufungspastoral der Deutschen Bischofskonferenz. „Die neue Staffel ‚Gott im Abseits‘ widmet sich der nachhaltigen Heilung von Menschen. In der ersten Staffel bei den missionsärztlichen Schwestern haben wir gezeigt, wie die Kirche Menschen in akuter Not hilft. Darüber hinaus will die Kirche aber auch denjenigen, die das wünschen, dabei helfen, ein selbstverantwortliches Leben zu lernen und dadurch ‚heil‘ zu werden“, sagt Michael Maas. Dbk 24

 

 

 

 

Papst fordert Kehrtwende in Wirtschaftspolitik

 

Der Papst macht das Weltwirtschaftsforum von Davos auf „wachsende Arbeitslosigkeit, wachsende Armut, eine wachsende Kluft zwischen Arm und Reich und neue Formen der Sklaverei“ aufmerksam.  Stefan von Kempis

 

Vatikanstadt - In einer Botschaft an das Forum, das an diesem Dienstag in der Schweiz begann, warnt Franziskus vor neuen Instabilitäten und Ungerechtigkeiten im internationalen Wirtschaftssystem.

Die Botschaft wurde von Kardinal Peter Turkson verlesen; der Ghanaer leitet die Vatikaneinrichtung für Gerechtigkeit und menschliches Wachstum. Der Papst wirbt in ihr für den Aufbau „inklusiver, gerechter und helfender Gesellschaften, die all jenen ihre Würde zurückgeben, die in großer Unsicherheit leben und keinen Traum von einer besseren Welt leben können“.

“ Egoistische Lebensstile ”

Ohne die USA von Donald Trump beim Namen zu nennen, weist die Papstbotschaft auf „neuen wirtschaftlichen Wettbewerb und neue regionale Handelsabkommen“ hin. „Auch die neuesten Technologien verändern die Wirtschaftsmodelle und die globalisierte Welt“, so Franziskus wörtlich. „Privatinteressen und Wille zum Profit um jeden Preis geben den Ton an, Fragmentierung und Individualismus schreiten fort.“ Die Regierungen müssten sich um die „neuen Herausforderungen“ kümmern, „die oft aus Kriegssituationen, Migration und sozialen Problemen herrühren“.

Der Papst beklagt auch „bestimmte, egoistische Lebensstile“: Sie gründeten auf einem „Überfluss, der nicht länger nachhaltig und der oft der Welt um uns herum gegenüber gleichgültig ist, speziell gegenüber den Ärmsten der Armen“. Statt „echter Sorge um die Menschen“ beherrschten „technische und wirtschaftliche Fragen die politische Debatte“.

“ Wir können nicht schweigen ”

Franziskus nennt es „vital, die Würde der menschlichen Person zu wahren“. Alle Menschen hätten ein Recht auf „echte Chancen für integrales menschliches Wachstum“; außerdem müsse Wirtschaftspolitik den Menschen in den Mittelpunkt stellen und speziell den Familien zugutekommen. „Nur eine feste Entscheidung aller wirtschaftlichen Akteure kann uns Hoffnung machen, dass sich dem Geschick der Welt eine neue Richtung geben ließe.“ Auch künstliche Intelligenz, Roboter „und andere technologische Innovationen“ müssten so konstruiert werden, dass sie „im Dienst der Menschheit“ stünden.

„Wir können nicht schweigen angesichts der Leiden von Millionen Menschen, deren Würde verletzt ist, noch können wir einfach so weitermachen, als gäbe es  für die weitere Verbreitung von Armut und Ungerechtigkeit keinen bestimmten Grund“, fährt Papst Franziskus fort. „Es ist ein moralischer Imperativ, die Verantwortung jedes Einzelnen, dass die richtigen Bedingungen geschaffen werden, damit jeder Mensch in Würde leben kann.“ VN 23

 

 

 

Begegnung mit dem Licht. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Viele von uns sind in ihrer Stimmung sehr vom Wetter abhängig. Dunkle Tage, wie im Januar häufig, bringen Verstimmung, nagen an der Seele, machen depressiv. Helles und sonniges Wetter dagegen kann auch den Alltag zum Strahlen bringen.

Sonnenlicht ist mehr als die Ursache biologischen Lebens. Die Sonne ist Symbol für das Leben überhaupt. Wir sagen manchmal: „Es ist mir ein Licht aufgegangen“, wenn uns etwas klar wurde und Durchblick geschenkt, ein Problem bewältigt wurde.

 

Licht in einem umfassenden Sinn ist offensichtlich ein Geschenk, das nicht als selbstverständlich angesehen werden darf. Wir Menschen selbst sind keine Sonnen, wir werfen eher Schatten. Und nicht wenige leben wie in der Kälte der Nacht, aussichtslos. Ihre Hände suchen nach Halt und finden ihn nicht. Der Morgen beginnt bei ihnen nicht mit dem Sonnenaufgang, sondern mit einer immer neuen Sonnenverfinsterung.

Wir alle sehnen uns nach Sonne als Heilmittel gegen Dunkelheit und Kälte. Ist nicht das Bild Dantes aus der „Göttlichen Komödie“ zutreffend, wenn er als Vision der Hölle schildert, wie die Menschen eingefroren bis zu den Hüften in einem Sumpf aus Eis stecken und die Flut der Tränen auf ihren Gesichtern zu einer gläsernen Maske erstarrt ist?

Diesen Menschen der Nacht, sagt das Evangelium, ist Christus erschienen als Licht, das im Dunkel leuchtet. „Über denen, die im Land der Finsternis wohnen, strahlt ein helles Licht auf.“ Dieses Weihnachtswort des Propheten Jesaja (Kapitel 9, Vers 1) ist erfüllt seit der „Nacht“ von Bethlehem.

Es ist kein Wunder, wenn das Sonnenlicht in den meisten Religionen auch zum Symbol für das Göttliche wurde, wenn man es sogar als Gottheit selbst verehrte wie im alten Ägypten und frühen Persien.

Als Christen glauben wir, dass Gott uns in seinem menschgewordenen Sohn das heilbringende Licht bereitet hat. Der greise Simeon sagte, als er im Tempel zu Jerusalem Jesus begegnete: „Meine Augen haben das Heil gesehen, das du vor allen Völkern bereitet hast, ein Licht, das die Heiden erleuchtet…“ (Lukas Kapitel 2, Verse 30-32). Später nahm Jesus das Wort vom Licht auf und sagte von sich, er sei das Licht der Welt. Und so war es: Menschen bekamen seine Nähe wie heilbringende Strahlen zu spüren. Menschen in seiner Nachfolge übermitteln bis auf den heutigen Tag Wärme hinein in eine Welt, in der Gleichgültigkeit und Einsamkeit zunehmen.

Kürzlich las ich: „Beten heißt: Ich halte meine Seele in die Sonne.“ Das zu versuchen, lädt uns je der Sonntag ein. Darum ist dieser erste Tag der Woche als Tag der Auferstehung so wichtig, darum dürfen wir ihn nicht noch mehr zum dümmlichen „Wochenende“ verkommen lassen. Er führt uns nämlich hin zur Sonne eines Tages, der keinen Abend kennt. So wünsche ich Ihnen, liebe Leserinnen und Leser, für den kommenden Sonntag das frohmachende Licht des auferstandenen Christus. Bonifatiusbote“ vom 28. Januar

 

 

 

Italien: Bischöfe mahnen vor der Wahl zu „Nüchternheit“

 

In drei Monaten wird in Italien gewählt, und viele in Europa befürchten, dass das Land nach relativ stabilen Jahren ins politische Chaos rutscht, in die Unregierbarkeit. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Umfragen deuten auf einen Schwenk von links nach rechts, also von der derzeitigen Regierung von Paolo Gentiloni hin zu einem rechten Parteienbündnis, zu dem auch die „Lega“ von Matteo Salvini gehört – eine Partei, die gerne mal populistisch und sogar fremdenfeindlich auftritt. Auch die Protestpartei „Fünf Sterne“ könnte auf ein starkes Ergebnis kommen; zum Regieren wird ihr aber aller Voraussicht nach der Partner fehlen. Europa jedenfalls macht sich Sorgen um eine seiner stärksten Volkswirtschaften.

Jetzt haben sich auch die Bischöfe zu Wort gemeldet; sie bringen im immer noch mehrheitlich katholischen Italien auch politisch einiges Gewicht auf die Waage. Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Gualtiero Bassetti, warnte am Montag bei der Eröffnung der Bischofs-Vollversammlung vor Fremdenfeindlichkeit und dem Verbreiten von Angst.

“ Gegen die Kultur der Angst ”

„Wir müssen einer Kultur der Angst entgegentreten, so sehr sie in einigen bestimmten Fällen auch verständlich zu sein scheint. Sie darf nie zu Fremdenfeindlichkeit werden oder an bestimmte Rasse-Konzepte erinnern, die wir für überwunden hielten. Durch sich-Verschließen bessert sich die Lage des Landes nicht! Zweifel oder Ängste zu haben, ist keine Sünde, wie der Papst gesagt hat; die Sünde besteht vielmehr darin, dass wir es zulassen, dass diese Ängste unsere Antworten bestimmen.“

Italienische Zeitungen, etwa die „Repubblica“, lesen diese Worte des Erzbischofs von Perugia als Warnung vor der „Lega“. Die einstmals auf Norditalien beschränkte Partei, ein früherer Juniorpartner des früheren Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi, tritt jetzt in ganz Italien an und könnte zu einer der stärksten politischen Kräfte werden. Der rechte Kandidat für die Präsidentschaft der Region Lombardei, Attilio Fontana, hat vor kurzem von der „weißen Rasse“ gesprochen; danach sei er „in den Umfragen aufgestiegen“, sagte er jetzt einer Zeitung.

„Dieses Jahr erinnert uns besonders an eine dunkle Seite in der Geschichte unseres Landes“, fuhr Bassetti fort. „Ich meine die Rassengesetze von 1938. Bei dieser Gelegenheit hatte Pius XI. in einem allgemeinen Klima der Gleichgültigkeit den Mut zu sagen, dass Antisemitismus nicht zu rechtfertigen ist. Heute, in einem ganz anderen Kontext, können wir uns Worte von Papst Paul VI. zu eigen machen: Rassismus behindert den Aufbau einer gerechteren Welt, dagegen halten wir die universelle Nächstenliebe, die alle Mitglieder der Menschheitsfamilie umarmt. Im Namen Gottes und der Gerechtigkeit können auch wir uns heute voller Freude als Brüder und Schwestern einer einzigen Menschheitsfamilie anerkennen!“

“ Erinnerung an Mussolinis Rassengesetze ”

Auch wenn er es nicht expliziter ausgesprochen hat: Bassettis Hinweis auf Mussolinis Rassengesetze war auch eine Warnung vor einer Wiederkehr des Faschismus in anderem Gewand.

Generell warb der Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz für eine Politik der Mäßigung: Es gehe um „Wiederaufbau“, um „Befriedung“, um „Nüchternheit“, um die Schaffung von Arbeitsplätzen, die Förderung von Familien und mehr Chancen für die Jungen.

„An die moralische und demokratische Bedeutung der Wahlen zu erinnern bedeutet allerdings nicht, dass die Kirche Partei wäre oder zu einer bestimmten Gruppe halten würde. Uns geht es um das ganzheitliche Wachstum des Menschen und um den Dialog mit allen, um das Gemeinwohl für alle zu suchen… Nicht nur mit Worten, sondern mit Taten, für die Zukunft des Landes und seiner ganzen Bevölkerung, von Norden nach Süden.“ VN 23

 

 

 

Gesunde und Kranke gemeinsam auf dem Weg. Lourdes-Wallfahrt 2018 der hessischen Bistümer

 

Fulda. Vom 31. Mai bis 4. Juni findet wieder eine gemeinsame Lourdes-Wallfahrt der Bistümer Fulda, Limburg und Mainz sowie des Malteser Ritterordens für Gesunde, Behinderte, Kranke und Pflegebedürftige statt. Alternativ zur Flugreise wird eine Busreise vom 29. Mai bis 5. Juni angeboten. An der Wallfahrt per Flug können insbesondere langzeitkranke, alte und behinderte Menschen ohne Begleitpersonen teilnehmen, da eine intensive pflegerische Betreuung durch das Ärzte- und Pflegeteam des Malteser-Ritter-Ordens gewährleistet wird. Es können fast alle Pflegewünsche berücksichtigt werden. Das Leitwort der Wallfahrt, die seit über 40 Jahren stattfindet, lautet 2018 „Was er euch sagt, das tut“ (Joh 2,5). Protektor der Wallfahrt ist der Mainzer Weihbischof Dr. Udo Bentz. Prospekte zur Lourdes-Wallfahrt können bei Frank Post, Pilgerstelle im Bistum Fulda, Paulustor 5, 36037 Fulda, Tel. 0661/87-447, E-Mail: organisation@bistum-fulda.de, angefordert werden.

„Im Jahr 2018 feiert Lourdes das 160-jährige Jubiläum der Erscheinungen der Jungfrau Maria vor Bernadette Soubirous“, schreibt Weihbischof Bentz in seiner Einladung. „Maria ist die mütterliche Mittlerin, sie spricht uns Mut zu: Hört auf Gottes Wort und lasst euch das Leben in Fülle schenken. Mit dieser Zuversicht dürfen wir 160 Jahre nach den Erscheinungen nach Lourdes kommen und ihr unsere Anliegen und Nöte anempfehlen“ Die besondere Ausrichtung der Lourdes-Wallfahrt der hessischen Bistümer liegt in der gemeinsamen Fahrt von Gesunden, Behinderten, Kranken und Pflegebedürftigen sowie über die Generationen hinweg. Dies entspricht der Botschaft von Lourdes „Kommt in Prozessionen“ und „Bringt die Kranken zu mir“. So findet parallel auch eine Jugendwallfahrt für Jugendliche ab 16 Jahre statt.

Die Tage in Lourdes werden gemeinsam mit Gottesdiensten, Gebetszeiten, Lichterprozessionen und Besuch der Bäder verbracht. Für Flugreisende erfolgt der Flug am 31. Mai nach Südwestfrankreich, wo dann in Lourdes ein Eröffnungsgottesdienst gefeiert wird, am zweiten Tag steht die Erkundung der heiligen Grotte und des Wallfahrtsbezirks im Vordergrund, während am dritten Tag ein Gottesdienst mit Krankensalbung stattfindet und das Städtchen Lourdes besichtigt wird; abends ist Teilnahme an der Lichterprozession. Am vierten Tag gibt es eine internationale Messe und eine Sakramentenprozession, und am 4. Juni erfolgt die Rückreise. Busreisende übernachten vom 29 auf den 30. Mai in Villefranche-sur-Saône, wo der hl. Pfarrer von Ars Jean-Marie-Vianney wirkte, erreichen Lourdes dann gegen Abend (Teilnahme an der Lichterprozession) und nehmen ab 31. Mai am gemeinsamen Programm teil. Vom 4. auf den 5. Juni übernachten sie in Nevers in Burgund, wo die hl. Bernadette begraben ist.

Für langzeitkranke, alte und pflegebedürftige Pilger, die ohne Begleitperson mitreisen können, ist eine Teilnahme an der Wallfahrt zum Sonderpreis von 649 Euro möglich. Die Anmeldung erfolgt direkt beim Malteser Lourdes-Krankendienst der Diözesen Limburg, Fulda und Mainz, Schlossgasse 7, 64853 Otzberg, Tel. 06162/962-635, Fax 06162/962-637, E-Mail: mlkd@hfc-gmbh.de, der weitergehende Auskünfte zum Ablauf und zur Betreuung auf der Pilgerfahrt erteilt. Die Betreuung pflegebedürftiger Pilger übernehmen ein Ärzteteam und Mitglieder des Lourdes-Krankendienstes des Malteser-Ritter-Ordens. Diese ermöglichen es den sogenannten „Accueil-Pilgern“ (von frz. Accueil = Pflegeheim im heiligen Bezirk), an allen religiösen Feiern teilzunehmen.

Für Gesunde und nicht pflegebedürftige Kranke ist die Unterbringung in bewährten Hotels in Doppelzimmern vorgesehen. Der Flugreisepreis von 829 Euro (Einzelzimmerzuschlag: 139 Euro) beinhaltet Sonderflug von Frankfurt nach Tarbes-Lourdes, Transfer in die Hotels, Unterbringung, Vollpension, Führungen vor Ort, deutschsprachige Reiseleitung und seelsorgliche Betreuung während der gesamten Wallfahrt. Für Kinder von 2 bis 15 Jahren gilt ein Festpreis von 399 Euro; Kinder unter 2 Jahren sind frei. Der Busreisepreis beträgt 799 Euro (Einzelzimmerzuschlag: 210 Euro) bei entsprechender Leistung. Für Kinder gilt folgende Staffelung: unter 2 Jahren frei, 2 bis 5 Jahre 50 Prozent, 6 bis 11 Jahre 20 Prozent und 12 bis 15 Jahre 10 Prozent Ermäßigung. Anmeldungen sind ausschließlich an den Veranstalter zu richten: Bayerisches Pilgerbüro e. V., Dachauer Straße 9/II, 80335 München, Tel. 089/545811-56, Fax 089/545811-69, E-Mail: ringer@pilger.de. bpf

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz präsentiert sich neu im Internet – für Kirchennahe und Kirchenferne

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat ihren offiziellen Internetauftritt komplett überarbeitet: www.dbk.de  zeigt sich im zeitgemäßen Layout sowie mit einer neuen und klaren Struktur. Die Internetseite der Deutschen Bischofskonferenz richtet sich an Kirchennahe, aber auch an die breite Zielgruppe derer, die der Kirche fern stehen oder sich weniger mit religiösen Themen auskennen. Die Nutzer können sich auf www.dbk.de über wichtige Initiativen und Ereignisse, Dokumente und Entwicklungen der katholischen Kirche in Deutschland informieren. Das moderne, leichtere Layout mit einer stärkeren Bildsprache soll dabei auch eine jüngere Zielgruppe ansprechen.

 

Der Einstiegsbereich der Startseite verweist direkt auf umfangreiche Themenseiten, die häufig diskutierte Fragen rund um Kirche, Glaube und Gesellschaft aufgreifen – wie beispielsweise „Kirche und Geld“, „Bischofssynoden“ oder die „Flüchtlingshilfe der katholischen Kirche“ in Deutschland. Zahlreiche weitere Themenseiten sind nur einen Mausklick entfernt. Aktuelle Pressemitteilungen und Erklärungen der Bischöfe sind ebenfalls unmittelbar auf der Startseite von www.dbk.de zu finden. Im Servicebereich weisen acht Bildsymbole unter anderem auf das Lexikon „Kirche A–Z“ mit über 160 Begriffen, auf den Terminkalender oder eine neu gestaltete Bistumskarte hin. Onlineausgaben von Bibel und Katechismus werden dort ebenso verlinkt wie das „Adressbuch für das katholische Deutschland“. Ein neues Element der Startseite ist der Gebetsimpuls. Jede Woche findet sich dort entweder ein selbstverfasstes Zitat, ein Bibelspruch oder Worte von Heiligen beziehungsweise Philosophen, die ein Mitglied der Deutschen Bischofskonferenz ausgewählt hat. Im ersten Gebetsimpuls greift Bischof Heinz Josef Algermissen (Fulda) den Sendungsauftrag der Bischöfe aus Sicht des heiligen Bonifatius auf: „Die Kirche fährt über das Meer dieser Welt wie ein großes Schiff und wird von den Wogen hin und her geworfen. Wir dürfen das Schiff nicht verlassen, wir müssen es lenken.“

 

Da immer mehr Menschen über mobile Endgeräte wie Tablets oder Smartphones online unterwegs sind, wurde der Internetauftritt auch für diese Art der Nutzung optimiert. Zudem können sich Menschen, deren Seh- oder Lesefähigkeiten eingeschränkt sind, mit der Funktion „Readspeaker“ Webseiten, pdf-Dokumente und Formulare vorlesen lassen. Inhalte werden damit besser zugänglich und können schneller erfasst werden. Bei der Realisierung des neuen Internetauftritts wurde die Pressestelle der Deutschen Bischofskonferenz unterstützt von der Kölner Agentur i-gelb GmbH. dbk