Notiziario religioso 27-29 Gennaio 2012
Venerdì 27 Gennaio. Il Vangelo del giorno: Marco 4,26-34
In quel tempo,
Gesù diceva [ alla folla ]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il
seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e
cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo
stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è
maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che
cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo
descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno,
è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene
seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami
così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con
molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano
intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli
spiegava ogni cosa.
Gesù utilizza
oggi due immagini per descrivere il Regno di Dio, il progetto secondo cui Dio
Padre vuole stabilire un Regno che ha al centro e per regola la sua
incondizionata e illimitata bontà per ogni uomo. La prima immagine è quella del
seme. Questa evidenzia che il seme, gettato nella terra germoglia e cresce per
la sua stessa virtù, indipendentemente dalle cure e dall’azione che gli può
riservare il contadino. Il seme, infatti, non può che produrre frutto – la
spiga che infine viene mietuta – perché questo è inscritto nel suo DNA.
Analogamente, il Regno di Dio non può che svilupparsi nel tempo fino al suo
pieno sviluppo, al suo compimento.
La seconda
immagine è data dal granello di senapa che ha i suoi inizi piccoli, umili,
nascosti, lenti ma decisi. Come il granello di senapa, gli inizi del Regno sono
piccoli, umili, nascosti, la sua crescita è graduale, lenta ma decisa e,
infine, la sua maturità lo vede innalzarsi sopra tutti gli altri alberi. In
questa immagine possiamo scorgere anche la parabola di ogni vita ed esperienza
di fede: segnata dalla fragilità delle origini, caratterizzata da una crescita
graduale e, infine, aperta al dono di sé, perché nei rami della propria vita
tutti possano trovare un po’ di riparo, di rifugio e di pace.
Esiste un nesso
profondo tra la pace e la “questione sociale” della giusta distribuzione dei
beni, in un contesto di effettiva condivisione fraterna, che riceve forza dalla
paternità universale di Dio. Don Piero Dini, novena
Sabato 28 Gennaio. Il Vangelo del giorno: Marco 4,35-41
In quel medesimo
giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva».
E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano
anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si
rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa,
sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa
che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!».
Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura?
Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro:
«Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Il vangelo di
oggi ci introduce nella situazione di difficoltà in cui può venire a trovarsi
il discepolo quando vive nell’incertezza della fede. «Lasciata la folla lo
presero con sé, così com’era, nella barca». Prima di narrare l’evento della
tempesta, Marco fa questa annotazione: i discepoli prendono Gesù con loro. La
presenza del Maestro sulla stessa barca dei discepoli non trasmette loro
tranquillità di fronte al pericolo, non li esime dalla paura della morte.
Se stiamo
leggendo questo libretto di meditazioni e desideriamo riflettere ogni giorno
sulla Parola di Dio, significa che anche noi abbiamo fatto salire Gesù sulla
nostra “barca”…, lo abbiamo fatto già entrare nella nostra vita, che lo
vogliamo come nostro compagno di viaggio. In altre parole, lo abbiamo scelto.
Ci siamo fidati della sua promessa: «io sarò con voi tutti i giorni». Ma allora
come vivere i momenti di sbandamento, nei quali Dio ci appare non solo lontano,
ma anche poco interessato alle nostre vicende e – anche noi – gli gridiamo: «Non
ti importa che moriamo?». Quando, per esempio, ci sembra di affrontare la vita
nella solitudine interiore, senza sostegno e conforto umano e divino? È allora
il tempo del ritorno: tornare alla nostra scelta di fondo, a quando abbiamo
fatto salire Gesù “sulla nostra barca”, alle sue promesse, alla sua Parola,
alla certezza che Lui c’è…. sempre e comunque! Questa è una sicurezza che non
ci diamo da soli, che non viene dalle nostre forze, così come i discepoli da
soli non poterono placare il mare. Essa nasce e cresce dal nostro “stare” sulla
Parola di Dio, dal farla penetrare in noi lentamente, ma profondamente. La
paura ci è spesso compagna di vita, fa parte della nostra precarietà. Ma non
dobbiamo avere paura della paura. Noi potremo opporci a lei con le parole che
abbiamo ricevuto dal Dio fedele. Certo questa non è una vittoria che si
conquista una volta per tutte, ma è un continuo tornare a Dio per ricevere da
Lui la forza di attraversare il mare.
L’uomo che tenta
di chiedere e di dare il perdono sa che nessuno ha forza e vita bastanti per
compensare il male inflitto o subito, ma riconosce che anche un solo ultimo respiro
può bastare a strappare il peso dal cuore e a tentare un nuovo azzardo d’amore.
Don Piero Dini, novena
Domenica 29 Gennaio. Il Vangelo del giorno: Marco 1,21-28
In quel tempo,
Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,]insegnava. Ed erano
stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha
autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo
posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da
noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro,
straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto
che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnaménto nuovo, dato con
autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».La sua fama
si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Appena arrivato a
Cafarnao, ed entrato nella sinagoga, Gesù comincia ad insegnare. L’annuncio
della Parola di Dio è urgente, non può aspettare! Ma – ce ne accorgiamo subito
– l’autorevolezza con cui Gesù lo fa non gli viene dalla Legge, dalla
conoscenza dei testi o dalla tradizione. Gesù insegna perché è “autorizzato” da
qualcun Altro, da Dio stesso; questo traspare chiaramente dalle sue parole, che
hanno una forza intrinseca rigenerante e liberatrice, mai percepita prima. È
una parola “nuova” che si rivolge direttamente al cuore e i presenti ne
rimangono sconvolti, nonostante non abbiano ben chiara l’identità del falegname
di Nazareth. Invece, lo spirito del Male non ha dubbi sull’autorità di Gesù ed
esordisce ribadendo con forza il rifiuto e la diffidenza tipici di molti: «Che
vuoi da noi, Gesù Nazareno?». Ma Gesù non lascia spazio al Maligno ed esprime
con forza la sua supremazia, comandandogli di tacere e di andarsene, senza
discussioni.
In questa
domenica, guardando anche le altre letture bibliche che la liturgia ci propone,
vediamo quanto sia importante la figura del Profeta, di colui che parla con
autorevolezza e agisce – con autorevolezza – a nome di Dio. Dio, da sempre, ha
suscitato profeti tra gli uomini in vista di Cristo. Ed anche oggi quindi
continua a suscitarne per risvegliare le nostre coscienze e combattere il
Maligno. Allora, sull’esempio di Gesù e prendendo la forza da Lui, ciascuno di
noi è chiamato ad interrogarsi su come manda avanti questa personale ed
ecclesiale missione di Salvezza e di pace di cui oggi c’è sempre maggiore
bisogno nella nostra società. Che tipo di autorevolezza abbiamo noi nel
condurre questa missione profetica che porta salvezza al mondo? Cosa ci manca
per essere maggiormente profeti autentici?
Un progetto di
educazione alla pace richiede un contesto sociale che offra le condizioni
necessarie per un’esperienza quotidiana di relazioni costruttive e per una
proposta educativa non resa vana dalle circostanze nelle quali si compie.
Don Piero Dini,
novena
Bagnasco: "Evadere le tasse è peccato, se lo fanno i religiosi è
scandalo"
Bagnasco apre i
lavori del Consiglio permanente della Cei, ricorda l’impegno sociale della
Chiesa che non cerca «auto-esenzioni» e parla del rischio che una «tecnocrazia
sopranazionale anonima» espropri la politica degli Stati - di
ANDREA TORNIELLI
Roma - «Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare
il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il
proprio storico legame con il lavoro». La Chiesa, che ha messo in atto tutte le
sue forze per fronteggiare le conseguenze della crisi nei poveri e nei nuovi
poveri, «non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie»: evadere le tasse
«è peccato e per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo».
Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza
episcopale italiana, nella prolusione che ha aperto questo pomeriggio i lavori
del Consiglio permanente, che ha messo in guardia dal rischio che una «tecnocrazia
sopranazionale anonima» espropri la politica degli Stati.
Bagnasco si è
dilungato sulla crisi, affermando che la novità dell’attuale situazione «è che
quanto accade in economia e nella finanza non si può spiegare se non lo si
collega ad altri fenomeni contestuali come la mondializzazione dei processi, le
migrazioni, le mutazioni demografiche nei Paesi ricchi, l’offuscamento delle
identità nazionali, il nomadismo affettivo e sessuale».
«Il capitalismo
sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé – ha detto il presidente della Cei –
non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico
legame con il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il
lavoro-campeggio: si va dove momentaneamente l’industria sta meglio come se l’“altro”
non esistesse. E per “l’altro” è in primo luogo da intendersi proprio il
lavoratore».
«La “fluidità” di
valori, relazioni e riferimenti, non impedisce affatto – semmai favorisce – il
formarsi di coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli, tali da
rendere la politica sempre più debole e sottomessa. Mentre invece dovrebbe
essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e
renderla irrilevante, e quasi inutile. Ed è quel che sembra accadere sotto gli
occhi attoniti della gente».
«Quando il
criterio è il guadagno più alto e facile possibile e nel tempo più breve
possibile – ha detto Bagnasco – allora il profitto non è più giusto, ma diventa
scopo a se stesso giocando sulla vita degli uomini e dei popoli». Il cardinale
ha poi insistito, al di là «di ogni ventata antipolitica», sull’assoluta
importanza, anzi necessità, della politica, che «deve mettersi in grado di
regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della
speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di
mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo. Sembra,
invece, che i grandi della terra non riescano ad imbrigliare il fenomeno
speculativo».
Bagnasco presenta
il dubbio «che si voglia proprio dimostrare ormai l’incompetenza dell’autorità
politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale
anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta, e
dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall’imperiosità del mercato».
Ma la politica, riconosce il cardinale, ha le sue responsabilità: non è stata
infatti capace di arrivare a «riforme effettive», spesso «solo annunciate» e
dunque c’è stata incapacità di pervenire «in modo sollecito a decisioni
difficili allorché queste si impongono. Quasi fosse normale, per un paese come
l’Italia, non essere in grado di assumere una comunicazione franca con i propri
cittadini. E dovesse essere fisiologico puntare su una compagine governativa
esterna, perché provi a sbrogliare la matassa nel frattempo diventata troppo
ingarbugliata».
Bagnasco ha
quindi definito il governo un «esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla
politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con l’impegno
primario e caratterizzante di affrontare i nodi più allarmanti di una delicata,
complessa contingenza». Ma è «irrinunciabile che i partiti si impegnino per
fare in concomitanza la propria parte», per le riforme «rinviate per troppo
tempo tanto da trovarsi ora in una condizione di emergenza». I partiti «non
devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi,
preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su
pensieri lunghi e alti».
Oggi, ha detto il
presidente della Cei, «c’è da salvare l’Italia e c’è da far sì – cosa non
scontata – che i sacrifici che si vanno compiendo non abbiano a rivelarsi
inutili. Per questo urge superare il risentimento che qua e là affiora». Il
cardinale ha invitato a non ritenere «fisiologica la condizione di giovani
ultratrentenni che vivono a carico dei genitori o dei nonni». La Chiesa vuole
fare la sua parte e «non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non
può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato.
Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo».
Il cardinale ha
ricordato «l’assidua, capillare presenza responsabile» della Chiesa nel
sociale, attraverso «quattrocentoventimila operatori attivi in oltre
quattordicimila servizi sociali e sanitari di ispirazione cristiana operanti
con continuità e stabilità organizzativa sul territorio del Paese». «Non
chiediamo privilegi – ha aggiunto Bagnasco – né che si chiuda un occhio su
storture o manchevolezze. Sappiamo che il bene va fatto bene, senza
ostentazioni o secondi fini, senza cercare alibi, auto-remunerazioni o
auto-esenzioni, nell’umile esemplarità della propria esistenza e con la
trasparenza delle opere». Il cardinale ha ripetuto che sull’Ici la Chiesa in
Italia «non chiede trattamenti particolari, ma semplicemente di aver applicate
a sé, per gli immobili utilizzati per servizi, le norme che regolano il no
profit. I Comuni vigilino, e noi per la nostra parte lo faremo». Ma ha
auspicato anche che finiscano le polemiche che fanno sorgere «sospetti inutili»
e, «in ultima istanza, infirmare il diritto dei poveri di potersi fidare di chi
li aiuta».
Bagnasco ha
accennato anche al percorso iniziato dai cattolici in politica: «Il nostro
laicato vuole esserci, consapevole di essere portatore di un pensiero forte e
originale, cioè non conformista. Consapevole di un dovere preciso che
scaturisce anche dalla propria fede e da una storia lunga e feconda nota a
tutti». E ha rilanciato quella che chiama «una felice “provocazione” del Papa»:
«Ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica
o nell’economia risultasse incisiva, e forse non ci si è altrettanto
preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una
volta per tutte».
Nella parte
iniziale della prolusione, il cardinale aveva parlato dell’Anno della Fede,
notando l’esistenza «qua e là» di «una strana reticenza a dire Gesù, una sorta
di stanchezza, uno scetticismo talora contagioso. Al contrario, ed è il Papa
stesso a ricordarcelo, c’è l’entusiasmo riscontrabile nei giovani e nei giovani
Continenti, a partire dall’Africa che egli ha visitato di recente e dove si è
colta un’impressionante vitalità e una larga passione per il Vangelo». LS 23
Ai neocatecumenali il diploma. Ma non quello che si aspettavano
La Santa Sede ha
approvato i riti che scandiscono le tappe del loro catechismo. Ma le particolarità
con cui essi celebrano le messe restano sempre sotto osservazione. Alcune sono
consentite.
CITTÀ DEL
VATICANO – Prima dell’udienza con Benedetto XVI di tre giorni fa, dentro il
Cammino neocatecumenale correva voce che in quell'occasione sarebbero state
definitivamente approvate le “liturgie” del movimento ecclesiale fondato da
Francisco "Kiko" Argüello e Carmen Hernández:
Tali voci davano
addirittura per pronto il documento di convalida.
In realtà questo
provvedimento non era assolutamente all’ordine del giorno in Vaticano, come si è
potuto verificare nel corso dell’udienza col papa del 20 gennaio.
All'inizio
dell'udienza, infatti, è stato letto un decreto del pontificio consiglio per i
laici nel quale, con "il parere favorevole della congregazione per il
culto divino e la disciplina dei sacramenti", semplicemente si
"concede l’approvazione a quelle celebrazioni contenute nel Direttorio
catechetico del Cammino neocatecumenale che non risultano per loro natura già
normate dai libri liturgici della Chiesa".
Più chiaramente
il papa nel suo discorso ha ribadito che con il suddetto decreto soltanto
"vengono approvate le celebrazioni" presenti nel Direttorio
catechetico, che "non sono strettamente liturgiche".
Ciò vuol dire che
i rituali approvati in questa occasione non riguardano in alcun modo la
liturgia della messa o l’amministrazione dei sacramenti, ma solo le
celebrazioni interne al Cammino che scandiscono le principali tappe del lungo
catecumenato di ogni suo membro.
Benedetto XVI ha
inoltre approfittato dell'udienza per rivolgere ai capi e ai membri del Cammino
un "breve pensiero sul valore della liturgia". È si è trattato di un
"pensiero" che aveva tutto il sapore di una lezione, densa e
impegnativa nonostante la brevità.
In essa il papa ha
ricordato che "il vero contenuto della liturgia" è si "opera del
Signore Gesù", ma "è anche opera della Chiesa, che, essendo suo
corpo, è un unico soggetto con Cristo". E con ciò ha messo in guardia
dalla tentazione – presente nelle teorie liturgiche neocatecumenali ma non solo
– di un "archeologismo" che pretenderebbe di riprodurre
artificiosamente l'ultima cena di Gesù e le "frazioni del pane" dei
primissimi tempi cristiani senza tener conto degli sviluppi liturgici che sono
maturati legittimamente nella Chiesa nel corso dei secoli.
Nel suo discorso,
inoltre, Benedetto XVI ha sottolineato il "carattere pubblico della Santa
Eucaristia". Ha ricordato che in base agli statuti del Cammino approvati
nel 2008 "i neocatecumenali possono celebrare l’Eucarestia domenicale
nella piccola comunità dopo i primi vespri della domenica, secondo le
disposizioni del vescovo diocesano". Ma ha subito aggiunto che "ogni
celebrazione" deve essere "essenzialmente aperta a tutti coloro che
appartengono" all’unica Chiesa di Cristo.
Le celebrazioni
nelle piccole comunità – ha proseguito il papa – devono cioè produrre una
"progressiva maturazione" che favorisca "il loro inserimento
nella vita della grande comunità ecclesiale", ossia in concreto
"nella celebrazione liturgica della parrocchia".
Il papa ha infine
ribadito che "la celebrazione nelle piccole comunità" deve essere
"regolata dai libri liturgici, che vanno seguiti fedelmente", sia
pure "con le particolarità approvate negli statuti del Cammino".
Negli statuti del
2008 le particolarità consentite sono due.
La prima riguarda
"la distribuzione della Santa Comunione sotto le due specie" e
"sempre con pane azzimo", che i neocatecumenali devono ricevere
"in piedi, restando al proprio posto".
La seconda è lo
spostamento “ad experimentum” del "rito della pace dopo la Preghiera
universale", cioè prima dell'offertorio, come del resto avviene da sempre
nel rito ambrosiano, in uso nell'arcidiocesi di Milano.
Negli statuti si
prevede inoltre che gli animatori delle comunità neocatecumenali preparino
"brevi monizioni alle letture". Ma questo è già consentito dalle
istruzioni generali del messale romano, per qualsiasi messa.
Non si fa cenno
alcuno, invece, nei paragrafi degli statuti riguardanti la messa, alle
cosiddette "risonanze", cioè ai commenti spontanei alle letture e al
Vangelo fatti da chi partecipa alle messe delle comunità neocatecumenali, in
aggiunta all'omelia del sacerdote.
Non solo questa
delle "risonanze", quindi, ma ogni altra particolarità liturgica in
uso nel Cammino che non è approvata esplicitamente dalla Santa Sede era abusiva
prima dell’udienza dello scorso 20 gennaio e tale rimane anche dopo.
Ecco qui di
seguito la "lezione" di liturgia impartita da Benedetto XVI ai
neocatecumenali e, più sotto, un sommario dei loro rituali extraliturgici che
hanno avuto l'approvazione delle autorità vaticane. L‘Espr. 23
Cari fratelli e
sorelle, [...] poco fa vi è stato letto il decreto con cui vengono approvate le
celebrazioni presenti nel "Direttorio catechetico del Cammino
neocatecumenale", che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte
dell’itinerario di crescita nella fede. È un altro elemento che vi mostra come
la Chiesa vi accompagni con attenzione in un paziente discernimento, che
comprende la vostra ricchezza, ma guarda anche alla comunione e all’armonia
dell’intero "Corpus Ecclesiae".
Questo fatto mi
offre l’occasione per un breve pensiero sul valore della liturgia. Il Concilio
Vaticano II la definisce come l’opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è
la Chiesa (cfr. "Sacrosanctum Concilium", 7). A prima vista ciò
potrebbe apparire strano, perché sembra che l’opera di Cristo designi le azioni
redentrici storiche di Gesù, la sua passione, morte e risurrezione. In che
senso allora la liturgia è opera di Cristo? La passione, morte e risurrezione
di Gesù non sono solo avvenimenti storici; raggiungono e penetrano la storia,
ma la trascendono e rimangono sempre presenti nel cuore di Cristo. Nell’azione
liturgica della Chiesa c’è la presenza attiva di Cristo risorto che rende
presente ed efficace per noi oggi lo stesso mistero pasquale, per la nostra
salvezza; ci attira in questo atto di dono di sé che nel suo cuore è sempre
presente e ci fa partecipare a questa presenza del mistero pasquale. Questa
opera del Signore Gesù, che è il vero contenuto della liturgia, l’entrare nella
presenza del mistero pasquale, è anche opera della Chiesa, che, essendo suo
corpo, è un unico soggetto con Cristo: "Christus totus caput et
corpus", dice sant’Agostino. Nella celebrazione dei sacramenti Cristo ci
immerge nel mistero pasquale per farci passare dalla morte alla vita, dal
peccato all’esistenza nuova in Cristo.
Ciò vale in modo
specialissimo per la celebrazione dell’eucaristia, che, essendo il culmine
della vita cristiana, è anche il cardine della sua riscoperta, alla quale il
neocatecumenato tende. Come recitano i vostri statuti, "L’eucaristia è
essenziale al neocatecumenato, in quanto catecumenato post-battesimale, vissuto
in piccola comunità" (art. 13 §1). Proprio al fine di favorire il
riavvicinamento alla ricchezza della vita sacramentale da parte di persone che
si sono allontanate dalla Chiesa, o non hanno ricevuto una formazione adeguata,
i neocatecumenali possono celebrare l’eucaristia domenicale nella piccola
comunità, dopo i primi vespri della domenica, secondo le disposizioni del
vescovo diocesano (cfr. Statuti, art. 13 §2). Ma ogni celebrazione eucaristica è
un’azione dell’unico Cristo insieme con la sua unica Chiesa e perciò
essenzialmente aperta a tutti coloro che appartengono a questa sua Chiesa.
Questo carattere pubblico della santa eucaristia si esprime nel fatto che ogni
celebrazione della santa messa è ultimamente diretta dal vescovo come membro
del collegio episcopale, responsabile per una determinata Chiesa locale (cfr.
"Lumen gentium", 26).
La celebrazione
nelle piccole comunità, regolata dai libri liturgici, che vanno seguiti
fedelmente, e con le particolarità approvate negli statuti del Cammino, ha il
compito di aiutare quanti percorrono l’itinerario neocatecumenale a percepire
la grazia dell?'essere inseriti nel mistero salvifico di Cristo, che rende
possibile una testimonianza cristiana capace di assumere anche i tratti della
radicalità. Al tempo stesso, la progressiva maturazione nella fede del singolo
e della piccola comunità deve favorire il loro inserimento nella vita della
grande comunità ecclesiale, che trova nella celebrazione liturgica della
parrocchia, nella quale e per la quale si attua il neocatecumenato (cfr.
Statuti, art. 6), la sua forma ordinaria. Ma anche durante il Cammino è
importante non separarsi dalla comunità parrocchiale, proprio nella celebrazione
dell’eucaristia che è il vero luogo dell’unità di tutti, dove il Signore ci
abbraccia nei diversi stati della nostra maturità spirituale e ci unisce nell’unico
pane che ci rende un unico corpo (cfr. 1 Cor 10, 16s). [...] Benedetto XVI
È questo il primo
articolo che scrivo quest’anno e mi pare di non poter cominciare il 2012 senza
un grido d’allarme sullo stato della fede e della Chiesa. Quest’anno, l’11
ottobre, cade il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio e del
discorso inaugurale di Giovanni XXIII che annunciava gioia alla Chiesa (“Gaudet
mater Ecclesia”) e un “balzo innanzi” nella fede, contro i malauguri dei
profeti di sventura; a partire da questo anniversario, comincerà poi, indetto
da Benedetto XVI, l’ “anno della fede”. Tuttavia né la Chiesa cattolica appare
in buona salute, né la fede appare rigogliosa. La Chiesa in Italia, liberata
dal discredito che le veniva dalla contiguità con Berlusconi, non ha avuto un
guizzo di vitalità, e giace inerte dinnanzi alla crisi tremenda che attraversa
il Paese e scuote l’Occidente: né sa interpretarla, né sa dire parole di
rinascita e di guida; l’unica cosa che si vede è una certa agitazione intorno a
improbabili ritorni al potere di qualche élite cattolica obbediente. Più grave è
la condizione della fede. Le chiese restano vuote, anche quando i “meetings”
religiosi fanno il pieno. I dati riportati più avanti nell’articolo di Giannino
Piana danno conto di questa crisi della religione in Italia, mentre un’inchiesta
pubblicata nell’ultimo “Annale” della rivista Il Regno mette soprattutto in
rilievo la questione giovanile: sia per la frequenza alla Messa e ai
sacramenti, sia per la preghiera personale, sia nel dichiararsi credente c’è
uno scarto generazionale imponente tra i nati prima del 1945 e le giovani
generazioni venute al mondo dopo il 1981, una diminuzione che giunge fino a 31
punti percentuali. “Il calo più netto in tutti gli aspetti del rapporto con la
religione – sottolinea l’inchiesta – riguarda proprio i giovanissimi. Sembra
veramente di osservare un altro mondo”. C’è nei nostri figli – osserva la
rivista dei dehoniani – un grado di “analfabetismo religioso molto alto”, sicché
è una facile previsione che “quando i figli della generazione degli anni
Settanta saranno padri”, il processo di secolarizzazione (nel senso specifico
di estraneità alla fede) subirà un’ulteriore accelerazione. Del resto questa
crisi del cattolicesimo non è solo dell’Italia. In un testo del teologo della
liberazione José Comblin, che è stato ora pubblicato postumo da Adista, si
descrive una crisi che ha una portata universale. In America Latina i contadini
poveri, che fino a ieri stavano con la Chiesa, ora vanno con gli evangelici;
milioni di adolescenti stanno perdendo la fede; i giovani, compresi i nuovi
sacerdoti, non sanno cosa fu il Concilio, che non riveste per loro nessun
interesse. In questa situazione ha poco senso chiedersi se viviamo in una
società cristiana, e ancor meno se cristiane siano le sue radici; più
necessario è chiedersi se ancora ci saranno cristiani. Sulla qualità cristiana
della nostra società è bene del resto che la Chiesa sospenda il giudizio, perché
spesso esso è stato sbagliato, come sono state sbagliate le corrispondenti
apologie e condanne: è stata ritenuta cristiana “la Santa Romana Repubblica”
Costantino) e
forse era una fama usurpata, è stata dannata come non cristiana la società dell’illuminismo
e delle libertà moderne, e forse cristiana cominciava ad esserlo, sicché anche
oggi è bene astenersi da giudizi sommari e scomuniche. Certo molto cristiana
non deve essere una società che al potere non ha più nemmeno Cesare, ma il
Denaro il quale, se ha le chiavi del regno, è proprio l’Antagonista del regno
di Dio; il denaro ci può stare nel regno, ma come colui che serve, per esempio
per pagare la giusta mercede, non come quello che governa, perché allora è
Mammona. E tanto meno è cristiana una società che butta a mare gli stranieri e
fa loro pagare la tassa sulla povertà. Però può anche darsi che avesse ragione papa
Giovanni quando vedeva sorgere un “nuovo ordine di rapporti umani”, anche se a
nostra insaputa e al di là delle nostre stesse aspettative. Più vitale è
piuttosto la domanda se ancora ci saranno discepoli del Regno, e come potranno
esserlo, e come potranno portare essi stessi un annuncio di fede. Questo
dovrebbe essere l’assillo e la passione delle Chiese, se non vogliono ridursi a
reperti sociologici e finire nell’irrilevanza. E allora, che fare? Senza
ipotizzare difficili e mirabili riforme, ci sono molte cose nuove che si
possono fare a dottrina vigente e a legislazione ecclesiastica vigente, per
offrire nuove strade alla fede e nuova linfa alla Chiesa. E non c’è nemmeno da
inventare niente: è già tutto scritto nei testi del Concilio. Cinquant’anni dovrebbero
ormai bastare alla loro quarantena, quindi possono essere risvegliati dall’anestesia.
Si può, alfine, liberare il Concilio. La fede, ma come? “Il Figlio dell’uomo,
quando verrà, troverà fede sulla terra?”, è la domanda posta da Gesù agli
apostoli. A giudicare dalla scarsa o nulla attenzione che dagli uomini e dai
governanti di oggi viene prestata alla salvaguardia del creato, la cosa
potrebbe non essere troppo lontana, ed è per non far trovare brutte sorprese al
Veniente che la Chiesa cattolica ha indetto un “anno della fede” in coincidenza
con i cinquant’anni dal Concilio. In effetti la fede e le Chiese attraversano
una crisi di cui si parla poco perché non se ne occupano le agenzie di rating,
ma non è meno grave di quella che, sotto altri profili, imperversa in tutta la
società; e soprattutto, come abbiamo detto, investe i giovani.
Perciò viene bene
il richiamo al Concilio, per una rinnovata e straordinaria azione pastorale. Ma
nell’indicare come fare, il cardinale Levada, prefetto della “Congregazione per
la dottrina della fede”, mette avanti due risorse: una appunto, come di rito, è
il Concilio, l’altra è il “Catechismo della Chiesa cattolica” e addirittura il
suo “Compendio”, nel presupposto che siano la stessa cosa, l’una speculare e
traduzione dell’altra. Senonché se i contenuti sono gli stessi (e tuttavia non
coincidenti, perché non tutte le enunciazioni di una fonte si trovano nell’altra),
le metodologie di trasmissione della fede sono profondamente diverse: una è una
metodologia narrativa, una “storia” di salvezza, storia che viene dall’inizio
dei tempi e continua tuttora, l’altra è una metodologia deduttiva, dottrinale,
didattica. Giovanni XXIII convocò il Concilio perché capì in anticipo che con
quest’ultima metodologia la fede non sarebbe stata più trasmissibile nel mondo
moderno, occorreva un nuovo linguaggio; e mentre tutte le altre “narrazioni”
mondane sfiorivano e cadevano dai cuori, il Concilio ripropose la narrazione
cristiana con una forza di novità e di persuasione che lasciò tutto il mondo a
bocca aperta. Rimettere ora in serie Concilio e Catechismo, perché ognuno
scelga come crede, è come rimettere in serie la Messa in latino di san Pio V e
la Messa decrittata della liturgia postconciliare, perché ognuno scelga quella
che gli aggrada; ma in tal modo la guida pastorale si perde, e il Concilio è
come se non ci fosse stato. Se invece si fa appello al Concilio per ridare
corso alla fede, occorre riprendere quella grande narrazione; e se si comincia
davvero a narrare la fede del Concilio (che è cosa diversa dalle riforme
abbozzate dal Concilio), non basta nemmeno un anno per esaurirne le grandezze.
Inoltre, a interrogare il Concilio, si scoprirebbe che la Chiesa non è quella
che appare nei giornali, ma è essenzialmente eucaristia, è coestensiva all’eucaristia;
non che non ci sia altro al di là di questa, ma il Concilio dice che la
liturgia è la fonte e il culmine di tutto ciò che la Chiesa fa prima e di tutto
ciò che attua dopo la celebrazione del mistero pasquale. Dunque senza
eucaristia non c’è Chiesa e la fede non vive. Eppure in crescente misura le
eucaristie non si possono celebrare perché non ci sono preti, e saranno sempre
meno i preti celibatari che realizzino il modello sublime di prete riproposto
anche dal Concilio. Né è possibile pensare oggi a un sacerdozio sposato nella
Chiesa latina; la questione è chiusa, hanno risposto i vescovi ai cristiani di
base, come quelli austriaci, che lo chiedevano; e un gesuita francese, Joseph
Moingt, ha riferito di un papa, precedente a quello regnante, che avrebbe
detto: “So bene che dopo di me bisognerà ordinare degli uomini sposati, ma
finché io vivrò manterrò la consegna”: e ci sarà sempre un papa a Roma che “manterrà
la consegna”. D’altronde preti esemplari, fedeli al carisma del celibato, di grande
statura, saranno sempre necessari alla Chiesa soprattutto per il ministero
della riconciliazione, oggi caduto in disuso; ed è bene che non venga meno la
confessione perché, come diceva Lutero, è importante che ci sia un’altra
persona che annuncia al peccatore il perdono di Dio, come un fatto oggettivo,
contro i ripiegamenti soggettivistici nel senso di colpa del “cuore incurvato
in se stesso”. Per quanto però riguarda l’eucaristia sguarnita di preti, si
potrebbe pensare a una diversa ripartizione di compiti tra i ministri ordinati
dal vescovo, sacerdoti e diaconi. Come negli “Atti” gli apostoli decisero di
dedicarsi soprattutto alla predicazione e alla preghiera, attribuendo ai
diaconi il “servizio delle mense” (che nelle prime comunità non erano distinte
dalla cena eucaristica), così potrebbero oggi i diaconi moltiplicarsi per
provvedere al “servizio delle mense” dell’eucaristia, in nome e per mandato del
vescovo. Il Concilio ha ripristinato il diaconato permanente, ammettendo
diaconi sposati, ma non ha ammesso che i diaconi si sposino. A legislazione e
disciplina vigente si potrebbero perciò ordinare diaconi sia uomini sposati,
sia uomini che non intendano sposarsi, sia uomini che vogliano abbracciare
ambedue le vocazioni: basta che si preparino ad ambedue e celebrino il
matrimonio prima dell’ordinazione. E attraverso i diaconi, sposati e no, si
potrebbe stabilire un nuovo dinamismo ecclesiale, e una circolarità tra laicato
e clero, tra vita religiosa e vita comune, tra famiglie e comunità; e l’eucaristia
potrebbe avere dovunque i suoi ministri, la Chiesa esistere e la fede essere
annunziata. Raniero La Valle
Papa: "Silenzio e ascolto, fondamenti della comunicazione"
nell'era di Twitter
Presentato il
messaggio per la prossima giornata delle comunicazioni sociali. Elogiando la
rete, strumento di evangelizzazione, il Papa ha sottolineato come in Internet i
messaggi siano "non più lunghi dei versetti biblici" - di Alessandro
Speciale
Città del
Vaticano - Non proprio una
"benedizione" a Twitter & co. ma un segno dell’attenzione di papa
Benedetto XVI alle nuove forme di comunicazione online, a cominciare dai social
network e dai micromessaggi “non più lunghi di un versetto biblico”. Nuove
tecnologie che il pontefice guarda non con sospetto ma con curiosità e
apertura, nella consapevolezza che, per la Chiesa, ogni ‘mezzo’ è ‘buono’ se
buono è il messaggio.
Il Vaticano ha
diffuso oggi – festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti – il
messaggio di papa Ratziner per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
che si celebrerà il prossimo 20 maggio.
Il tema scelto
quest’anno dal pontefice è “Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione”.
Silenzio e parola, scrive il papa, sono due aspetti essenziali di ogni
comunicazione – senza l’uno, l’altro viene privato di senso: “Il silenzio è
parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense
di contenuto”.
Per papa
Benedetto XVI, il silenzio “apre… uno spazio di ascolto reciproco” che rende “possibile
una relazione umana più piena”. È nel silenzio, infatti, che “ascoltiamo e
conosciamo meglio noi stessi”, che il pensiero si “approfondisce” e che “comprendiamo
con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro”.
Allo stesso modo,
“tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a
noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre
parole o alle nostre idee”.
Non a caso,
prosegue il pontefice, “nelle diverse tradizioni religiose”, la solitudine e il
silenzio sono “spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse
e quella Verità che dà senso a tutte le cose”.
Anche nel mondo
contemporaneo, in cui l’uomo “è bombardato da risposte a quesiti che egli non
si è mai posto e a bisogni che non avverte”, il silenzio “è prezioso per
favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte
che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente
importanti”. “Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti – aggiunge
papa Ratzinger -, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è
importante da ciò che è inutile o accessorio”.
E Twitter? Il
papa non dimentica che viviamo in un’epoca in cui “le varie forme di siti,
applicazioni e reti sociali” possono aiutare l’uomo “a vivere momenti di
riflessione e di autentica domanda” e anche “a trovare spazi di silenzio,
occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”.
“Nella
essenzialità di brevi messaggi – aggiunge -, spesso non più lunghi di un
versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non
trascura di coltivare la propria interiorità”.
“La parola ‘tweet’
– ha spiegato ai giornalisti il presidente del Pontificio Consiglio delle
Comunicazioni Sociali, monsignor Claudio Maria Celli - non risulta nel testo ma
penso lo si possa identificare con molta tranquillità”. LS 24
La generazione inquieta. Come rendere Gesù ''contemporaneo'' dei ragazzi?
Gesù è “contemporaneo”
dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a don Armando Matteo, docente di teologia
fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, tra i relatori dell’omonimo
evento internazionale che si svolgerà a Roma, dal 9 all’11 febbraio, per
iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale.
I giovani di oggi
sono “più vicini” o “più lontani” da Gesù?
“Se facciamo
riferimento ai dati delle indagini più recenti, bisogna riconoscere che nei
giovani tra i 20 e i 30 anni esiste, in generale, un atteggiamento di estraneità
alla fede cristiana. Ciò non esclude, tuttavia – come si può riscontrare nelle
nostre associazioni ecclesiali – che ci sia una percentuale significativa di
giovani con un forte slancio verso la fede cristiana, vissuta all’insegna della
centralità del Vangelo e della preghiera, anche se si tratta di un numero che
tende a diminuire. Ciò che accomuna, comunque, tutti i giovani – come ci dice
anche l’analisi del Papa – è il fatto che in loro sia presente un’inquietudine
molto profonda per come è strutturata la società di oggi, in cui c’è poca
speranza, manca il futuro: in questo, c’è una certa contemporaneità con Gesù,
preoccupato di rivolgere uno sguardo di maggiore attenzione soprattutto a chi è
povero e sfortunato. E tra i ‘nuovi poveri’, oggi, sicuramente bisogna
aggiungere i giovani”.
Benedetto XVI,
nei suoi recenti interventi, dà loro molto spazio, sottolineando come siano i
giovani a pagare i costi più alti della crisi, che non è solo economica...
“La crisi che
stiamo vivendo è prima di tutto una crisi di fiducia umana. Nel nostro Paese, c’è
una sorta di eterna giovinezza che però si traduce in ‘giovanilismo’, in una
grande fiducia nelle potenzialità della giovinezza intesa in senso astratto.
Tutti vogliono restare giovani, ma in realtà gli adulti non fanno spazio alle nuove
generazioni: ‘Essere sempre giovani’, per i nostri adulti, significa mantenere
posizioni di potere, di prestigio, spendere 36 milioni di dollari in creme
antiage, come è accaduto in America... Il mito dell’eterna giovinezza sottrae
spazio proprio ai giovani, ci impedisce di fare spazio a chi viene dopo, e di
questo i giovani risentono tantissimo. Manca la fiducia umana nella vita, nella
bellezza delle sue tappe, e uno sguardo capace di andare oltre: ci si attacca a
questa vita con i denti, a discapito di chi viene dopo”.
Soprattutto dall’adolescenza
in poi, molti giovani percepiscono Gesù, e la Chiesa in particolare, come
qualcosa che non appartiene più ai loro orizzonti di vita: si può, e come,
superare questa frattura?
“Gesù, prima di
iniziare la sua vita pubblica, rimane trent’anni in silenzio e vive la vita dei
suoi futuri discepoli, lavorando, ascoltando, entrando dentro il cuore dell’uomo.
I giovani nati dopo il 1981, come è ormai assodato da tutte le ricerche, sono
diversi da quelli che li hanno preceduti. La ‘generazione facebook’ è fatta di
pochi giovani, più coccolati dai loro genitori: spesso sono figli unici,
vengono molto influenzati dai media e vivono in un ambiente multiculturale e
multireligioso. I giovani soffrono di una doppia ingiustizia: da una parte, il
mito del giovanilismo, dall’altra, gli adulti che ‘non se ne vanno’... Il
rischio è il ripiegamento su se stessi, il nichilismo. Se il futuro non incide
come motivazione, allora posso fare qualsiasi cosa: se il futuro è così buio,
decido sulla base di ciò che sento oggi”.
Il successo che
continuano a registrare le Gmg è un chiaro indicatore del bisogno di religiosità,
anche inespresso, presente nei giovani. Basta per “rianimare” la vita delle
nostre comunità?
“La Gmg ha 25
anni, ma non ha fatto ancora ‘scuola’ all’interno delle diocesi e nelle
parrocchie: la pastorale giovanile è rimasta un po’ in disparte, rispetto alle
indicazioni e allo sviluppo che prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI
hanno dato a quest’ormai tradizionale appuntamento dei giovani, che continua a
riscontrare un enorme successo. Sono tre, a mio avviso, le caratteristiche
della Gmg che dovremmo ‘importare’ nelle nostre comunità: il numero delle
energie messe a disposizione (a Madrid c’era l’1% della popolazione giovanile
italiana, ma accompagnata dal 50% dei vescovi e dal 12% del clero); la
possibilità di entrare in contatto con la Bibbia (da sempre le catechesi della
Gmg sono esplicitamente bibliche, a differenza di quelle nelle parrocchie, a
volte troppo ‘moralistiche’). Infine, dalle Gmg occorre apprendere che il
codice unificante di questa esperienza è la gioia: anche il Papa, di recente,
ha messo in guardia i cristiani dalla tristezza. Le nostre comunità fanno
fatica ad essere gioiose, spesso sono più interessate alla quantità delle messe
e delle preghiere, e meno alla qualità. Per stare con i giovani, bisogna
riscoprire il codice elementare della festa, della gioia, che è proprio
innanzitutto della liturgia”.
Il linguaggio dei
giovani di oggi è molto diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto: da
dove partire, per parlare loro di Gesù?
“Dall’atteggiamento
dei primi discepoli, che nell’annunciare il Vangelo si sono resi conto che era
necessario – perché più efficace – passare dall’aramaico al greco. Hanno
abbandonato le parole originali, mostrando così che l’inculturazione è fin dall’inizio
centrale per il cristianesimo. È quello che il Papa chiama ‘fedeltà creativa’,
che esige da una parte una maggiore conoscenza dell’universo giovanile, dall’altra
la capacità di sintonizzarsi, di volta in volta, sulla lunghezza d’onda del
destinatario”. M.Michela Nicolais
Deceduto il Delegato delle MCI in Inghilterra don Agostino Gonella
Enfield – Si sono
svolti martedì a Enfield i funerali di don Agostino Gonella, missionario con
gli italiani in Inghilterra, e Delegato delle Mci del posto, morto nella tarda
serata del 13 gennaio scorso. A presiedere è stato il Nunzio Apostolico in
Inghilterra mons. Antonio Pennini. Con lui hanno concelebrato mons. Lino
Belotti, già Direttore generale e Presidente della Fondazione Migrantes, mons.
Silvano Ridolfi, Direttore di “Migranti-press”, don Sergio Aldigeri della
Migrantes di Alba e diversi sacerdoti delle Missioni Cattoliche Italiane.
Don Gonella era
nato il 4 dicembre 1927 a Torre Bormida in provincia di Cuneo, ma diocesi di
Alba, dove sessant’anni fa venne ordinato sacerdote. Dopo un primo decennio in
parrocchia ad Alba, nel 1962 inizia in Australia, a Canberra la sua attività pastorale
tra gli emigranti italiani. Nel gennaio 1971 passa in Inghilterra, nella
missione di Swindon-Bristol e, nel 1975, in compagnia di don Carlo Sorenti,
viene incaricato dall’UCEI di iniziare il Centro cattolico per gli italiani di
Enfield, a Londra. “Anni meravigliosi” - scriverà in un’intervista il 9 marzo
2006. In una lettera del 14 dicembre del 2009 a mons. Giancarlo Perego,
Direttore della Migrantes scriveva “Ho vissuto, nel mio servizio missionario,
tutti i cambiamenti nella gestione della pastorale migratoria: dalla direzione
della Concistoriale, alla UCEI, alla Migrantes. Sono passato dal tempo in cui c’era
l’abbondanza di missionari e pochi dirigenti, a un tempo in cui ci sono pochi
missionari e molti dirigenti”.
Don Agostino –
scrive oggi mons. Perego in un messaggio - “ha amato un tassello importante
della Chiesa, quale sono gli emigranti. Anche la sua morte, il 13 gennaio,
ormai alla vigilia della Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato 2012, è
un segno provvidenziale di questo amore, fermo anche nelle sofferenze, che ha
accompagnato sempre la sua missione apostolica. Con Don Agostino, la Migrantes
perde una figura di sacerdote intelligente, originale, ironico e garbato, che
ha saputo regalare soprattutto alle migliaia di lavoratori italiani e alle loro
famiglie emigrate in Inghilterra una testimonianza di fede carica di umanità”.
“Conservo di lui
un ricordo molto bello, come sacerdote e come missionario”, scrive in un
messaggio alla Migrantes p. Gabriele Bentoglio, sottosegretario del Pontificio
Consiglio per i Migranti e gli Itineranti: “era un uomo di profonda spiritualità,
curata nell'umiltà del quotidiano, condivisa con tanti nostri emigrati. Proprio
in emigrazione – ha aggiunto. Bentoglio - ha speso le sue migliori energie, con
passione e con entusiasmo, con discrezione e con tanto buon senso. Tra i tanti
confratelli sacerdoti, dediti alla pastorale migratoria, certamente lascia un
grande vuoto, accompagnato tuttavia dall'esempio luminoso e dalla generosa
dedizione, anche per gli sforzi con cui ha sempre accompagnato il dialogo con
la Chiesa locale, fungendo da ‘ponte’ tra i nostri connazionali e le persone
che li hanno accolti in terra d'emigrazione”.
“È certamente
contraria al Vangelo la religiosità di quelli che si illudono di onorare Dio,
disonorando l’uomo, che ostentano devozione ai santi, visti non come modelli da
imitare, ma come protettori dei loro malaffari e delle loro imprese criminali”.
Per questo motivo l’arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia, mons.
Felice Cece, ha spiegato la sua intenzione di “mettere mano al riordino della
processione di san Catello affinché sia chiaro a tutti che si tratta di un atto
di fede, che non ha nulla a che vedere con comportamenti ambigui. Religiosità e
camorra non devono camminare mai insieme”. La decisione è stata presa dopo che
il 19 gennaio, in occasione della festa del patrono di Castellammare di Stabia,
durante la processione si è verificata una “sosta arbitraria” dei portatori
della statua, a pochi metri dalla casa di un vecchio boss della camorra agli
arresti domiciliari, tassativamente vietata dall’arcivescovo.
Tornare alle
radici. “Ci troviamo ancora una volta di fronte a persone che sulla carta si
dichiarano di fede cristiana, ma non sono formate. L’opera di evangelizzazione
di noi sacerdoti è veramente importante. Non dobbiamo dimenticare che l’attività
pastorale, come diceva papa Paolo VI, passa attraverso la promozione sociale”.
Ad affermarlo è don Luigi Merola, sacerdote napoletano impegnato da anni nella
lotta alla criminalità organizzata. “Un prete – chiarisce don Merola – non è ‘anticamorra’,
è contro la camorra perché essa è peccato. La Chiesa deve far capire questo.
Quindi, la sosta sotto la casa del boss era stata vietata dal vescovo perché la
Chiesa è contro il sistema criminale che è peccato. La camorra, infatti, ha
impoverito il nostro territorio: dire no al passaggio della statua del santo
sotto l’abitazione del malavitoso vuol testimoniare che quello stile di vita è
sbagliato”. Secondo il sacerdote, “per un’azione più decisa contro una
religiosità vissuta confusamente, occorre tornare alle vere radici cristiane,
partendo dai più piccoli”, come fa don Merola con la sua fondazione “‘A voce de’
creature”. Si tratta anche “di un problema culturale”, perciò, “dobbiamo
rimboccarci tutti le maniche per educare le nuove generazioni, dalle famiglie
agli oratori. È più difficile, infatti, ottenere risultati con persone già
adulte, come dimostra la sosta sotto la casa del boss malgrado fosse stata
proibita”.
Incongruenza di
vita. Quanto è successo a Castellammare di Stabia, secondo il sociologo gesuita
padre Domenico Pizzuti, è “un fatto gravido di significati”. Infatti, la sosta
della statua di san Catello non lontano dalla casa dell’esponente della
criminalità organizzata “per consentirgli di rendere omaggio al Santo patrono
assume il significato di considerazione per il boss, che viene omaggiato con
questo gesto come ‘uomo di rispetto’, cioè rivestito di potere e autorevolezza,
nonostante lo stigma criminale per i provvedimenti della magistratura”. Non
solo: occorre anche “dipanare un groviglio di significati religiosi o meno
riguardanti i gesti di omaggio che si svolgono nella processione. Certo la
processione è un omaggio al Santo protettore locale che viene portato per
venerazione e protezione lungo i luoghi di vita della città specialmente in
questo tempo di crisi, ma l’omaggio al Santo è espresso anche dal boss locale
che si affaccia e lancia un bacio al Santo secondo un universo religioso
tradizionale di cui sono partecipi mafiosi e camorristi ‘devoti’ che gli studi
hanno messo in rilievo e la Chiesa ha stigmatizzato per l’incongruenza di vita”.
Nello stesso tempo, osserva padre Pizzuti, “dai portatori della statua che si
sono fermati avanti all’abitazione è stato reso omaggio e rispetto al boss
impedito di partecipare che viene considerato persona importante della comunità
e non escluso per i suoi trascorsi illeciti sanzionati dalla magistratura”.
Dal sacro al
profano. Per il sociologo, si pone, quindi, una “domanda inquietante”: “Quanti
dei partecipanti alla processione e alla comunità civica condividono questa
mentalità avvalorata da gesti non consentiti dalle autorità religiose e civili?”.
Il divieto di fare la sosta, infatti, era “a salvaguardia del carattere della
manifestazione che deve esprimere e confermare i valori portanti della vita di
una comunità civile e i legami che tengono insieme i cives e i fedeli”. Il
gesuita evidenzia anche un altro aspetto: “Senza dubbio è diffusa un’aura
sacrale di fronte al Santo protettore e benefattore celeste per i suoi poteri a
vantaggio dei devoti che a lui si rivolgono e lo festeggiano per le strade
della loro città. Ma potenza e protezione viene attribuita anche al vecchio
boss per benefici distribuiti e opportunità concesse, al di là di ogni
considerazione di pratiche illecite o violente che sono state sanzionate”. Per
padre Pizzuti, perciò, “fa riflettere questo trascorrere da una ‘potenza’ di
carattere sacro a una ‘potenza’ di personaggi umani che si distinguono per
intraprese illecite e criminali e hanno conseguito potere, successo e denaro,
che deve essere una buona volta tranciato per una conversione prima di tutto
civile”.
Gigliola Alfaro
La fatica degli apostoli. L'unità dei cristiani nel tempo e nello spazio
Ebreo per nascita
e religione, greco per lingua, cittadino romano. Saulo, poi Paolo, nato a Tarso
tra il 5 e il 10 dopo Cristo, è sicuramente il convertito più illustre nella
storia della religione cristiana. Anche se, per gli anni in cui è vissuto, non
si può certo parlare di religione cristiana; e soprattutto è improprio anche
parlare di conversione in quanto accogliere la fede dei seguaci di Gesù per
Paolo era non certo abbandonare una religione per un’altra, ma l’adempimento e
la corretta interpretazione, se così possiamo dire, della religione in cui
aveva sempre creduto. Certo l’incontro con Cristo sulla strada verso Damasco lo
trasforma da persecutore dei cristiani a evangelizzatore infaticabile in Medio
Oriente, Asia Minore, Grecia, Creta e in Italia.
Ed ecco che
proprio l’infaticabile opera dell’apostolo dei gentili diventa l’elemento
chiave per trasformare l’edificio costruito sulla sua sepoltura, e diventato
basilica, nel luogo dove l’ansia ecumenica trova la sua espressione visiva.
Proprio qui, il 25 gennaio del 1959, Giovanni XXIII annuncia il Concilio
Vaticano II: “Questa unità della Chiesa che San Paolo dal giorno della sua
prodigiosa conversione mise in perfetta armonia con l’insegnamento di Pietro,
quell’insegnamento di cui Marco lasciò le linee nel Vangelo suo, porta a
considerare con vivo dolore quanto gli attentati e gli sforzi, disgraziatamente
in parte riusciti lungo i secoli, di spezzare questa compattezza cattolica,
siano pregiudizievoli alla felicità ed al benessere del mondo concepiti dall’annuncio
di Gesù Cristo come un solo ovile sotto la guida di un solo pastore”.
Sarà la basilica
dedicata all’apostolo delle genti ad essere scelta come luogo per la
celebrazione conclusiva della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani,
istituita nel 1910 in seguito alla necessità, manifestata dai missionari delle
varie Confessioni cristiane di presentarsi uniti, e quindi credibili, nell’annuncio
e nella testimonianza del Vangelo. E sarà ancora la basilica di San Paolo a
vedere il beato Giovanni Paolo II aprire la porta santa nell’anno del Giubileo
assieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli e al primate della Comunione
anglicana. Una scelta per papa Wojtyla che trova forza nel Concilio e nel
decreto “Unitatis Redintegratio” nel quale si legge: “È sorto, per impulso
della grazia dello Spirito Santo, un movimento ogni giorno più ampio per il
ristabilimento dell’unità di tutti i cristiani”. Così il Papa venuto “da un
Paese lontano” ha voluto, il 18 gennaio 2000, compiere quel gesto – aprire a
sei mani la porta santa – proprio per sottolineare la dimensione ecumenica all’inizio
di un anno che “ci invita a convertirci più radicalmente al Vangelo”: “Noi
dobbiamo rivolgerci con più accorata supplica allo Spirito implorando la grazia
della nostra unità [...] Sappiamo di essere fratelli ancora divisi, ma ci siamo
posti con decisa convinzione sulla via che conduce alla piena unità del Corpo
di Cristo”.
Il tema della
Settimana di preghiera del 2012 è tratto dalla Prima Lettera di Paolo ai
Corinzi: “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo nostro Signore”.
E i sussidi sono stati preparati dai cristiani della Polonia, che “hanno
offerto alla nostra meditazione la loro esperienza di trasformazione e di
preghiera”.
Benedetto XVI,
nel sottolineare il tema della Settimana all’Angelus del 22 gennaio, ha
ricordato la “lunga storia di lotte coraggiose contro varie avversità” vissuta
dalla Polonia che “ha ripetutamente dato prova di grande determinazione,
animata dalla fede”. Nel corso dei secoli, “i cristiani polacchi hanno
spontaneamente intuito una dimensione spirituale nel loro desiderio di libertà
ed hanno compreso che la vera vittoria può giungere solo se accompagnata da una
profonda trasformazione interiore. Essi ci ricordano che la nostra ricerca di
unità può essere condotta in maniera realistica se il cambiamento avviene
innanzitutto in noi stessi e se lasciamo agire Dio, se ci lasciamo trasformare
ad immagine di Cristo, se entriamo nella vita nuova in Cristo, che è la vera
vittoria”.
La preghiera per
ottenere da Dio il dono dell’unità è la grande speranza che il Concilio
evidenzia, nella sua dichiarazione, perché ecumenismo vero, si legge nel
documento del Vaticano II, “non c’è senza interiore conversione; poiché il
desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione
di se stessi e dal pieno esercizio della carità”.
L’unità visibile
di tutti i cristiani è sempre opera che viene dall’alto, da Dio, opera che
chiede l’umiltà di riconoscere la nostra debolezza e di accogliere il dono: “Con
ogni umiltà e dolcezza, con longanimità, sopportandovi l’un l’altro con amore,
e studiandovi di conservare l’unità dello spirito mediante il vincolo della
pace”, scrive san Paolo agli abitanti di Efeso.
E se l’unità è
dono che viene da Dio, ogni dono, ripeteva Giovanni Paolo II, diventa anche
impegno: “L’unità che viene da Dio – commenta Benedetto XVI – esige dunque il
nostro quotidiano impegno di aprirci gli uni agli altri nella carità”. Fabio
Zavattaro
I vescovi auspicano il riconoscimento della cittadinanza per i bambini
immigrati nati in Italia
ROMA - I vescovi
italiani auspicano il riconoscimento della cittadinanza per i bambini immigrati
nati in Italia. Lo fanno durante la seconda giornata dei lavori del Consiglio
Permanente della Cei riunito a Roma. All’indomani della prolusione del
Presidente, il card. Angelo Bagnasco - spiega in una nota il direttore dell'Ufficio
delle Comunicazioni Sociali, mons. Domenico Pompili - i membri del Consiglio
permanente hanno valorizzato i passaggi centrali della riflessione del
cardinale, del quale è stato "apprezzato lo stile realistico e insieme
fiducioso".
Tutti gli interventi
hanno "convenuto sul fatto che la crisi economica che sta scuotendo il
mondo non solo mette in crisi l’idea ingenua di un progresso illimitato e quasi
automatico, ma svela pure la radice di un processo che, prima che economico e
politico, è etico e culturale. Se la crisi dell’Europa è crisi di fede - spiega
mons. Pompili - richiede una stagione di rinnovata evangelizzazione per
superare quello scetticismo contagioso che arriva fino alla reticenza su Gesù.
Di qui l’attenzione nei riguardi del mondo degli adulti, dove occorre ritornare
ad un annuncio diretto che sia in grado di presentare Gesù come una persona
viva, un nostro contemporaneo". (Migrantes online)
Fin dall’inizio,
la vita di ogni essere umano è un dono e un incontro. Anzi, una
successione di doni, una processione di incontri, grandi o meno. Ed è
sempre anche un invito incessante: quello a superare le proprie barriere, ogni
frontiera, la chiusura nel proprio mondo.
Così anche la mia
vita. Mio padre, contadino veneto, mi ha dato il senso della natura, della
terra, dell’osservare il grano che matura, la gente che passa, il
forestiero che arriva e ti sorprende. Ma anche il senso del contemplare il
lavoro fatto nel proprio campo, come Dio al settimo giorno della creazione.
Quasi una distanza salutare, per dire che quello che è compiuto non ti
appartiene del tutto...
Mia madre
lavorava all'ospedale di Dolo; mi ha dato il senso del corpo, della
sofferenza, della compassione per l’altro, della vita che nasce e che muore.
Il senso appassionato nel donarsi per l’esistenza degli altri. Entrambi,
papà e mamma, mi hanno dato il senso di Dio, della sua presenza nella mia
storia, del suo camminare insieme ai miei passi, ai miei sforzi, per
rendere la vita più umana, coraggiosa e, soprattutto, fraterna.
A due passi dal
nostro paese, la città di Padova e la sua università mi hanno dato una
formazione letteraria, l’osservazione che si fa attenta e critica.
Mentre l’altra città vicina, immersa nelle acque della laguna,
mi diede già da piccolo il senso dell’isola e del cosmopolitismo, del
nostrano e del foresto (colui che viene da fuori), del particolare e dell’universale.
Il senso della terra e dell’acqua, del limite e dell’avventura, della
contrada e del mondo.
I missionari scalabriniani,
che ho incontrato sul mio cammino, mi hanno dato la passione e
la compassione per gli emigranti italiani all’estero, anzi per ogni
migrante, per colui che ricostruisce la sua vita sulla terra degli altri,
che «fa sua patria il mondo». Mi hanno dato il valore della nostra cultura
e della nostra fede, quelle che ci hanno generato e ci accompagnano in
qualsiasi angolo della terra con gli imprevisti e le sorprese della nostra
avventura: il migrare.
Il carisma
scalabriniano mi ha dato il gusto della libertà dei figli di Dio, del
saper valorizzare e, allo stesso tempo, relativizzare la cultura dell’uomo,
la sua terra di origine. Mi ha dato il senso della vita come itineranza,
come cammino con chi lo fa con i propri piedi, i propri occhi e la
propria esistenza, i migranti. Mi ha fatto capire che il destino degli
uomini è la terra promessa di Dio: la fratellanza.
E sono partito in
missione: nella grande periferia di Parigi al Centro interculturale per
giovani di Ecoublay, a Ginevra e nel suo mondo internazionale, alla
parrocchia multiculturale di Londra, dove mi trovo attualmente. A gruppi
di giovani emigrati ho fatto vivere molte volte un pellegrinaggio
nelle piccole comunità cristiane della Chiesa del Marocco, disperse
come piccole oasi nell’islam e poi al deserto del Sahara: incontro con
comunità di frontiera e con le frontiere stesse della nostra fede.
Il mio cammino,
in fondo, è stato un dono continuo degli altri e degli incontri con l’altro,
colui che è differente, generato da altri mondi. Mi hanno formato,
plasmato, incantato, interrogato, stimolato senza misura.
Segretamente mi hanno incoraggiato a superare frontiere di ogni tipo,
culturale, mentale, linguistico o spirituale. Mi hanno ricordato che la
vita è una sfida e un’avventura collettiva con un popolo partito dalla
propria terra. E che si ritrova, come per miracolo, con un cuore più grande del
normale, perchè la sua esistenza è una lotta e una danza, qualcosa di duro e di
bello da vivere. In cui si impara ad amare con lo stesso amore la terra di
accoglienza come quella di origine.
In fondo, con
tanti volti, culture e lingue differenti che ho incontrato mi sento un
altro. Un po' inglese, un po' francese, un po' maghrebino ed altro ancora, ma
in fondo all'anima mi sento un veneto originale. Con gli occhi aperti sul
mondo. “O caminho se faz caminhando” ripete uno scrittore brasiliano.
Anche per fare un uomo o un missionario è così. God bless you!
(da Dio
attende alla frontiera di R. Zilio, EMI 2012, prefazione dell’Abate di Montecassino)
Nella notte dei diritti. Una riflessione dell'Ac sul messaggio del Papa
“Educare i
giovani alla giustizia e alla pace”. È questo il tema che, nel corso del
seminario che si è tenuto nei giorni scorsi alla Domus Mariae di Roma, è stato
affrontato a partire dal messaggio di Benedetto XVI per la XLV Giornata
mondiale della pace (1° gennaio 2012).
Coerenza,
competenza e passione. “Per noi l’educazione alla pace e alla giustizia è un
impegno costante”, ha esordito il presidente nazionale dell’Azione Cattolica
italiana, Franco Miano. “Per raggiungere questi obiettivi – ha spiegato –
servono coerenza, competenza e passione: la coerenza viene dall’adesione data
dalla testimonianza, la competenza dalla conoscenza dei metodi, la passione
dalla capacità di lottare nelle situazioni in cui non ci sono pace e giustizia”.
Sul rapporto tra giovani e giustizia si è soffermato Michele D’Avino, direttore
dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”. “Il desiderio di giustizia è radicato nei
giovani – ha detto –. La nostra stessa Carta costituzionale è nata dal cuore
giovane dei costituenti. La notte esiste davvero ed è quella dei diritti umani
violati, ma la soluzione esiste: la pace è un dono da ricevere e un’opera da
costruire, insieme. La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno”.
Dovere primario
di educatori e cristiani. Di educazione alla giustizia e alla pace come “dovere
primario di tutta la società” ha parlato Ugo De Siervo, presidente emerito
della Corte Costituzionale. “C’è un clima diffuso di scoraggiamento sull’esistenza
di efficaci strumenti di attivazione di giustizia e pace. Se i giovani hanno
difficoltà a formare una famiglia, a trovare lavoro, a partecipare alla vita
sociale e politica, allora è evidente che sono le istituzioni ad essere inadeguate.
Gli educatori – ha spiegato De Siervo – sono quindi chiamati a trovare le vie
più efficaci per riformare le istituzioni finalizzate alla giustizia e alla
pace: devono svolgere davvero un ruolo essenziale, prendere coscienza della ‘notte’
in cui ci troviamo a vivere, per stimolare nei giovani la volontà di rinnovare
le istituzioni. In tutto questo – ha aggiunto – i cristiani hanno una grossa
responsabilità: nessuno può considerarsi indifferente o sentirsi non
responsabile della sorte di un altro fratello. Benedetto XVI – ha concluso De
Siervo – ha invitato i giovani al coraggio, ma a noi educatori spetta la
responsabilità di far comprendere la dimensione e le caratteristiche dei
problemi che compaiono nei settori in cui sono in gioco la giustizia e la pace”.
Con lo sguardo
rivolto all’invisibile. “Per educare i giovani alla pace bisogna partire da una
lettura obiettiva e positiva dei giovani stessi. Educare alla pace vuol dire
creare un’alleanza coi giovani”, ha detto mons. Giovanni Giudici, vescovo di
Pavia e presidente di Pax Christi. “Invito gli adulti, dalle istituzioni ai
media, a non essere dispensatori di regole, ma testimoni di giustizia, verità e
pace. Il messaggio del Papa – ha spiegato – si muove attorno due fuochi: la
costellazione di riferimenti che consentono a ciascuno di vivere con intensità
la sua caratteristica di ‘persona’, quindi la capacità di vivere l’incontro con
gli altri in piena libertà, e il tema della radice trascendente a cui dobbiamo
fare riferimento per educare alla pace. Educare oggi – ha aggiunto – significa
costruire la comunità cristiana con amore per la verità e il libero rapportarsi
agli altri: se la comunità cristiana educa alla pace insegna a vedere, a vedere
lontano e ad alzare gli occhi fino a vedere l’invisibile. Bisogna vedere la
pace e i suoi frutti oltre la contingenza, grazie al perdono; bisogna essere
attivi nella comunità, vigili per avere la capacità di destare le coscienze,
cercare un’equa distribuzione delle ricchezze e la risoluzione dei conflitti,
nella compassione, nella solidarietà e nella fraternità. Ai sistemi della pace
– ha concluso mons. Giudici – non bastano più chiare posizioni dottrinali né
scelte solo profetiche, bisogna riuscire a formare comunità cristiane che
pensano la pace nella concretezza dei passi che conducono verso di essa”. sir 24
Francia. Insieme con più voce. I cattolici e la campagna elettorale 2012
Che peso hanno i
cattolici francesi nella campagna presidenziale? A meno di 100 giorni dal primo
turno in aprile delle elezioni presidenziali e legislative, in due libri in
uscita nei prossimi giorni, il card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e
presidente della Conferenza episcopale francese, il p. Jacques Turk e il
deputato Etienne Pinte sottolineano l'importanza dell'impegno dei credenti
nella vita pubblica. Lo scorso 11 gennaio il quotidiano cattolico "La
Croix" ha pubblicato un dossier sull'argomento sottolineando che, "a
differenza di altri Paesi d'Europa, in Francia nessun partito è mai riuscito ad
unire il mondo cattolico".
Qualcosa da dire.
Eppure, secondo lo storico e sociologo Philippe Portier, i cattolici hanno
"da tempo integrato i partiti esistenti, in particolare a destra, con una
strategia di penetrazione, ossia facendo passare al loro interno le proprie
idee". Un risultato fra i tanti, il lavoro di Jean-François Mattei e Jean
Leonetti sui progetti di legge in materia di bioetica. I cattolici francesi,
sottolinea "La Croix", hanno investito molto nella sfera della
"politica informale", creando numerose associazioni per la formazione
politico-sociale e organizzando in tutto il Paese dibattiti sul tema. Un
interesse raddoppiato in vista delle elezioni: "Non sono mai stato
invitato a tanti dibattiti come in questo momento", conferma il cappellano
del mondo politico, padre Mathieu Rouge. Fenomeno nuovo, "l'uscita allo
scoperto" da una quindicina di anni della cosiddetta "etichetta
cristiana. "Sotto l'effetto del pontificato di Giovanni Paolo II, della
crisi della società e della loro condizione di minoranza, i cattolici, che fino
ad allora mantenevano un basso profilo finora, rialzano la testa", è
l'analisi di Portier. Non necessariamente aderendo ad un partito cristiano,
bensì affermando più nettamente le proprie posizioni e optando per una maggiore
visibilità. Ma, avverte padre Pierre Charentenay, direttore di Études,
"Non è sufficiente arrivare con la propria bandiera per essere ascoltati.
Occorre avere qualcosa da dire".
"Illuminare"
il voto. "Formare le coscienze," sviluppare la cultura politica dei
cattolici è la missione di diverse organizzazioni come "La politique, une
bonne nouvelle" di ispirazione ignaziana, la "Jeunesse ouvrière chrétienne"
che forma i giovani dai 13 ai 30 anni, o ancora "Chrétiens en Forum"
che dall'inizio del 2011 ha promosso una serie di dibattiti sulle poste in
gioco alle elezioni presidenziali. Perché, spiega il segretario generale Julien
Motte, "infischiarsi della cosa pubblica è infischiarsi del proprio
prossimo". Più a monte il "Pacte civique" dell'economista
Jean-Baptiste de Foucauld - piattaforma cui oggi aderiscono 580 associazioni,
per lo più non confessionali ma non solo - si propone di informare i candidati.
"Più che proporre misure vogliamo aiutarli a comprendere meglio i problemi",
spiega lo stesso de Foucauld secondo il quale "si insiste troppo sulle
misure da adottare e non abbastanza sui metodi per deliberare e decidere".
Eletti e
militanti nei partiti politici. Netta, secondo il quotidiano francese, la
frattura tra chi mostra apertamente il proprio "colore", come il
partito cristiano-democratico di Christine Boutin, e chi, come la deputata Françoise
Hostalier, sostiene che "la fede fa parte della vita privata". Al
contrario Anne-Marie Escoffier, senatrice vicina al Partito radicale di
sinistra, esprime pubblicamente la propria appartenenza alla Chiesa e assicura
di "non avere mai ricevuto critiche per questo". Autore di una
recente petizione firmata da 57 colleghi, che denuncia la "cristianofobia
in Oriente ... ma anche in Occidente", il deputato Jacques Remiller si
definisce come uno che "assume pienamente la propria fede". Nel
frattempo i giovanissimi "Poissons roses" mirano a creare "una
corrente cristiana all'interno del partito socialista" spiega Philippe de
Roux. "Non abbiamo bisogno di dirci cristiani per difendere la nostra
visione della coppia o le persone che stanno per morire" precisa, ma
"dobbiamo essere più 'udibili' nel dibattito pubblico" e presso i
dirigenti del partito.
Proposte ai
candidati. Intanto le reti associative cristiane formulano proposte per i
candidati. Come sempre, alla vigilia della scadenza elettorale Alliance Vita si
mobiliterà a Parigi e in una sessantina di città contro "il rischio di
legalizzazione dell'eutanasia" e per "il diritto del bambino ad
essere allevato da suo padre e sua madre". Oltre alla campagna di
affissione "La France est un pays très riche. En pauvres" (La Francia
è un Paese molto ricco. Di poveri, ndr), il Secours catholique sta organizzando
incontri tra le persone in difficoltà. A breve i candidati riceveranno anche le
15 proposte delle Semaines sociales de France volte a mostrare la capacità dei
cristiani di "proiettarsi su un termine un po' più lungo", sottolinea
il presidente, Jérôme Vignon, e le dieci misure del Mouvement rural de jeunesse
chrétienne. New entry "Audace 2012" presieduta da François Billot di
Lochner, che si presenta come "gruppo di uomini e donne portatori dei
valori che hanno fatto la Francia e l'Europa"; i "Chrétiens indignés"
e l'associazione "Paroles de catholiques". Sir eu
Brasile. La Pentecoste di padre Marcelo
Cambia volto il
cattolicesimo del più popoloso paese dell'America latina. I carismatici si
propagano a milioni. E hanno una star in un sacerdote che riempie gli stadi
predicando l'amore di Dio - di Sandro Magister
ROMA – Il
Brasile, che sarà teatro della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, è il
paese con il più alto numero di cattolici del globo, davanti a Messico,
Filippine, Stati Uniti e Italia.
Ma mentre fino al
1980 erano cattolici nove brasiliani su dieci, oggi gli appartenenti alla
Chiesa di Roma sono scesi a due terzi della popolazione.
Gli altri sono
passati in larga parte al protestantesimo. A un protestantesimo quasi tutto di
tipo carismatico, pentecostale.
Celebrazioni
festose, musica, canto, guarigioni, linguaggio ispirato: i caratteri del
pentecostalismo sono vicini a quella religiosità popolare che la teologia della
liberazione – in auge nella Chiesa cattolica brasiliana negli anni Settanta ed
Ottanta – giudicava negativamente, accusandola di disimpegno sociale.
Intanto, però,
anche dentro la Chiesa cattolica il pentecostalismo si propagava con rapidità
travolgente. In una forma ortodossa, con il nome di Rinnovamento nello Spirito.
E la gerarchia decise di dargli spazio. Il cardinale Cláudio Hummes, uno dei
leader più in vista della Chiesa cattolica brasiliana, dalle giovanili simpatie
per la teologia della liberazione si convertì a fervente sostenitore del
Rinnovamento nello Spirito.
Oggi, secondo le
stime di uno studioso attendibile come David Barret, i protestanti pentecostali
e i cattolici carismatici totalizzano insieme, in Brasile, ottanta milioni di
fedeli, il 40 per cento dell'intera popolazione. Di questi, i cattolici
sarebbero circa 35 milioni.
"La vicenda
di padre Marcelo Rossi" – commenta Massimo Introvigne, sociologo delle
religioni – è l'esempio più stupefacente di questa versione cattolica del
pentecostalismo, in fondo anch'essa una 'nuova evangelizzazione'".
Padre Marcelo
Rossi è il sacerdote cattolico brasiliano di cui riferisce l'articolo che
segue, uscito domenica 22 gennaio 2012 sul quotidiano della conferenza
episcopale italiana "Avvenire". L‘Espr on 26
Marcelo Rossi: il prete cantante che infiamma il Brasile
SAN PAOLO DEL
BRASILE – Mancano ancora parecchie rifiniture, però la croce di 42 metri è già
arrivata, il palco con l’altare sovrastato dall’immagine di Maria è sistemato.
E la gente arriva alla spicciolata, inginocchiandosi nei 6000 metri quadrati di
questa oasi di pace nella periferia sud della metropoli brasiliana. Si tratta
del santuario Theotokos o Mãe de Deus, inaugurato lo scorso dicembre dopo quasi
cinque anni di lavori. Un’arena capace di ospitare fino a centomila persone, un
immenso spazio senza colonne e coperto da un tetto progettato dall’architetto
Ruy Ohtake.
È la più grande
chiesa cattolica del Brasile e dell’intero continente sudamericano. È il segno
tangibile del successo che accompagna il sacerdote che l’ha voluta e
realizzata, raccogliendo donazioni e investendo i proventi dei suoi prodotti
discografici ed editoriali: padre Marcelo Rossi. 44 anni, un metro e 94 di
altezza, corporatura da atleta e sguardo soave,.
Padre Marcelo è
la figura di punta del rinnovamento carismatico cattolico in Brasile, colui che
è stato in grado di richiamare 3 milioni di persone all’autodromo di San Paolo
nel 2008, in un raduno all’insegna di musica e preghiera che ha visto accorrere
Ivete Sangalo, Claudia Leite e altre stelle della musica leggera del paese. Dal
1998 a oggi ha vinto con i suoi album ben dodici dischi di platino, il
riconoscimento assegnato a un cantante quando i dischi venduti superano il
milione. Il suo ultimo libro, "Ágape" è stato di gran lunga il
bestseller del 2011, raggiungendo picchi di vendita toccati in passato solo da
Paulo Coelho.
Questo figlio
carismatico, in senso letterale, di una coppia della media borghesia paulista,
si allontana dalla Chiesa nell’adolescenza, dedicandosi allo sport e ottenendo
alla fine degli studi il diploma di insegnante di educazione fisica. A 21 anni,
turbato da una serie di lutti in famiglia, meditando sulle vanità della vita,
si riaccosta ai sacramenti, matura la vocazione al sacerdozio, entra in
seminario e viene ordinato nel 1994. Inizia presto a farsi notare per le sue
omelie, per la capacità di coinvolgere i fedeli e di tenere la scena nella sua
parrocchia della diocesi di Santo Amaro. Sale alla ribalta in occasione di un
meeting che organizza col titolo "Sono felice di essere cattolico", a
cui partecipano 70 mila persone. Da lì in avanti è un crescendo. Nel 1998
esordisce come cantante e incide "Musica per lodare il Signore", che
vende 4 milioni di copie, seguito a ruota dall’album "Un regalo per Gesù".
Nel 1999 i fedeli
che accorrono all’adunata "Saudade sì, tristezza no" sono 600 mila.
Nel 2000 esce "Canzoni per un nuovo millennio" e nel 2001
"Pace", con musiche di Roberto Carlos. Nel 2002 il vescovo Antonio
Figueiredo, colui che lo ha incoraggiato e protetto nel suo apostolato fuori
dagli schemi, lo nomina rettore del santuario Terço Bizantino. Nel 2003, oltre
a far uscire l’ennesimo CD, padre Marcelo gira il suo primo film, "Maria,
madre Dio", che spopola nei cinema brasiliani e si classifica al settimo
posto per incassi. L’anno dopo è la volta di un’altra pellicola, "Fratelli
nella fede", mentre il suo nuovo portale su internet fa il boom di
accessi. Poi lo spettacolo impressionante all’autodromo di Interlagos nel 2008,
da cui sono stati ricavati due DVD, anch'essi campioni di vendite.
Capire le ragioni
di un tale successo non è un esercizio futile, perché vuol dire anche capire
cosa che si è mosso in profondità nel cattolicesimo brasiliano a partire dagli
anni ’90.
"Quando ho
ritrovato la fede – ha detto padre Marcelo in un’intervista – era un periodo in
cui la Chiesa era immersa nelle questioni politiche, per influsso della
teologia della liberazione. Teologia che ha avuto certamente un ruolo positivo
durante la dittatura, ma che ha lasciato un vuoto. Io avevo perso un cugino e
andavo in cerca della parola di Dio, però arrivavo in chiesa e sentivo parlare
di politica. Da quel momento ho capito cosa dovevo fare". Ossia tornare
all’essenziale, ad annunciare il Vangelo, usando i mezzi di comunicazione, la
musica in particolare, il più grande e trasversale vettore di emozioni e parole
nella quotidianità della gente. Usarla per intercettare la sete di Dio e per
ridestare un amore alla Chiesa, a Maria, all’eucaristia corroso dal
proselitismo di gruppi e gruppuscoli pentecostali.
Il risultato di
quell’intuizione è oggi sotto gli occhi di tutti e ha reso padre Marcelo una
figura tanto amata dal popolo cattolico quanto problematica per la gerarchia e
non solo. Non a caso nel 2007, durante la visita di Benedetto XVI, nella grande
spianata di Capo di Marte a San Paolo, fu fatto entrare in scena nelle
primissime ore del mattino, per non creare imbarazzi o malumori. Vedere un
sacerdote che galvanizza le folle cantando e ballando, seppur con decoro, è uno
spettacolo ancora indigesto a molti.
E le libertà
liturgiche che padre Marcelo si prende, non solo nella scelta delle musiche per
le celebrazioni, vanno ben al di là del "canone romano". Dall’altra
parte, coloro che sognavano un rinnovamento ecclesiale a partire dalle comunità
di base e dalla "opzione preferenziale per i poveri" non si
capacitano di come una moltitudine di tutte le classi sociali – tra cui
indigenti e rappresentanti del sottoproletariato urbano – accorra al richiamo
di un prete che parla "solo" di cose spirituali, dell’amore di Dio,
del perdono dei peccati, della gioia che il cristianesimo dà nelle durezze e
ingiustizie della vita.
Non solo. Padre
Marcelo è anche un prete che richiama l’importanza di seguire fedelmente il
magistero, di conoscere e difendere la dottrina cattolica. E che, come ha
dichiarato recentemente, si sente più a suo agio con i figli spirituali di
Escrivà de Balaguer che con quelli ancora legati alle utopie dei fratelli Boff.
Nel 2005, al sinodo dei vescovi sull’eucaristia in Vaticano, il cardinale
Claudio Hummes, allora arcivescovo di San Paolo, intervenne in assemblea con
queste parole: "In Brasile i cattolici diminuiscono in media dell’1 per
cento all’anno. Nel 1991 i brasiliani cattolici erano circa l’83 per cento,
oggi, secondo nuovi studi, sono appena il 67 per cento. Ci domandiamo con
angoscia: fino a quando il Brasile sarà ancora un paese cattolico? Risulta che
oggi per ogni sacerdote cattolico ci sono già due pastori protestanti, la
maggior parte delle Chiese pentecostali". La conferenza episcopale
brasiliana sa dei rischi insiti in una pastorale che può scivolare facilmente
nel sentimentalismo, che rischia di fare il verso al modo degli evangelici, però
è consapevole che l’esperienza di padre Marcelo Rossi ha un’importanza
cruciale, perché è la prima reazione di massa a un’erosione del cattolicesimo
di proporzioni storiche.
E il sacerdote
atletico che ha messo in piedi una struttura a servizio della nuova
evangelizzazione fatta di un migliaio di collaboratori, che si è conquistato da
solo ampi spazi su "Globo", la principale rete televisiva del paese,
non è più solo, anzi. Sulle sue orme sono cresciute altre figure di
sacerdoti-cantanti-scrittori con un largo seguito, come il dehoniano Fábio de
Melo, o Hewaldo Trevisan, anche lui parroco a San Paolo, o Reginaldo Manzotti.
Tutti sulla quarantina, di bella presenza e dalla favella ispirata. Tutti o
quasi, curiosamente, di origini italiane. E che saranno magari tra i
protagonisti della prossima Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro.
L‘Avvenire 22, Andrea Galli
Deutsche Bischöfe fordern entschlossenen Kampf gegen Rassismus und Rechtsextremismus
Der Ständige Rat der Deutschen Bischofskonferenz hat auf seiner heutigen Sitzung in Würzburg „eine neue Entschlossenheit“ von Staat und Gesellschaft im Kampf gegen rassistische und rechtsextremistische Tendenzen in Deutschland gefordert. „Der Gipfel gegen Rechtsextremismus, der heute auf Einladung von Bundesinnenminister Hans-Peter Friedrich und Bundesfamilienministerin Kristina Schröder abgehalten wird, muss zu einem starken Zeichen des Zusammenstehens des Staates und der demokratischen Kräfte gegen alle Formen der Menschenverachtung werden. Wer Menschen anderer Herkunft, Hautfarbe oder Religion ausgrenzt, wer sie diskriminiert oder gar physisch attackiert, der muss mit Reaktionen der staatlichen Gewalt und dem Widerstand der freiheitlichen Gesellschaft rechnen“, erklären die Bischöfe.
Nach Auffassung der Deutschen Bischofskonferenz haben der Massenmord eines norwegischen Rechtsextremisten und die Aufdeckung der neonazistischen Zelle aus Zwickau, die in den zurückliegenden Jahren mindestens zehn Menschen ermordet hat, drastisch vor Augen geführt, dass auch in den zivilen europäischen Gesellschaften „ein Bodensatz des fanatischen Hasses auf alles Fremde“ besteht. Es reiche jedoch nicht, die „extrem gewalttätigen Auswüchse des Rechtsextremismus zu verurteilen“. Vielmehr „müssen wir alle uns bereits den kleinen Demonstrationen der Menschenfeindlichkeit“, denen wir im gesellschaftlichen Alltag begegnen, „mit Zivilcourage entgegenstellen, um dem Aufkeimen oder Vordringen rechtsextremistischer Gesinnungen entgegenzuwirken“.
Die Bischöfe betonen, dass Fremdenhass, Rassismus, Antisemitismus und jede Form des Rechtsextremismus mit dem christlichen Glauben „absolut unvereinbar“ sind. Respekt zollen sie den vielen Organisationen und Gruppen in der Kirche, insbesondere der deutschen Caritas sowie dem Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und seinen Mitgliedsorganisationen für ihren langjährigen und aktiven Einsatz gegen rechtsextremistische Tendenzen in unserer Gesellschaft. Hier leisteten Katholiken „unersetzliche Beiträge der Prävention“. Auch die von den christlichen Kirchen in Zusammenarbeit mit Kommunen und gesellschaftlichen Organisationen jährlich durchgeführte „Interkulturelle Woche“ sei ein Dienst an einem guten und friedlichen Zusammenleben von Menschen unterschiedlicher Herkunft und Zugehörigkeit. „So ermutigen wir diejenigen, die bereits seit Langem gegen Ausgrenzung und Unmenschlichkeit tätig sind, in ihrem Engagement nicht nachzulassen. Alle Kirchengemeinden und die katholischen Verbände bitten wir, sich mutig und tatkräftig für eine friedliche Gesellschaft zu engagieren, in der die Verachtung von Menschen keinen Platz hat.“ dbk 24
Papst: „Einheit der Christen ist Einheit mit Jesus“
Das sogenannte „Hohepriesterliche Gebet Jesu“ war das Hauptthema der Generalaudienz an diesem Mittwoch. Der Papst erläuterte in der vollbesetzten Audienzhalle, wie der Evangelist Johannes das Gebet Jesu beim Abschiedsmahl darstellte.
„Bei seinem Abschiedsmahl betet Jesus stellvertretend für die Jünger, wie die Hohenpriester es nach dem Gesetz des Mose am Versöhnungstag im Tempel für das Volk Israel getan haben. Das Gebet unseres Hohenpriesters Jesus ist nicht von seinem Handeln, von seiner Hingabe, von seinem „Übergang“, Pascha, dem Gehen zum Vater zu trennen, das sich im Kreuz vollzieht.“
Das zentrale Gebet Jesu für seine Jünger aller Zeiten bestehe deshalb im Gebet für die künftige Einheit aller, die an ihn glauben. Mit diesen Worten erklärte Papst Benedikt XVI. das Hauptanliegen Jesu in dessen Gebet.
„Er bittet für die Kirche aller Zeiten. Er bittet darum vor allem, dass sie eins seien und dass in dieser Einheit, die aus dem In-sein in Christus allein kommen kann, der Welt die Sendung Christi sichtbar werde und so Kirche weiter wachsen könne. Das Gebet Jesu ist nicht nur ein Wort; es ist Tun, es ist die Realität seiner eigenen Hingabe. Er betet und das heißt er gibt sich dem Vater für uns hin und verändert so die Welt und schafft so die Kirche. Das Beten Jesu ist ein Tun, in dem er sich hinschenkt für die Welt. Daraus entspringt die Kirche als die Gemeinschaft derer, die auf das Wort der Apostel hin an Christus glauben.“
Die Einheit der künftigen Jünger Christi ist für den Papst als Einheit mit Jesus, den der Vater in die Welt gesandt hat, die ursprüngliche Quelle der Wirksamkeit der christlichen Mission in der Welt.
„Er bittet den Vater, seine Gefährten zu heiligen. Als Geheiligte, als Boten des göttlichen Glanzes werden sie in die Welt gesandt, als Geheiligte werden sie dem heiligen Gott übergeben, um von ihm her für alle da sein zu können.“
Ganz herzlich grüsste der Papst alle Pilger und Besucher deutscher Sprache.
„Nehmen wir Christus als unseren Herrn und Bruder an, von dem wir unsere Einheit empfangen und der uns hinausführt, um der Welt die Liebe und die Treue Gottes zu bezeugen. Der Herr schenke euch gesegnete Tage hier in Rom.“ (rv 25.)
Kirche und Politik gemeinsam gegen Rechts
Über Strategien gegen Rechtsextremismus haben am Dienstag in Berlin Politiker, Vereine, Verbände und Kirchen beraten. Ein Standbein der künftigen Präventions-Arbeit soll ein neues Informations- und Kompetenzzentrum sein. Die Deutsche Bischofskonferenz forderte indes eine "neue Entschlossenheit" gegen Rechts.
Bundesinnenminister Hans-Peter Friedrich (CSU) erklärte, der Kampf gegen Rechtsextremismus im Internet müsse verstärkt geführt werden. Künftig wolle er die "Community" gewinnen, um gegen Radikalität vorzugehen. Der Minister sagte, er stelle zwar eine abnehmende Zahl Rechtsextremer, aber auch eine zunehmende Gewaltbereitschaft unter ihnen fest. "Wir haben damit ein Signal geben wollen", kommentierte er das Treffen gegen Rechtsextremismus in Berlin. Die Veranstaltung soll laut dem Ministerium zwar einmalig sein, aber nach Möglichkeit auf die Länder und Kommunen abstrahlen. Auch dort soll es künftig Treffen nach Vorbild des Berliner Gipfels geben.
Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) forderte einen "strukturell und finanziell langen Atem" im Kampf gegen Rechtsextremismus. Das Gespräch mit den Kirchen, Religionsgemeinschaften und anderen Institutionen sei von großer Offenheit und einem Facettenreichtum geprägt gewesen. Es herrsche Einigkeit darüber, dass die Kompetenz zur Bekämpfung des Rechtsextremismus vorhanden sei, aber künftig besser vernetzt werden müsse. Deshalb soll es ein bundesweites Informations- und Kompetenzzentrum zur Koordinierung der Maßnahmen geben. Angesichts der Internetpräsenz Rechtsradikaler forderte Schröder "geeignete Maßnahmen jenseits von Netzsperren". Zudem müssten etwa Lehrer und Eltern besser darin geschult werden, mit rechtsextremen Jugendlichen umzugehen.
Das Treffen war eine Reaktion auf die Mordserie an türkisch- und griechischstämmigen Menschen und einer Polizistin. Für die zehn Morde sowie weitere Gewalttaten machen Ermittler das Zwickauer Neonazi-Trio verantwortlich. Sicherheitsbehörden wie der Verfassungsschutz mussten schwere Fehler und Versäumnisse bei der Verfolgung des Trios einräumen. Zu dem Gespräch in Berlin hatten Friedrich Schröder Vertreter von 30 Institutionen eingeladen. Es nahmen unter anderem der Deutsche Gewerkschaftsbund, die Deutsche Bischofskonferenz, der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland, der Zentralrat der Juden, der Zentralrat der Muslime und verschiedene Initiativen gegen Rechts teil.
Katholiken fordern "neue Entschlossenheit" gegen Rechts
"Eine neue Entschlossenheit“ von Staat und Gesellschaft im Kampf gegen rassistische und rechtsextremistische Tendenzen in Deutschland hat am Dienstag auch die Deutsche Bischofskonferenz gefordert. Der Gipfel gegen Rechtsextremismus müsse zu einem starken Zeichen des Zusammenstehens des Staates und der demokratischen Kräfte gegen alle Formen der Menschenverachtung werden, teilten die katholischen Bischöfe mit. Wer Menschen anderer Herkunft, Hautfarbe oder Religion ausgrenze, wer sie diskriminiere oder gar physisch attackiere, müsse mit Reaktionen der staatlichen Gewalt und dem Widerstand der freiheitlichen Gesellschaft rechnen. Es reiche nicht, die "extrem gewalttätigen Auswüchse des Rechtsextremismus zu verurteilen". Vielmehr "müssen wir alle uns bereits den kleinen Demonstrationen der Menschenfeindlichkeit", denen wir im gesellschaftlichen Alltag begegnen, "mit Zivilcourage entgegenstellen, um dem Aufkeimen oder Vordringen rechtsextremistischer Gesinnungen entgegenzuwirken". Fremdenhass, Rassismus, Antisemitismus und jede Form des Rechtsextremismus seien mit dem christlichen Glauben "absolut unvereinbar", betonten die Christen.
Vor dem Spitzentreffen zum Rechtsextremismus hat der Vorsitzende des Zentralrats der Juden in Deutschland, Dieter Graumann, mangelnde Fortschritte bei der Aufklärung der Neonazi-Mordserie beklagt. "Die Behörden sind bei der Aufklärung dieser schrecklichen Taten noch immer in den fortgesetzten Winterschlaf verfallen", zitiert die Deutsche Presse-Agentur (dpa) Graumann laut den "Ruhr Nachrichten". "Wir wissen immer noch nicht, wie es sein konnte, dass dieses braune Killerkommando zehn Jahre lang durchs Land ziehen konnte. Da muss jetzt schnell Klarheit geschaffen werden. Glaubwürdigkeit gewinnt man nur, wenn man mehr Transparenz zulässt – daran mangelt es derzeit offenbar." (pro 24)
D/Afghanistan: Pax Christi fordert Abzug
Die katholische Friedensbewegung Pax Christi fordert ein rasches Ende des Afghanistan-Einsatzes der Bundeswehr. Der Bundestag berät an diesem Donnerstag über eine Verlängerung des Afghanistan-Einsatzes der Bundeswehr im Rahmen der Internationalen Sicherheitsunterstützungstruppe ISAF. Pax Christi-Vizepräsident Johannes Schnettler stellt im Interview mit dem Kölner Domradio die zivile Hilfe für das Land in den Vordergrund. Auch die Afghanen selbst müssten erkennen, „dass das zivile Leben ertragreiches Leben ist und nicht die Flucht in die Gewalt“.
„Angesichts der Billionen von Summen, die in diesen Krieg hineingepumpt worden sind, ist die einfache Antwort, es braucht finanzielle Mittel zur Unterstützung, um den Aufbau des Landes in zivilen Strukturen wieder herzustellen. Das heißt, die Menschen brauchen eine zivile Perspektive! Sie müssen in der Landwirtschaft einen Beruf finden. Sie müssen sehen, dass das zivile Leben ertragreiches Leben ist und nicht die Flucht in die Gewalt die Existenzgrundlage für ihr Leben in Afghanistan.“
Mit einem Friedenseinsatz habe der derzeitige Afghanistaneinsatz wenig zu tun, so Schnettler. Er wirft der Berliner Regierung vor, dass der Krieg die im Grundgesetz vorgeschriebene Beschränkung der Bundeswehr auf die Verteidigung verletzt. Aufgrund seiner Geschichte könne Deutschland auch nicht „mit dem Recht auf Sicherung unserer Energieressourcen und unserer Handelswege jetzt wieder neu eine Eingreifarmee aufbauen“, so der Pax Christi-Vizepräsident weiter. Doch auch innerhalb der Bevölkerung will Pax Christi mit Mahnwachen und anderen Friedensaktionen das Bewusstsein um den Krieg in Afghanistan wach halten.
„Über den Einsatz der Bundeswehr in Afghanistan wird immer vergessen, dass wir im Krieg sind und dass im Krieg Menschen sterben. Wir haben jetzt in der deutschen Gesellschaft zum ersten Mal seit einigen Jahren bewusst zur Kenntnis genommen, dass Soldaten im Krieg getötet werden. In Afghanistan sterben jeden Tag Tausende von Menschen. Wir befürchten, dass die Zahl der Toten in diesem Krieg insgesamt auf über 100.000 Menschen geht.“
Zentrales Anliegen der Pax Christi-Aktionen ist deshalb ein Gedenken an die Toten an diesem Donnerstag vor dem Brandenburger Tor. (domradio 26.)
Studie zur Religiosität. Hessen, wie habt ihr's mit der Religion?
"Was glauben die Hessen?" Eine Studie fördert Erstaunliches zutage: Christen sind inzwischen zu einer Minderheit geworden und selbst Kirchenmitglieder stimmen zentralen Aussagen ihrer Religion in erheblichen Teilen nicht mehr zu. VonJoachim Frank
Es ist bloß ein harmloser Packen Papier, aber er enthält Sprengstoff. Zumindest gilt das für die Kirchen und alle, die sich mit der Zukunft des Christentums in Deutschland befassen. Denn zentrale Befunde einer aktuellen wissenschaftlichen Untersuchung lauten: Im Land Hessen sind Christen inzwischen zu einer Minderheit geworden. Selbst Kirchenmitglieder stimmen zentralen Aussagen ihrer Religion zu erheblichen Teilen nicht mehr zu. Damit ist ein „Christentum ohne Christen“ kein Paradox, sondern gelebte Realität.
Der Theologe und Soziologe Michael Ebertz, Professor an der Katholischen Fachhochschule Freiburg, hat die repräsentative Studie „Was glauben die Hessen?“ im Auftrag des Hessischen Rundfunks erstellt. Sein Team führte mit 500 Hessen ab 18 Jahren längere Telefoninterviews. Für Ebertz fungieren die Hessen als eine Art religiöser Zeigerpflanze: Ihre Einstellungen zur Institution Kirche, ihre religiösen Überzeugungen und ihre Glaubenspraxis sind Indikatoren für die Verhältnisse in ganz Deutschland (siehe Interview). Den Schrumpfungsprozess des Christentums in Hessen betrachtet Ebertz als repräsentativ – im ohnehin „entchristlichten“ Osten ist der Trend allerdings noch dramatischer.
Dabei sind die Hessen alles andere als „religiös unmusikalisch“. Fast jeder zweite gibt an, täglich oder wöchentlich zu beten. Dieser Wert liegt nach Ebertz’ Angaben über dem Durchschnitt der (west-)deutschen Gesamtbevölkerung. Stark verbreitet bei den Hessen ist der Glaube an irgendwie geartete „höhere Mächte“ oder an Engel (siehe Grafiken). Auch der Glaube an Wunder hat Konjunktur. 70 Prozent bejahen, dass es sie gibt – ohne das genauer zu definieren. Bei der Frage nach „Zauberei“ oder dem Einfluss von Sternen und Glücksbringern auf das eigene Leben nämlich sind die Befragten schon skeptischer. Und an die Existenz des Teufels glauben nur knapp 40 Prozent aller Befragten, allerdings 82 Prozent der Muslime. Auch der öffentlich praktizierte Glaube ist lebendig: Fast ein Drittel aller Befragten besucht einmal im Monat einen Gottesdienst, jeder fünfte wöchentlich oder häufiger.
Nominell ist Hessen immer noch christlich geprägt: Von den sechs Millionen Menschen zwischen Werra und Neckar gehören 40 Prozent der evangelischen, 25 Prozent der katholischen Kirche an. Die Muslime stellen fünf Prozent der Bevölkerung, ein Viertel bekennt sich zu einer anderen oder keiner Religion.
Dramatisch vor diesem Hintergrund: Nur noch gut jeder vierte Protestant und jeder dritte Katholik ist einem religiösen „Orientierungstyp“ zuzuordnen, der von der Existenz Gottes und seiner Zuwendung zu jedem Einzelnen überzeugt ist, der an die Offenbarung in Jesus Christus glaubt und Vielgötterei ablehnt. Die Christen im engeren Sinn des Wortes sind damit sogar in den Kirchen selbst eine Minderheit. „Der Glaube an einen personalen Gott scheint nicht einmal mehr die hessischen Mitglieder der christlichen Kirchen zu verbinden“, so Ebertz.
Der weitaus größere Rest lebt mit einer diffusen Melange religiöser Vorstellungen bis hin zur Vielgötterei. Selbst Atheisten, die die Existenz Gottes bestreiten, finden sich unterm Kirchendach. Von den religiös Ungebundenen gehört – was nicht weiter erstaunt – fast jeder Zweite zum „atheistischen Orientierungstyp“. Irritierend hingegen ist es, dass sich ihm auch 14 Prozent der Protestanten und zehn Prozent der Katholiken zurechnen lassen.
Zwar dürften die wenigsten von ihnen sonn- und feiertags im Gottesdienst auftauchen. Dennoch sind sie eine Herausforderung für Kirchenleitung und Geistliche: Was hält diese Menschen? Tradition? Die Aussicht auf einen Platz in der konfessionellen Kita oder Privatschule? Die Anerkennung für den sozial-karitativen Dienst? Der Studie zufolge gibt es eine Art Parallel-Existenz vieler Kirchenmitglieder nach dem Motto: Kirche ist okay, solange sie mich in Ruhe lässt und nicht missioniert.
Mehr als drei Viertel aller Befragten „finden es gut, dass es die Kirchen gibt“. Was beruhigend für die Kirchen klingt, wird allerdings durch ein dreifaches Aber konterkariert: Zum Ersten haben die Kirchen nur noch für eine Minderheit Antworten auf Fragen parat, die sie wirklich bewegen. Zum Zweiten konstruieren die Hessen ihren Lebenssinn höchst individuell – mit Elementen verschiedener Religionen, von denen „jede einen wahren Kern hat“. Diese Patchwork-Religiosität findet sich in Hessen bei 70 Prozent der Befragten. Und drittens sind auch diejenigen, die sich noch zur Kirche bekennen, mit ihr unzufrieden. „Ich stehe zur Kirche, aber sie muss sich auch ändern“ – diese Aussage machen sich 85 Prozent der Protestanten und sogar 89 Prozent der Katholiken ganz oder teilweise zu eigen. Alles muss bleiben, wie es immer war? Von wegen! FR 26
Benedikt XVI.: Chancen sozialer Netzwerke für den Glauben
Die diesjährige Papstbotschaft zum 46. Welttag der sozialen
Kommunikationsmittel steht im Zeichen der Neuevangelisierung. Der Vatikan stellte die Botschaft mit dem Titel „Stille und Wort: Weg der Evangelisierung“ an diesem Dienstag vor, am Fest des heiligen Franz von Sales, Patron der Journalisten. Weltweit wird der Welttag der sozialen Kommunikationsmittel am ersten Sonntag nach Pfingsten begangen, in Deutschland dagegen am zweiten Sonntag im September.
Für eine „erneuerte Verkündigung Christi in der Welt von heute“ braucht es das richtige Verhältnis von „Stille“ und „Wort“, so einer der Kernsätze der Papstbotschaft. Benedikt XVI. beschreibt darin „Stille“ und „Wort“ als wesentliche Elemente der Kommunikation, die „sich ausgleichen, aufeinander folgen und ergänzen müssen, um einen echten Dialog und eine tiefe Nähe unter den Menschen zu ermöglichen“. Das gelte sowohl in der Medienwelt und im Bereich des Journalismus als auch für das „kommunikative Handeln der Kirche“, führt der Papst aus: „Sich zur Kommunikation erziehen heißt nicht nur reden, sondern auch hören und betrachten lernen.“
Der Gewinn aus der Stille ist für den Papst sowohl persönlicher als auch gemeinschaftlicher Natur: „Wo es eine Fülle von Nachrichten und Informationen gibt, wird die Stille unentbehrlich, um das, was wichtig ist, von dem, was unnütz oder nebensächlich ist, zu unterscheiden“, schreibt Benedikt. Das gelte auch gerade, „um die wirklich wichtigen Fragen zu erkennen und klar zu formulieren“. Auf das journalistische Tagesgeschäft bezogen heißt das: Es braucht Momente des Innehaltens und der Reflektion, um Ereignisse in Beziehung miteinander setzen zu können, „Nachrichten zu bewerten und zu analysieren“ und schließlich zu „echter, gemeinsamer Erkenntnis“ zu kommen. Um dies leisten zu können, brauche es ein „förderliches Umfeld“, erinnert der Papst, „gewissermaßen eine Art ,Ökosystem‘, das Stille, Wort, Bilder und Töne in Gleichgewicht zu bringen weiß“.
Neben dieser wachsamen und achtsamen Kommunikation, die sich durch „Unterscheidungsvermögen“ auszeichnet, müssen die sozialen Kommunikationsmittel aber auch noch etwas Wesentlicheres leisten: Sie müssen sich den „letzten Fragen der menschlichen Existenz“ annehmen, so der Papst. „Es ist wichtig, sich der Menschen, die diese Fragen stellen, anzunehmen und die Möglichkeit für ein tiefes Gespräch zu eröffnen“. Als Ort, wo diese Fragen auftauchen, nennt Benedikt XVI. das Internet mit seinen Suchmaschinen und sozialen Netzwerken: Dort werde der Mensch einerseits mit Antworten auf Fragen „bombardiert“, die er sich „nie gestellt“ habe, ebenso „auf Bedürfnisse, die er nicht empfindet“, so der Papst. Andererseits liest Benedikt XVI. aus „der komplexen und bunten Welt der Kommunikation“ aber auch das menschliche Interesse für Grundfragen der menschlichen Existenz heraus, die „Suche nach Wahrheit“, „die seiner Existenz Sinn und Hoffnung verleiht“: „Wer bin ich? Was kann ich wissen? Was muss ich tun? Was darf ich hoffen?“ Im Wirrwarr der Reizüberflutung die „richtigen Fragen“ zu stellen und Orientierung dafür geben, was wesentlich ist, so könnte man Benedikts Appell an die Medienmacher und –User hier übersetzen.
Interessantes Detail: Der Papst würdigt in seiner Botschaft explizit die Chancen der „verschiedenen Websites, Anwendungen und sozialen Netzwerke“, „die dem Menschen von heute behilflich sein können, Momente des Nachdenkens und echten Fragens zu erleben, aber auch Räume der Stille und Gelegenheit zu Gebet, Meditation oder Austausch über das Wort Gottes zu finden“.
Archetyp einer Kommunikation der Stille ist die Sprache der „Liebenden“, so Benedikt XVI. weiter: Aus der Stille entstehe nämlich eine „noch anspruchsvollere Kommunikation“, die „die Sensibilität und jene Fähigkeit des Hörens ins Spiel bringt, die oft das Ausmaß und das Wesen der Beziehungen offenbart“. Kommunikation schafft immer auch Beziehung; wenn sich „Stille und Wort aber gegenseitig ausschließen, verschlechtert sich die Kommunikation, entweder weil sie eine gewisse Betäubung hervorruft oder weil sie, im Gegenteil, eine Atmosphäre der Kälte schafft“, betont der Papst. Selbstredend ist, dass Stille für den Papst direkt mit dem Glauben verknüpft ist: „In der stillen Betrachtung wird das ewige Wort, durch das die Welt erschaffen wurde, noch deutlicher, und man erkennt den Heilsplan, den Gott durch Worte und Taten in der ganzen Geschichte der Menschheit verwirklicht“.
Hintergrund
Papst Paul VI. führte den Tag der sozialen Kommunikationsmittel 1967 als Welttag der Massenmedien ein. Jeweils zum Fest des heiligen Franz von Sales, des Patrons der Journalisten, wird die Papstbotschaft dazu am 24. Januar veröffentlicht. Seit dem Konzilsdekret „Über die sozialen Kommunikationsmittel“ aus dem Jahr 1963 gehört der entsprechende „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“ zum Gesamtprogramm der pastoralen Erneuerung. In allen Diözesen wird den Medien ein besonderer Tag gewidmet, an dem für die katholische Medienarbeit gebetet und gesammelt wird. (rv 24.)
Studie über Religiosität in Hessen. Weltfremde Kirchen
Selbstbild und Fremdwahrnehmung klaffen bei den Kirchen weit auseinander. Die Studie zeigt, dass deren Botschaft bei den allermeisten Adressaten nicht mehr ankommt. Von Joachim Frank
Wenn Selbstbild und Fremdwahrnehmung zu weit auseinanderklaffen, dann stimmt etwas nicht. Das gilt für die Einzelperson, trifft aber auch auf Institutionen zu. Die Kirchen sehen ihre vornehmste Aufgabe darin, den Glauben an Jesus Christus als sinnstiftend und lebensdienlich zu vermitteln. Doch wie die Umfrage zu religiösen Einstellungen im Land Hessen belegt, kommt diese Botschaft bei den allermeisten Adressaten nicht mehr an.
Macht nichts, mögen manche Kirchenführer sagen. Es gehe in existenziellen Fragen schließlich nicht um Masse, sondern um Klasse; nicht um Breite, sondern um Tiefe. Ein solches elitäres (Selbst-)Verständnis des Christentums sprach aus den Reden Benedikts XVI. auf seinem Deutschland-Besuch und insbesondere aus dem Aufruf zur „Entweltlichung“. Hörte die Kirche darauf, würde sie mutwillig überhören, was die Menschen ihr zu sagen haben. In der jüngsten Studie bekunden die Befragten ein erstaunlich hohes Maß an Zustimmung zur Institution Kirche: Gut, dass es sie gibt! Nur bezieht sich dies eben nicht auf kirchliche Lehre und Moral. Hier wählen die meisten selbst aus, was ihnen passt und nehmen das kirchliche Sortiment – wenn überhaupt – nur sehr selektiv wahr.
150-prozentige „Kirchenchristen“ werden diese Menschen nie werden. Aber soll die Kirche sie verloren geben? Wie zu allen Zeiten, braucht das Christentum auch heute eine Bandbreite an Zugehörigkeit und Teilhabe: von hoher Identifikation mit der theologischen und rituellen Tradition bis zu äußerst punktuellen Berührungen mit kirchlichem Leben. Eine Absage an das „Weltliche“ aber verbannt die „treuen Fernstehenden“ bestenfalls auf das Armesünderbänklein. Der Theologe Hans-Joachim Höhn wittert darin eine „klerikale Anmaßung“: Sie mache die Welt schlecht, um mit der eigenen Weltfremdheit gut dastehen zu können.
Die ersten Reaktionen auf die Studie über den Glauben der Hessen zeigen zusätzlich die umgekehrte Gefahr: Die Kirchen richten sich mit den Ergebnissen ein, um nicht daran verzweifeln zu müssen. FR 26
Papst: „Nein zum organisierten Verbrechen“
Wesentlich für werdende Priester sind theologische Bildung und das Gebet. Das hat Benedikt XVI. an diesem Donnerstag vor Seminaristen von regionalen italienischen Priesterseminaren betont. Anlässlich des 100-jährigen Gründungsjubiläums der Seminare in Kampanien, Kalabrien und Umbrien, die im Jahr 1912 auf Veranlassung von Papst Pius X. eingerichtet wurden, rief der Papst zu einer neuen Evangelisierung vor allem in den Regionen Italiens auf, die im Griff der Wirtschaftskrise und des organisierten Verbrechens sind:
„Umbrien leidet wie andere Zonen oder auch mehr unter der schlechten Wirtschaftslage. In Kampanien und Kalabrien, die dank solider Traditionen und religiöser Hingabe spirituell stark geprägt sind, muss sich die Lebendigkeit der Ortskirche in eine erneuerte Evangelisierung übersetzen. In dieser Region muss die Zeugenschaft der kirchlichen Gemeinschaften auf große soziale und kulturelle Notstände reagieren; ebenso sind die fehlende Arbeit, vor allem für die jungen Leute, und das Phänomen des organisierten Verbrechens ein Problem.“
Der Papst hob zugleich das reiche kulturelle und spirituelle Erbe der drei italienischen Regionen hervor. So sei das Pilgerziel Umbrien die Heimat der Heiligen Franziskus und Benedikt von Nursia, erinnerte Benedikt XVI..
Der aktuelle kulturelle Kontext verlange den zukünftigen Priestern eine solide philosophische und theologische Ausbildung ab, so der Papst, der in diesem Zusammenhang noch einmal seinen Brief an Seminaristen zum Abschluss des vergangenen Priesterjahres ins Gedächtnis rief:
„Es geht eben ,nicht bloß darum, das augenscheinlich Nützliche zu erlernen, sondern darum, das innere Gefüge des Glaubens so in seiner Ganzheit zu kennen und zu verstehen, dass es Antwort auf die Fragen der Menschen wird, die äußerlich gesehen von Generation zu Generation wechseln und doch in ihrem tiefsten Grund dieselben bleiben‘ (vgl. 5, Brief an die Seminaristen vom Oktober 2010). Weiter muss das Theologiestudium immer eine intensive Verbindung mit dem Gebet haben.“
Übrigens: Benedikt XVI. feiert nächsten Donnerstag, 2. Februar, zum „Tag des geweihten Lebens“ im Petersdom einen Vespergottesdienst mit Ordensleuten. Das teilte der Vatikan am Mittwoch mit. Papst Johannes Paul II. hatte den „Tag des geweihten Lebens“ im Jahr 1997 eingeführt, um die Wertschätzung von Orden und anderen Gemeinschaften geistlichen Lebens zu fördern. Die katholische Kirche begeht am 2. Februar zugleich das Fest der „ Darstellung des Herrn“. (rv 26.)
„Das Christentum kennt keine Ausländer“
Ministerpräsident Bouffier besucht katholische Kindertagesstätte St. Joseph in Kassel-Rothenditmold
Kassel - Kinder aus 15 Nationen begrüßten am Donnerstagmorgen Volker Bouffier zu einem kurzfristig angekündigten Besuch des hessischen Ministerpräsidenten in der katholischen Kindertagesstätte St. Joseph im Kasseler Brennpunktstadtteil Rothenditmold. Mit einem Willkommenslied bedankten sich die Drei- bis Sechsjährigen für Bouffiers Interesse und für eine ganze Reihe von Geschenken, die der Landesvater ihnen überreicht hatte.
Froh und dankbar über den Besuch des Ministerpräsidenten zeigt sich auch Pfarrer Stefan Krönung. „In der mehr als 100-jährigen Kirchengeschichte von St. Joseph ist der Besuch des Landesvaters etwas ganz Einmaliges“, sagt der 46-jährige katholische Priester. „In der extremen Diasporasituation in der wir als katholische Minderheit in Kassel von Anfang an waren, ist das Thema Integration unsere Herausforderung und zugleich unser Steckenpferd“, erklärt Krönung. Die Themen Gastfreundschaft und Achtung der Fremden seien ein zentrales Kirchenthema schon aus der Bibel. „Kirche ist von Anfang an eine Kirche aus vielen Sprachen und Völkern“, weiß der Pfarrer. „Das Christentum kennt keine Ausländer“.
In den Gesprächen mit den Verantwortlichen der kirchlichen Einrichtung informierte sich der Ministerpräsident ausführlich über die Integrationsarbeit der Kita. Bouffier hatte viele Fragen zum gelingenden Zusammenleben im Brennpunktstadtteil Rothenditmold mitgebracht. Ausführlich informierte sich der hessische Ministerpräsident im Gespräch mit Kita-Leiterin Rita Liese (47) über die besonderen Problemstellungen der Kita. Aus dem Lebensalltag einer Familie mit Migrationshintergrund ließ sich Bouffier von Theresa Elloin-Awelime aus Ghana berichten. Die 38-jährige Mutter von zwei Kindern lebt seit 2003 in Deutschland und in Rothenditmold. Sie ist im Elternbeirat der Kita sowie im Verein Stadtteilmütter sozial engagiert.
„Von unseren 44 Kindern sind 37 Ausländer aus allen Konfessionen und Religionen. Auch Kinder ohne religiöses Bekenntnis gibt es zahlreich“, erklärt Pfarrer Krönung die besondere Situation in Rothenditmold. Auch die Mitarbeiter in der Gemeinde und im Kindergarten seien multinational. Sie kommen aus Polen, Russland, Deutschland, Frankreich und Kasachstan. „Deshalb wollen wir miteinander spielen, lachen, streiten, essen, singen, tanzen … im Kindergartenalltag und in den Gruppen und Kreisen unserer Pfarrei“, sagt der katholische Priester.
Besorgt zeigte sich Bouffier über das oft exzessive Fernsehverhalten der Kinder. Fürchterlichste Gewalt- und Horrorszenarien seien, so seine Erfahrung und Wahrnehmung, durch das Medium Fernsehen für viele Kindergartenkinder häufig präsent. Rita Liese und ihre Erzieherkolleginnen belehrten ihn eines Besseren: „Herr Ministerpräsident, das Fernsehen spielt längst keine so große Rolle mehr. Es wurde längst durch das Internet abgelöst“. Ein besonderes Augenmerk liege deshalb besonders auf Bewegung. Das große Freigelände im Grünen rund um Kindergarten und Kirche auf dem Rothenberg lädt daher zu ausgiebigen Freispielen ein.
Volker Bouffier lobte die Integrationsarbeit der Kita ausdrücklich. Konkrete Forderungen oder Anliegen nahm der Ministerpräsident trotz Nachfrage bei den Verantwortlichen nicht mit nach Wiesbaden. Vielleicht auch deshalb, weil er unmissverständlich deutlich machte, dass alle guten und sicher auch wichtigen Vorhaben immer auch finanziert werden müssten. Die Landeskassen seien jedoch leer. Finanzierungen müssten daher leider stets zulasten künftiger Generationen getätigt werden. (wer/bpf)
Pater Mertes: Kirche hat aus Skandalen gelernt
An diesem Samstag vor genau zwei Jahren brachen die Missbrauchsskandale über die katholische Kirche in Deutschland herein. Auslöser war das Bekanntwerden eines Brief des Jesuiten Klaus Mertes. Darin räumte der damalige Leiter des Canisiuskollegs in Berlin ein, dass sich Jesuiten in der Vergangenheit an Schülern sexuell vergangen hätten.
Mertes ist heute Leiter des Jesuitenkollegs St. Blasien im Schwarzwald. Stefan Kempis fragte ihn, ob er seinen Brief „heute noch einmal so abschicken würde wie damals“.
„Ja, selbstverständlich. Das ist für mich gar keine Frage.“
Ihr Brief von damals hat sehr viel aufgerührt. Haben Sie nicht manchmal heimliches Verständnis für die, die sagen „Jetzt ist doch genug aufgearbeitet, jetzt gibt es für alles ein Gremium, eine Hotline oder eine Entschädigungsstelle, und damit wenden wir uns wieder anderen Themen zu“?
„Ich kann dieses heimliche Verständnis natürlich auch gerne öffentlich machen: Natürlich kann ich das verstehen, diesen Impuls. Nur gibt es zwei Aspekte, die dabei zu berücksichtigen sind. Der erste Punkt ist: Natürlich wusste ich zu dem Zeitpunkt, als ich den Brief losschickte, noch nicht, welche Auswirkung er haben würde. Das war für mich aber nachträglich niemals ein Grund, irgendetwas daran zu bereuen! Immer wenn ich mich an die Entscheidungssituation vom Januar 2010 erinnert habe, hatte ich das Gefühl, es war die richtige Entscheidung. Der zweite Punkt ist: Die Aufklärung tut natürlich weh, und von daher ist der Impuls „es muss auch einmal Schluss sein“ verständlich. Aber es ist eben ein Schmerz, dem man sich stellen muss, weil die Wahrheit an sich immer eine schmerzliche Wahrheit ist! Es ist aber zugleich ein unglaublicher Segen für unglaublich viele Menschen, dass dieses Tabu gebrochen ist. Das ist die große Chance, die durch die Aufklärung kommt. Es ist im Sinne der Seelsorge ein heilsamer Akt.“
Das Tabu ist gebrochen, aber lässt sich diese neue Offenheit wirklich ständig aufrechterhalten, so wie Sie das gegenüber der KNA wünschen: „Die Fragen sexualisierter Gewalt und Machtmissbrauch müssen ein ständiges Thema in Gesellschaft und Kirche bleiben.“ Schläft das mit der Zeit nicht wieder automatisch ein? Wie kann man das denn ständig wach halten?
„Es geht ja nicht darum, dass die Medien es ständig wach halten müssen, sondern wir selbst müssen es ständig wach halten! Ich bin hauptberuflich Schulleiter. Ein Schulleiter muss immer wissen, dass es Themen wie Alkoholmissbrauch, Drogen, Gewalt gibt, die man ständig wach halten muss - im Sinne einer Grundaufmerksamkeit. Das gilt natürlich auch für diese Fragestellungen sexualisierter Gewalt. Es ist einfach damit zu rechnen, dass hier ein Risiko vorliegt, und es muss eine Grundaufmerksamkeit vorliegen, die nicht mit einer Stimmung von Hysterie oder aufbauschender Panik zu verwechseln ist. Das ist das, was ich meine!“
Hat die deutsche Kirche aus den Missbrauchsskandalen hinreichend gelernt?
„Zuerst einmal hat sich die Kirche erschüttern lassen. Das ist schon einmal ein großer Wert. Die Lernprozesse, um die es da geht, sind langfristige Lernprozesse. Das müssen sie auch sein, denn nur dann sind sie auch wirklich nachhaltig. Ich glaube, dass die Kirche in diesem Sinne auch wirklich einiges gelernt hat: Zum Beispiel diese Grundaufmerksamkeit, dass es beim Missbrauch nicht nur um die Missbrauchstat geht, sondern auch um die Verantwortung der Institution für das Hinschauen und Hinhören, wenn Opfer versuchen zu sprechen. Das ist ein Beispiel, und da hat sie viel gelernt.
Ich denke, sie hat auch hinzugelernt (das war ja auch ein schmerzlicher Prozess), dass an der Forderung nach Entschädigung, die von Opferseite her gestellt worden ist, auch tatsächlich etwas dran ist. Dass es hier nicht einfach nur um Rache geht, sondern um eine Frage der Gerechtigkeit. Da ist in Deutschland viel gelaufen, und die katholische Kirche in Deutschland hat dazu auch ein entsprechendes Modell von Anerkennungszahlungen entwickelt, das, wie ich finde, in Deutschland einmalig ist. Es gibt keine Institution, die einen vergleichbaren Schritt gegangen ist, um Gerechtigkeit und damit auch Voraussetzungen für eine mögliche Versöhnung mit den Opfern zu schaffen!
Ich glaube auch, dass viel im Bereich der Prävention gelernt worden ist: dass es auch struktureller Maßnahmen bedarf, um diese Aufmerksamkeit, von der ich anfangs gesprochen habe, zumindest strukturell zu sichern. Zum Beispiel dadurch, dass es so etwas gibt wie Schülerrechte; dass Schüler auch über ihre Rechte informiert werden; dass es so etwas gibt wie Ombusstellen; dass diese Adressen bekannt sind und immer wieder bekannt gemacht werden, usw.. Das sind alles wichtige Dinge, die aus dem Skandal herausgekommen sind und wo in der Kirche auch viel gelernt worden ist.“
Was hat die Kirche womöglich aus ihrer Sicht noch nicht gelernt?
„Mich bewegt und bedrückt am tiefsten die Frage der Prävention - unter der Rücksicht, wo wir noch tiefer an unsere Strukturen und auch an spirituelle Fragen herangehen müssen. Das sind vor allem Fragen, die den Umgang mit geistlicher Macht betreffen, und zwar nicht nur durch diejenigen, die sie inne haben, sondern auch durch diejenigen, die sie anerkennen. Das ist ein gesamtkirchliches Thema! Um es ein bisschen zugespitzt zu formulieren: Klerikalismus ist nicht nur ein Problem der Kleriker. Das andere Thema ist natürlich das Hinhören auf Aussagen von Opfern, die die katholische Sexuallehre unter dem Aspekt sehen, wie diese mit ihrem Missbrauch zusammenhängt und auch mit ihrem Schweigen. Viele Missbrauchsopfer teilen mir mit, dass das Leiden für sie auch noch einmal einen spezifischen Geschmack hatte, der katholischer Art war. Das hängt mit den großen Schuld- und Schamgefühlen zusammen, die mit dem Missbrauch gekommen sind und die es ihnen auch schwer gemacht haben, zu sprechen. Da ist dann die Frage, wie wir in der Sexualpädagogik so über diese Themen sprechen können, dass Jugendliche nicht selbst ein Tabu daraus machen, wenn ihnen so etwas passiert.“
Wie ist Ihr theologischer Blick auf den Missbrauchsskandal? Wie lesen Sie das Evangelium mit dieser Erfahrung im Hinterkopf?
„Ich entdecke in der Missbrauchsthematik mehrere Themen. Das eine ist diese Erfahrung, dass man dadurch, dass man etwas aufdeckt, spaltet, ohne die Intention dazu zu haben. Das ist auch eine Erfahrung, die Jesus im Evangelium macht: Durch das Evangelium spaltet er. „Ich bin nicht gekommen, um Frieden zu bringen, sondern Schwert“, sagt er dazu, also: Spaltung. Nicht weil er die Intention hat zu spalten, sondern weil die Botschaft des Evangeliums seine Entscheidung herausfordert und diese dann auch zu einer Spaltung führen kann.
Das ist ein Beispiel. Die andere Frage ist: Aus der Forderung der Opfer nach Entschädigung habe ich die Sühne-Theologie des Alten und des Neuen Testamentes und deren tiefen Sinn ganz neu entdecken dürfen. Nicht nur in der Frage nach der Versöhnung des Menschen mit Gott, sondern auch in der Frage nach der Versöhnung der Menschen untereinander. Dass es immer auch so etwas geben muss wie einen Prozess, in dem beide Seiten aktiv sind. Was ich übrigens auch als eine sehr katholische Position empfinde: zu sagen, das zur Versöhnung mit Gott auch ein Beitrag des Sünders gehört. Das ist ein hoch theologisches Thema.
Das dritte Thema, das mich auch sehr, sehr beschäftigt hat, ist zu entdecken, was der Vertrauensmissbrauch von Kindern biographisch bei Menschen auslöst. Nämlich, dass sie nur noch unter größten Schwierigkeiten vertrauen können oder gar nicht mehr vertrauen können. Wenn man aber misstraut, dann traut man dem Gegenüber ganz schlimme Dinge zu; das kann bis zum Hass führen. So hatte ich auch viel mit Hassgefühlen von Opfern gegenüber der Kirche oder gegenüber mir, als Repräsentanten der Kirche, zu tun.
Vom Evangelium her ist mir bewusst geworden, was diese Gewaltlosigkeit bedeutet - nämlich die andere Wange hinhalten. Das heißt, auf den Hass, der einem entgegenschlägt, nicht mit moralischer Verurteilung zu reagieren, sondern dadurch, dass man ihn gewaltfrei aushält, um den Kreislauf zu unterbrechen, der dazu führt, dass Gewalt, die man erlebt, immer wieder zurückgegeben wird und es zu einem Gewaltkreislauf kommt. Der tiefe Sinn der Bergpredigt und des Gewaltverbotes der Bergpredigt ist mir dadurch noch einmal ganz neu klar geworden. Gerade in der Begegnung mit dem Opfern.“
(rv 25.)
Religiöser Sockel bröckelt Hessen glauben eher an Wunder als an Gott
Das religiöse Fundament der Hessen bröckelt. Die meisten glauben an ihr eigenes Ding und setzen bei der Sinnsuche im Leben nicht unbedingt auf die Kirchen. Das hat eine Studie der Katholischen Hochschule Freiburg herausgefunden.
72 Prozent sagen aber, dass die Kirchen auf Fragen, die die Menschen wirklich bewegen, keine oder nur manchmal eine Antwort haben
Die meisten Hessen wollen den Sinn des Lebens selbst finden. Von den Kirchen jedenfalls lassen sie sich diesen nicht mehr unbedingt vorgeben. Das ergab eine repräsentative Studie mit dem Titel „Was glauben die Hessen?“ im Auftrag des Hessischen Rundfunks (hr), die am Mittwoch in Frankfurt veröffentlicht wurde. Danach sind 80 Prozent der Hessen aller Altersgruppe der Auffassung: „Das Leben hat nur dann einen Sinn, wenn man ihm selber einen Sinn gibt.“
Die Hessen glauben eher an Wunder (70 Prozent) als an einen personifizierten Gott (49 Prozent). Zudem ist die Auffassung weit verbreitet, dass „alle Religionen einen wahren Kern haben“ (70 Prozent). Zwei Drittel glauben, dass Tiere eine Seele haben und mehr als ein Drittel, dass Menschen Gedanken lesen können. „Das religiös-spirituelle Potential ist somit vergleichsweise groß, ohne dass allerdings die Kirchen davon profitieren können“, heißt es in der hr-Mitteilung.
42 Prozent beten täglich - wie sie sagen
Gut drei Viertel - Christen und Muslime - finden es zwar gut, dass es die Kirchen gibt. Fast eben so viele (72 Prozent) sagen aber, dass die Kirchen auf Fragen, die die Menschen wirklich bewegen, keine oder nur manchmal eine Antwort haben. Bei der Sinnsuche ist die Kirche nur eines von vielen Angeboten auf dem Religionsmarkt - folgern die Autoren der Studie.
42 Prozent der Befragten geben an, täglich oder zumindest wöchentlich zu beten. „Doch zu was und zu wem sie beten, wird immer vielseitiger.“ Die christliche Aussage, dass sich Gott in Jesus offenbart hat, findet bei den Hessen keinen Konsens mehr. 80 Prozent sind sich aber einig, dass es ein „Geheimnis hinter oder über dem normalen Leben gibt“.
Dass sich Gott mit jedem Menschen persönlich befasst, glauben nur noch 27 Prozent der evangelischen und 33 Prozent der katholischen Kirchenmitglieder. 15 Prozent der Mitglieder der evangelischen Kirche bezeichnen sich als Atheisten, bei den Katholiken glauben zehn Prozent nicht an die Existenz eines Gottes. Dafür gibt jeder vierte Christ an, an die Reinkarnation zu glauben.
Bei den meisten religiösen Fragen liegt die Zustimmung der Frauen deutlich höher als die der Männer. So sind Männer mehrheitlich der Meinung, dass ihr „Leben durch die Gesetze der Natur und nicht durch göttliche Gesetze bestimmt wird“ (60 Prozent). Dieser Formulierung stimmt nur jede zweite Frau zu. Ebenfalls gut jede zweite Frau glaubt, dass der Tod der Übergang in eine andere Existenz ist; bei den Männern sind es elf Prozentpunkte weniger.
Geringe Motivation zur Mission
Die hessischen Muslime fühlen sich mit ihrer Religion stärker verbunden als die Christen. 96 Prozent der Muslime glauben, dass es einen Gott gibt - bei den Katholiken sind es 82 Prozent und bei den Protestanten 74 Prozent. Bei den Muslimen stimmen auch mehr den Aussagen zu, dass Gott die Welt erschaffen hat, in ihr Leben eingreift und sich persönlich mit jedem Einzelnen befasst. Über 60 Prozent wollen außerdem möglichst viele Menschen für den Islam gewinnen. „Die Motivation zur Mission ist mit 17 Prozent bei den Katholiken und mit 12 Prozent bei den Protestanten deutlich geringer.“
Die Studie wurde vom Zentrum für kirchliche Sozialforschung der Katholischen Hochschule in Freiburg (ZEKIS) erarbeitet. Die Leitung hatte der Religionssoziologe Michael N. Ebertz. LHE 25
Vatikanisches Lob für die Feiern des Neokatechumenats
15 Jahre lang hat die vatikanische Gottesdienstkongregation die liturgischen Feiern des Neokatechumenalen Weges geprüft; letzten Freitag kam dann die offizielle Billigung. Die Hinführung zum Christentum ist immer eine Einheit aus Wort und Feier, das wurde mit der Approbation des Neokatechumenalen Weges bestätigt, sagte Kardinal Antonio Canizares Llovera, der Präfekt der Gottesdienstkongregation, im Gespräch mit Radio Vatikan.
„Es ist das Wort Gottes, das Handeln Gottes, es ist Gott, der in den Feiern spricht. Diese Feiern markieren die verschiedenen Abschnitte des Neokatechumenalen Weges, die der Weg jeder christlichen Initiation sind. Schon in der Spätantike war die Vorbereitung der Täuflinge durch besondere Feiern für jeden Abschnitt markiert, und heute macht man dasselbe. Diese Feiern des Neokatechumenats haben also nichts Künstliches, sie sind keine eigens erfundene simple Methodologie, sondern entsprechen dem Weg der Bekehrung, des Glaubens und der gänzlichen Eingliederung in das christliche Leben der Kirche.“
Als Spanier kennt Kardinal Canizares das Neokatechumenat schon lange: Die geistliche Bewegung ist in den 60er Jahren in Spanien entstanden. Besonders würdigt Canizares im Gespräch mit Radio Vatikan das Verhältnis zwischen religiöser Unterweisung und Liturgie im Neokatechumenat; dieses sei „vorbildlich“.
„Einige wollen ja eine Hinführung zur Taufe ausschließlich auf Basis der Katechese, also etwas, das vom Menschen gemacht wird und sich auf rein intellektueller Ebene abspielt. Aber die christliche Initiation ist immer ein Handeln der Mutter Kirche, in der wiederum Gott handelt. Gott ist die Priorität: Gott handelt, der Mensch antwortet. Der Mensch vollzieht einen Weg, der vom Wort Gottes erleuchtet sein muss und gleichzeitig als Handeln Gottes erlebt und angenommen werden muss. Das ist im Neokatechumenalen Weg sehr klar.“
Hintergrund - Der Neokatechumenale Weg ist eine der neuen geistlichen Gemeinschaften der Kirche. Sein Ziel ist es, getaufte Christen langfristig auf ihrem Glaubensweg zu begleiten. Das geschieht durch geistliche Übungen und durch die Bildung fester Gruppen, die über einen Zeitraum von mindestens fünfzehn Jahren bestehen. Die Angehörigen der Bewegung feiern ihre Gottesdienste oft im geschlossenen Kreis, ihre Eucharistiefeier unterscheidet sich in einigen Punkten von der römischen Messe. (rv 23.)
Negativbeispiele Ägypten, Iran und Nigeria. Menschenrechtler: Immer mehr Gewalt gegen Christen
Stuttgart. Christen werden nach Ansicht der Internationalen Gesellschaft für Menschenrechte (IGFM) immer häufiger Opfer religiös motivierter Gewalt. IGFM-Sprecher Martin Lessenthin sagte am Dienstag (24.01.2012) in Stuttgart, Beispiele für Länder, in denen Religionsfreiheit krass missachtet werde, seien Ägypten, Iran und Nigeria. In solchen Ländern würden aber nicht nur Christen, sondern beispielsweise auch Angehörige der Bahai regelmäßig Gewaltopfer.
Eine noch härtete Verfolgung befürchten nach IGFM-Angaben zum Christentum übergetretene Iraner. Sie müssten mit der Todesstrafe rechnen. Kern des Dramas am Persischen Golf sei die systematische Entrechtung der Menschen durch die "islamische Diktatur". Die internationale Gemeinschaft dürfe deshalb nicht bloß Verhandlungen über das Atomprogramm anstreben, sondern müsse auch Menschenrechtsverletzungen ansprechen. Menschenrechte dürften nicht "auf dem Altar der Atomdebatte" geopfert werden, sagte Lessenthin. Er äußerte die Befürchtung, dass unter den von der EU angekündigten Sanktionen Minderheiten leiden könnten.
Die Europäische Union müsse zudem auf Nigeria einwirken. Der dortige "Genozid auf Raten" führe zu einer Fluchtwelle, wenn es nicht gelinge, die "nordnigerianischen Taliban" zu stoppen, sagte Lessenthin. In den vergangenen zwölf Monaten wurden nach Erkenntnissen der IGFM fast 1.000 nigerianische Christen getötet. Die Regierung sei offenbar nicht in der Lage, die Gewalt zu stoppen. In Ägypten hätten zuletzt rund 100.000 christliche Kopten das Land verlassen, weil sie sich nicht mehr sicher fühlten. kna
Christen verlassen Nigeria: 250 Todesopfer seit Anfang des Jahres
Der Exodus hat begonnen: 35.000 Menschen flüchten aus dem Norden vor Boko Haram
WIEN - Berichten zufolge, die die internationale katholische Hilfsorganisation „Kirche in Not” am 24.Januar 2012 von Repräsentanten der Kirche in Nigeria erhielt, haben an die 35.000 Menschen ihre Häuser aufgrund anhaltender Gewalt verlassen. Augenzeugen berichteten: „Die Menschen laufen einfach davon. Sie fliehen in Gebiete wie Jos und weiter südlich, in denen sie glauben, sicher zu sein.” Ein Flüchtling ergänzte: „Es herrscht Panik. Viele haben alles zurück gelassen und laufen um ihr Leben, weil sie nicht wissen, wann die Gewalt wieder auflodert.”
Eine große Zahl der Flüchtlinge sind Christen. Sie berichteten, dass Kirchen in Maidiguri, im Bundesstaat Borno und in Bauchi im Bundesstaat Bauchi am Sonntag, den 22. Januar zerstört wurden. „Das anvisierte Ziel von Boko Haram ist es, alle Christen aus dem Norden zu vertreiben”, bestätigte ein Zeuge gegenüber „Kirche in Not”. Abul Qaqa, der Sprecher der muslimischen Sekte Boko Haram, stellte den Christen bereits Anfang Januar ein dreitägiges Ultimatum, den Norden zu verlassen.
Laut Human Rights Watch wurden bereits 935 Menschen seit der Gründung von Boko Haram getötet. Diese Zahl enthält bereits die mehr als 250 Opfer seit Beginn 2012. Zenit 25
Das Gespräch suchen. „Wort des Bischofs“ von Fulda zum Sonntag, 29. Januar 2012
Im ersten Brief an die Korinther schreibt Paulus (12, 4-7. 12 f): „Es gibt verschiedene Gnadengaben… Es gibt verschiedene Dienste… Es gibt verschiedene Kräfte… Jedem aber wird die Offenbarung des Geistes geschenkt, damit sie anderen nützt… Denn wie der Leib eine Einheit is,t, doch viele Glieder hat…: So ist es auch mit Christus. Durch den einen Geist wurden wir in der Taufe alle in einen einzigen Leib aufgenommen.“
Als Christen sind wir in der Kirche also insgesamt aufeinander verwiesen. Kommunikation ist nötig, gegenseitige Wahrnehmung und kritischer Austausch gehören dazu, besonders die Orientierung am Vorbild Jesu, an der Lehre der Kirche und an den Zeichen der Zeit. Mehr denn je wird es wichtig sein, einen angstfreien und ehrlichen Dialog zu führen, um herauszufinden, was Gottes Geist der Kirche von Fulda angesichts der gegenwärtigen Herausforderungen sagen will. Dazu muss aber die innere Haltung stimmen. Ist man bereit, wirklich erst einmal zuzuhören und die andere Meinung verstehen zu wollen oder werden gleich scharfe Attacken geritten und überzogene Forderungen gestellt? Bekannterweise macht ja der Ton die Musik. Wird destruktiv und mitunter recht lieblos behauptet und unterstellt oder zielorientiert mit Herz und Verstand debattiert? Gelingt es trotz aller Leidenschaft und Emotionen, die Sache im Blick zu behalten und differenziert zu argumentieren? Gibt es einen Vertrauensvorschuss oder beargwöhnt man sich von vornherein als unglaubwürdig?
Vor allem aber gehört zu einem echten kirchlichen Dialog, sich im Gebet immer wieder dem lebendigen Gott anzuvertrauen und mit allen Kräften um den Geist Jesu Christi zu ringen. Mut und Barmherzigkeit, ein weiter Horizont und eine geistliche Tiefe sind dafür unabdingbar.
Vor einigen Jahren (ab 2002) hat es in unserem Bistum mit dem Pastoralen Prozess, der zur Bildung von Pastoralverbünden führte, schon einmal einen ebenso umfangreichen wie intensiven Dialogprozess gegeben. Seitdem ist das Gespräch aber nicht verstummt, immer neu wird in den verschiedenen Gremien der Pfarreien und des Bistums über unsere Situation nachgedacht und beraten. So z. B. im Rahmen der „Briefe der Hoffnung“, die mir Ende 2010 und Anfang 2011 aus den Pastoralverbünden geschickt wurden, gründlich ausgewertet werden und zu Perspektiven in unserer konkreten Situation im Bistum Fulda führen sollen.
Ich selbst suche häufig, besonders über die Visitationen, den Kontakt zu möglichst vielen aus unseren Gemeinden und anderen Einrichtungen sowie aus deren gesellschaftlichem Umfeld, um alles noch besser verstehen oder auch erläutern zu können.
Töricht wäre es freilich zu meinen, dass alle diskutierten Anliegen binnen kurzem umgesetzt werden könnten. Außerdem bezweifle ich, dass es uns danach wesentlich besser ginge. Es gibt andere Kirchen und kirchliche Gemeinschaften, in denen das, was innerkatholisch diskutiert wird, alles umgesetzt ist. Stehen diese aber dadurch mit ihrem Glaubenszeugnis in unserer modernen Welt überzeugender da? Sind einige davon nicht in noch viel tiefere Krisen oder sogar Spaltungen geraten? Wäre es nicht langsam angebracht, sich mutig den Ursachen der Krisensymptome, dem tief greifenden gesellschaftlichen Wandel mit seiner Glaubens- und Gotteskrise, zu stellen?
Ich hoffe und bete dafür, dass wir uns nicht kleinkariert verrennen, sondern hoffnungsvoll anregen und einander mitnehmen können auf den Weg, den Gott für uns bereithält. Bischof H. J. Algermissen
Deutscher Priester wird Untersekretär der Kongregation für die Bischöfe im Vatikan
Papst Benedikt XVI. hat heute den aus dem Bistum Trier stammenden Priester Prälat Dr. Udo Breitbach zum neuen Untersekretär der Kongregation für die Bischöfe ernannt. Damit wird Prälat Breitbach nach dem Präfekten und dem Sekretär der Kongregation einer der führenden deutschen Mitarbeiter dieses Dikasteriums. Bereits seit 1992 arbeitet Prälat Breitbach in der Kongregation für die Bischöfe. Der in Plaidt bei Neuwied geborene Breitbach wurde 1986 in Trier zum Priester geweiht, nachdem er zuvor dort und in München Theologie und Philosophie studiert hatte. 1989 folgte der Wechsel zum Promotionsstudium nach Rom.
Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, gratulierte Prälat Breitbach zu der „ehrenvollen und von hoher Verantwortung geprägten Berufung“. Wie kaum ein anderer Priester gehöre Breitbach zum „Urgestein“ der Kongregation. Als vertrauensvoller, loyaler und kenntnisreicher Priester habe er im Vatikan einen unverzichtbaren Dienst geleistet, schreibt Zollitsch in einem Glückwunschbrief. Seine Arbeit sei von hoher Sensibilität geprägt, da sie häufig mit Personalangelegenheiten zu tun habe. Für die Bischofskonferenz sei die Berufung Breitbachs von besonderer Bedeutung, da jetzt ein weiterer Priester aus Deutschland eine wichtige leitende Funktion in der vatikanischen Kurie einnehme, so Erzbischof Zollitsch. Dbk 25
Papstreise: „Lateinamerika tritt auf die Bühne“
Die Reise von Papst Benedikt XVI. nach Mexiko und Kuba im März dieses Jahres wird sich an ganz Lateinamerika wenden. Davon ist Guzmán Carriquiry überzeugt. Er ist Sekretär der Päpstlichen Lateinamerika-Kommission.
„Dieses Lateinamerika hat in den letzten zehn Jahren ein starkes ökonomisches Wachstum erlebt, ohne den Auswirkungen der Krise in der sogenannten Ersten Welt unterworfen zu sein. So nimmt allmählich die immer noch große Armut ab. Wie es der Papst im vergangenen Jahr gesagt hat: Lateinamerika tritt als Protagonist auf die Bühne der Welt. Es ist bemüht in einem Prozess der Integration und der Entwicklung, aber steht auch vor großen Herausforderungen.“
Diese Herausforderungen zeigten sich im Einsatz für das Leben und für den Schutz der Familie und Ehe, sie zeigten sich im Einsatz für ausreichend Bildung für alle und in der Reform der politischen Institutionen, und sie zeigten sich im Kampf für mehr soziale Gleichheit, so Carriquiry. Für den ersten Stop der Reise – Mexiko – sei das besonders wichtig, aber nicht nur dort:
„Der Heilige Vater wird Überbringer einer Botschaft der Versöhnung und des Friedens, der Gerechtigkeit und der Hoffnung sein in einem Land, das zerrissen ist von himmelschreiender Gewalt, von tief verwurzelter Armut und von scharfer politischer und ideologischer Polarisierung. Dem Papst wird auch bewusst sein, dass Mexiko eine wichtige Kreuzung ist, die nach Norden blickt, gen Vereinigte Staaten und Kanada, wohin die viele Handelsbeziehungen und auch Flüchtlingsströme laufen. Aber der Blick geht hier auch nach Süden, nach Zentral- und Südamerika. Was in Mexiko passiert, hat fundamentale Auswirkungen für den ganzen amerikanischen Kontinent.“
Der zweite Teil der Reise wird einen anderen Schwerpunkt haben, so Carriquiry. Der Besuch des Papstes auf Kuba falle zusammen mit dem 400. Jahrestag des Auffindens des Nationalheiligtums der Insel, der Virgen de la Caridad del Cobre, der Jungfrau von Cobre.
„Nach sechzehn Monaten und über 28.000 Kilometern, die das Gnadenbild auf der Insel zurückgelegt hat und auf denen es jedes Haus Kubas besucht hat, alle Krankenhäuser, öffentlichen Plätze und kulturellen Einrichtungen, zeigt dieses Bild uns einen ‚Frühling des Glaubens’ auf der Insel, wie es der Erzbischof von Havanna vor einiger Zeit formuliert hat. Die Anwesenheit der Jungfrau von Cobre ist dort wichtig, wo die kirchlichen Institutionen schwach sind oder völlig fehlen und so ein sich Ausbreiten der Sekten begünstigen. Die Neuevangelisierung in Lateinamerika wird marianisch sein oder sie wird nicht sein.“
Reisepläne - Papst Benedikt XVI. wird sich vom 23. bis 26. März in Mexiko und dann bis zum 28. März in Kuba aufhalten. Seine „Basis" in Mexiko ist die Stadt Leon de los Aldama, die sechstgrößte Stadt des Landes.
Höhepunkt des Mexiko-Besuches ist die Sonntagsmesse. Papst Benedikt feiert sie unter freiem Himmel im Park Guanajuato Bicentenario am Fuß des Hügels Cerro del Cubilete, an dessen Spitze sich ein Christkönigs-Denkmal erhebt. Mexikos Bischöfe erwarten rund 750.000 Gläubige zu diesem Gottesdienst.
Am Montag, 26. März, reist Benedikt nach Kuba weiter, wo er sich bis Mittwoch aufhalten wird. Anlass dieses Besuches ist der 400. Jahrestag der Auffindung des Bildes der „Virgen de la Caridad del Cobre", der Muttergottes der Nächstenliebe von Cobre. Auf der Zuckerinsel hat der Papst zwei Etappen: Santiago de Cuba und Havanna. (rv/ctv 23.)
Deutsche Bischofskonferenz bestürzt über Lage in Nigeria
Konstruktiver Dialog mit der ganzen Zivilgesellschaft notwendig
Zur aktuellen Lage in Nigeria erklärt der Ständige Rat der Deutschen Bischofskonferenz:
Mit großer Beunruhigung nimmt die Deutsche Bischofskonferenz die wachsende terroristische Gewalt in Nigeria wahr. Jüngste Opfer dieser brutalen Anschläge auf öffentliche Einrichtungen und eine Kirche waren rund 200 Menschen in den Städten Kano und Bauchi. Den Opfern und ihren trauernden Angehörigen gelten unsere Anteilnahme und unser Gebet. Darüber hinaus sagen wir insbesondere den betroffenen kirchlichen Einrichtungen die bleibende Solidarität und Unterstützung beim Wiederaufbau zu.
Die Eskalation der Gewalt in Nigeria hat viele Gründe. Es liegt auf der Hand, dass die auftretenden Konflikte nicht allein auf Spannungen zwischen Muslimen und Christen zurückzuführen sind. Die Unruhen und gewaltsamen Ausschreitungen in weiten Teilen Nigerias aufgrund der Benzinpreiserhöhungen in Folge der Streichung staatlicher Subventionen und die umgehend wieder einkehrende Ruhe nach der Wiedereinführung dieser Subventionen zeigen dies deutlich. Dennoch müssen wir zur Kenntnis nehmen, dass sich die Anschläge, vor allem der radikalen muslimischen Gruppe Boko Haram, vermehrt gegen Christen und deren Einrichtungen richten. Mit der nigerianischen Öffentlichkeit sind wir besorgt über die Hilflosigkeit der Regierungsstellen im Umgang mit den wachsenden Sicherheitsproblemen.
Die Eskalation der Gewalt fordert einen politischen Weg des Dialogs breiter Gesellschaftsgruppen. Mit militärischer Gewalt allein ist das Problem in einem Land, in dem 70 Prozent der Bevölkerung unter der Armutsgrenze leben und in dem der Staat nur 0,8 Prozent des Bruttosozialproduktes für den Erziehungssektor aufwendet, nicht zu lösen. Ohne eine Reform der Bildungs- und Sozialpolitik des Landes wird es keine dauerhafte Ordnung in Nigeria geben können.
Gemeinsam mit der Nigerianischen Bischofskonferenz fordern wir daher die Regierung in Nigeria auf, in einen konstruktiven Dialog mit allen wesentlichen zivilgesellschaftlichen Akteuren, vor allem mit den christlichen Kirchen und den Vertretern des Islam zu treten. Insbesondere fordern wir die nigerianische Regierung auf, den umfassenden Schutz christlicher Einrichtungen zu gewährleisten. Wir bitten die deutsche Bundesregierung und die internationale Gemeinschaft, alles ihnen Mögliche zu tun, um Gewalt und Chaos in Nigeria zu überwinden, uneingeschränkte Religionsfreiheit, besonders der Christen zu gewährleisten und das friedliche Miteinander der Religionen sicherzustellen.
Wir rufen auch die muslimischen Schwestern und Brüder sowie ihre Verbände in Deutschland und weltweit auf, sich für die Christen in Nigeria aktiv einzusetzen, damit alle Nigerianer in Frieden miteinander leben können und sich das Land entwickelt. Dbk 25
In der Überfülle an Nachrichten ist Stille ist nötig
Papst empfiehlt Stille, um Nachdenken und echte Kommunikation zu ermöglichen
VATIKANSTADT - „Wenn die Fülle von Nachrichten und Informationen überhandnimmt, wird Stille notwendig, um das Wichtige von Unwichtigem und Nebensächlichem zu unterscheiden“.
Diese Überlegung äußerte Benedikt XVI. gestern zum Welttag der Kommunikation, den er dieses Jahr dem Thema „Stille und Wort: Weg der Evangelisierung“ widmete.
Der Papst hat auf die Notwendigkeit verwiesen, ein Gleichgewicht zwischen Stille und Wort zu finden: „Wenn Wort und Stille sich gegenseitig ausschließen, bricht die Kommunikation zusammen, weil entweder Verwirrung oder, im Gegenteil, Kälte entsteht; wenn sie sich aber gegenseitig vervollständigen, dann gewinnt die Kommunikation an Wert und Sinn“.
Stille „lässt eine noch aktivere Kommunikation entstehen, weil sie Einfühlungsvermögen und die Fähigkeit zum Zuhören erfordert. Oft werden dadurch das wahre Maß und die Natur von Beziehungen klarer“, so der Papst.
Indem er das Internet als ein Forum für Fragen und Antworten betrachtete, sagte der Heilige Vater: „Die Menschen werden heute oft mit Antworten auf Fragen und Bedürfnisse bombardiert, die sie nie gestellt haben und deren sie sich nicht bewusst waren. Wenn wir die wirklich wichtigen Fragen erkennen und uns darauf konzentrieren wollen, dann ist die Stille ein wertvolles Mittel, um im Überfluss der Reize und Daten, die wir empfangen, Ordnung zu schaffen“.
„Letztlich zeigt dieser ständige Fluss von Fragen die Ruhelosigkeit der Menschen, die fortwährend nach großen und kleineren Wahrheiten suchen, die ihrem Leben Sinn und Hoffnung geben können. Männer und Frauen können sich nicht mit einem oberflächlichen und unkritischen Austausch skeptischer Meinungen und Lebenserfahrungen zufrieden geben – wir alle sind auf der Suche nach Wahrheit und dieses tiefe Bedürfnis verbindet uns heute mehr als je zuvor“.
Die Stille sei es auch, die wir brauchen, um zu Gott zu sprechen, rief der Papst in Erinnerung.
„Wenn Gott auch in der Stille zu uns spricht, so entdecken wir andererseits in der Stille eine Möglichkeit, zu Gott und über Gott zu sprechen“.
„In der stillen Kontemplation wird das Ewige Wort, durch das die Welt erschaffen wurde, auf immer mächtigere Weise lebendig und wir werden uns des Heilsplans bewusst, den Gott durch die gesamte Weltgeschichte in Wort und Tat verwirklicht“, fuhr der Papst fort.
Zum Abschluss sagte er: „Wort und Stille: Kommunikation erlernen heißt, zuhören und betrachten genauso wie sprechen zu erlernen.
[Übersetzung des englischen Originals von Alexander Wagensommer]
Zenit 25
Gesprächsrunden über den „Arabischen Frühling“ und das Verhältnis von Kirche und Medien
Am 4. Februar 2012 im Kölner Maternushaus:
Die Lage der Christen in den Ländern des "Arabischen Frühlings" und das Verhältnis der katholischen Kirche zu den Medien stehen am Samstag, 4. Februar 2012, im Mittelpunkt einer Veranstaltung des weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in Not" in Köln.
Anlässlich des neunten Jahrgedächtnisses für den im Jahr 2003 verstorbenen Gründer von "Kirche in Not", Pater Werenfried van Straaten, lädt der Kölner Erzbischof Joachim Kardinal Meisner zunächst um 11 Uhr zu einem Pontifikalgottesdienst in den Kölner Dom ein, bevor das Programm am Nachmittag ab 13.30 Uhr im Maternushaus der Erzdiözese Köln mit Podiumsgesprächen zu aktuellen Themen fortgesetzt wird.
Dabei thematisiert "Kirche in Not" zunächst das besondere Verhältnis von katholischer Kirche und Medien. Unter dem Titel "Der Papst, die Neuevangelisation und die Medien - sprechen wir dieselbe Sprache?" diskutieren der SPIEGEL-Journalist Matthias Matussek, der Programmdirektor des katholischen Radiosenders "Radio Horeb", Pfarrer Dr. Richard Kocher, der Geschäftsführer des christlichen Fernsehsenders EWTN, Martin Rothweiler, der Programmdirektor des katholischen Fernsehsenders K-TV, Pfarrer Hans Buschor, und der Rom-Korrespondent des katholischen Internet-Portals kath.net, Dr. Armin Schwibach, über kirchliche Perspektiven in der modernen Medienwelt. Moderiert wird das Podium vom Chefredakteur der in Würzburg erscheinenden katholischen Tageszeitung "Die Tagespost", Markus Reder.
Im zweiten Podiumsgespräch des Nachmittags berichten ab 15.20 Uhr mit Erzbischof Ghaleb Bader aus Algerien und Weihbischof Samir Mazloum aus dem Libanon zwei hochrangige Kirchenvertreter über die Auswirkungen des "Arabischen Frühlings" auf die Lage der Christen in ihrer Region. Unter der Moderation des "Kirche in Not"-Menschenrechtsexperten Berthold Pelster werden außerdem die CDU-Bundestagsabgeordnete Ute Granold und der "Kirche in Not"-Länderreferent für den Nahen Osten, Pater Dr. Andrzej Halemba, mitdiskutieren.
Die Veranstaltung im Maternushaus, nicht weit vom Dom in der Kardinal-Frings-Straße 1-3, endet um 16.30 Uhr. Der Eintritt ist frei. Wegen des erfahrungsgemäß großen Besucherandrangs bittet der Veranstalter um Anmeldung bis zum 1. Februar. KiN
Aus vertrauten Gewohnheiten aussteigen. Kirchen laden wieder zum „Autofasten" ein
Mainz/ Darmstadt - Für die kommende Fastenzeit laden die Evangelische und die Katholische Kirche im deutschen Südwesten und in Luxemburg wieder gemeinsam zum „Autofasten" ein. Diesmal findet die Klima-Aktion statt vom 4. März bis zum 1. April. In dieser Zeit sind die Teilnehmenden eingeladen, das Auto möglichst oft stehen zu lassen und alternative Formen der Mobilität auszuprobieren.
Für die vier Wochen wird empfohlen, die alltäglichen Wege mit Bus oder Bahn zurückzulegen, das Fahrrad zu nutzen oder auch kürzere Wege zu Fuß zu gehen. Wird die Erfahrung gemacht, dass das Auto nicht zu ersetzen ist, empfehlen die Veranstalter spritsparendes Fahren, die Bildung von Fahrgemeinschaften oder auch das bessere Organisieren von Autofahrten.
Das Ziel der zum 15. Mal stattfindenden Aktion ist es, über eine Veränderung des persönlichen Lebensstils zur Verringerung der Kohlendioxid-Emission beizutragen. An der Klima-Schutz-Aktion der Kirchen haben bisher über 17.500 Frauen und Männer teilgenommen. Weitere Informationen gibt es im Internet unter „autofasten.de". Dort ist bis zum 27. Februar auch eine Anmeldung möglich.
„Als reflektierende Menschen können wir aufgrund der uns aufgetragenen Schöpfungsverantwortung nicht einfach warten, bis die politischen Entscheidungsträger die längst überfälligen Klimaschutzmaßnahmen einvernehmlich einhalten und einfordern. Jede und jeder von uns hat die Möglichkeit, bereits jetzt aus vertrauten Gewohnheiten und Verhaltensweisen auszusteigen und mit einem kleinen Beitrag zum Klimaschutz zu leisten. Viele kleine Fastenschritte sind der Anfang des Umdenkens und aktive Umkehr in der Fastenzeit", erklären führende Kirchenvertreter im Teilnehmerheft zu ihrer Aktion.
Unterstützt wird die Aktion durch das Ministerium für Umwelt des Saarlandes, die Landeszentrale für Umweltaufklärung Rheinland Pfalz, das nordrhein-westfälische Verkehrsministerium, die Ministerien für Verkehr und Umwelt des Großherzogtums Luxemburg sowie Verkehrsverbünde, Verkehrsunternehmen, Fahrradverleiher, Car-Sharing Unternehmen, dem Bund Umwelt- und Naturschutz Deutschland (BUND), dem NABU, dem Mouvement écologique, Greenpeace Luxembourg, dem Allgemeinen Deutschen Fahrrad-Club (ADFC), VELO mobil. dem Verkehrsclub Deutschland (VCD) und vielen mehr.
Den Autofastern aus Rheinland-Pfalz stellen die dortigen Verkehrsverbände (VRT, RNN, VRM und VRN) stark verbilligte Vier-Wochen-Netztickets zur Verfügung. Die DADINA (Darmstadt-Dieburger-Nahverkehsorganisation) sowie HEAGmobilo stellen 10 Wochenkarten für eine Woche kostenlos zur Verfügung. Sie werden unter den Teilnehmenden ausgelost.
Außerdem werden unter allen angemeldeten Teilnehmern zwei Fahrräder der Marke „Wanderer" und zehn Bahncards verlost.
Alois Bauer - friedenbistum-mainz.de
Polen: ein Webmagazine für junge Katholiken
Niedziela Mlodych heisst die Sonntagsbeilage eines bekannten Wochenblatts
Von Don Mariusz Frukacz
ROM – Das polnische katholische Wochenblatt „Niedziela“ hat in diesen Tagen eine Webseite mit dem Namen „Niedziela Mlodych“ („Sonntag für die Jugend“) eröffnet, die vor allem junge Leser ansprechen soll.
Unter www.mlodzi.niedziela.pl findet man außer der aktuellen Beilage, die jeder Ausgabe von Niedziela beigefügt wird, auch zehn Themenspalten mit Titeln wie „Aus Gottes Blickwinkel“, „Der Weg zur Heiligkeit“ oder „GPS fürs Leben“, die den Zeugnissen, der Liturgie und der Lehre der Kirche gewidmet sind.
In jeder Spalte finden die Leser Betrachtungen zum Wort Gottes, Ratschläge über die Art zu beten, Antworten auf die Probleme des Lebens, die Morallehre der Kirche zu wichtigen Fragen des Glaubens und der Ethik sowie Überlegungen zum sakramentalen Leben.
Die Webseite ist eine konkrete Antwort auf die Probleme der Jugendlichen und zeigt, dass das Internet ein wichtiger Sektor der Evangelisierung ist. Es handle sich um ein seelsorgerisches und evangelisierendes Angebot für die Jugend, erklärten die Webmasterinnen Karolina Myslek und Agnieszka Chadzinska.
Die Seite „Niedziela Mlodych“ wird von Msgr. Ireneusz Skubis, dem Chefredakteur des katholischen Wochenblatts „Niedziela“, geleitet.
[Übersetzung des italienischen Originals von Alexander Wagensommer]
Zenit 24