Notiziario religioso  11-20  DICEMBRE  2017

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Inhaltsverzeichnis

1.       Avvento 2017: sappiamo ancora cosa significa?  1

2.       Il Papa: “Per i migranti non solo buone leggi ma vicinanza umana”  1

3.       Preghiera. O Madre, aiuta a sviluppare gli “anticorpi” contro alcuni virus dei nostri tempi 1

4.       È morto don Antonio Riboldi, prete dei terremotati e vescovo anticlan  2

5.       Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere  2

6.       “Verso la piena unità”  2

7.       L’appello del Santo Padre per Gerusalemme  3

8.       Gerusalemme. Patriarcato latino, “ogni soluzione unilaterale non può essere considerata una soluzione”  3

9.       Papa Francesco vuole cambiare il 'Padre Nostro': "Traduzione non è buona, Dio non ci induce in tentazione"  3

10.   III domenica di Avvento  4

11.   Il card. Parolin sul viaggio del Papa in Myanmar e Bangladesh  4

12.   IV domenica di Avvento  4

13.   Papa Francesco: Quando trovo il popolo, sono felice  5

14.   Papa Francesco: "Ho pianto per i rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma mi sono arrabbiato"  5

15.   Dhaka: “Vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”  6

16.   “Un popolo che non accudisce i nonni e non li tratta bene, è un popolo che non ha futuro!”  7

17.   Papa Francesco, i rohingya, e il coraggio di assumere su di sé le colpe dell’Occidente  7

18.   Insieme contro conflitti, povertà e oppressione  7

19.   Giornata della pace 2018. Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace  8

20.   Un messaggio di pace e di riconciliazione per il Myanmar 8

21.   “Francesca Cabrini, patrona dei migranti: una Santa per l’oggi”  9

22.   Amore oltre le barriere. Matrimonio tra una cattolica e un musulmano in tempo di guerra  9

23.   Svolta nell’Islam italiano: le donne musulmane possono guidare la preghiera  9

24.   Cinema. Tertio Millennio Film Fest. Mons. Milani: “Vogliamo scoprire, ascoltare, narrare le differenze”  9

25.   Mondo Scalabriniano. Simi, domani l'inaugurazione del nuovo anno accademico  10

 

 

1.       Papst ruft zu menschlichem Umgang mit Migranten auf 10

2.       D: EKD sieht keinen Änderungsbedarf beim Vaterunser 10

3.       Zum Verständnis von Amoris laetitia  11

4.       Adveniat-Weihnachtsaktion im Zeichen der Würde  11

5.       Ökumene: Die großen Fragen der Jugendlichen heute  11

6.       D: „Führe uns nicht in Versuchung“ ist präzise Übersetzung  12

7.       50 Jahre Zeitschrift „Gottesdienst“  12

8.       D: „Arbeit schaffen und gerecht entlohnen“  12

9.       Über den Wolken: Der Papst spricht über aktuelle Krisen  13

10.   Die Rührung der Rohingya über das Treffen mit Franziskus  13

11.   Papst in Bangladesch: Die Kultur des Konfliktes verwandeln  13

12.   Weihnachten – Ein christliches Fest?  14

13.   Papst lobt Bangladesch für Aufnahme von Rohingya  14

14.   Kardinal Marx: „Integration bedeutet umfassende gesellschaftliche Teilhabe“  15

15.   Vatikansprecher: Auch der Papst muss Kompromisse machen  15

16.   Papst an Myanmars Kirche: Stimme der Gerechtigkeit sein  15

17.   Erzbischof Schick: „Der interreligiöse Dialog ist eine Notwendigkeit“  16

18.   Christus als Mitte des Advents. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  16

19.   Anfragen nach Kirchenasyl nehmen zu  16

20.   Myanmar: Papst erhält Kreuzstab von katholischen Flüchtlingen  17

21.   Komponist Mark Andre erhält den Kunst- und Kulturpreis der deutschen Katholiken  17

 

 

 

Avvento 2017: sappiamo ancora cosa significa?

 

A noi il compito di non replicare l’esperienza di chi non si è accorto del suo passaggio, e di non farci sfuggire il kairos (Mc 13,33), il momento opportuno, quello in cui l’Avvento non riguarderà solo il suo ritorno, ma riguarda la venuta di Gesù di ogni giorno - Giulio Michelini

 

Chissà se il sostantivo “Avvento” è ancora capace di significare quello che in origine la parola voleva dire: come James Barr scriveva nel suo “Semantica del linguaggio biblico” (1961), “si potrebbero fare centinai di esempi di parole che sono state usate in un senso molto diverso, quando non addirittura opposto, rispetto a quello delle forme dalle quali sono derivate”. La lingua si evolve, e non si può più presumere, in questo “cambiamento d’epoca” – così papa Francesco definisce il nostro tempo – che la parola che definisce un tempo liturgico sia oggi immediatamente intellegibile. Essa suona, come tante altre parole ecclesiastiche, strana e forse, per i più, riesce solo a far risalire alla mente ricordi lontani legati al Natale. Proprio come si legge nel sito della Treccani, per la quale l’Avvento è “nella liturgia cristiana, la preparazione alla venuta del Signore (Natale), che abbraccia, nel rito romano, un periodo di quattro settimane, dedicato al raccoglimento e alla penitenza”.

Non sembra però che si tratti solo di questo, e se l’Avvento fosse semplicemente la preparazione al Natale, sarebbe troppo poco.

Naturalmente le tradizioni quali la corona o i calendari d’Avvento dicono che si deve puntare verso un “obiettivo” finale, che è proprio il Natale del Signore, e il cammino di quattro settimane aiuta a ripercorrere l’attesa dell’umanità e di Israele per una Parola definitiva di Dio che è entrata nella storia grazie alla carne di Gesù.

Le letture che inaugurano questo tempo forte nel presente anno (B), però, dicono che c’è ancora altro. La pagina del vangelo secondo Marco (13,33-37), in particolare, presa dall’ultimo discorso di Gesù, è un invito alla vigilanza che esprime un’attesa diversa, sempre attuale e non ancora compiuta, per il ritorno del Figlio dell’uomo: un secondo Avvento.

Nel contesto in cui Marco colloca le parole di Gesù, però, queste implicavano ancora qualcos’altro, un terzo Avvento. Qualche studioso ha notato che in quella pagina vi sono diversi rimandi al racconto della passione e morte di Gesù, e non solo il verbo “vegliare” (che tornerà nel Getsemani; cf. Mc 14,34.38): la composizione del brano è tutta pensata “precedendo” (ma è stata scritta, ovviamente, “seguendo”) gli avvenimenti della passione ormai vicini, che infatti Marco narrerà subito dopo. Il “signore della casa” di cui parla la parabola di Gesù torna infatti in momenti ben precisi: “la sera”, quando uno dei dodici l’avrebbe consegnato (Mc 14,17); a “mezzanotte”, il momento in cui Gesù viene interrogato nel Sinedrio (14,60-62); “al canto del gallo”, quando Pietro lo rinnega (14,72); il “mattino”, quando Gesù è consegnato a Pilato (15,1). Il Figlio dell’uomo dunque è già venuto, quando meno si aspettava di vederlo, nascosto nel suo volto sfigurato.

A noi il compito di non replicare l’esperienza di chi non si è accorto del suo passaggio, e di non farci sfuggire il kairos (Mc 13,33), il momento opportuno, quello in cui l’Avvento non riguarderà solo il suo ritorno, ma riguarda la venuta di Gesù di ogni giorno. Sir

 

 

 

 

Il Papa: “Per i migranti non solo buone leggi ma vicinanza umana”

 

Udienza alle missionarie del Sacro Cuore di Gesù per il centenario della morte di Santa Francesca Saverio Cabrini: «Come lei guardiamo i poveri e gli ultimi negli occhi» - SALVATORE CERNUZIO

 

CITTÀ DEL VATICANO - È vero, i migranti hanno bisogno «di buone leggi, di programmi di sviluppo, di organizzazione», ma anche e prima di tutto hanno bisogno «di amore, di amicizia, di vicinanza umana». Hanno bisogno «di essere ascoltati, guardati negli occhi, accompagnati»; hanno bisogno, insomma, di incontrare Dio «nell’amore gratuito» magari di una donna come s anta Francesca Saverio Cabrini che si pose accanto a loro come «sorella e madre».  

Per Papa Francesco l’esempio della missionaria italiana morta cento anni fa a Chicago è la chiave per affrontare la sfida delle migrazioni ritornata preponderante nell’attuale scenario internazionale. «Dopo tanti anni, la realtà dei migranti, a cui Santa Francesca Saverio ha dedicato tutta la sua vita, si è evoluta ed è più che mai attuale», dice il Papa alle suore del Sacro Cuore di Gesù, ricevute in udienza in Vaticano in occasione del centenario della morte della fondatrice (17 dicembre 1917). Davanti ai nostri occhi ci sono oggi «nuovi volti di uomini, donne e bambini, segnati da tante forme di povertà e di violenza», sottolinea il Papa, e «attendono di trovare sulla loro strada mani tese e cuori accoglienti come quelli di Madre Cabrini». Lei che con le sue ventiquattro traversate per l’oceano per assistere i migranti delle Americhe, aveva fatto di questa gente in fuga da fame e povertà e in cerca di una vita migliore il centro della sua vita e della sua opera, tanto da esserne proclamata patrona.

La sua fu «una vita vertiginosa», rammenta il Papa. Un’esistenza «carica di lavoro, viaggi a non finire a piedi, in treno, in nave, in barca, a cavallo», arrivando fino alle Ande e l’Argentina; «creando dal nulla sessantasette opere tra asili, scuole, collegi, ospedali, orfanotrofi, laboratori…». Tutto «per propagare la forza del Vangelo, che le aveva dilatato il cuore perché appartenesse a tutti». 

 

In mente la missionaria aveva il motto di San Paolo: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza», nell’animo l’esempio di San Francesco Saverio, «pioniere dell’evangelizzazione in Oriente». Suo desiderio era infatti di recarsi in Cina: «In quella terra lontana sperava di portare l’annuncio del Vangelo», ricorda Francesco. Quell’obiettivo veniva prima di ogni altra missione. E non pensava affatto alle «migliaia e migliaia di emigranti che a causa della fame, della mancanza di lavoro e dell’assenza di un futuro si imbarcavano con le loro poche cose per raggiungere l’America, spinti dal sogno di una vita migliore». 

 

Fu poi Papa Leone XIII che, con lungimirante umorismo, le fece cambiare rotta: «Non ad Oriente, Cabrini, ma all’Occidente!». Così la giovane capì che la missione non era «dove lei voleva andare, ma dove Lui aveva preparato per lei la strada, la strada del servizio e della santità», dice il Papa. «Ecco l’esempio di una vera vocazione: dimenticare sé stessi per abbandonarsi pienamente all’amore di Dio».  

Questo carisma, oggi, è «di un’attualità straordinaria», sottolinea il Pontefice. Ed esorta le discepole della Santa ad avere uno «sguardo attento e misericordioso verso i poveri che vivono nelle nostre città e nei nostri Paesi». «Madre Cabrini – aggiunge - aveva il coraggio di guardare negli occhi i bambini orfani che le venivano affidati, i giovani senza lavoro che erano tentati di delinquere, gli uomini e le donne sfruttati per i lavori più umili; e perciò oggi siamo qui a ringraziare Dio per la sua santità. In ognuno di quei fratelli e sorelle, lei riconosceva il volto di Cristo e, geniale com’era, fu capace di mettere a frutto i talenti che il Signore le aveva affidato». 

 

Come lei, allora, conclude Bergoglio, dobbiamo saper «cogliere il momento di grazia che si vive». E, «per quanto difficile possa sembrare», dobbiamo cogliere anche «i segni del nostro tempo» per «leggerli alla luce della Parola di Dio e viverli in modo da dare una risposta» che raggiunga ogni persona. Nessuna esclusa.  LS 9

 

 

 

 

Preghiera. O Madre, aiuta a sviluppare gli “anticorpi” contro alcuni virus dei nostri tempi

 

Nella festa dell’Immacolata Papa Francesco si è recato in Piazza di Spagna per il tradizionale Atto di venerazione alla Madonna. Ecco la preghiera che ha appositamente composto e recitato a Piazza di Spagna

 

Madre Immacolata, per la quinta volta vengo ai tuoi piedi come Vescovo di Roma, a renderti omaggio a nome di tutti gli abitanti di questa città. Vogliamo ringraziarti per la costante premura con cui accompagni il nostro cammino, il cammino delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose; il cammino di quanti ogni giorno, a volte con fatica, attraversano Roma per andare al lavoro; dei malati, degli anziani, di tutti i poveri, di tante persone immigrate qui da terre di guerra e di fame. Grazie perché, appena rivolgiamo a te un pensiero o uno sguardo o un’Ave Maria fugace, sempre sentiamo la tua presenza materna, tenera e forte. O Madre, aiuta questa città a sviluppare gli “anticorpi” contro alcuni virus dei nostri tempi: l’indifferenza, che dice: “Non mi riguarda”; la maleducazione civica che disprezza il bene comune; la paura del diverso e dello straniero; il conformismo travestito da trasgressione; l’ipocrisia di accusare gli altri, mentre si fanno le stesse cose; la rassegnazione al degrado ambientale ed etico; lo sfruttamento di tanti uomini e donne. Aiutaci a respingere questi e altri virus con gli anticorpi che vengono del Vangelo. Fa’ che prendiamo la buona abitudine di leggere ogni giorno un passo del Vangelo e, sul tuo esempio, di custodire nel cuore la Parola, perché, come un buon seme, porti frutto nella nostra vita. Vergine Immacolata, 175 anni fa, a poca distanza da qui, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, hai toccato il cuore di Alfonso Ratisbonne, che in quel momento da ateo e nemico della Chiesa divenne cristiano. A lui ti mostrasti come Madre di grazia e di misericordia. Concedi anche a noi, specialmente nella prova e nella tentazione, di fissare lo sguardo sulle tue mani aperte, che lasciano scendere sulla terra le grazie del Signore, e di spogliarci di ogni orgogliosa arroganza, per riconoscerci come veramente siamo: piccoli e poveri peccatori, ma sempre tuoi figli. E così di mettere la mano nella tua per lasciarci ricondurre a Gesù, nostro fratello e salvatore, e al Padre celeste, che non si stanca mai di aspettarci e di perdonarci quando ritorniamo a Lui. Grazie, o Madre, perché sempre ci ascolti! Benedici la Chiesa che è a Roma, benedici questa Città e il mondo intero. Amen. Dip 8

 

 

 

 

È morto don Antonio Riboldi, prete dei terremotati e vescovo anticlan

 

Disse: "Meglio ammazzato che scappato dalla camorra". È stato uno dei primi vescovi a sbarcare su Internet nel 1997. Le sue omelie ascoltate da migliaia di persone

 

Era diventato vescovo emerito di Acerra (Napoli), monsignor Antonio Riboldi. Ma per tutti era don Antonio. È morto, a 94 anni, il prete che si fece voce dei terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche e che fu pastore in terra di camorra, in anni in cui i morti si contavano a centinaia.

 

Si è spento all'alba, a 94 anni, a Stresa, in Piemonte, nella casa dei rosminiani dove si trovava dalla scorsa estate. A darne l'annuncio la Curia di Acerra dove è stato vescovo dal '78 al 2000. I funerali saranno celebrati nella cattedrale di Acerra.

 

"Profondo, indelebile è il legame che unisce la Chiesa acerrana al suo 'don Antonio', tanto da associare ancora oggi la città al nome del suo vescovo emerito. Legame rimasto tale anche dopo la rinuncia del presule all'esercizio episcopale per limiti di età nel dicembre del 1999, tanto da scegliere di rimanere a vivere in città continuando a celebrare Messa nella Chiesa dell'Annunziata, e da dichiarare più volte pubblicamente la volontà di essere seppellito in Cattedrale", si legge nella nota della Curia.

 

"I nostri contatti erano costanti e fino a quando le forze glielo hanno consentito ha celebrato spesso la Messa domenicale in Cattedrale seguendo sempre con vivo interesse la vita della diocesi e chiamandomi personalmente nei momenti importanti di questa Chiesa locale", spiega il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna.

 

Grande il cordoglio del sindaco di ordoglio per la morte di Acerra, Raffaele Lettieri: "Le sue idee - ha detto Lettieri - sono state e resteranno patrimonio per tutta la città".

 

Nominato vescovo di Acerra il 25 gennaio 1978 dal Beato Papa Paolo VI, monsignor Antonio Riboldi fa il suo ingresso in diocesi il 9 aprile dello stesso anno. Sede vacante da 12 anni, ad Acerra c'è da rianimare la vita ecclesiale e da sostenere l'intera comunità tra le problematiche di un momento che richiede la difesa della dignità della persona. Attento fin dal primo momento alla vita e ai problemi di ogni giorno delle persone, l'azione più impegnativa per complessità e per durata è il contrasto alla camorra.

 

Storica la marcia che negli '80 porta migliaia di giovani ad Ottaviano, città del capo indiscusso Raffaele Cutolo. "Meglio ammazzato che scappato dalla camorra", disse don Riboldi ricordando la risposta della mamma al suo timore quando viveva sotto scorta. "In quel momento - ricordò in occasione dei suoi 90 anni celebrati nel 2013 nel Duomo di Acerra - mi sono sentito veramente di essere un vescovo, e ho capito cosa significava essere un prelato che deve amare la gente anche se non ricambiato, amare la Chiesa anche se non tutti ti capiscono".

 

Anche la vita diocesana riprende vigore grazie al carisma e all'impegno di monsignor Riboldi: fiore all'occhiello sono gli annuali convegni diocesani, momenti forti di vita ecclesiale e grazie ai quali arrivano ad

Acerra illustri relatori tra cui il cardinale Carlo Maria Martini. Lo stesso Riboldi ricordava spesso con sano orgoglio lo stupore che gli aveva confessato l'arcivescovo di Milano di fronte a tanta vitalità, nonostante le piccole dimensioni della diocesi.

 

Curioso e aperto alla modernità, Riboldi è stato uno dei primi vescovi a utilizzare Internet nel 1997: fino a poco tempo fa le sue omelie arrivavano a migliaia di persone. LR 10

 

 

 

 

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere

 

La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco sin dal suo esordio. Nel giorno del suo quinto atto di venerazione della statua dell'Immacolata in piazza di Spagna, ne ripercorriamo l'intensità e la profondità in dieci immagini. M.Michela Nicolais

 

Papa Francesco compie il suo quinto atto di venerazione davanti alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, a Roma. La sua devozione mariana ha radici profonde: proviamo a ripercorrerla in dieci tappe.

Maria Immacolata. “Abbiamo bisogno delle tue mani immacolate, per accarezzare con tenerezza, per toccare la carne di Gesù nei fratelli poveri, malati, disprezzati, per rialzare chi è caduto e sostenere chi vacilla”. È un passo della preghiera pronunciata un anno fa, l’8 dicembre, in piazza di Spagna. All’omaggio all’Immacolata, appuntamento molto sentito dai romani, il Papa ha aggiunto la sua cifra personale visitando anche la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della Salus Populi Romani, che Francesco venera anche prima della partenza per ogni viaggio apostolico e, quando possibile, anche al suo rientro. È lì, davanti al quadro della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, che il Papa ha sostato il 14 marzo del 2013, il giorno dopo la sua elezione al soglio di Pietro.

La Madonna di Lujan. È stata nonna Rosa – personaggio largamente presente negli aneddoti della sua vita personale che il Papa cita spesso come esempio ai fedeli – ad introdurre il piccolo Jorge Mario Bergoglio all’amore per la Madonna. Da sacerdote e da vescovo, Francesco ha sempre celebrato i riti legati alle feste mariane. Da cardinale e arcivescovo, Bergoglio ha presieduto ogni 8 maggio le celebrazioni di Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina. Nel suo stemma vescovile, cardinalizio e papale, figura in basso a sinistra una stella, simbolo della madre di Cristo e della Chiesa.

La Madonna che scioglie i nodi. Anche se devotissimo alle icone sudamericane della Vergine, è ad Augusta, in Germania, che Bergoglio ha scoperto l’immagine che avrebbe caratterizzato il suo culto mariano: la Madonna che scioglie i nodi. Nel 1986 vede un quadro, ex voto per la ricomposizione di un matrimonio in crisi, con Maria che schiaccia la testa al serpente mentre con le mani scioglie i nodi – simboli di unione coniugale – sorretta da due angeli. Nasce così la decisione di introdurre questa immagine in Argentina: nel 1996 ne incorona una riproduzione nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires.

Nostra Signora di Aparecida. Nel luglio 2013, in occasione del suo primo viaggio internazionale, incontrando l’episcopato brasiliano, la storia di Aparecida diventa la chiave di lettura per la missione della Chiesa. Dai tre pescatori che trovano l’immagine dell’Immacolata Concezione, secondo il Papa, si può imparare che “le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri”, come quelli della gente semplice.

La Madonna di Lourdes. Ai fedeli raccolti nei giardini vaticani per la recita del Rosario, a conclusione del mese di maggio, Papa Francesco ha suggerito un nuovo titolo con il quale rivolgersi alla Madonna. “Vergine della Prontezza”, l’ha chiamata il 30 ottobre 2014, raccogliendosi in preghiera davanti all’edicola votiva che riproduce il luogo dell’apparizione della Vergine a Lourdes. Il riferimento è il mettersi in cammino “in fretta” di Maria per far visita alla cugina Elisabetta: “Non ha perso tempo, è andata subito a servire”.

 

La Vergine del Rosario. In un tweet di qualche tempo fa, Francesco aveva confessato: “Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi, è la preghiera del mio cuore”. Per il Papa, il Rosario è anche “una sintesi della Divina misericordia”, come ha spiegato al termine dell’anno giubilare. A tutte le persone che incontra, nelle udienze pubbliche e private, il Papa regala una corona del Rosario e alla preghiera del Rosario Francesco invita spesso i giovani. Contenevano un Rosario anche le “misericordine” fatte distribuire in piazza San Pietro nel novembre 2013, per una medicina che fa bene al cuore.

La Madonna di Guadalupe. “Il mio desiderio più intimo è fermarmi davanti alla Madonna di Guadalupe”. Francesco lo aveva confessato già sul volo di andata per l’Avana, in occasione del suo viaggio a Cuba e in Messico. Una volta entrato nel Santuario dedicato alla Vergine meticcia, il Papa ha sostato davanti alla sua immagine venti minuti in preghiera, da solo, prima della Messa.

La Madonna delle Lacrime. È il 5 maggio 2016, il giorno della Veglia per asciugare le lacrime, novità assoluta del calendario giubilare. Per l’occasione, a San Pietro, viene esposto il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa. Maria, assicura il Papa, “con il suo manto asciuga le nostre lacrime” e “ci accompagna nel cammino della speranza”.

La Madonna di Fatima. Circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”. È una delle istantanee più commoventi del viaggio del Papa a Fatima, per proclamare santi i primi bambini non martiri della storia della Chiesa. La devozione per la Madonna di Fatima risale, del resto, all’inizio del ministero petrino di Francesco: al termine della Messa in occasione della Giornata mariana, il 13 ottobre 2013, il Papa ha affidato il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Madre della speranza. Se c’è un’immagine ricorrente nel pontificato di Francesco, e declinata con gli accenti della tenerezza, è quella di Maria “madre della speranza”, come l’ha definita nell’udienza del 10 maggio scorso. Il suo è un “istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”. “Non siamo orfani: abbiamo una madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto sembra privo di senso”. Sir 8

 

 

 

 

 

“Verso la piena unità”

 

Udienza ai membri della Presidenza della Federazione Luterana Mondiale il 7 dicembre 2017 – di Britta Dörre

 

L’importanza della preghiera, del dialogo e del comune impegno in opere caritatevoli sono stati i tre argomenti principali del discorso tenuto da Papa Francesco nell’Udienza ai membri della Presidenza della Federazione Luterana Mondiale il 7 dicembre 2017.

All’inizio il Santo Padre ha ricordato la preghiera a Lund il 31 ottobre 2016 rimarcando che “è stato importante incontrarci anzitutto nella preghiera, perché non da progetti umani, ma dalla grazia di Dio germoglia e fiorisce il dono dell’unità tra i credenti”. Papa Francesco ha definito la preghiera il “carburante” del loro viaggio “verso la piena unità”.

In seguito il Pontefice ha spiegato il percorso storico, dalle divisioni, “anche molto dolorose, che [li] hanno visto distanti e contrapposti per secoli”, fino ad “un cammino di comunione”.

Papa Francesco ha poi fatto notare i 50 anni trascorsi dall’inizio del dialogo fra la Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, avvenuto nel 1967, e i risultati positivi che ha prodotto, come la stesura di atti “particolarmente importanti, quali la Dichiarazione Congiunta sulla dottrina della giustificazione e, da ultimo, il documento Dal conflitto alla comunione”.

“La realtà presente, comune, fondativa e permanente del nostro Battesimo” impedisce alle due confessioni di essere “avversari o rivali”. Papa Francesco ha invitato i presenti a guardare verso il futuro per “ricercare e promuovere una maggiore comunione nella carità e nella fede”. Il Santo Padre ha incoraggiato tutti a non cedere alle tentazioni del timore, della pigrizia, stanchezza o convenienza “mentre si cammina verso il Signore coi fratelli”. Infine, Papa Francesco ha esortato tutti a uno “stile semplice, esemplare e radicale” annunciando il Vangelo e impegnandosi in opere di carità.

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Pubblichiamo di seguito il testo del discorso che il Santo Padre ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Caro fratello, caro Arcivescovo Musa, La saluto cordialmente insieme al Dott. Junge, Segretario Generale, ai Vicepresidenti e ai delegati della Federazione Luterana Mondiale, e, mentre la ringrazio per le Sue cortesi parole, mi congratulo con Lei per la recente nomina a Presidente. Insieme possiamo fare oggi memoria, come la Scrittura insegna, di quanto il Signore ha operato fra noi (cfr Sal 77,12-13). Il ricordo va, in particolare, ai momenti che hanno ecumenicamente segnato l’Anno della Commemorazione della Riforma da poco concluso. Mi piace ripensare soprattutto al 31 ottobre 2016, quando abbiamo pregato a Lund, dove la Federazione Luterana Mondiale fu istituita. È stato importante incontrarci anzitutto nella preghiera, perché non da progetti umani, ma dalla grazia di Dio germoglia e fiorisce il dono dell’unità tra i credenti. Solo pregando possiamo custodirci gli uni gli altri. La preghiera purifica, fortifica, illumina il cammino, fa andare avanti. La preghiera è il come il carburante del nostro viaggio verso la piena unità. Infatti l’amore del Signore, che attingiamo pregando, mette in moto la carità che ci avvicina: da qui la pazienza del nostro attenderci, il motivo del nostro riconciliarci, la forza per andare avanti insieme. A partire dalla preghiera, che è “l’anima del rinnovamento ecumenico e dell’aspirazione all’unità”; il dialogo “su di essa si fonda e da essa trae sostentamento” (cfr Lett enc. Ut unum sint, 28). Pregando, possiamo ogni volta vederci gli uni gli altri nella prospettiva giusta, quella del Padre, il cui sguardo si posa su di noi amorevolmente, senza preferenze o distinzioni. E nello Spirito di Gesù, nel quale preghiamo, ci riconosciamo fratelli. Questo è il punto da cui partire e ripartire sempre. Da qui guardiamo anche alla storia passata e ringraziamo Dio perché le divisioni, anche molto dolorose, che ci hanno visto distanti e contrapposti per secoli, negli ultimi decenni sono confluite in un cammino di comunione, nel cammino ecumenico suscitato dallo Spirito Santo. Esso ci ha portato ad abbandonare gli antichi pregiudizi, come quelli su Martin Lutero e sulla situazione della Chiesa Cattolica in quel periodo. A ciò ha contribuito notevolmente il dialogo tra la Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, condotto dal 1967; un dialogo di cui fare memoria grata oggi, a distanza di cinquant’anni, anche riconoscendo alcuni testi particolarmente importanti, quali la Dichiarazione Congiunta sulla dottrina della giustificazione e, da ultimo, il documento Dal conflitto alla comunione. Con la memoria purificata, oggi possiamo guardare fiduciosamente a un avvenire non gravato dai contrasti e dai preconcetti del passato; un avvenire su cui pesa il solo debito dell’amore vicendevole (cfr Rm 13,8); un avvenire nel quale siamo chiamati a discernere i doni che provengono dalle diverse tradizioni confessionali e ad accoglierli come patrimonio comune. Prima delle opposizioni, delle differenze e delle ferite del passato, c’è infatti la realtà presente, comune, fondativa e permanente del nostro Battesimo. Esso ci ha resi figli di Dio e fratelli tra noi. Perciò non potremo mai più permetterci di essere avversari o rivali. E se il passato non si può cambiare, il futuro ci interpella: non possiamo sottrarci, ora, dal ricercare e promuovere una maggiore comunione nella carità e nella fede. Siamo chiamati anche a vigilare, di fronte alla tentazione di fermarci lungo il cammino. Nella vita spirituale, come nella vita ecclesiale, quando si sta fermi sempre si torna indietro: accontentarsi, arrestarsi per timore, pigrizia, stanchezza o convenienza mentre si cammina verso il Signore coi fratelli, è declinare il suo stesso invito. E per procedere insieme verso di lui non bastano buone idee, ma occorre muovere passi concreti e tendere la mano. Ciò vuol dire, soprattutto, spenderci nella carità, guardando ai poveri, ai fratelli più piccoli del Signore (cfr Mt 25,40): sono i nostri indicatori preziosi lungo il cammino. Ci farà bene toccare le loro ferite con la forza risanante della presenza di Gesù e col balsamo del nostro servizio. Con questo stile semplice, esemplare e radicale siamo chiamati, particolarmente oggi, ad annunciare il Vangelo, priorità del nostro essere cristiani nel mondo. L’unità riconciliata tra i Cristiani è parte indispensabile di tale annuncio: «come, infatti, annunciare il Vangelo della riconciliazione, senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani?» (Ut unum sint, 98). Nel cammino, siamo spronati dagli esempi di quanti hanno patito per il nome di Gesù e sono già pienamente riconciliati nella vittoria pasquale. Sono ancora tanti, ai giorni nostri, a soffrire per la testimonianza di Gesù: il loro eroismo mite e pacifico è per noi una chiamata urgente a una fraternità sempre più reale. Caro Fratello, invoco di cuore per Lei ogni benedizione di Dio e chiedo allo Spirito Santo, che unisce quel che è diviso, di effondere su di noi la sua sapienza mite e coraggiosa. E a ciascuno di voi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie! Zenit 7

 

 

 

 

 

L’appello del Santo Padre per Gerusalemme

 

Dopo il saluto ai gruppi di fedeli nel corso dell’Udienza Generale del 6 dicembre, Papa Francesco ha rivolto un appello per Gerusalemme esprimendo la Sua profonda preoccupazione per l’attuale situazione. Il Santo Padre ha chiesto a tutti di “rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite”. Ecco il testo integrale dell’appello:

“Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”. Dip 6

 

 

 

 

Gerusalemme. Patriarcato latino, “ogni soluzione unilaterale non può essere considerata una soluzione”

 

 “Ogni soluzione unilaterale non può essere considerata una soluzione. Gerusalemme, infatti, è un tesoro dell’intera umanità. La discussione su Gerusalemme non può essere ridotta semplicemente a disputa territoriale e sovranità politica, precisamente perché Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero, ha una vocazione universale che parla a miliardi di persone nel mondo, credenti e non”. Così il Patriarcato latino di Gerusalemme commenta la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. In una nota, diffusa poco fa, il Patriarcato latino di Gerusalemme esprime preoccupazione “per le violenze che potrebbero scatenarsi e le imprevedibili conseguenze” e invita a “non creare nuovi pretesti per altra violenza in Medio Oriente, ma a preservare nella Città Santa lo Status Quo, che dovrebbe garantire gli equilibri tra le comunità religiose delle tre fedi e tra le due parti della città, ma che in realtà è già stato intaccato da tempo”. Per il Patriarcato latino la questione è molto chiara: “Ogni rivendicazione esclusiva – sia essa politica o religiosa – è contraria alla logica propria della città. Ogni cittadino di Gerusalemme e ogni persona che giunge ad essa in visita o pellegrinaggio dovrebbe essere messo nella condizione di percepire e appropriarsi in qualche modo del messaggio di dialogo, coesistenza e rispetto che la Città Santa richiama e che spesso noi feriamo con il nostro comportamento. Gerusalemme è una città che deve accogliere, dove gli spazi si devono aprire e non chiudere. Da troppo tempo i suoi abitanti sono ostaggio di queste continue tensioni che ne snaturano il carattere”.

“Non vi è nulla – si legge nel comunicato – che possa impedire a Gerusalemme, nella sua unicità e unità, di diventare il simbolo nazionale dei due popoli che la rivendicano come loro Capitale. Israeliani e Palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo che corrisponda in qualche modo alle loro legittime aspirazioni e che rispetti i principi di giustizia. Decisioni unilaterali che cambino l’attuale configurazione della città non porteranno beneficio, ma solo nuove tensioni e allontaneranno possibilità di pacificazione”. Ma se Gerusalemme è sacra per ebrei, cristiani e musulmani, “è sacra – ribadisce il Patriarcato latino – anche per molti popoli di ogni parte del mondo, che guardano ad essa come loro capitale spirituale, che giungono ad essa come pellegrini, per pregare e incontrare i loro fratelli nella fede. Il carattere sacro di Gerusalemme non si limita solo ai singoli siti o monumenti, come se questi potessero essere separati l’uno dall’altro o isolati dalle rispettive comunità, ma coinvolge Gerusalemme nella sua interezza, i suoi Luoghi Santi e le sue comunità, con i loro ospedali, scuole, attività di carattere culturale e sociale”. Per questi motivi “le due parti dovrebbero fare in modo di conservare l’attuale carattere universale della città e di adoperarsi perché essa resti il luogo nel quale ebrei, cristiani e musulmani continuino ad incontrarsi lungo le vie della Città Vecchia, ciascuno con la propria mentalità e tradizioni, legate in modo così unico le une alle altre”. La discussione su Gerusalemme, conclude il Patriarcato latino, “non può essere ridotta semplicemente a disputa territoriale e sovranità politica, precisamente perché Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero, ha una vocazione universale che parla a miliardi di persone nel mondo, credenti e non. Una soluzione realistica al problema di Gerusalemme non può non includere tutti questi elementi”. Sir 8

 

 

 

 

Papa Francesco vuole cambiare il 'Padre Nostro': "Traduzione non è buona, Dio non ci induce in tentazione"

 

CITTÀ DEL VATICANO -  Il testo in italiano della preghiera più nota, il 'Padre Nostro' , potrebbe presto cambiare. A farlo intendere è lo stesso papa Francesco: "Dio che ci induce in tentazione non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice 'non mi lasci cadere nella tentazione'. Sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito".

 

Il pontefice lo ha spiegato nella settima puntata del programma 'Padre nostro', condotto da don Marco Pozza, in onda su Tv2000. Francesco dialoga con il giovane cappellano del carcere di Padova nell'introduzione di ogni puntata. "Quello che ti induce in tentazione - conclude il Papa - è Satana, quello è l'ufficio di Satana".

 

Della controversia sulla preghiera più nota del cristianesimo - fu insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli che gli chiedevano come dovessero pregare - si è parlato in queste settimane quando in Francia si è detto appunto addio al vecchio 'Padre Nostro'. Dopo anni di discussioni sulla giusta traduzione, la nuova versione francese non include più il passaggio 'ne nous soumets pas à la tentation' - 'non sottometterci alla tentazione' -, che è stato sostituito con una versione ritenuta più corretta: 'ne nous laisse pas entrer en tentation', 'non lasciarci entrare in tentazione'.

 

Secondo quanto ha scritto Le Figaro, la prima formula - 'non sottometterci' - ha fatto credere a generazioni di fedeli che Dio potesse tendere in qualche modo una sorta di tranello, chiedendo loro di compiere il bene, li 'sottometteva' alla tentazione del male. "La frase attuale lasciava supporre che Dio volesse tentare l'essere umano mentre Dio vuole che l'uomo sia un essere libero", ha commentato il vescovo di Grenoble, monsignor Guy de Kerimel, citato dal giornale. Dopo mezzo secolo - la controversa versione venne introdotta il 29 dicembre 1965 - la Conferenza episcopale transalpina ha quindi optato per la nuova traduzione del Notre Père. Per aiutare i fedeli a memorizzarla, la nuova preghiera è stata distribuita in decine di migliaia di copie nelle chiese di Francia. Il cambio ufficiale è avvenuto due giorni fa, domenica 3 dicembre.

 

Per la verità, anche in Italia, nella versione della Bibbia della Cei (2008), il passo 'et ne nos inducas in tentationem' è tradotto con 'e non abbandonarci alla tentazione'; l'edizione del Messale Romano in lingua italiana attualmente in uso (1983) non recepisce tuttavia questo cambiamento. Ora però è il Papa a sostenere pubblicamente che si dovrebbe cambiare.  LR 6

 

 

 

 

III domenica di Avvento

 

Martellante quanto si legge sui giornali, quanto ci viene proposto dai telegiornali che, in tempi di globalizzazione, ci consentono di trovarci in una prima linea immediata, estemporanea, con quanto avviene in ogni parte del globo.

Società liquida la nostra che non ammette certezze ma lascia nella precarietà e nell’interrogativo costante che guarda al futuro con apprensione.

In altre parole: tempi bui, oscuri.

Non si intravvede nessun spiraglio? Nessun piccolo foro lascia passare una lama di luce che possa dare respiro e infondere coraggio?

Arroccati e impermeabili alla Voce certamente non abbiamo scampo.

Eppure la Luce sta venendo e sta, già da ora, squarciando la coltre che impedisce di vedere.

Giovanni non è la Luce, lo afferma nitidamente e con coraggio. Però l’ha conosciuta ed amata, se ha accettato una vita rude e ridotta alle minime esigenze pur di dare risposta a quanto dentro di lui urgeva.

Continua a spendersi, a ripetere senza stancarsi il suo messaggio, pur collocandosi in seconda posizione. Accetta il ruolo, non di comparsa sulla scena, ma di inviato dell’Altissimo che non si sceglie il ruolo primario, più appariscente, più vantaggioso, ma accetta quella che è la sua missione nell’unico percorso di vita che viene concesso agli umani.

In questa accettazione si gioca la nostra identità in terra, indubbiamente da testimoni che sono stati colpiti dalla Luce, dal suo chiarore, dalla Sua Bellezza e non possono sottrarsi, pena perdere se stessi, di palesarlo a tutti.

È un’esigenza profonda, perché chi ha ricevuto il dono di riconoscere nelle tenebre il fascino della Luce, corre ogni rischio, affronta ogni interrogativo. Esattamente come Giovanni Battista che non calcola e si spende.

Non si sente sottovalutato, tenuto in poco conto, al di sotto delle sue possibili prestazioni affermando di non essere né il Cristo, né un profeta. Riconosce il suo limite umano.

Tuttavia, anche quest’ottica interpretativa non è pienamente evangelica, si arresta ad una visione pregna di stereotipi e pregiudizi umani. È la via storta di cui parla Giovanni Battista.

Bisogna muovere un altro passo. Leggere se stessi nel grande mosaico della storia con parametri nutriti dal messaggio evangelico: ogni persona, in ogni qualsiasi luogo del globo terrestre, in qualsiasi condizione di vita, salute e rango sociale, viene colpita dalla Luce e dalla Luce richiamata.

Si schiude, in un qualsiasi microcosmo, anche misero e apparentemente spregevole, una proposta che può renderlo fantastico, l’autentica via diritta che mira senza torcersi all’accoglienza del Salvatore.

Il cammino dell’Avvento quindi si può pensare come via che si staglia diritta, e si snoda di luce in luce, rapida verso la Luce.

Non va confusa con la fantasmagoria delle luminarie che invadono le nostre strade dando loro l’apparenza di un Luna Park e facendo scomparire Colui che attendiamo, la Luce vera.

Non ci stordiamo nelle luci delle feste dell’Inverno o di Babbo Gelo, attendiamo il Figlio di Dio, Luce dalla Luce. Cristiana Dobner, Sir

 

 

 

 

Il card. Parolin sul viaggio del Papa in Myanmar e Bangladesh

 

Il cardinale segretario di stato Pietro Parolin, impressionato dall’ ”amabilità degli asiatici, che si manifesta in una grande gentilezza, in un grande senso di accoglienza e di rispetto nei confronti degli ospiti“, ha raccontato, nell’intervista all’Osservatore Romano di Gianluca Biccini pubblicata il 6 dicembre 2017, del suo viaggio con Papa Francesco in Myanmar (27-30 novembre) e Bangladesh (30 novembre-2 dicembre 2017)

 

Il cardinale segretario ha visitato per la prima volta i due paesi asiatici, entrambi guidati da donne: il Myanmar da Aung San Suu Kyi e il Bangladesh da Sheikh Hasina. “Si tratta di due donne che si sono fatte apprezzare per il contributo che hanno dato ai rispettivi paesi, riscuotendo la fiducia dei loro concittadini.” Le due donne hanno una storia diversa, ma “entrambe hanno dato un apporto positivo alla vita del loro paese ed è questa, penso, la base della loro leadership”; così ha spiegato il card. Parolin il successo della carriera politica di Aung San Suu Kyi e di Sheikh Hasina. La prima è nota per la sua pacifica battaglia per la democrazia in Myanmar mentre Sheik Hasina si è impegnata per lo sviluppo in Bangladesh, un paese segnato da estrema povertà.

Il cardinale segretario di stato ha notato soprattutto in Bangladesh una grande preoccupazione per la situazione dei Rohingya menzionata in tanti discorsi “sia delle autorità, sia di rappresentanti della società civile, sia di esponenti della Chiesa”. Il cardinale Parolin non ha espresso pronostici sulla sorte dei Rohingya, però si è detto convinto che la visita del Papa sia un contributo per trovare una soluzione. “Ma sono i principi fondamentali da cui derivano le applicazioni concrete, che potranno dare pace e stabilità alla regione: cioè il principio del rispetto dei diritti umani, a cominciare dal diritto di cittadinanza, di nazionalità, e il principio del rispetto e della valorizzazione di tutti i gruppi etnici. Papa Francesco ha molto sottolineato questi due aspetti, insistendo sull’idea, a lui cara, che le differenze non devono diventare contrapposizione e conflitto. Credo che sulla base di questi principi si può davvero tentare di trovare formule per risolvere il dramma che si sta attualmente vivendo al confine tra Myanmar e Bangladesh.”

Il cardinale Parolin, in merito all’obiettivo dell’ultimo Viaggio Apostolico, ha spiegato che Papa Francesco ha voluto incontrare le Chiese locali che sia in Bangladesh (350 mila cattolici su 160 milioni di abitanti) che in Myanmar (700 mila cattolici su 55 milioni di abitanti) sono Chiese di minoranza. Queste visite “servono proprio a dare incoraggiamento, fiducia e slancio a queste Chiese, che si trovano a vivere situazioni non sempre facili, proprio per la loro condizione  di minorità”. Per il cardinale di particolare importanza è stato il dialogo interreligioso: “Il Pontefice ha poi sottolineato in entrambi i casi, sia con i buddisti a Yangon, sia con i musulmani a Dhaka, l’importanza del dialogo interreligioso e l’importanza per i cristiani di favorire l’armonia tra le diverse componenti religiose che sono presenti nei paesi, come pure di essere fermento vivo e positivo per il bene comune della società, per la costruzione di una convivenza pacifica e per lo sviluppo delle due nazioni”.

Infine, il cardinale ha raccontato di due episodi: il discorso del rappresentante della società civile , durante l’incontro interreligioso di venerdì nella capitale del Bangladesh, il quale ha detto che “è minoranza chi abusa e maltratta, perché in fin dei conti sono loro le persone perdenti” e l’incontro, sabato mattina davanti alla chiesa del Santo Rosario a Dakha, con un fedele che gli ha confidato di essersi liberato dal lavoro pure rischiando il licenziamento: ‘Viene il Papa. O mi lasciate andare, o sono disposto a perdere l’occupazione, ma non l’occasione di poterlo vedere, perché sarà l’unica della mia vita’. “Questo è il segno di una fede forte, di una grande testimonianza di appartenenza alla Chiesa da parte di questi cristiani”, così il cardinale segretario di stato che si è dichiarato impresso della “Chiesa nella sua multiformità: soprattutto nelle celebrazioni abbiamo visto la fede di questa gente, che si esprime attraverso la preghiera e una dimensione mistica e spirituale in linea con tutta la tradizione orientale”. Oss. R. 6

 

 

 

IV domenica di Avvento

 

L’angelo apre e chiude il brano evangelico proposto oggi al nostro cammino liturgico nell’imminenza ormai del Natale del Signore.

Un messaggero che fa conoscere, un messaggero mandato con un compito preciso: farci comprendere quale sia il ruolo di Maria nel piano di Dio.

L’angelo non si perde in parole inconsistenti o presentando uno scenario staccato dalla realtà. È preciso nel suo dire: Elisabetta è al sesto mese della sua gravidanza. Maria si trova in una città della Galilea e vengono declinati tutti i nomi dei personaggi.

Se si osserva il linguaggio di Luca si scopre immediatamente la tonalità dell’annuncio.

Abitualmente l’evangelista, quando vuole esprimere il saluto, si serve del termine Shalom, il saluto ebraico per eccellenza che dona la Pace.

Con Maria usa invece il verbo che comunica la gioia, la possibilità di rallegrarsi.

Il Primo Testamento ci ha insegnato a riconoscerlo: in Sofonia (3,14) l’invito alla gioia esplode perché il Signore ha revocato una condanna e ora annuncia la salvezza.

In Zaccaria (9,9) il centro del messaggio è costituito dal re messianico, colui che porterà la pace.

Tutto converge nel saluto a Maria con una grande novità: la salvezza non dall’esilio, non dalla schiavitù ma dalla liberazione dal peccato, quello stato che lascia nel vero esilio, cioè lontani dall’Altissimo e rende schiavi e non liberi.

Allora Maria diviene il simbolo di quell’Israele fedele al patto, che conduce il popolo a vivere la speranza del Messia.

La giovane fanciulla di Nazareth è graziata da Dio. Ha ricevuto un dono speciale, non rendendola un oggetto ma un soggetto attivo, pronto a rispondere in piena autonomia.

Le viene affidata una missione unica, senza precedenti nella storia della salvezza. Le si apre un’avventura straordinaria che raccoglie la speranza che ha sorretto per secoli tutte le vicende della storia d’Israele.

Ora è giunto il momento salvifico per Israele e per tutti i popoli.

Attraverso l’assenso di una giovane donna. Non viene abbandonata, lasciata a se stessa. L’angelo la rassicura “Il Signore è con te”.

Non solo guida i suoi passi, illumina il suo cammino ma lo compie insieme a lei, con una presenza indefettibile, degna della fedeltà dimostrata nei secoli.

Anche Gedeone, che dovrà salvare Israele, aveva ricevuto questa promessa con la certezza di essere colmato della forza necessaria. Egli però aveva chiesto un segno, Maria solo una spiegazione.

Quando ci troviamo dinanzi al varco delle nostre chiamate, siano esse capitali, definitive oppure legate al nostro quotidiano, da che parte stiamo? Siamo capaci di chiedere come ha chiesto Maria oppure esigiamo autorizzazioni certe, tangibili.

La fiducia riposta nell’Altissimo così vacilla, vogliamo ancora tenere in mano la barra del timone, decidere la rotta. Poggiare i piedi su di un terreno solido, conosciuto e misurato.

Se invece scegliessimo di lasciarci plasmare da Maria e fossimo capaci di un’accettazione fiduciosa, ubbidiente, non saremmo davvero trasparenti al Vangelo? Cristiana Dobner, Sir

 

 

 

Papa Francesco: Quando trovo il popolo, sono felice

 

Riassunto della conferenza stampa durante il volo di ritorno dal Bangladesh – di Britta Dörre

 

I Rohingya, l’evangelizzazione, il dialogo interreligioso, le armi nucleari e la Cina sono stati solo alcuni degli argomenti trattati durante la conferenza stampa a bordo dell’aereo che portava il Santo Padre e i giornalisti da Dakha a Roma.

Papa Francesco ha dichiarato di non aver voluto menzionare il nome “Rohingya” in Myanmar -nonostante lo avesse già fatto in precedenza, per esempio nell’Angelus in Piazza San Pietro e durante alcune udienze- ma solo successivamente, in Bangladesh, come gesto di cautela e dialogo: “Per me, la cosa più importante è che il messaggio arrivi, e per questo cercare di dire le cose passo dopo passo e ascoltare le risposte, affinché arrivi il messaggio. Per esempio, un esempio dalla vita quotidiana: un ragazzo, una ragazza nella crisi dell’adolescenza può dire quello che pensa, sbattendo la porta in faccia all’altro e il messaggio non arriva, si chiude. A me interessa che questo messaggio arrivi. Per questo, ho visto che se nel discorso ufficiale [in Myanmar] avessi detto quella parola, avrei sbattuto la porta in faccia. Ma ho descritto le situazioni, i diritti di cittadinanza, ‘nessuno escluso’, per permettermi nei colloqui privati di andare oltre. Io sono rimasto molto, molto soddisfatto dei colloqui che ho potuto avere, perché è vero, non ho avuto – diciamo così – il piacere di sbattere la porta in faccia, pubblicamente, una denuncia, no, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di far parlare l’altro, di dire la mia e così il messaggio è arrivato. E a tal punto è arrivato, che è continuato e continuato ed è finito ieri con quello.”

Successivamente il Santo Padre ha raccontato del suo incontro con i Rohingya: “A un certo punto, dopo il dialogo interreligioso, la preghiera interreligiosa, questo ha preparato il cuore di tutti noi, eravamo religiosamente molto aperti. Io, almeno, mi sentivo così. Ed è arrivato il momento che loro venissero per salutarmi. In fila indiana – quello non mi è piaciuto, uno dopo l’altro –; ma subito volevano cacciarli via dal palco. E io lì mi sono arrabbiato e ho sgridato un po’ – sono peccatore – e ho detto tante volte la parola ‘rispetto’, rispetto. Ho fermato la cosa, e loro sono rimasti lì. Poi, dopo averli ascoltati a uno a uno con l’interprete che parlava la loro lingua, io cominciai a sentire qualcosa dentro: ‘Ma io non posso lasciarli andare senza dire una parola’, e ho chiesto il microfono. E ho incominciato a parlare… Non ricordo cosa ho detto. So che a un certo punto ho chiesto perdono. Credo due volte, non ricordo. Ma la sua domanda è ‘cosa ho sentito’: in quel momento, io piangevo. Facevo in modo che non si vedesse. Loro piangevano, pure. E poi, ho pensato che eravamo in un incontro interreligioso, mentre i leader delle altre tradizioni religiose erano lontani. [Allora ho detto:] ‘No, venite anche voi: questi sono i rohingya di tutti noi’. E loro hanno salutato. Non sapevo cosa dire di più perché li guardavo, salutavo… E ho pensato: ‘Tutti noi abbiamo parlato, i leader religiosi. Ma uno di voi, che faccia una preghiera, uno del vostro gruppo…’. E credo che fosse un imam, un ‘chierico’ della loro religione, che ha fatto quella preghiera, e anche loro hanno pregato lì, con noi. E, visto tutto il trascorso, tutto il cammino, io ho sentito che il messaggio era arrivato.”

“La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione, cioè per testimonianza“, così ha risposto Papa Francesco spiegando la differenza fra proselitismo, evangelizzazione e dialogo interreligioso. L’evangelizzazione significa “vivere il Vangelo, è testimoniare come si vive il Vangelo”. Lo Spirito fa la conversione.

Papa Francesco ha condanndato l’uso di armi nucleari: “Siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché? Perché oggi, con l’arsenale nucleare così sofisticato, si rischia la distruzione dell’umanità, o almeno di gran parte dell’umanità.”

Alla domanda sull’incontro con il generale Hein in Myanmar, il Santo Padre ha risposto: “Io non chiudo mai la porta. […] Parlando non si perde nulla, si guadagna sempre. E’ stata una bella conversazione. Io non potrei dire, perché è stata privata, ma non ho negoziato la verità, vi assicuro. Ma l’ho fatto in modo tale che lui capisse un po’ che una strada, come era nei brutti tempi, rinnovata oggi, non è percorribile. E’ stato un bell’incontro, civile; e anche lì, il messaggio è arrivato.”

Papa Francesco ha approfondito la questione del dialogo interreligioso spiegando la situazione dei Rohingya, definiti dalle Nazioni Unite “oggi la minoranza religiosa ed etnica più perseguitata del mondo”. Il Papa ha fatto notare: “Siamo ad un punto in cui, con il dialogo, si può incominciare, un passo e un altro passo, forse mezzo passo indietro e due avanti, ma come si fanno le cose umane: con benevolenza, con dialogo, mai con aggressione, mai con la guerra. Non è facile.”

A Papa Francesco sarebbe piaciuto molto andare nel campo profughi dei Rohingya, però non è stato possibile.

Papa Francesco ha chiarito rispondendo alla domanda sull’Isis: “C’erano gruppi terroristici che cercavano di approfittare della situazione dei rohingya, che sono gente di pace. Come in tutte le etnie e tutte le religioni, c’è sempre anche un gruppo fondamentalista. Anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento per questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ho scelto di parlare con le vittime di questa gente. Perché le vittime erano il popolo rohingya, che da una parte soffriva quella discriminazione e dall’altra parte era difeso dai terroristi. Ma poveretti! Il governo del Bangladesh ha una campagna molto forte – così mi hanno detto i ministri – di tolleranza-zero al terrorismo, e non solo per questa questione, ma per evitarne anche altre. Questi che si sono arruolati nell’Isis, benché siano rohingya, sono un gruppetto fondamentalista estremista piccolino. Ma questo fanno gli estremisti: giustificano l’intervento che ha distrutto buoni e cattivi.”

Papa Francesco ha spiegato il ruolo importante dell Cina per il Myanmar: “Pechino ha una grande influenza sulla regione, perché è naturale: il Myanmar non so quanti chilometri di frontiera ha lì; anche nelle Messe c’erano cinesi che sono venuti… Credo che in questi Paesi che circondano la Cina, anche il Laos, la Cambogia, hanno bisogno di buoni rapporti, sono vicini. E questo io lo trovo saggio, politicamente costruttivo se si può andare avanti. Però, è vero che la Cina oggi è una potenza mondiale: se la vediamo da questo lato, può cambiare il panorama.”

Attualmente è in corso una mostra dei Musei Vaticani in Cina. Il Papa ha affermato che le porte del cuore sono aperte e che gli piacerebbe molto fare un viaggio in Cina. .

Infine, il Santo Padre ha ringraziato per le domande concludendo: “A me il viaggio fa bene quando riesco a incontrare il popolo del Paese, il popolo di Dio. Quando riesco a parlare o a incontrarli o a salutarli: incontri con la gente. Abbiamo parlato degli incontri con i politici… Sì, è vero, si deve fare; con i preti, con i vescovi… ma con la gente, questo, il popolo. Il popolo che è proprio il profondo di un Paese. Il popolo. E quando trovo questo, quando riesco a trovarlo, allora sono felice.” Zenit 4

 

 

 

 

Papa Francesco: "Ho pianto per i rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma mi sono arrabbiato"

 

Intervista con il pontefice sul volo di ritorno dalla visita in Asia. "San Suu Kyi? Bisogna valutare sapendo che il Myanmar è in piena transizione". "Dal Bangladesh un grande esempio di accoglienza; un paese piccolo ha ricevuto 700 mila profughi. E ci sono paesi che chiudono le porte!". "Viaggio in Cina? Mi piacerebbe, ma non è in programma". E sul nucleare: "Vedo irrazionalità, c'è il rischio che l'umanità finisca" – di PAOLO RODARI

 

Dice che "con le armi nucleari non è lecito spingersi oltre. Siamo al limite. Il rischio è che l'umanità finisca". Sul volo di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh il Papa risponde ad alcune domande dei giornalisti chiedendo che siano incentrate solo sulla sua permanenza nei due Paesi asiatici. Unica eccezione, una domanda sul tema degli armamenti nucleari. Sui Rohingya racconta come è arrivato a pronunciare il loro nome. "Volevano cacciarli dal palco" alla fine dell'incontro interreligioso di Dhaka "e anche che non parlassero con me", dice. "Non l'ho permesso. Ho pianto per loro cercando di non farlo vedere e, dopo averli ascoltati, ho sentito crescere cose dentro di me e ho pronunciato il loro nome". E spiega che nell'incontro col generale Ming Aung Hlaing di lunedì non ha "negoziato la verità".

 

Durante la Guerra fredda Giovanni Paolo II disse che la deterrenza nucleare era moralmente accettabile. Lei ha detto di recente che anche il possesso di armi nucleari è da condannare. Perché questo cambiamento? Hanno influito le tensioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un?

 "Cosa è cambiato? L'irrazionalità. Penso all'enciclica 'Laudato Si' sulla custodia del creato. Dal tempo in cui Giovanni Paolo II nel 1982 ha detto queste cose sono passati tanti anni. Oggi siamo al limite, è la mia opinione convinta, della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con un arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o almeno di gran parte di essa. È cambiato questo: la crescita dell'armamento nucleare, le armi sono capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Da Papa mi faccio questa domanda: è lecito mantenere gli arsenali nucleari così come stanno o per salvare il creato e l'umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, settant'anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando dell'energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all'incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo dico che siamo al limite della liceità".

 

La crisi del Rohingya ha catturato l'attenzione del viaggio. L'altro ieri lei ha pronunciato il loro nome. Voleva parlarne anche in Myanmar?

 "Non è la prima volta che ne ho parlato. Già in piazza di San Pietro lo feci. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Così a volte fanno certe denunce nei media: dette con aggressività chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva. Allora ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente a nessuno, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di dire la mia".

 

Cosa ha sentito quando ha chiesto perdono?

 "Non era programmato. Sapevo che avrei incontrato i Rohingya, non sapevo dove e come. Dopo contatti col governo e con la Caritas, il governo ha permesso ai Rohingya di viaggiare: quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un Paese piccolo, povero, che ha ricevuto 700mila persone... Penso ai Paesi che chiudono le porte! Dobbiamo essere grati per l'esempio. Il momento del dialogo interreligioso ha preparato il cuore di tutti noi. Eravamo religiosamente aperti, io mi sentivo così. È arrivato il momento del saluto. Qualcuno ha detto loro che non potevano dirmi nulla. Volevano alla fine anche cacciarli via dal palco. Io mi sono arrabbiato e ho chiesto rispetto. Così sono rimasti lì. Dopo averli ascoltati uno a uno ho cominciato a sentire crescere cose dentro di me: 'Non posso farli andare senza dire una parola'. E ho chiesto il microfono. Non ricordo cosa ho detto, so che a un certo punto ho chiesto perdono, perdono due volte. Io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure".

 

Il primo giorno in Myanmar ha incontrato a sorpresa il generale Ming Aung Hlaing. Che incontro è stato?

 "Ci sono incontri nei quali vado a trovare la gente e incontri nei quali ricevo gente. Il generale ha chiesto di parlare e l'ho ricevuto. Mai chiudo la porta. È stata una bella conversazione. Non dico il contenuto perché è stata privata. Non ho negoziato la verità. Ma ho fatto in modo che capisse perché una strada come quella dei brutti tempi passati oggi non è perseguibile. È stato un incontro civile".

 

Perché il generale ha chiesto di vederla prima del previsto? Si è sentito che voleva manipolarla?

 "È arrivata la richiesta perché doveva poi partire per la Cina. Se posso spostare un appuntamento lo faccio. A me interessava il dialogo chiesto da loro. Il dialogo è più importante del sospetto che volessero dire: noi qui comandiamo. Io ho usato con lui le parole per arrivare al messaggio e quando ho visto che il messaggio veniva accettato ho osato dire tutto quello che volevo dire. Intelligenti pauca".

 

Le ha incontrato Aung San Suu Kyi e poi in Bangladesh il primo ministro. Cosa porta via da tutti questi incontri?

 "Non sarà facile andare avanti in uno sviluppo costruttivo, non sarà facile per chi volesse tornare indietro. L'Onu ha detto che i Rohingya sono oggi la minoranza etnico-religiosa più perseguitata del mondo, è un punto che pesa per chi vuole tornare indietro. La speranza io non la perdo".

 

Aung San Suu Kyi è stata criticata per il silenzio sui Roihngya. Cosa pensa?

 "Nel Myanmar è difficile valutare una critica senza prima chiedersi: è possibile fare questo? Sarà possibile farlo? Il Paese è in transizione e le possibilità sono da valutare in quest'ottica".

 

Perché non è andato nel campo profughi dei Rohingya?

 "Mi sarebbe piaciuto ma non è stato possibile. Si sono studiate le cose e non è stato possibile per vari fattori, anche il tempo, la distanza".

 

Gruppi jihadisti volevano farsi tutori dei Rohingya?

 "Ci sono gruppi di terroristi che cercano di approfittare dei Rohingya che è gente di pace. C'è sempre un gruppo fondamentalista, e anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento a motivo di questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ma con le vittime di questa gente che è il popolo Rohingya che soffre per le discriminazione ed è difeso dall'altra parte dai terroristi. Il governo del Bangladesh fa una campagna molto forte di tolleranza zero al terrorismo anche per evitare altri punti".

 

C'è opposizione fra evangelizzare e dialogo interreligioso? Qual è la priorità, evangelizzare o dialogare per la pace?

 "Prima distinzione. Evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza, lo ha detto Benedetto XVI. Evangelizzare è testimoniare come vivere il Vangelo e in questa testimonianza ci sono conversioni. Ma noi non siamo entusiasti di fare subito le conversioni. Se vengono, si parla, per cercare che sia la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano. Nel pranzo coi giovani a Cracovia uno mi ha chiesto: cosa devo dire a un compagno di università amico bravo ma che è anche ateo? Cosa devo dirgli per cambiarlo, per convertirlo? La risposta è stata questa: l'ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo e se lui ti domanda perché gli puoi spiegare perché lo fai e lascia che lo Spirito Santo lo attiri. Questa è la forza: la mitezza dello Spirito Santo. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche. Noi siamo testimoni del Vangelo. Il proselitismo non è Vangelo".

 

È in preparazione un viaggio in Cina?

 "Il viaggio in Cina non è in preparazione. Ma mi piacerebbe tanto visitarla. Non è una cosa nascosta. Le trattive con la Cina sono ad alti livelli, culturali, in questi giorni c'è una mostra dei musei in Cina e una dei musei cinesi in Vaticano. Ci sono i rapporti culturali e scientifici. Poi c'è il dialogo politico. Si deve andare avanti passo-passo con delicatezza, lentamente. Le porte del cuore sono aperte. E credo che farà bene a tutti un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo".

 

I preti che ha ordinato avevano paura di diventare sacerdoti in un Paese musulmano?

 "Ho l'abitudine cinque minuti prima dell'ordinazione di parlare con loro in privato. Sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti della missione, normali. "Giocate a calcio?", ho chiesto loro. Si, mi hanno detto, e questo è importante. La paura non l'ho percepita".

 

Sappiamo che vuole andare in India. Quando esattamente? Perché in questo viaggio non ha potuto?

 "Il primo piano era di andare in India e Bangladesh. Ma poi le trattative per andare in India si sono ritardate, il tempo premeva e ho scelto questi due Paesi. È stato provvidenziale perché per visitare l'India ci vuole un solo viaggio. Devi andare al Sud, al Centro, all'Est, al Nord... per le diverse culture dell'India. Spero di farlo nel 2018 se vivo, ma l'idea era India e Bangladesh". LR 3

 

 

 

Dhaka: “Vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”

 

Riassunto e testo integrale del discorso pronunciato dal Santo Padre nel corso dell’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace a Dhaka, il 1 dicembre 2017 – di Britta Dörre

 

Papa Francesco ha auspicato che l’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace nel giardino dell’Arcivescovado di Dhaka possa “essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”.

Il Santo Padre considera l’incontro “un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana”.

La “Reciproca fiducia e comprensione“e “una apertura del cuore” sono state definite dal Pontefice fondamentali per la cultura dell’incontro per la bontà, la giustizia e la solidarietà, per “cercare il bene del nostro prossimo“.

Papa Francesco ha ricordato i disastri naturali “che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni” e la “comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza”. “Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante.”

Papa Francesco ha affermato: “Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita!”

Infine, il Santo Padre ha ringraziato per gli “sforzi nel promuovere la cultura dell’incontro” auspicando “un mondo sempre più umano, unito e pacifico”.

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Alle ore 17.00 locali (12.00 ora di Roma), nel giardino dell’Arcivescovado di Dhaka, ha avuto luogo l’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace. Il Santo Padre, al suo arrivo, è salito sul tradizionale Rickshaw e percorrendo il giardino ha salutato i fedeli raccolti. Dopo l’esecuzione di inni e danze tradizionali e l’indirizzo di saluto dell’Arcivescovo di Dhaka, Card. Patrick D’Rozario, C.S.C., cinque rappresentanti di comunità religiose (musulmana, hindu, buddista e cattolica) e della società civile hanno rivolto il loro saluto al Santo Padre Francesco. Quindi, dopo un canto per la pace, il Papa ha pronunciato un discorso. Subito dopo il Vescovo Anglicano di Dhaka, S.E. Mons. Philip Sarka, ha recitato la Preghiera Ecumenica. Al termine il Santo Padre ha salutato 16 Rohingya (12 uomini, 4 donne tra cui 2 bambine), provenienti da Cox’s Bazar, accompagnati da due traduttori della Caritas, che sono saliti sul palco. Dopo il saluto è avvenuto la foto di gruppo. Infine, il Santo Padre ha salutato altri 20 membri del Comitato Organizzatore. Quindi è rientrato in Nunziatura

Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Francesco ha pronunciato nel corso dell’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace:

Padre Illustri Ospiti, Cari Amici, Il nostro incontro, che riunisce i rappresentanti delle diverse comunità religiose di questo Paese, costituisce un momento molto significativo della mia visita in Bangladesh. Ci siamo radunati per approfondire la nostra amicizia e per esprimere il comune desiderio del dono di una pace genuina e duratura. Il mio ringraziamento va al Cardinale D’Rozario per le sue gentili parole di benvenuto e a quanti mi hanno accolto con calore a nome delle comunità musulmana, induista, buddista, cristiana e anche della società civile. Sono grato al Vescovo anglicano di Dhaka per la sua presenza, alle varie comunità cristiane e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile questa riunione. Le parole che abbiamo ascoltato, ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamenti delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro di questo pomeriggio essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza in nome della religione. È un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione, per costruire un’unità che comprenda la diversità non come minaccia, ma come potenziale fonte di arricchimento e crescita. Ci esorta a coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo. Permettetemi di esplorare brevemente alcune caratteristiche essenziali di questa “apertura del cuore” che è la condizione per una cultura dell’incontro. In primo luogo, essa è una porta. Non è una teoria astratta, ma un’esperienza vissuta. Ci permette di intraprendere un dialogo di vita, non un semplice scambio di idee. Richiede buona volontà e accoglienza, ma non deve essere confusa con l’indifferenza o la reticenza nell’esprimere le nostre convinzioni più profonde. Impegnarsi fruttuosamente con l’altro significa condividere le nostre diverse identità religiose e culturali, ma sempre con umiltà, onestà e rispetto. L’apertura del cuore è anche simile ad una scala che raggiunge l’Assoluto. Ricordando questa dimensione trascendente della nostra attività, ci rendiamo conto della necessità di purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera. Ad ogni passo la nostra visuale diventerà più chiara e riceveremo la forza per perseverare nell’impegno di comprendere e valorizzare gli altri e il loro punto di vista. In questo modo, troveremo la saggezza e la forza necessarie per tendere a tutti la mano dell’amicizia. L’apertura del cuore è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e la solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo. Nella sua Lettera ai cristiani di Roma, San Paolo ha così esortato: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21). Questo è un atteggiamento che tutti noi possiamo imitare. La sollecitudine religiosa per il bene del nostro prossimo, che scaturisce da un cuore aperto, scorre come un grande fiume, irrigando le terre aride e deserte dell’odio, della corruzione, della povertà e della violenza che tanto danneggiano la vita umana, dividono le famiglie e sfigurano il dono della creazione. Le diverse comunità religiose del Bangladesh hanno abbracciato questa strada in modo particolare nell’impegno per la cura della terra, nostra casa comune, e nella risposta ai disastri naturali che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni. Penso anche alla comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza, che rimane impresso nella mente di tutti. In queste diverse espressioni, vediamo quanto il cammino della bontà conduce alla cooperazione al servizio degli altri. Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita! Cari amici, vi ringrazio per i vostri sforzi nel promuovere la cultura dell’incontro, e prego che, con la dimostrazione del comune impegno dei seguaci delle religioni a discernere il bene e a metterlo in pratica, aiuteremo tutti i credenti a crescere nella saggezza e nella santità, e a cooperare per costruire un mondo sempre più umano, unito e pacifico. Apro il mio cuore a tutti voi e vi ringrazio ancora una volta per la vostra accoglienza. Ricordiamoci vicendevolmente nelle nostre preghiere. zenit

 

 

 

 

“Un popolo che non accudisce i nonni e non li tratta bene, è un popolo che non ha futuro!”

 

Intenzioni di preghiera del Santo Padre per il dicembre 2017 - Britta Dörre

 

“Per gli anziani, perché sostenuti dalle famiglie e dalle comunità cristiane, collaborino con la saggezza e l’esperienza alla trasmissione della fede e all’educazione delle nuove generazioni“, sono le intenzioni di preghiera del Santo Padre per il dicembre 2017.

“Un popolo che non accudisce i nonni e non li tratta bene, è un popolo che non ha futuro! Gli anziani hanno la saggezza. A loro è stato affidato di trasmettere l’esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo. Non dimentichiamoci dei nostri anziani perché sostenuti dalle famiglie e dalle istituzioni, collaborino con la saggezza e l’esperienza all’educazione delle nuove generazioni”, spiega il Santo Padre nel video che accompagna le intenzioni di preghiera.

La riflessione di Papa Francesco prende forma nel video, diretto dal Gesuita P. Frédéric Fornos, raccontando la storia di un giovane in cammino per strada. Sentendo musica jazz, segue il suono fin dove proviene  e scopre un trio composto da tre anziani. Allora si unisce a loro e suonano e si divertono insieme. Il Video è stato girato in lingua spagnola con sottotitoli in italiano. È disponibile in dieci lingue e pubblicato su tutti i social media, Youtube, Facebook, Twitter e Instagram.

Non è la prima volta che Papa Francesco ricorda l’importante ruolo degli anziani nel nucleo familiare e nella società. Il Santo Padre ha dedicato un ciclo di udienze alla famiglia nel quale egli ha approfondito il contributo fondamentale degli anziani per il bene comune. “Noi siamo dei nonni chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi: ne ha bisogno. Perché loro prenderanno dai nostri sogni la forza per profetizzare e portare avanti il loro compito“, così il Santo Padre ha ricordato ai Cardinali il 27 giugno 2017 sottolineando l’importanza del dialogo intergenerazionale.

Quanto sono importanti i nonni nella vita della famiglia per comunicare il patrimonio di umanità e di fede essenziale per ogni società!“, ha affermato Papa Francesco il 26 luglio 2017, questa volta su Twitter. zenit

 

 

 

 

Papa Francesco, i rohingya, e il coraggio di assumere su di sé le colpe dell’Occidente

 

Dal pontefice è arrivata una lezione ai pavidi che accettano tutto, in nome della Realpolitik. Da venerdì, i governi autoritari che violano i diritti umani sono un po’ meno tranquilly - di Pierluigi Battista

 

Alla fine papa Francesco, nel cuore del ciclone birmano e non nelle stanze vaticane, non solo ha nominato il popolo perseguitato dei Rohingya, ma ha chiesto loro perdono. Perdono per i silenzi, le reticenze, le omertà, gli aggiustamenti diplomatici con cui le democrazie occidentali hanno pensato di cavarsela di fonte a una pulizia etnica mostruosa. Alla fine papa Francesco ha piegato le resistenze di chi gli suggeriva prudenza, di chi lo supplicava, per salvaguardare l’incolumità dei cattolici e dei cristiani in genere in Birmania, di non pronunciare quel nome impronunciabile. Bisognava mantenere una coltre di silenzio sui villaggi Rohingya devastati, sulle centinaia di esecuzioni pubbliche, sulla fuga di oltre seicentomila civili verso il rifugio del Bangladesh per scampare alla persecuzione, alla discriminazione, alla morte. La causa di una simile crudeltà, si dice, è nelle attività terroristiche che quella comunità musulmana copre. Ma è facile riconoscere la totale sproporzione della reazione dellaBirmania di Aung San Suu Kyi: una pulizia etnica devastante, morti, torture, controterrore.

 Il «perdono» chiesto da papa Francesco è il coraggio di assumere su di sé la colpa di tutto l’Occidente. È una lezione per i pavidi e per gli accondiscendenti che nel nome della Realpolitik, oppure del ricatto economico, consigliano l’indiretta complicità con i massacratori da blandire, o comunque da non contrariare con comportamenti temerari. C’erano ottime ragioni per cui il Pontefice avrebbe potuto e dovuto proseguire lungo questa strada del realismo accomodante. Perché una delle caratteristiche di chi massacra un popolo reclamando un’impunità internazionale del tutto immeritata è la capacità di ricattare il mondo. Perché nelle cancellerie occidentali si stenta addirittura ad accogliere nelle forme opportune il Dalai Lama, simbolo di una regione martoriata e insanguinata nel massacro di oltre un milione di tibetani vittime dell’occupazione cinese? Perché la reazione della Cina potrebbe risultare molto sgradevole, anche sul piano dei rapporti commerciali: i tiranni si trattano con severità solo quando non sono più alla sommità del potere assoluto.

Con questo gesto papa Francesco imprime una svolta nella considerazione internazionale delle stragi dei popoli da parte di governi impuniti. E anche la battaglia per la difesa dei diritti umani fondamentali avrà dalla sua qualche munizione in più. Certo, si tenterà di sminuire, di svilire il gesto papale, di dimenticare la pagina scritta in Birmania. Probabilmente tutto ritornerà nell’ordine stabilito dal realismo politico e dall’indifferenza morale dell’opinione pubblica mondiale. Ma sul piano simbolico le parole del Papa, quella sfida aperta e dichiarata all’ipocrisia dei governi, assumono un valore incomparabile. Da ieri i governi autoritari che violano i diritti umani e la sopravvivenza stessa delle minoranze perseguitate sono un po’ meno tranquilli. La loro reputazione è destinata a crollare, anche se non verranno estromessi dal potere. Per i Rohingya non sarà la fine della persecuzione, ma il conforto di non sentirsi più, grazie a papa Francesco, completamente soli e abbandonati. CdS 1

 

 

 

 

Insieme contro conflitti, povertà e oppressione

 

Incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” – 29 novembre 2017 – riassunto e testo integrale delle parole del Santo Padre – di Britta Dörre

 

Papa Francesco ha definito l’incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci Buddhisti “un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici” e “anche un’opportunità per affermare l’ impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna”.

La comune testimonianza da parte dei leader religiosi è “una parola di speranza”. Conflitti, povertà e oppressione creano nuove divisioni. “Di fronte a queste sfide, non dobbiamo mai rassegnarci”, così ha affermato il Pontefice sottolineando l’importanza di compassione e amore.

Papa Francesco ha apprezzato i valori della religione buddhista: pazienza, tolleranza, rispetto della vita, “una spiritualità attenta e profondamente rispettosa del nostro ambiente naturale”, valori “essenziali per uno sviluppo integrale della società”.

“La grande sfida dei nostri giorni è quella di aiutare le persone ad aprirsi al trascendente. Ad essere capaci di guardarsi dentro in profondità e di conoscere sé stesse in modo tale da riconoscere le reciproche relazioni che le legano a tutti gli altri”, così ha spiegato il Santo Padre. Bisogna superare incomprensione,intolleranza, pregiudizio e odio, ha sottolineato Papa Francesco citando parole di Buddha e di San Francesco.

Il Santo Padre si è congratulato “per il lavoro che sta svolgendo la Panglong Peace Conference a questo riguardo” e ha assicurato che “la Chiesa Cattolica è un partner disponibile”. “A nome dei miei fratelli e sorelle cattolici, esprimo la nostra disponibilità a continuare a camminare con voi e a seminare semi di pace e di guarigione, di compassione e di speranza in questa terra. Vi ringrazio nuovamente per avermi invitato ad essere oggi qui con voi. Su tutti invoco le benedizioni divine di gioia e di pace”, ha concluso Papa Francesco il suo discorso.

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Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre rivolge ai presenti nel corso dell’incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci Buddisti:

È una grande gioia per me essere con voi. Ringrazio il Ven. Bhaddanta Kumarabhivamsa, Presidente del Comitato di Stato Sangha Maha Nayaka, per le sue parole di benvenuto e per il suo impegno nell’organizzare la mia visita qui oggi. Nel salutare tutti voi, esprimo il mio particolare apprezzamento per la presenza di Sua Eccellenza Thura Aung Ko, Ministro per gli Affari Religiosi e la Cultura. Il nostro incontro è un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici. E’ anche un’opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi. Perché, quando noi parliamo con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano, noi offriamo una parola di speranza. Aiutiamo i buddisti, i cattolici e tutte le persone a lottare per una maggiore armonia nelle loro comunità. In ogni epoca, l’umanità sperimenta ingiustizie, momenti di conflitto e disuguaglianza tra le persone. Nel nostro tempo queste difficoltà sembrano essere particolarmente gravi. Anche se la società ha compiuto un grande progresso tecnologico e le persone nel mondo sono sempre più consapevoli della loro comune umanità e del loro comune destino, le ferite dei conflitti, della povertà e dell’oppressione persistono, e creano nuove divisioni. Di fronte a queste sfide, non dobbiamo mai rassegnarci. Sulla base delle nostre rispettive tradizioni spirituali, sappiamo infatti che esiste una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull’amore. Esprimo la mia stima per tutti coloro che in Myanmar vivono secondo le tradizioni religiose del Buddismo. Attraverso gli insegnamenti del Buddha, e la zelante testimonianza di così tanti monaci e monache, la gente di questa terra è stata formata ai valori della pazienza, della tolleranza e del rispetto della vita, come pure a una spiritualità attenta e profondamente rispettosa del nostro ambiente naturale. Come sappiamo, questi valori sono essenziali per uno sviluppo integrale della società, a partire dalla più piccola ma più essenziale unità, la famiglia, per estendersi poi alla rete di relazioni che ci pongono in stretta connessione, relazioni radicate nella cultura, nell’appartenenza etnica e nazionale, ma in ultima analisi radicate nell’appartenenza alla comune umanità. In una vera cultura dell’incontro, questi valori possono rafforzare le nostre comunità e aiutare a portare la luce tanto necessaria all’intera società. La grande sfida dei nostri giorni è quella di aiutare le persone ad aprirsi al trascendente. Ad essere capaci di guardarsi dentro in profondità e di conoscere sé stesse in modo tale da riconoscere le reciproche relazioni che le legano a tutti gli altri. A rendersi conto che non possiamo rimanere isolati gli uni dagli altri. Se siamo chiamati ad essere uniti, come è nostro proposito, dobbiamo superare tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio. Come possiamo farlo? Le parole del Buddha offrono a ciascuno di noi una guida: «Sconfiggi la rabbia con la nonrabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità» (Dhammapada, XVII, 223). Sentimenti simili esprime la preghiera attribuita a San Francesco d’Assisi: «Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, […] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia». Possa questa Sapienza continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose. Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato. Piuttosto, è l’intera società, tutti coloro che sono presenti all’interno della comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell’ingiustizia. Tuttavia è responsabilità particolare dei leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà. Mi congratulo per il lavoro che sta svolgendo la Panglong Peace Conference a questo riguardo, e prego affinché coloro che guidano tale sforzo possano continuare a promuovere una più ampia partecipazione da parte di tutti coloro che vivono in Myanmar. Questo sicuramente contribuirà all’impegno per far avanzare la pace, la sicurezza e una prosperità che sia inclusiva di tutti. Certamente, se questi sforzi produrranno frutti duraturi, si richiederà una maggiore cooperazione tra leader religiosi. A tale riguardo, desidero che sappiate che la Chiesa Cattolica è un partner disponibile. Le occasioni di incontro e di dialogo tra i leader religiosi dimostrano di essere un fattore importante nella promozione della giustizia e della pace in Myanmar. Ho appreso che nell’aprile scorso la Conferenza dei Vescovi Cattolici ha ospitato un incontro di due giornate sulla pace, al quale hanno partecipato i capi delle diverse comunità religiose, insieme ad ambasciatori e rappresentanti di agenzie non governative. Tali incontri sono indispensabili, se siamo chiamati ad approfondire la nostra reciproca conoscenza e ad affermare le relazioni tra noi e il comune destino. La giustizia autentica e la pace duratura possono essere raggiunte solo quando sono garantite per tutti. Cari amici, possano i buddisti e i cattolici camminare insieme lungo questo sentiero di guarigione, e lavorare fianco a fianco per il bene di ciascun abitante di questa terra. Nelle Scritture cristiane, l’Apostolo Paolo chiama i suoi ascoltatori a gioire con quelli che sono nella gioia e a piangere con coloro che sono nel pianto (cfr Rm 12,15), portando umilmente i pesi gli uni degli altri (cfr Gal 6,2). A nome dei miei fratelli e sorelle cattolici, esprimo la nostra disponibilità a continuare a camminare con voi e a seminare semi di pace e di guarigione, di compassione e di speranza in questa terra. Vi ringrazio nuovamente per avermi invitato ad essere oggi qui con voi. Su tutti invoco le benedizioni divine di gioia e di pace. Zenit 29

 

 

 

Giornata della pace 2018. Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

 

Il messaggio per la Giornata mondiale della Pace ci ricorda che la fatica della solidarietà intelligente è il solo antidoto a che “il necessario realismo della politica internazionale non divenga una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza” – di Enzo Bianchi

 

“Alcuni considerano [le migrazioni globali] una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”. Credo che, al di là delle analisi, delle sollecitazioni e delle proposte che papa Francesco traccia nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2018, il cuore pulsante di questo appello stia tutto in una frase dallo stile schiettamente evangelico, modellata sulla parola profetica di Gesù di Nazareth: “Avete inteso che fu detto … Ma io vi dico!” (cf. Mt 5,21 ss.).

Le migrazioni sono percepite dai più come “minaccia”, ma papa Francesco invita a considerarle “opportunità”. Invito tutt’altro che retorico, ma basato su una comprensione davvero globale di dove stia andando il mondo, di quali fenomeni possiamo gestire e di quali vicoli ciechi rischiamo di imboccare.

Certo, per fare questo è necessario convertire lo sguardo, assumere quella visione contemplativa che non si stacca dalla dura realtà quotidiana ma la abbraccia con gli occhi stessi del Creatore, che ha voluto la vita in abbondanza per tutti gli esseri umani da lui creati a propria immagine e somiglianza. A prima vista infatti i migranti – e in particolare i profughi e i rifugiati – paiono connessi con la pace solo a motivo della guerra che li obbliga a fuggire dalla loro terra e dalle loro case.

Ma “pace” non è solo assenza di armi che uccidono: è dignità di vita, speranza in un futuro migliore, cieli aperti all’orizzonte dell’esistenza di una persona e dei suoi cari, in particolare dei più piccoli e indifesi tra loro.

Solo uno “sguardo contemplativo”, cioè penetrante al cuore dell’umano soffrire può condurre all’azione decisa e sapiente, responsabile e intelligente. Solo non guardando alle apparenze è possibile per tutti e per ciascuno – a partire da chi ha responsabilità nella polis, nazionale e mondiale – agire secondo le “quattro pietre miliari” indicate dal Pontefice: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Altri verbi potrebbero affacciarsi al nostro pensiero, ma questi quattro hanno come destinatari i “migranti”, quegli esseri umani in carne e ossa, ricchi di sofferenze e di dignità che anelano a essere riconosciuti come tali e come tali ricevere accoglienza, protezione, promozione, integrazione. Solo in quest’ottica è possibile far cadere la fallace e autogiustificatoria divisione tra quanti fuggono la guerra e quanto fuggono la fame o i disastri ambientali. Del resto è la macrothymia, il “pensare in grande”, la “lungimiranza”, l’abbracciare la complessità della vita che consente di intuire e perseguire piste di soluzione non scontate.

Da questo sguardo appassionato e compassionevole – proprio cioè di chi com-patisce assieme a chi soffre – nasce l’audace proposta di papa Francesco per “due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati”, da stipularsi sotto l’egida delle Nazioni Unite:

migrazioni sicure quindi e non mortifere, ordinate e non caotiche, regolari e non gestite da mercanti di esseri umani.

Patti che, secondo papa Francesco, “è importante siano ispirati da compassione, lungimiranza – appunto – e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace”. Sì, solo il coraggio consente di trasformare le potenziali minacce in opportunità, in occasione propizia per un balzo in avanti sul cammino dell’umanizzazione. Certo tutto questo richiede una tenace persistenza nel ricercare e perseguire il bene comune e non gli interessi particolari – fossero pure di una parte del mondo contro l’altra – ma il messaggio per la Giornata mondiale della Pace ci ricorda che questa fatica della solidarietà intelligente è il solo antidoto a che “il necessario realismo della politica internazionale non divenga una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza”.

Cinismo e indifferenza che ciascuno di noi può e deve combattere giorno dopo giorno, ricevendo dal più piccolo e indifeso dei propri simili il grande dono della propria umanità ritrovata. Sir 4

 

 

 

Un messaggio di pace e di riconciliazione per il Myanmar

 

Riassunto e testo integrale – discorso del Santo Padre – incontro con le Autorità, con la Società Civile e con i membri del Corpo Diplomatico – di Britta Dörre

 

Nay Pyi Taw - “Sono venuto, soprattutto, a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese“, ha iniziato Papa Francesco il suo discorso al Myanmar International Convention Center di Nay Pyi Taw rivolgendosi all’intera popolazione del Myanmar, il “tesoro più grande“ del paese. Il Santo Padre ha apprezzato particolarmente l’impegno del governo per la pace ricordando la Conferenza di Pace di Panglong.

Papa Francesco ha sottolineato l’importanza della “costruzione della pace e della riconciliazione nazionale” e dell’impegno “per la giustizia e il rispetto dei diritti umani“ fermandosi un attimo sulla storia delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

“Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune”, ha ribadito il Santo Padre aggiungendo, “Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese”.

Le varie religioni possono insieme “estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono“. Papa Francesco ha esortato a costruire una “cultura dell’incontro e della solidarietà“.

Poi, il Santo Padre si è rivolto ai giovani, il futuro del Myanmar, sottolineando l’importanza di “giustizia intergenerazionale“. Infine, Papa Francesco ha riassunto il suo messaggio di pace e riconciliazione: “[…] desidero incoraggiare i miei fratelli e sorelle cattolici a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare. È mia speranza che, nella cooperazione rispettosa con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, essi contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione. Lunga vita al Myanmar!”

Al termine dell’incontro con le Autorità, con la Società Civile e con i membri del Corpo Diplomatico, il Santo Padre si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Nay Pyi Taw dove è stato accolto da un Ministro Delegato del Presidente. A bordo di un B737 della MAI (Myanmar Airways International) il Santo Padre rientra a Yangon.

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Riportiamo di seguito il testo integrale:

Signora Consigliere di Stato, Onorevoli Membri del Governo e Autorità Civili, Signor Cardinale, Venerati Fratelli nell’Episcopato, Distinti Membri del Corpo Diplomatico, Signore e Signori, Esprimo viva riconoscenza per il gentile invito a visitare il Myanmar e ringrazio la Signora Consigliere di Stato per le sue cordiali parole. Sono molto grato a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per rendere possibile questa visita. Sono venuto, soprattutto, a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese. Sono molto lieto che la mia visita si realizzi dopo l’istituzione delle formali relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede. Vorrei vedere questa decisione come segno dell’impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all’interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile. Vorrei anche che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo. Il Myanmar è stato benedetto con il dono di una straordinaria bellezza e di numerose risorse naturali, ma il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo, che ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. Poiché la nazione è ora impegnata per ripristinare la pace, la guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale. Posso solo esprimere apprezzamento per gli sforzi del Governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di Pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa. In effetti, l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. La sapienza dei saggi ha definito la giustizia come la volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre gli antichi profeti l’hanno considerata come il fondamento della pace vera e duratura. Queste intuizioni, confermate dalla tragica esperienza di due guerre mondiali, hanno portato alla creazione delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come base per gli sforzi della comunità internazionale di promuovere in tutto il mondo la giustizia, la pace e lo sviluppo umano e per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con l’uso della forza. In questo senso, la presenza del Corpo Diplomatico in mezzo a noi testimonia non solo il posto che il Myanmar occupa tra le nazioni, ma anche l’impegno del Paese a mantenere e osservare questi principi fondamentali. Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune. Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, esse possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire. Quel futuro è ancora oggi nelle mani dei giovani della nazione. I giovani sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione. Questo è un requisito urgente di giustizia tra le generazioni. Il futuro del Myanmar, in un mondo in rapida evoluzione e interconnessione, dipenderà dalla formazione dei suoi giovani, non solo nei settori tecnici, ma soprattutto nei valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace a tutti i livelli della società. La giustizia intergenerazionale richiede altresì che le generazioni future possano ereditare un ambiente naturale incontaminato dall’avidità e dalla razzia umana. È indispensabile che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del loro Paese, anzi, dell’intera famiglia umana. Signora Consigliere di Stato, cari amici! In questi giorni, desidero incoraggiare i miei fratelli e sorelle cattolici a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare. È mia speranza che, nella cooperazione rispettosa con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, essi contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione. Lunga vita al Myanmar! Vi ringrazio per la vostra attenzione e, con i migliori auguri per il vostro servizio per il bene comune, invoco su tutti voi le benedizioni divine di saggezza, forza e pace. Zenit, 28 nov.

 

 

 

“Francesca Cabrini, patrona dei migranti: una Santa per l’oggi”

 

ROMA - “Poco più della metà, il 52%, dei 5 milioni di stranieri regolari presenti in Italia sono donne”. Lo ha affermato don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, intervenuto al convegno “Francesca Cabrini, patrona dei migranti: una Santa per l’oggi”, organizzato nella sede del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. “Contrariamente all’opinione diffusa, che vede l’Italia invasa da immigrati, dopo tre decenni di crescita, il loro numero si è assestato. Sono l’8% della popolazione nazionale. Nel 2016 la presenza di stranieri in Italia è aumentata solo di 20.800 unità”.

Don De Robertis ha segnalato anche le differenze delle presenze straniere in base al Paese di origine: “Due terzi di coloro che arrivano dal Bangladesh e dal Senegal sono uomini, mentre dall’Ucraina, dalla Moldova e da diversi Paesi dell’est arrivano in Italia donne per l’80% dei casi”. Dei migranti giunti a bordo dei barconi, via mare (181.436 nel 2016), “il 15% sono minori, mentre il 14 % donne”. “Mentre gli uomini siedono ai bordi dei barconi – ha raccontato -, le donne trovano spazio per terra, al centro, con maggiori possibilità di ustionarsi”. L’altro volto del fenomeno migratorio è quello delle emigrazioni. “Nel 2016 sono stati 124mila gli italiani che hanno trasferito la loro residenza all’estero, ma il dato è sottostimato perché molti italiani che partono non comunicano il cambio di residenza. Tra loro, anche oltre 40mila stranieri”. Approfondendo la situazione lavorativa delle donne immigrate, don De Robertis ha sottolineato un dato. “Quasi tutte sono impiegate nel settore della cura alla persona. Difficilmente trovano un’occupazione collegata al loro titolo di studio. Molte badanti sono laureate e plurilaureate”. In calo le nascite anche dalle donne straniere. “Nel 2016 sui 470.000 bambini, circa 70mila sono nati da famiglie straniere, quasi il 15%. Ma sono stati 10mila in meno rispetto a 4 anni fa”. Migrantes online4

 

 

 

 

 

Amore oltre le barriere. Matrimonio tra una cattolica e un musulmano in tempo di guerra

 

Abdul Razak Al Kadi  era nato a Derna, in Cirenaica, il 29.10.1921. Nell’ultima guerra, il 28.6.1942 viene fatto prigioniero a Gireula Marsa Matruk dai soldati tedeschi di Rommel e trasportato in Italia.  L'8 settembre 1943, il giorno dell’annuncio dell’armistizio, è rinchiuso nel campo 78 di Fonte D'Amore, a Sulmona.

In una intervista ha raccontato: «Conosco molto bene la lingua italiana per averla studiata in Libia. All’armistizio, il campo di Fonte d’Amore fu aperto. Io fui tra i primi ad uscire. Ero con un mio compagno, un palestinese. Ci eravamo procurati molti viveri, forzando la porta del magazzino. Ho saputo da altri prigionieri che era stato Santacroce a far aprire i cancelli. Io non l' ho  conosciuto, ma ricordo bene il nome, anche perché è facile da ricordare (Abdul fa un segno di croce con le dita). Ci siamo allontanati, nascondendoci sotto un cespuglio, in modo da tenere d'occhio la situazione. Passarono alcune donne di Bagnaturo recatesi al campo per vedere se c'era la possibilità di prendere qualcosa. Le ho chiamate, dicendo loro: “Ho tanta roba da mangiare, perché non mi procurate dei vestiti?” Le donne andarono a casa e tornarono con i vestiti. Prendo dagli zaini cioccolata, the, caffè, zucchero e glieli consegno. Ci dicono quindi di andare con loro a Bagnaturo, perché avremmo trovato più facilmente un posto dove nasconderci. Dormimmo in una cantina, Dal momento che parlavo bene l'italiano, nessuno poteva immaginare che ero straniero. Il mio amico palestinese, non sapendo parlare italiano, preferì unirsi ad un gruppetto di prigionieri che si diressero verso Popoli. Rimasto solo, vengo ospitato, sempre a Bagnaturo,  da Laurina Petrella. Nel frattempo, un pratolano mi aveva  procurato un documento falso, una carta di identità bianca che io stesso avevo riempito con un falso nome. Di falsi nomi ne ho avuti tanti.  Perfino lo scrittore sudafricano Uys Krige che parla di me nel suo libro  "Libertà sulla Maiella"  mi indica col nome falso di Achmed (cfr. pag. 87, n.d.r.).  Per il timbro, mi sono arrangiato con un turacciolo di sughero e ho falsificato la firma del podestà, tanto i tedeschi non ci capivano niente. Mi misi a lavorare proprio con i tedeschi, che mi ritenevano italiano. Imparai  anche un po' di tedesco. Mangiavo sempre in casa di Laurina. Una volta mi disse che mi avrebbe fatto conoscere una ragazza, sua parente. Bionda e molto bella. E che certamente mi avrebbe fatto impazzire.»

Maria Leondina De Dominicis,  nata a Pratola Peligna il 26.11.1922, interviene raccontando la sua storia: «Un giorno del mese di gennaio del 1944, ero in piazza, a Pratola, e vedevo gente che piangeva. Stavano facendo un rastrellamento. Mia sorella chiedeva ai tedeschi che rilasciassero un ragazzo, perché troppo giovane. Era il cognato. Io mi avvicinai e dissi una parolaccia al tedesco, che capisce e mi risponde: “Tu perché brutta parola?” Aveva estratto la pistola e voleva spararmi. Mi misi a correre e mi nascosi in un vicoletto. Poi vennero le mie sorelle e mi portarono a Bagnaturo, in casa di Laurina Petrella, molto amica di mia madre. Ma in casa di Laurina ho visto per la prima volta Abdul.»

Abdul:  «La forza del destino ha voluto che questa ragazza venisse da Laurina. Io credo al destino. Io sono musulmano e credo che certi avvenimenti sono stabiliti da Allah! »

Maria Leondina: «Sono rimasta da Laurina otto giorni. E vedevo questo giovane. Volevo imparare l'inglese e chiesi ad Abdul di insegnarmelo. Accettò ben volentieri. Ci siamo frequentati. E così nacque l'Amore».

Abdul:  «Le guerre portano tante sorprese! Il 13 aprile 1944, mentre stavo in casa di Laurina, vicino al fuoco, bussano e sento dire in tedesco che cercano un prigioniero. Fui catturato e portato al carcere di S. Pasquale. Da qui trasferito  immediatamente a Laterina, da dove il 10 giugno 1944, saputo dello sbarco in Normandia, riuscii a fuggire e a ricongiungermi con l'esercito alleato. Restai in servizio fino alla fine del 1944.  Scrissi una lettera alla mia futura  moglie. Mi rispose. E mentre ero a Bengasi, per procura, ci sposammo. Era il 23 gennaio 1947».

Abdul è stato funzionario del governo libico. Con la moglie, Maria Leondina De Dominicis, e due figli  ha trascorso il tempo  tra l'Italia e la Libia.  E’ deceduto a Pratola il 17.9.2002.

Questa storia d’amore sembra una delle tante che richiamano alla mente  “Le mille e una notte”. Il capolavoro della letteratura araba, il cui antefatto si fonda sulla vendetta di due fratelli califfi,  Shahriyar e Shahlzaman, contro le rispettive mogli, uccise per palese tradimento. Shahriyar, deluso e amareggiato dal comportamento delle donne,  decide di passare ogni notte con una donna diversa e ucciderla il mattino seguente. Ma due sorelle, la maggiore Shaharazad e la minore Dinazard, accettano di passare 282 notti con Shahriyar, raccontando storie fino al mattino, restando sane e salve. Un’opera, “Le mille e una notte”, in cui la donna viene presentata come merce di compravendita, ma anche come mito incorruttibile di bellezza e d’amore.

Nella “duecentesima notte”  si racconta la fine tragica di due fidanzati, logorati reciprocamente dal mal d’amore e bloccati perfino dall’angoscia di trovarsi insieme. Il fidanzato, Ali ibn Bakkar “fece un profondo sospiro e l’anima gli uscì dal corpo”, udendo parole poetiche: “Quanto è amara la brama dell’amore…” e la ragazza, Shams al Nahar “proruppe in lacrime e cadde a terra priva di sensi”. Furono sepolti insieme a Baghdad. Perfettamente in linea con la celeberrima  storia, forse precedente  a “Le mille e una notte”, di Layla e Maynun, narrata da Nezami Ganjavi, dove gli amanti non riescono a sposarsi  a causa dei contrasti tra le loro famiglie. Alla fine Layla si ammala e muore, mentre Maynun impazzisce e viene ritrovato morto nel 688 accanto alla tomba di Layla. Mario Setta, de.it.press

 

 

 

 

Svolta nell’Islam italiano: le donne musulmane possono guidare la preghiera

 

Il presidente dell’Unione delle Comunità islamiche italiane Izzedine Elzir apre alla possibilità delle donne imam nelle moschee - KARIMA MOUAL

 

ROMA  - Le donne musulmane possono guidare la preghiera? Certamente, risponde il presidente dell’Ucoii Izzedine Elzir, durante la trasmissione del Tg2 “Lavori in corso”, a ridosso di un servizio che raccontava delle inedite moschee guidate da donne Imam in Occidente con interviste ad alcune di loro, come Ani Zonneveld, fondatrice e presidente di Muslims for Progressive Values, un’associazione di musulmani progressisti. La risposta del Presidente dell’Ucoii è molto significativa, dato che il servizio riprendeva la storia di Zannoveld che vive a Los Angeles, imam a tutti gli effetti, che guida la preghiera del venerdì per uomini e donne, celebra matrimoni interreligiosi, eterosessuali, omosessuali e persino tra transessuali. Insomma un islam sottotraccia, quello liberale, femminista e progressista, ostacolato dalle istituzioni islamiche classiche, che fatica a prendere spazio ma che esiste, e scende sempre più in campo proprio grazie alle donne, non più disposte a stare ai margini. 

 

Sentire Izzedine Elzir, il presidente dell’Ucoii, una delle più importanti organizzazioni islamiche in Italia - rispondere positivamente alla possibilità di donne imam alla guida della preghiera è importante per almeno due motivi. Se infatti le moschee miste guidate da donne, rimangono iniziativa di un islam occidentale (tanto che sono già bollate negativamente con tanto di Fatwa dalle istituzioni religiose classiche come “Dar al-Iftah al Masriyya, oltre all’Università di Al Azhar), il presidente dell’Ucoii va contro-corrente, sposando il messaggio progressista e liberale delle donne imam, Ma il Presidente dell’Ucoii denuncia anche le interpretazioni patriarcali del Corano, che tengono ai margini le donne musulmane, e porta ad esempio l’ultima iniziativa Ucoii, che vede per la prima volta quattro donne imam varcare le nostre carceri per seguire i detenuti di fede musulmana in un programma di de-radicalizzazione. Tradotto, c’è un messaggio nuovo che l’Ucoii vuole trasmettere, non solo ai fedeli, e che ha finalmente al centro la tanto discussa questione delle donne.  

 

Complice, forse, di questo cambiamento e riposizionamento più critico e aperto, è la minaccia del radicalismo sanguinario, sfociato più violentemente nell’ideologia dell’Is, che ha fatto dichiarare allo stesso Elzir come il terrorismo jihadista sia qualcosa di interno dell’islam da combattere e denunciare. Ora, le parole sono certamente importanti, e l’Imam di Firenze, Elzir, nonché presidente dell’Ucoii sembra voler aprire il più possibile a un islam più in sintonia con i cambiamenti, e pronto a un’autocritica interna. Bisogna però vedere se i musulmani del nostro paese sono pronti ad intraprendere il percorso. E bisognerà poi vedere se ci sono donne pronte a guidare una preghiera di uomini e donne come a Berlino. Se sono disposte a farlo contro le fatwe, e se insieme a loro ci saranno altri uomini pronti a difendere il loro diritto.  LS 5

 

 

 

 

 

Cinema. Tertio Millennio Film Fest. Mons. Milani: “Vogliamo scoprire, ascoltare, narrare le differenze”

 

La rassegna cinematografica si terrà a Roma, dal 12 al 16 dicembre, al Cinema Trevi - Cineteca Nazionale e alla Filmoteca Vaticana della Santa Sede. Tema scelto per l’edizione 2017 “È tempo di migrare. Memoria, identità, relazioni”  - di Massimo Giraldi, Sergio Perugini (Commissione nazionale valutazione film Cei)

 

“Oggi siamo chiamati a prendere atto che viviamo in una società dove le provenienze culturali, etniche, sociali sono in continua differenziazione. La Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, il Pontificio Consiglio per la Cultura, la Fondazione Ente dello Spettacolo lavorando insieme a qualificati rappresentanti delle comunità di confessioni cristiane, ebree e musulmane vogliono ascoltare e rilanciare la voce e lo sguardo dei registi, videomaker e dei creativi su temi urgenti e cruciali per la vita di tutti: migrazione, memoria, identità, accoglienza. Vogliamo scoprire, ascoltare, narrare le differenze. E il cinema in questo è uno strumento, un’arte, formidabile”.

Così presenta la XXI edizione del Tertio Millennio Film Fest mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, rassegna che si terrà a Roma dal 12 al 16 dicembre 2017 al Cinema Trevi – Cineteca Nazionale (Csc) e alla Filmoteca Vaticana della Santa Sede. Tema scelto per l’edizione 2017 “È tempo di migrare. Memoria, identità, relazioni”.

La selezione e il nuovo concorso Tertio Millennio

Sono 13 i film in cartellone, selezionati dal direttore artistico Marina Sanna, tra anteprime, eventi speciali, incontri con gli autori. Apertura ufficiale il 12 dicembre con il film “La Villa” che sarà accompagnato dal regista Robert Guédiguian e dalla protagonista Ariane Ascaride. Per l’occasione interverrà anche Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia – il film “La Villa” ha partecipato in Concorso a #Venezia74, ottenendo il Premio cattolico Signis. Altra importante anteprima è il film “Hannah” di Andrea Pallaoro (giovedì 14 dicembre), per il quale Charlotte Rampling ha ottenuto la Coppa Volpi come miglior attrice sempre a Venezia 74.

Tre le varie novità del Festival si ricorda il concorso per il Premio Tertio Millennio, composto da 9 film provenienti da realtà territoriali molto distanti tra loro, Belgio, Canada, India, Francia, Italia, Israele, Germania, Nuova Zelanda. Ad assegnare il verdetto sarà una giura interreligiosa presieduta da mons. Franco Perazzolo, delegato della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede.

La cerimonia di consegna sarà condotta da Francesca Fialdini (“La vita in diretta”, Rai Uno) sabato 16 dicembre in Filmoteca Vaticana, evento impreziosito dal monologo teatrale “Fare un’anima” scritto e interpretato da Giacomo Poretti.

RdC Awards e nuovi riconoscimenti

Non mancherà all’interno del Festival la serata di gala degli RdC Awards, storici riconoscimenti della Fondazione Ente dello Spettacolo e della “Rivista del Cinematografo” attribuiti a protagonisti del mondo del cinema, della televisione e della cultura. La cerimonia si terrà venerdì 15 dicembre, alle ore 20.30, al Cinema Trevi e sarà condotta da Fabio Falzone, giornalista di Tv2000.

Altra novità dell’edizione 2017 è il “Premio Opera Prima – Sono arrivato prima!” al miglior esordio dell’anno votato dai lettori della Rivista del Cinematografo e di Cinematografo.it. Sono 11 i titoli tra cui scegliere: “Babylon Sisters” di Gigi Roccati; “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez; “Il cratere” di Silvia Luzi e Luca Bellino; “Cuori Puri” di Roberto De Paolis; “Dopo la guerra” di Annarita Zambrano; “Dove cadono le ombre” di Valentina Pedicini; “Easy – Un viaggio facile facile” di Andrea Magnani; “I figli della notte” di Andrea De Sica; “Maria per Roma” di Karen Di Porto; “I Peggiori” di Vincenzo Alfieri; “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi” di Marco Martinelli.

Sempre nell’ambito della serata RdC Awards sarà inoltre assegnato il premio per il concorso di cortometraggi “A corto di identità” sul tema “Identità, Relazione, Migrazione”. La giuria è presieduta dal regista Francesco Patierno.

Prima edizione, poi, per il Premio Toni Bertorelli – categorie Controluce e Giovani – riconoscimenti assegnati da un comitato di amici e colleghi che con il grande attore hanno condiviso alcune esperienze della loro vita artistica: Marco Bellocchio, Piera Degli Esposti, Fabio Ferzetti, Roberto Herlitzka e Mario Martone, con la supervisione della moglie dell’attore Barbara Chiesa Bertorelli. La premiazione, condotta dal critico cinematografico Steve Della Casa, avverrà venerdì 15 dicembre, alle ore 18, al Cinema Trevi.

 

Cinema restaurato con le opere di Olmi e Blasetti

Spazio anche al cinema restaurato con “I fidanzati” di Ermanno Olmi introdotto dal critico Emiliano Morreale e “La lunga strada del ritorno” di Alessandro Blasetti presentato da Alberto Barbera. Entrambi i film saranno proiettati al Cinema Trevi. Il programma completo della manifestazione è disponibile sul sito www.millennio.eu.

Il Tertio Millennio Film Fest è organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo con il patrocinio della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, del Pontificio Consiglio della Cultura, dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali Cei, della direzione generale cinema Mibact e dell’assessorato alla crescita culturale del Comune di Roma. Il Festival si fregia della medaglia di rappresentanza della presidenza della Repubblica.

Il Tertio Millennio può contare, inoltre, sul sostegno di Rai Cinema e la collaborazione di: associazione internazionale protestante cinema Interfilm, Centro ebraico italiano Il Pitigliani, Comunità religiosa islamica italiana Coreis, Centro sperimentale di cinematografia – Cineteca nazionale, Centro nazionale del cortometraggio, dipartimento di studi greco latini scenico musicali dell’Università Sapienza di Roma. sir

 

 

 

 

Mondo Scalabriniano. Simi, domani l'inaugurazione del nuovo anno accademico

 

ROMA - “La Chiesa in uscita verso i migranti e i rifugiati: da Mons. Scalabrini a Papa Francesco”. E’ il tema dell’inaugurazione dell’anno accademico del Simi (Scalabrini International Migration Institute) che si svolgerà domani presso la Pontificia Università Urbaniana. Dopo i saluti del Rettore dell’Urbaniana, Leonardo Sileo, e del Preside del Simi, Aldo Skoda interverranno il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli sul tema  “ La dimensione missionaria della cura dei migranti e dei rifugiati”, Mons. Silvano Tomasi, del Dicastero per lo Sviluppo Umano e integrale su “Le risposte della Chiesa alle sfide migratorie da Mons. Scalabrini a Papa Francesco: una storia costante di cura e attenzione”; Stella Morra dell’Università Gregoriana che tratterà il tema “Chiesa in uscita: un nuovo metodo di azione”;  P. Giovanni Terragni, Professore emerito del Simi e Archivista Generale degli Scalabriniani che si soffermerà sul tema “Interrelazione di Mons. G. B. Scalabrini e Propaganda Fide nella fondazione e sviluppo della Congregazione dei Missionari di S. Carlo per gli emigrati dal 1887 al 1908”,  P. Fabio Baggio,  Sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo Umano ed Integrale su “La sollecitudine della Chiesa a favore dei migranti e dei rifugiati oggi” e don Gianni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes che parlerà su “La cura pastorale dei migranti e dei rifugiati nell’esperienza della Chiesa italiana”. Concluderanno i lavori  P. Sandro Gazzola, Moderatore Generale e Superiore Generale degli Scalabriniani, Mons. Paolo Lojudice, Vescovo ausiliare di Roma e Segretario della Commissione Episcopale CEI per le Migrazioni e  P. José Enrique Oyarzùn,  Vice Rettore dell’ Università Regina Apostolorum. Migrantes online 27 nov.

 

 

 

 

Papst ruft zu menschlichem Umgang mit Migranten auf

 

Franziskus hat zum rigorosen Einsatz für Flüchtlinge und Migranten aufgerufen. Bei einer Audienz für 250 Angehörige der „Missionsschwestern vom heiligsten Herzen“ würdigte der Papst an diesem Samstag die Begründerin der Ordensgemeinschaft Franziska Xaviera Cabrini. Die auch als „Patronin der Migranten“ bekannte italienische Heilige setzte sich Zeit ihres Lebens für italienische Migranten in den Vereinigten Staaten von Amerika ein, wo sie am 22. Dezember 1917 verstarb. Ihre Auswanderung 1888 in die Vereinigten Staaten hatte Papst Leo XIII. veranlasst.

„Die heilige Franziska Xaviera Cabrini war eine echte Missionarin“, lobte Franziskus die couragierte Ordensfrau, deren 100. Todesjahr die katholische Kirche in diesem Jahr begeht. Sie hatte in Amerika ein Hilfsnetzwerk für Migranten aufgebaut; Dutzende von Schulen, Krankenhäuser und Waisenhäuser gehen auf sie zurück. Cabrini habe den Hilfesuchenden ihre Würde zurückgegeben, unterstrich der Papst mit Bezug zum Leid vieler Flüchtlinge und Migranten heute:

„Heute hat sich die Wirklichkeit der Migranten, denen Franziska Xaviera Cabrini ihr ganzes Leben widmete, weiterentwickelt, das Thema ist aktueller denn je. Heute sehen wir erneut die Gesichter von Männern, Frauen und Kindern, die von vielen Formen der Armut und der Gewalt gezeichnet sind und die darauf warten, ihren Weg dank der tatkräftigen Hilfe und Herzlichkeit  einer Mutter Cabrini zu finden.“

Der respektvolle Umgang der „Patronin der Migranten“ mit diesen Menschen müsse auch heute Vorbild sein, fuhr der Papst fort: „Ihr Charisma ist von außergewöhnlicher Aktualität, denn Migranten brauchen sicherlich gute Gesetze, Entwicklungsprogramme und Organisationen, doch sie brauchen auch und vor allem: Liebe, Freundschaft, menschliche Nähe. Man muss ihnen zuhören, in die Augen sehen, sie begleiten.“

Die aus einem Dorf bei Lodi in Norditalien stammende Franziska Cabrini hatte als junge Frau den Wunsch, als Missionarin nach China zu gehen, wandte sich dann aber auf Rat von Papst Leo XIII. (1878-1903) nach Nordamerika. Von 1888 an überquerte sie 24 Mal den Atlantik und baute in Übersee insgesamt 67 Kinderheime, Schulen, Krankenhäuser und andere Einrichtungen auf. 1917 starb sie in Chicago. 1946 wurde sie als erste US-Amerikanerin heiliggesprochen. Anlass des Empfangs der Missionsschwestern durch Franziskus war der 100. Todestag Cabrinis am 17. Dezember. 

In der in Italien erschienenen Biografie zu Franziska Xaviera Cabrini mit dem Titel „Tra terra e cielo“ (Zwischen Erde und Himmel) hatte Franziskus ein Vorwort beigesteuert. Darin würdigt der Papst die Missionarin anlässlich des 100. Todesjahres als „Frau der Barmherzigkeit mit prophetischem Geist“.

(rv/kna 09.12.)

 

 

 

 

D: EKD sieht keinen Änderungsbedarf beim Vaterunser

 

In die Debatte um die Formulierung des Vaterunser haben sich jetzt auch evangelische Stimmen eingeschaltet. Sie sprechen sich für eine Beibehaltung des strittigen Wortlauts „führe uns nicht in Versuchung“ aus. So erklärte die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) auf Facebook: „In der neuen Luther-Bibel 2017 heißt es übrigens (und dabei bleiben wir auch): 'Und führe uns nicht in Versuchung'.“

Reformator Martin Luther (1438-1546) habe diese Bitte so erklärt, schreibt die EKD weiter: „Gott versucht zwar niemand; aber wir bitten in diesem Gebet, dass uns Gott behüte und erhalte, damit uns der Teufel, die Welt und unser Fleisch nicht betrüge und verführe in Missglauben, Verzweiflung und andere große Schande und Laster; und wenn wir damit angefochten würden, dass wir doch endlich gewinnen und den Sieg behalten.“

Papst Franziskus hatte zuvor bemängelt, „und führe uns nicht in Versuchung“ sei eine schlechte Übersetzung. Es sei nicht Gott, der den Menschen in Versuchung stürze, um zu sehen, wie er falle. „Ein Vater tut so etwas nicht; ein Vater hilft sofort wieder aufzustehen. Wer dich in Versuchung führt, ist Satan“, so der Papst.

Die Debatte entzündet sich an einer Neuübersetzung aus Frankreich. Seit dem ersten Advent beten die französischen Katholiken: „Lass uns nicht in die Versuchung eintreten.“ Die in Deutschland gebräuchliche Fassung von 1971 wurde von Katholiken und Protestanten gemeinsam erarbeitet.

„Bibel oder Gebete nicht zwanghaft moderner machen“

Gegen eine Änderung wandte sich auch der Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau, Volker Jung. Die deutsche Übersetzung gebe den griechischen Text angemessen wieder, erklärte er auf der Homepage seiner Landeskirche. Eine Änderung halte er nicht für erforderlich, er freue sich aber, „wenn der Vorschlag des Papstes dazu führt, dass über das Vaterunser neu nachgedacht wird“.

Die Münchner Regionalbischöfin der bayerischen Landeskirche, Susanne Breit-Keßler, zeigte sich in einem Interview des „Münchner Merkurs“ vom Freitag „nicht begeistert“ von dem Änderungsvorschlag. Falls die Katholiken eine Änderung beschlössen, heiße das nicht, „dass wir als evangelische Kirche sie übernehmen“, betonte Breit-Keßler. Sie habe die Erfahrung gemacht: „Man muss die Bibel oder Gebete nicht zwanghaft moderner machen.“ (kna 09.12.)

 

 

 

Zum Verständnis von Amoris laetitia

 

Beim Kommunionempfang für wiederverheiratete Geschiedene gilt der Mittelweg, dass in Einzelfällen die Zulassung zu den Sakramenten der Versöhnung und der Eucharistie möglich ist. Ein entsprechender Brief des Papstes vom September 2016 und eine Orientierungshilfe wurden nun im Amtsblatt des Heiligen Stuhls veröffentlicht. Ein Zusatz von Kardinalsstaatsekretär Pietro Parolin weist die Texte ausdrücklich als „authentisches Lehramt“ aus. Dazu ein Gastkommentar von Kardinal Walter Kasper:

 

Durch die amtliche Veröffentlichung des Briefs von Papst Franziskus an die Bischöfe der Region Buenos Aires ist die leidige Auseinandersetzung um das Apostolische Schreiben Amoris laetitia hoffentlich beendet. Die große Mehrheit des Volkes Gottes hat dieses Schreiben schon bisher mit Freude dankbar aufgenommen und darf sich jetzt bestätigt fühlen.

Der Kardinalfehler der teilweise heftigen Kritik war, dass sie sich an einer einzigen Anmerkung festgebissen und diese aus dem Gesamtzusammenhang herausgerissen hat. Die Zulassung von wiederverheiratet Geschiedenen zu den Sakramenten in Einzelfällen ist in der Lehre der Tradition, besonders des Thomas von Aquin und des Trienter Konzils, begründet. Sie stellt keine Neuerung, sondern eine Erneuerung einer alten Tradition gegenüber neuscholastischen Verengungen dar. Wie ausgewiesene Fachleute der Lehre von Papst Johannes Paul II. aufgezeigt haben, besteht auch kein Widerspruch zur Lehre der beiden Vorgänger von Papst Franziskus.  

Es ist feste Tradition der Kirche, dass die objektive Schwere eines Gebots, das selbstverständlich ausnahmslos gilt, nicht immer der Schwere der subjektiven Schuldhaftigkeit entspricht. Die schwere Sünde ist ein komplexer Begriff. Dazu gehört nicht nur der Verstoß gegen ein objektives Gebot sondern auch das subjektive Bewusstsein von der schweren Sündhaftigkeit und die bewusste Absicht gegen ein Gebot Gottes zu verstoßen. Ob dies im konkreten Fall gegeben ist, muss im Forum internum, also im Gewissen „vor Gott“ und im persönlichen Gespräch mit dem Seelsorger, normalerweise im Beichtgespräch geprüft werden.  

Es ist die ausdrückliche Lehre des Konzils von Trient, das sich dabei auf Thomas von Aquin bezieht, dass der Empfang der Eucharistie, welche die Lebenshingabe Jesu zur Vergebung der Sünden vergegenwärtigt, die lässlichen Sünden, deren jeder Christ schuldig ist, wenn er sie bereut, tilgt und (den Christ) vor schweren Sünden bewahrt (Dekret über die hl. Eucharistie, Kap. 2, und Kanon 5; Thomas v. A., Summe der Theologie III, quaestio 79, Artikel 3, 4 und 6).  Es ist also schwer einzusehen, dass es der Lehre der Kirche widersprechen soll, wenn die Anmerkung 351 von Amoris laetitia sagt, dass in gewissen Fällen, d.h. in Fällen, in denen keine schwere subjektive Schuldhaftigkeit vorliegt, die Sakramente eine Hilfe sein können.

Der Fehler der Kritik an Amoris laetitia ist ein einseitiger moralischer Objektivismus, der die Bedeutung des persönlichen Gewissens beim sittlichen Akt unterbewertet. Damit ist nicht geleugnet, dass das Gewissen auf die objektiven Gebote Gottes achten muss. Aber allgemeingültige objektive Gebote - wieder nach Thomas von Aquin - können nicht mechanisch oder rein logisch deduktiv auf konkrete, oft komplexe und perplexe, Situationen angewandt werden. Es ist vielmehr Sache der Kardinaltugend der von der Liebe geleiteten Klugheit zu fragen, welches in der konkreten Situation die rechte und billige Anwendung des Gebots ist. Das hat nichts mit einer Situationsethik zu tun, welche keine allgemeingültigen Gebote kennt, es geht auch nicht um Ausnahmen vom Gebot, sondern um die Frage der als Situationsgewissen verstandenen Kardinaltugend der Klugheit (Josef Pieper), wie das Gebot in der konkreten Situation „recht und billig“ anzuwenden ist.

Solche verantwortliche Anwendung eines Gesetzes geschieht auch im weltlichen Rechtsbereich. Dort wird bei jeder Tötung eines Menschen zwischen Mord und Todschlag unterschieden, und auch beim Mord werden Umstände und Motive (etwa Heimtücke) beim Strafmaß sorgfältig abgewogen. Das muss umso mehr in der Kirche gelten. Denn sie schaut bei ihrer nicht nur rechtlichen, sondern auch sittlichen Beurteilung des Maßes an subjektiver Schuld nicht nur auf die äußere Tat, sondern auch das innere Gewissen eines Menschen.

Papst Franziskus steht mit seiner Betonung der Bedeutung des Gewissens klar auf dem Boden des II. Vatikanischen Konzils, das gelehrt hat, dass das Gewissen die verborgenste Mitte und das Heiligtum im Menschen ist, wo er allein ist mit Gott, dessen Stimme in diesem seinem Innersten zu hören ist (Pastoralkonstitution Gaudium et spes, 16). Zweifellos muss die Kirche das Gewissen der Menschen bilden, aber sie kann sich nicht an die Stelle des Gewissens setzen (Amoris laetitia, 37).  

Kardinal Walter Kasper bereitet derzeit eine Schrift vor, die im Januar unter dem Titel „Die Botschaft von Amoris laetita. Eine freundlicher Disput“ erscheinen wird. (rv 07.12.) 

        

 

 

Adveniat-Weihnachtsaktion im Zeichen der Würde

 

Das katholische Hilfswerk Adveniat will anlässlich seiner diesjährigen Weihnachtsaktion die Aufmerksamkeit vor allem auf Arbeitsbedingungen in Lateinamerika lenken. „Wir helfen, dass Würde wachsen kann“, sagt Bischof Franz-Josef Overbeck als Vorsitzender der Bischöflichen Kommission von Adveniat zur diesjährigen Weihnachtsaktion gegenüber dem Kölner Domradio. Die Weihnachtsaktion ist offiziell am Sonntag eröffnet worden und steht unter dem Motto: „Faire Arbeit. Würde. Helfen.“

„Es geht jedes Jahr darum, dass wir als katholische Kirche den Menschen in Lateinamerika und der Karibik mit dem, was wir geben können, helfen. Es geht darum, selber ein glaubwürdiges Zeugnis für unser Leben als Christen in der Welt abzugeben“, so Bischof Overbeck. Und er fügt an: „Wir wissen, dass Arbeitsumstände zu einem menschlichen Leben verhelfen, wenn sie gut und fair sind. Dafür braucht es gerechte Löhne, sichere Arbeitsplätze und angemessene Arbeitsbedingungen. Das hat auch etwas mit der Würde des Menschen zu tun - und da zu sagen: Wir helfen, dass Würde wachsen kann. Das ist eine wichtige Aufgabe von Adveniat und eines der zentralen Anliegen der katholischen Kirche.“

Man müsse aber nicht weit wegschauen: Selbst im Ruhrgebiet, wo Bischof Overbeck wirkt, gebe es viele Menschen, die nicht vom Lohn ihren Lebensunterhalt bestreiten könnten. Overbeck:

„Wenn jemand den ganzen Monat arbeitet, muss am Ende auch so viel dabei rauskommen, dass es für diese Person und die Menschen, mit denen sie zusammen lebt, die Familien, reicht. Wir können bei uns im Ruhrgebiet an manchen Stellen sehen, dass das alles nicht ausreicht, und dass es an anderen Stellen sehr viel – manchmal zu viel – gibt. Und wenn wir als Kirche dafür eintreten, dass Gerechtigkeit verwirklicht wird, dann braucht es dafür auch faire Arbeitsverhältnisse. Es bedeutet, den Menschen zu mehr Würde zu verhelfen. Dafür steht Adveniat in diesem Jahr besonders ein.“

Arbeitsbedingungen, Arbeitsschutz, gerechter Lohn seien nicht nur klassischerweise die Themen der Gewerkschaften, auch die Kirche habe diesbezüglich Einiges zu sagen, so Bischof Overbeck.

„Das war schon ein Thema der Kirche, bevor es Gewerkschaften überhaupt gab. Die Kirche tut das, was zu ihrem Grundauftrag gehört, nämlich für Gerechtigkeit und Solidarität einzustehen, und das wird eben vor allem deutlich in den Arbeitsbedingungen der Menschen. Aber natürlich gibt es immer Schnittmengen mit anderen gesellschaftlichen und politischen Gruppen, aber gemeinsam für Ziele einzustehen ist doch sinnvoll und stärkt.“ domradio 04.12.

 

 

 

Ökumene: Die großen Fragen der Jugendlichen heute

 

Wenn es einen christlichen Pilgerort für Jugendliche in Europa gibt, dann ist das Taizé. Die dort ansässige ökumenische Mönchsgemeinschaft, die Frère Roger Schutz 1940 gegründet hatte, übt ungebrochene Faszination auf christliche und suchende junge Menschen aus, und die Treffen zum Jahreswechsel – diesmal in Basel – sind ähnlich wie die Weltjugendtage Fixpunkte der Gottessuche junger Menschen. Mit Blick auf die 2018 bevorstehende Jugend-Bischofssynode sprach Gudrun Sailer mit Frère Alois Löser, dem aus Deutschland stammenden Prior der ökumenischen Communauté von Taizé.

RV: Frère Alois, was treibt Jugendliche heute um, was fasziniert sie an Jesus - oder eben auch nicht?

Frère Alois: In Taizé haben wir den Eindruck, dass Jugendliche vor allem danach suchen, was ihrem Leben einen Sinn gibt: Wofür lohnt es, sich einzusetzen? Wie kann ich mein Leben selbst in die Hand nehmen? Da kann der Glaube Jugendlichen ganz neue Antworten geben.

RV: Sie waren selber 20, als Sie zum ersten Mal nach Taizé gekommen sind, 1974, und Sie sind geblieben. Sie haben Generationen von Jugendlichen begleitet. Sehen Sie, dass die Fragen junger Menschen sich ändern?

Frère Alois: Ja, die Fragen ändern sich. Als ich in den 70er-Jahren hierherkam, standen politische Fragen im Vordergrund, und es wurde viel über den Glauben diskutiert. Das war damals noch leichter, weil mehr oder weniger alle dasselbe Vokabular hatten. Wenn man heute von Auferstehung spricht, dann ist das für viele Jugendliche zunächst ein Fremdwort. Ich glaube, wir müssen viel deutlicher und klarer über das sprechen, was im Zentrum unseres christlichen Glaubens steht.

RV: Taizé ist wie eine große europäische Evangelisierungs-Station. Eingeladen sind alle Jugendlichen, nach einem Bekenntnis wird nicht gefragt, Ökumene und Dialog zwischen Angehörigen verschiedener Religionen spielen eine große Rolle. Ist dieses nicht Abgegrenzte, dieses genuin Religiöse das Geheimnis von Taizé?

Frère Alois: Es gibt kein Geheimnis von Taizé! Wir versuchen ganz einfach, aus der Mitte des Glaubens zu leben. Wir Brüder der Communauté kommen aus verschiedenen Konfessionen, Ländern und Kontinenten; wir wollen ein kleines Zeichen dafür sein, dass gemäß dem Evangelium die Versöhnung, die Christus gebracht hat, eine Kraft ist, die in der Welt wirkt.

RV: In welchen Momenten lässt sich das in Taizé bei den Jugendtreffen spüren?

Frère Alois: Letzten Sommer haben hier zum Beispiel junge Ukrainer und Jugendliche aus Russland eine Woche lang zusammengelebt und am gemeinsamen Gebet teilgenommen. Sie waren bereit, mehr aufeinander zu hören und die Situation des jeweils anderen Landes besser zu verstehen. Das Evangelium ist eine Kraft der Versöhnung, die in der Welt noch viel stärker wirksam werden könnte.

RV: Welche Dinge namentlich an der katholischen Kirche stören Jugendliche heute? Womit kommen sie nicht klar?

Frère Alois: Das ist in den einzelnen Ländern sehr unterschiedlich. Wichtig ist sicher für viele, die Kirche nicht nur als Institution zu erleben, die Regeln erlässt, sondern die vor allem Verständnis zeigt für jede Situation und dann eine Richtung weist. Jugendliche sind heutzutage bereit zu hören, welche Richtung das Evangelium ihnen zeigt. Das Evangelium ist nicht mit allen Situationen und Haltungen einverstanden, aber Jugendliche brauchen das Gefühl: Hier hört mir jemand zu, hier werde ich angenommen, so wie ich bin, mit meinen Fragen und meinen Fehlern. Das ist eine große Erwartung an die Kirche, die an vielen Orten sicher erfüllt wird, aber auf die wir noch viel mehr eingehen müssen.

RV: Kardinal Lorenzo Baldisseri, der im Auftrag von Papst Franziskus römische Bischofssynoden vorbereitet, war im Sommer zu Gast in Taizé. Warum ist eine katholische Bischofssynode in Rom mit dem Papst über und mit Jugendlichen sinnvoll? Kann da aus Ihrer Sicht etwas Neues herauskommen?

Frère Alois: Das wird sich zeigen. Aber es schön, dass die katholische Kirche schon im Vorfeld deutlich macht: ‚Wir wollen den Jugendlichen zuhören und ein offenes Ohr für ihre Anliegen haben.‘ Es ist für Jugendliche heute nicht leicht, ihren Weg zu finden. Sie leben in einer sich schnell verändernden Welt mit vielen Ablenkungen, in der es nicht leicht ist, Orientierung zu finden. Aber ich glaube, wenn der Papst und die Bischöfe deutlich machen: ‚Wir wollen euch nicht bevormunden, sondern euch im Sinn des Evangeliums begleiten‘, – das wäre ein starkes Zeichen für viele Jugendliche, weit über die katholische Kirche hinaus.

RV: Das Taizé-Jugendtreffen zum Jahreswechsel findet diesmal in Basel statt, warum gerade in diesem wohlhabenden und gesättigten Herzen Europas?

Frère Alois: Basel ist eine Stadt, aber auch eine grenzübergreifende Region; das wird ein wichtiger Aspekt des Treffens sein. Es soll deutlich werden, dass Europa in den verschiedenen Regionen über die Grenzen hinweg existiert, und das kann nicht mehr rückgängig gemacht werden. In einer Zeit, in der sich eine gewisse Europamüdigkeit ausbreitet, ist das, glaube ich, ein wichtiges Zeichen. Zum anderen gehen wir nach Basel, weil es auch eine Stadt der Reformation ist, nicht der lutherischen Reformation, sondern der reformierten Kirche; jetzt, am Ende dieses Jahres, in dem so viel über die Reformation geredet wurde, wollen wir nochmal ein Zeichen setzen dafür, dass es möglich ist, als Christen deutlich mehr gemeinsam zu tun als wir es bisher getan haben. Wir leben immer noch zu getrennt: Wir können noch viel öfter zum gemeinsamen Gebet zusammenkommen und deutlich machen, dass Christus uns schon heute zusammenführt, auch wenn noch viele theologische Fragen offen sind. (rv 04.12.)

 

 

 

D: „Führe uns nicht in Versuchung“ ist präzise Übersetzung

 

Papst Franziskus hat die Übersetzung des Vaterunser in mehreren Sprachen bemängelt. Die Bitte "Und führe uns nicht in Versuchung", wie sie etwa imDeutschen und Italienischen lautet, sei "keine gute Übersetzung", sagte das katholische Kirchenoberhaupt in einemInterview, das der Sender TV2000 am Mittwochabend ausstrahlte. "Lass mich nicht in Versuchung geraten", träfe es besser, sagte Franziskus.

"Ich bin es, der fällt, aber es ist nicht er, der mich in Versuchung geraten lässt." Ein Vater mache so etwas nicht. "Ein Vater hilft, sofort wieder aufzustehen. Wer dich in Versuchung führt, ist Satan." In dem Gespräch sagte Franziskus, in Frankreich hätten die Bischöfe aus diesem Grund beschlossen, die offizielle Übersetzung des Vaterunser zu ändern. Die Bitte laute nun: "Lasst uns nicht in Versuchung geraten."

 

Nach Papst Franziskus Einlassung zur Vaterunser-Übersetzung kocht die Diskussion um den Passus „Und führe uns nicht in Versuchung“ wieder hoch: Wird Gott hier missverstanden? In Frankreich haben die Bischöfe beschlossen, diese Stelle in „Und lass uns nicht in Versuchung geraten“ zu übersetzen. Der Bibelforscher und Professor an der Ruhr Universität Bochum, Thomas Söding, sagt im Gespräch mit dem Kölner Domradio, dass die Diskussion eines aufzeige: das Gebet dürfe nicht einfach „heruntergeleiert werden“. „Die Übersetzung ist älter als nur 50 Jahre und es ist die richtige Übersetzung des griechischen Wortlauts, der für uns die älteste Traditionsgestalt ist – das heißt, wenn man daran etwas ändern will, muss man im Grunde an der gesamten Jesus-Tradition des Neuen Testaments etwas ändern“, so Söding. Die Übersetzung aus dem Griechischen sei „sehr genau im Deutschen“. Man könne leichte Varianten überlegen, aber „Führe uns nicht in Versuchung“ sei präzise. „Es ist auch der lateinischen Bibelübersetzung entsprechend, die an dieser Stelle ebenfalls sehr genau ist. Das heißt, sie ist provokativ, sie ist herausfordernd und genau deswegen reden wir darüber“, fügt Söding an.

Nun hatte Franziskus selber auf einen Beschluss der französischen Bischöfe verwiesen, die offizielle Übersetzung zu ändern. In französischen Gottesdiensten heißt es seit dem ersten Adventssonntag eben: „Lass uns nicht in Versuchung geraten.“ Söding:

„Das ist meines Erachtens keine Übersetzung, sondern eine Paraphrase. Man muss dazu sagen, dass es in den französischen Kirchen früher hieß: ,Unterwerfe uns nicht der Versuchung´ – und das wäre in der Tat ein brutales Gottesbild. Das war nötig, es zu verändern. Aber meines Erachtens hat man da des Guten zu viel getan und das Gottesbild ein wenig weichgezeichnet. Die Sache ist ja sehr ernst. Wenn ich an Gott eine Bitte richte, so wie Jesus mich zu beten gelehrt hat, dann versuche ich Gott nicht zu etwas zu bewegen, was er nicht von sich aus auch täte. So wie Jesus das in Gethsemane gebetet hat: Nicht mein Wille geschehe, sondern deiner. Das ist die Grundhaltung des Gebets. Das heißt, wenn gebetet wird ,Führe uns nicht in Versuchung´, ist nicht Gott als Monster gezeichnet, sondern es wird zum Ausdruck gebracht: Würdest du mich in Versuchung führen, ich würde nicht bestehen. Aber danke, dass du es nicht tust, und das bringe ich dir gegenüber zum Ausdruck.“ (domradio 08.12.)

 

 

 

50 Jahre Zeitschrift „Gottesdienst“

 

Bischof Ackermann: Liturgie braucht Besinnung auf Tradition ebenso wie wache Zeitgenossenschaft

 

„In bewusster und qualitätsvoller Weise Liturgie zu feiern, ist in der Kirche kein unveränderliches Naturgesetz“, betonte der Vorsitzende der Liturgiekommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier). „Immer wieder braucht es für eine gute Feier der Liturgie die Vergewisserung, die Erinnerung, die selbstkritische Rückfrage, die Besinnung auf die Tradition ebenso wie die wache Zeitgenossenschaft“, so Bischof Ackermann aus Anlass des 50-jährigen Bestehens der Zeitschrift „Gottesdienst“.

 

Seit 1967 erscheint die Zeitschrift „Gottesdienst“ im Verlag Herder in Zusammenarbeit mit den Liturgischen Instituten Deutschlands, Österreichs und der Schweiz. Zum Jubiläum wurde in die neu konzipierte Zeitschrift die Zeitschrift „praxis gottesdienst“ integriert. „Gottesdienst“ erscheint alle 14 Tage mit einer Auflage von 6.000 Exemplaren pro Ausgabe. Sie richtet sich an jene, die sich für die Feier des Gottesdienstes interessieren und engagieren und ist im deutschen Sprachraum eine maßgebliche Stimme in liturgischen Fragen.

 

Während eines Festaktes in Freiburg betonte Bischof Ackermann in seiner Ansprache außerdem: „Ich bin der festen Überzeugung, dass die Bedeutung der Zeitschrift ‚Gottesdienst? über die Jahrzehnte hin nicht abgenommen hat oder abnimmt, auch wenn zurzeit keine einschneidenden Konzilsbeschlüsse umzusetzen sind. Die aktuellen Herausforderungen durch die sich signifikant verändernde kirchliche Landschaft in unseren Ländern sind auch für das gottesdienstliche Leben höchst anspruchsvoll: Sie erfordern wache Reflexion und zugleich eine lebendige wie authentische Praxis gottesdienstlichen Feierns. Veröffentlichungen für die reine Fachcommunity der Liturgiewissenschaftler sind da zu wenig, genauso wie bloße liturgiepraktische Ideenbörsen.“

 

Der Leiter des Deutschen Liturgischen Instituts, Pfarrer Dr. Marius Linnenborn, erläuterte mit Blick auf die Zeitschrift: „Durch die erneuerte Zeitschrift ‚Gottesdienst? wird die gesamte Bandbreite unserer Leserschaft von der liturgischen Praxis bis zur Liturgiewissenschaft noch besser angesprochen: alle, die in Liturgiekreisen Gottesdienste gestalten und Wort-Gottes-Feiern leiten, wie auch diejenigen, die hauptamtlich in Pfarreien und Diözesen für die Liturgie Verantwortung tragen.“ Dbk 4

 

 

 

D: „Arbeit schaffen und gerecht entlohnen“

 

Mit einem feierlichen Gottesdienst hat das Lateinamerika-Hilfswerk Adveniat am Sonntag die bundesweite Advents- und Weihnachtsaktion der katholischen Kirche unter dem Motto „Faire Arbeit. Würde. Helfen.“ im Paderborner Dom eröffnet. „Durch das Motto wird klar, dass gute Arbeit helfen würde, die Not vieler Menschen gerade auch in Lateinamerika zu beseitigen“, sagte Erzbischof Hans-Josef Becker bei seiner Begrüßung.

Die Würde der Arbeitenden verlange menschenwürdige Arbeitsbedingungen und Arbeitsverhältnisse. „Dazu gehört es, Arbeit zu schaffen und diese gerecht zu entlohnen, mit einem Lohn, von dem der Arbeitende und seine Familie leben können“, betonte der Paderborner Erzbischof. Das gelinge in Lateinamerika oft nicht, „auch, weil unsere Handelsschranken, unser Verständnis von Wirtschaft und nicht zuletzt auch schlechte Bildungsmöglichkeiten die Armen hindern, ihre Fähigkeiten zu entfalten“.

Die Vorsitzende der Kolpingjugend im Erzbistum Paderborn, Lisa Metken, sagte im Gottesdienst: „Mit Sorge beobachten wir, dass auch in Deutschland viele Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer trotz eines Jobs kein menschenwürdiges Leben führen können.“ Unbezahlte Überstunden, Löhne, von denen man nicht leben kann, Gesundheitsschäden und fehlende gewerkschaftliche Organisierung gehörten für viele zum Alltag – hierzulande und weltweit. Nur wenn alle Menschen weltweit Zugang zu einer sozialen Grundsicherung und sozialen Dienstleistungen wie Bildung und Gesundheit haben, kann Arbeit laut Metken menschenwürdig sein.

Die traditionelle Weihnachtskollekte, die am 24. und 25. Dezember in allen katholischen Kirchen Deutschlands stattfindet, ist für Adveniat und die Hilfe für die Menschen in Lateinamerika und der Karibik bestimmt. Adveniat, das Lateinamerika-Hilfswerk der katholischen Kirche in Deutschland, steht für kirchliches Engagement an den Rändern der Gesellschaft und an der Seite der Armen. Dazu arbeitet Adveniat entschieden in Kirche und Gesellschaft in Deutschland. Getragen wird das Werk von Hunderttausenden Spenderinnen und Spendern. Adveniat finanziert sich zu 95 Prozent aus Spenden. (pm 03.12.)

 

 

 

 

Über den Wolken: Der Papst spricht über aktuelle Krisen

 

Rohingya, Atomwaffen, China – das waren nur einige der Themen, über die Papst Franziskus auf dem Rückflug von Bangladesch nach Rom am Samstagabend mit Journalisten gesprochen hat. Bei seiner „fliegenden Pressekonferenz“ über den Wolken verteidigte der Papst die Tatsache, dass er in Myanmar nicht öffentlich von „Rohingya“ gesprochen hat. Er erwähnte seinen Wunsch, China zu besuchen, und kündigte eine Reise nach Indien für das nächste Jahr an. Gegen zehn Uhr abends - eine Stunde eher als erwartet - ist das Flugzeug mit Franziskus an Bord wieder in Rom gelandet: Schlusspunkt einer knapp einwöchigen Südostasien-Reise.

Besitz von Atomwaffen irrational

Angesprochen auf die Nordkorea-Krise äußerte der Papst, eine Politik der nuklearen Abschreckung wie zu Zeiten des Kalten Krieges sei heute nicht mehr vertretbar. Schon den bloßen Besitz von Atomwaffen halte er für „irrational“.

„Atomwaffen zu haben und einzusetzen, ist heute an der Grenze des ethisch Erlaubten, davon bin ich überzeugt. Warum? Weil solche ausgeklügelten Atomarsenale heutzutage die Menschheit – oder zumindest einen großen Teil der Menschheit – zu vernichten drohen.“ Zwar sei das keine Frage des päpstlichen Lehramtes, aber dennoch eine Frage, die ein Papst stellen müsse: „Kann es denn heute wirklich legitim erscheinen, Atomarsenale beizubehalten? Oder ist es nicht vielmehr nötig, umzukehren, um die Schöpfung zu retten und um die Menschheit heute zu retten? Denken wir an Hiroshima und Nagasaki vor siebzig Jahren, und denken wir auch daran, was passiert, wenn es in einem Reaktor einen Atomunfall gibt… Wir sind an der Grenze des Erlaubten.“

Der Papst antwortete damit auf die Frage eines mitreisenden Journalisten, was sich seit den 80er Jahren in der Welt verändert habe. Papst Johannes Paul II. (1978-2005) habe noch 1982 in einem Brief an die UNO-Vollversammlung geschrieben, die Politik der nuklearen Abschreckung sei insofern „moralisch gerechtfertigt“, als sie damals einen Krieg verhindert habe und die beteiligten Partner daran arbeiteten, sie abzubauen. Bereits Mitte Oktober hatte Franziskus hingegen die Anwendung von und die Drohung mit Atomwaffen verurteilt – und darüber hinausgehend auch deren alleinigen Besitz. Das hatte, vor allem bei Katholiken in den USA, für Diskussionen gesorgt.

Tränen beim Treffen mit Rohingya

Sein zweites Besuchsland Bangladesch lobte der Papst bei der „fliegenden Pressekonferenz“ als ein „Vorbild für die Aufnahme“ von Flüchtlingen. Obwohl Bangladesch nicht groß sei, habe es doch für über 600.000 Rohingya-Flüchtlinge aus dem benachbarten Myanmar die Türen geöffnet. „Ich denke da an die Länder, die ihre Türen schließen. Da müssen wir dankbar sein für das Beispiel, das Bangladesch uns gegeben hat!“

Die Begegnung mit einigen Rohingya-Flüchtlingen am Freitagabend im Garten des Erzbischofs von Dhaka sei ein besonderer Moment gewesen, bei dem nur ein Teil geplant war, das meiste sich jedoch spontan ergab, erklärte der Papst. „Ich habe geweint. Ich versuchte es so hinzukriegen, dass man es nicht sah… Sie weinten auch. Ich habe mir gesagt: Ich kann die jetzt nicht wieder gehen lassen, ohne ihnen etwas zu sagen. Man wollte sie wieder vom Podium herunterschicken, ohne dass sie mit mir gesprochen hätten. Das habe ich nicht zugelassen… Und nachdem ich sie angehört habe, fühlte ich etwas in mir sich regen, und dann habe ich ihren Namen genannt.“ Franziskus hatte bei der Begegnung die Flüchtlinge spontan im Namen ihrer Verfolger, aber auch im Namen einer gleichgültigen Weltöffentlichkeit, um Vergebung gebeten. Dabei hatte er zum einzigen Mal auf der ganzen Reise ausdrücklich von „Rohingya“ gesprochen.

Der Papst machte deutlich, dass er gerne ein Flüchtlingslager von Rohingya besucht hätte: „Die Dinge wurden geprüft, und das war dann nicht möglich, aus verschiedenen Gründen, etwa aus Zeitgründen wegen der Distanz. Aber das Flüchtlingslager ist dann ja durch einige Vertreter zu mir gekommen…“

Nicht die Tür vor der Nase zuschlagen

Der Papst verteidigte ausdrücklich, dass er während seines Aufenthalts in Myanmar nie ausdrücklich von „Rohingya“ gesprochen hatte. „Schon auf dem Petersplatz habe ich sie durchaus beim Namen genannt… Aber hätte ich das in einer offiziellen Rede (in Myanmar) gesagt, hätte ich (den Burmesen) sozusagen die Tür vor der Nase zugeschlagen. Also habe ich die Lage beschrieben, habe vom Recht der Minderheiten gesprochen, um dann in den Privatgesprächen noch weiter zu gehen… Mir ist es am wichtigsten, dass die Botschaft angekommen ist. Sagen wir es so: Ich hatte nicht das Vergnügen, die Tür zuzuknallen, indem ich öffentlich etwas Anklagendes sagte – aber ich hatte die Genugtuung, einen Dialog aufzunehmen und auch die andere Seite zu hören. Und so ist die Botschaft angekommen.“

Diese Gesprächsdiplomatie hinter verschlossenen Türen nahm der Papst auch für seine Begegnung mit dem Armeechef in Anspruch, der nach allgemeiner Ansicht für die Vertreibung von Rohingya aus Myanmar verantwortlich ist. „Ich habe die Wahrheit nicht verhandelt… Ich habe so gesprochen, dass er verstanden hat, dass man heute die Dinge nicht mehr so machen darf, wie sie früher gemacht wurden… Es war ein gutes Treffen. Zivilisiert. Und auch bei dieser Gelegenheit ist die Botschaft angekommen.“

Nächstes Jahr eventuell eine Reise nach Indien

Franziskus ließ die mitreisenden Journalisten auch einmal in seine Karten sehen, was die nächsten Reisepläne betrifft. Er wolle 2018 gerne Indien besuchen – „wenn ich dann noch lebe“, scherzte er. Eine Reise nach China sei dagegen „nicht in Vorbereitung“, auch wenn ihm eine solche Reise „so sehr gefallen würde“. Auf die zähen Verhandlungen zwischen Peking und dem Vatikan über eine Aufnahme von diplomatischen Beziehungen angesprochen, versuchte sich der Papst an einem Hohenlied der Langsamkeit und Gründlichkeit: „Schritt für Schritt“ gelte es vorzugehen. (rv 03.12.)

 

 

 

Die Rührung der Rohingya über das Treffen mit Franziskus

 

Es war eine unerwartete Geste, mit der Papst Franziskus muslimische Rohingya zu Tränen gerührt hat: Am Rande des interreligiösen Friedenstreffens in Dhaka an diesem Sonntag bat er die Vertreter der Volksgruppe, die in ihrem Heimatland Myanmar schweren Repressalien ausgesetzt ist, „im Namen derer, die euch verfolgen, derer die euch weh getan haben, vor allem für die Gleichgültigkeit der Welt“ um Vergebung. Auch sie, so der Papst in seiner improvisierten Ansprache an die 16 Flüchtlinge, die nicht öffentlich übertragen wurde, seien ein „Abbild des lebendigen Gottes“. In Gesprächen nach der Begegnung zeigten sich die Rohingya äußerst bewegt über das Verständnis und Mitgefühl des Papstes.

Die Rührung der Flüchtlinge

Eine von ihnen war die zwölfjährige Sawkat Ara, die gegenüber Asianews von ihrem Gespräch mit dem Papst berichtete: „Ich habe Papst Franziskus gesagt, dass die birmanische Armee meinen Vater und meine Mutter sowie meine fünf Geschwister umgebracht hat. Jetzt bin ich allein. Der Papst hat mir die Hände auf den Kopf gelegt, er hat mir Mitgefühl gezeigt.“ Auch Mohmmon Nurulla, der den Koran auswenig kennt, zeigte sich beeindruckt durch die Begegnung mit dem Papst. Er habe ihm von den Verfolgungen seiner Volksgruppe erzählt, und ihn darum gebeten, bei der Friedensstiftung in myanmar zu helfen. „Er hat mir geantwortet, dass er zu Gott darum beten wird“, erzählt der Flüchtling, der davon überzeugt ist, dass der Papst etwas ausrichten kann, anschließend im Gespräch mit Asianews. „Er ist ein Mann des Friedens. Ich hoffe, dass Allah seine Gebete erhören wird“, so die Hoffnung des Mannes, der beim anschließenden Gebet von seiner Rührung überwältigt wurde.

„Verschließen wir nicht die Herzen“

Shayda Khaton berichtet, dass ihr Mann durch die Armee in Myanmar getötet worden sei: „Ich habe mit meinen vier Kindern keine Hoffnung. Ich habe während unserer Flucht aus Myanmar Blätter von Bäumen gegessen. Wir werden die Leiden niemals vergessen.”

Während des Treffens mit den Flüchtlingen hatte der Papst seit Beginn seiner Asienreise erstmals das Wort „Rohingya“ in den Mund genommen, auch wenn die Situation der verfolgten Volksgruppe mehr oder weniger unterschwellig stets im Fokus lag. „Liebe Brüder und Schwestern, zeigen wir der Welt, was der Egoismus der Welt mit dem Abbild Gottes macht,“ sagte Franziskus bei dieser Gelegenheit. „Machen wir weiter damit, ihnen Gutes zu tun, ihnen zu helfen; machen wir weiter damit, uns dafür einzusetzen, dass ihre Rechte anerkannt werden. Verschließen wir nicht die Herzen, schauen wir nicht auf die andere Seite. Die Gegenwart Gottes, heute, nennt sich auch ,Rohingya´. Jeder von uns ist aufgerufen, seine Antwort darauf zu geben.”

Die Regierung von Bangladesch hatte in Zusammenarbeit mit der Caritas, die die Flüchtlinge betreut, die Begegnung am Rande des Friedenstreffens organisiert. 

(asianews 02.12.)

 

 

 

Papst in Bangladesch: Die Kultur des Konfliktes verwandeln

 

Papst Franziskus hat Bangladeschs Kirche zur Friedensarbeit gemeinsam mit anderen Religionen ermutigt. Die Bischöfe sollten unablässig das Gespräch und den Kontakt mit anderen Religionsgemeinschaft suchen und mittels Bildungsarbeit zur interreligiösen Verständigung beitragen, sagte der Papst in einer Rede am Sitz des Erzbischofs von Dhaka. „Bemüht euch unablässig, Brücken zu bauen und den Dialog zu fördern. Das erleichtert nicht nur die Verständigung zwischen verschiedenen religiösen Gruppen, sondern weckt auch neu die geistlichen Kräfte, die für die Aufbauarbeit des Landes in Einheit, Gerechtigkeit und Frieden nötig sind.“

Die Religionsvertreter in dem muslimischen Land müssten Extremismus, Terror und der „brandstiftenden Logik des Bösen“ gemeinsam eine Absage erteilen, so Papst Franziskus: „Wenn die religiösen Oberhäupter sich öffentlich mit einer einzigen Stimme gegen Gewalt unter dem Deckmantel der Religion aussprechen und danach trachten, die Kultur des Konfliktes durch die Kultur der Begegnung zu ersetzen, schöpfen sie dabei aus den tiefsten geistlichen Wurzeln ihrer verschiedenen Traditionen. Sie leisten weiterhin einen unschätzbaren Dienst für die Zukunft ihrer Länder und der Welt, indem sie die jungen Menschen den Weg der Gerechtigkeit lehren.“

„Wie viel mehr noch getan werden muss!“

In seiner Rede wich Franziskus immer wieder vom vorbereiteten Redemanuskript ab, um auf bestimmten Punkten zu insistieren. Die Verantwortlichen der vatikanischen Pressearbeit kamen mit dem Transkribieren kaum nach; bis eine offizielle deutsche Fassung der gesamten Rede veröffentlicht werden kann, dürften einige Tage vergehen.

Ausdrücklich lobte der Papst den Einsatz der Ortskirche für die Armen, vor allem in abgelegenen Gebieten und den Stammesgemeinschaften. Positiv hob er zunächst die katholischen Schulen, Gesundheitszentren und anderen karitativen Dienste der Kirche hervor, um dann zum aktuellen Flüchtlingsdrama zu kommen:

„Und doch sehen wir, gerade im Licht der gegenwärtigen Flüchtlingskrise, wie viel mehr noch getan werden muss! Der Ansporn für eure Nothilfe muss immer seelsorgliche Liebe sein, welche die menschlichen Wunden schnell erkennt und großzügig auf jeden Einzelnen persönlich eingeht. Im Bemühen, eine ,Kultur der Barmherzigkeit‘ (vgl. Misericordia et Misera, 20) zu schaffen, zeigen eure Ortskirchen ihre Option für die Armen auf, stärken ihre Verkündigung der unendlichen Barmherzigkeit des Vaters und tragen in nicht geringem Maß zur ganzheitlichen Entwicklung ihrer Heimat bei.“

Franziskus sprach von einer „Flüchtlingskrise“; das Wort Rohingya verwendete er weiter nicht. Am Vortag hatte er Bangladesch für die Aufnahme der Flüchtlinge gedankt und die internationale Gemeinschaft zugleich zu entschiedenen Hilfsmaßnahmen und politischen Lösungen aufgerufen. Rund 620.000 muslimische Rohingya leben in Bangladeschs Grenzregion derzeit in riesigen überfüllten Lagern, was für Spannungen zwischen beiden Ländern sorgt. Der Papst überflog bei seiner Asienreise buchstäblich diese Konfliktlinie, als er am Donnerstag von Rangun nach Dhaka reiste. 

Würdigende Worte fand der Papst in seiner Rede an die Bischöfe für die kirchliche Unterstützung von Familien und die Förderung von Frauen in Bangladesch. Dies entspreche dem Familiensinn, der Gastfreundschaft und der Sorge um Alte, Kranke und Wehrlose, die für die Bevölkerung des Landes charakteristisch seien. Die Familie sei „nicht lediglich Objekt kirchlicher Seelsorge, sondern auch einer der wirksamsten Träger der Evangelisierung“ zitierte der Papst aus dem Apostolischen Schreiben „Ecclesia in Asia“ (46) von Papst Johannes Paul II., der 1986 in Dhaka Station machte.

Potential der Laien besser ausschöpfen

Bangladeschs Kirche sei mit Priester- und Ordensberufungen „gesegnet“, formulierte der Papst, der zu einer guten Ausbildung des geistlichen Nachwuchses aufrief. Die Ortskirchen des Landes zeichneten sich durch „missionarischen Einsatz“ und „kollegialen Geist“ aus, der sich im Miteinander der Bischöfe und Priester mit den verschiedenen Gemeinschaften niederschlage. Franziskus ermutigte in diesem Kontext seine Zuhörer, diese Kontakte weiter zu pflegen und weiter auszubauen, etwa in Richtung der Ordensgemeinschaften und der Laien.

Vor allem den Laien müsse mehr Spielraum im Leben der Ortskirche eingeräumt werden, forderte der Papst – „auch durch kanonische Strukturen, die vorsehen, dass ihre Stimme gehört und ihre Erfahrungen gewürdigt werden. Erkennt die Charismen der Laien, Männer und Frauen, und bringt sie zur Geltung. Ermutigt sie, ihre Gaben in den Dienst der Kirche und der gesamten Gesellschaft zu stellen.“ In Bangladesch gebe es „zahlreiche eifrige Katecheten“, die wesentlich zum Glaubenswachstum und zur Ausbildung der jungen Leute beitrügen: „Sie sind wahre Missionare und Gebetsvorsteher, vor allem in den am weitesten abgelegenen Gebieten. Achtet auf ihre geistlichen Bedürfnisse und auf ihre ständige Glaubensbildung“, appellierte Franziskus an die Bischöfe.

Kardinal D’Rozario: „Unsere Brüder und Schwestern Rohingya“

Der Vorsitzende von Bangladeschs Bischofskonferenz, Kardinal Patrick D'Rozario, betonte in seinem Grußwort die Zusammenarbeit mit Vertretern anderer Religionen. Franziskus hatte den Bangladeschi vor einem Jahr zum ersten Kardinal des Landes erhoben. Als Herausforderungen - auch für die Kirche Bangladeschs - nannte D'Rozario den Klimawandel sowie die Flüchtlingsproblematik, „unter ihnen auch unsere Brüder und Schwestern Rohingya“ sowie „Inkulturation und Evangelisierung“. Rosario kritisierte Rachefeldzüge der Mächtigen, religiösen Formalismus sowie Gewalt gegenüber Minderheiten.

Vor seiner Rede segnete Franziskus im Hof des erzbischöflichen Palais die Gedenktafeln zu den vorhergehenden Papstbesuchen: Paul VI. war 1970 da, als Bangladesch noch zu Pakistan gehörte, Johannes Paul II. im Jahr 1986. (rv 01.12.)

 

 

 

Weihnachten – Ein christliches Fest?

 

Lebkuchen im September, Weihnachtsmärkte, die nach dem 25ten Dezember noch immer stehen, Tannenbäume und die Rede von dem Familienfest. Weihnachten ist schon lange essenzieller Bestandteil unserer Gesellschaft. Für den christlichen Charakter des Fests interessieren sich jedoch die Wenigsten. Vielmehr scheint es um behagliche Stimmung, Familie, Geschenke und gutes Essen zu gehen.

Was aber sind die Ursprünge des Weihnachtsfests?

Inwiefern ist Weihnachten heutzutage ein gesellschaftliches Phänomen?

Wem „gehört“ Weihnachten?

Und was ist der Sinn des Weihnachtsfests?

Geschichte des Weihnachtsfests

Dass die Geburt Jesu höchstwahrscheinlich nicht am 25ten Dezember stattgefunden hat, steht heute fest.

Vermutlich haben sich die Christen bei dem Datum an einem schon bekannten heidnischen Feiertag orientiert. Der 25. Dezember galt schon lange als der Geburtstag der Gottheit der unbesiegbaren Sonne (Sol invictus). In den dunkelsten Tagen des Jahres zündeten die Menschen Lichter an, um ihrem Sonnengott zu gedenken, der ihnen das Licht schenkte. Auch Jesus vergleicht sich öfters mit dem „Licht, das in die Welt gekommen ist“ (Joh 12,46) und die Finsternis vertreiben wird. Die Parallelen sind offensichtlich. Höchstwahrscheinlich haben die Christen also die Metaphorik des schon bekannten heidnischen Festtags aufgenommen und sie mit ihrem eigenem „Sonnengott“ neu gefüllt. Ein unbekannter christlicher Autor der Spätantike schreibt zu dem Thema folgendes: „Die Heiden pflegen nämlich am 25. Dezember das Fest des Geburtstages der Sonne zu feiern und zu ihren Ehren Lichter zu entzünden. Zu diesen Riten luden sie oft auch Christen ein. Da nun die Lehrer der Kirche sahen, dass sich viele Christen zur Teilnahme an diesen Festen verleiten ließen, beschlossen sie, fortan am selben Tag das Fest der wahren Geburt zu begehen.“

Weihnachten als gesellschaftliches Phänomen

Weihnachten ist aus der westlichen Gesellschaft nicht mehr wegzudenken. Kein Fest wird in einer ähnlichen Weise zelebriert und vermarktet. Man denke nur an die unzähligen Weihnachtsmärkte, Dekorationen und Sonderangebote in den Geschäften. Überall wird versucht, die Menschen in eine weihnachtliche Stimmung zu bringen. Was dabei außen vor bleibt ist der ursprünglich christliche Charakter des Fests. Auf den meisten Weihnachtsmärkten dominieren Tannenbäume, Weihnachtsmänner und Glühweinstände die vereinzelt vorkommenden Krippendarstellungen. Ein Fest der Liebe, das als Familienfest für gemeinsames Beisammensein, gutes Essen und Geschenke steht, lässt sich besser vermarkten als die Feier der Geburt eines Religionsstifters. Die Gesellschaft hat quasi, ähnlich wie die Christen des vierten Jahrhunderts, den Termin des Weihnachtsfests übernommen, ihn mit neuen Bedeutungen gefüllt und immer weiter ausgebaut. Fast scheint es, als gebe es zwei parallel nebeneinander verlaufende Weihnachtsfeste. Das Christliche sowie das Gesellschaftliche. Ein Freund sagte mir einmal dazu: „Nur für euch Christen fängt Weihnachten erst am 25ten Dezember an“.

Wem „gehört“ Weihnachten

„Euch Christen gehört Weihnachten nicht allein“, warf mir ein anderer Freund vor einigen Jahren in einer Diskussion vor. Hatte er recht? Natürlich gehört Weihnachten als Fest niemanden und kann von jedem beliebigen Menschen nach seinen Wünschen gefeiert werden, aber der christliche Charakter sollte hierbei nicht verloren gehen. In einer Zeit, in der das Christentum immer weiter auf das Abstellgleis geschoben wird, sollten wir gerade an einem Fest wie Weihnachten, das im Gegensatz zu Ostern und anderen kirchlichen Festen noch immer von einem Großteil der Gesellschaft gefeiert wird, darauf achten, das christliche Erbe nicht vollständig aufzugeben. Bei einem Feiertag, der vielen Menschen etwas bedeutet, haben wir die Chance die Menschen zu erreichen, und auf den christlichen Charakter hinzuweisen.

Übertreiben sollten wir es jedoch nicht. Auch die Meinung derjenigen, die Weihnachten als reines Familienfest sehen, sollte respektiert werden.

Der Sinn des Weihnachtsfests?

Den Sinn des Weihnachtsfests benennen zu wollen, ist eine utopische Vorstellung. Zu individuell sind die Menschen, um sich auf einen einzelnen Sinn zu beschränken.

Für einige Menschen besteht er darin, mit der Familie beisammen zu sein, andere wollen die Geburt Jesu feiern und wieder andere wollen einfach nur ihre freien Tage genießen. Im Lukasevangelium ist von der „großen Freude“ die Rede, die die Geburt Jesu mit sich bringt. Wenn wir diese Freude zum Maßstab nehmen und sagen, dass das Weihnachtsfest dann einen Sinn hat, wenn wir Menschen, wie auch immer wir das Fest feiern, fröhlich sein können, dann haben wir sehr viel erreicht. Lukas Ansorge, Katk.de  1

 

 

 

Papst lobt Bangladesch für Aufnahme von Rohingya

 

Papst Franziskus hat Bangladesch großes Lob für die Aufnahme von Rohingya-Flüchtlingen gezollt. Die Lage sei „ernst“, Bangladesch brauche „sofortige materielle Unterstützung“ aus dem Ausland, damit es den Menschen wirklich helfen könne, sagte der Papst bei seiner ersten Ansprache auf dem Boden des muslimischen Landes. Das Wort „Rohingya“ vermied Franziskus wie bereits in Myanmar, dem Herkunftsland der Flüchtlinge, das die Angehörigen der muslimischen Minderheit mit Gewalt über die Grenze nach Bangladesch gedrängt hatte.

Großzügigkeit und Solidarität seien „zwei charakteristische Merkmale für die Gesellschaft Bangladeschs“, sagte der Papst am Donnerstag vor rund 400 Politikern, Religionsführern, Vertretern des öffentlichen Lebens und Diplomaten in Dhaka. Diese Haltung habe sich besonders im Umgang mit den „großen Strömen von Flüchtlingen“ gezeigt, Bangladesch habe den Menschen „vorläufige Unterkunft gegeben und sie mit den lebensnotwendigsten Dingen versorgt. Dieses Ergebnis wurde mit nicht geringem Opfer erreicht und vor den Augen der ganzen Welt vollbracht.“

Eindringlich verwies der Papst an dieser Stelle auf die ernste Lage der Zehntausenden, „hauptsächlich Frauen und Kinder, die sich in den Flüchtlingslagern drängen“. Die internationale Gemeinschaft rief er dazu auf, das wirtschaftlich arme Bangladesch in dieser Lage materiell nicht allein zu lassen. Es brauche „entscheidende Maßnahmen“ durch die Staatengemeinschaft, mahnte der Papst. Überdies müsse daran gearbeitet werden, „die politischen Fragen zu lösen, die zur Verschiebung von Menschenmassen geführt haben“.

In Bangladesch flammte in den vergangenen Jahren gelegentlich Gewalt gegen Katholiken auf: Häuser von Katholiken wurden in Brand gesteckt, ein Extremist attackierte einen Priester während der Messe mit dem Messer. Dennoch gilt das Zusammenleben der Religionen in dem 160-Millionen-Einwohnerland im Großen und Ganzen als gut, was der Papst ausdrücklich würdigte. „Bangladesch ist bekannt für die traditionelle Eintracht zwischen den Angehörigen verschiedener Religionen“, sagte Franziskus. „Dieses Klima gegenseitigen Respekts und eines zunehmenden interreligiösen Dialogs erlaubt es den Gläubigen, ihre tiefsten Überzeugungen über die Bedeutung und das Ziel des Lebens frei zu äußern.“

Franziskus präsentierte einen solchen Grad von Religionsfreiheit im drittgrößten muslimischen Land der Welt als Modell für andere Länder und Gesellschaften. „In einer Welt, in der die Religion oft – es ist skandalös – missbraucht wird, um Spaltung zu schüren, ist ein solches Zeugnis für ihre Versöhnung und Einheit stiftende Kraft mehr denn je notwendig.“ Und Franziskus verwies auf die geschlossene Reaktion von Religionsführern in Bangladesch, als letztes Jahr bei einem islamistischen Attentat in Dhaka Dutzende Menschen starben: Die religiösen Würdenträger sandten „die klare Botschaft, dass der heiligste Name Gottes niemals angerufen werden kann, um Hass und Gewalt gegen andere Menschen, unsere Mitmenschen zu rechtfertigen“.

Einseitige Sichtweisen überwinden

Im ersten Teil seiner Rede an die Politiker und die Diplomaten in Bangladesch hatte der Papst an die Gründungsvision des jungen Landes erinnert, das 1971 durch Teilung von Pakistan entstanden war. Der erste Präsident, Scheich Mujibur Rahman, habe eine moderne, pluralistische und inklusive Gesellschaft vor Augen gehabt, „in der jeder Mensch und jede Gemeinschaft in Freiheit, Frieden und Sicherheit leben kann und in der die angeborene Würde und die Gleichheit der Rechte aller respektiert werden“. Das Wohl und die Zukunft dieser jungen Demokratie hingen nach wie vor von diesen Zielen ab, so der Papst, und er mahnte Bangladesch zu Einheit und zum Engagement für Arme.

„In der Tat kann ein Volk nur durch den ehrlichen Dialog und die Achtung der legitimen Verschiedenheit die Spaltungen versöhnen, einseitige Sichtweisen überwinden und die Gültigkeit abweichender Standpunkte anerkennen. Da der echte Dialog in die Zukunft blickt, baut er die Einheit im Dienst am Gemeinwohl auf und achtet auf die Bedürfnisse aller Bürger, besonders der Armen, der Benachteiligten und derer ohne Stimme.“

Die Katholiken – sie machen nur 2,5 Promille der Bevölkerung Bangladeschs aus – versuchten, bei der Entwicklung des Landes zu helfen, sagte der Papst und verwies auf Schulen und Krankenhäuser in kirchlicher Trägerschaft. Die katholische Kirche betreibt in Bangladesch mehr als 50 Schulen und vier Universitäten, die sämtlich zu den besten Bildungseinrichtungen des Landes zählen. Was sie alle auszeichnet, ist, dass an ihnen, wie der Papst sagte, ein Großteil der Kinder und Studierenden keine Christen sind. „Ich bin gewiss, dass die katholische Gemeinde im Einklang mit dem Wortlaut und dem Geist der nationalen Verfassung weiter die Freiheit genießen wird, diese guten Werke als Ausdruck ihres Einsatzes für das Gemeinwohl fortzuführen“, so Franziskus.

Vor der Begegnung mit den Politikern und Diplomaten im Präsidentenpalast von Dhaka hatte Präsident Abdul Hamid mit Papst Franziskus unter vier Augen gesprochen. Hamid hatte den Gast aus Rom bereits am Flughafen in Empfang genommen. (rv 30.11.)

 

 

 

Kardinal Marx: „Integration bedeutet umfassende gesellschaftliche Teilhabe“

 

Kardinal Marx spricht auf Konferenz zu Integrationsfragen bei den Vereinten Nationen in Genf

 

Anlässlich eines Fachgesprächs zu Fragen von Migration und Integration hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, heute in Genf für einen Integrationsbegriff geworben, der auf umfassende gesellschaftliche Teilhabe setzt. „Wir sind aufgerufen, die Entwicklung jeder Person zu fördern – unabhängig von ihrem jeweiligen Status.“ Zu diesem Zweck sei ein Perspektivwechsel notwendig: „Migranten, Asylbewerber und Flüchtlinge sollten nicht als passive Bittsteller betrachtet werden, sondern als Menschen, die einen Neubeginn wagen“, so Kardinal Marx. Dabei seien Sprache, Bildung und Arbeit Schlüssel zu gelingender Integration.

 

Das Fachgespräch fand im Palais des Nations als Begleitveranstaltung zur 108. Ratssitzung der Internationalen Organisation für Migration (IOM) statt, die unter dem Leitwort  „Gegenseitige Beiträge und Bereicherungen: Migranten in Aufnahmegesellschaften integrieren“ stand. Organisiert wurde das Fachgespräch vom Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, der Vertretung des Souveränen Malteserordens, der Internationalen Katholischen Migrationskommission (ICMC), Caritas Internationalis und der Stiftung Caritas in Veritate.

 

Als wesentliche Voraussetzung gelingender Integration hob Kardinal Marx die gemeinsame Verantwortung hervor: „Sowohl unter Einheimischen als auch unter Zuwanderern muss sich eine gemeinsame Verantwortung für das Gemeinwohl entwickeln.“ Gefordert sei ein Gemeinschaftssinn, der auf „gegenseitiger Anerkennung und gegenseitiger Wertschätzung“ beruhe. Auf beiden Seiten bedürfe es „einer Bereitschaft, sich auf bislang unbekannte Sichtweisen, Erfahrungen und Gewohnheiten einzulassen“.

 

Kardinal Marx erinnerte auch an den Beitrag der Kirche zu Fragen der Integration. Gerade die Katholische Soziallehre mache empfindsam für eine weitgefasste anthropologische Dimension des Menschen: „Wenn wir wirklich die Würde eines jeden Menschen anerkennen, können wir sie nicht zu einem Leben in Untätigkeit zwingen oder ohne ihre Familien zu leben.“ Deshalb sei es notwendig, jene Hürden abzubauen, die unter Zuwanderern für Gefühle der Frustration und Aussichtslosigkeit führten. Unter ethischen Gesichtspunkten sei es geboten, jedem Menschen die Möglichkeit zu geben, seine Fähigkeiten zu entfalten. Papst Franziskus ermutige zu einer Haltung der Offenheit, „die, anstatt die Zerstörung der eigenen Identität zu befürchten, fähig ist, neue kulturelle Synthesen zu schaffen“ (EG, 210). Diesem Leitbild wisse sich auch die Kirche in Deutschland verpflichtet. Eine „Sprache des Ausschlusses“ hingegen sei eine Gefahr für die gemeinsame Zukunft unserer Gesellschaft.

 

Kardinal Marx würdigte die Bemühungen der Vereinten Nationen, bis Ende 2018 zwei Globale Pakte zu Migration und Flucht zu verabschieden. Von den internationalen Beratungs- und Aushandlungsprozessen könnten nicht zuletzt auch für das Thema Integration wichtige Impulse ausgehen. Er versicherte, dass der katholischen Kirche die internationale Kooperation ein Anliegen sei: „Als Katholiken gehören wir einer Kirche aller Sprachen und Völker an. Wir sind überzeugt, dass die Definition des Gemeinwohls einer Gesellschaft niemals vom Gemeinwohl der gesamten Menschheitsfamilie getrennt werden darf. Um dieses Ziel – gerade auch in schwierigen Zeiten – voranzubringen, sind internationaler Austausch und internationale Zusammenarbeit nötiger denn je.“ Dbk 30

 

 

 

Vatikansprecher: Auch der Papst muss Kompromisse machen

 

Auch Papst Franziskus muss politische Kompromisse eingehen. Deshalb habe er während seines Besuches in Myanmar auf Anraten der Ortskirche das Wort „Rohingya“ nicht verwendet. Das erläuterte Vatikansprecher Greg Burke an diesem Mittwochabend in Rangun vor Journalisten. Hauptanliegen der Papstreise in das südostasiatische Land seien die Stärkung der jungen diplomatischen Beziehungen untereinander sowie der christlichen Minderheit gewesen, erklärte Burke. Daher sei bei der Planung des Aufenthaltes auch kein Besuch in einem Flüchtlingslager vorgesehen gewesen.

„Diplomatische Reisen sind etwas anderes als etwa die nach Lesbos“, so Burke. Den von vielen westlichen Medien immer wieder erwarteten Begriff „Rohingya“ habe der Papst auf Anraten der örtlichen Kirche nicht verwendet, erläuterte der Sprecher. Natürlich könne man - wie etwa Amnesty International - diese Entscheidung kritisieren, so Burke. „Vatikanische Diplomatie ist nicht unfehlbar“, so der Sprecher. Die moralische Autorität des Papstes aber bleibe bestehen.

 

Das Problem im Bundesstaat Rakhine und um die Rohingya sei schlimm, aber auch komplex. Anders als manche meinten, sei der Papst nicht allmächtig und müsse diplomatisch auch Kompromisse machen, sagte der Papstsprecher. Das mindere aber nichts von dem, was Franziskus früher schon gesagt habe und auch künftig sagen werde. Nach dem Gewaltausbruch gegen die Rohingya in Rakhine Ende August hatte der Papst um internationale Hilfe unter anderem für „unsere Brüder und Schwestern, die Rohingya“ gebeten.

 

Der Heilige Stuhl und Myanmar hatten im Mai die Aufnahme offizieller diplomatischer Beziehungen vereinbart. Im August ernannte Papst Franziskus den südkoreanischen Erzbischof Paul Tschang In-Nam zum ersten Vatikanbotschafter für Myanmar. (kna 29.11.)

 

 

 

Papst an Myanmars Kirche: Stimme der Gerechtigkeit sein

 

Papst Franziskus hat Myanmars Kirche dazu aufgerufen, ihren Beitrag zum Aufbau der nationalen Einheit zu leisten und Stimme der Gerechtigkeit zu sein. Am Sitz des Erzbischofs von Rangun sprach Franziskus am Mittwoch vor den katholischen Bischöfen des Landes. Es war die Botschaft eines lateinamerikanischen Jesuiten: Heilung, Begleitung und Prophetie lautet der dreifache Auftrag des Papstes an Myanmars Ortskirche, auch sprach er von Inkulturation, missionarischer Jüngerschaft und dem großen Potential der Jugend für das asiatische Land. Seine vorbereitete Rede ergänzte er mehrfach in freier Rede.

Heilen und vereinen

Mit Blick auf die Spannungen und Konfliktherde in Myanmar rief der Papst die Ortskirche dazu auf, in dem multiethnischen Land zu Versöhnung und Verständigung beizutragen. Gerade im Kontext des aktuellen Bemühens, „die tiefverwurzelten Spaltungen zu überwinden und die nationale Einheit aufzubauen“, könne die Botschaft des Evangeliums zum Fortschritt des Landes beitragen:

„Eure Herden tragen die Spuren dieses Konflikts an sich und haben mutige Zeugen des Glaubens und der antiken Überlieferungen hervorgebracht. Für euch darf demnach die Verkündigung des Evangeliums nicht nur eine Quelle des Trostes und der Kraft sein, sondern auch ein Ruf, die Einheit, die Liebe und die Heilung im Leben des Volkes zu fördern.“

Die Kirche sei ein „Feldlazarett“, griff Franziskus ein von ihm selbst geprägtes Bild auf; sie habe die Aufgabe, die Wunden und Seelen zu heilen. Wie bereits bei seiner Begegnung mit Religionsvertretern des Landes vom Montag erinnerte Franziskus daran, dass Unterschiede eine Bereicherung darstellten und „Quelle gegenseitigen Wachstums“ sein könnten.

Lob für Armenfürsorge und Flüchtlingshilfe

Lobende Worte fand der Papst für den Einsatz der Ortskirche für Bedürftige und Vertriebene – Myanmars Caritas hatte zuletzt etwa den vertriebenen Rohingya Hilfen zukommen lassen: „Die katholische Gemeinschaft in Myanmar kann auf ihr prophetisches Zeugnis der Liebe zu Gott und zum Nächsten stolz sein, das im Einsatz für die Armen zum Ausdruck kommt, für diejenigen, die ihrer Rechte beraubt sind, und in der heutigen Zeit vor allem für die vielen Flüchtlinge, die sozusagen verwundet an den Rändern der Straße liegen.“

Der Papst dankte hier insbesondere jenen „guten Samaritern“, die sich ungeachtet von Religion und ethnischer Herkunft für andere einsetzten. Auch den interreligiösen und ökumenischen Dialog hob Franziskus als Auftrag hervor. Er bete dafür, dass diese Bemühungen zu Dialog, Frieden und Versöhnung im Land beitragen könnten, so der Papst. Die Entschlossenheit, in Frieden zu leben und Hass und Gewalt eine Absage zu erteilen, hätten die Religionsvertreter Myanmars durch die Konferenz des interreligiösen Friedens im vergangenen Frühjahr in Rangun unter Beweis gestellt.

Bischöfe sollen Priestern Väter sein

Zweites Schlüsselwort des Papstes: Begleitung. Ein guter Hirte sei beständig für seine Herde da und müsse „den Geruch seiner Schafe annehmen“. Hier erinnerte der Papst die Bischöfe an ihre Sorge um die Jugend und den wachsenden geistlichen Nachwuchs, „eine der großen Segnungen der Kirche in Myanmar“: „Seid euren Priestern nahe, vergesst nicht, dass die Nächsten der Bischöfe die Priester sind. Sie sollen fühlen, im Bischof einen Vater zu haben“, formulierte er. Mit Blick auf die 2018 im Vatikan stattfindende Jugendsynode appellierte er: „Bitte bezieht sie im Geist der Synode mit ein und unterstützt sie auf dem Weg des Glaubens, weil sie gerufen sind, durch ihren Idealismus und ihre Begeisterung freudige Verkünder des Evangeliums zu sein, die ihre Altersgenossen überzeugen können.“

Die Kirche müsse sich um die Weitergabe „gesunder moralischer Prinzipien“ an die Jugend bemühen, damit diese in einer schnell sich verändernden Welt bestehen könnten, einer Welt, die durch „ideologische Kolonialisierungen“ charakterisiert sei, wie Franziskus formulierte. 

Nah am Volk: „Weise Inkulturation“

Papst Franziskus lobte die Glaubensstärke von Myanmars Kirche, die sich traditionell aus den ethnischen Minderheiten speist und trotz Jahrzehnten der Militärdiktatur nie ihre innere Strahlkraft verloren hat. Daran solle man heute anknüpfen: „Auf diesen stabilen Fundamenten und in Gemeinschaft mit den Priestern und Ordensleuten mögt ihr weiter die Laien mit dem Geist einer echten missionarischen Jüngerschaft durchdringen und nach einer weisen Inkulturation der Botschaft des Evangeliums im Alltag und den Traditionen eurer örtlichen Gemeinschaften suchen.“

Diesen Gemeinschaften sollten die Bischöfe regelmäßig Besuche abstatten. Sie sollten sich aufmerksam vor allem um die Katecheten kümmern, die die „Grundpfeiler der Evangelisierung“ in jeder Gemeinde seien: „Die Vertiefung ihrer Ausbildung muss für euch eine Priorität bleiben“.

Stimme der Gerechtigkeit sein

Weiter rief der Papst Myanmars Kirche dazu auf, stets ihre Stimme zu erheben, wenn es um die Verteidigung der Menschenrechte und der menschlichen Würde gehe. Dies war der dritte Auftrag, den er für die Bischöfe formulierte - „Prophetie“:

„Die Kirche in Myanmar bezeugt durch ihre erzieherischen und karitativen Werke, ihre Verteidigung der Menschenrechte und ihre Unterstützung der demokratischen Prinzipien täglich das Evangelium. Mögt ihr die katholische Gemeinschaft befähigen, weiterhin eine konstruktive Rolle im Leben der Gesellschaft einzunehmen, indem ihr eurer Stimme in den Fragen von nationalem Interesse Gehör verschafft und insbesondere auf die Achtung der Würde und der Rechte aller besteht, vor allem der Ärmsten und am meisten Verwundbaren.“

Insbesondere im Bereich des Umweltschutzes und des „richtigen Gebrauchs der reichen natürlichen Ressourcen“ Myanmars „zugunsten der künftigen Generationen“ könne die Kirche positiv Einfluss nehmen, merkte Franziskus weiter an. Der entsprechende Pastoralplan sei hier recht vielversprechend.

(rv 29.11.)

 

 

 

Erzbischof Schick: „Der interreligiöse Dialog ist eine Notwendigkeit“

 

Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Arbeitshilfe zur Situation der Christen in Nigeria

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat heute (29. November 2017) in Berlin eine Arbeitshilfe zur Situation der Christen in Nigeria vorgestellt. Die Veröffentlichung ist Teil der Initiative „Solidarität mit verfolgten und bedrängten Christen in unserer Zeit“.

Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, erklärte: „Während meines Besuchs im April habe ich die verheerenden Auswirkungen islamistischer Gewalt gesehen. Im Norden Nigerias leiden alle Menschen darunter, ganz besonders die Christen.“ Regelmäßig kommt es in der Region zu Attentaten, Entführungen und brutaler Gewalt durch die islamistische Gruppe Boko Haram, deren Terror seit 2009 rund 20.000 Menschen zum Opfer gefallen sind. Zusätzlich konkurrieren muslimische Nomaden mit mehrheitlich christlichen Bauern um das knapper werdende fruchtbare Land. Immer wieder werden ganze Dörfer durch die Gewalt ausgelöscht.

Im Pressegespräch betonte Erzbischof Schick die Vielschichtigkeit der Konflikte im Norden Nigerias: „Natürlich spielt die religiöse Zugehörigkeit in den Auseinandersetzungen eine Rolle, da Religion ein wesentlicher Teil menschlicher Identität ist. Sie kann die Perspektive der Menschen weiten und Solidarität über die eigene Gruppe hinaus begründen. Nicht selten dient sie aber auch dazu, vorhandene Konflikte aufzuladen. Man wird sicher sagen können, dass die ungerechte Macht- und Ressourcenverteilung ein Kernproblem in Nigeria ist. Die so zustande kommenden Streitigkeiten werden von manchen – besonders von extremistischen muslimischen Kreisen – in einem religiösen Zusammenhang interpretiert. Das ist brandgefährlich.“  

Erzbischof Schick wies auf die Notwendigkeit hin, die ökonomische und politische Benachteiligung einzelner Gruppen zu beenden, die grassierende Korruption zu bekämpfen und eine funktionierende Verwaltung aufzubauen. Von Bedeutung seien zudem die Bemühungen um interreligiöse Verständigung: „Das gemeinsame Engagement der Kirche und der lokalen muslimischen Würdenträger für den Frieden hat das Verhältnis zwischen Gläubigen der beiden Religionsgemeinschaften in einigen Regionen entspannt.“ Dass der „interreligiöse Dialog keine Frage des Wollens, sondern eine Notwendigkeit“ sei, zeige auch der Beitrag von Erzbischof Ignatius Kaigama (Jos), der in der Arbeitshilfe das Engagement seiner Diözese beschreibt. Jeweils ungefähr die Hälfte der Nigerianer bekennt sich zum Christentum und zum Islam. Christen stellen im Süden des Landes die Mehrheit, Muslime im Norden.

Bischof Matthew Hassan Kukah aus dem nigerianischen Bistum Sokoto erläuterte die Situation vor Ort. Die mehrheitlich muslimische Region ist durch die Stadt Sokoto bekannt, in der mit dem Sultan von Sokoto der ranghöchste muslimische Würdenträger Nigerias seinen Sitz hat. Bischof Kukah stellte den Alltag der Christen in einem mehrheitlich islamischen Umfeld dar und verwies auf die historischen Gründe der Benachteiligung von Christen in den 19 Bundesstaaten Nordnigerias: „Einige Muslime werfen bis heute Christentum und Kolonialismus in einen Topf. In der Folge werden Christen im Norden Nigerias oft als Kolonialisten und Außenseiter angesehen.“

Der Präsident des Internationalen Katholischen Missionswerks Missio in Aachen, Prälat Dr. Klaus Krämer, stellte einige von Missio geförderte Projekte vor. Dabei würdigte er die interreligiösen Friedensaktivitäten in den vom islamistischen Terror besonders betroffenen Diözesen Maiduguri und Jos. Er betonte, dass eine friedliche religiöse Koexistenz entschiedenen Einsatz verlange, auch angesichts bitterer Rückschläge. „Friedliche religiöse Koexistenz geht einher mit der Pflege interkultureller Kompetenz, der Entwicklung einer eigenen religiösen Identität sowie der Bereitschaft und Fähigkeit zum interreligiösen Dialog. Zu dieser friedlichen religiösen Koexistenz gehört schließlich auch die Freiheit des einzelnen Menschen, sich zu seinem Glauben zu bekennen, ihn zu praktizieren sowie ihn frei wählen zu können. Alle Menschen – vollkommen unabhängig von Religion, ethnischer Zugehörigkeit oder Geschlecht – haben das Recht auf Religionsfreiheit.“ 

Hintergrund

Die Arbeitshilfe der Deutschen Bischofskonferenz zur Situation der Christen in Nigeria gibt einen Überblick über die Geschichte des Christentums und des Islam in dem westafrikanischen Land, erläutert aktuelle Konfliktlinien und analysiert die Hintergründe der andauernden Gewalt.

Die Initiative „Solidarität mit verfolgten und bedrängten Christen“ wurde von den deutschen Bischöfen 2003 ins Leben gerufen, um für die Lage bedrohter Glaubensgeschwister zu sensibilisieren. Mit Publikationen, liturgischen Handreichungen und öffentlichen Veranstaltungen wird auf die teilweise dramatischen Verhältnisse christlichen Lebens in verschiedenen Teilen der Welt aufmerksam gemacht. Zusätzlich pflegen die Bischöfe mit Solidaritätsreisen den Kontakt zu den unter Druck stehenden Ortskirchen. In Deutschland sucht die Deutsche Bischofskonferenz immer wieder das Gespräch mit Politikern und gesellschaftlichen Akteuren, um auf bedrohliche Entwicklungen hinzuweisen. Jährlicher Höhepunkt der Initiative ist der Gebetstag für verfolgte und bedrängte Christen am 26. Dezember (Stephanustag), der in allen deutschen Diözesen begangen wird. Dbk 29

 

 

 

 

 

Christus als Mitte des Advents. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Johannes der Täufer und Maria, die beiden großen Gestalten des Advents, weisen auf Jesus Christus hin, der die Mitte der adventlichen Kirche ist. Ohne ihn wäre die Zeit des Advents nichts anderes als Weltzeit. An unserer Einstellung zu ihm entscheidet es sich, ob wir wirklich Advent im Sinne des christlichen Glaubens feiern oder ob wir bloß einer gemütvollen Lichtatmosphäre huldigen, wie sie uns in den hell beleuchteten Straßen und Schaufenstern in unseren Städten begegnet. Doch selbst die Lichter, die wir in den dunklen Nächten der beginnenden Winterzeit anzünden, künden noch von dem „Licht der Welt“, das im Dunkel der Nacht von Betlehem aufgegangen ist und das die unheilige Nacht der menschlichen Verlorenheit, Friedlosigkeit und ausweglosen Fragen in die Hoffnung auf Erlösung umgewandelt hat.

Diese Glaubensüberzeugung hat die frühe Kirche sichtbar vor allem dadurch zum Ausdruck gebracht, dass sie ihr gemeinsames Gebet nach Osten gerichtet hat. Solche Ostung bzw. Orient-ierung reicht in die allerfrühste Zeit der Kirche zurück und wird als apostolische Tradition gewertet. Das gilt vor allem von der Feier der Eucharistie in der alten Kirche: Nach dem Abschluss des Wortgottesdienstes, der am Sitz des Bischofs stattfand, pilgerten alle gemeinsam mit dem Bischof zum Altar, wobei der Ruf ertönte: „Wendet euch dem Herrn zu!“. Sie blickten gemeinsam nach Osten und suchten den endgültigen Sonnenaufgang in der menschlichen Geschichte, der mit Jesus Christus angebrochen ist.

Eucharistie ist deshalb zutiefst aufblicken zu Christus, der in Person das Licht ist, das im Osten aufgeht und uns entgegenkommt und damit Annahme der Aufforderung des Hebräerbriefs: „Lasst uns auf Jesus blicken, den Urheber und Vollender des Glaubens“ (12,2). Die Eucharistie ist ein durch und durch adventliches Geschehen: „Jede Eucharistie ist Parusie, Kommen des Herrn, und… erst recht Spannung der Sehnsucht, dass er seinen verborgenen Glanz offenbare“ (J. Ratzinger, Eschatologie – Tod und ewiges Leben, Regensburg 1977, S. 167).

Erst von diesem Licht her werden auch die adventlichen Gestalten des Täufers Johannes und der Maria überhaupt verständlich: Johannes, der mit seinem ganzen Leben auf Christus hingewiesen hat, Maria, die Mutter des Herrn, die Gottes Heil in die Welt brachte. Diese beiden Typen des adventlichen Lebens zeigen auf Jesus Christus, der uns mit seiner Anwesenheit in unserer Welt beschenkt.

Als adventliche Menschen sind wir indes selber berufen und herausgefordert, in unserer Umwelt und angesichts der großen Probleme dieser Gesellschaft Zeugnis zu geben von Jesus Christus, dem wahren Licht der Welt. Damit ist unsere Aufgabe in dieser Zeit der Vorbereitung am besten beschrieben.

 „Bonifatiusbote“ vom 3. Dezember 2017

 

 

 

Anfragen nach Kirchenasyl nehmen zu

 

Von Abschiebung bedrohte Flüchtlinge suchen zunehmend Schutz bei Kirchen. Doch die Gemeinden, die eine zeitlang Asyl bieten, sehen sich mehr und mehr unter Druck. Und die Anerkennung von Härtefällen ist schwieriger geworden.

Nach der Ablehnung ihres Asylantrags hoffen Flüchtlinge zunehmend auf Kirchenasyl. „Wir haben wesentlich mehr Anfragen als Plätze zur Verfügung stehen“, sagte Dietlind Jochims, Vorsitzende der ökumenischen Bundesarbeitsgemeinschaft „Asyl in der Kirche“, am Wochenende in Augsburg. In ganz Deutschland gibt es derzeit laut der Arbeitsgemeinschaft knapp 350 Kirchenasyle, in denen sich rund 530 Personen befinden.

Die Hilfegesuche kämen von Unterstützervereinen, aber zunehmend auch von Anwälten, Ärzten, Mitarbeitern in Flüchtlingsunterkünften und von Flüchtlingen selbst, erklärte Jochims, die auch Flüchtlingsbeauftragte der evangelischen Nordkirche ist. In Augsburg hielt die Arbeitsgemeinschaft „Asyl in der Kirche“ bis Sonntag ihre Jahrestagung ab.

Mehr als 90 Prozent der Menschen im Kirchenasyl sind den Angaben zufolge „Dublin-Fälle“ also Flüchtlinge, die nach geltendem EU-Recht in das Land zurückmüssten, über das sie nach Europa gekommen sind. Oftmals drohen ihnen dort jedoch Gewalt und Gefängnis wie etwa in Bulgarien oder Obdachlosigkeit wie in Italien. Bei Kirchenasyl werden Flüchtlinge von einer Kirchengemeinde eine zeitlang beherbergt, mit dem Ziel, eine erneute Prüfung ihres Falls zu erreichen und eine Abschiebung zu verhindern.

Kirchenasyl hat sich etabliert

Auch Dieter Müller vom Jesuiten-Flüchtlingsdienst Deutschland berichtete von einer hohen Zahl an Hilfegesuchen. „Bei mir gehen drei bis vier Anfragen pro Woche ein“, sagte Müller, der für den Flüchtlingsdienst Kirchenasyle in Bayern betreut. Ein Grund dafür sei der Anstieg der Asylentscheidungen beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF). Bei einem ablehnenden Bescheid wendeten sich die Betroffenen oft an die Kirchen: „Das Kirchenasyl hat sich etabliert. Es hat sich unter Flüchtlingen herumgesprochen, dass es das gibt.“

Die Anerkennung der Kirchenasyl-Fälle als Härtefälle durch das BAMF sei jedoch zuletzt deutlich schwieriger geworden, sagte Jochims: „Überspitzt gesagt: Wer seinen Kopf noch auf den Schultern trägt, gilt für das BAMF nicht als Härtefall.“ Insgesamt sei das Klima für Kirchenasyle derzeit nicht einfach: „Politisch nehmen die Stimmen zu, die sagen: Für Kirchenasyl gibt es im Rechtsstaat keinen Platz.“ Dass die Innenminister der Länder bei ihrer Sitzung Anfang Dezember über das Thema Kirchenasyl sprechen wollen, hält die Flüchtlingsbeauftragte bei der derzeitigen Stimmungslage für „kein gutes Zeichen“.

„Jeder wird angezeigt“

Die rund 100 Teilnehmer der Tagung diskutierten auch über die anhaltenden Ermittlungen bayerischer Staatsanwälte gegen Pfarrer und Helfer von Kirchengemeinden, die Flüchtlingen Asyl gewähren. Solche Ermittlungen gebe es mittlerweile „flächendeckend“, berichtete Müller: „Man hat das Gefühl, jeder wird angezeigt, dessen Namen sich irgendwo in den Akten zu einem Kirchenasyl findet.“ Zurzeit seien etwa 120 Kirchenasyle in Bayern bekannt.

Bisher kenne er aber noch keinen Fall, bei dem einen Pfarrer einen Strafbefehl erhalten habe. Die Ermittlungen würden nach einer bestimmten Zeit eingestellt – mitunter verbunden mit einer Strafandrohung im Wiederholungsfall. Beeindrucken ließen sich die Gemeinden dadurch jedoch nicht, ist Müllers Erfahrung: „Viele Kirchengemeinden, die Asyl gewähren, haben das schon mehrmals gemacht. Die lassen sich nicht einschüchtern.“ (epd/mig 27)

 

 

 

Myanmar: Papst erhält Kreuzstab von katholischen Flüchtlingen

 

Bei den Messen in Myanmar wird Papst Franziskus einen Kreuzstab aus Holz benutzen, den katholische Vertriebene der Kachine-Minderheit angefertigt haben. Das berichtet der vatikanische Fidesdienst. Die Schnitzer des Stabes lebten in einem Flüchtlingslager bei Winemaw im Staat Kachin im Norden Myanmars, wo die Christen in der Mehrheit sind; sie schenkten dem Papst den Kreuzstab mit dem Wunsch nach Frieden und im Wissen, dass es ihnen nicht möglich sein werde, zu einer Papstmesse zu kommen. Der Kreuzstab ist der Hirtenstab des Papstes, Franziskus benutzt auf Reisen häufig geschenkte Kreuzstäbe mit hohem Symbolgehalt.

Zwischen der Kachine-Minderheit und der burmesischen Armee herrscht eine Art Bürgerkrieg, der nach Angaben aus Myanmar viele Christen zur Flucht vor den Gewalttaten zwang. Die Katholiken sind in Myanmar eine Minderheit von wenig mehr als einem Prozent.

In Myanmar mit seinen gut 50 Millionen Einwohnern gibt es 135 ethnische Minderheiten und zahlreiche darauf basierende Konflikte. Namentlich das gewaltsame Vorgehen Myanmars gegen die muslimischen Rohingya steht im dem Scheinwerfer der internationalen Öffentlichkeit. (fides/rv 27.11.)

 

 

 

Komponist Mark Andre erhält den Kunst- und Kulturpreis der deutschen Katholiken

  

Der deutsch-französische Komponist Prof. Dr. Mark Andre (52) hat heute (27. November 2017) in Leipzig den mit 25.000 Euro dotierten „Kunst- und Kulturpreis der deutschen Katholiken“ erhalten. Die Verleihung fand in der katholischen Propsteikirche St. Trinitatis statt, die 2015 für die wachsende Leipziger Stadtgemeinde erbaut wurde. Vor rund 400 Gästen aus Kultur, Kirche, Politik und Medien würdigte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, den Preisträger Mark Andre als „Musik-Avantgardisten“, der „kein abgehobener Mensch ist, sondern einer, der zuhört, der bescheiden ist“. Kardinal Marx hob insbesondere Mark Andres Hauptwerk, die Oper Wunderzaichen hervor: „Kann Kunst avantgardistischer, also vorantreibender, aktueller, ökumenischer sein?“, so Kardinal Marx.

 

In seiner Ansprache lenkte Kardinal Marx den Blick auf das Verhältnis von Kirche und Avantgarde. Dabei gehe es um eine Offensive sozialer Sensibilität, sinnbezogener Lebensperspektiven und intellektueller Redlichkeit in einer Zeit, die von der Versuchung zur Vereinfachung und Gewalt bedroht sei. Kardinal Marx erinnerte neben dem Interesse an der Avantgarde auch an die Breitenwirkung der Musik, die ebenso notwendig sei: „Deshalb fördern wir mit Überzeugung und Freude ein Laienchorwesen, das weltweit seinesgleichen sucht. In rund 18.000 katholischen Chören und Musikensembles sind 374.000 Laienmusiker zusammengeschlossen.“

 

Der Komponist Prof. Jörg Widmann, der die erste der beiden Laudationes hielt, sagte über den Preisträger: „Es ist radikal, sperrig und un-erhört – sein tastendes Suchen und die Erkundung klanglicher Grenzzonen sind einzigartig.“ Die zweite Laudatorin, Ordensschwester Prof. Dr. Margareta Gruber OSF, betonte in ihrer Rede den ökumenischen Bezug: „Andre ist evangelischer Christ, in Frankreich geboren, ein Nachkomme der von der katholischen Kirche fast ausgerotteten Hugenotten. Im Jahr des Reformationsgedenkens (…) ist diese Ehrung eines von vielen Zeichen dieses Jahres, das die Versöhnung unter den Konfessionen symbolisiert.“

 

Das Votum der Jury unter Vorsitz des Cellisten Prof. Julius Berger ehrt Mark Andre als „Avantgardist, der nicht nach Gefälligkeit, Popularität oder gar Marktförmigkeit schielt; er weiß sich einzig der Suche nach dem anderen, dem neuen Klang verpflichtet und scheut vor dem Experiment nicht zurück.“ Bei dem Festakt wurden Filmmitschnitte aus der Oper Wunderzaichen gezeigt – die Geschichte eines zeitreisenden Mystikers, der nach Israel zu den Stätten Jesu möchte, aber bereits am Flughafen an der Einreise gehindert wird.

 

Bei der Übergabe der Preisurkunde verwies der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg, auf eine derzeitige „neue Annäherung von weltlicher und geistlicher Musik, von öffentlicher und kirchlicher Kulturarbeit“. Es sei eine deutliche Zunahme von Konzerten zu verzeichnen, in denen geistliche Musik im weitesten Sinne, Musik mit religiösen Bezügen erklinge. An den Preisträger gewandt, sagte Prof. Sternberg: „Ich hoffe, dass es uns gelingt, mit der Preisverleihung an Sie solche Impulse zu stärken.“

 

Mark Andre dankte für die Zuerkennung des Kunst- und Kulturpreises der deutschen Katholiken: „Mir geht diese hohe Auszeichnung nahe, zumal sie ja von christlicher Seite und damit im weiteren Sinne sozusagen aus dem Hause Gottes kommt.“ In seiner Rede richtete er einen ökumenischen Appell an die Gäste: „Möge die Kraft des Heiligen Geistes und damit die uns eigene uns helfen, in einer einheitlichen Kirche wieder zusammenzukommen!“ An diesen Appell anknüpfend, griff Jörg Widmann zu seiner Klarinette und spielte Andres Stück „Atemwind“, das motivisch Bezug auf Johannes 3,8 nimmt: „Der Wind weht, wo er will; du hörst sein Brausen, weißt aber nicht, woher er kommt und wohin er geht.“

 

Hintergrund. Der Kunst- und Kulturpreis der deutschen Katholiken ist die höchste Auszeichnung der katholischen Kirche auf dem Kultursektor. Der mit 25.000 Euro dotierte Preis wird für herausragende künstlerische und kulturelle Leistungen vergeben. Mit dieser Stiftung leisten die Deutsche Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken einen Beitrag zur Förderung der Begegnung von Kirche und moderner Kultur.

 

Der Kunst- und Kulturpreis der deutschen Katholiken wird seit 1990 abwechselnd alle zwei bis vier Jahre in den Sparten Literatur, Architektur, Musik, Film, Bildende Kunst und Theater verliehen; 2017 erfolgt die neunte Vergabe. Unter den bisherigen Preisträgern waren Tankred Dorst und Ursula Ehler-Dorst (2008), Peter Zumthor (2011) und Ralf Rothmann (2014).

 

Die Jury: Prof. Julius Berger (Vorsitz), Professor für Violoncello und Kammermusik an der Universität Augsburg; Prof. Dr. Inga Behrendt, Professorin für Gregorianik und Deutschen Liturgiegesang an der Hochschule für Kirchenmusik Rottenburg, Cembalistin; Prof. Markus Bellheim, Professor für Klavier an der Hochschule für Musik und Theater München; Dr. Eleonore Büning, Leiterin der Musikredaktion der Frankfurter Allgemeinen Zeitung; Dr. Corinna Herr, Privatdozentin/Vertretungsprofessorin für Musikwissenschaft an der Hochschule für Musik und Tanz Köln; Christiane Oelze, Lied-, Konzert- und Opernsängerin (lyrischer Sopran); Prof. Michael Roßnagl, Geschäftsführer der Ernst von Siemens Musikstiftung, Honorarprofessor für Musikmanagement an der Musikhochschule München; David Timm, Universitätsmusikdirektor der Universität Leipzig und Leiter des Leipziger Universitätschors. Dbk 27