Notiziario religioso 14-20 Maggio 2012
Lunedì 14 Maggio. Il vangelo del giorno Gv 15,9-17. Non vi chiamo più
servi, ma vi ho chiamato amici
9 Come il Padre
ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i
miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti
del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia
gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12Questo è il mio
comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi
siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi,
perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici,
perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non
voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e
portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete
al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli
uni gli altri.
Come il Padre ama
il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un
amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.
Gesù spiega come
si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè
vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i
precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.
Gesù si rivela
come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della
salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare
di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.
I precetti dati
da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li
contiene tutti, è uno solo: l'amore scambievole tra i suoi discepoli.
L'elemento
distintivo caratteristico dell'amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e
il suo modello: "Come io vi ho amati" (v.12). Il Cristo si presenta
come l'esemplare dell'amore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13, 1.
34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile
all'uomo. Difatti la particella "come" (kathòs) indica non solo un
paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv
6,57; 13,15).
Gesù può dare con
efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell'amore e ne ha offerto
agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v.13). Il dono della
vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dell'amore forte e
concreto.
L'amore di Dio si
è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3,16; 1Gv 4,9-10). L'amore
di Dio è sperimentabile e concreto. L'amore dei discepoli dev'essere
altrettanto concreto e impegnativo.
L'amore autentico
per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non
vive la parola di Cristo, che prescrive l'amore per i fratelli, non può amare
Dio (1Gv 4,20-21).
Gesù considera
amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita
divina (v.15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e
quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la
vita del Padre (Gv 8,26. 40). Questo rapporto d'amore non è frutto di una
scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.
Gli apostoli, e
dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi
amici e suoi missionari (v.16).
Gesù preannuncia
la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di
questa unione fruttuosa con Cristo è l'esaudimento delle loro richieste al
Padre, fatte nel nome di Gesù (v.16). P. Lino Pedron
5 Ora però vado
da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». 6Anzi,
perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi
dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado,
non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando
sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e
al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla
giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio,
perché il principe di questo mondo è già condannato.
Gesù sta per
tornare al Padre e sente il bisogno di premunire i discepoli dalle tentazioni
dello sconforto e dell'apostasia. In tali circostanze dolorose i discepoli
sperimenteranno angoscia e sofferenza, simili alle doglie del parto, ma la loro
tristezza si trasformerà in gioia quando Gesù tornerà a prenderli con sé (Gv16,
21-22). Questa felicità sarà pregustata parzialmente in occasione
dell'apparizione del Risorto ai Dodici (Gv 20,20).
Il cuore dei
discepoli non deve turbarsi per l'annuncio della partenza di Gesù perché egli
farà ritorno ad essi mediante il suo Spirito. La funzione dello Spirito Santo
consiste nel convincere il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Egli
fornirà ai discepoli, nell'intimo della loro coscienza, la prova irrefutabile
del grave delitto commesso dal mondo incredulo, rifiutando la rivelazione di
Gesù e uccidendolo.
Lo Spirito
convincerà il mondo di peccato perché non crede in Gesù: il peccato del mondo è
l'incredulità. Convincerà il mondo di giustizia perché Gesù ha fatto ritorno al
Padre e perché mostrerà che il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre non è
una sconfitta, ma il trionfo del Cristo sul mondo che l'ha crocifisso pensando
di sconfiggerlo per sempre.
Lo Spirito della
verità farà giustizia a Gesù facendo rivedere il processo ingiusto nel quale il
Cristo è stato condannato iniquamente, anzi, ne capovolgerà la sentenza a suo
favore. L'apparente sconfitta di Cristo sulla croce costituisce il suo ritorno
glorioso presso Dio, il suo ingresso trionfale nella gloria del Padre.
Lo Spirito infine
convincerà il mondo di giudizio "perché il principe di questo mondo è
giudicato". Con la revisione del processo di Gesù nell'intimo delle
coscienze, lo Spirito della verità mostrerà ai discepoli, nella fede, che il
responsabile principale della passione e morte del Cristo, il diavolo, è stato
giudicato e condannato proprio quando sembrava che avesse riportato vittoria
completa su Gesù facendolo morire.
Il principe di
questo mondo è stato sconfitto e cacciato fuori dal mondo con l'esaltazione del
Figlio di Dio (Gv 12,31). P. Lino Pedron
12 Molte cose ho
ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità,
perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà
le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve
lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto
che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Gesù vorrebbe
comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di
accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede
profonda.
Quando Gesù oppone
la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e
chiara, vuole riferirsi all'azione del suo Spirito che fa capire e penetrare
nel cuore la sua parola.
Lo Spirito della
verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non
porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e
far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nell'esistenza dei discepoli.
Lo Spirito della
verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi
come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.
Tra Gesù e il
Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito
riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel
Padre. P. Lino Pedron
16 Un poco e non
mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli
dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un
poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che
cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
19Gesù capì che
volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un
poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? 20In verità, in verità io
vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella
tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
Gesù parla degli
ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che
provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto
il senso delle parole "un poco".
Gesù aveva già
usato queste parole nel primo discorso dell'ultima cena (Gv 13,33; 14,19):
mentre i suoi nemici fra poco non l'avrebbero visto più, i suoi amici
l'avrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.
Gesù sta per
ritornare al Padre che l'ha mandato (Gv 16,5): per tale ragione i discepoli non
potranno vedere il Maestro, perché egli sta lasciando definitivamente questo
mondo; però con la risurrezione dalla morte, Gesù si farà vedere nuovamente ai
suoi amici.
La passione e
morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre
i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei
discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore
risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20). P. Lino Pedron
Venerdì 18 Maggio. Il vangelo del giorno: Gv 16,20-23. Nessuno potrà
togliervi la vostra gioia
20 In verità, in
verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi
sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
21La donna,
quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato
alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è
venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò
di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra
gioia. 23Quel giorno non mi domanderete più nulla.
In verità, in
verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la
darà.
La passione e
morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre
i suoi avversarti si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei
discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto
apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20).
La situazione
degli amici di Gesù durante la sua passione e morte sarà simile a quella della
partoriente, la quale dopo le doglie sperimenta una gioia tanto grande da
dimenticare il travaglio del parto.
Come la gioia
della maternità fa dimenticare le doglie del parto, così il ritorno del Signore
risorto tra i suoi sarà fonte di una gioia grande e perfetta, che nessuno potrà
mai togliere ai suoi discepoli. P. Lino Pedron
23 Quel giorno
non mi domanderete più nulla.
In verità, in
verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la
darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete,
perché la vostra gioia sia piena.
25Queste cose ve
le ho dette in modo velato, ma viene l'ora in cui non vi parlerò più in modo
velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio
nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi
ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e
vado al Padre».
La situazione degli
amici di Gesù durante la sua passione e morte sarà simile a quella della
partoriente, la quale dopo le doglie sperimenta una gioia tanto grande da
dimenticare il travaglio del parto.
Come la gioia
della maternità fa dimenticare le doglie del parto, così il ritorno del Signore
risorto tra i suoi sarà fonte di una gioia grande e perfetta, che nessuno potrà
mai togliere ai suoi discepoli.
Nel giorno della
risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a
Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv
13,36-37; 14,15ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto,
del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle
richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.
Le preghiere dei
cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv
5, 14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli
esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché
la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi
rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).
Gesù parla di una
duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e
quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura
rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera
dello Spirito della verità.
Dopo la
glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome
del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14;
15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità
(Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23).
In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di
intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste
dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello
di unire i discepoli a Dio.
I Dodici non solo
amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce
molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento
fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).
Gesù è conscio
della sua origine divina (Gv 6,46; 7, 29) e con tale consapevolezza dà inizio
alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora
con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5).
Nel giorno della
risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a
Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv
13,36-37; 14,15ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto,
del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle
richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.
Le preghiere dei
cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv
5,14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli
esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché
la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi
rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).
Gesù parla di una
duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e
quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura
rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera
dello Spirito della verità.
Dopo la
glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome
del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14;
15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità
(Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23).
In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di
intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste
dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello
di unire i discepoli a Dio.
I Dodici non solo
amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce
molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento
fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).
Gesù è conscio
della sua origine divina (Gv 6,46; 7,29) e con tale consapevolezza dà inizio
alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora
con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5). P.
Lino Pedron
15 E disse loro: «Andate
in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà
battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i
segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni,
parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche
veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi
guariranno».
Ascensione di Gesù
e missione dei discepoli
19 Il Signore Gesù,
dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
20Allora essi
partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e
confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
La finale del
vangelo di Marco insiste sulla missione di portare il vangelo in tutto il
mondo, unendo strettamente la testimonianza della parola a quella delle opere,
dei segni.
Con l'esortazione
alla missione universale si congiunge l'affermazione che per la salvezza sono
richiesti la fede e il battesimo. Inoltre agli annunciatori del vangelo viene
promesso che la loro predicazione missionaria sarà sostenuta e confermata dai
miracoli compiuti da Gesù risorto.
La trasmissione
delle parole di Gesù è al centro del testo e ha lo scopo di fare cristiani
tutti i popoli. La missione, l'andare da tutti gli uomini, è un incarico che va
capito bene.
Se la missione è
trasmettere agli uomini la parola di Gesù e le sue direttive per fare di loro,
mediante il battesimo, dei discepoli, ciò esclude due malintesi.
Il primo è il
malinteso della rivendicazione del potere politico. Una concezione utopistica è
quella di W. Soloviev che ritiene il regno di Dio come uno stato teocratico in
questo mondo, e vede questa concezione radicata nella volontà di Gesù. Sulla
terra vi sarebbe un unico potere, e questo non apparterebbe a Cesare, ma a Gesù
Cristo.
L'altro malinteso
è la relativizzazione dell'incarico missionario, che arriva a sostenere che il
compito dell'evangelizzazione consiste nell'aiutare i buddisti a diventare
buddisti migliori, i musulmani a diventare più ferventi musulmani, e via
dicendo.
Il dialogo
necessario con le religioni mondiali non elimina la necessità dell'annuncio e
della testimonianza, della fede cristiana e del battesimo. E' il Cristo risorto
al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra (cfr Mt 18,28), che manda
i cristiani a predicare il vangelo ad ogni creatura.
La missione è
necessaria per volontà di Dio, il quale ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.
P. Lino Pedron
“Le nostre Chiese
vengono da lontano e non hanno paura del nuovo, perché si affidano al Signore”:
lo ha detto stamattina mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di
Arezzo-Cortona-San Sepolcro, nel suo saluto al Papa in occasione della
concelebrazione eucaristica nel Parco “Il Prato” ad Arezzo, prima tappa della
visita pastorale del Pontefice ad Arezzo, La Verna e Sansepolcro. “Vogliamo
farle dono della nostra voglia giovane di cambiare il mondo alla luce del
Vangelo, puntando sulla formazione, vogliamo ripeterle la nostra determinazione
a spendere la vita da cristiani, secondo la vocazione di ciascuno per il bene
comune”, ha aggiunto il presule, che ha anche ricordato la scelta di
organizzare con parsimonia questa visita e dare al Santo Padre “la somma di
danaro raccolta”. Ad accogliere il Papa erano anche il card. Giuseppe Betori,
arcivescovo di Firenze con i vescovi toscani. Con le molte autorità era anche
il presidente del Consiglio, Mario Monti. Il sindaco di Arezzo, Giuseppe
Fanfani, prima della messa, ha rivolto un saluto al Papa.
Libertà e
dialogo. “Oggi mi accoglie un’antica Chiesa, esperta di relazioni e benemerita
per l’impegno nei secoli di costruire la città dell’uomo a immagine della Città
di Dio”, ha dichiarato Benedetto XVI, nell’omelia della messa. “In terra di
Toscana – ha proseguito -, la comunità aretina si è infatti distinta molte
volte nella storia per il senso di libertà e la capacità di dialogo tra
componenti sociali diverse. Venendo per la prima volta fra di voi, il mio
augurio è che la città sappia sempre far fruttificare questa preziosa eredità”.
“Siate fermento nella società, siate cristiani presenti, intraprendenti e
coerenti”, è stato l’invito del Papa. Questa terra “ha avuto parte attiva nell’affermazione
di quella concezione dell’uomo che ha inciso sulla storia d’Europa, facendo
forza sui valori cristiani”. In tempi anche recenti, “appartiene al patrimonio
ideale della città quanto alcuni tra i suoi figli migliori, nella ricerca
universitaria e nelle sedi istituzionali, hanno saputo elaborare sul concetto
stesso di civitas, declinando l’ideale cristiano dell’età comunale nelle
categorie del nostro tempo”. Nel contesto della Chiesa in Italia, “dobbiamo
chiederci, soprattutto nella Regione che è patria del Rinascimento, quale
visione dell’uomo siamo in grado di proporre alle nuove generazioni. La Parola
di Dio che abbiamo ascoltato è un forte invito a vivere l’amore di Dio verso
tutti, e la cultura di queste terre ha, tra i suoi valori distintivi, la
solidarietà, l’attenzione ai più deboli, il rispetto della dignità di ciascuno”.
In tempo di
crisi. “Certo – ha evidenziato il Santo Padre -, anche la vostra Provincia è
fortemente provata dalla crisi economica. La complessità dei problemi rende
difficile individuare le soluzioni più rapide ed efficaci per uscire dalla
situazione presente, che colpisce specialmente le fasce più deboli e preoccupa
non poco i giovani”. L’attenzione agli altri, fin da secoli remoti, ha mosso la
Chiesa “a farsi concretamente solidale con chi è nel bisogno, condividendo
risorse, promuovendo stili di vita più essenziali, contrastando la cultura dell’effimero,
che ha illuso molti, determinando una profonda crisi spirituale”. Di qui l’invito:
“Questa Chiesa diocesana, arricchita dalla testimonianza luminosa del Poverello
di Assisi, continui ad essere attenta e solidale verso chi si trova nel
bisogno, ma sappia anche educare al superamento di logiche puramente
materialistiche, che spesso segnano il nostro tempo, e finiscono per annebbiare
proprio il senso della solidarietà e della carità”.
Una città dal
volto umano. “Testimoniare l’amore di Dio nell’attenzione agli ultimi – ha
precisato Benedetto XVI - si coniuga anche con la difesa della vita, dal suo
primo sorgere al suo termine naturale. Nella vostra Regione l’assicurare a
tutti dignità, salute e diritti fondamentali viene giustamente sentito come un
bene irrinunciabile. La difesa della famiglia, attraverso leggi giuste e capaci
di tutelare anche i più deboli, costituisca sempre un punto importante per
mantenere un tessuto sociale solido e offrire prospettive di speranza per il
futuro”. Perciò, “anche oggi continui l’impegno per promuovere una città dal
volto sempre più umano”. In questo, “la Chiesa offre il suo contributo perché l’amore
di Dio sia sempre accompagnato da quello del prossimo”.
Con il contributo
di tutti. Prima di guidare la recita del Regina Cæli, il Papa ha dichiarato: “L’ora
della preghiera mariana ci invita a recarci tutti spiritualmente dinanzi all’effigie
della Madonna del Conforto, custodita nella cattedrale. Quale Madre della
Chiesa, Maria Santissima vuole sempre confortare i suoi figli nei momenti di
maggiore difficoltà e sofferenza”. Questa città “ha sperimentato molte volte il
suo materno soccorso.” Pertanto, anche oggi, “noi affidiamo alla sua intercessione
tutte le persone e le famiglie della vostra comunità che si trovano in
situazioni di maggiore bisogno”. Al tempo stesso, ha continuato, “mediante
Maria, invochiamo da Dio il conforto morale, perché la comunità aretina, e l’Italia
intera, reagiscano alla tentazione dello scoraggiamento e, forti anche della
grande tradizione umanistica, riprendano con decisione la via del rinnovamento
spirituale ed etico, che sola può condurre ad un autentico miglioramento della
vita sociale e civile. Ciascuno, in questo, può e deve dare il suo contributo”.
Una curiosità sul pranzo del Papa oggi: come informa la Coldiretti, sarà un
menu a chilometri zero offerto direttamente dagli agricoltori. Sir 13
"Difendete i giovani dalla crisi". Benedetto XVI ad Arezzo
La messa al Parco
del Prato in mondovisione. La stretta di mano con Monti. Il Pontefice parla
delle difficoltà economiche. L'invito all'Italia a reagire allo scoramento e a
cambiare gli stili di vita e condividere le risorse con i più deboli. Il Papa
visiterà il santuario della Verna nel pomeriggio e alle 19,30 parlerà in piazza
a San Sepolcro - dal nostro inviato SIMONA POLI
Arezzo - Una
stretta di mano tra Monti e Raztinger. Il premier ha accolto Benedetto XVI nel
Parco del Prato di Arezzo, un'area verde vicino alla cattedrale dove il
pontefice ha celebrato la messa assieme a tutti i vescovi toscani.
Nella omelia il
papa ha affrontato subito il problema della crisi economica che "colpisce
fortemente anche la provincia di Arezzo". In prima fila accanto a Monti,
lo ascolta anche Enrico Bondi, il tecnico chiamato a risolvere la questione
della spesa pubblica, forse la più spinosa."La complessità dei problemi
rende difficile individuare le soluzioni più rapide ed efficaci per uscire
dalla situazione presente che colpisce specialmente le fasce più deboli"
dice il Papa. Poi ha spiegato che "la cultura dell'effimero, ha illuso
molti, determinando una profonda crisi spirituale" e subito ha fatto
appello ai valori da recuperare: "attenzione agli altri, solidarietà con
chi è nel bisogno, condividendo risorse, promuovendo stili di vita
essenziali" contrastando proprio "la cultura dell'effimero".
"Ciascuno può e deve3 dare il proprio contributo".
Un'attenzione
particolare, in questo momento così difficile, ha proseguito il Papa, va
rivolto ai giovani: "Difendete i giovani dalla crisi" ha spiegato
ancora il Papa, recuperare l'educazione ai valori fondamentali dell'uomo.
L'Italia reagisca
"alla tentazione dello scoraggiamento" e forte della "tradizione
umanistica" riprenda "con decisione la via del rinnovamento
spirituale ed etico, che sola può condurre ad un autentico miglioramento della
vita sociale e civile". "Ciascuno" "può e deve dare il
proprio contributo" ha detto ancora Benedetto XVI che ha invitato "la
comunità aretina e l'Italia intera a reagire alla tentazione dello
scoramento".
Poi ha insistito
sui temi dell'accoglienza e della solidarietà, ha invitato i fedeli ad
"essere presenti nella società" Benedetto XVI ha aggiunto poi rivolto
al clero aretino: "Conosco l'impegno della vostra Chiesa nel promuovere la
vita cristiana. Siate fermento nella società, siate cristiani presenti,
intraprendenti e coerenti. La Città di Arezzo - ha sottolineato - riassume,
nella sua storia plurimillenaria, espressioni significative di culture e di
valori". Il Papa ha citato i molti santi di queste terre, tra cui Donato,
vescovo impegno nella "unità" dei popoli, e papa Gregorio X,
impegnato nella "riforma della Chiesa" e nel tentativo di ricomporre
lo scisma d'Oriente, tra l'altro, ha ricordato, con il Concilio di Lione.
Dall'esempio di questi e altri santi e di tanti aretini illustri, Benedetto XVI
ha tratto l'incitamento alla Chiesa di qui ad essere presente nella società.
"La Toscana ha dato accoglienza anche in tempi recenti a quanti sono
venuti in cerca di libertà e lavoro in questa regione assicurare a tutti dignità,
salute e diritti fondamentali viene giustamente sentito come un bene
irrinunciabile"
Oltre ventimila i
fedeli intorno a Benedetto XVI arrivati da ogni parte della Toscana, in pulman
e in treno, moltissimi accompagnati dai sacerdoti delle varie parrocchie e poi
associazioni di volontariato, scout e ciellini.
Il presidente del
consiglio Monti, subito dopo la messa, è andato a pranzo con gli studenti de La
Rondine, uno Studentato internazionale che accoglie ragazzi di tutto il mondo
provenienti da aree in conflitto: Medioriente, Africa, India, ma anche parte
dell'Europa (Russia, Caucaso, Balcani).
Si è commosso
papa Benedetto XVI quando, mentre era in raccoglimento nella cappella della
Madonna del Conforto nel duomo di Arezzo, le voci di due bambini, Giada
Santucci, 13 anni, e Matteo Tavini, 12 anni, hanno intonato un arrangiamento di
una laude del Petrarca 'Virgine bella che di sol sei vestita'. Le voci dei due
bambini hanno accompagnato tutto il momento di preghiera del papa che, alla
fine, ha fatto avvicinare i due bambini e commosso ha rivolto loro alcune
parole di ringraziamento.
Come sempre tanta
l'attenzione di Papa Benedetto XVI nei confronti di bambini e di quanti
soffrono. Anche ad Arezzo, sia prima sia dopo la Messa, nella 'papamobile' il
Pontefice ha 'ospitato' due neonati. Entrambi gli sono stati passati dagli
uomini della sicurezza ai quali i genitori avevano chiesto aiuto. E i piccoli
sono così entrati nella papamobile, passando di braccia in braccia, sopra le
teste, e hanno ricevuto la benedizione del Papa.
Anche durante la
messa, alla quale hanno assistito numerosi disabili e anziani portati a Il
Prato dai volontari delle diverse associazioni, c'è stato un segno particolare
per chi ha un handicap: la prima lettura è stata fatta da Laura Gentilini, una
non vedente, che ha letto un passo dagli Atti degli Apostoli in braille. LR 13
Roma - Il 50° del
Concilio Vaticano II e l’Anno della fede, promosso da Benedetto XVI,
accompagnato dal prossimo Sinodo dei Vescovi sul tema dell’evangelizzazione,
diventano “un contesto pastorale significativo per riflettere oggi sul servizio
pastorale agli italiani all’estero”. Lo ha detto lunedì pomeriggio 7
maggio mons. Giancarlo Perego, direttore
generale della Fondazione Migrantes, aprendo i lavori del primo incontro del
2012 dei delegati e coordinatori nazionali delle Missioni Cattoliche Italiane
in Europa.
Per la Germania
erano presenti il nuovo Delegato p. Tobia Bassanelli ed il vicedelegato mono.
Luciano Donatelli.
“Ormai sappiamo
che il fenomeno dell’emigrazione italiana non si ferma, ma cambia”, ha aggiunto
mons. Perego: “si tratta di ripensare il nostro servizio, sapendo che, alle
difficoltà comunque presenti in Italia di un fede debole, spesso separata dalle
scelte ordinarie della vita, povera di gesti e segni cristiani, si aggiunge
anche il disagio di relazioni nuove, anche sul piano ecclesiale”. I termini di
riferimento del lavoro pastorale con gli emigranti è sempre stato quello di “missione
e di comunità”, ha spoiegato il direttore della Migrantes: da una parte c’è
sempre stata “la consapevolezza del valore di cura pastorale per le comunità
degli italiani all’estero, dall’altra si è sempre coniugata la parola comunità
con missione, a indicare due elementi: la lontananza da una Chiesa locale di
riferimento, la necessità di una particolare cura pastorale”.
Per mons. Perego
nel corso di questi ultimi anni in alcuni contesti europei, Germania in
particolare, “si è preferito parlare di comunità anziché di missione, forse per
sottolineare la caratteristica di una comunità dentro la stessa Chiesa locale.
L’obiettivo di una nuova evangelizzazione sembra oggi spingerci a coniugare
strettamente insieme questi due temi: comunità e missione. La coniugazione dei
due temi nasce da alcune consapevolezze. Anzitutto dalla consapevolezza che la
Chiesa è il soggetto che evangelizza. In secondo luogo dalla necessità di
evitare la frammentazione nell’evangelizzazione, pur salvando la differenza e l’originalità,
che talora degenera in contrapposizione, in tensioni continue. In terzo luogo
la necessità di evitare l’isolamento”. Per “salvare comunione e missione”, per
mons. Perego, ci sono due punti “fermi”: “l’unità con il Vescovo della Chiesa
locale, che passa anche attraverso la condivisione della programmazione
pastorale; la fraternità da costruire, a partire dai presbiteri. L’universalità
della Chiesa passa attraverso la Chiesa locale e si manifesta coniugando
insieme missione e comunità”.
“La dinamica
della missione, poi – ha detto ancora mons. Perego - tiene viva la necessità
del rispetto di tradizioni e culture, di attesa e pazienza nei passi, di
condivisione allargata, con tempi non brevi”.
“La dinamica
della missione chiede oggi anche di “ripensare – ha poi sottolineato mons.
Perego - la comunità sui lontani e non solo sui vicini, su chi non arriva ed è
presente, rispetto a chi si affaccia alla missione e comunità italiana. In
questo senso, l’attenzione alle nuove persone, giovani e donne, è importante,
come anche ai nuovi centri dell’emigrazione italiana. La difficoltà oggi – ha
concluso - far comprendere da una parte ai nostri fedeli emigranti che la
Chiesa locale è il luogo dell’universalità e della diversità e dall’altra ai
nostri vescovi in Italia che la pastorale migratoria è parte integrante della
pastorale missionaria”.
Durante l’incontro
ha avuto logo anche un momento di confronto
con i direttori regionali Migrantes che si sono ritrovati a Roma per il
loro incontro fino al 9 maggio. I partecipanti hanno ascoltato una relazione su “I Migranti di ieri e di
oggi”, tenuta da Delfina Licata, redattrice del “Rapporto Italiani nel Mondo” .
I temi più
imporanti dell‘incontro sono stati la presentazione del nuovo statuto della
Migrantes (putroppo un prodotto quasi esclusivamte romano, è stato del tutto
assente il coinvolgimento dei Delegati/Cordinatori dell‘estero e degli stessi
direttori regionali), la nuova regolamentazione del lavoro pastorale dei
sacerdoti italiani all‘estero (limitato ora a quidici anni, dopo dovranno
scegliere tra l‘incardinazione nella diocesi di arrivo o il rientro nella diocesi
di partenza) ed il programma delle manifestazioni per il 25° della Migrantes,
in coincidenza con l‘anno della fede (ottobre 2012 - ottobre 2013). Per quanto
riguarda le comunità italiane all‘estero è previsto un grande pellegrinaggio a
Roma, nel primo o nel secondo fine settimana dell‘ottobre del prossimo anno,
con udienza particolare da Benedetto XVI. Il programma definitivo delle
celebrazioni verrà fissato dalla Cemi nell‘incontro di giugno. De.it.press
Bruxelles - Un
entusiasmo diffuso, coinvolgente e trascinante quello che ha caratterizzato la
terza edizione internazionale di “Insieme per l’Europa”, svoltasi sabato 12
maggio a Bruxelles (in contemporanea si svolgevano numerose manifestazioni in
varie città europee). Sarà stata la passione e il fervore di più di 300
associazioni, comunità e movimenti provenienti dalle Chiese di tutta Europa, unita
alla musica energica della cantante reggae Judy Bailey, ma l’incontro che ha
animato lo Square Meeting Centre della capitale belga ha lasciato un segno
profondo in tutti i partecipanti.
Diversità, una
ricchezza. Bambini, giovani, adulti, anziani si sono sentiti parte di un grande
progetto europeo basato sulla solidarietà, sussidiarietà e sviluppo. In
effetti, si è trattato di qualcosa di più di un semplice evento; piuttosto un
esempio di incontro paneuropeo poiché in contemporanea si sono tenevano ulteriori
eventi in 140 città europee che hanno inviato nel corso della manifestazione un
loro contributo video. Lingue, culture e declinazioni religiose differenti si
sono riunite, anche virtualmente, e hanno così “ridato vita a uno dei capisaldi
dell’Europa”, “l’unità nella diversità”, come ha ricordato il presidente del
Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. Ed è proprio questo che caratterizza lo
spirito di “Insieme per l’Europa”, come ha sottolineato Maria Voce, presidente
del movimento dei Focolari. “La policroma ricchezza di questi movimenti si
manifesta nella varietà degli impegni nella società: nelle mille soluzioni
concrete che offrono, valide perché sperimentate e contagiose, frutto dei doni
ricevuti gratuitamente dal cielo, i loro carismi”. Idee, sogni e tanti progetti
basati sulla consapevolezza che le diversità rappresentano una ricchezza e non
un motivo di paura o di separazione e che anzi possono diventare un segno di
speranza ovunque sia in pericolo la convivenza. Tutti d’accordo, quindi, nel
rigettare i nazionalismi e gli atteggiamenti xenofobi in favore di un’Europa
aperta e inclusiva.
Sì alla famiglia
e alla vita. Tanti i temi affrontati: dalla natura all’ambiente, dalla pace
alla solidarietà con i poveri e gli emarginati fino alla responsabilità verso
tutta la società. Ma, a poco meno di un mese dal settimo Incontro mondiale di
Milano (30 maggio – 3 giugno), inevitabile e fondamentale un confronto sul tema
della famiglia, con testimonianze dirette di giovani genitori, affinché questo
nucleo torni a essere il punto di riferimento della società e dei singoli
individui, il porto sicuro sul quale contare per tutto l’arco della vita. E
proprio sul tema della vita i movimenti e le comunità hanno voluto ribadire un
messaggio fondamentale: “Uniti da questo patto d’amore scambievole diciamo sì
alla vita e ci impegniamo a difenderne la dignità inviolabile in tutte le sue
fasi, dal concepimento alla conclusione naturale”.
Il messaggio
finale. Impegno, determinazione e volontà nel portare il messaggio di Gesù in
Europa e nel mondo, questa la volontà dei presenti affinché – è stato più volte
sottolineato - con l’aiuto di tutti sia possibile creare società libere,
democratiche e solidali. Quello di cui i popoli hanno bisogno è, infatti, una “visione
comune europea” ha ricordato Romano Prodi, ex presidente della Commissione
europea. “Le visioni sono le icone della speranza ed è fondamentale tornare a
costruire reti sociali, perché il pensarci singolarmente genera pessimismo - ha
incalzato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e ministro
italiano per la Cooperazione internazionale e l’integrazione –; per questo l’Europa
deve mettersi al servizio di un sogno di comunità ed essere la portatrice e la
promotrice di messaggi di speranza”. Suggerimenti colti al volo dai movimenti e
dalle comunità raccolti intorno a “Insieme per l’Europa” che a conclusione dell’evento
hanno lanciato il loro Manifesto, un impegno reale e deciso per un’Europa
migliore.
Nike Giurlani,
Sir Europa 13
La MCI di Colonia festeggia 50 anni. A colloquio con p. Ermenegildo Baggio
Colonia - Impegno
sociale, culturale e pastorale. Sono questi i cardini dell’attività della
Missione Cattolica Italiana di Colonia, che ha superato il traguardo del mezzo
secolo di vita. Ne ricostruiamo le vicende storiche con il responsabile, padre
Ermenegildo Baggio.
Che cos’ha
rappresentato la Missione, per la nostra comunità italiana, in questi decenni?
“Potremmo
dividere questi cinquant’anni in due periodi: nei primi venticinque anni è stata
il centro di riferimento più importante per gli italiani che arrivavano a
Colonia. Centro Caritas per pratiche e consigli, ufficio di collocamento, luogo
di ritrovo quando ancora non c’erano locali italiani, centro di assistenza
medica per fare da tramite con le strutture sanitarie tedesche, asilo infantile
per i primi bambini giunti dall’Italia, centro parrocchiale e base per le
missioni religiose nelle aree periferiche, punto di riferimento e di primo
intervento per chi arrivava alla stazione ferroviaria e vedeva la scritta sul
muro, adiacente ai binari: Missione cattolica italiana. Finita l’emergenza,
questo luogo è andato sempre più identificandosi con la comunità cattolica di
lingua italiana presente a Colonia, e con le attività religiose: catechesi ai
ragazzi, organizzazione di gruppi giovanili, preparazione ai matrimoni e ai
battesimi, conferenze sull’istruzione religiosa. Rimane tuttavia una pietra
miliare utile soprattutto in mancanza di altri punti di riferimento. Nel 1970
nasce l’opera più significativa della Missione Cattolica Italiana di Colonia: l’Istituto
scolastico italiano Scalabrini (Isis), una scuola avviata da padre Giancarlo
Cordani, mettendo a disposizione i locali del Centro di Ursulagartenstrasse. In
questa sede, 452 giovani hanno conseguito il diploma di qualifica triennale per
‘Addetto alla segreteria d’azienda’; 280 il diploma di ‘maturità professionale
per operatore commerciale’; 309 quello di ‘maturità magistrale’; 249 di ‘maturità
linguistica’; oltre 3 mila giovani e adulti il diploma di ‘licenza media’”.
Può ricordare la
comunità religiosa della Missione?
“Nella Missione
hanno operato due comunità: quella dei padri scalabriniani e quella delle suore
della Divina Volontà. Tanti sono anche i collaboratori, il cui volto fa parte della
storia della Missione, come quello dei sacerdoti e delle suore che vi hanno
lavorato”.
Lei però sostiene
che la presenza della Missione Cattolica Italiana di Colonia risalga al gennaio
del 1951. Perché?
“L’attuale sede
della Missione è stata inaugurata nel 1961, ma fin dal dopoguerra a Colonia era
presente un sacerdote con un incarico ufficiale per l’assistenza agli italiani:
don Pietro Turinetto di Torino. In una sua nota, non datata, ma presumibilmente
del 1946, scrive: ‘In seguito allo scioglimento della Divisione Messina, presso
la quale mi trovavo in qualità di cappellano militare, fui inviato in Germania
con un convoglio di operai (…). Quando giunsi a Berlino, incontrai monsignor
Prioni, ispettore dei cappellani degli operai in Germania. Egli mi inviò a
Colonia. Il 1° agosto 1941 ricevetti dall’Ordinariato Militare un documento che
mi dava la qualifica di cappellano addetto agli operai italiani della zona:
Nord-Süd-Essen e Düsseldorf, Aachen, Köln, Koblenz, Trier’. Don Turinetto
conclude: ‘Con gli americani arrivò la libertà. Io, senza chiedere il permesso
a nessuno, presi un’automobile e incominciai a girare per i campi e ad
organizzare funzioni religiose. A Gummersbach (…) davanti a una massa ingente
di stranieri di ogni nazionalità, in una bellissima giornata di sole, celebrai
la Santa Messa. (…). Molti ucraini, russi, jugoslavi non comprendevano del
tutto che cosa si facesse (...); sentivano che si stava celebrando qualcosa di
grande, e ascoltavano, in religioso silenzio, i canti liturgici che gli
italiani (…) facevano risuonare su quelle alture davanti a quell’altare (…)
sopra il quale sventolava il tricolore italiano’. Nel 1951 arriva a Colonia don
Meccheroni. Nello stesso anno nasce il periodico ‘La Squilla’ che ha come
sottotitolo: ‘Notiziario della Mci in Germania’. Abbiamo quindi celebrato il
cinquantesimo, ma poteva essere anche il sessantesimo o il settantesimo”.
Recentemente
avete organizzato un dibattito su Chiesa e integrazione. Sono emersi aspetti
significativi?
“È emerso il
cosiddetto problema dell’integrazione. Noi speriamo che gli stranieri, in
Italia, diventino italiani con il tempo, che – pur conservando le ricchezze
delle loro culture – si sentano figli della nostra terra e nostri fratelli.
Deve essere lo stesso per gli italiani in Germania? Nell’ultimo numero del
nostro periodico Insieme-Gemeinsam ho scritto: ‘Il tema del dibattito al
Domforum va ripreso. (…). Lo sappiamo tutti che non rientreremo in Italia e
che, soprattutto, non vi rientreranno i nostri figli’. Scrive su Die Zeit Canan
Topcu (giornalista, figlia di un emigrato turco): ‘Ci aspettiamo dai tedeschi
che si interessino di noi e della nostra religione, che familiarizzino con i
comandamenti e i divieti dell’islam, e ne tengano conto. Ma in tutta onestà:
cosa conosciamo noi del cristianesimo? Ci interessiamo di questa religione? Chi
di noi è entrato una volta in una chiesa? Chi di noi conosce la differenza tra
cattolici e protestanti?’”. Le parole di Canan Topcu mi hanno fatto riflettere:
per noi, che siamo cristiani e condividiamo la religione con gran parte del
popolo tedesco, è più facile formare con esso un unico popolo? O i musulmani
diventeranno tedeschi prima di noi cristiani latini? San Paolo afferma: ‘Mi
sono fatto Giudeo con i Giudei… pagano con i pagani… mi sono fatto debole con i
deboli... mi sono fatto tutto a tutti... per diventarne partecipe con loro’. È
il caso di aggiungere: ‘Tedesco con i tedeschi?’. L’emigrazione deve essere un’occasione
per riscoprire la cattolicità della Chiesa. La cattolicità può offrire un
contributo al cammino della storia e delle culture, e gli emigrati potrebbero
avere un ruolo importante. Se sapranno vincere la tentazione di rinchiudersi
nelle proprie particolarità”.
Come si
presentano, oggi, la Missione Cattolica Italiana e la nostra comunità in una
città come Colonia, dagli antichi e particolari legami con l’Italia?
“Descrivere una
comunità non è facile, la ‘tua comunità’ ancora meno. Nella città di Colonia
siamo circa 20 mila italiani. Sappiamo tutti che non ritorneremo più in Italia,
e non abbiamo ancora metabolizzato l’idea che il nostro futuro sia
europeo-tedesco. Viviamo un po’ come un mondo a parte. Mentre il rapporto dei
tedeschi con l’Italia scavalca gli emigrati italiani, essendo legato più alla
cultura e all’arte, tutti noi apprezziamo l’efficienza del mondo tedesco.
Eppure l’anima tedesca resta per noi un mistero. Perfino l’ex cancelliere
tedesco Helmut Schmidt, ne Il nostro secolo, scrive: «Devo riconoscere che la
mia fiducia nei tedeschi non è incondizionata... il mio stesso popolo mi
rimane, in fondo, un po’ inquietante». La sfida del futuro, per gli stranieri
in Germania, resta il confronto con l’anima tedesca”.
Luigi Rossi,
Messaggero di San’Antonio per l‘estero, maggio 2012
Crisi e Italia. Il tono che serve. Gli incoraggiamenti del Papa e di
Napolitano
Suggestivo, il
concerto offerto dal Capo dello Stato al Papa per festeggiare l’anniversario
dell’inizio del pontificato. É stata una bella occasione di festa. Per ribadire
il legame speciale tra il Papa e l’Italia e per incoraggiare il Paese “in
questo momento arduo e impegnativo”. Ma anche per riflettere su come superarlo.
In questo senso,
avrà aiutato il registro musicale impeccabile del maestro Muti e il binomio
Vivaldi e Verdi, applicato alla musica sacra, si respirava un’atmosfera di
fiducioso impegno.
Che è appunto il
tono che serve, prima ancora delle decisioni tecniche e delle alchimie
politiche: un Paese supera i momenti di crisi se si respira e si lavora in un
clima operoso.
Da questo punto
di vista è opportuno sottolineare alcuni passaggi del breve discorso del
presidente Napolitano, che ha ricordato come la crisi morda proprio sul
benessere e ha sottolineato la dimensione etica e culturale di una crisi che va
superata guardando a nuovi parametri di benessere sociale e civile da
perseguire”.
La crisi morde di
più proprio se la società è “liquida”, fatta di tanti soggetti frammentati che
inseguono un utile a breve e non perseguono la strada più ardua dell’investimento
sociale.
Si parla tanto di
coesione sociale, a proposito dei problemi del lavoro e del welfare,
giustamente. Ma è evidente che la coesione non si crea con le provvidenze,
aiuta a metterle a frutto, ma richiama un orizzonte, un quadro appunto morale e
culturale.
Questo piano
rischia di rimanere in ombra, stretto tra le urgenze economiche e i vecchi
riflessi di una cultura radicale ed edonistica. Né si può pensare di cavarsela
declamando valori e principi. Questi devono diventare realtà, si devono calare
nella vita concreta delle nostre città, delle tante Italie alle prese con le
tante sfaccettature di un passaggio storico di ristrutturazione profonda. E qui
giustamente, si spende, si esercita la presenza della Chiesa e dei cattolici.
E non basta.
L’Italia è in
Europa, è in un Mediterraneo che nuovamente si infiamma nella polveriera
siriana, ove ancora una volta la religione diventa strumento di lotta politica
e i cristiani rischiano di pagar prezzi altissimi: due temi che sono stati
evocati nel breve colloquio tra Benedetto XVI e Giorgio Napolitano.
Riscontrando ampia convergenza di vedute e dunque l’impegno a lavorare, tanto,
tutti. Francesco Bonini Sir 13
La famiglia e i frutti del vero amore
Un brano della
lezione del card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, al Salone del Libro sul
tema della famiglia, in un incontro organizzato dall’Associazione Sant’Anselmo.
Nell’occasione è stato presentato il suo nuovo libro, «Famiglia, risorsa
decisiva», Edizioni Messaggero Padova.
E’ ancora
possibile oggi riproporre il nesso inscindibile tra differenza sessuale,
apertura all’altro (relazione-amore) e fecondità che sta alla base del trinomio
persona, famiglia e società? Per rispondere ad una tale domanda la via da
percorrere è quella di chinarsi a considerare l’esperienza comune dell’humanum
propria di ogni persona, di qualunque tempo e in qualunque parte del mondo.
Essa consiste in
quell’esperienza elementare dell’amore «tra uomo e donna, che non nasce dal
pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano» (Deus
caritas est 3). I greci parlano di eros.
Le più avvedute
indagini filosofiche sull’amore come contenuto dell’esperienza umana elementare
sono arrivate a parlare, a mio avviso molto appropriatamente, di autoevidenza
dell’eros. In che modo l’esperienza elementare dell’eros è autoevidente? È il
proprio corpo, nel suo costitutivo orientamento all’altro, a rendere
autoevidente l’eros. Autori come Schopenauer, Nietzsche e Freud sono giunti ad
affermare il proprio corpo, sempre situato nella differenza sessuale, è per il
soggetto il punto di partenza privilegiato per l’accesso alla realtà. L’autoevidenza
dell’eros è strutturalmente legata al dato che il corpo dell’uomo e della
donna, che sono entrambi «carne», corpo senziente e vivente, esistono sempre
situati nella differenza sessuale. È una condizione insuperabile. Ogni uomo
esiste sempre e solo o come maschio o come femmina e ha di fronte a sé l’altro
modo, rispetto al suo, di essere persona, a lui inaccessibile ma a lui intrinsecamente
correlato. L’essere situato nella differenza sessuale rivela immediatamente l’intreccio
indissolubile di identità e differenza proprio dell’uomo.
Questa
autoevidenza dell’eros, che mi si offre nella mia stessa «carne» (corpo
vivente), per la sua costitutiva apertura all’altro è di natura dinamica, mi
dice che il mio essere situato nella differenza sessuale è donato, in ultima
analisi, alla mia libertà. L’essere situati nella differenza sessuale non è
riducibile ad una mera sequenza ripetitiva di comportamenti, ma chiede
autodeterminazione. Nell’assunzione libera della differenza sessuale, l’apertura
all’altro domanda una decisione per l’altro che, contemporaneamente, mi
spalanca ad una conoscenza progressiva della mia sessualità. Potremmo parlare in
proposito di un processo di «sessuazione» (il neologismo è impervio ma esprime
bene la dinamica del processo stesso). Si deve riconoscere, senza per questo
cadere in relativismi equivoci che dissolvono la differenza stessa, che la
sessualità possiede anche un carattere culturale. Talvolta l’antropologia non è
riuscita a mettere in rilievo l’importanza di questo processo di «sessuazione»,
oscurando di conseguenza uno dei cardini della concezione della differenza
sessuale e dell’amore: il proprio corpo personale, in forza della differenza
sessuale, contiene un’apertura spirituale, il corpo sessuato è il corpo
personale e spirituale. Quest’apertura situa l’uomo-donna nell’esistenza come
capace di ricevere e di donare la vita (fecondità).
Vediamo così
comparire in filigrana, nell’autoevidenza dell’eros, i tre fattori cui abbiamo
fatto riferimento all’inizio: differenza sessuale, apertura all’altro
(relazione-amore) e fecondità. Da tempo chiamo questo intreccio il mistero
nuziale.
Sulla base dell’autoevidenza
dell’eros occorre ora interrogarsi sull’effettiva pertinenza della concezione
di famiglia, intesa nel suo nucleo originario e non nelle sue modulazioni
storico-culturali, legata alla tradizione occidentale. Fedeltà, indissolubilità
e fecondità, sono realmente fattori imprescindibili affinché accada la verità
del mistero nuziale.
Cosa possono
significare queste parole in un tempo come il nostro? Il vero amore – come ogni
umana esperienza documenta – implica anche il sacrificio, può domandare
rinuncia. L’umana fragilità, pur in tutta la sua imprevedibilità e nelle mille
ferite che, anche colpevolmente, possono essere inferte all’amore, non riesce
obiettivamente a giustificare il venir meno della fedeltà. L’amore tra un uomo
e una donna in sé e per sé è posto originariamente al riparo da ogni debolezza,
perché amore e fedeltà si annodano indipendentemente dal tempo, nonostante
qualunque scacco l’amore stesso possa subire. Una simile affermazione, che
sembra oggi clamorosamente smentita dalla ormai diffusa pratica della
separazione e del divorzio, non perde per questo il suo carattere di oggettiva
verità cui gli amanti aspirano. Chi potrebbe, infatti, seriamente sostenere che
una società in cui la fedeltà coniugale venga meno sia una società migliore? La
fedeltà trova nell’indissolubilità matrimoniale non un aggravio eteronomistico
rispetto alla libertà, ma una essenziale condizione di esercizio. Sulla scia
della fedeltà e dell’unità/indissolubilità la famiglia fondata sul matrimonio
assicura come coessenziale l’apertura alla vita. Il frutto dell’amore è il
terzo, il figlio: un’altra persona singolare, non un semplice individuo della
specie umana. La procreazione, in quanto apertura alla vita, è quindi
intrinseca al mistero nuziale e all’unione corporeo-spirituale dell’uomo
maschio con l’uomo femmina. È l’essere stesso dell’individuo umano, situato
nella sua specifica differenza sessuale, a mostrare come la vita non possa che
essere il frutto prezioso e totalmente gratuito dell’amore tra l’uomo e la
donna.
La famiglia
continua ad essere cellula fondamentale anche per le società plurali, ed è
necessario per le istituzioni statuali affermarne l’unicità e sostenerla con
decisive politiche familiari Card. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO LS 12
Giovani e Politica. Pensarsi pari. Un impegno che continua dopo le elezioni
amministrative
Una pioggia di
analisi e commenti, come di consueto, è caduta e continua a cadere sui
risultati delle elezioni amministrative. Un’acqua benefica, anche se a tratti
mista a grandine, per un riarso terreno politico. Ora, guardando a prospettive
più ampie, si aspettano segnali di cambiamento in vista della prova elettorale
del prossimo anno. Tra questi il più atteso, anche se fuori da strategie di
schieramento, riguarda i giovani che si erano presentati numerosi nelle liste
dei canditati alle elezioni comunali. Non è la prima volta che si verifica
questa partecipazione come non è la prima volta che un po’ troppo
frettolosamente è stata messa fuori dai riflettori. Raramente si è incontrata,
sia in campagna elettorale che dopo il voto, una riflessione sulla disponibilità
dei giovani a occuparsi del bene comune nel loro territorio. Anche il richiamo
alla nuova generazione di politici è andato spegnendosi oppure è stato
imprigionato nella strategia dell’acquisto voti. Il richiamo certamente
ritornerà - in momenti meno tumultuosi - nei pronunciamenti, nei documenti, nei
convegni. I giovani hanno ben compreso e sono comunque scesi in campo
consapevoli di dover giocare la partita con le proprie forze, le proprie
competenze, i propri progetti. Alcuni sono arrivati ai consigli comunali e
provinciali: molti non si siederanno ai banchi delle sale consiliari ma neppure
staranno alla porta. Agli uni e agli altri un ringraziamento e un
incoraggiamento.
La riconoscenza è
per una testimonianza che, pur con diverse colorazioni, ha offerto e offre un
segnale di speranza tanto più forte quanto più esprime un’alternativa di
pensiero politico dentro e fuori gli attuali schieramenti. L’incoraggiamento è
perché, dopo il ballottaggio, questi e altri giovani non si ritirino dalla
fatica del pensare e dell’agire in politica. Soprattutto non vivano
passivamente la condizione di ‘orfani’ in cui si trovano per la fragilità o per
l’assenza dei padri. Questa è per i giovani la sfida più grande e la risposta
non passa dalla rimozione degli adulti, da una sorta di parricidio politico, ma
dalla consapevolezza che con il patrimonio culturale e morale delle diverse età
si può restituire alla politica la sua nobiltà. I giovani, in questo
travagliato rinnovamento, devono realisticamente già “pensarsi padri”. Come
accade in una famiglia quando irrompono eventi così drammatici da costringere
al cambiamento radicale di vita e all’assunzione di inedite responsabilità.
La politica è in
analoga sofferenza, la crisi che da tempo la attraversa - confermata anche
dalle recenti elezioni - è arrivata a un punto decisivo. I giovani ben lo
sanno. Quanti di loro si sono giocati nelle elezioni amministrative hanno dato
una risposta da “adulti” anche con la presa di distanza dall’antipolitica -
presente più nei seggi elettorali che nelle piazze - e dalla confusione che si è
fatta tra la stessa antipolitica e la critica incandescente a incoerenze e
inconcludenze. I giovani avvertono la responsabilità di andare oltre e questo è
già uno stare in politica “pensandosi padri”.
In questa
prospettiva lo “specifico contributo” della Chiesa , con l’inesauribile
sorgente della dottrina sociale, sarà sostegno grande a un laicato che, senza
inutili aggettivi, sceglie ogni giorno nella sua autonomia responsabile, di
stare con amore nella storia. Un messaggio forte viene dal Concilio ma
altrettanto forte è quello che viene dalla testimonianza di statisti e uomini
di governo che, da cattolici, vissero il “rischio laicale” con altissimo senso
di responsabilità.
Un rischio che
non è azzardo , avventatezza, presunzione ma è l’inquietudine di chi, anche in
politica, è guidato nel suo agire da una coscienza illuminata dalla fede e
dalla storia. È il rischio di “pensarsi padri” anche in un’ora difficile come è
l’attuale. Un rischio a misura di giovani. Paolo Bustaffa
Le carte perdute del Vaticano II
Mezzo secolo
dopo, una grossa parte della documentazione del Concilio è ancora in attesa di
essere riordinata e studiata. Alcuni documenti di rilievo sono andati persino
smarriti. La denuncia choc di un archivista
- di Sandro Magister
ROMA – Come si
sa, Benedetto XVI ha indetto uno speciale Anno della Fede che avrà inizio il
prossimo 11 ottobre in coincidenza con un doppio anniversario: il cinquantesimo
dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e il ventesimo della
promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Né l'uno né
l'altro dei due anniversari sono pacifici.
Il Catechismo ha
sofferto e soffre di un diffuso rifiuto, anche tra l'episcopato e il clero.
Quanto al
Concilio, la diatriba sulla sua interpretazione e recezione è tuttora vivace e
ha persino dato origine a uno scisma: quello tra la Chiesa di Roma e i seguaci
dell'arcivescovo Marcel Lefebvre.
Nella lettera
apostolica in forma di motu proprio "Porta fidei", con la quale ha
indetto l'Anno della Fede, Benedetto XVI auspica che diventi "un'occasione
propizia" affinché i documenti del Concilio vengano letti e accolti
"guidati da una giusta ermeneutica", poiché solo così "esso può
essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario
rinnovamento della Chiesa".
All'ermeneutica,
cioè all'interpretazione del Vaticano II papa Joseph Ratzinger dedicò il primo
dei suoi discorsi prenatalizi alla curia romana.
Naturalmente,
anche la ricostruzione storica dell'evento conciliare è essenziale alla sua
ermeneutica.
E perché questa
ricostruzione sia fondata occorre che gli storici lavorino su una
documentazione esauriente di quell'evento.
Ebbene, potrà
sembrare incredibile, ma "esiste tutta una serie di carte e di documenti
ancora inesplorati e che hanno un grandissimo valore per comprendere sia lo
spirito del Concilio, sia la corretta ermeneutica dei suoi documenti".
È ciò che scrive
un archivista dell'Archivio Segreto Vaticano a conclusione di un suo
impressionante resoconto pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 1
maggio 2012.
L'archivista,
Piero Doria, ha lavorato e sta lavorando proprio alla raccolta e al riordino –
perché diventi accessibile agli studiosi – di una ingente mole di
documentazione dei lavori conciliari, che nel tempo era caduta in preda
all'incuria o addirittura era andata in parte dispersa.
Ad esempio, è
stato scoperto che tra le carte andate perdute c'è "il registro di
protocollo della commissione teologica e della commissione 'De doctrina fidei
et morum'", cioè di due commissioni conciliari di importanza capitale.
Altri blocchi di
documenti sono stati ritrovati e ricuperati fortunosamente, a casa dell'uno o
dell'altro dei Padri conciliari o dei periti.
Ma lasciamo a
Piero Doria di descrivere lo stato dei fatti e il grado d'avanzamento dei
lavori di catalogazione dei documenti.
Ecco qui di
seguito un ampio estratto del suo articolo choc su "L'Osservatore
Romano". L‘Espr. On 7
Quanto Concilio ancora da studiare
Il 27 settembre
1967, per volontà di Paolo VI, nasceva l’Archivio del Concilio Vaticano II,
[...] "un ufficio [temporaneo] per la stampa degli atti del Concilio, e
per la sistemazione scientifica di tutto il materiale d’archivio". [...]
Al nuovo ufficio
spettò pure il compito, secondo le intenzioni di Paolo VI, di provvedere a
mettere a disposizione degli studiosi, con gradualità, l’ingente massa di
documentazione. Papa Montini infatti era consapevole, come la storia dei
concili insegna, che era importante fin da subito evitare derive teologiche o
interpretazioni soggettive dei documenti che avrebbero potuto falsare sia lo
spirito del Concilio, sia una corretta lettura degli stessi documenti
conciliari, favorendo lo studio delle carte di archivio. [...]
L’Archivio del
Concilio Vaticano II, che ebbe fin dalla sua istituzione come destinazione
finale l’Archivio Segreto Vaticano, è la somma di più archivi particolari.
[...] Quella di via Pancrazio Pfeiffer 10 fu la prima sistemazione dell’ufficio
dell’Archivio. [...] Nel luglio 1975 l’ufficio viene trasferito nel Palazzo
delle Congregazioni in piazza Pio XII, [...] dove è rimasto fino al 9 marzo 2000,
[...] quando il cardinale Jorge Maria Mejía, archivista e bibliotecario di
Santa Romana Chiesa e padre Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto
Vaticano, presente il sottoscritto come incaricato della redazione dell’inventario,
presero ufficialmente possesso dell’Archivio del Concilio Vaticano II.
Il versamento
della documentazione nei locali dell’Archivio Segreto Vaticano avvenne nei
giorni successivi, sotto la supervisione del prefetto, la mia collaborazione e
quella di alcuni addetti dell’Archivio Segreto Vaticano. Al momento del
versamento l’Archivio del Concilio contava 2.001 buste non numerate.
A conclusione
delle operazioni di versamento e della ricostituzione fedele dell’ordinamento
dato dall’Ufficio versante, iniziai a consultare per studio la monumentale
documentazione per stabilire i criteri e il tipo di inventario da redigere e
[...] apparve subito evidente la complessità della sua natura. [...]
Complessità
confermata anche da alcuni promemoria di mons. Emilio Governatori, archivista,
conservati nell’Archivio del Concilio, nei quali [...] con riferimento alla
fase antepreparatoria e preparatoria ha scritto:
"Per ben due
anni tutti i documenti concernenti le risposte dei vescovi, che costituivano il
nucleo primo e più grosso dell’Archivio, servirono alla redazione dei volumi
'Acta et documenta': furono manipolati per questo gli stessi originali, in
quanto che non esisteva una efficiente macchina per fotocopie. Spesso l’ordine
dei raccoglitori veniva manomesso e ristabilito più volte, in quanto che gli
incaricati della correzione delle bozze prelevavano i documenti necessari,
senza avvertire affatto l’archivista".
E ancora:
"Non è mai
esistito un unico e proprio incaricato dell’Archivio e del protocollo.
Moltissimi documenti, tra i più importanti, venivano custoditi dallo stesso
segretario nel suo archivio particolare: soltanto nel 1962, poco prima del
Concilio, il segretario poté fare una revisione del suo archivio e molti
documenti passarono nell’archivio generale. Molti documenti non furono mai
protocollati o molto tardivamente: può darsi quindi che molti documenti non si
trovino nell’ordine cronologico dovuto, sia come posto, che come
protocollo". [...]
Queste
testimonianze, tutte riscontrabili purtroppo, e anche altre (come la presenza
eccessiva di fotocopie; l’utilizzo di testi originali o copie originali come
bozze per la stampa; i voti dei vescovi sezionati e collocati per argomenti in
buste diverse; lettere di accompagno e voti allegati, a volte non firmati,
privi di data e di numero di protocollo, conservati in buste diverse; mancanza
di alcuni registri di protocollo) indussero il prefetto dell’Archivio Segreto
Vaticano a convenire per la scelta [...] di procedere alla redazione di un
inventario analitico, vale a dire documento per documento, di tutta la
documentazione dell’Archivio del Concilio, pur consapevole che un inventario di
tal genere avrebbe senza dubbio allungato i tempi del lavoro, ma avrebbe
offerto, in compenso, sia uno strumento utilissimo di ricerca per gli studiosi,
sia [...] un indice completo e totale della importantissima documentazione.
Allo stato
attuale del lavoro sono state inventariate 1.465 buste su un totale di 2.153
per un numero complessivo di oltre 7.200 pagine di inventario suddivise in 18
volumi, di cui il XVIII ancora in corso ma che già comprende 408 pagine. [...]
Per quanto
riguarda invece l’Archivio, [...] devo dire [...] che da parte dell’ufficio non
sia stata prestata particolare attenzione al suo riordinamento e che, invece,
il lavoro di pubblicazione dei volumi degli "Acta Synodalia" abbia
assorbito per intero o quasi tutte le energie degli addetti dell’ufficio,
soprattutto dopo il trasferimento nel dicembre 1968 ad altro incarico di Emilio
Governatori che fino a quel momento era stato l’archivista della segreteria
generale. [...] Mi sembra di poter dire che con il suo trasferimento [...] il
riordinamento si interrompa e non sia stato più proseguito con lo stesso “entusiasmo”
dai suoi immediati successori.
Solo tali ragioni
possono giustificare un ordinamento così approssimativo della documentazione,
soprattutto per ciò che riguarda la segreteria generale [del Concilio]. Per
questa sezione, infatti, le buste sono state ordinate esternamente in maniera a
volte confusa senza purtroppo fare particolare riferimento [...] né a un ordine
cronologico, né a un ordine tematico, e soprattutto senza alcun tipo di
numerazione esterna delle buste, che può aver causato, in parte, la
collocazione fuori posto delle stesse dopo la loro consultazione. [...]
Bisogna tenere
pure conto che non sempre le persone chiamate a ricoprire il ruolo di
archivista avevano le competenze necessarie. [...] Valga qui un esempio per
tutti: il registro di protocollo. I suoi criteri di redazione generalmente sono
stati ben osservati; altre volte invece questi stessi criteri sono stati un po’
troppo personalizzati, con risultati a volte contraddittori come nel caso dei
registri di protocollo redatti dal segretariato per l’unità dei cristiani.
[...]
Altro aspetto da
segnalare è la dispersione della documentazione, verificatasi durante i lavori
conciliari, che però non significa necessariamente smarrimento delle carte.
Purtroppo è accaduto, soprattutto per i segretari delle commissioni, di
portarsi a casa il lavoro e, quindi, le carte d’ufficio. In alcuni casi queste
carte sono andate perse, altre volte fortunatamente sono state recuperate.
Mi limito a
segnalare due casi. Il primo riguarda il registro di protocollo della
commissione teologica e della commissione "De doctrina fidei et
morum". Purtroppo in questo caso bisogna parlare, almeno allo stato
attuale, di smarrimento di questo prezioso strumento di ricerca. Nel 2006,
infatti, segnalai questa mancanza al prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano,
che scrisse al sottosegretario della congregazione per la dottrina della fede.
Purtroppo, la risposta della congregazione fu negativa, così come il sondaggio
effettuato presso i padri gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, dove
risiedeva il padre Sebastiano Tromp [segretario della seconda delle due
commissioni], non ha dato gli esiti sperati.
Il secondo
esempio, invece, fortunatamente di segno opposto, riguarda l’archivio della
commissione preparatoria "De sacra liturgia" che, come scrisse il
cardinale Pericle Felici al cardinale Ferdinando Antonelli il 4 marzo 1967, era
presso mons. Annibale Bugnini [e lì fu ricuperato].
Alcune recenti ed
eccellenti pubblicazioni mi permettono, a questo punto, di introdurre il tema
relativo alle nuove prospettive di ricerca.
Bisogna, infatti,
chiedersi se per ricostruire le dinamiche conciliari siano ancora sufficienti i
documenti editi in "Acta et documenta" e in "Acta
Synodalia", pur importantissimi, come spesso accade anche in pubblicazioni
recentissime, anche se almeno una di queste purtroppo di dubbio valore
scientifico, o se non siano necessarie approfondite ricerche d’archivio come,
per esempio, il libro di Mauro Velati e di altri studiosi dimostrano.
È evidente che la
risposta, per quanto mi riguarda, risiede tutta nella seconda parte dell’affermazione
precedente.
A questo
proposito, desidero ricordare che nell’Archivio del Concilio Vaticano II esiste
tutta una serie di carte e di documenti ancora inesplorati e che hanno un
grandissimo valore per comprendere sia lo spirito del Concilio, sia la corretta
ermeneutica dei documenti così come sono stati approvati dall’assemblea dei
vescovi riuniti nella basilica vaticana e da Paolo VI.
Piero Doria, Oss.
Rom.
Settimane sociali. Costruttori di futuro. Sussidiarietà e buona politica
per superare la crisi
Superare la crisi
all’insegna della sussidiarietà. Denunciando le disuguaglianze che pesano sul
Paese, sia a livello territoriale, sia tra i corpi sociali, con una famiglia
che viene “punita” anziché premiata. Sapendo che il tempo per invertire la
rotta è poco. Sono alcune linee di pensiero e impegno del seminario svolto oggi
a Perugia dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali ha
proposto alla riflessione “Vivere la comunità, costruire un nuovo welfare. Le famiglie,
il terzo settore, le pubbliche amministrazioni, le imprese”. La famiglia,
difatti, è l’ambito di riferimento della prossima Settimana Sociale, vista “come
prospettiva che si apre sulla città”, ha sottolineato il presidente del
Comitato e arcivescovo di Cagliari, mons. Arrigo Miglio, nella convinzione che “secondo
lo spazio e il ruolo che viene dato alla famiglia cambia la fisionomia di una
civitas”. Ma, ha aggiunto l’arcivescovo, “se vogliamo far riscoprire la
fecondità di una famiglia rimessa al centro abbiamo bisogno di una civitas
capace di sussidiarietà e libertà vera”.
La politica per
la vita dell’uomo. “L’espressione ‘vivere la comunità’ rimanda al modo in cui l’uomo
si colloca nel mondo e può essere condensata con la parola politica, nella sua
accezione più alta possibile”. Portando il saluto della diocesi di Perugia-Città
della Pieve l’arcivescovo e vicepresidente Cei, mons. Gualtiero Bassetti, ha
riflettuto sul valore della politica con le parole di Giorgio La Pira, che la
definiva “impegno di umanità e santità”. “La politica – ha richiamato – non è
un’attività sconveniente o compromissoria per l’anima umana ma è, invece, una
prassi intimamente legata con la vita dell’uomo”. Che sia a livello locale, “legata
a una forma di rappresentanza sociale o di categoria” o “nel “piccolo gruppo di
volontariato”, oppure “nella veste ufficiale di un’assemblea elettiva dello
Stato”, filo comune è “il vincolo di responsabilità nei confronti della comunità,
piccola o grande che sia”. L’arcivescovo ha quindi ricordato la “drammatica
crisi economica” che sta attraversando l’Occidente, le cui radici “vanno
rintracciate in un’ancora più drammatica crisi morale”. In questo contesto “nasce
quindi l’esigenza di pensare ed elaborare nuove strategie d’intervento” , dove
il compito della politica e dei politici cattolici è “saper fornire delle
proposte concrete, indicare le strade da percorrere e, quindi, saper dare delle
risposte”.
Intervenire
subito. Però non si può perdere tempo, “ci sono cose che vanno fatte adesso”,
ha messo in guardia l’economista Luigi Campiglio mostrando i dati della crisi,
con una capacità di risparmio degli italiani passata dal 20% nel 1995 al 9%
odierno (dove però molti non riescono più neppure a far fronte alle spese
quotidiane). “I due grandi soggetti che storicamente sono stati il motore del
Paese – la famiglia e l’impresa – sono in crisi”, ha osservato l’economista,
per il quale l’idea del “piccolo è bello” applicata tanto all’imprenditoria
quanto alla dimensione delle famiglie ormai “ha raggiunto livelli di non
sostenibilità”. “L’Italia – ha precisato – è il Paese in cui la percentuale di
occupati di classe zero (lavoratori autonomi senza dipendenti, ndr) è di gran
lunga la più grande in Europa”. D’altro canto “oggi siamo preda dei mercati”,
con tre fattori che stanno riducendo la ricchezza del Paese: la speculazione
degli investitori stranieri sul debito italiano, come pure i dividendi delle
aziende italiane quotate in borsa che finiscono oltre confine e, in terzo
luogo, le rimesse degli extracomunitari che lavorano in Italia. Dunque, è tempo
di muoversi, ha concluso il docente riferendosi alle istituzioni, ricordando la
storica “capacità del Paese di risollevarsi in tanti modi, sempre e comunque”,
ma pure che “la differenza di oggi rispetto al passato è che i tempi sono
stretti”.
Buone pratiche e
sussidiarietà. L’impegno per “vivere la comunità” passa dalla sussidiarietà,
che “deve investire tutta la vita sociale, in tutte le sue dimensioni”, ha
rimarcato Pierluigi Grasselli, docente all’Università di Perugia, evidenziando
come il concetto sia costantemente presente nel magistero della Chiesa.
Presupposto di fondo è “la libertà della persona, nella sua dimensione sociale
e istituzionale”. Famiglia, terzo settore, imprese e amministrazioni pubbliche
sono “protagonisti” di quest’impegno quando sono capaci di “buone pratiche”,
hanno evidenziato le testimonianze di Simone Pillon (Forum delle famiglie),
Johnny Dotti (presidente Welfare Italia), Maurizio Bernardi (sindaco di
Castelnuovo del Garda) e Valter Baldaccini. Quest’ultimo, in particolare, ora
azionista e amministratore delegato di Umbria Cuscinetti, ha portato l’esperienza
di un’azienda ceduta dalla multinazionale che la deteneva e da lui comprata, in
cordata con altri imprenditori, “per tutelare le 190 famiglie che vi lavoravano”.
Un’operazione commerciale che poi si è rivelata di successo, grazie anche al “clima
di fiducia” che si è creato all’interno. E che oggi, con tante realtà imprenditoriali
in difficoltà, può costituire un esempio per guardare con più fiducia al
futuro. Francesco Rossi, inviato Sir a Perugia
Dal 25 al 28 giugno a Roma il Corso di pastorale migratoria
ROMA - Fornire
una solida base di formazione per agire con efficacia e “in rete” nella
pastorale della mobilità umana, attraverso chiavi di lettura
sociologico-ecclesiali e teologico-pastorali.
Questi gli
obiettivi del Corso di formazione “Linee di pastorale migratoria” promosso
dalla Fondazione Migrantes che si svolgerà a Roma presso la Domus Pacis dal 25
al 28 giugno 2012. Il Corso si struttura in lezioni tematiche, conoscenza degli
strumenti di documentazione, approfondimenti personali e lavori di gruppo;
incontri con testimoni privilegiati; valorizzazione delle esperienze e delle
competenze dei partecipanti.
Tra i relatori
padre Gabriele Bentoglio, sottosegretario del Pontificio Consiglio per i
Migranti e gli Itineranti; mons. Giancarlo Perego, direttore generale della
Fondazione Migrantes; Delfina Licata, caporedattore del Rapporto Migrantes “Italiani
nel Mondo”; i direttori regionali Migrantes della Sicilia e del Piemonte-Valle
d’Aosta, Santino Tornesi e don Fredo Olivero; padre Giovanni Terragni del Simi;
padre Luigi Sabbarese, docente alla Pontificia Università Urbaniana; Maurizio
Certini, presidente del Centro Internazionale La Pira di Firenze; Maurizio
Ambrosiani dell’Università degli Studi di Milano; Caterina Boca della Caritas
di Roma.
Per iscrizioni
online e informazioni www.migrantes.it/unpir. (Inform)
Cultura della vita. Sentirsi amati. II Settimana del diritto alla Famiglia
Napoli - “Sono
due i punti di partenza: la forte impermeabilità della società sul tema della
vita nascente e la vita come valore inteso nella sua dimensione trascendente”. È
a partire da queste premesse che stamattina, a nella sala “Vincenzo Gemito” di
Napoli, è stata aperta la II Settimana del diritto alla Famiglia. L’incontro,
promosso da Progetto Famiglia e incentrato sul tema “Custodire la vita. Essere
famiglia tra fecondità e accoglienza”, dà il via ad una maratona di cinquanta
eventi che, da oggi a domenica 20, toccheranno undici luoghi d’Italia
raggiungendo centomila persone.
Le famiglie, non “fotocopie”
ma “ricchezza di diversità”. “Piuttosto che parlare di vita, anche nei termini
di un dibattito netto, la società preferisce rinchiudere la questione nell’alveo
dell’autoreferenzialità della coscienza personale”, ha osservato Marco
Giordano, presidente della federazione Progetto Famiglia e moderatore dell’incontro.
“Le famiglie non sono fotocopie, ma custodiscono la ricchezza della diversità e
dell’esperienza. La famiglia - ha proseguito - non è un fatto demografico, ma è
una buona notizia, per i componenti, le altre famiglie, il vicinato e la società
tutta. Perciò le famiglie hanno diritto ad un sistema di welfare attento, che
difenda la vita. Una persona è contenta di vivere – ha concluso -se si sente
amata. In ciascuno di noi c’è il progetto di Dio. E se custodiamo la vita, sarà
lei a custodire noi”.
“Un destino che
arriva fino all’eternità”. Per mons. Elio Sgreccia, presidente emerito del
Pontificio consiglio per la vita, “si fa poco per il diritto alla nascita,
dobbiamo impegnarci di più. Le strategie da mettere in campo sono diverse: c’è
la via dell’annuncio della vita, la catechesi, la formazione. Il nostro – ha
detto in un videomessaggio il bioeticista - è un destino che si apre col
concepimento e va fino all’eternità”. Di esempi concreti e dell’attività delle
case-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII ha parlato Enrico Masini,
responsabile del servizio maternità e vita dell’associazione fondata da don
Oreste Benzi. “L’obiettivo è condividere la vita degli ultimi. Non limitarsi a
dare volontariato, ma mettere la spalla sotto la croce delle persone che
incontriamo, fino a portarle nelle nostre case, che sono vere famiglie, in cui
non c’è chi aiuta e chi è aiutato, ma ci si aiuta insieme, come in ogni
famiglia. Ciascuno di noi – ha concluso Masini - deve rimboccarsi le maniche e
partecipare alla sfida dell’esserci. Compiendo quel sacrificio che fa sì che,
nell’incontro con l’altro, realizziamo anche noi stessi”.
Senza
accoglienza, nessuna giustizia. Di dignità dell’uomo e sistema normativo ha
parlato il vicepresidente del Movimento per la vita, Giuseppe Anzani: “La legge
non è tutto. E non è nemmeno sinonimo di giustizia, perché la vita c’è e canta
il suo diritto di esserci. Senza il diritto alla vita la giustizia, d’altra
parte, diventerebbe un folle sogno, un’illusione”, ha sottolineato. “L’uguaglianza
- ha osservato il magistrato- è una bugia: è la disuguaglianza la nostra
costituzione ontologica. Quindi la parola ‘giustizia’ dev’essere rimodulata,
non significa trattare allo stesso modo tutti, ma va coniugata con la parola ‘accoglienza’.
E dobbiamo stare attenti, perché sotto la crosta della crisi, pian piano, ci
stiamo dando le spalle, ciascuno si chiude in sé e la presenza dell’altro
diventa un problema”. L’editorialista di “Avvenire” ha poi parlato di aborto: “Sono
oltre 50 milioni di aborti nel mondo, lo dice l’Oms. Questa è tutta vita
concreta a cui rispondiamo ‘non c’è posto per te’. Abitare dentro un’altra
persona – ha aggiunto Anzani - è l’atto più simbiotico che esiste. Però il
grembo è il luogo più pericoloso in cui trovarsi, se nel nostro Paese sono in
120 mila, ogni anno, a non uscirne vivi. Senza nessuna colpa, se non quella di
essere stati chiamati alla vita”.
“Nasko”, una rete
per la vita. “L’offerta standard non basta. Non bastano gli interventi di
sostegno al reddito, bisogna ascoltare le famiglie e offrire servizi che si
adattano alle richieste”. Con queste parole Davide Sironi, dirigente della
struttura di sostegno ai minori della direzione famiglia della Lombardia ha
presentato il progetto “Nasko”, modello vincente di rete di servizi costruita
intorno e per la vita. “Finora abbiamo salvato dall’aborto 1296 bambini che
altrimenti non sarebbero nati. Il nostro – ha spiegato - è un metodo di lavoro
condiviso: consultori e centri di aiuto alla vita collaborano nell’elaborazione
di progetti di aiuto economico costruiti sulle esigenze di ogni donna. Non
dobbiamo perdere di vista – ha concluso - il principio di sussidiarietà, che
presuppone una visione dell’essere umano nel suo carattere di globalità”.
Lorena Leonardi
VICENZA – Ben 14
città, 10 giorni di eventi, 140 appuntamenti, 10 mostre, 200 realtà coinvolte,
120 ospiti protagonisti dei quali 20 dall'estero, 40 mila presenze attese agli
eventi e una macchina organizzativa fatta tutta di volontari. Questa la
fotografia quantitativa dell'ottava edizione del Festival Biblico, in programma
a Vicenza, Verona e altri 12 centri veneti dal 18 al 27 maggio.
Attuale il tema
che i promotori - la Diocesi di Vicenza e la Società San Paolo (con il
patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, del Comune di Vicenza, della
Regione Veneto e del Pontificio consiglio per la cultura e del Progetto
culturale della Conferenza episcopale italiana) - hanno scelto per questa
edizione attingendo ad una domanda di Cristo nel vangelo di Marco: “Perché
avete paura?” La speranza dalle Scritture, individuando un superamento della
paura, o delle molte paure dell'oggi, nella speranza attinta dalle Scritture.
Incontri, riflessioni,
confronti, lectio magistralis si accompagnano a momenti leggeri: mostre e
laboratori per bambini, iniziative per le famiglie, degustazioni, spettacoli,
musica. Al Festival interverranno, tra gli altri, il sociologo inglese Zygmunt
Bauman, teorico della “società liquida”; il poeta bosniaco Abdulah Sidran, più
volte candidato al Premio Nobel per la letteratura; il cardinale Joseph Zen,
vescovo emerito di Hong Kong; Mordechay Lewy, ambasciatore di Israele presso la
Santa Sede; Dan Bahat, archeologo israeliano di fama mondiale; suor Helen
Prejean, americana, impegnata contro la pena di morte (ispirò il film Dead Man
Walking, vincitore di 4 premi Oscar); il biblista belga Frédéric Manns e altri
docenti dello Studium Biblicum Franciscanum e rappresentanti dell'Ecole
biblique di Gerusalemme. Non mancheranno occasioni di confronto tra religiosi
cristiani e "laici" e tra credenti in credi diversi e chi "crede
di non credere". Una costante doppia traccia - religiosa e laica - che già
viene proposta nella serata inaugurale che vede il dialogo, nella Cattedrale di
Vicenza (24 maggio alle ore 21), Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, e
Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della sera, intorno a Carlo Maria
Martini e il suo magistero. Poi un susseguirsi di ospiti di rilievo, tra cui il
ministro per l'Integrazione e la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi,
fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che domenica 27 maggio alle ore 15
dialogherà con Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana su “Ero
straniero e mi avete ospitato. Le paure e le speranze dei nuovi italiani”.
Novità assoluta
del Festival 2012 sarà il focus sulle terre bibliche Linfa dell'ulivo
(www.linfadellulivo.it ), organizzato dall'Ufficio pellegrinaggi della diocesi
di Vicenza, che (dal 24 al 26 maggio) riunirà - sempre nel capoluogo vicentino
- esperti, studiosi, storici, archeologi dei territori interessati dalla Bibbia
(dalla Turchia fino all'Iraq) per analizzare le scoperte più significative, i
ritrovamenti, le indagini storiche e storiografiche riguardanti la Scrittura,
le sue terre e la sua storia. Occasione per annunciare le novità emerse dalle
più recenti campagne di scavo nell'area medio orientale.
Fedele alla sua
vocazione di presentare la Bibbia secondo una pluralità di linguaggi, il
Festival offrirà una serie di eventi musicali e artistici (tutti gratuiti), fra
i quali il concerto di Roberto Vecchioni, che sabato 26 maggio porterà in
piazza dei Signori il suo tour I colori del buio.
Infine, 14
esposizioni. Sono già aperte la mostra per l'infanzia “La paura e la speranza.
I colori delle emozioni” (in collaborazione con Fondazione Stepan Zavrel di Sàrmede)
con 95 opere originali di illustratori da diverse parti del mondo (fino al 10
giugno), e la mostra “La via Crucis” di Paolino Rangoni (Museo diocesano, fino
al 14 giugno). Le altre saranno concomitanti con il Festival. (Il programma
aggiornato del Festival Biblico 2012 è su: www.festivalbiblico.it . La
partecipazione a incontri, concerti e mostre è gratuita). (Inform)
FAMILY 2012. Vittima dell'avidità. Famiglia e finanza: un intervento del
card. Turkson
Ci sono valori
esclusivamente economici e finanziari come la produttività – ma anche l’austerità
e il rigore – che stanno soppiantando altri valori assai più basilari e
fondamentali per la società. La causa di questa generazione è sotto gli occhi
di tutti: “La finanza si è trasformata, da mezzo che facilita la vita economica
a fine ultimo che alimenta l’avidità e l’interesse ad accumulare”. L’analisi
del card. Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della
giustizia e della pace, è impietosa ma coglie nel segno e solleva il problema
di un’economia che “oggi si è ampiamente dimostrata insostenibile per le
famiglie e per la società intera e non può più andare avanti così, altrimenti
si rischia il tracollo”.
Urgono nuove
regole. Il card. Turkson, intervenuto, ieri (10 maggio) a Milano, al ciclo di
incontri “Dalla crisi economica alla speranza affidabile” organizzato dalla
Fondazione Milano Famiglie con il Gruppo 24 Ore, ha le idee chiare su cause,
responsabilità e possibili rimedi contro la crisi attuale: “La finanza deve
promuovere l’attività economica nella società e la politica deve sovrintendere
da vicino al ruolo della finanza, svolgendo un ruolo di controllo senza cadere
nella tentazione dell’alleanza”. Il compito della politica, infatti, è “assicurare
alla società che il sistema finanziario svolga il suo ruolo specifico, quello
di promuovere la vita economica della società per assicurare il bene comune e
la dignità delle persone”. Per questo servono delle regole che consentano d’invertire
la rotta rispetto alla deregulation di fatto che è in atto e che ha generato le
pesanti conseguenze oggi sotto gli occhi di tutti.
Un sistema di
nuove regole è necessario in ambito economico come in qualunque altro settore,
come chiarisce questo esempio: “Pensiamo al trasporto aereo: i piloti, che
hanno la responsabilità non soltanto del mezzo che guidano ma anche delle
persone che trasportano, devono seguire regole ferree sugli orari di guida, sul
loro stato di salute, su tutti i comportamenti e le procedure che sono chiamati
ad attuare per garantire un viaggio sicuro. Perché non possiamo applicare un
modello simile anche a chi ha responsabilità nel mondo dell’economia e della
finanza?”. Il card. Turkson sottolinea che “non è la prima crisi che dobbiamo
affrontare, ma non impariamo mai la lezione ed evidentemente c’è qualcosa che
non va”.
La bassa natalità.
La degenerazione del sistema finanziario non è l’unica causa della crisi in
corso a livello globale. Il presidente del Pontificio cita in questo senso la
bassa natalità dei Paesi occidentali e la concomitante crescita del fenomeno
migratorio, non sempre supportato dalla necessaria integrazione sociale. “La
migrazione delle persone e delle famiglie può avere conseguenze opposte, se
esse vengono accettate dalla popolazione indigena oppure vengono respinte come
una minaccia da chi non vuole accoglierle”. Il che dipende anche dai numeri: “Se
i nuovi arrivati crescono quantitativamente di più rispetto alla popolazione
ospitante, quest’ultima ne ha paura e si chiude al dialogo, pregiudicando la
possibilità della convivenza e dell’integrazione”. In questa direzione, il
magistero sociale della Chiesa ha l’obiettivo e l’ambizione di “farsi promotore
di una finanza etica e di un’economia sostenibile, per creare un sistema di
regole che tutelino non soltanto il mercato ma anche i valori fondamentali
della comunità sociale”. All’interno di quest’ultima il nucleo familiare gioca
un ruolo fondamentale, come il card. Turkson ribadisce: “La famiglia è la
cellula di base della società ma anche della Chiesa. Senza la famiglia la
società crolla, ma anche la Chiesa crolla”.
L’impresa
familiare. Il tessuto economico italiano ha assegnato alla famiglia un’importanza
strategica all’interno del sistema imprenditoriale. Nel nostro Paese, infatti, “l’industria
di proprietà familiare è una realtà che, se gestita con attenzione e
lungimiranza, può dare un contributo decisivo in termini di tenuta e di
rilancio contro la crisi in atto”. Per questo servono scelte politiche capaci
di sostenere la famiglia a livello economico e sociale, di cui finora il
sistema politico italiano non si è fatto carico appieno, nonostante molte
promesse e altrettanti slogan.
Guardando all’appuntamento
con il VII Incontro mondiale delle famiglie che si svolgerà a Milano dal 30
maggio al 3 giugno, il card. Turkson lancia l’auspicio che l’evento sia l’occasione
per un proficuo confronto fra le famiglie di tutto il mondo e le situazioni che
esse vivono, ma possa anche provocare “un profondo ripensamento del senso, del
valore e degli stili di vita della famiglia, spingendoci tutti a essere un po’
creativi di fronte alle difficoltà, confidando nelle risorse inesauribili che
ogni persona ha ricevuto in dono da Dio”.
Sir 11
Lourdes, la realta' supera sempre qualsiasi fiction
Il nuovo
appuntamento con Lourdes a metà giornata ha trovato subito il vostro
coinvolgimento e questo ci riempie di soddisfazione. A essere sinceri un po’ ci
contavamo, non certo per nostra presunzione, ma perché abbiamo imparato insieme
come quel luogo straordinario sia capace di toccare le corde più profonde dei
nostri cuori. Naturalmente il momento qualificante del nuovo spazio è la recita
del Regina Coeli, la preghiera che con la sua essenzialità e il suo timbro
gioioso caratterizza la spiritualità mariana nel tempo di Pasqua, per poi fare
spazio al ritorno dell’Angelus. Però ci permettiamo di attirare la vostra
attenzione anche sul racconto televisivo che precede il momento orante,
racconto anch’esso prontamente premiato dal vostro interesse. Poiché infatti ci
sforziamo di fare televisione di qualità – nelle intenzioni sempre, nei fatti
quando ci riu sciamo – abbiamo voluto utilizzare un linguaggio televisivo
moderno per proporvi come introduzione alla preghiera mariana le storie e le
testimonianze dei pellegrini che quotidianamente visitano il santuario. Chi ha
già avuto modo di vedere i primi passi di questo racconto, non avrà notato
alcun effetto speciale, nessun trucco tecnologico, nessuna fantasmagoria di
mezzi. Piuttosto avrà colto una voluta semplicità, una ricercata attenzione a
non frapporre diaframmi rispetto alle parole, agli sguardi, ai gesti di tanti
uomini e donne che salgono sui Pirenei sulle tracce di Maria spinti dalla fede
o dalla ricerca, dal dramma o dalla gioia, dalla solitudine o dall’amicizia.
Siamo ogni giorno
a Lourdes non per esibire la nostra professionalità, ma perché anche voi sentiate
di essere lì insieme a noi, condividendo lo stupore per l’imprevedibile
ricchezza di umanità che trabocca dalle esperienze dei pellegrini e per la
sorprendente maturità che essi rivelano nel presentarle. Se la tv del nostro
tempo è assetata di realtà, al punto da averne costruito dei simulacri
artificiali veicolati attraverso lo stratagemma dei “reality”, noi vogliamo
essere come trasparenti rispetto alla concretezza del vissuto delle persone che
incontriamo ai piedi della Grotta. E se per fortuna la capacità attrattiva di
certe trasmissioni basate su una pseudo-realtà sta finalmente scemando, noi –
modestamente - ci sentiamo già più avanti.
Anche nei
linguaggi televisivi oggi il futuro si presenta sempre più nei termini di un
recupero di essenzialità e di profondità. In fondo di autenticità. E a TV2000
questo approccio risulta particolarmente congeniale proprio in ragione della
sua identità originaria. A Lourdes come negli altri luoghi che vi racconteremo
ogni giorno se vorrete stare in nostra compagnia.
Dino Boffo
Papst wirbt für Solidarität mit Asylanten
Papst Benedikt XVI. hat Italiens Katholiken dazu aufgerufen, Asylbewerbern eine Chance zu geben. Bei einer Messe in der toskanischen Stadt Arezzo sprach das Kirchenoberhaupt über die schon im Mittelalter einsetzende christliche Prägung der Region, die später auch große Humanisten wie Petrarca und Vasari hervorbrachte.
„Im Kontext der Kirche in Italien müssen wir uns gerade hier, an der Wiege der Renaissance, fragen, welche Sicht des Menschen wir den jungen Generationen weitergeben wollen. Unter den herausragenden Werten der Kultur dieser Region finden sich Solidarität, Aufmerksamkeit für Schwache, Respekt für die Würde jedes Menschen. Weithin bekannt ist die Aufnahmebereitschaft, die ihr auch in jüngerer Zeit jenen Menschen gewährt habt, die auf der Suche nach Freiheit und Arbeit kamen. Mit den Armen solidarisch zu sein, heißt das Vorhaben des Schöpfergottes anzuerkennen, der aus allen eine Familie gemacht hat.“
In seiner Predigt im „Parco del Prato“ würdigte der Papst diesen Einsatz für die Armen gerade angesichts der Wirtschaftskrise, die in den Familien der einst wohlhabenden Region um Arezzo für Unbehagen sorgt. Die Kirche werbe schon lange dafür, Ressourcen zu teilen und einen einfacheren Lebensstil zu pflegen, so der Papst, sie stelle sich so „der Kultur des Vergänglichen entgegen“, die viele enttäuscht und in eine tiefe spirituelle Krise gestürzt habe.
„Bereichert vom leuchtenden Zeugnis des Franz von Assisi, möge diese Ortskirche weiterhin aufmerksam und solidarisch mit den Bedürftigen sein, sie soll aber auch dazu in der Lage sein, zur Überwindung rein materialistischer Logiken zu erziehen, die den Sinn für Solidarität und Nächstenliebe oftmals vernebeln.“
Im selben Tenor das Regina Coeli-Gebet: Papst Benedikt sprach den Gläubigen von Arezzo und ganz Italien angesichts der Krise Mut zu und lenkte den Blick auf die beste Lösung aus christlicher Sicht.
„Durch Maria erbitten wir von Gott moralischen Beistand, damit Arezzo und ganz Italien den Mut nicht verliert und, bestärkt auch durch die große humanistische Tradition, entschlossen den Weg der spirituellen und ethischen Erneuerung wiederaufnimmt, den einzigen Weg, der wirklich zu einer Verbesserung des sozialen und zivilen Lebens führen kann. Jeder kann und muss hier seinen Beitrag leisten.“
Nach der Eucharistiefeier besuchte der Papst den prächtigen Dom von Arezzo. Das Mittagessen nimmt er mit den Bischöfen der Toskana ein, nach einer kurzen Ruhepause begrüßt er die Organisatoren des Besuches. - Benedikt wurde am Morgen in Arezzo vom italienischen Premierminister Mario Monti begrüßt; als Papst hielt er sich zum ersten Mal in der Toskana auf, was auch der Grund dafür ist, dass sein Besuchsprogramm verhältnismäßig lang ist: Ein Helikopter bringt Benedikt um 17 Uhr nach La Verna, wo er vor dem örtlichen Heiligtum eine kurze Ansprache vor Franziskanern, Klarissen und anderen Ordensleuten hält. Danach bricht er - abermals im Hubschrauber - zum Privatbesuch in der Konkathedrale von Sansepolcro auf. Anschließend richtet er das Wort an die versammelten Gläubigen. Im Vatikan wird der Papst erst nach neun Uhr Abends zurück erwartet. (rv 13)
D: Positive Bilanz der Heilig-Rock-Wallfahrt
Triers katholischer Bischof Stephan Ackermann hat eine positive Bilanz der Heilig-Rock-Wallfahrt gezogen. Er sprach am Freitag vor Journalisten in Trier von einer vierwöchigen Festzeit und von einem Glaubensereignis. Es sei spürbar geworden, dass die Heilig-Rock-Wallfahrt ein Bekenntnis zu Jesus und eine wirkliche Christuswallfahrt sein wolle. Die für dieses Jahrhundert erste Wallfahrt geht am Sonntagabend mit einem Gottesdienst im Trierer Dom zu Ende. Laut Angaben des Trierer Bistums brachte das Großereignis seit dem 13. April über 500.000 Menschen in die Moselstadt. Bei der Vorgänger-Wallfahrt 1996, die mit 28 Tagen drei Tage kürzer war, waren es knapp 700.000. Die nun endende Heilig-Rock-Wallfahrt unter dem Leitwort „und führe zusammen, was getrennt ist“ fand 500 Jahre nach dem ersten derartigen Pilgertreffen statt und war die 20. bislang. Wann es wieder eine Heilig-Rock-Wallfahrt geben wird, ist laut Ackermann völlig offen.
Mit Blick auf das Leitwort sagte der Bischof, es habe sich auf verschiedene Weise bewahrheitet. Die Wallfahrt habe die Vielfalt der christlichen Konfessionen versammeln können und auch die unterschiedlichen Strömungen in der katholischen Kirche vereint. Sie sei zudem eine Wallfahrt aller Generationen gewesen, und sie habe verschiedene Nationen und Kulturen zusammengeführt. „Die Welt“, so Ackermann, „war bei der Wallfahrt da.“
Wallfahrtsleiter Georg Bätzing sagte, das Pilgertreffen habe Kirche als lebendige, freundliche, hilfreiche, tröstliche und bestärkende Gemeinschaft konkret gemacht. Bätzing hob hervor, er sei jetzt fester denn je davon überzeugt, dass der Heilige Rock ein echtes Bild Jesu Christi sei, das die Herzen von Menschen unmittelbar berühre.
Gemäß alter Überlieferung gilt der Trierer Heilige Rock als das Untergewand, das Jesus auf dem Weg zur Kreuzigung getragen haben soll. Öffentlich gezeigt wird die textile Reliquie nur bei Heilig-Rock-Wallfahrten, diesmal in einem Schrein aus Zedernholz vor der Altarinsel des Doms. Ansonsten wird sie verschlossen im Dom aufbewahrt. Für die katholische Kirche von heute ist die Frage der Echtheit des Heiligen Rocks nicht von Belang. Sie will ihn als ein Zeichen für Jesus Christus und die Wallfahrt als Christuswallfahrt verstanden wissen. (kna 12.)
Hinter jedem Steuer sitzt ein Mensch. Katholikentagstruck geht auf die Fahrt
Jeder kennt sie, die wenigstens mögen sie: Die vielen Lkws auf der Autobahn. Manchmal fällt es schwer, nicht zu vergessen, dass jeder Brummi von einem Menschen gelenkt wird. Den vielen Fernfahrern auf deutschen und europäischen Straßen, die dafür sorgen dass Waren und Güter zu uns kommen, ist daher der Katholikentagstruck gewidmet.
Aus Anlass des 98. Deutschen Katholikentags haben der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz Erzbischof Robert Zollitsch und der Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen Katholiken Stefan Vesper am Samstag vor dem Großereignis in Mannheim einen Katholikentagstruck entsendet. Er soll zum einen während des Katholikentags als Bühne dienen, zum anderen soll er auf die Situation der Lkw-Fahrer aufmerksam machen.
"Die Straßen werden immer voller und Lkw-Fahrer haben mit immer mehr Problemen zu kämpfen", erzählt der Fahrer des Trucks, Josef Krebs, der sich bei der Betriebsseelsorge Freiburg engagiert. "Die unregelmäßigen Arbeitszeiten, die Trennung von der Familie, Unfälle, Termindruck, oft auch Einsamkeit - das geht an die Substanz." Die Betriebsseelsorgen der katholischen Kirche sind deshalb auch für Fernfahrer da. "Das Motto des Katholikentags ist Einen neuen Aufbruch wagen", sagt Erzbischof Robert Zollitsch, der den Katholikentagstruck vor seiner großen Fahrt segnete, "das heißt auch, dass die katholische Kirche unterwegs zu den Menschen ist, die sie brauchen."
Als Botschafter des Katholikentags und als Anlaufpunkt für Fernfahrer ist der Katholikentagstruck ab sofort unterwegs. Er macht am 14. und 15. Mai auf Rastplätzen im Großraum Mannheim Station. Von 16. bis 19. Mai wird er als Bühne für verschiedene Veranstaltungen zur Fernfahrerseelsorge und zur Mobilität der modernen Gesellschaft auf dem Katholikentag in Mannheim zu finden sein. Miriam Hauft, Katholikentag
D: „Hildegards Theologie setzte Maßstäbe“
Der Heilige Stuhl hat Hildegard von Bingen als Heilige der Weltkirche anerkannt. Mit dieser Geste nimmt die Kirche „auch ein modernes Bild von Frau auf, das in der Galerie der Heiligen sehr gefehlt hat.“ Das unterstreicht die Bingen-Biographin Barbara Beuys im Gespräch mit Radio Vatikan. Hildegard von Bingen war nicht nur Klostergründerin, Seelsorgerin, Predigerin, Musikerin, Biologin und Medizinerin, sie war auch eine hervorragende Theologin, die aus ihrer Zeit bis heute in die Moderne hineinragt, sagt die promovierte Historikerin und Sachbuchautorin. Anne Preckel sprach mit Barbara Beuys.
Der Papst hat Hildegard von Bingen zur Heiligen der Universalkirche erhoben – Frau Beuys, Sie haben sich intensiv mit der deutschen Mystikerin auseinandergesetzt. Hildegard von Bingen war Klostergründerin und Theologin, sioe ist berühmt für ihre Errungenschaften im Bereich der Musik und der Medizin, sie predigte sogar und unterhielt Briefwechsel mit den besten Köpfen ihrer Zeit - das scheint ja über die sonstigen Tätigkeiten von mittelalterlichen Ordensfrauen ziemlich hinausgegangen zu sein?
Das kann man wohl sagen, und zwar nicht nur über die von Frauen, sondern auch über die Tätigkeiten, die Männer damals ausgefüllt haben bzw. über die Kenntnisse, die überhaupt überliefert worden sind. Wenn wir uns einmal erinnern: welche Namen sind uns aus dem elften und zwölften Jahrhundert bekannt, ich glaube, die kann man an einer Hand aufzählen. Während Hildegard alles überstrahlt.
Gern wird ja der esoterische Aspekt bei Hildegard von Bingen hervorgehoben: die Kräutermedizin und Naturheilkunde, ihre Visionen – mich interessiert von Ihnen zu hören: Was ist denn Hildegards theologisches Verdienst?
Ich glaube, durch die Aufnahme zur Heiligen der Universalkirche wird sie endlich auch einmal in der Kirche nach vorne geschoben als Theologin, denn sie ist eine ganz große Theologin, was man eigentlich bisher immer übersehen hat. Und ihre Bücher sind nicht nur prophetische Bücher, sondern theologische Bücher. Und an der Theologie, die sie in diesen Büchern niedergelegt hat, was zu ihrer Zeit absolut ungewöhnlich war, kann man sehen, dass sie zur Avantgarde der Theologie gehörte. Und das lässt sich aufzeigen an der so genannten Erlösungstheologie bzw. der Interpretation der Theologen vom Kreuzestod Christi. Diese Interpretation war bis ins 11. Jahrhundert, ohne dass man dagegen vorgegangen ist, folgende: Christus war Sühneopfer, weil Gott beleidigt war, dass Adam und Eva im Paradies gesündigt haben. Die neue Theologie, die auch vor allem durch den berühmten Abelard in Paris entwickelt worden ist, sagt: Nein, Gott hat seinen Sohn auf die Erde geschickt, damit er aus Liebe für die Menschen stirbt, um sie aus Liebe zu erlösen, und genau diese Theologie hat Hildegard von Bingen aufgenommen in ihren Büchern. Insofern ist sie eine ganz moderne Theologin.
In ihren Schriften tauchen auch heute aktuelle Fragen wie Umweltverschmutzung, Kriege und Integrationsfragen auf... In welchen Punkten war sie ihrer Zeit voraus?
Man muss natürlich sehr vorsichtig sein mit der Gleichsetzung heutiger Probleme wie Umweltverschmutzung mit denen im Mittelalter, man muss schon auch die Unterschiede sehen, so wie Hildegard von Bingen auch keine Ärztin war. Sie hat Rezepte aufgeschrieben, die zum Teil sehr modern klingen, die zum Teil auch sehr gut sind, wie man Kopfschmerzen bekämpfen kann und andere Dinge. Sie war aber auch jemand, der geschrieben hat: man muss Angst haben vor den Pharmen, weil in denen der Teufel sitzt, das heißt, sie war auch ein Kind ihrer Zeit. Aber sie hat eben auch da als Vorreiterin die Entwicklung aufgegriffen in den Naturwissenschaften, die damals erst entstanden, indem sie sagte: Wir reden nicht nur von Wundern Gottes, Gott hat viele Wunder geschaffen, aber wir sind neugierig und wollen auch wissen, wie manches funktioniert, zum Beispiel Blitz und Donner. Oder sie hat sich sehr ausführlich mit den Fischen in der Nahe beschäftigt, und insofern kann man auf diesem Umweg auch sagen, sie war modern, weil sie gesagt hat: Wir brauchen diese Fische, wir brauchen die Natur, aber sie hat nicht von Verschmutzung gesprochen. Sie sagte: man muss die Natur hochhalten, nicht nur weil sie von Gott geschaffen ist, sondern weil sie für den Menschen nützlich ist usw. Das gilt eben auch für den medizinischen Bereich. Aber Hildegard nur auf ihre Rezepte für Dinkelplätzchen o.ä. festzulegen, wäre natürlich ein viel zu enger Ansatz.Glaube und Vernunft - gingen die in Hildegard von Bingen eine perfekte Liaison ein?
Ja! Oder zumindest annähernd. Und das sagt sie auch in ihren Büchern, was ihre Prophezeiungen betrifft und ihre Visionen. Sie hat großen Wert darauf gelegt und immer wieder geschrieben: Ich habe sie bei klarem Verstand gehabt und mit offenen Augen erlebt, insofern ist die Hildegard von Bingen auch keine Mystikerin. Mystikerinnen sind zwei Generationen später, Meister Eckhart und die Nonnen in seinem Kreis, die in Trance fielen und hinterher darüber erzählt haben. Hildegard von Bingen sagte: Ich war bei klarem Verstand. Und sie hat immer wieder auf die Vernunft zurückgegriffen - das macht eben auch ihre Modernität aus.
Hildegard von Bingen war hochgebildet, war aber auch vor allem eine Frau, die schrieb, die ihren Visionen, Gedanken und Botschaften Ausdruck zu geben verstand. Klöster waren damals Bildungszentren, ungewöhnlich war aber dennoch das Selbstbewusstsein, die Selbstverständlichkeit, mit der sich Hildegard in den Strukturen der kirchlichen Hierarchie zu Wort meldete und bewegte. Inwiefern war Hildegard von Bingen auch eine Politikerin?
Ja, das ist sehr richtig gesehen. Sie war zwar einerseits provokant, indem sie zum Beispiel in ihrem ersten Buch schreibt: Ich erhielt die Einsicht in die Schriftauslegung von Gott und in die Evangelien. Gott habe ihr gesagt, sie solle predigen. Das hat sie dann vor dem Domkapitel in Köln dann auch getan, ein ungeheurer Tabubruch - und im übrigen auch im 21. Jahrhundert noch nicht üblich in der katholischen Kirche. Gleichzeitig aber war sie klug und auch diplomatisch, sie wollte nicht als Hexe verbrannt werden, so revolutionär manches war. Sie hat sich politisch angepasst. So hat sie zum Beispiel nicht Stellung genommen zu den päpstlichen Kriegen in ihrer Zeit. Und sie war immer eine Gesprächspartnerin für Kardinäle und den Kaiser, eben weil die wussten, dass sie es mit einer nüchternen und realistischen Person zu tun haben, die am Ende der Kirche auch nicht schaden will, sondern etwas durchsetzen will. Das kann man klug nennen.
Viele nannten Hildegard von Bingen schon zu Lebzeiten Heilige. Joseph Ratzinger hat sich in seiner Zeit als Professor in Bonn intensiv mit dem Leben und den Schriften der Mystikerin beschäftigt. Sas sind die tiefer liegenden Gründe, warum es so lange gebraucht hat, bis sie in der Weltkirche als Heilige anerkannt wurde?
Interessant ist ja, dass auch zum heutigen Zeitpunkt immer wieder Theologen und Kirchenmänner, die es besser wussten, von der heiligen Hildegard gesprochen haben, was sie aber nicht war. Ich glaube, das hat etwas mit der Funktion der Heiligkeit zu tun. Nach ihrem Tod, sie ist 1179 mit 81 Jahren gestorben, hat es 50 Jahre gedauert, und dann ist ein Heiligsprechungsprozess in Rom in Gang gekommen. Das Mainzer Erzbistum war dafür zuständig, man hat in Bingen, in ihrem Kloster, die Nonnen befragt, man hat Wunder aufgezeichnet, die ja nötig sind. Dann ist das ganze Paket nach Rom geschickt worden, und im Jahr 1233 kam wieder alles von Rom zurück mit dem Zusatz: Es gibt nicht genug Wunder der Hildegard, bitte noch einmal die Nonnen befragen. Die Nonnen haben dann etwas getan, was glaube ich sehr im Sinne der von Bingen war; sie haben den Boten in Rom gesagt: wir haben nicht mehr Wunder, und damit ist es im Sande verlaufen. Das ist die äußere Entwicklung.
Ich glaube, dass um diese Zeit, 1233, sozusagen das Ideal der Hildegard von Bingen, das sie verkörperte - eine selbstbewusste Frau mit vielen Qualitäten, sie war ja auch Komponistin, Managerin ihres Klosters - dass das alles völlig in den Hintergrund rückte, denn in diesen Jahren waren andere Ideale in der Kirche und in der Gesellschaft lebendig, zum Beispiel Franziskus von Assisi etc., die um diese Zeit ganz schnell heilig gesprochen wurden. Das waren Menschen, die in Armut lebten, die bescheiden waren, die im Hintergrund sein wollten. Und genau das war Hildegard von Bingen nicht, und so ist sie sozusagen aus der Zeit gerutscht, während ich glaube, wenn die Kirche sie jetzt aufnimmt - allerhöchste Zeit - dann nimmt sie damit auch ein modernes Bild von Frau auf, das in der Galerie der Heiligen auch sehr gefehlt hat. (rv 12.)
In Zeiten nötiger Selbstvergewisserung. Katholikentag als politisch-gesellschaftliche Zeitansage
Politische und gesellschaftliche Fragen sind auf einem Katholikentag keine Fremdkörper. Katholikentage sind auch in gesellschaftlicher Hinsicht Zeitansagen. Ein politischer Höhepunkt in Mannheim wird wohl der Auftritt von Bundeskanzlerin Angela Merkel sein. Am Freitag um 12 Uhr wird die evangelische Pfarrerstochter einen Impuls zum Thema demografischer Wandel geben. Wegen des G8-Gipfels in Chicago wurde dieser Termin gegenüber den ursprünglichen Planungen etwas vorverlegt. Von Mannheim wird die Bundeskanzlerin direkt in die Vereinigten Staaten starten. Bundespräsident Joachim Gauck hat unterdessen seine Teilnahme am Hauptgottesdienst für Sonntagvormittag zugesagt. Den von seinem Vorgänger Christian Wulff bereits zugesagten Termin, die Teilnahme auf einem Podium mit der Autorin Auma Obama, der Halbschwester von US-Präsident Barack Obama, sagte er aus privaten Gründen ab.
Zu den gesellschaftlichen Themen des Mannheimer Katholikentags gehört - in Zeiten der Selbstvergewisserung kaum zu vermeiden - das Phänomen der "Wutbürger" ebenso wie der "Schuldenstaat", das Wachstum, die "Gretchenfrage der globalen Entwicklung", und die Finanzmärkte, die Armut und der europäische Einigungsprozess. Nicht zu vergessen der "Arabische Frühling" und seine Folgen.
Was immer die Themen sind: die Übergänge von nationalen zu weltweiten Herausforderungen sind fließender denn je. Ob die Religionsfreiheit oder die Armut, der Umgang mit der Schöpfung, Unrechtserfahrungen oder das leidige Schuldenthema - nationale Hausaufgaben müssen gemacht werden und zugleich geht es ohne die Einsicht in die weltweite Verflechtung nicht.
Das gesellschaftliche Engagement von Christen findet dabei eine besondere Berücksichtigung. Im "Zentrum globale Verantwortung" geht es am Freitag (11 Uhr) um das ebenso bekannte wie umstrittene "Kairos-Palästina-Dokument", mit dem Christen in Palästina ihre Stimme erheben. Unter den Mitdiskutanten ist der unlängst mit dem Baden-Badener Medienpreis ausgezeichnete Mitautor des Dokuments, Pfarrer Mitri Raheb.
Mit der ethischen und theologischen Begründung christlichen Engagements auf dem Gebiet der Umwelt- und der Friedensarbeit befasst man sich am Donnerstag zeitlich parallel (beides 14 Uhr): Zu den Diskutanten gehören zum Thema Umwelt die Osnabrücker Theologin Margrit Eckholt, zum Thema Frieden am Beispiel von Afghanistan der Hamburger Sozialethiker Thomas Hoppe.
Um die Errungenschaften, Möglichkeiten und Grenzen des so genannten Fairen Handels (Freitag 16 Uhr) geht es in Mannheim ebenso wie um den Zusammenhang von Wirtschaftssystemen und Lebensstilen (Donnerstag 16 Uhr).
Das vollständige Programm ist es in unserer Programmdatenbank oder Ihrem ganz persönlichen Programmbuch zu finden. Wenn Sie sich bei "Mein Katholikentag" registriert, können Sie sich sogar online ein individuelles Programm zusammenstellen. Klaus Nientiedt, Katholikentag
Streit um die Wandlungsworte. Die Medien lösen das Problem nicht
Wer soll es denn nun richten? Wer erklärt die Kehrtwende von „allen“ zu den „vielen“? Wer lässt denn nun die Fragen der feiernden Katholiken an sein Ohr? Vor 4 Wochen hat Papst Benedikt einen Brief zur Neuübersetzung der Worte, die der Priester über den Kelch spricht, an den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz geschrieben. Am 24. 4. wurde der Brief über Radio Vatikan veröffentlicht. Seitdem gärt es, vor allem, aber nicht nur, unter den Priestern. Dabei ist die Sachlage eindeutig. Der Papst erhält auch Zustimmung von evangelischen Bibelwissenschaftlern. Man könnte auch von einer Öffentlichkeit, die penibel auf jedes falsche Zitat in einer Doktorarbeit mit Rücktrittsforderungen reagiert, erwarten, dass sie dem Papst Recht gibt, wenn er auf die genauere Übersetzung Wert legt. Es steht sowohl in den biblischen Texten wie im lateinischen Messbuch nicht „Mein Blut, das für euch und für alle vergossen wird“, sondern „für viele vergossen wird.“ Woher kommen der Ärger und das Murren?
Der Brief des Papstes wird von vielen Katholiken als ungebührlicher Eingriff Roms gesehen. Die meisten haben wohl den Vorspann des Briefes nicht so genau zur Kenntnis genommen. Der Brief ist auf ausdrücklichen Wunsch des Vorsitzenden der Bischofskonferenz geschrieben worden. Es heißt in dem Schreiben des Papstes: „Bei Ihrem Besuch am 15. März 2012 haben Sie mich wissen lassen, dass bezüglich der Übersetzung der Worte „pro multis“ in den Kanongebeten der heiligen Messe nach wie vor keine Einigkeit unter den Bischöfen des deutschen Sprachraums besteht. Es droht anscheinend die Gefahr, dass bei der bald zu erwartenden Veröffentlichung der neuen Ausgabe des „Gotteslobs“ einige Teile des deutschen Sprachraums bei der Übersetzung „für alle“ bleiben wollen, auch wenn die Deutsche Bischofskonferenz sich einig wäre, „für viele“ zu schreiben, wie es vom Heiligen Stuhl gewünscht wird.“
Wenn der Papst auf Wunsch des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz einen klärenden Brief schreibt, müsste doch erst einmal Erleichterung die Reaktion sein, dass die Deutsche Kirche einen Streitpunkt weniger hat.
Allerdings geht es um die Umsetzung einer Anweisung des Vatikans, bei Neuausgaben des Messbuchs näher am Text zu übersetzen. Die Instruktion liegt bereits 5 Jahre zurück. Auch damals gab es Diskussionen. Worin liegen sie begründet? Auf drei Punkte soll eingegangen werden.
In der Übersetzung „für alle“ sahen viele eine Umsetzung der Grundlinie des Konzils, dass sich die katholische Kirche für alle öffnet.
Rom selbst hatte die Übersetzung abgesegnet, die sich auch in den Messtexten für Italien, Spanien und für den englischsprachigen Raum mit gleichem Wortlaut fand.
Die deutschen Bischöfe haben bisher nichts getan, um die Kirchgänger auf die Veränderung vorzubereiten.
1. Der Geist des Konzils
Zur Zeit des II. Vatikanischen Konzil befand sich die katholische Kirche in den westlichen Ländern in einer sehr komfortablen Position. Im 19. Jahrhundert war sie durch den Liberalismus und den Nationalismus bedrängt, aber zur Zeit des Konzils war sie eine anerkannte Institution. Die Bundesrepublik war seit 1803 der erste deutsche Staat, in dem sich die Katholiken gleichberechtigt fühlen konnten. Auch wenn gerade Deutschland Pius XII. kritisierte, weil er nicht entschieden genug gegen den Holocaust vorgegangen war (ganz anders als die Deutschen selbst, die, so wirkt die Kritik, alles Erdenkliche getan haben, um die Verfolgung der Juden zu verhindern), gewann die katholische Soziallehre in der Bundesrepublik prägende Kraft. Das Konzil (1962-65) wurde so aufgefasst, dass die katholische Kirche hinter den Mauern hervorgekommen war, hinter denen sie sich gegen viele Feinde verschanzt hatte und dabei steril geworden war. Eine ähnliche Entwicklung wie in Deutschland gab es in Holland, wo die Kirche ebenfalls auf die damals noch mehrheitlich protestantische Gesellschaft zuging. Wenn jetzt im zentralen Gebet der Messe nicht mehr nur von „Vielen“, sondern von „Allen“ gesprochen wird, dann verstand man das als eine Öffnung des Erlösungsgedankens. War die Einstellung der katholischen Kirche vorher noch so akzentuiert, dass eigentlich nur den Mitgliedern der katholischen Kirche der Himmel offen steht, die anderen jedoch nicht auf direktem Weg dorthin gelangen können, drückt für die Katholiken, die innerlich mit dem Konzil mitgegangen waren, das „Alle“ die neue Offenheit der katholischen Kirche aus. Die Botschaft ist: Die Erlösung gilt allen Menschen. Mit den Piusbrüdern wird gerade durchdekliniert, ob diese Kirchenvorstellung einen zu großen Bruch mit der Tradition darstellt. Die Veränderung in den Wandlungsworten stößt sich mit dieser emotionalen Erinnerung. Aber wenn nun der Papst in seinem Brief aufzeigt, dass mit den Vielen trotzdem „Alle“ gemeint sind und die Lehre des Konzils nicht verändert wird, dann dürfte der Widerstand doch nicht zu groß werden. Hier ergeben sich zwei weitere Probleme. Einmal empfindet man die Forderung des Vatikans als ungebührlich, zum anderen erscheint es schwierig, die Bedeutung der wortgetreueren Übersetzung zu erklären.
2. Sind die Deutschen schuld?
Die Anweisung der römischen Liturgiekongregation, bei der Neuübersetzung sich enger an den Wortlaut zu halten, kommt in Deutschland bei nicht wenigen Katholiken so an, als habe man hier seit Jahren falsch gebetet. Nun haben nicht nur die Deutschen, das lateinische multi=viele mit „alle“ übersetzt, Rom hat diese Übersetzung gebilligt. Vor allem die heute im Dienst stehenden Priester fragen sich, was sie falsch gemacht haben. Sie haben sich doch bisher an das offizielle, von Rom ausdrücklich genehmigte Messbuch gehalten. Und sie sind nicht informiert, wie sie die Korrektur erklären sollen. Hier liegt nun nicht nur bei den Bischöfen seit 2007 der Auftrag, den Messtext zu korrigieren. Aber sie schweigen immer noch.
3. Bad request: Hilfen für Predigt und theologische Weiterbildung
Wer auf die Webseite der Deutschen Bischofskonferenz klickt, findet nur den Brief des Papstes. Was die Deutsche Bischofskonferenz tun wird, was die Priester mit ihren Gemeinden besprechen sollen, was an katechetischen Hilfen und Predigtvorlagen u.ä. angeboten wird, sucht man vergeblich. Erstaunlich ist auch das Schweigen des Vorsitzenden der Liturgiekommission, des Kölner Kardinals Meisner. Immerhin seit 5 Jahren weiß er mit den anderen Mitgliedern der Kommission, dass eine Änderung in einem zentralen Text der Messe erklärt werden muss. Eigentlich hätte nach dem Eingang des Briefes des Papstes jeder Priester in Deutschland mit instruktiven Unterlagen versorgt werden müssen, zumal die Bitte des Vorsitzenden der Bischofskonferenz nach einem klärenden Wort des Papstes bereits Mitte März ausgesprochen wurde. Auf katholisch.de kommt bei „für viele“ oder „Wandlungsworte“ nur „bad request“. Auch der Bischöfe eigener Hausverlag, die Weltbildgruppe, bietet keine Arbeitshilfe an.
Es ergibt sich sogar eine Frage für den Zelebranten: Kann er jetzt schon die Wandlungsworte so sprechen, wie der Papst es wünscht oder ist er, was ihm das Kirchenrecht vorschreibt, an die Version gebunden, die das „für alle“ im Wortlaut vorschreibt? Nach 4 Wochen, seitdem der Brief des Papstes eingegangen ist, könnten vor allem die Priester wie aber auch die vielen Liturgieausschüsse in den Gemeinden eine Reaktion erwarten. Die liturgische Kommission scheint das Thema den Medien zu überlassen. Da ist es aber nicht gut aufgehoben.
4. Die Medien lösen das Problem nicht für die Deutsche Bischofskonferenz, sie verschärfen es eher
Wer schweigt, überlässt anderen das Wort. Offensichtlich haben die Bischöfe auch auf das Schreiben aus Rom, das das Datum vom 14.4. trägt, nicht reagiert. Oder wie soll man sich erklären, dass der Brief 10 Tage später vom Vatikan selbst veröffentlicht wurde. Die Bischöfe in Schockstarre und der Vorsitzende der Liturgiekommission sprachlos? Irgendeine Reaktion würden sich die Katholiken doch wünschen, denn die Veröffentlichung eines solchen Briefes ist ein starkes Signal. Die Medien nehmen das Signal aus Rom als Konfliktansage wahr. Das liegt einfach daran, dass die Medien mit Interesse rechnen können, wenn sie ein Thema als Konflikt stilisieren. Natürlich werden auch die Motive des Papstes kritisch unter die Lupe genommen, denn das Schweigen der Bischöfe deutet ja darauf hin, dass sie nicht einverstanden sind. Erst wenn sie zu erkennen geben, wie sie mit dem von ihnen selbst erbetenen Brief aus Rom umgehen, gerät der Papst aus dem Zentrum einer kritischen Medienbeobachtung. Auf jeden Fall kann man, wenn es um die schlechte Stimmung unter den Katholiken geht, mal wieder den Medien die Schuld zuschieben. Und natürlich sind sie der Motor der Papstkritik. Begräbt man das Problem weiter unter Schweigen, wird es sich nur verschärfen. Deutlich ist: Die deutsche Kirche hat aus den Kommunikationsfehlern der Missbrauchsdebatte noch nicht gelernt.
Noch eine Lehre sollten sowohl die Verantwortlichen im Vatikan wie die Bischofskonferenzen ziehen: Ein Trend der Bibelauslegung sollte nicht die Übersetzung der Messtexte bestimmen. Da solche Theorien ein Verfallsdatum von etwa 30 Jahren haben, müsste man für jede Generation die Messtexte neu übersetzen. Dann hätten die Piusbrüder tatsächlich Recht: An den zentralen Texten darf nichts geändert werden, sonst wird der Ritus beliebig.
Eckhard Bieger S.J. kath.de-Redaktion 11
D: „Religion gehört auch in den Kitas“
Das Thema Religion an Kitas ist umstritten. Viele Einrichtungen verzichten bewusst auf jegliche religiöse Hinweise, aus Angst etwas falsch zu machen. Der deutsche Theologe und Pädagogik-Fachmann Albert Biesinger hat dazu vor wenigen Wochen eine Studie in der Bundesrepublik durchgeführt.
„Man hatte uns gesagt, bevor wir die Untersuchung gestartet haben, dass so etwas gar nicht geht. Man könne Kinder in dem Kita-Alter gar nicht befragen. Das stimmt aber nicht. Wir haben nämlich Gruppeninterviews durchgeführt mit vier oder fünf Kindern. Unsere Interviewerinnen haben jeweils ein Kreuz, ein jüdische Zeichen sowie ein muslimisches Symbol mitgebracht. Die Kinder fingen sofort an, darüber zu reden. Sie wussten viel. Deshalb ist es sehr wichtig für die Entwicklung der frühkindlichen Bildung im deutschsprachigen Raum. Die Erzieherinnen sagten uns, sie seien für diese große Aufgabe gar nicht vorbereitet.“
Die Zukunft des interreligiösen Dialogs liegt in den Händen derer, die heute die Kitas besuchen. Daran erinnert Professor Biesinger, der an der Universität Tübingen doziert.
„In manchen katholischen Kindergärten oder Kitas sind 60 Prozent der Kinder Muslime. Da stellt sich die Frage, tut man so, als ob nichts wäre? Unsere religionspädagogische Überlegung, für die wir ganz offensiv in Politik und Medien einstehen, ist die, dass die Kinder die Möglichkeit haben sollten, den religiösen Weg der anderen mitzuvollziehen als Gäste. Wenn die Kinder merken, dass es zwischen den Religionen Gemeinsamkeiten gibt, dann ist das ein riesiger Lernprozess. Bildung blüht dann auf. Wenn man Religiosität komplett ausgrenzt, dann ist es so, wie wenn man einem Reifen das Profil wegfährt.“ (rv 11.)
D: Jugend will sich einbringen!
Die deutsche katholische Verbandsjugend hat eine neue Vorsitzende: Am Wochenende wurde Lisi Maier als weibliches Vorstandsmitglied des Bunder der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) gewählt, im Sommer wird sie – nach Abschluss ihres Referendariates als Lehrerin – ihr Amt antreten. Bei der Hauptversammlung des BDKJ hatte der Jugendbischof Karl-Heinz Wiesemann hervorgehoben, wie wichtig es ist, dass sich gerade die Jugend der Kirche in die Gesellschaft einbringt. Diese Ansicht teilt auch Lisi Maier:
„Junge Menschen haben generell das Bedürfnis, sich einzubringen und ihre Gesellschaft nach ihren Vorstellungen zu verändern und zu formen. Die Piraten vermitteln gerade das Gefühl, dass Politik wirklich mitgestaltet werden kann. Der BDKJ fordert, dass junge Menschen generell partizipieren können an gesellschaftlichen und gesellschaftspolitischen Veränderungen und Prozessen. Junge Menschen wollen sich einmischen und wollen sich am gesellschaftlichen und politischen Diskurs beteiligen. Wir fordern deshalb auch eine Politik, die von jungen Menschen gemacht wird.“
Glaube und Überzeugungen spielten auch unter Jugendlichen eine Rolle, berichtet Maier aus ihrem Alltag an einer Schule. Es ermutige sie, wenn sie sehe, dass sich junge Menschen in der Kirche am Gesprächsprozess beteiligen möchten. (domradio 08.)
Papst zur Soldatenwallfahrt in Lourdes: Nehmt Frieden in euren Alltag mit
Nehmt den Frieden in euer Herz und euren Alltag auf – mit diesem Appell hat sich Papst Benedikt XVI. an die Teilnehmer der 54. Internationalen Soldatenwallfahrt in Lourdes gewandt; das Treffen wurde am Freitagabend in dem französischen Wallfahrtsort eröffnet. In dem Brief des Papstes, der bei der Eröffnung der Wallfahrt verlesen wurde, vertraute Benedikt XVI. alle Pilger, darunter auch die Kranken und ihre Familien, der Fürsprache der Heiligen Jungfrau Maria an. Gegenüber Radio Vatikan erzählt Pater Blaise Rebotier, Direktor und Koordinator der internationalen Delegationen, wie sehr die Soldaten heute diese Botschaft brauchen:
„Diese Wallfahrt ist nach dem zweiten Weltkrieg entstanden und gründet sich auf den Frieden der Nationen. Die Menschen, die hierhin kommen, arbeiten für den Frieden. Die Soldatinnen und Soldaten brauchen den Frieden und sie können ihn erkennen, denn sie haben bei ihren Erfahrungen gesehen, wie groß das Böse sein kann. So viel, wie es Böses gibt auf der Welt, so viel Frieden und Versöhnung braucht man.“
Bischof Overbeck: „Gewalt letztes Mittel“
Aus Deutschland sind etwa 450 Soldaten unter der Leitung des katholischen Militärbischofs Franz-Josef Overbeck nach Lourdes gereist. Bei der Messe in Lourdes hat Bischof Overbeck am Samstag Gewalt bei Militäreinsätzen als letztes Mittel bezeichnet. Der Einsatz von Gewalt bringe „Tod, Verletzung, Zerstörung, Verstümmelung und ungeahntes Leid mit sich“, so Overbeck. Lediglich wenn es darum gehe, andere Menschen „vor fremder Willkür“ zu schützen, dürfe gewaltsam vorgegangen werden, sagte Overbeck.
Das Leid treffe nicht nur das Äußere, sondern auch das Innere des Menschen. Die Anwendung von Gewalt bedürfe eines gefestigten Gewissens und eines klaren Charakters sowie Gottvertrauens, so der Militärbischof. Gewaltanwendung sei immer eine Grenzerfahrung. Um mit wachsendem Druck klar zu kommen, sei nicht nur eine rechtliche und psychologische, sondern auch eine seelsorgliche Unterstützung der Soldaten wichtig, betonte der Essener Bischof.
Bis Montag treffen sich in Lourdes Soldaten aus 30 Nationen zur 54. Internationalen Soldatenwallfahrt. Sie steht unter dem Motto „Ave Maria - Königin des Friedens“. (kna 12.)
Hildegard von Bingen wird Heilige der Universalkirche
Papst Benedikt XVI. hat die Benediktinerschwester Hildegard von Bingen (1089-1179) zur Heiligen der Universalkirche erhoben. Das teilte die vatikanische Kongregation für Selig- und Heiligsprechungen an diesem Donnerstag mit. Die im heutigen deutschen Bundesland Rheinland-Pfalz gestorbene Mystikerin und Autorin wird bereits seit langem in den deutschsprachigen Bistümern sowie im Benediktinerorden als Heilige verehrt. Ihr Fest wird am 17. September gefeiert. Da sie jedoch nie offiziell heiliggesprochen wurde, war eine Bestätigung durch den Papst Voraussetzung für eine Verehrung in der gesamten Weltkirche. Ein mittelalterliches Verfahren zu Hildegards Heiligsprechung war seinerzeit zum Erliegen gekommen, weil die Schwestern ihres Klosters in Eibingen auf Nachfragen der kirchlichen Behörden nicht reagierten.
Hildegard lebte als Ordensschwester zunächst in Didisbodenberg bei Alzey, dann in Bingen und Eibingen am Rhein. Weltberühmt wurde sie durch ihr Visionenbuch „Scivias“, durch Musikkompositionen, Gedichte und naturwissenschaftliche Schriften. Hildegard korrespondierte mit Kaisern und Bischöfen und unternahm sogar Predigtreisen.
Benedikt XVI. hatte im Rahmen einer Predigtreihe über große Frauengestalten die heilige Hildegard aufgrund ihrer außergewöhnlichen Bildung als eine der bedeutendsten Persönlichkeiten des Mittelalters bezeichnet. Im Sommer 2010 hatte er ihr bei seinen wöchentlichen Generalaudienzen zwei Ansprachen gewidmet.
Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, begrüßte den Rechtsakt aus Rom: „Das ist ein wichtiger Schritt für die Weltkirche“, meinte er am Donnerstag. Und weiter: „Gerade die Abtei Eibingen ist zu einem wichtigen Wallfahrtsort und Hildegard-Zentrum in Deutschland geworden.“ Die neue Heilige spiele für das Glaubensleben in Deutschland eine bedeutende Rolle. „Ich bin dankbar, dass die Verehrung des Benediktinerinnenordens und der Abtei Eibingen sowie der Bistümer Mainz, Trier und Limburg so reiche Frucht trägt.“
Übrigens: Eine weitere Frau aus dem Rheintal wurde an diesem Donnerstag vom Vatikan „befördert“: Das Seligsprechungsverfahren für die Schönstätter Marienschwester Emilie Engel (1893-1955) ist eine entscheidenden Schritt voran gekommen. Die zuständige Kongregation erkannte der in Husten geborenen und in Koblenz gestorbenen Schwester den „heroischen Tugendgrad“ zu. Vor einer Seligsprechung von Emilie Engel, die zur Gründergeneration der Schönstätter Marienschwestern gehörte, ist noch der Nachweis eines Wunders erforderlich. Die in Arnsberg zur Lehrerin ausgebildete Schwester war Generalvikarin und sechs Jahre lang Provinzoberin ihrer Gemeinschaft. (pm/dbk 10.)
Hildegard von Bingen - eine Heilige für unsere Zeit
„Mit Freude und Dankbarkeit“: So nehmen die Benediktinerinnen der Abtei Eibingen die Nachricht auf, dass Hildegard von Bingen in den offiziellen Heiligenkalender der Weltkirche aufgenommen worden ist. Die Entscheidung des Papstes war an diesem Donnerstag bekannt geworden. Schwester Philippa Rath OSB aus Eibingen sagte uns an diesem Freitag:
„Man muss ja sehen, dass strenggenommen eigentlich 39 Generationen unseres Klosters darauf gewartet haben! Seit fast neunhundert Jahren haben wir dafür gebetet und auch gearbeitet – und dementsprechend groß ist jetzt die Freude im Konvent und bei den Mitschwestern.“
„39 Generationen unseres Klosters warteten darauf“
In Eibingen und Bingen wurde am Donnerstagabend gefeiert – auf beiden Seiten des Rheins. Und auch der Mainzer Kardinal Karl Lehmann würdigt Hildegard, die 1098 bei Alzey geboren wurde und 1179 im Kloster auf dem Bingener Rupertsberg starb, als „leuchtende Gestalt“. Schon zu Lebzeiten sei die vielseitige Predigerin, Visionärin, Komponistin und Forscherin „wie eine Heilige verehrt“ worden. „Eine angestrebte Heiligsprechung scheiterte wohl seinerzeit am Ungenügen einer zu allgemeinen, unbefriedigenden Lebensbeschreibung“, schreibt Kardinal Lehmann. Schwester Philippa meint zu diesem Punkt:
„Es hat eigentlich sehr viele Versuche gegeben, die heilige Hildegard heiligzusprechen – schon die zweite Nachfolgerin der Heiligen als Äbtissin auf dem Rupertsberg hat im Jahr 1233 in Rom die Heiligsprechung beantragt. Damals gab es aber noch Unklarheiten, wer überhaupt für Heiligsprechungen zuständig sei, ob der Bischof oder der Papst – und dann ist dieser Heiligsprechungsprozess in das Räderwerk dieser Auseinandersetzungen gekommen. Später gab es weitere Versuche: Der Papst setzte eine Kommission ein, um die Schriften Hildegards zu prüfen, diese Kommission hat aber nicht zur Zufriedenheit des Vatikans gearbeitet; da fehlten dann Unterlagen bzw. Daten, Namen von Wunderberichten, und darum wurde das Ganze wieder zurückgeschickt – und inzwischen gab es wieder einen neuen Papst!“
„Die Verehrung dauerte aber besonders in den von Hildegard gegründeten Klöstern an“, schreibt Kardinal Lehmann von Mainz; „die Menschen strömten am 17. September“, dem Todestag, „an ihr Grab“. Die „starke Verehrung“ ziehe sich durch das ganze Mittelalter – auch wenn sie erst im 17. Jahrhundert in das offizielle Heiligenverzeichnis der zuständigen Erzdiözese Mainz aufgenommen wurde. Lehmann weiter: „Ihre Schriften fanden immer mehr Interesse. Aus dem lokalen Kult einiger Klöster wird eine regionale Verehrung im Erzbistum Mainz“, die im 19. Jahrhundert noch einmal stark anstieg. Parallel dazu: immer neue Anläufe zu einer Heiligsprechung Hildegards. Schwester Philippa:
„Wir haben mal ausgerechnet, dass insgesamt fünf Päpste in der Kirchengeschichte sich immer wieder damit beschäftigt haben – bis hin in unsere Neuzeit hinein. Jetzt hat es endlich geklappt! Vielleicht bedurfte es eines deutschen Papstes...“
„Vielleicht bedurfte es eines deutschen Papstes“
Die Ausdehnung des Hildegard-Festes auf ganz Deutschland erlaubte der Heilige Stuhl 1940. 1979 wurde dann ihr 800. Todestag groß gefeiert – ein wichtiger Durchbruch, so Kardinal Lehmann: „Eine umfangreiche Forschung stellte die große Bedeutung der „deutschen Prophetin“ heraus, und zwar auf vielen Gebieten: in der Medizin und in der Musik, in der Naturkunde und in ihren Visionen, in der Dichtung und ihrer Bibelauslegung.“ Ab diesem Moment sei Hildegard „geradezu populär“ geworden. Freilich werde sie „auch gelegentlich modisch missbraucht“ und gerate in den „Sog von Esoterikern und New-Age-Anhängern“. Lehmann wörtlich: „Versuche einer kirchlichen Höherbewertung, zum Beispiel durch die Ernennung zur Kirchenlehrerin, scheiterten an dieser Instrumentalisierung.“ Jedenfalls, bis der deutsche Papst kam. Schwester Philippa Rath OSB:
„Das sind nur Vermutungen, ich kann das nicht beweisen – aber im September 2010 hat es zwei ausführliche Katechesen des Heiligen Vaters über Hildegard von Bingen gegeben, eine in Rom und eine in Castel Gandolfo. In diesen beiden Katechesen sprach er von Hildegard immer als von einer Heiligen – offenbar wusste er damals selber nicht, dass sie noch gar nicht offiziell heiliggesprochen worden war! Dann ist er von mehreren Seiten aus dem Vatikan, wie auch von uns als Abtei, darauf aufmerksam gemacht geworden, dass diese offizielle Heiligsprechung immer noch aussteht. Und dann ging das Ganze sehr, sehr schnell: Wir wurden Anfang 2011 angerufen von der Heiligsprechungskongregation, und es kam in Gang. Wir erarbeiteten zusammen mit Hildegard-Forschern Texte für Rom, und der Heilige Vater hat aufs Tempo gedrückt! Wie man sieht, hat es jetzt nur ein gutes Jahr gedauert.“
„Hoffnung auf Erhebung zur Kirchenlehrerin“
Wenn Papst Benedikt XVI. jetzt die Verehrung der heiligen Hildegard verbindlich auf die Weltkirche ausdehnt, dann schafft er nach Einschätzung von Kardinal Lehmann „nicht nur eine liturgierechtliche Klarheit für ihre weltweite Verehrung, sondern auch Voraussetzungen für eine tiefere Beschäftigung mit dieser leuchtenden Gestalt“. Lehmann wörtlich: „Die ganzheitliche Sicht von Gott, Mensch und Welt, zur Sprache gebracht von einer geistig und spirituell hoch sensiblen Frau, gibt unserer Zeit mit ihrem Suchen und Zweifeln viele weiterführende Anstöße.“ Schwester Philippa aus der Abtei Eibingen hofft wie Lehmann, dass jetzt die wirkliche heilige Hildegard wieder mehr ins Blickfeld rückt. Viele kennen die Heilige nämlich eher als vermeintliche Kochbuch-Autorin oder Wellness-Prophetin.
„Das ist genau der große Irrtum – und ich denke, der Heilige Vater hat das genau erkannt. Er kennt die theologischen Schriften Hildegards sehr genau. Hildegard war eben viel, viel mehr: Sie war eine große Theologin, sie hat also, wie wir sagen, eine kosmologische Summe der Theologie vorgelegt. Und das ist bisher viel zu wenig gewürdigt worden, weil der Blickwinkel zu einseitig auf Teile ihres Werkes, gerade auf die natur- und heilkundlichen Schriften, gerichtet wurde. Durch die Heiligsprechung und auch die erhoffte Erhebung zur Kirchenlehrerin wird das jetzt sehr anders werden. Ich denke, Hildegard ist eine Heilige, die wirklich die Menschen unserer Zeit ansprechen kann. Wir merken das in unserer Abtei – wir haben ja jedes Jahr viele hunderttausend Menschen, die zu uns kommen –, wie sehr sie in der Lage ist, Menschen, die dem Glauben fernstehen, neu für Gott und für die Kirche zu gewinnen. Ich denke, das ist genau das, was wir heute für unsere Zeit brauchen, diese Heilige!“ (rv 11.)
Bistum Fulda. Kandidatinnen und Kandidaten gesucht
Katholikenratswahl am 7. Oktober wird in den Pastoralverbünden vorbereitet
Fulda, Geisa, Hanau, Kassel, Marburg - Am 7. Oktober wird der Katholikenrat des Bistums Fulda neu gewählt. Alle Pfarrgemeinderäte im Pastoralverbund sind nicht nur wahlberechtigt, sondern jetzt auch aufgefordert, Kandidatinnen und Kandidaten für dieses oberste diözesane Vertretungsgremium der Laien im Bistum Fulda zu benennen.
„Für jeden der 43 Pastoralverbünde wird ein Delegierter in den Katholikenrat gewählt. Diese Regelung, die jetzt neu in der Wahlordnung verankert wurde, soll den Bezug der Delegierten zu den Pastoralverbünden stärken“, so Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel), Vorsitzender des Katholikenrates.
Aufgabe des Katholikenrates ist neben der Beratung des Bischofs auch, die Anliegen der Katholiken des Bistums in der Öffentlichkeit zu vertreten, zu kirchlichen und gesellschaftlichen Fragen Stellung zu nehmen und die Arbeit der Pfarrgemeinderäte zu unterstützen. Die Wahlausschüsse werden derzeit in den Pastoralverbünden von den Moderatoren gebildet. Vorschlagsberechtigt sind die Pfarrgemeinderäte. Zulässig seien auch Gruppenvorschläge von 50 Personen aus dem Pastoralverbund.
Es komme nach Pfeifers Worten jetzt darauf an, möglichst noch vor der Sommerpause Interessentinnen und Interessenten anzusprechen und sie für die Kandidatur zu gewinnen.
Weitere Informationen zur Mitarbeit im Katholikenrat sind erhältlich über die Geschäftsstelle des Katholikenrates unter katholikenrat@bistum-fulda.de
Mz 7
Papst beklagt anhaltende Christenverfolgungen
Benedikt XVI. hat darauf hingewiesen, dass auch heute noch Christen in vielen Teilen der Welt verfolgt werden. Im Vatikan empfing er an diesem Freitag Vertreter der Päpstlichen Missionswerke. Dabei sagte er:
„Ihr wißt, dass die Verkündigung des Evangeliums nicht selten Schwierigkeiten und Leiden mit sich bringt; das Wachstum des Reiches Gottes in der Welt wird nicht selten mit dem Blut seiner Diener erkauft. In dieser Phase wirtschaftlicher, kultureller und politischer Umbrüche fühlen sich die Menschen oft allein, der Angst und der Verzweiflung ausgeliefert; die Botschafter des Evangeliums werden, auch wenn sie Hoffnung und Frieden verkünden, auch weiterhin oft verfolgt, so wie ihr Meister und Herr selbst. Aber trotz aller Probleme und der tragischen Realität der Verfolgung verliert die Kirche nicht den Mut!“
Die Kirche wisse, so der Papst mit einem Zitat seines Vorgängers Johannes Paul II., „dass die Märtyrer, die Zeugen, heute wie immer in der Geschichte des Christentums zahlreich und unerlässlich sind auf dem Weg des Evangeliums“.
„Heute wie gestern kann sich die Botschaft des Evangeliums nicht der Logik dieser Welt anpassen, weil sie Prophezeiung und Befreiung ist, Same einer neuen Menschheit, deren ganze Erfüllung wir erst am Ende der Zeiten sehen werden.“ (rv 11.)
Menschen mit Behinderung sind in Katholischen Schulen willkommen
Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Empfehlungen zur inklusiven Bildung
Katholische Schulen in freier Trägerschaft wollen tragfähige Lösungen zur Gestaltung inklusiver Bildung entwickeln. Das geht aus einer Empfehlung zur Umsetzung der UN-Konvention über die Rechte von Menschen mit Behinderungen hervor. Die Empfehlung der Kommission für Erziehung und Schule der Deutschen Bischofskonferenz, die heute in Bonn veröffentlicht wurde, wendet sich an die Träger der über 900 Katholischen Schulen in Deutschland. „Ich bin dankbar, dass die Debatte über die Umsetzung der Behindertenrechtskonvention im Schulsystem nicht wie so viele andere bildungspolitische Entwicklungen primär ökonomischen Motiven folgt, sondern dass sie beim Menschen selbst und seiner Würde ansetzt“, sagte der Kommissionsvorsitzende, Erzbischof Hans-Josef Becker (Paderborn). „Deshalb schalten wir uns mit unserer Empfehlung gerne in die Debatte ein. Wir ermutigen die Träger Katholischer Schulen, die Weiterentwicklung des Schulsystems vom christlichen Menschenverständnis ausgehend aktiv und profiliert mit zu gestalten.“
In der Empfehlung zur inklusiven Bildung an Katholischen Schulen in freier Trägerschaft bekennen sich die Bischöfe zum Ziel einer „umfassenden und gleichberechtigte Teilhabe von Menschen mit Behinderungen am gesellschaftlichen Leben“ und damit zu dem zentralen Grundanliegen der UN-Konvention. Das Menschenrecht auf Bildung verlange nach der bestmöglichen Bildung für jeden einzelnen Menschen. Deshalb laute die zentrale Frage im Hinblick auf die Forderung nach inklusiver Bildung, „wie man in der Schule dafür Sorge tragen kann, dass jedem jungen Menschen die für ihn bestmöglichen Bildungschancen eröffnet werden“. So müsse auch die Möglichkeit zum Besuch einer Förderschule gewährleistet bleiben, „solange in den Regelschulen nicht für alle Schülerinnen und Schüler mit sonderpädagogischem Förderbedarf angemessene Bedingungen für eine umfassende schulische Förderung geschaffen werden können“, heißt es in dem Dokument.
Deutlich betont die Empfehlung die primäre Verantwortung der Eltern für die Bildung und Erziehung ihrer Kinder, „der gegenüber die Schule einen subsidiären Auftrag“ habe. Entscheidungen über die schulische Bildung von Kindern und Jugendlichen dürften daher nicht ohne die Eltern und über sie hinweg gefällt werden. Auf dem Weg zu mehr Inklusion empfehlen die Bischöfe eine engere Vernetzung der Katholischen Schulen mit anderen kirchlichen Organisationen, Einrichtungen und Diensten. Solche Zusammenarbeit gewinne zunehmend an Bedeutung, „um als Kirche glaubwürdig Zeugnis geben zu können von der Menschenfreundlichkeit Gottes“. Es gehe um die Förderung einer „Kultur der Offenheit und Achtsamkeit“, die deutlich mache, „dass Menschen mit Behinderung willkommen sind“. dbk 7
Katechese-Kongress: „Jungen Menschen helfen, sich selbst zu verstehen“
Wie junge Menschen in den Glauben einführen? Zu dieser Frage beraten seit Montag in Rom Bischöfe aus mehr als 30 Ländern Europas. Schwerpunkt des Katechese-Kongresses, der vom Rat der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) veranstaltet wird, sind die Vorbereitungen für die Erstkommunion und Firmung. Die Beratungen stehen im Kontext des von Papst Benedikt XVI. ausgerufenen „Jahr des Glaubens“ und der Bischofssynode zum Thema „Neuevangelisierung“ im kommenden Oktober. Vorbereitet wurde das Treffen vom Erzbischof von Westminster, Vincent Nichols:
„Ich glaube, dass in verschiedenen Ländern die Situation auch verschieden ist. Eine der Stärken des Kongresses wird es sein, über Allgemeinplätze hinaus auf die einzelnen Stärken der Länder zu blicken, über die wir sprechen. In einigen ist das die Pfarrei, woanders die Schule oder die Unterstützung für Familien.“
Eine Arbeitsgruppe hatte in den vergangenen Monaten einen Überblick über die Einführungen in den christlichen Glauben in Europa erstellt. Diese Daten wurden dem Kongress nun vorgelegt. In der Studie wurde dokumentiert, welchen Einfluss die Familie oder soziale und ökonomische Umstände auf die religiöse Entwicklung von Jugendlichen haben. Die Ergebnisse wurden dann in Beziehung gesetzt zur jeweiligen Form der Katechese.
Jugendliche und Heranwachsende haben bei der Befragung in ihren Antworten die Bedeutung persönlicher Entscheidungen betont. Diese Entscheidungen würden überwiegend zur Entfernung vom Glauben und von religiösen Vollzügen führen, steht in der Studie. Sie seien aber auch Zeichen der Suche, die junge Menschen ansprechbar mache für die „großen Fragen“, heißt es weiter. Dazu Erzbischof Nichols:
„Die Herausforderung liegt darin, jungen Menschen zu helfen, sich selbst und ihre Erfahrungen und Wünsche zu interpretieren und das im Zusammenhang mit dem Evangelium zu sehen. Ich glaube nicht, dass das Evangelium irrelevant ist, sondern wir sind es, die wir die Verbindung mit dieser Relevanz verlieren.
Es ist schwierig, weil sich die ganze Kultur Europas verändert hat. Was einmal ein christlicher Kontinent war, ist nun aus ganz verschiedenen Gründen der Ebbe und Flut ganz verschiedener Glaubensüberzeugungen und Überzeugungen unterworfen. Was wir aber bei dem Kongress besprechen wollen, ist die darunter liegende Offenheit für das Transzendente – die können wir in jungen Menschen wahrnehmen.“ (rv 08.)
Frankreich: „Jetzt heißt es beten“
Jetzt gilt es für die Katholiken in Europa und für die Zukunft ihres Kontinentes zu beten. Das ist die erste Reaktion der französischen Bischofskonferenz nach Bekanntgabe der Wahlergebnisse der Präsidentschaftswahlen in der „Grande Nation“ sowie nach dem Machtwechsel in Griechenland. Mit François Hollande wird erstmals seit dem Ende der Mitterrand-Ära vor 17 Jahren wieder ein Sozialist Präsident in Frankreich. Nachdem sich Hollande im Wahlkampf für eine striktere Trennung von Staat und Religion ausgesprochen hatte, befürchtet die katholische Kirche des Landes einerseits Benachteiligungen. Andererseits haben die Bischöfe Sorge, dass die Einheitswährung sowie die Europäische Union geschwächt werden könnten und dass mehr Arbeitslosigkeit und Armut entstehen könnten. Wenn man sich die Börsenmärkte ansieht, dann sieht es nicht rosig aus: Am Montagmorgen stand der Euro unter Druck und auch die Aktienmärkte in Paris und Athen standen im Minus.
Am Sonntagabend hat Hollande in seiner ersten Ansprache unter anderem unterstrichen, dass er sich für die nationale Einheit einsetzen wolle. Der Wunsch nach Einheit sollte jedoch nicht nur für Frankreich, sondern für ganz Europa gelten. Daran erinnert der Pressesprecher der Französischen Bischofskonferenz, Monseigneur Bernard Podvin, im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Gerade die Katholiken in Frankreich möchten nun die Einheit innerhalb unserer Gesellschaft fördern. Das beweist beispielsweise die starke Beteiligung der katholischen Wähler am Wochenende. Das Resultat in Frankreich bekundet aber auch, dass es viele Stimmenthaltungen gab. Diese zählen in Frankreich bisher nicht. Die beiden Anwärter waren so unterschiedlich, dass es nun wirklich darum geht, einen Dialog innerhalb der Gesellschaft zu fördern. Wir machen da gerne mit.“
Hollande gab bekannt, dass er sich für einen deutlich weniger harten Sparkurs in der Eurokrise einsetzen wird. Damit scheinen Spannungen mit der deutschen Bundeskanzlerin Angela Merkel vorprogrammiert zu sein, die sich bisher mit Nicolas Sarkozy für harte Sparprogramme in Europa eingesetzt hat.
„Der französische Präsident muss in erster Linie alle Franzosen repräsentieren. Deshalb soll er nicht die derzeit herrschende Krise noch weiter verstärken. Die katholische Kirche denkt ja bekanntlich nicht national, sondern möchte das Allgemeinwohl aller unterstützen. Deshalb wünschen wir uns, dass der neue französische Präsident nicht nur an seine Wähler denkt, sondern möglichst den Blick weitet auf die Probleme, die uns in der nächsten Zeit betreffen werden.“
Ein Treffen zwischen Bundeskanzlerin Angela Merkel und Hollande soll es direkt im Anschluss an die Amtseinführung geben, berichtete die dpa an diesem Montag. Hollande erhielt noch am Wahlabend eine Einladung der Bundesregierung nach Berlin.
HintergrundDie große Mehrheit der aktiven Katholiken in Frankreich wählte am Sonntag Nicolas Sarkozy. Laut einer von der katholischen Wochenzeitung "La Vie" in Auftrag gegebenen repräsentativen Umfrage stimmten 79 Prozent der regelmässigen Kirchgänger bei der Stichwahl um das Präsidentenamt für den Konservativen Sarkozy. (agenturen 07.)
Italien/D: Ein Stück Kölner Dom entsteht in Rom
Ein gotisches Kapitell, gearbeitet anno domini 2012 in Rom: Dieses Kunstwerk vollbringt Markus Schroer in der deutschen Akademie Villa Massimo. Der Steinmetz ist in diesen Wochen als so genannter Praxisstipendiat für zwei Monate Gast der Künstlerakademie. Normalerweise wirkt er an der Dombauhütte Köln. Ein Werkstattbesuch in der Villa Massimo von Gudrun Sailer.
Sowie das Tor der Villa Massimo hinter dem eintretenden Besucher zufällt, umfängt ihn eine andere Welt. Ein Arkadien mitten in der Großstadt, ein autofreies Paradies. Der Blick geht in die Weite, Pinien verzahnen sich mit dem Himmel, unbenannte Blumen duften, Hecken in dunkel glänzendem Grün säumen Rasen und Wege. In einer Reihe nebeneinander liegen die zehn Künstlerateliers, hohe, weite, lichtdurchflutete Räume, und Atelier eins steht sperrangelweit offen.
Ein Mann in kurzer Hose und Hemdsärmeln, Hammer und Meißel in den Händen, bearbeitet ein Objekt, das einmal ein simpler Steinblock gewesen sein muss. Auf einer Seite wachsen zarte geäderte Blätter aus dem Quader, die wie leicht vom Wind bewegt aussehen. Markus Schroer heißt der Mann, der dieses filigrane Blattwerk mit seinen Händen geschaffen hat. Es ist von einer derartigen Kunstfertigkeit, dass die Nachbarn stehenbleiben und hereinkommen. Der Komponist Hauke Berheide und seine Frau waren gerade zum Markt unterwegs, um Basilikum einzukaufen, aber Schroers steinerne Blätter sind noch attraktiver.
„Ich finde, dass schon viel hier passiert ist an dem Stein, wie lang bist du jetzt schon hier? drei Wochen? Am Anfang war das so ein Quader, im Lauf der Zeit wird’s immer deutlicher.“
„Ich hab die Hoffnung, dass ich in den sieben Wochen hier das Kapitell fertig hab.“
Sieben Wochen: das ist die Zeit, die Markus Schroer in der Villa Massimo zur Verfügung steht. Die übrigen Stipendiaten bleiben ein Jahr lang, aber Atelier eins ist den so genannten Praxis-Stipendiaten vorbehalten, Praxis im Sinn von angewandter Kunst oder Handwerk. Villa Massimo-Direktor Joachim Blüher will mit dieser heute ungewöhnlichen Nachbarschaft ungewöhnliche Begegnungen ermöglichen und fachübergreifenden Austausch fördern.
Der helle, fast weiße Sandstein wird unter Schroers Händen zu einem Kapitell. Ein bürgerliches Wohnzimmer wird es niemals schmücken, es ist für den Kölner Dom vorgesehen.
„Meine Stücke sind nicht für Ausstellungen, nicht zur Repräsentation, sondern Teil der Kathedrale, die steht im Vordergrund, das einzelne Stück steht im Hintergrund. Selbst wenn die Leute davorstehen und denken, Wahnsinn ist das toll, möchte ich gern im Wohnzimmer haben: Es verschwindet dann in der Kathedrale in 20 oder 40 Metern Höhe, irgendwo an der Rückseite des Turmes, und wird nie mehr gesehen.“
Ein neuer Begriff von Luxus tut sich hier auf. So viel Schönheit, die nie wieder ein Mensch zu Gesicht bekommen wird: Das widersetzt sich dem vernünftigen Empfinden, konterkariert alle Regeln des Marktes und kann als Verschwendung gelten. Gut 10.000 Euro Arbeitskosten für ein Kunstwerk, das existiert, aber dem menschlichen Auge unsichtbar bleibt, mit voller Absicht obendrein. Genau das, wendet Markus Schroer ein, ist die Idee der gotischen Kathedrale.
„Gotische Kathedralen wurden gebaut als himmlisches Jerusalem. Vollkommenheit auch im Detail, auch im Hintergrund, auch dort wo der Mensch nicht hinkucken kann. Man wollte den Menschen zeigen, was auf sie zukommt, wenn sie in den Himmel kommen. Das heißt, auch wenn ich hinter die Ecke kucke, ist das genauso wie vorn. Nach dem Prinzip: Gott pfuscht nicht. Der arbeitet überall sauber! Und wir haben die Aufgabe, diesen Gedanken heute fortzuführen und lebendig zu erhalten.“
Die Argumentation verfängt durchaus bei Hauke Berheide. Der junge Komponist schreibt viel für Musiktheater, ihn fasziniert dieser Gedanke der Einbettung in alles, was je an Kunst geschaffen wurde und wird.
„Dass man bei aller Individualität – und hier ist ja ganz viel vom speziellen Steinmetz zu sehen – letztlich ist das Ganze eingebunden ist, in einen überpersönlichen kulturellen Korpus. Und wenn man ganz ehrlich ist, ist das, was andere Kunst tut, bei aller Bemühung so individuell zu sein wie man nur sein kann, letztlich auch nichts anders. Also man fügt sich ebenfalls in so einen kulturellen Korpus ein und ist im Dialog mit dem, was die Vorgänger gemacht haben und mit denjenigen, die vielleicht später mit dem umgehen müssen, was man selber so hinterlässt. Das wird natürlich ganz anders anfassbar und verständlich, wenn man vor so einem Stein hier steht; und das find ich schon sehr beeindruckend.“
150 Meißel jeder Form liegen auf einer Werkbank in Atelier eins. Genau solche müssen auch die Steinmetze vor 800 Jahren in Köln benutzt haben, als sie die Kathedrale schufen. Und so sagt Markus Schroer:
„Ich könnte genauso in der mittelalterlichen Dombauhütte arbeiten wie ich heute in der Dombauhütte arbeite. Ich würde mich mit den Leuten blind verstehen, weil wir das gleiche machen. Ich habe die gleichen Bedingungen, das gleiche Material, muss die gleichen Formen schaffen, somit muss ich genauso denken und bin dem Mann verdammt nah. Ich versuche mich in den Stein hineinzudenken, und im Stein finde ich das gleiche vor, was er vorfand, und somit treffen wir uns im Stein.“
Zur Meißelpause gibt es bei Markus Schroer deutschen Filterkaffee aus der Thermoskanne und dazu Tarallucci, italienisches Gebäck. Die nordsüdliche Mischung scheint Programm im Atelier eins. Sie nimmt am Sandstein plastische Formen an. Den Quader hat sich Schroer aus Köln mitgebracht, die Form seines Kapitells hingegen hat er hier in der Villa Massimo gefunden.
„Hier im Park wächst der Akanthus. Ich bin hieher nach Rom gefahren und hab gewusst, ich mach ein Kapitell. Und ich hab mir gesagt, wenn ich dann da bin, suche ich mir dort in der Natur ein Blatt aus. Ich bin also herumgegangen, habe mir die Zitrone angeguckt, Feige, Magnolie, aber die habe ich am Dom auch schon gemacht. Und dann hab ich im Park der Villa Massimo den Akanthus gesehen, den ich noch nicht gemacht hatte, und der auch gut zu dem Rahmen hier passt. Der Akanthus wird auch gern als paradiesische Pflanze gesehen, und da dies hier so ein paradiesischer Rahmen ist, bin ich drauf verfallen, dieses Blatt für dieses Kapitell zu verwenden.“
Schroer liegt gut in der Zeit: Sein Kapitell ist zu zwei Dritteln fertig. Köln rückt wieder näher. Sein in Rom entstandenes Werk wird in die Höhen des Doms entschwinden, in die Unsichtbarkeit, aber ein paar getrocknete Akanthus-Blätter bei sich zu Hause werden den Steinmetz an seine zwei römischen Monate erinnern, an den Himmel, das Licht, die Pinien, die Villa.
„Dieses Blatt nehme ich mit in die Werkstatt und presse es. So kann ich es hinterher auf Papier kleben und mitnehmen. Bei mir in Köln wächst Akanthus doch recht selten…!“ (rv 10.)
Abschluss der Heilig-Rock-Wallfahrt nach Trier
Erzbischof Zollitsch: Wallfahrtswochen, getragen von Begeisterung für den Glauben
„Der Heilige Rock hat eine Anziehungskraft für alle Generationen. Das zeigt sich in den Hunderttausenden Pilgern, die in diesen Wochen nach Trier gekommen sind.“ Diese Auffassung hat zum Abschluss der Heilig-Rock-Wallfahrt an diesem Sonntag in Trier der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, vertreten. „Dankbar dürfen wir sagen: es gibt wenig Vergleichbares, das so viele Menschen in Bewegung setzt. Die vergangenen Wochen waren beinahe wie ein langer Weltjugendtag, getragen von Begeisterung für den Glauben, von Lebendigkeit und Freude“, so Zollitsch in seiner Predigt.
Durch das Sonntagsevangelium werde der Auftrag deutlich, um den es für die Christen gehe: „Das ist mein Gebot: Liebt einander, so wie ich Euch geliebt habe“ (Joh 15,12). Gott liebe die Menschen, er schenke uns seine Liebe: „Er wendet sich uns Menschen zu und steht uns bei. Christ sein heißt: aus der Liebe Gottes zu leben und sie weiter zu tragen.“ Das sei, so Erzbischof Zollitsch, die bleibende Botschaft der Heilig-Rock-Wallfahrt. Im Heiligen Rock begegne der Gläubige Jesus in dessen ungeteilter Liebe, die ihn bis ans Kreuz geführt habe: „In ihm wird geradezu handgreiflich, dass Gott nicht nur als eine Idee existiert, sondern dass er uns so nahe gekommen ist, dass er sich in unsere Welt hinein begeben hat, in unsere Geschichtlichkeit. In diesem Leibrock begegnet uns die Realität Gottes und zugleich ist er der Verweis auf die alles überragende Liebe, mit der Gott uns Menschen liebt“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz.
Wie sich die Frage nach dem Auftrag Jesu, den anderen zu lieben, am Arbeitsplatz und in der Familie stelle, so stehe auch die Kirche vor dieser Frage: „Gelingt es uns, aus der Liebe Gottes zu leben und gemeinsam den Leib Christi zu bilden? Dem haben wir uns neu zu stellen. Auf diesen Weg will uns der Dialogprozess führen, den wir in der Deutschen Bischofskonferenz angestoßen haben. Im Hören aufeinander und im gemeinsamen Hören auf Gott wollen wir uns den Weg in die Zukunft führen lassen; ein Weg, der nur dann zur Stärkung des Glaubens in unserem Land führen wird, wenn wir aus dem Geist der Liebe heraus handeln.“ Kritisch äußerte sich Erzbischof Zollitsch zu anonymen Angriffen im Internet, die die Liebe Gottes verletzten: „Wir dürfen uns nicht abfinden, dass unter dem Deckmantel der Freiheit die anonyme Meinungsmache im Internet gefördert wird. Dahinter steht eher Ängstlichkeit und Feigheit, die sich darin äußert, dass jemand mit dem, was er sagt oder tut, nicht in Verbindung gebracht werden will. Liebe hat keine Angst, sich zu öffnen, weil sie nichts zu verbergen hat“, sagte Erzbischof Zollitsch. „Das ist es, was wir von dieser Wallfahrt mitnehmen dürfen und was unsere Gesellschaft und unsere Kirche verändert hin zu einer Zivilisation der Liebe, die sich darin zeigt, dass wir uns für das Leben einsetzen. Gehen wir diesen Weg gemeinsam weiter! Tragen wir die Liebe Christi zu den Menschen, besonders zu denen, die auf der Suche sind, die in sich die Sehnsucht nach gelingendem Leben tragen! Es ist unser Auftrag, der aus der Begegnung mit Jesus Christus selbst erwächst.“ dbk 11
D: Katholiken in Schleswig-Holstein wünschten Klarheit
Schleswig-Holstein hat gewählt. Aus katholischer Sicht gibt es aber keine Partei, bei der Katholiken mit allen Themen auf einer Wellenlänge liegen. Das betont im Gespräch mit dem Domradio die Leiterin des Katholischen Büros in Kiel, Beate Bäumer. Nach der Landtagswahl am Wochenende steuert Schleswig-Holstein auf ein Dreier-Bündnis aus SPD, Grünen und dem Südschleswigschen Wählerverband zu. Bäumer:
„Insofern muss man immer nach Themenschwerpunkten schauen. Auch nach dieser Wahl werden wir danach differenzieren - und sehen, wie wir da klar kommen.“
Politische Themen für die Katholiken in Schleswig-Holstein gibt es viele.
„Beispiel: Angenommen die sogenannte Dänen-Ampel mit einer Stimme Mehrheit kommt, könnten wir beim Thema Sonntagsschutz noch mal einen neuen Ansatz finden. Aber im Punkt Religionsunterricht wird es erst mal große Diskussionen geben, weil beide Parteien für die Abschaffung des konfessionellen Religionsunterrichts stehen.“
Bei den Stichworten „Privatschulen“ und „Finanzierung der Schulen in freier Trägerschaft“ werde es sicherlich auch schwierig werden, „weil man gewisse Vorbehalte gegen diese Schulen hat“, so Bäumer. Bei der Kita-Sozialstaffel - also alle Eltern zahlen möglichst die gleichen Beiträge für ihren Kita-Platz - könnte es mit einer Dänen-Ampel leichter werden, fügt die Leiterin des Katholischen Büros in Kiel an. (domradio 07.)
Kampf der Sklaverei: Tagung des Päpstlichen Rates für Gerechtigkeit und Frieden
Er ist nach dem Waffengeschäft der profitabelste kriminelle Wirtschaftszweig der Welt: der Sklavenhandel. Prostitutierte, Haussklaven, Arbeitssklaven oder Kinderbräute – dass Menschen verkauft und gekauft werden, ist kein Phänomen aus der Vergangenheit. Der Päpstliche Rat für Gerechtigkeit und Frieden veranstaltet an diesem Dienstag in Rom eine Tagung zur Frage des Menschenhandels: Wie kann die katholische Kirche ihr weltweites Netzwerk dazu nutzen, gegen diese Menschheitsplage wirksam vorzugehen? Einer der verantwortlichen Organisatoren ist Bischof Patrick Lynch, Verantwortlicher für Flüchtlingsfragen der Bischofskonferenz von England und Wales. Auf der Tagung bringe man Nichtregierungsorganisationen, Polizeibehörden und Kirchen zusammen, vor allem aus Ländern, die durch Sklavenhandel verbunden seien, sagte der Bischof im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Die drei Themen unserer Tageskonferenz werden Prävention, Seelsorge und Reintegration sein. Weil wir hier auch mit den Strafverfolgungsbehörden zusammen arbeiten, wird das alles sehr praktisch. Wir müssen in den einzelnen Ländern und über die Grenzen hinweg Vertrauen und Kommunikation aufbauen, um den Menschenhandel bekämpfen zu können. Deshalb sind Vertreter aus Osteuropa hier, aus Asien, aus Afrika und aus verschiedenen Teilen Europas.“
„Ordensschwestern sind im Kampf gegen Menschenhandel Avantgarde“
In der Kirche sei es vor allem den Frauenorden zu verdanken, dass sie das Bewusstsein für diese Frage geschärft hätten, so Lynch. Sie seien ein „leuchtendes Beispiel“ für die Kirche.
„In der ganzen Welt haben die Frauenorden die Führungsrolle in dieser Frage eingenommen. Dann kamen in den vergangenen Jahren andere Organisationen und Gruppen dazu, die bis zur Pfarreiebene hin tätig wurden. Man hat immer mehr Bewusstsein für das Problem bekommen.“
Jetzt gehe es aber darum, die praktische Zusammenarbeit der einzelnen Gruppen innerhalb der Kirche und darüber hinaus zu organisieren. Weiter müsse die Aufmerksamkeit für das Problem des Menschenhandels weiter geschärft werden und noch mehr Hilfe für betroffene Menschen angeboten werden. Es gehe auch darum, aktiv auf Opfer des Menschenhandels zuzugehen, so Bischof Lynch:
„Man sollte Menschen zuerst dazu ermutigen, das Problem wahrzunehmen. In den großen Innenstadtpfarreien kann es Menschen geben, die vielleicht ganz hinten in der Kirche stehen bleiben und bloß eine Kerze anzünden. Es kann darunter Menschen geben, die Opfer des Menschenhandel sind. Diese Menschen wahrnehmen und sensibel sein, ist das erste, was hilft. Dann sollte man diese Menschen willkommen heißen und den ersten Schritt machen und mit ihnen sprechen. Auch, wenn sie die Sprache nicht gut sprechen, gibt es bestimmt jemanden, der mit ihnen kommunizieren kann. Anstatt sie am Rand der Gesellschaft stehen zu lassen, sollten wir sie aufnehmen. Weiter sollten wir aber auch darüber informiert sein, wie man Menschen helfen kann. Was sie vor allem brauchen, ist einen Menschen, der sie beständig auf ihrem Weg und in ihrem Mühen begleitet.“ (rv 08.)