Notiziario religioso 24  aprile – 14 maggio  2017

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Inhaltsverzeichnis

1.       Cardinale Montenegro: "Sentimenti di vergogna" davanti alle morti in mare di migranti 1

2.       Papa Francesco: «Campi profughi come quelli di concentramento»  1

3.       La profezia di Papa Ratzinger, che compie 90 anni 1

4.       “Cristo non è venuto a spiegare le cose, ma a cambiare le persone”  2

5.       Le Pasque unite contro l’odio  3

6.       In “stato” di missione  3

7.       Terrore e Sicurezza. Egitto: promesse di al-Sisi e visita di Francesco  3

8.       La guerra di religione che stiamo vivendo  4

9.       Parole nuove, e c’è speranza  4

10.   Mons. Galantino: ricollocamenti in Europa siano "realmente funzionanti"e basati "sulla solidarietà di tutti i Paesi"  5

11.   Francesco: “Il mondo deve fermare i signori della guerra”  5

12.   Senzatetto e poveri, apre la “Lavanderia del Papa”  5

13.   Fra dottrina e realismo. Vaticano e Cina: prove di normalizzazione  6

14.   Papa Francesco e l’eredità di Paolo VI:  «Impariamo la sua lezione, lo sviluppo non è solo economico»  6

15.   I giovani cercano il vero Cristo, non la sua controfigura mondana  7

16.   Cattolici nel mondo: sono 1 miliardo e 285 milioni. Cresce il peso dell’Africa  7

17.   Cattolici e Movimento Cinque Stelle: una discussione salutare  8

18.   Papa: “La Croce è un passaggio obbligato, ma non è la meta. La meta è la gloria”  8

19.   Weca (Web Cattolici Italiani): dal 26 aprile cinque “dialoghi” in diretta per “comunicare speranza e fiducia”  8

20.   Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti. Un libro ricorda l’incontro di Paolo VI  con il popolo dei Rom   8

 

 

1.       Vatikan fordert von Religionen die Absage an Gewalt 9

2.       Peter Kohlgraf ist zum Bischof ernannt worden. „Als Bischof nicht allein auf dem Weg“  9

3.       Papst in Ägypten: Franziskus trifft Großimam. Patriarch Bartholomaios I. trifft auf den Papst 9

4.       Kohlgraf wird neuer Bischof in Mainz  9

5.       „Katholisch in Lutherstadt“: Katholische Angebote während der Weltausstellung Reformation  10

6.       US-Studie. Diskriminierung von Religionen wächst weltweit 11

7.       Amoris Laetitia: Reiche Früchte und viel Arbeit 11

8.       Bischöfe gratulieren Benedikt XVI. zum 90. Geburtstag  11

9.       Karfreitag: Kreuz ist endgültiges „Nein“ Gottes zur Gewalt 12

10.   Papst: Angriffe auf weibliche Würde auch in Kirche zu finden  12

11.   „Der Kirche ansehen, für wen sie da ist“  12

12.   Kard. Müller: Entscheid zu Medjugorje könnte noch dauern  13

13.   Im Osterlicht eine Lebensperspektive. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  13

14.   Ein neuer Bischof für das Bistum Mainz  14

15.   Vatikanstatistik: Katholikenzahl weltweit angestiegen  14

16.   Stichwort: Erstkommunion und Weißer Sonntag  15

17.   Gegen Islamfeindlichkeit – für Fairness und Dialog  15

18.   Europäische Jugendstudie: Handy statt Gott?  15

19.   Studie. Der Islam wächst am stärksten  16

20.   „Symphonie des Glaubens“: Koch würdigt Benedikt XVI. 16

21.   Reli Quiz-App des Bistums Fulda: ein voller Erfolg. Neue Fragen; Hamburg und Münster steigen ein  16

 

 

 

 

 

Cardinale Montenegro: "Sentimenti di vergogna" davanti alle morti in mare di migranti

 

ROMA – Nelle ultime ore sono arrivate in Sicilia numerosi migranti. Tra questi anche numerosi minori non accompagnati. Almeno 8 i morti. Di fronte a queste notizie si provano sentimenti “di vergogna perché l’uomo dimostra di non avere il coraggio di guardare a determinate realtà e ad affrontarle”, ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, intervistato ieri dalla Radio Vaticana.

Sentimenti “di sofferenza perché vedere che il povero è costretto a pagare la sua vita con la morte…Vorrei – ha aggiunto - anche sentimenti di speranza che davvero qualcosa possa cambiare perché è impossibile andare avanti così, non possiamo, l’ho detto tante volte, misurare il tempo contando morti. Il mondo ha bisogno di quella Pasqua che significa vita e togliere le pietre dalle tombe, non mettere le pietre sulle tombe, ancora”. L’Europa continua a parlare di muri “di chiudersi… Il problema dell’immigrazione è solo problema di sicurezza e l’Europa – ha detto il card. Montenegro - sta dimostrando la sua povertà. Questa grande Europa poi si è dimostrata piccola e il gigante Golia viene abbattuto e sarà abbattuto perché è impossibile che il mondo si debba misurare con i muscoli, soprattutto con chi è povero”. Per il porporato devono essere i “credenti a incominciare a prendere posizione capovolgendo quello che i forti e i potenti stanno dimostrando. Se noi col Vangelo in mano - io penso a noi cristiani - incominciamo davvero a vivere ciò che il Vangelo ci dice, tutti quelli che ieri sono stati a messa, se tutti col Vangelo in mano incominciamo a sentire ciò che il Signore Gesù ci chiede qualcosa cambierà. Ma in questo ‘tsunami’ di morte alcune volte anche noi ci lasciamo travolgere: gli interessi personali prendono il sopravvento sul pensiero di Dio e questo non è possibile”. R. Iaria – M.on 19

 

 

 

 

Papa Francesco: «Campi profughi come quelli di concentramento»

 

L’appello di Papa Francesco al rispetto dei diritti umani, più importanti degli accordi internazionali, durante la visita al Santuario dei martiri del ‘900 sull’Isola Tiberina a Roma

 

«I campi di rifugiati, tanti, sono campi di concentramento per la folla di gente lasciata lì e i popoli generosi che li accolgono debbono portare avanti da soli questo peso, e gli accordi internazionali sembrano più importanti dei diritti umani». Lo ha detto Papa Francesco nel Santuario dei martiri del `900 sull’Isola Tiberina. Martiri che sono ancora adesso tra noi, ma le cui storie spesso rimangono oscure, ha sottolineato Bergoglio.

La martire cristiana

«Vorrei oggi aggiungere una icona di più in questa chiesa, - ha detto il Papa a S.Bartolomeo - una donna: non so il nome, ma ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne con tre bambini: mi ha guardato e mi ha detto “padre io sono musulmano, mia moglie era cristiana, nel nostro paese sono venuti i terroristi, ci hanno chiesto la fede, hanno visto lei con il crocifisso, hanno chiesto di buttarlo, lei non lo ha fatto, e l’hanno sgozzata davanti a me, ci amavamo tanto”». CdS 22

 

 

 

 

La profezia di Papa Ratzinger, che compie 90 anni

 

In tutto il suo lungo cammino, Benedetto XVI – che compie 90 anni - ha ripetuto sempre la stessa cosa: che la Chiesa non si auto-crea, non vive per forza propria. E rinunciando al ministero petrino, ha ricordato che nessun Pontefice può credere di essere lui a «salvare» il popolo di Dio - GIANNI VALENTE

 

Joseph Ratzinger compie 90 anni, e la sua vita appartata, che trascorre fragile nel «recinto di san Pietro», continua a dispiegarsi come un dono prezioso e un conforto per tanti, soprattutto se si guarda alla presente condizione della Chiesa. Non certo a motivo delle sparate grottesche, empie o perverse dei suoi veri aguzzini, i sedicenti fan che da anni lo offendono come un Antipapa, contrapponendolo all’attuale Vescovo di Roma. E non solo per lo sguardo lucido e connaturale sull’avvenimento cristiano che ha confessato per tutta la vita con la sua «teologia in ginocchio» (come l’ha definita Papa Francesco) e durante gli anni del suo magistero papale. In realtà, anche la sua stessa rinuncia al ministero petrino ha suggerito e continua a indicare a tutti qual è il cuore del mistero della Chiesa.  

  

I nuovi pagani e la «Chiesa fai-da-te» 

Nella sua lunga avventura cristiana, da teologo, professore, vescovo, cardinale e Papa, Joseph Ratzinger non ha mai attirato l’attenzione sulla sua persona. Soprattutto con le sue parole, ha sempre rimandato ad altro da sé. «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei portare da solo», disse nell’omelia per l’inizio del suo pontificato. Anche in quell’occasione, confessò di non voler presentare un vero programma di governo della Chiesa, perché «il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia».  

  

In tutto il suo lungo cammino, fin dalla fatica appassionata dei suoi primi studi teologici, e seguendo le orme del «suo» sant’Agostino, Joseph Ratzinger ha ripetuto sempre la stessa cosa: che la Chiesa non si auto-crea, non vive per forza propria, non si auto-pone nella storia e nel mondo come una entità pre-costituita. Questa intuizione gli si chiarì quando aveva meno di 25 anni, nella breve esperienza pastorale vissuta come cappellano nella parrocchia del Preziosissimo Sangue, al centro di Monaco di Baviera. Già allora, Ratzinger percepì in tanti ragazzi delle classi alto-borghesi che frequentavano la chiesa una estraneità sostanziale alla fede e al cristianesimo, che pure si dissimulava nella partecipazione a riti e pratiche imposte dalla convenzione sociale.  

 

Erano anni in cui, anche a Roma, le adunate oceaniche dei «berretti verdi» dell’Azione Cattolica alimentavano sentimenti di trionfalismo ecclesiastico. Qualche anno dopo, il 31enne Ratzinger raccolse le sue riflessioni in merito in una conferenza sui «nuovi pagani e la Chiesa», dove coglieva che il volto del nuovo paganesimo non era «l’ateismo orientale», e nemmeno si identificava coi processi di scristianizzazione iniziati dal Rinascimento, ma consisteva proprio in un «paganesimo intra-ecclesiale», che segnava innanzitutto le civilizzazioni dove l’appartenenza ecclesiale si era configurata fin dal Medioevo come «una necessità di fatto politico-culturale». Erano le situazioni in cui la Chiesa era percepita come «un dato a priori della nostra esistenza specificamente occidentale». Contesti in cui anche chi rivendicava l’appartenenza a priori alla Chiesa non credeva più davvero che tale riconoscimento di ordine politico-culturale avesse qualcosa a che fare con l’attesa e la speranza di salvezza eterna.   

  

I fan delusi della «rivoluzione papale»  

È questa la «nota di fondo» che Ratzinger ha colto e seguito anche nella sua partecipazione al Concilio Vaticano II: la scoperta, sempre nuova, che la Chiesa è di Cristo, Luce delle genti. E che vive nel mondo come riflesso della Sua luce, cresce nel mondo in forza della Sua grazia. Era questo – ha ripetuto Ratzinger, teologo «conciliare» non pentito, per tutta la vita - il volto più intimo della Chiesa che il Concilio Vaticano II voleva riproporre al mondo, anche come sorgente di un autentico «aggiornamento».   

  

Anche da vescovo di Roma, fin dalla citata omelia di inizio pontificato, Benedetto XVI ha voluto dire a tutti i battezzati che non era lui, e neanche loro, a «fare la Chiesa». Dopo la lunga stagione wojtyliana si avvertiva quasi il bisogno fisico di mettere da parte personalismi e protagonismi, alleggerire le strutture, sfoltire i documenti e i pronunciamenti, concentrare lo sguardo sulle cose essenziali che nutrono ed esprimono l’ordinarietà della vita cristiana: la preghiera, i sacramenti, le opere di carità. Nondimeno, anche gli anni del suo pontificato sono stati segnati dai programmi e dalle manovre di chi perseguiva all’ombra del suo nome il progetto di una «rivoluzione papale», magari pensata come revisione e correzione dei veri o presunti «guasti» post-conciliari, sintonizzata con l’idea di una Chiesa «protagonista», che identifica la propria missione con l’affermazione della propria rilevanza mondana.  

  

La parabola del pontificato ratzingeriano, nella parte finale, ha deluso innanzitutto quanti avevano investito sul progetto di una «rivoluzione papale» guidata dal «Papa condottiero» in lotta continua per omologare gli organigrammi ecclesiali all’ideologia «muscolare» delle battaglie culturali. È sintomatico che i primi a parlare delle possibili dimissioni di Papa Benedetto XVI furono testate e personaggi «ultra-ratzingeristi», pronti a liquidare come manifestazione di debolezza i toni «penitenziali» assunti da Ratzinger davanti agli scandali della pedofilia clericale. Il Papa bavarese, innalzato in precedenza come una bandiera identitaria, «perdeva colpi», e agli occhi di certi ex estimatori sarebbe stato opportuno sostituirlo con qualcuno di più «energico». 

  

Papa Ratziger non ha rinunciato al ministero petrino per cedere ai ricatti di ratzingeristi «pentiti». Nemmeno gli scivoloni e i disastri causati da suoi collaboratori e le meschinità e cattiverie alto-ecclesiastiche scoperchiate da Vatileaks hanno avuto un ruolo determinante. Anche quei fatti incresciosi, guardati con sguardo di fede, non richiamavano tanto l’urgenza di un governo «di polso», come impongono le dinamiche di potere e i riflessi condizionati nelle aziende in crisi. Le magagne e anche gli incidenti provocati da veri o presunti «facenti funzioni» del Papa teologo mostravano piuttosto, una volta di più, che le sorti della Chiesa non possono mai essere ultimamente sospese alle scaltrezze e agli errori, ai successi e ai fallimenti degli uomini di Chiesa e degli auto-occupati degli apparati clericali.  

 

Chi guida la barca 

Benedetto XVI si è dimesso esattamente per i motivi da lui dichiarati: si era accorto che il venir meno delle forze gli avrebbe presto impedito di assolvere i compiti ordinari legati al suo ministero. Ritirandosi, nel suo ultimo discorso pubblico da Papa, ha ripetuto quello che aveva detto nell’omelia d’inizio pontificato: riguardando indietro, ha ricordato anche i «momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire». Ma ha confessato anche di aver sempre percepito che «in quella barca c’è il Signore», che «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è Sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto». 

 

Così, rinunciando al suo ministero petrino, Ratzinger ha anche mostrato che nessun Papa può credere di essere lui a «salvare» la Chiesa; che la sua figura è secondaria, destinata a venir meno, e al massimo può indicare agli altri i gesti di salvezza operati da Cristo stesso, nel tempo presente.  

 

Lo ripete sempre anche Papa Francesco. «Oggi, sulla strada, mentre arrivavo, c’era gente che salutava: “viene il Papa, il capo, il capo della Chiesa….”. Il capo della Chiesa è Gesù, non scherziamo!» ha voluto ridire l’attuale successore di Pietro anche nell’omelia a braccio della messa in Coena Domini, celebrata giovedì scorso nel carcere di Paliano. L’armonia e il sostegno reciproco tra l’attuale Vescovo di Roma e il suo «emerito» si condensa in questa loro condivisa familiarità con il cuore dell’avvenimento cristiano. A quel livello, anche il «Papa ritirato» continua a essere figura di profetico e confortante richiamo per l’attuale Successore di Pietro e per tutta la Chiesa. Ora che, davanti all’intenso ministero di Papa Francesco, si rialzano anche, a vento e a controvento, le vele dei più insulsi e interessati trionfalismi e catastrofismi clericali. Tutti arruolati e concordi nel tagliar fuori dall’orizzonte il mistero dell’operare della grazia di Cristo («Senza di me, non potete far nulla», Gv 15,18; «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», Mt 28, 20).  LS 14

 

 

 

 

 “Cristo non è venuto a spiegare le cose, ma a cambiare le persone”

 

Omelia del predicatore pontificio della celebrazione della Passione nella Basilica di San Pietro. Riportiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata da padre Raniero Cantalamessa il Venerdì Santo, 14 aprile 2017, in occasione della celebrazione della Passione che si è svolta nella Basilica di San Pietro, presieduta da Papa Francesco.

 

Abbiamo ascoltato il racconto della Passione di Cristo. Si tratta in sostanza del resoconto di una morte violenta. Notizie di morti, e di morti violente, non mancano quasi mai  dai notiziari serali. Anche in questi ultimi giorni ne abbiamo ascoltate, come quella dei 38 cristiani copti uccisi in Egitto la domenica delle Palme. Queste notizie si susseguono con tale rapidità da farci dimenticare ogni sera quelle del giorno prima. Perché allora, dopo 2000 anni, il mondo ricorda ancora, come fosse avvenuta ieri, la morte  di Cristo? È che questa morte ha cambiato per sempre il volto della morte; essa ha dato un senso nuovo alla morte di  ogni essere umano. Su di essa riflettiamo qualche istante.

 “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 33-34). All’inizio del suo ministero, a chi gli domandava con quale autorità egli cacciasse i mercanti dal tempio, Gesù rispose: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. “Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2, 19. 21), aveva commentato Giovanni in quella occasione, ed ecco che ora lo stesso evangelista ci attesta che dal fianco di questo tempio “distrutto” sgorgano acqua e sangue. È un’allusione evidente alla profezia di Ezechiele che parlava del futuro tempio di Dio, dal fianco del quale sgorga un filo d’acqua che diventa prima un ruscello, poi un fiume navigabile e intorno a cui fiorisce ogni forma di vita (cf. Ez 47, 1 ss.).

Ma penetriamo dentro la sorgente di questo “fiume di acqua viva” (Gv 7, 38), nel cuore trafitto di Cristo. Nell’Apocalisse lo stesso discepolo che Gesú amava scrive: “Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato” (Ap 5, 6). Immolato, ma in piedi, cioè trafitto, ma risorto e vivo.

Esiste ormai, dentro la Trinità e dentro il mondo, un cuore umano che pulsa, non solo metaforicamente, ma realmente. Se Cristo, infatti, è risorto da morte, anche il suo cuore è risorto da morte; esso vive, come tutto il resto del suo corpo, in una dimensione diversa da prima, reale, anche se mistica. Se l’Agnello vive in cielo “immolato, ma ritto”, anche il suo cuore condivide lo stesso stato; è un cuore trafitto ma vivente; eternamente trafitto, proprio perché eternamente vivente.

È stata creata un’espressione per descrivere il colmo della malvagità che può ammassarsi in seno all’umanità: “cuore di tenebra”. Dopo il sacrifico di Cristo, più profondo del cuore di tenebra, palpita nel mondo un cuore di luce. Cristo, infatti, salendo al cielo, non ha abbandonato la terra, come, incarnandosi, non aveva abbandonato la Trinità.

“Ora si compie il disegno del Padre –dice un’antifona della Liturgia delle ore -, fare di Cristo il cuore del mondo”. Questo spiega l’irriducibile ottimismo cristiano che ha fatto esclamare a una mistica medievale: “Il peccato è inevitabile, ma tutto sarà bene e tutto sarà bene e ogni specie di cosa sarà bene” (Giuliana di Norwich).

*   *   *

I monaci certosini hanno adottato uno stemma che figura all’ingresso dei loro monasteri, nei loro documenti ufficiali e in altre occasioni. In esso è rappresentato il globo terrestre, sormontato da una croce, con intorno la scritta: “Stat crux dum volvitur orbis”: Sta immobile la croce, tra gli sconvolgimenti del mondo.

Che cosa rappresenta la croce, per essere questo punto fermo, questo albero maestro tra l’ondeggiare del mondo”? Essa è il “No” definitivo e irreversibile di  Dio alla violenza, all’ingiustizia, all’odio, alla menzogna, a tutto quello che chiamiamo “il male”; ed è contemporaneamente il “Si” altrettanto irreversibile all’amore, alla verità, al bene. “No” al peccato, “Si” al peccatore. È quello che Gesú ha praticato in tutta la sua vita e che ora consacra definitivamente con la sua morte.

La ragione di questa distinzione è chiara: il peccatore è creatura di Dio e conserva la sua dignità, nonostante tutti i propri traviamenti; il peccato no; esso è una realtà spuria, aggiunta, frutto delle proprie passioni e della “invidia del demonio” (Sap 2, 24). È la stessa ragione per cui il Verbo, incarnandosi, ha assunto tutto dell’uomo, eccetto il peccato. Il buon ladrone, a cui Gesú morente promette il paradiso, è la dimostrazione vivente di tutto ciò. Nessuno deve disperare; nessuno deve dire, come Caino: “Troppo grande è la mia colpa per ottenere il perdono” (Gen 4, 13).

La croce non “sta” dunque contro il mondo, ma per il mondo: per dare un senso a tutta la sofferenza che c’è stata, c’è e ci sarà nella storia umana. “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo –dice Gesù a Nicodemo -, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3, 17). La croce è la proclamazione vivente che la vittoria finale non è di chi trionfa sugli altri, ma di chi trionfa su se stesso; non di chi fa soffrire, ma di chi soffre.

*   *   *

“Dum volvitur orbis”, mentre il mondo compie le sue evoluzioni. La storia umana conosce molte passaggi da un’era all’altra: si parla dell’età della pietra, del bronzo, del ferro, dell’età imperiale, dell’era atomica, dell’era elettronica. Ma oggi c’è qualcosa di nuovo. L’idea di transizione non basta più a descrivere la realtà in atto. All’idea di mutazione si deve affiancare quella di frantumazione. Viviamo, è stato scritto, in una società “liquida”; non ci sono più punti fermi, valori indiscussi, nessuno scoglio  nel mare, a cui aggrapparci, o contro cui magari sbattere. Tutto è fluttuante.

Si è realizzata la peggiore delle ipotesi che il filosofo aveva previsto come effetto della morte di Dio, quella che l’avvento del super-uomo avrebbe dovuto impedire, ma che non ha impedito: “Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?” (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).

È stato detto che “uccidere  Dio è il più orrendo dei suicidi”, ed è quello che in parte stiamo vedendo. Non è vero che “dove nasce  Dio, muore l’uomo” (J.-P. Sartre); è vero il contrario: dove muore  Dio, muore l’uomo.

Un pittore surrealista della seconda metà del secolo scorso (Salvador Dalì) ha dipinto un crocifisso che sembra una profezia di questa situazione. Una croce immensa, cosmica, con sopra un Cristo, altrettanto monumentale, visto dall’alto, con il capo reclinato verso il basso. Sotto di lui, però, non c’è la terra ferma, ma l’acqua. Il Crocifisso non è sospeso tra cielo e terra, ma tra il cielo e l’elemento liquido del mondo.

Questa immagine tragica (c’è anche, sullo sfondo, una nube che potrebbe alludere alla nube atomica), contiene però anche una consolante certezza: c’è speranza anche per una società liquida come la nostra! C’è speranza, perché sopra di essa “sta la croce di Cristo”. È quello che la liturgia del Venerdì Santo ci fa ripetere ogni anno con le parole del poeta Venanzio Fortunato: “O crux, ave spes unica”, Salve, o croce, unica speranza del mondo.

Sì,  Dio è morto, è morto nel Figlio suo Cristo Gesú; ma non è rimasto nella tomba, è risorto. “Voi l’avete crocifisso – grida Pietro alla folla il giorno di Pentecoste -, ma  Dio l’ha risuscitato!” (Atti 2, 23-24). Egli è colui che “era morto, ma ora vive nei secoli” (Ap 1, 18). La croce non “sta” immobile in mezzo agli sconvolgimenti del mondo” come ricordo di un evento passato, o un puro simbolo; vi sta come una realtà in atto, viva e operante.

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Non dobbiamo fermarci, come i sociologi, all’analisi della società in cui viviamo. Cristo non è venuto a spiegare le cose, ma a cambiare le persone. Il cuore di tenebra non è soltanto quello di qualche malvagio nascosto in fondo alla giungla, e neppure quello della società che lo ha prodotto. In misura diversa è dentro ognuno di noi.

La Bibbia lo chiama il cuore di pietra: “Strapperò da loro il cuore di pietra – dice  Dio nel profeta Ezechiele – e darò loro un cuore di carne” (Ez 36, 26). Cuore di pietra è il cuore chiuso alla volontà di  Dio e alla sofferenza dei fratelli, il cuore di chi accumula somme sconfinate di denaro e resta indifferente alla disperazione di chi non ha un bicchiere d’acqua da dare al proprio figlio; è anche il cuore di chi si lascia completamente dominare dalla passione impura, pronto per essa ad uccidere, o a condurre una doppia vita. Per non restare con lo sguardo sempre rivolto all’esterno, agli altri, diciamo più concretamente: è il nostro cuore di ministri di Dio e di cristiani praticanti se viviamo ancora fondamentalmente “per noi stessi” e non “per il Signore”.

È scritto che al momento della morte di Cristo ”il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono” (Mt 27,51s.). Di questi segni si da, di solito, una spiegazione apocalittica, come di un linguaggio simbolico necessario per descrivere l’evento escatologico. Ma essi hanno anche un significato parenetico: indicano quello che deve avvenire nel cuore di chi legge e medita la Passione di Cristo. In una liturgia come la presente, san Leone Magno diceva ai fedeli: “Tremi la natura umana di fronte al supplizio del Redentore, si spezzino le rocce dei cuori infedeli e quelli che erano chiusi nei sepolcri della loro mortalità vengano fuori, sollevando la pietra che gravava su di loro” (Sermo 66, 3; PL 54, 366).

Il cuore di carne, promesso da  Dio nei profeti, è ormai presente nel mondo: è il Cuore di Cristo trafitto sulla croce, quello che veneriamo come “il Sacro Cuore”. Nel ricevere l’Eucaristia, crediamo fermamente che quel cuore viene a battere anche dentro di noi. Guardando fra poco la croce diciamo dal profondo del cuore, come il pubblicano nel tempio: “O  Dio, abbi pietà di me peccatore!, è anche noi, come lui, torneremo a casa “giustificati” (Lc 18, 13-14) . zenit 15

 

 

 

 

Le Pasque unite contro l’odio

 

Quest’anno i cristiani di tutte le Chiese festeggiano la Pasqua alla stessa data. Ma non la festeggiano certo allo stesso modo. Non solo perché liturgie, riti e tradizioni sono diversi fin dai primi secoli, ma ancor più perché a essere diversa è la condizione in cui i cristiani vivono nelle diverse parti del globo. In Egitto, dove i cristiani sono circa il 10% della popolazione, quest’anno più che mai i fedeli partecipano alle celebrazioni del mistero centrale della loro fede - la morte e risurrezione di Gesù Cristo - a rischio della loro stessa vita.  

 

Come tragicamente ci hanno ricordato le vittime di Tanta e di Alessandria solo domenica scorsa. In Siria, in Iraq e nel martoriato Medioriente, l’ancor più esigua e variegata presenza cristiana - sopravvissuta a guerre, rappresaglie, attentati, bombardamenti, carestie, emigrazioni ed esili forzati - vive ormai da tempo l’ecumenismo del sangue e ha imparato a stringersi come un unico corpo al di là delle diverse confessioni per celebrare il Signore della vita nonostante l’incombente orizzonte di morte. A livello mondiale, mentre il Papa apre il triduo pasquale lavando i piedi ai detenuti di un carcere del Lazio e chiedendo con forza dalle pagine di un giornale laico, «la Repubblica», di «fermare i signori della guerra», il presidente - cristiano - della più grande potenza atomica mondiale ordina di sganciare una bomba «convenzionale» di potenza inaudita e di utilità ignota. 

 

In Italia, invece, dove quasi il 90% della popolazione è battezzata, a Pasqua saranno tranquillamente aperti molti centri commerciali, non certo per facilitare a lavoratori e clienti la partecipazione alle celebrazioni dei misteri cristiani. Così, mentre nelle aree più provate del mondo i discepoli di Cristo pagano un caro prezzo per la loro fede, nel nostro paese che si vanta delle sue radici cristiane la festa di Pasqua è vissuta ormai nella distrazione: la debolezza della fede impedisce a molti cristiani di comprendere che senza questa festa, senza la risurrezione di Gesù di Nazareth, il cristianesimo non solo non si regge, ma rende i cristiani i più miserabili di tutti. Non è mai stato facile credere a ciò che la Pasqua significa e annuncia: che la morte non ha l’ultima parola né è l’ultima realtà, che oltre la morte c’è una vita altra, che l’uomo di Nazareth è il primo risorto da morte ma è anche colui che trascina ogni morto in una vita nuova senza fine. Eppure da sempre i poveri, i sofferenti, gli esclusi, le vittime della storia hanno saputo cogliere la dirompente novità di questo annuncio pasquale. 

 

Sappiamo bene che all’alba del terzo giorno dopo quel 7 aprile della sua morte, le discepole di Gesù andarono a visitare la tomba dove il loro rabbi era stato sepolto la sera della sua crocifissione: la trovarono vuota, fatto che gli stessi avversari di Gesù poterono constatare. Quelle discepole però iniziarono a dire che era risorto da morte, destando stupore e sospetto persino negli stessi discepoli di Gesù e derisione da parte dei capi religiosi. Tuttavia, pur tra paure e incomprensioni, le donne e i discepoli non temettero di affermare che Gesù era vivente perché Dio lo aveva risuscitato dai morti, che quel Gesù che avevano amato e seguito era l’immagine decisiva di Dio, l’unica via per conoscere Dio. 

 

Discorsi insignificanti per il mondo: Gesù era uno sconosciuto personaggio della periferia dell’impero ma per i suoi discepoli era «figlio di Dio»: lo hanno cantato, adorato, ne hanno fatto memoria a caro prezzo, fino a essere perseguitati e a dare la vita per lui. È questo lo straordinario cristiano: un uomo che è Dio, un Dio che si è fatto uomo e ha vinto la morte per sempre, con il suo amore, con la vita spesa nel servizio degli altri, nell’amore del prossimo, fino all’amore per il nemico. Allora lasciamoci rievangelizzare da quei cristiani copti che non hanno pronunciato una sola parola di odio e vendetta nei confronti di chi li ha brutalmente privati di padri, madri, figli e sono ritornati ad affollare quei luoghi dove risuona per loro e per tutti una parola di vita. Pasqua sarà così anche per noi la festa dell’amore più forte dell’odio: una festa di cui il mondo oggi sembra avere molto bisogno.  ENZO BIANCHI  LS 16

 

 

 

 

In “stato” di missione

 

Un'idea per condividere attraverso gli "stati" di Wathsapp quel che la Parola suscita nel cuore.

Whatsapp è quella celebre applicazione per smartphone che da qualche anno ha fatto a tal punto irruzione nelle nostre vite da diventare, specie per chi ha figli, lo strumento ufficiale attraverso cui veniamo raggiunti ovunque (e a qualunque ora) dalle comunicazioni dei rappresentanti di classe, dalle convocazioni per le partite dei ragazzi, dagli inviti alle feste di compleanno o alle pizze del catechismo… e chi più ne ha più ne metta.

Perfino i più refrattari alla tecnologia e ai social network stanno, a poco a poco, cedendo le armi di fronte all’incedere inarrestabile di questa agorà mediatica che si insinua implacabilmente in tutti gli spazi che trova. Dallo scorso 22 febbraio, poi, il quadro si è ulteriormente complicato: nella schermata iniziale dell’applicazione è comparsa, tra la voce “chat” e quella “chiamate”, anche la funzione dello “stato”, che permette di rendere visibili per 24 ore a tutti i propri contatti immagini, video, commenti.

Superata l’iniziale perplessità e qualche giornata di curiosa esplorazione dell’uso che di tale funzione poteva essere fatto, con l’inizio della Quaresima mi è venuta un’idea. In un primo momento ho cominciato a fare lo “screenshot” del brano di Vangelo del giorno, scaricandolo da Chiesacattolica.it, accompagnando la foto della pagina che condividevo con la scelta di una frase che mi colpiva più delle altre. Poi, rendendomi conto che leggere in quel modo il brano (specie se lungo) era decisamente disagevole, ho pensato di abbinare al versetto che sceglievo una immagine che ben vi si sposasse, e magari un paio di righe di commento (più o meno come vedete nella foto e negli allegati).

 

Non penso di aver fatto nulla di clamoroso, ma devo dire che la trentina di contatti che quotidianamente visualizzano lo stato e qualche bella risposta che mi è stata inviata da più di una persona, mi hanno incoraggiato a proseguire nell’esperimento. Da una parte, per me, è uno stimolo ad essere fedele a quel momento di calma quotidiana per prendere in mano il Vangelo del giorno, costantemente a rischio tra le rapide dei ritmi lavorativi e famigliari. Dall’altra mi sembra una bella occasione per gettare un seme nelle vite di coloro che anche solo fugacemente o occasionalmente si ritrovano a guardare la “novità” del tuo stato: magari, anche così, potrebbe arrivare (senza che tu che la mandi lo sappia mai)  la parola giusta al momento giusto…

Pensate che bello se la cosa prendesse piede e la condivisione di questa piccola “risonanza” della Parola nel cuore di chi la legge, riempisse di Vangelo anche i nostri smartphone, sempre più legati a doppio filo alle nostre vite e parte integrante delle nostre giornate. Potrebbe essere un modo per condividere con le persone a cui vogliamo bene (e magari anche con quelle cui non ne vogliamo abbastanza) qualcosa di più dell’ultima video-barzelletta o dell’ultima vignetta demenziale. Qualcosa di infinitamente più prezioso. Stefano Proietti vpad 19

 

 

 

 

Terrore e Sicurezza. Egitto: promesse di al-Sisi e visita di Francesco

 

La settimana della Passione di Cristo è stata inaugurata da un tragico bagno di sangue. L’ennesimo che ha preso di mira la comunità copta egiziana (circa il 10% della popolazione), vittima di due attacchi terroristici nelle chiese di Alessandria e di Tanta.

 

Una cinquantina i morti, oltre cento i feriti di questi attentati che, come quello avvenuto poco prima di Natale nella più grande chiesa copta del Cairo, sono stati rivendicati dai terroristi dell’autoproclamato Stato islamico.

 

L’espansione della guerra contro i miscredenti

Così facendo, i seguaci del Califfo - gli stessi che nel febbraio 2015 avevano seviziato 21 copti egiziani su una spiaggia libica - vogliono mostrare che la guerra contro i miscredenti non solo continua, ma si espande. A confermarlo sono anche i dati. Secondo il più recente report del Tahrir Insitute for Middle East Policy, nell’ultimo quarto del 2016 gli attacchi ai cristiani nel Sinai sono cresciuti in maniera esponenziale.

 

Ed è anche per questo che da Arish, una delle località della Penisola più colpita da questi eventi di violenza settaria, è iniziato un vero e proprio esodo di famiglie cristiane, scappate in fretta e furia verso località più sicure. Mete non facili da individuare, se si considera che sin dal giorno della strage di Maspero - quando, nell’ottobre 2011, più di venti copti vennero uccisi dalle forze di sicurezza davanti alla sede della televisione pubblica egiziana - i cristiani accusano il governo di non essere in grado di proteggerli.

 

Accuse che il presidente Abdel Fattah Al-Sisi non solo respinge, ma cerca anche di nascondere. Se a Natale, la televisione nazionale aveva mandato in onda le immagini in diretta dal luogo della strage con una musica di sottofondo che copriva le grida di protesta dei copti, lunedì l’edizione del giornale Al-Bawaba che riportava le critiche dei cristiani al sistema di sicurezza egiziano è stato ritirato dal commercio.

 

Al-Sisi e le promesse di sicurezza tradite

Il duplice attentato di domenica è infatti un colpo grosso ad Al-Sisi e alle sue promesse. Non solo quella di proteggere i cristiani e la chiesa copta - che ha sostenuto il golpe grazie al quale i militari sono tornati al potere –, ma anche quella di garantire sicurezza e stabilità all’intero Paese e alla regione. È con queste promesse che Al-Sisi ha cercato di legittimarsi e accreditarsi agli occhi del mondo, descrivendo il suo Egitto come la pedina stabilizzatrice della regione.

 

Eppure, se si guarda a quanto sta accadendo lungo il Nilo da quando i militari hanno ripreso il potere, emerge un quadro diverso, ovvero l’immagine di un Paese dove la repressione dell’opposizione, in primis quella di matrice islamista, ha portato a un’escalation di atti di terrore. Gli attacchi di matrice jihadista tradizionalmente concentrati nella penisola del Sinai hanno preso di mira località urbane. Se nel 2013, fuori dal Sinai si erano contati 261 attentati, nel 2016 si è arrivati vicino a quota 700.

 

Ecco perché molti analisti temono che la situazione egiziana possa degenerare, seguendo ad esempio quanto già avvenuto in Algeria dopo l’intervento militare del 1991. All’epoca, la repressione del fronte islamista risultato vincitore delle elezioni portò allo scoppio di una guerra civile che durò un intero decennio.

 

Il viaggio di Bergoglio al Cairo

Questa evoluzione intimorisce quanti si stanno preparando ad accogliere papa Bergoglio che a fine mese atterrerà al Cairo non solo per incontrare il suo omonimo ortodosso, ma anche per vedere Al-Sisi, uomo che negli ultimi anni ha cercato di descriversi come il Lutero dell’Islam, ovvero il portatore di un pensiero musulmano riformato e mediano, lontano dall’estremismo dell’autoproclamato Stato islamico.

 

Anche in questo però, Al-Sisi sembra fallire, come mostrano le recenti frizioni tra lui e Al-Azhar, massima autorità dell’Islam sunnita che dopo aver sostenuto l’ascesa del generale, ha recentemente criticato diverse sue decisioni - in primis quella dell’omologazione dei sermoni del venerdì.

 

Sarà quindi interessante osservare come papa Bergoglio si inserirà in questo dibattito, direttamente connesso con quello della libertà religiosa e della costruzione dei luoghi di preghiera (moschee e chiese), da sempre questione alla radice di molti scontri settari. Anche se lo scorso anno il governo egiziano ha approvato una storica legge che regola la costruzione delle chiese, sono ancora molti i cristiani che non la ritengono risolutiva.

 

Lo stato di emergenza nell’epoca di Al-Sisi

Il viaggio di papa Bergoglio non è l’unica cosa da tenere d’occhio dopo i recenti attentati. L’evoluzione all’interno del Paese sarà influenzata anche dall’imposizione dello stato di emergenza, annunciato all’indomani della strage dal presidente. Sinai a parte - dove da oltre tre anni lo stato di emergenza viene rinnovato di volta in volta - sarà la prima volta che questo verrà applicato, dopo l’adozione della Costituzione del 2014 che ha limitato i poteri del presidente durante questi periodi eccezionali, introducendo una serie di procedure istituzionali necessarie alla dichiarazione dello stato di emergenza.

 

Nel giugno 2013, ovvero quando al potere c’era ancora il presidente Mohammed Morsi, la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionali alcuni aspetti della legge sullo stato di emergenza, soprattutto quelli relativi alle prerogative del presidente e ai tribunali speciali creatisi in queste occasioni.

 

Nei fatti però, fino ad ora queste modifiche sono rimaste solo parole che non hanno trovato applicazione pratica. Sarà quindi interessante vedere come i recenti attentati alla comunità copta influenzeranno, nella prassi, la giurisprudenza egiziana. Solo così si capirà che cosa vuol dire, praticamente, vivere sotto lo stato di emergenza nell’epoca di Al-Sisi. Viola Siepelunga, AffInt 13

 

 

 

 

La guerra di religione che stiamo vivendo

 

Ma come, dicono stupefatti dopo l’attentato di Stoccolma, perché colpiscono la Svezia con quel modello di integrazione avanzata, quel Welfare che funziona, con un grado di benessere sociale che dovrebbe attutire ogni pulsione violenta? E certo, ci si stupisce perché davvero non si riesce a uscire dal rassicurante ritornello secondo cui «la religione non c’entra» (non c’entra nemmeno in Egitto, dove fanno strage nelle chiese copte nella Domenica delle Palme?), come se il terrore jihadista fosse riconducibile alle categorie più note e collaudate, come se fosse un prolungamento in versione ventunesimo secolo della lotta di classe, una protesta contro la diseguaglianza che solo per una trascurabile differenza ha scelto di usare come suo manuale ideologico il Corano anziché un testo di Lenin. Come se non riuscissimo a liberarci dalla prigionia di criteri che non spiegano niente ma almeno ci sono più familiari. Perché Stoccolma? E perché Parigi e Dacca, la Nigeria e gli Stati Uniti, Nizza e Londra, un treno regionale in Germania e un museo a Tunisi? Perché Bruxelles e il Pakistan, Tel Aviv e Oslo, il Cairo e San Pietroburgo e Istanbul? Perché una spiaggia o una discoteca, una via elegante dello shopping o uno stadio, un teatro o un bistrot, un ristorante etnico o un aeroporto, un treno o un supermercato, un mercatino natalizio o un ponte? Perché, che c’entra con la protesta sociale, anche violenta, estremista, e forse terrorista nelle sue manifestazioni più oltranziste? A questi «perché» non riusciamo, non vogliamo mai rispondere. Cerchiamo di cancellare la realtà, di attenuarla. Temiamo le conseguenze di ciò che potremmo dire: non perché non siano vere, ma perché sono pericolose. Non riusciamo a concettualizzare una guerra culturale, scatenata contro un intero sistema di vita, al Nord come al Sud, all’Est e all’Ovest, contro i cristiani, gli ebrei e i musulmani di altra confessione, fatta per motivi ideologici e dove questa ideologia si chiama islamismo fondamentalista, radicale, integralista. E le sue armi sono cinture esplosive, coltelli, asce, tritolo, Suv, camion, kalashnikov, gli stessi corpi di chi semina il terrore. Il welfare svedese non c’entra niente e il multiculturalismo inglese non è diverso, per i terroristi, dallo statalismo repubblicano della Francia. Una guerra ideologica, culturale, di religione. Sì, di religione. Pierluigi Battista CdS 9

 

 

 

 

 

Parole nuove, e c’è speranza

 

Cinque appuntamenti online per riflettere e confrontarsi in diretta streaming sui temi del Messaggio di Papa Francesco per la GMCS.

 

Mentre in rete e sui social network si diffondono le fake news, le cosiddette 'bufale', e si alimentano violenza e odio attraverso un uso sempre più corrente di hate speech, i discorsi online divisivi e sprezzanti, come si fa a comunicare speranza e fiducia con quello stile costruttivo e aperto richiesto da papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2017? Per rispondere a questa e ad altre domande sul mondo dei media l'Associazione Webmaster Cattolici Italiani (WeCa), in collaborazione con l'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, propone un ciclo di incontri in diretta streaming. Per cinque mercoledì consecutivi, dal 26 aprile al 24 maggio, sarà possibile infatti dialogare con alcuni professionisti del campo dell'educazione, della politica, della società e della pastorale e approfondire i contenuti e gli spunti offerti dal Messaggio di Francesco per la Giornata, che si celebrerà il 28 maggio.

Non si tratta di un corso o di una serie di conferenze ma di occasioni di riflessione e confronto a cui tutti possono partecipare, semplicemente collegandosi dal proprio computer o dallo smartphone.

In gergo tecnico si chiama webinar, cioè seminario interattivo su Internet, ed è appunto un evento live a cui si può prendere parte in diretta. «Questa modalità, già testata in precedenza, si è rivelata interessante ed efficace sia per la sua interattività sia perché rende immediatamente disponibili i materiali su Youtube e sui social. Cosa che permette di isolare i concetti-chiave di ogni incontro per proporli in forma di microcontributi, agevolmente reperibili in rete e condivisibili», spiega Giovanni Silvestri, responsabile del Servizio informatico della Cei e presidente di WeCa, per il quale questo materiale può risultare prezioso - anche al di là della diretta - per le realtà parrocchiali e diocesane, i formatori, i catechisti e gli operatori della comunicazione. Inoltre, la formula dei webinar, che «viene riproposta non per continuare una tradizione avviata ma perché risponde a una domanda che proviene dal territorio», si adatta bene «ai differenti livelli di possibilità d'impegno». «Non è superficiale, si distingue per la freschezza dell'interazione che rappresenta un valore aggiunto e per la sua flessibilità - osserva Silvestri - è uno strumento alla portata anche di chi non ha tempo per un progetto più impegnativo». Quello dei webinarè poi un format che «non necessita di particolari risorse economiche o tecniche, e dunque è facilmente replicabile a livello locale», aggiunge il presidente di WeCa ricordando che «l'Associazione è a disposizione di quanti volessero realizzare l' iniziativa nel proprio contesto».

«Con mezzi semplici si può offrire un contributo interessante a una platea vasta, questo è uno spunto per il territorio», gli fa eco Stefano Proietti, dell'Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. «Il desiderio è che le persone possano tirar fuori le loro curiosità e interloquire con alcuni esperti che declineranno il Messaggio del Papa nelle varie dimensioni della vita in modo da intercettare la realtà concreta di ciascuno », sottolinea Proietti evidenziando che questa iniziativa si affianca alla pubblicazione di Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo, edito da La Scuola e curato dal massmediologo Pier Cesare Rivoltella, che contiene diversi commenti, molti dei quali firmati dagli stessi interlocutori delle dirette online. La proposta formativa dei webinar, leggera e di primo livello, può completarsi dunque con un testo che rimanda a esercitazioni e ulteriori materiali utili per la riflessione e come strumento per incontri e attività.

Sempre per farsi interrogare dal Messaggio e metterne in pratica le indicazioni, conclude Proietti, «sono disponibili sul sito www.chiesacattolica.it/gmcs2017 contributi, tra cui le schede che presentano pellicole cinematografiche a tema e segnalazioni di iniziative locali». Stefania Careddu, Avvenire del 18 aprile

 

 

 

Mons. Galantino: ricollocamenti in Europa siano "realmente funzionanti"e basati "sulla solidarietà di tutti i Paesi"   

 

Roma - Occorre “trovare procedure d’identificazione e di ricollocamento comuni in Europa che tengano conto del rispetto della dignità umana e dei diritti umani delle persone e che siano realmente funzionanti e basate sulla solidarietà di tutti i Paesi dell’Unione”. Lo ha segnalato il Segretario Generale della CEI, Mons. Nunzio Galantino, alla presentazione del Rapporto 2017 del Centro Astalli su richiedenti asilo e rifugiati, oggi a Roma. Galantino ha espresso “preoccupazione” per “gli esiti delle politiche di gestione dei flussi migratori” a livello europeo, segnalando che “gli hotspots, la relocation e i rimpatri sono misure di controllo delle frontiere, che stanno operando una vera e propria selezione di nazionalità ammesse nell’Unione, lasciando migliaia di persone escluse dall’ingresso bloccate senza altra prospettiva che quella di rivolgersi ai trafficanti”. Peraltro, la “preselezione fra migranti ai quali viene consentito di presentare la domanda di asilo e altri ai quali questa possibilità viene negata, sulla base della provenienza da una nazione considerata sicura”, ha rilevato, “contravviene al principio contenuto nella Convenzione di Ginevra e recepito dall’ordinamento italiano secondo cui la domanda di protezione internazionale può essere presentata da tutti e tutti hanno diritto ad un esame individuale e completo della domanda”. Mentre la relocation non è ora “né celere, né efficace”, poiché “le persone che inoltrano tale domanda rimangono in attesa 2 o 3 mesi prima di essere trasferite in quei (sinora pochi) Paesi che hanno dato la disponibilità ad accoglierle”, dal momento che “il sistema non è basato sull’obbligatorietà per i Paesi dell’Unione di mettere a disposizione delle quote per accogliere i richiedenti asilo trasferiti dai Paesi a più forte pressione migratoria”. Da qui l’appello per nuove procedure e “modalità  nuove di gestione dei flussi delle persone in arrivo in Europa, siano essi migranti o richiedenti asilo, realmente comuni  e che prevedano la possibilità di avere quote certe per ogni Paese europeo e che cerchino, per quanto possibile, di incrociare le disponibilità date dai diversi Paesi con i desideri e le aspettative delle persone in arrivo”. Migr.on. 12

 

 

 

 

Francesco: “Il mondo deve fermare i signori della guerra”

 

In un’intervista a “Repubblica”, il Papa parla anche di carcere sottolineando: “Siamo tutti peccatori e prigionieri, della cella dell’individualismo”

 

 “Il mondo deve fermare i signori della guerra. Perché a farne le spese sono sempre gli ultimi, gli inermi”. Così Papa Francesco, in un’intervista al quotidiano La Repubblica. Egli chiede più pace per un mondo “sottomesso ai trafficanti di armi che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne”.

Il Pontefice torna poi sul concetto di “guerra mondiale a pezzi”, che si sta svolgendo oggi sullo scacchiere geopolitico. Essa si snoda – ha spiegato – attraverso una spirale di rappresaglie che sembra interminabile. Secondo lui però “la violenza non è la cura” e rispondere alla violenza con la violenza “conduce a migrazioni forzate e a immani sofferenze” togliendo risorse ai più bisognosi e portando addirittura “alla morte, fisica e spirituale, di molti , se non di tutti”.

Nell’intervista Francesco ha parlato anche della sua visita di oggi al carcere di Paliano. Ha ricordato che siamo tutti “peccatori” ed anche “prigionieri”, magari “della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza”. Infine un avvertimento: “Puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni”. Sir 13

 

 

 

 

Senzatetto e poveri, apre la “Lavanderia del Papa”

 

Entra in funzione presso un centro della Comunità di Sant'Egidio un servizio voluto dall'Elemosineria apostolica, offerto gratuitamente ai clochard per lavare e asciugare i propri vestiti e coperte - ANDREA TORNIELLI

 

CITTÀ DEL VATICANO - Dopo le docce, la barberia, il dormitorio e le visite mediche, mancava la lavanderia. Da oggi, lunedì 10 aprile 2017, è in funzione a Roma la “Lavanderia di Papa Francesco”, un servizio offerto gratuitamente alle persone più povere, in particolare a quelle senza fissa dimora. «In questa lavanderia - informa un comunicato del vescovo elemosiniere Konrad Krajewski - essi potranno lavare, asciugare e stirare i propri indumenti, vestiti e coperte». Una delle difficoltà maggiori per chi vive sulla strada, insieme a quella di trovare da mangiare, un angolo riparato dove trascorrere la notte e dei bagni pubblici, è proprio quello di poter lavare e asciugare gli abiti che indossa, in molti casi gli unici indumenti posseduti.  

  

L’iniziativa, si legge ancora nella nota, è nata dall’invito del Papa «a dare “concretezza” all’esperienza di grazia dell’Anno giubilare della Misericordia. Così ha scritto nella Lettera apostolica Misericordia et misera, a conclusione del Giubileo: “Voler essere vicini a Cristo esige di farsi prossimo verso i fratelli, perché niente è più gradito al Padre se non un segno concreto di misericordia. Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica”, quindi “è il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia”».  

  

Ecco dunque il segno concreto voluto dall'Elemosineria apostolica: un luogo e un servizio «per dare forma concreta alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia per restituire dignità a tante persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una “città affidabile”». 

  

La lavanderia è collocata all’interno del “Centro Genti di Pace” della Comunità Sant’Egidio, presso l’antico complesso ospedaliero del San Gallicano, in via San Gallicano al numero 25. Sarà proprio questa associazione di volontariato a gestire concretamente la lavanderia, insieme agli altri servizi, già attivi da più di dieci anni, di accoglienza e assistenza delle persone più povere, ai quali si aggiungeranno nei prossimi mesi anche quelli delle docce, di una barberia, di un guardaroba, degli ambulatori medici e della distribuzione di generi di prima necessità, in modo simile a ciò che già accade sotto il colonnato di San Pietro. 

 

Nei locali del Centro adibiti appositamente a questo servizio sono state collocate sei lavatrici e sei asciugatrici di ultima generazione con relativi ferri da stiro. Il tutto è stato donato dalla Whirlpool Corporation. «A condividere e coordinare questo progetto - conclude la nota dell'Elemosineria - è stato il gruppo industriale Procter & Gamble, che già da due anni dona rasoi e schiuma da barba Gillette alla barberia per i poveri del colonnato di San Pietro, e che ha assicurato la fornitura completa e gratuita di detergenti per il bucato Dash e Lenor».  LS 10

 

 

 

 

Fra dottrina e realismo. Vaticano e Cina: prove di normalizzazione

 

Le notizie sullo stato delle trattative tra Santa Sede e Cina si sono intensificate nelle ultime settimane. Sinologi e vaticanisti, tuttavia, non sono concordi sulle possibilità e sulla tempistica del raggiungimento di un accordo diplomatico tra le due parti.

 

La modalità di nomina dei vescovi costituisce il punto cruciale della trattativa: il Vaticano vorrebbe adottare una forma per preservare il coinvolgimento diretto nella scelta dei prelati sulla falsariga di quanto già avviene in Vietnam, modalità che è stata usata più volte e in varie occasioni nei secoli passati.

 

Geopolitica episcopale

Il compromesso con Hanoi prevede una selezione “condivisa” all’interno di una cerchia di candidati, ma con la “formalità” della nomina che resta, ovviamente, in capo al Papa. La trattativa sino-vaticana sembra essersi arenata proprio su questo punto. Pechino ha suggerito una soluzione inversa rispetto a quella vietnamita, lasciando cioè alla Santa Sede la “possibilità” di scegliere il vescovo all’interno di una rosa di candidati selezionati dal Partito comunista cinese che, tramite i suoi organi, effettuerebbe poi la nomina con una sorta di successiva “ratifica” da parte vaticana.

 

Una modalità del tutto incompatibile con il vincolo tra Papa e vescovi che intaccherebbe, inoltre, in maniera palese la libertà di culto e l’indipendenza del clero in Cina, negando sia la missione universale della Chiesa cattolica sia la sua integrità dottrinale. Il cardinale Joseph Zen, Arcivescovo emerito di Hong Kong, si è più volte espresso in maniera decisa contro un eventuale accordo tra Santa Sede e Cina nei termini proposti da Pechino, sottolineando l’assoluta incompatibilità delle richieste cinesi di autogestione e di indipendenza con la dottrina “che professa la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”.

 

A livello geopolitico, le possibili ripercussioni sono molteplici e la principale questione è relativa al riconoscimento di Taiwan. Già negli scorsi anni, il governo cinese aveva definito l’accettazione della One China Policy e la rottura delle relazioni diplomatiche con Taipei come prerequisito fondamentale per un possibile accordo con la Santa Sede.

 

Chiesa ufficiale e Chiesa sotterranea

Ma, al di là di queste scontate pretese, la maggiore preoccupazione di Pechino riguarda le possibili interferenze vaticane sulle “questioni interne cinesi”: un riferimento alla libertà d’espressione della Chiesa. Per questo motivo, nel 1957 fu creata l’Associazione patriottica, organismo non riconosciuto dalla Santa Sede, che è alle dipendenze della State Agency for Religious Activities (Sara). Si tratta di una struttura ben ramificata, gestita da una Conferenza episcopale (anche questa non autorizzata da Roma), che può contare su più di settanta vescovi, circa tremila tra preti e suore e seimila chiese e luoghi di ritrovo ufficiali.

 

Secondo un recente report della Freedom House, i cattolici cinesi sono all’incirca 12 milioni, di cui 6 seguono l’Associazione patriottica mentre altri 6 milioni appartengono alla cosiddetta comunità della Chiesa sotterranea, fedele al Papa. Questi ultimi si ritrovano in luoghi improvvisati come fabbriche, scuole e abitazioni private, ma a volte vengono ospitati nei luoghi di culto dell’Associazione patriottica, a riprova di occasionali sovrapposizioni tra le due Chiese. Un processo iniziato da alcuni anni, talvolta appoggiato e promosso dalla Santa Sede, che è anche l’inevitabile conseguenza delle migrazioni interne cinesi.

 

La Chiesa sotterranea è molto presente nei centri rurali, mentre nelle città il controllo del Partito comunista sui luoghi di culto tende ad essere più forte. I tanti lavoratori cattolici che si trasferiscono nei centri urbani spesso si affidano alle strutture dell’Associazione patriottica per poter continuare a praticare la loro fede.

 

In questa maniera, la commistione tra le due Chiese è cresciuta, così come i contatti tra Roma e alcuni vescovi dell’Associazione patriottica. Un processo che ha ulteriormente complicato la trattativa,con l’Associazione patriottica divenuta gruppo di potere e di pressione politica, ed efficiente esecutore di direttive “superiori”.

 

Libertà religiosa a dura prova

Le notizie che arrivano dalla Cina sono di segno diametralmente opposto rispetto a certi entusiasmi che trapelano da Roma e da alcuni sinologi. Le restrizioni per la libertà religiosa dei cristiani e dei cattolici continuano ad essere intensificate: dalla rimozione dei crocifissi all’esterno delle Chiese alla decisione di installare telecamere nelle chiese cattoliche di Wenzhou, sino alle nuove norme che prevedono l’espulsione degli studenti e il licenziamento di insegnanti e personale se scoperti a effettuare pratiche religiose all’interno delle università.

 

La repressione contro i principali gruppi religiosi del Paese si estende anche ai musulmani, con severe leggi che limitano la libertà religiosa nello Xinjiang, dove già è vietato agli studenti di digiunare per il Ramadan e ai minorenni di frequentare moschee, a riprova della volontà di Pechino di mantenere uno stretto controllo sulle fedi in Cina.

 

Gli 80 milioni di cristiani rappresentano un pericolo, in particolare visto il grande interesse che il cristianesimo sta suscitando nella classe media, in una dinamica assolutamente in controtendenza rispetto al resto del mondo. La ricerca spirituale dei cinesi è in crescente aumento e il controllo diretto esercitato dallo Stato-Partito nei confronti delle autorità spirituali aumenta in proporzione.

 

Il buddismo e il taoismo sono considerati meno pericolosi perché parti integranti della cultura cinese, ma soprattutto perché negli scorsi decenni è stato avviato un processo di integrazione e cooptazione delle strutture confessionali tradizionali. L’esponenziale crescita del ceto medio, oltre alla creazione di una massa di nuovi consumatori, ha determinato una inedita richiesta di spiritualità che gli apparati religiosi ufficiali non riescono a soddisfare.

 

Determinazione di Francesco e attendismo cinese

Sin dalla sua elezione, Papa Francesco si è mostrato fortemente determinato a proseguire la missione iniziata da un altro gesuita, Matteo Ricci, nel 1601. Gli scambi e le interazioni tra la Santa Sede e Pechino sono aumentati e alcuni analisti prevedono la conclusione di un’intesa in tempi brevi, ma le criticità irrisolte e uno scarso interesse da parte cinese potrebbero costituire degli ostacoli insormontabili, nonostante la ferma volontà vaticana.

 

Mentre la Santa Sede sembra aver momentaneamente abbandonato la tradizionale prospettiva storica di lunga durata, Pechino pare invece voler mantenere una situazione di stallo cercando di preservare, per i prossimi anni, il controllo totale sulle autorità e sulle pratiche religiose nel Paese. Stefano Pelaggi, AffInt 6

 

 

 

 

Papa Francesco e l’eredità di Paolo VI:  «Impariamo la sua lezione, lo sviluppo non è solo economico»

 

A 50 anni dall’enciclica Populorum Progressio, il pontefice ricorda il pensiero di Montini - di Gian Guido Vecchi

 

«Si tratta di integrare i diversi popoli della terra. Il dovere di solidarietà ci obbliga a cercare giuste modalità di condivisione, perché non vi sia quella drammatica sperequazione tra chi ha troppo e chi non ha niente, tra chi scarta e chi è scartato. Solo la strada dell’integrazione tra i popoli consente all’umanità un futuro di pace e di speranza». Sono passati cinquant’anni dalla pubblicazione della Populorum Progressio e la riflessione di Papa Francesco sull’enclicica sociale di Paolo VI mostra il legame tra il pontefice argentino e il pensiero di Montini. Francesco ha ricevuto in udienza porporati, vescovi e studiosi che partecipano al convegno sul testo di Paolo VI organizzato dal nuovo Dicastero «per il Servizio dello Sviluppo umano integrale». La stessa nascita di questo dicastero è legata all’enciclica di Montini, ha spiegato Francesco: «Fu lui a precisare in dettaglio il significato di “sviluppo integrale”, e fu lui a proporre quella sintetica e fortunata formula: “Sviluppo di ogni uomo e di tutto l’uomo”». Una riflessione più che mai attuale, quella di Paolo VI, che mezzo secolo fa scriveva: «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza».  

Non solo economia

La parola chiave del nostro tempo, spiega Francesco, dev’essere «integrare», un verbo «a me caro». Integrare i popoli della terra, anzitutto. E ancora «offrire modelli praticabili di integrazione sociale», dice: «Tutti hanno un contributo da dare all’insieme della società, tutti hanno una peculiarità che può servire per il vivere insieme, nessuno è escluso dall’apportare qualcosa per il bene di tutti. Questo è al contempo un diritto e un dovere. È il principio della sussidiarietà a garantire la necessità dell’apporto di tutti, sia come singoli che come gruppi, se vogliamo creare una convivenza umana aperta a tutti». L’elenco di Francesco è lungo. Si tratta anche di «integrare nello sviluppo tutti quegli elementi che lo rendono veramente tale», aggiunge: «I diversi sistemi: l’economia, la finanza, il lavoro, la cultura, la vita familiare, la religione sono, ciascuno nel suo specifico, un momento irrinunciabile di questa crescita. Nessuno di essi si può assolutizzare e nessuno di essi può essere escluso da una concezione di sviluppo umano integrale, che tenga cioè conto che la vita umana è come un’orchestra che suona bene se i diversi strumenti si accordano e seguono uno spartito condiviso da tutti».

Mercato globale

E ancora bisogna «integrare la dimensione individuale e quella comunitaria», osserva: «È innegabile che siamo figli di una cultura, per lo meno nel mondo occidentale, che ha esaltato l’individuo fino a farne come un’isola, quasi che si possa essere felici da soli. D’altro canto, non mancano visioni ideologiche e poteri politici che hanno schiacciato la persona, l’hanno massificata e privata di quella libertà senza la quale l’uomo non si sente più uomo». A una simile massificazione, prosegue, «sono interessati anche poteri economici che vogliono sfruttare la globalizzazione, invece che favorire una maggiore condivisione tra gli uomini, semplicemente per imporre un mercato globale di cui sono essi stessi a dettare le regole e a trarre i profitti». Così «l’io e la comunità non sono concorrenti tra loro, ma l’io può maturare solo in presenza di rapporti interpersonali autentici e la comunità è generatrice quando lo sono tutti e singolarmente i suoi componenti. Questo vale ancor più per la famiglia, che è la prima cellula della società e in cui si apprende il vivere insieme».

Corpo e anima

Infine, «si tratta di integrare tra loro corpo e anima», conclude Francesco: «Già Paolo VI scriveva che lo sviluppo non si riduce a una semplice crescita economica; lo sviluppo non consiste nell’avere a disposizione sempre più beni, per un benessere soltanto materiale. Integrare corpo e anima significa pure che nessuna opera di sviluppo potrà raggiungere veramente il suo scopo se non rispetta quel luogo in cui Dio è presente a noi e parla al nostro cuore». La «manifestazione di Dio in Cristo», compresi «i suoi gesti di guarigione, di liberazione, di riconciliazione che oggi siamo chiamati a riproporre ai tanti feriti sul ciglio della strada», riassume il Papa, «indica la strada e la modalità del servizio che la Chiesa intende offrire al mondo: alla sua luce si può comprendere che cosa significhi uno sviluppo “integrale”, che non fa torto né a Dio né all’uomo, perché assume tutta la consistenza di entrambi». Proprio il concetto di “persona”, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento, la libertà e non la costrizione». Per questo «la Chiesa non si stanca di offrire questa sapienza e la sua opera al mondo, nella consapevolezza che lo sviluppo integrale è la strada del bene che la famiglia umana è chiamata a percorrere». CdS 4

 

 

 

 

I giovani cercano il vero Cristo, non la sua controfigura mondana

 

Una mentalità sincretista e relativista dipinge Gesù come uno dei “tanti profeti”, ma i giovani sanno distinguere il mare inquinato dalla sorgente d’acqua pura

18 aprile 2017 Educazione e Giovani

 

Tempo fa ho incontrato un giovane che mi ha fatto una domanda interessante: “La storia che ci raccontano i Vangeli è vera? Dobbiamo credere a ciò che ci dice la Chiesa su Gesù? Oppure sono solo favolette e leggende?”

Non è la prima volta che mi capita di dialogare con ragazzi che mostrano certi dubbi.  Bisogna prendere sul serio queste domande, perché sono il frutto di un desiderio sincero di verità e di approfondimento.

I tempi sono cambiati. Un tempo nessuno osava mettere in discussione il Vangelo. Oggi le nuove generazioni sono talmente bombardate di notizie che finiscono per avere dubbi su ogni cosa.

Il mondo di internet, ad esempio, è un grande contenitore dove è possibile trovare tutto e il contrario di tutto. Si alimentano le storie più bizzarre sulla vita di Gesù, basate su presunti documenti segreti o su testi antichi che sarebbero stati ritrovati chissà dove.

Intorno a questa moda si è sviluppato un mercato che frutta denaro, soprattutto attraverso la vendita di libri.

E’ un giro d’affari che punta al pubblico giovanile, rischiando di trasformarsi in una vera e propria forma di indottrinamento. Sfruttando l’innato senso di curiosità dei ragazzi per il mondo del mistero, si cerca di diffondere messaggi di ogni genere, proponendoli come verità storiche nascoste.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Perché alcuni giovani sembrano essere attratti da certe correnti di pensiero?

Negli ultimi anni una certa disinformazione ha trovato terreno fertile in una mentalità sincretista e relativista trasmessa attraverso vari strumenti: musica, blog, social network, cinema, telefilm, riviste, trasmissioni televisive.

Non è difficile imbattersi in interviste di cantanti o attori, popolarissimi tra i ragazzi, che dipingono Gesù come “uno dei tanti profeti”, riducendolo al livello di un qualsiasi santone di oggi.

Non dimentichiamo, poi, le varie distorsioni del Cristianesimo che vengono proposte ai giovani attraverso alcuni mezzi di comunicazione. Si cerca di imitare ciò che appartiene alla nostra tradizione, per condurre i ragazzi su strade fuorvianti.

Pensiamo al dilagante commercio di statuine degli angeli portafortuna, che non hanno nulla in comune con quelli cristiani. Si presentano con nomi strani e presunti poteri simili a quelli di talismani e amuleti.

Un altro esempio è la strumentalizzazione di San Francesco D’Assisi, trasformato dagli ambientalisti più estremisti in una specie di precursore dei “figli dei fiori”.

Questi simboli cristiani rielaborati sembrano veri, ma non lo sono. Contribuiscono alla costruzione di un Cristianesimo superstizioso e indebolito, ben lontano dal messaggio del Vangelo.

Ma non bisogna essere pessimisti! Tutta questa opera di disinformazione può rappresentare una preziosa occasione per far riscoprire ai ragazzi il Cristo più vero. Alla distanza, potrebbe produrre frutti completamente opposti rispetto ai suoi obiettivi di partenza.

I giovani hanno sete di verità, non di confusione. Dopo una prima fase di ricerca e di approfondimento sapranno certamente distinguere il mare inquinato dalla sorgente dell’acqua pura. E finalmente dissetarsi.  Carlo Climati, Zenit 18

 

 

 

 

Cattolici nel mondo: sono 1 miliardo e 285 milioni. Cresce il peso dell’Africa

 

Pubblicati in questi giorni l’Annuario Pontificio 2017 e l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2015, la cui redazione è stata curata dall’Ufficio centrale di statistica della Chiesa mentre la stampa è stata a carico della Tipografia Vaticana. I dati statistici dell’Annuario Statistico, riferiti all’anno 2015 forniscono un quadro di sintesi dei principali andamenti che interessano l’evolversi della Chiesa cattolica nel mondo. Il numero di cattolici battezzati è venuto accrescendosi a livello planetario, passando da 1.272 milioni nel 2014 a 1.285 milioni nel 2015, con un incremento relativo dell’1%. Questo ammonta al 17,7% della popolazione totale. La dinamica di tale incremento risulta diversa da continente a continente

Dal 2014 al 2015 il numero dei cattolici battezzati nel mondo è passato da 1.272 milioni a 1.285 milioni, che rappresentano il 17,7% della popolazione totale. Il dato è contenuto nell’“Annuarium Statisticum Ecclesiae 2015”, curato dall’Ufficio centrale di statistica della Chiesa e in distribuzione in questi giorni nelle librerie.

Dall’Annuario emerge un quadro composito. Tra le dinamiche già consolidate, si conferma dunque l’andamento positivo del numero dei cattolici nel mondo, soprattutto nel continente africano, il cui peso relativo continua ad aumentare nel tempo. Per quanto riguarda l’evoluzione dei vari operatori pastorali, in particolare nel periodo 2010-2015, si osserva una significativa crescita del numero di vescovi, dei diaconi permanenti, dei missionari laici e dei catechisti a fronte di una evidente contrazione dei religiosi professi non sacerdoti e delle religiose professe. Tra i chierici, in particolare, mentre continua a migliorare il numero complessivo di vescovi rispetto a quello dei cattolici, l’evoluzione dei sacerdoti sembrerebbe subire nel 2015 una battuta di arresto, con un calo attribuibile sostanzialmente a due aree geografiche: Europa e Nord America. All’interno della compagine sacerdotale, poi, le statistiche denunciano il persistere di andamenti divergenti tra sacerdoti religiosi e diocesani: alla rilevata flessione dei primi corrisponde infatti una moderata espansione degli altri.

Infine, il dato che merita particolare attenzione è quello relativo all’andamento delle vocazioni sacerdotali. Il numero dei seminaristi, infatti, dopo aver toccato un massimo nel 2011, subisce una graduale contrazione. Unica eccezione rimane l’Africa che non sembra per il momento toccata dalla crisi delle vocazioni e si conferma l’area geografica con le maggiori potenzialità.

Ma vediamo nel dettaglio alcuni dati.

Cattolici battezzati – L’incremento annuale è stato dell’1%, mentre se si confronta il dato del 2015 con quello del 2010 la crescita globale risulta del 7,4%. La dinamica è però diversa da continente a continente. In Africa, infatti, l’incremento è stato del 19,4%, a fronte di una situazione di sostanziale stabilità in Europa, che l’Annuario mette in connessione con la crisi demografica. In America e in Asia la crescita è stata importante (+6,7% e +9,1%) ma in linea con l’andamento demografico. Cresce anche il peso del continente africano all’interno del totale dei cattolici, passando dal 15,5% al 17,3%, mentre l’incidenza dell’Europa scende dal 23,8 del 2010 al 22,2 del 2015. Da rilevare il fatto che quasi il 49% dei cattolici, in pratica la metà dell’insieme, vive in America. Stabile la quota dell’Asia (intorno all’11% del totale) e dell’Oceania (0,8%). Sempre nel 2015, il Brasile risulta essere il Paese con la maggiore consistenza di cattolici (172,2 milioni), seguito da Messico (110,9 milioni), Filippine (83,6 milioni), Usa (72,3) Italia (58), Francia (48,3), Colombia (45,3), Spagna (43,3), Repubblica democratica del Congo (43,2) e Argentina (40,8).

Vescovi – Il numero è aumentato del 3,9% nel quinquennio 2010-2015 per soddisfare le esigenze di un accresciuto numero di fedeli e di un riequilibrio numerico e funzionale rispetto al corpo sacerdotale. Nel periodo considerato il peso relativo di ciascun continente è rimasto praticamente invariato. Nel 2015 il 37,4% di tutti i vescovi era in America, il 31,6% in Europa, il 15,1% in Asia, il 13,4% in Africa e il 2,5% in Oceania.

Sacerdoti – Il numero ha registrato nel 2015 un calo di 136 unità rispetto all’anno precedente, invertendo così la tendenza alla crescita che si era verificata dal 2000 al 2014. Il calo è da imputare all’Europa (-2.502 unità) perché negli altri continenti la variazione annuale è positiva, con una dinamica particolarmente sostenuta in Africa e Asia. Se si considera il periodo 2010-2015 emerge un andamento divergente tra sacerdoti diocesani, passati da 277.009 unità a 281.514 (+1,6%), e sacerdoti religiosi, in costante flessione (-0,8%). Per quanto riguarda la presenza dei sacerdoti, cresce il peso relativo di Africa, America centro-continentale e meridionale e Asia sud-orientale; rimane stazionario il peso di Asia mediorientale e Oceania, mentre diminuisce quello di America del nord ed Europa. Quest’ultima, nel quinquennio, è passata dal 46,1% del totale mondiale dei sacerdoti a poco più del 43%.

Diaconi permanenti – Sono aumentati in cinque anni del 14,4%: erano 39.564 nel 2010, sono diventati 45.255 nel 2015.

Religiose professe – Dal 2010 al 2015 il numero è diminuito del 7,1%, passando da 721.935 unità a 670.320. Il dato medio è frutto di andamenti geografici molto differenti tra loro. In Africa, per esempio, le religiose sono aumentate del 7,8% e nel Sud-Est asiatico del 3,9%, mentre il calo si è registrato in America centrale e meridionale (-8,3%) e, con particolare evidenza, in America del Nord (-17,9%), in Europa(-13,4%) e Oceania (-13,8%).

Religiosi professi non sacerdoti – Sono scesi a livello mondiale dalle 54.665 unità del 2010 alle 54.229 del 2015. Sono cresciuti però in Africa e, in misura minore, in Asia, mentre il calo più significativo riguarda, nell’ordine, Europa, America e Oceania.

Seminaristi maggiori – Tra 2014 e 2015 sono passati da 116.939 a 116.843. Erano 118.990 nel 2010, 120.616 nel 2011, 120.051 nel 2012, 118.251 nel 2013. Nel quinquennio 2010-2015 si è passati da 99,5 seminaristi per milione di cattolici a 90,9. Anche in questo caso il dato medio è la risultante di andamenti assai diversi per aree geografiche. Nei cinque anni, infatti, l’Africa ha registrato un aumento del 7,7%; in Asia sudorientale si è avuta una crescita fino al 2012 e poi un calo; andamento analogo in Oceania ma con un calo molto più netto; in Europa la diminuzione è stata pari al 9,7% e in America dell’8,1%. Asia e Africa sono i continenti con il più alto tasso di vocazioni rispetto al numero dei cattolici, rispettivamente 245,7 e 130,6 seminaristi per milione. In Europa sono i seminaristi sono 65 per milione e in America 53,6. Sir 6

 

 

 

 

Cattolici e Movimento Cinque Stelle: una discussione salutare

 

È quanto sostiene Gianni Bottalico, ex presidente nazionale delle Acli, che vede nel dibattito aperto dall'intervista di Grillo all'Avvenire «uno stimolo per un ritorno alle origini del popolarismo»

 

Il dibattito aperto dall'intervista di Beppe Grillo all'Avvenire e quella del direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio al Corriere della Sera, del 19 aprile scorso, costituisce per i cattolici impegnati in politica un'occasione per non «sfuggire al confronto con l’inedito contesto attuale, per guardare alla sostanziale irrilevanza pubblica del cattolicesimo sociale e democratico, per non eludere le nuove sfide per la democrazia». Lo sostiene Gianni Bottalico, già presidente nazionale delle Acli e tra i fondatori dell'Alleanza contro la Povertà in Italia, in un articolo pubblicato sulla rivista on line Agenda Domani.

 

«Si è assistito - scrive Bottalico - ad una progressiva assimilazione della dimensione popolare delle variegate esperienze sociali e civili dei cattolici nello schema del primato dei poteri economici e finanziari sulla politica. I cattolici democratici, come altre culture riformatrici liberali o progressiste, sono passati dal ruolo di co-protagonisti nella definizione delle politiche e delle scelte strategiche del Paese ad esecutori di progetti definiti in ambito transnazionale, da oligarchie “invisibili” e prive di controllo democratico. Da qui deriva la frattura che si è creata con il popolo e che è cresciuta in modo esponenziale con il sopraggiungere della crisi. Frattura da cui sono sorti i “terzi poli” che hanno oltrepassato l’assetto bipolare in quasi tutta l’Europa.

 

Il giudizio sul M5S  - secondo Bottalico - non può che essere articolato così come vi sono aspetti che suscitano domande circa l’organizzazione interna del movimento fondato da Grillo e Casaleggio. Il punto non è il pluralismo politico dei cattolici, che sarebbe sorprendente non coinvolgesse anche il M5S, prima forza politica del Paese, così come non suscitasse altrettanto legittime contrarietà. Il punto è saper cogliere da una presenza così importante di un movimento di popolo uno stimolo, ed una lezione, per un ritorno alle origini del popolarismo: guardare alla nostra storia per attualizzarne il metodo, per contribuire a ridare ossigeno alla democrazia, dando effettiva soggettività politica alle istanze popolari in un disegno profondo di cambiamento economico, avversando in ogni modo il monetarismo che droga l’economia e rende schiavo il lavoro e affermando il valore del multipolarismo nelle relazioni internazionali». AD 22

 

 

 

 

Papa: “La Croce è un passaggio obbligato, ma non è la meta. La meta è la gloria”

 

Nell’Udienza generale, Francesco offre una catechesi sul mistero della Croce

Dal Gesù che entra a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, tra acclamazioni festose, ci si attendono miracoli, grandi segni, manifestazioni di potenza. E invece, di lì a poco Gesù finisce sulla croce, umiliato e sfigurato dalle percosse. Eppure è “proprio nel Crocifisso” che “la nostra speranza è rinata”. È intorno al paradosso della croce che si snoda la catechesi di Papa Francesco, pronunciata oggi, 12 aprile 2017, mercoledì santo, in Piazza San Pietro.

Si tratta di una “speranza” – precisa il Santo Padre – “diversa da quella del mondo”. Ecco allora che torna utile alla comprensione la parabola del seme che porta frutto. “Gesù – spiega – ha portato nel mondo una speranza nuova e lo ha fatto alla maniera del seme: si è fatto piccolo, piccolo, piccolo come un chicco di grano; ha lasciato la sua gloria celeste per venire tra noi: è ‘caduto in terra’”.

Ma non solo, una volta a terra, si è lasciato “spezzare” e inabissare. E – afferma il Pontefice – “proprio lì, nel punto estremo del suo abbassamento – che è anche il punto più alto dell’amore – è germogliata la speranza”.

Del resto “a Pasqua, Gesù ha trasformato, prendendoli su di sé, il nostro peccato in perdono” e “la nostra paura in fiducia”. Francesco definisce allora quel seme “vincente”, in quanto morendo, innescando “la logica dell’amore umile”, indica “la via di Dio”, e “solo questa dà frutto”.

La vita concreta ci suggerisce questa realtà. Bergoglio ci invita a ricordare che spesso, quando abbiamo qualcosa, “subito ne vogliamo un’altra più grande”, e “chi è vorace non è mai sazio”. Ma lo stesso Gesù ha affermato in modo netto: “Chi ama la propria vita la perde”, cioè – spiega il Papa – “chi ama il proprio e vive per i suoi interessi si gonfia solo di sé e perde”. E “chi invece accetta, è disponibile e serve gli altri, vive al modo di Dio: allora è vincente, salva sé stesso e gli altri; diventa seme di speranza per il mondo”.

Francesco ricorda anche che “questo amore vero passa attraverso la croce, il sacrificio, come per Gesù”. La croce “è il passaggio obbligato, ma non è la meta, è un passaggio: la meta è la gloria, come ci mostra la Pasqua”. In tal senso viene alla mente un’altra parabola, dal Vangelo di San Giovanni, quella della donna che per partorire prova dolore, ma che poi, quando mette al mondo il bambino, “non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo”.

Le mamme quindi “soffrono ma poi sono felici perché donano la vita con il loro amore”. Esse dimostrano – prosegue il Santo Padre – che “l’amore dà alla luce la vita e dà persino senso al dolore” e che “è il motore che fa andare avanti la nostra speranza”.

Infine, Papa Francesco invita tutti a contemplare il Crocifisso, “sorgente di speranza”, e affermare: “Con Te niente è perduto. Con Te posso sempre sperare. Tu sei la mia speranza”. Zenit 12

 

 

 

 

Weca (Web Cattolici Italiani): dal 26 aprile cinque “dialoghi” in diretta per “comunicare speranza e fiducia”

 

ROMA - Prenderà il via il 26 aprile il ciclo di cinque incontri in diretta streaming “Comunicare speranza e fiducia”, proposto dall’Associazione WebCattolici Italiani (Weca) in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, a partire dalle parole di Papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Il Pontefice invita a riflettere sul rapporto tra comunicazione e speranza per diventare capaci di una testimonianza autentica e carica di fiducia: per comprenderne e concretizzarne le indicazioni i cinque “dialoghi” (fino al 24 maggio) con esperti in materia di educazione, politica, società e pastorale nel solco dei webinar degli scorsi anni.

A condurli è il giornalista di Tv2000 Fabio Bolzetta; ad inaugurare il percorso sarà il 26 aprile padre Francesco Occhetta, gesuita, scrittore de “La Civiltà Cattolica”, sul tema “Tempo di post – coscienza”. Gli altri “interlocutori” saranno il filosofo Salvatore Natoli il 3 maggio; Pier Cesare Rivoltella (Cremit – Università cattolica) il 10 maggio; Adriano Fabris (Università di Pisa) il 17 maggio; Alessandra Carenzio e Marco Rondonotti (Cremit – Università cattolica) il 24 maggio. Le dirette (ore 18.30 – 18.55) saranno disponibili sul sito e sulla pagina Facebook di WeCa.

È possibile intervenire in diretta inviando domande all’indirizzo incontri@webcattolici.it, commentando sulla pagina Facebook di WeCa e su Twitter con l’hashtag #incontriweca. I “dialoghi” saranno resi immediatamente disponibili dopo la diretta streaming sul sito e sui profili social di WeCa.

(Inform 21)

 

 

 

Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti. Un libro ricorda l’incontro di Paolo VI  con il popolo dei Rom

 

La Giornata internazionale dei Rom – che si celebra l’8 aprile -  ripropone ogni anno, anche  in Italia, uno sguardo di attenzione al popolo rom e sinto, una minoranza non ancora riconosciuta nel nostro Paese. Il mancato riconoscimento, oltre  a non aiutare la tutela di alcuni diritti fondamentali, accresce in questo popolo l’apolidia e sempre più, nelle nostre città, produce emarginazione e ghettizzazione (basti pensare ai 40.000 Rom che vivono ancora nei campi).

In occasione della Giornata internazionale, la Fondazione Migrantes ha pubblicato, nella collana esperienze e testimonianze, un volume di Susanna Placidi dal titolo ‘Una giornata particolare. L’incontro di Paolo VI con gli zingari a Pomezia’ (Tau Editrice). Il volume, che  è introdotto da Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, e con una prefazione dell’Arcivescovo di Bologna, S.E. Matteo Zuppi,  aiuta a rivivere, sulla scorta soprattutto di una documentazione inedita di un protagonista, don Bruno Nicolini, lo storico incontro  di Paolo VI con i Rom a  Pomezia, il 26 settembre 1965. Da quel giorno,  il mondo dei rom trovò un posto particolare nel cuore della Chiesa e nella vita pastorale, alla luce dell’appello – ripetuto con forza da papa Francesco il 26 ottobre 2015 incontrando 7.000 rom di tutto il mondo - : “E’ arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo, della xenofobia. Nessuno si deve sentire isolato, nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti degli altri”.

“La Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti  richiama ogni anno la dignità umana di un popolo ancora troppo spesso calpestata”, ricorda Mons. Perego: “al tempo stesso la Giornata, nelle nostre comunità ecclesiali, diventa l’occasione per iniziative pastorali che costruiscano nuove relazioni, esperienze d’incontro con le piccole comunità rom e sinte presenti tra noi, così da considerarle un soggetto e una risorsa di vita cristiana”. dip

 

 

 

 

Vatikan fordert von Religionen die Absage an Gewalt

 

Eine knappe Woche vor der Ägyptenreise von Papst Franziskus fordert der Vatikan die großen Religionen eindringlich zu einem Bekenntnis zum Frieden auf. „Das Thema Religion findet sich derzeit immer wieder auf Seite eins der Zeitungen – leider oft im Zusammenhang mit Gewalt.“ Das schreibt der Präsident des päpstlichen Dialogrates, Kardinal Jean-Louis Tauran, in einer Botschaft, die an diesem Samstag veröffentlicht wurde.

Das Schreiben aus dem Vatikan richtet sich an die Buddhisten, Anlass ist ihr Vesakh-Fest. Der Inhalt allerdings geht keineswegs nur oder in erster Linie Buddhisten an, sondern zielt auf die Religionen überhaupt. Religionen müssten „dringend eine Kultur des Friedens und der Gewaltlosigkeit fördern“, schreibt der aus Frankreich stammende Kurienkardinal.

„Während viele Gläubige sich tatsächlich für Frieden einsetzen, instrumentalisieren andere die Religion, um Taten der Gewalt und des Hasses zu rechtfertigen“, beklagt Tauran. Zwar sei die weltweite Zusammenarbeit zwischen den Religionen immer enger, „doch gleichzeitig erleben wir auch eine Politisierung der Religion“. Das verlange von den Religionen „ein Zurückweisen von Gewalt in all ihren Formen“.

Mit einer Verneigung vor Buddha rühmt der Vatikan, dass dieser sich ebenso wie Jesus Christus für Gewaltlosigkeit und Frieden eingesetzt habe. Was er dann vorschlägt, betrifft allerdings erneut die Religionen insgesamt: Sie sollten die Gründe für Gewalt analysieren und ihre Anhänger lehren, wie sie „das Böse in ihren Herzen bekämpfen“ können. Das ist genau die Botschaft, die der Papst am kommenden Freitag und Samstag in der ägyptischen Hauptstadt Kairo verbreiten will. Um den Buddhismus wird es da eher nicht gehen... (rv 22.04.)

 

 

 

 

Peter Kohlgraf ist zum Bischof ernannt worden. „Als Bischof nicht allein auf dem Weg“

 

Dienstag nach Ostern, 12 Uhr Mittag. Die Glocken des Mainzer Doms läuten, Orgelmusik erklingt. Domdekan Heinz Heckwolf als Vorsitzender des Domkapitels verkündet die lange erwartete Botschaft: Papst Franziskus hat einen neuen Bischof für Mainz ernannt: Professor Peter Kohlgraf. Von Maria Weißenberger.

Es hat sich offenbar herumgesprochen, dass ein besonderes Ereignis bevorsteht. Die Bänke im Dom sind fast luückenlos besetzt. Applaus brandet auf, Pressefotografen gehen um der besten Perspektive willen auf die Knie, als Peter Kohlgraf, begleitet von seinem Vorgänger Kardinal Karl Lehmann, Weihbischof Udo Bentz und Mitgliedern des Domkapitels, erscheint. Und zugibt, dass er ein Zittern und Beben verspürt hat, denn „nach und nach wird mir bewusst, welch große und herausfordernde Aufgabe auf mich wartet“. Aber er macht auch deutlich, dass ein Bischof nicht allein auf dem Weg ist, sondern seine Aufgabe nur mit Hilfe seiner Schwestern und Bruüder leisten kann. Wenn diese mit ihm „das Große“ bezeugen, „das Gott allen Menschen bereiten will“, dann werden die Knie aufhören zu zittern und das innere Beben wird nachlassen, meint er zuversichtlich.

Der Kölner Diözesanpriester ist im Bistum Mainz nicht unbekannt, darauf hat Domdekan Heckwolf schon hingewiesen: Peter Kohlgraf ist Professor für Pastoraltheologie an der Katholischen Hochschule in Mainz, er hat im Bistum den Prozess „Sozialpastoral“ begleitet, im Mainzer Priesterseminar mitgearbeitet und als Pfarrvikar in der Pfarrgruppe Wörrstadt mitgewirkt.

„Für mich war es immer bedeutsam, Wissenschaft und seelsorgliche Tätigkeit zu verbinden“, betont Kohlgraf. Dies sei auch den letzten Bischöfen von Mainz wichtig gewesen, meint Kardinal Lehmann. Peter Kohlgraf stehe für eine „gute Verbindung zwischen der Vermittlung von Theologie und Erkenntnis und praktisch- kirchlicher Lebensfreude“. „Ich bin sehr glücklich, dass Sie mein Nachfolger sind“, sagt er.

Und die freudige Nachricht breitet sich aus

Nicht lange, und die Freude hat sich über Kirchenmauern und Bistumsgrenzen hinaus verbreitet. „Etwas Besseres konnte dem Nachbarbistum nicht passieren“, freut sich etwa der Limburger Bischof Georg Bätzing, der per Videogruß gratuliert. Der hessische Ministerpräsident Volker Bouffier verbindet mit der Wahl Kohlgrafs die Aussicht, dass sich „die den Menschen zugewandte Leitung“ des Bistums fortsetzt. Kohlgraf kenne die Wünsche und Sorgen der Menschen, betont auch die rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer. Auch Volker Jung, Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau (EKHN), begrüßt den neuen Bischof von Mainz mit Freude. Er sei zuversichtlich, dass mit Kohlgraf „die enge ökumenische Verbundenheit und bewährte Tradition weiter fortgesetzt wird“. Glauben u.Leben 19

 

 

 

Papst in Ägypten: Franziskus trifft Großimam. Patriarch Bartholomaios I. trifft auf den Papst

 

Patriarch Bartholomaios I. wird am 28. April in Kairo mit Papst Franziskus und dem Großimam der Al-Azhar-Universität, Ahmed Mohammed al-Tayyeb, zusammentreffen. Der Ökumenische Patriarch von Konstantinopel habe eine entsprechende Einladung des Großimams angenommen, berichtete das Internetportal „Vatican Insider“ am Dienstagabend unter Berufung auf Quellen aus dem Umkreis des Ökumenischen Patriarchats. Das Ehrenoberhaupt der orthodoxen Christenheit spreche demnach ebenso wie Franziskus und al-Tayyeb auf einer Konferenz zum Thema Frieden. Die italienische Zeitung „Il Sole 24Ore“ hatte am Sonntag berichtet, Bartholomaios I. habe seinen Gläubigen Ostern von der Einladung des Großimams berichtet. Franziskus reist vom 28. bis 29. April nach Kairo. Gemeinsam mit Bartholomaios war er bereits im Mai 2014 in Israel und den Palästinensergebieten sowie im April 2016 auf der griechischen Insel Lesbos. (kna)

Ein historischer Besuch beim Großimam von al-Azhar, eine Rede vor Teilnehmern einer interreligiösen Friedenskonferenz und ein Treffen mit dem koptisch-orthodoxen Kirchenoberhaupt Tawadros II. – das sind die Höhepunkte der zweitägigen Ägyptenreise von Papst Franziskus Ende April. An diesem Montag hat der Vatikan erste Einzelheiten des Reiseprogramms am 28. und 29. April bekannt gegeben.

Demnach wird der Papst am Freitag, den 28. April um 10.45 Uhr vom römischen Flughafen Fiumicino starten und gegen 14 Uhr in der ägyptischen Hauptstadt Kairo eintreffen. Nach der Begrüßungszeremonie am Flughafen und einem Besuch beim Präsidenten der Republik, Abd al-Fattah as-Sisi, trifft Franziskus den Großimam der al-Azhar-Moschee Ahmed al-Tayyeb. Dieser ist auch Rektor der al-Azhar-Universität, einer der wichtigsten Lehreinrichtungen des sunnitischen Islams. Sowohl Scheich al-Tayyeb als auch Papst Franziskus sprechen vor den Teilnehmern einer internationalen Friedenskonferenz, die an der al-Azhar-Universität organisiert worden ist. Um 16.40 Uhr ist ein Treffen mit den Autoritäten Ägyptens angesetzt. Auch dort wird Papst Franziskus, neben dem Staatspräsidenten al-Sisi, eine Ansprache halten. Im Anschluss trifft Papst Franziskus dann Patriarch Tawadros II., den Papst der orthodoxen Kopten, der seinen Sitz in Kairo hat. Beide Kirchenoberhäupter werden eine Ansprache halten.

Am Samstag, den 29. April, feiert Papst Franziskus um 10 Uhr in Kairo eine Heilige Messe. Das Mittagessen nimmt er mit den katholischen Bischöfen des Landes ein, danach um 15.15 Uhr trifft er den Klerus, die Ordensleute und die Seminaristen zum Gebet und hält auch vor ihnen eine Rede. Nach einer Abschiedszeremonie am Flughafen von Kairo ist um 17 Uhr sein Rückflug nach Rom geplant, wo er um 20.30 am Flughafen von Ciampino ankommen wird. 

(rv 19.04.)

 

 

 

 

Kohlgraf wird neuer Bischof in Mainz

 

Papst Franziskus hat den 50jährigen Priester Peter Kohlgraf zum neuen Bischof von Mainz ernannt. Das teilten der Vatikan und das Bistum am Mittag gleichzeitig mit. Der Mainzer Domdekan Heinz Heckwolf verkündete die Ernennung des neuen Mainzer Bischofs im Dom bei einer Pressekonferenz, an der auch der neue Bischof anwesend war. Der neue Bischof, der aus Köln gebürtig ist, erläuterte bei der Pressekonferenz, wie er sich seine neue Aufgabe vorstellt.

"Ein Bischof bleibt ein normaler Mensch, ein normaler Mensch, der Hilfe und Weggefährte braucht. Ich bitte alle sehr herzlich, die bei uns im Bistum leben, die kommenden Wege gemeinsam zu gehen. Wie überall im Leben ist es auch in der Kirche wichtig, nicht übereinander zu reden sondern das offene Gespräche miteinander zu suchen. Die Erfahrung zeigt, dass sich immer konstruktive Lösungen dort eröffnen, wo Menschen sich respektvoll und interessiert begegnen. Das erste Bemühen wird immer sein, nicht über Strukturen nachzudenken, sondern Menschen zu ermutigen, sich auf die Spuren des Heiligen Geistes in ihrem Leben zu besinnen und so Menschen des Glaubens und der Liebe zu werden."

Wie lokale Medien berichten, gilt der neue Mainzer Bischof „als offener, kommunikativer Theologe“. Er habe bisher stets eine „Bindung zur praktischen pastoralen Arbeit“ gepflegt. Einen Bezug zu Papst Franziskus stellte Kohlgraf auch bei der Pressekonferenz her.

"Papst Franziskus erinnert uns immer daran, dass wir Christus nicht in unsere schönen Häuser einschließen dürfen. So wichtig ein Haus, eine Heimat im Glauben ist, werden wir uns doch auf die Straßen begeben müssen, um Menschen zu begegnen und für sie da zu sein. Kirche ist für andere da. Ich bin gespannt, wie uns das gelingt.

Der Blick auf meine großen Vorgänger im Amt macht es nicht leichter. Ich danke Kardinal Lehmann, dass er heute Morgen hier bei uns ist. Das betrachte ich als eine ganz große Ehre und Auszeichnung."

Denn der neue Bischof folgt auf Kardinal Karl Lehmann, der auch lange Zeit Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz war. Lehmann war am 16. Mai 2016 mit Vollendung des 80. Lebensjahres aus dem Bischofsamt ausgeschieden.

Bereicherung für Deutsche Bischöfe

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, gratuliert dem künftigen Mainzer Bischof und heißt ihn im Kreis der Deutschen Bischofskonferenz willkommen. „Ihre seelsorgliche Tätigkeit als Priester im Erzbistum Köln ist sicherlich eine gute und wichtige Voraussetzung für Ihr künftiges Amt. Vielfältige Kompetenz haben Sie sich in Ihrer Aufgabe als Schulseelsorger erworben“, so Kardinal Marx. Für die Deutsche Bischofskonferenz sei es sicherlich bereichernd, einen Lehrstuhlinhaber in den eigenen Reihen zu wissen.

Zur Biographie

Der 1967 geborene Kohlgraf war bisher Professor für Pastoraltheologie und Dekan des Fachbereichs Praktische Theologie an der Katholischen Hochschule Mainz. Er war auch Pfarrvikar in der Pfarrgruppe Wörrstadt.

Kohlgraf hat 1991 an der katholischen Fakultät der Universität Bonn sein theologisches Diplom abgelegt und anschließend das erzbischöfliche Priesterseminar in Köln besucht. Im Erzbistum Köln arbeitete er mehrere Jahre als Schulseelsorger in verschiedenen Einrichtungen. Zum Wintersemester 2016/17 ernannte ihn Kardinal Lehmann zum Dekan des Fachbereichs Praktische Theologie.

Was will der neue Bischof von Mainz? Am Dienstag wurde der Pastoraltheologe Peter Kohlgraf, Jahrgang 1967, auf den geschichtsträchtigen Bischofssitz berufen. Jetzt erklärt er in einem ersten Interview mit Radio Vatikan, dass eine seiner Prioritäten darin bestehen wird, den diakonischen Charakter in den Pfarreien auszubauen.

Das Bistum Mainz sei ja schon „seit einigen Jahren auf diesem Weg, Caritas wirklich als einen kirchlichen Dienst wirklich ins Bewusstsein zu bringen“. „Also einen kirchlichen Dienst, der nicht nur eine Sache von Spezialisten ist, sondern wirklich eine Aufgabe aller Getauften. Ich glaube, das wird ein ganz wichtiges Thema werden.“

„Dienende und arme Kirche“ – dazu hat Kohlgraf vor zwei Jahren pastoraltheologische Überlegungen veröffentlicht. Wie arm soll denn die Kirche werden? „Das ist natürlich ein schillernder Begriff. Ich glaube, es geht nicht um eine totale Mittellosigkeit oder so etwas, sondern ich glaube, dass Armut im Sinn des Evangeliums eine geistliche Grundhaltung ist. Dass wir eine Form von Lebensstil haben in der Kirche, der wirklich auch eine Nähe zu den Armen zulässt.“ Das Ziel müsse darin bestehen, die Armen „mit in die Kirche hinein zu holen und nicht draußen stehen zu lassen“. Wie er das konkret erreichen will? „Das wird sich zeigen! Mir ist aber wichtig: Das ist nicht Aufgabe des Bischofs allein, sondern eine Einstellungsfrage und Lebensform, wie man Nähe zu den Menschen leben kann.“

„Nicht nur mit dem Auto unterwegs sein“

Kohlgraf will auch als Bischof nah bei den Menschen und „auch als Seelsorger unterwegs“ sein. „Und das bezieht sich auch auf die ganz normalen Menschen auf der Straße. Ich denke, das fängt bei ganz einfachen Dingen an – dass sich ein Bischof durchaus auch als ganz normaler Mensch in der Öffentlichkeit zeigen kann und nicht nur mit dem Auto unterwegs ist…“

Einer der Schwerpunkte Kohlgrafs war bisher das Thema Vergeben und Verzeihen, speziell in der Ehe. Das sei in den USA ein großes Thema, habe aber bisher in der deutschen „Eheberatungs-Landschaft“ keine große Rolle gespielt. In Kürze erscheint im Grünewald-Verlag eine Studie Kohlgrafs dazu. „Das Ziel der Veröffentlichungen und auch des Buches, das jetzt kommt, war, wirklich mal zu sehen: Wie kann man die konkreten Lebenserfahrungen von Menschen, die ja zum Teil in ihren Partnerschaften und Beziehungen wirklich Versöhnung und Vergebung praktizieren, fruchtbar machen für pastorales Arbeiten?“

„Ich war schneller als Amoris Laetitia“

Das hört sich sehr nach „Amoris Laetitia“ an, dem Apostolischen Schreiben von Papst Franziskus zur Neujustierung der kirchlichen Pastoral im Bereich Ehe und Familie. „Ja – aber ich war schneller als Amoris Laetitia, sozusagen. Wir hatten das Projekt schon vorher.“ Natürlich fühle er sich einer ganzen Reihe von Punkten, die der Papst in seinem Schreiben aufwerfe, sehr nahe. „Das ist eine ganze Reihe… Zum Beispiel ist auch für dieses Vergebungsprojekt eine ganz entscheidende Frage gewesen: Wie können wir eine Form von Verkündigung finden, die wirklich alltagstauglich ist? Also, dass wir uns nicht in einer religiösen oder theologischen Sonderwelt bewegen, auch nicht im Blick auf Ehe und Familie. Wo können wir wirklich im Glauben Lebenshilfe geben?“ Diese grundlegende Frage tauche in Amoris Laetitia immer wieder auf.

„Ich finde schon, dass es ein guter und zielführender Ansatz des Papstes oder der Synode war, bei der Lebensrealität von Leuten anzusetzen und nicht erst einmal bei einer theologischen Theorie. Wie man das dann ins Gespräch bringen kann, darin besteht dann die große Kunst.“

„Pfarrei ist nicht tot“

Als Bischof wird Kohlgraf bald auch mit dem Thema Pfarrei-Zusammenlegungen konfrontiert werden – auch dazu hat er in den letzten Jahren geforscht und veröffentlicht. Ist die Pfarrei tot? Nein, das glaube er nicht. Wie auch immer man das „rechtlich strukturiert“: Pfarrei stehe aus seiner Sicht dafür, „dass die Kirche vor Ort ist“. „Kirche ist keine abstrakte Größe, sondern vor Ort präsent – und das geht letztlich nur über Pfarreistrukturen! Man darf auch nicht vergessen: Natürlich verändert sich Pfarrei, verändert sich Gemeinde. Aber Pfarrei heißt ja immer auch: Wo leben denn die Menschen? Wo sind unsere Schulen, unsere Caritas-Einrichtungen? Die bewegen sich alle im Rahmen von Pfarrei!“ Und darum bleibe die Pfarrei auch künftig „ein ganz wichtiges Standbein von Kirche“. Wenn sich „in oder auch neben der Pfarrei“ andere kirchliche Formen entwickelten, dann zeige das doch auch „den Reichtum von Kirche“.

„Konzept der Glaubensweitergabe“ funktioniert nicht mehr

Nicht mitmachen will der künftige Bischof von Mainz beim innerkirchlich häufigen Religionsunterricht-Bashing. Kohlgraf war selbst mal Schulseelsorger und Religionslehrer im Rheinischen. Auf die Frage, warum es so viele Kinder trotz Religionsunterrichts noch nicht mal bis zur Firmung schaffen, sagt er: „Ich würde die Schuld – wenn man da überhaupt von Schuld reden kann – oder die Verantwortung nicht unbedingt beim Religionsunterricht suchen. Das ganze Konzept Glaubensweitergabe basiert doch eigentlich immer noch auf der Idee, dass Elternhaus, Schule und Gemeinde irgendwo eine Einheit sind und Kinder und Jugendliche damit in einem Glauben und in eine Glaubenspraxis hineinwachsen, die für sie dann gewissermaßen zur Normalität wird.“ Aber mittlerweile sei der Religionsunterricht an der Schule „der einzige Punkt, wo Kinder noch systematisch mit Glaubensthemen in Berührung kommen“. In Elternhaus und Gemeinde sei das nicht mehr der Fall, das müsse man einfach zur Kenntnis nehmen.

„Wenn ich in den Chemie-Unterricht ginge, und Sie erklären mir eine chemische Formel, dann kapiere ich die, aber lebensrelevant wird sie für mich nicht. Und ich glaube, dass das genau die Situation von vielen Kindern und Jugendlichen ist, die Religionsunterricht lernen. Die kennen auch zum Teil ein paar Inhalte, aber es wird nie ins Leben übersetzt. Und dann vergisst man die Dinge wieder – das ist, glaube ich, auch relativ normal.“

Lehmanns Erbe? „Ich sehe es nicht als Bedrohung“

Kohlgrafs Wahlspruch als Bischof wird lauten: „Das Reich Gottes ist euch nahegekommen“ – ein Zitat aus dem Markusevangelium. „Das ist die Kernbotschaft des Evangeliums! Jesus schickt die 72 Jünger los und sagt, sie sollen in die Dörfer gehen und den Leuten sagen: Das Reich Gottes ist euch nahe. Wenn Jesus uns mit dieser Kernbotschaft auf den Weg schickt, ist das wahrscheinlich auch kein schlechtes Motto für einen Bischof.“

Er sei jetzt schon seit einiger Zeit nicht mehr im Erzbistum Köln und habe schon „etwas Mainzer Stallgeruch“ angenommen, sagt Kohlgraf. Trotzdem: Schon wieder wird ein wichtiger Bischofsstuhl in Deutschland mit einem Priester des Erzbistums Köln besetzt, ein Muster, das sich wiederholt. „Wobei ich – da wäre ich jetzt ein bisschen vorsichtig, wie weit da Kölner Einflussnahme auf diese Geschichte eine Rolle spielte… Das müssen Sie mit anderen besprechen.“

Kohlgraf tritt ein großes Erbe an: Zweimal im 20. Jahrhundert wanderte ein Kardinalshut ins Bistum Mainz. Karl Lehmann hat dem rheinland-pfälzischen Bistum Strahlkraft verliehen, als großer Theologe und Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz. Er habe schon oft Kontakt zu Lehmann gehabt, berichtet Kohlgraf.

„Jetzt habe ich natürlich auch schon, in den letzten Tagen, die ersten intensiven Gespräche mit ihm geführt, und ich muss wirklich sagen: Im Moment macht mir das weniger Sorgen, als dass ich es als eine große Hilfe und Chance sehe. Ich bin hier in einem Bistum, wo ein Bischof gewirkt hat, der gute Ideen und eine gute Theologie gesät hat, so dass sich die Diözese auch gut weiterentwickeln kann. Also – ich sehe es nicht als Bedrohung, ehrlich gesagt. Ganz im Gegenteil!“

(rv/pm 18/19.04.

 

 

 

 

 

„Katholisch in Lutherstadt“: Katholische Angebote während der Weltausstellung Reformation

 

„Katholisch in Lutherstadt“ – unter diesem Leitwort stehen die Angebote der katholischen Kirche während der Weltausstellung Reformation vom 20. Mai bis 10. September 2017 in der Lutherstadt Wittenberg. Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), Vorsitzender der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz und Ortsbischof der Region, sagt dazu: „Wir freuen uns, dass so viele Menschen im Sommer nach Wittenberg kommen werden, in die Stadt, in der Martin Luther die meiste Zeit seines Lebens verbracht hat.“ Auch als katholische Christen wolle man mit den Besuchern der Weltausstellung ins Gespräch kommen: „Wir laden in und um unsere katholische Kirche zu Gottesdiensten und Meditationsimpulsen ein, aber auch zu vielfältigen anderen Veranstaltungen. Damit setzen wir ein Zeichen der ökumenischen Verbundenheit. Unsere Angebote bei ‚Katholisch in Lutherstadt‘ möchten mit dazu beitragen, das Reformationsjahr 2017 als Christusfest zu begehen und gemeinsam mit anderen Christinnen und Christen nach der Bedeutung der Reformation für die heutige Zeit zu fragen“, so Bischof Feige.

 

16 Wochen lang erwartet die Besucher in der katholischen Kirche am Rande der Wittenberger Altstadt eine Vielzahl von Veranstaltungen. Zu den geistlichen Angeboten gehören stündliche Kurzmeditationen, eine tägliche Vesper und die Eucharistiefeier am Sonntagvormittag. Ebenfalls wird es Gelegenheit geben, ins Gespräch zu kommen unter dem Stichwort „Was ich schon immer einen Katholiken fragen wollte“. Einen akademischen Höhepunkt wird jeden Samstag eine Themenreihe zum katholischen Verständnis Martin Luthers bilden. Kulturelle Veranstaltungen am Wochenende ergänzen das Programm. Die Angebote werden im wöchentlichen Wechsel von verschiedenen deutschen Bistümern und Hilfswerken durchgeführt, die damit die Vielfalt des katholischen Glaubens sicht- und erfahrbar machen.

 

Dauerhaft begleitet wird das abwechslungsreiche Programm von einem Kirchencafé auf dem Kirchvorplatz, das in Kooperation mit dem Augustinuswerk e.V. durchgeführt wird. Eine Ausstellung an wechselnden Standorten in der Stadt informiert über die Geschichte der katholischen Pfarrei in Wittenberg. Eine weitere wird in der Kirche den katholischen Gottesdienstraum medial erschließen. Beide Ausstellungen wurden vom Institut für Katholische Theologie und ihre Didaktik der Universität Halle-Wittenberg konzipiert.

 

Im Dossier www.katholisch-in-lutherstadt.de werden ab sofort die aktuellen Veranstaltungen und Hinweise veröffentlicht. Es finden sich dort außerdem weiterführende Informationen zum Projekt sowie eine detaillierte Übersicht über die Angebote.

 

Die Eröffnung des Projektes „Katholisch in Lutherstadt“ findet am Freitag, 19. Mai 2017, statt. Um 18.00 Uhr werden im Arsenal-Einkaufszentrum die Ausstellungen vorgestellt. Um 18.30 Uhr feiert Bischof Dr. Gerhard Feige die Vesper in der katholischen Kirche. Zum Ausklang des Tages sind alle Besucher zu einem Imbiss ins Kirchencafé eingeladen. Dbk 20

 

 

 

 

US-Studie. Diskriminierung von Religionen wächst weltweit

 

Die weltweite Diskriminierung von Religionen nimmt einer US-Studie zufolge weiter zu. Auch Europa schneidet im Vorjahresvergleich schlecht ab aufgrund zunehmender Anfeindungen gegenüber Muslimen.

Angehörige von Religionen werden einer US-Studie zufolge weltweit zunehmend benachteiligt. In 105 von 198 Nationen hätten im Jahr 2015 bestimmte Glaubensgruppen „weit verbreitete Schikane von der Regierung“ erfahren, erklärte das Meinungsforschungsinstitut Pew Research Center am Dienstag in Washington. 2014 sei dies in 85 Ländern und 2013 in 96 Ländern beobachtet worden.

In Europa habe die Anfeindung von Muslimen zugenommen. 2015 hätten Muslime in 32 europäischen Nationen Feindseligkeit aus der Gesellschaft erfahren, deutlich mehr als 2014 (26 Länder). Jüdische Bürger hatten den Angaben zufolge 2015 in 32 europäischen Ländern und 2014 in 33 Ländern Anfeindung erfahren. Bei der Studie „Global Restrictions of Religion“ wertete das Pew Research Center gesetzliche Veränderungen und staatliche Praktiken sowie Berichte über religiös motivierte gesellschaftliche Konflikte aus.

Die Staaten mit den schwersten staatlichen Restriktionen gegenüber Gläubigen seien Ägypten, China, der Iran, Russland, Usbekistan, Malaysia und Saudi-Arabien. 79 Prozent der Weltbevölkerung lebten in Ländern mit hohem oder sehr hohem Ausmaß an staatlichen Restriktionen für Religionsgruppen oder Anfeindungen. In elf Ländern erfahren laut der Untersuchung bestimmte Religionsgruppen sehr große gesellschaftliche Anfeindung, besonders in Syrien, in Nigeria, im Irak und in Indien. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Amoris Laetitia: Reiche Früchte und viel Arbeit

 

Amoris Laetitia. Auch ein Jahr nach Erscheinen des nachsynodalen Schreibens zu Liebe und Familie klingt bei vielen bei der Nennung dieses Titels vor allem eines an: die Erinnerung an die Streitigkeiten, die die Behandlung irregulärer Familiensituationen in den Gemeinden betreffen. Doch Amoris Laetitia ist noch viel mehr. Daran erinnert Erzbischof Vincenzo Paglia, Präsident der Päpstlichen Akademie für das Leben und Großkanzler des Päpstlichen Instituts Johannes Paul II. zum Studium von Ehe und Familie, gegenüber Radio Vatikan. „Reiche Früchte“ habe das nachsynodale Schreiben in dem Jahr seit seiner Herausgabe gebracht, doch „sehr vieles bleibt noch zu tun“, so die Bewertung des Kurienerzbischofs.

„Ein Jahr nach Erscheinen des Dokuments sind seine Früchte bemerkenswert, doch die Komplexität der Situationen verlangt noch nach Anpassungen, die die verschiedenen kulturellen Begebenheiten berücksichtigen. Es ist beispielsweise nötig, und das sehe ich eigentlich überall, die Vorbereitung auf die Ehe tiefgreifend zu überdenken – und ganz besonders die Begleitung junger Paare in den ersten Ehejahren, denn hier sind wir wirklich weit hinter den Anforderungen zurück.“

Amoris Laetitia verlange von den Ortskirchen einen radikalen Bewusstseinswandel, so die Bewertung des Erzbischofs. Denn die Kirche müsse selbst „Teil der Familie werden, den mütterlichen Blick schärfen, wenn sie verstehen, begleiten, unterscheiden und die Familien einschließen“ wolle. Sehr viel bleibe insbesondere hier noch zu tun:

„Wir sehen einerseits Familien, die in der Regel wenig mit Kirche zu tun haben, und andererseits Pfarrgemeinden, die in der Regel wenig familiär sind. Da muss man eine neue Allianz finden. Die Kirche von Amoris Laetitia ist eine Kirche, die die Liebe in ihrer Tiefe wieder entdecken muss.“

„Überhaupt kein Zweifel“ besteht nach Paglias Einschätzung an der Kirchenlehre in dem Dokument. Der Erzbischof bezog sich damit indirekt auf die sogenannten „dubia“, einen Brief von vier Kardinälen an den Papst, die dessen pastorale Sicht auf die Begleitung von Paaren in irregulären Familiensituationen ablehnen. Eher traditionsverbundene katholische Gläubige schlossen sich den „dubia“ an. Paglia erklärt, die Betonung der pastoralen Dimension bringe auch eine große Verantwortung für die Priester und Bischöfe mit sich.

„Sicher, das verlangt nach Priestern, die wieder Priester sind, also die der Unterscheidung fähig sind, aber die auch begleiten und zuhören können und die dazu in der Lage sind, auf behutsame Weise die Gläubigen zu integrieren – auch diejenigen, die besonders problematisch sind.“ Dies müsse mit Geduld und der Pädagogik Gottes geschehen, so die Einschätzung des Kurienerzbischofs, und vor allem sei dazu eine Teilhabe am Leben der Gemeinde nötig. „Und es ist von hier aus, dass man dann einen neuen Weg des Wachstums und der Umkehr einschlägt. Und hier liegt eine enorme Verantwortung. Ich könnte sagen: Die Priester müssen Priester sein, spirituelle Väter, und das müssen auch einige Laien sein. Man muss denen helfen, die Schwierigkeiten haben, wieder auf die Füße zu kommen und mit der Gnade Gottes voranzugehen.“

Ein Kapitel von Amoris Laetitia, das bei den Betrachtungen hingegen oftmals zu kurz komme, sei das Kapitel vier, in dem es nicht um eine romantische Betrachtung der familiären Liebe geht, unterstreicht Erzbischof Paglia. Doch für ihn sei es geradezu der „Grundpfeiler“ des gesamten Dokuments. Die Liebe, die Papst Franziskus hier ausbuchstabiere, sei eine Liebe, „die aufbaut, die geduldig ist, die aushält und verzeiht und die gegen alle Hoffnung hofft,“ so die Analyse des Erzbischofs, der sich im Vatikan schon seit langen Jahren mit dem Thema der Familie beschäftigt. „Aus diesem Grund ist es eine starke Liebe und nicht eine Liebe, die allein auf Gefühlen gründet: Das ist eines der großen Missverständnisse der heutigen Kultur.“  (rv 17.04.)

 

 

 

 

Bischöfe gratulieren Benedikt XVI. zum 90. Geburtstag

 

Die Bischöfe im deutschsprachigen Raum gratulieren Benedikt XVI. zum 90. Geburtstag am Ostersonntag und würdigen das Leben und Wirken des emeritierten Papstes. „Die Kirche in Deutschland empfindet ein tiefes Gefühl des Dankes für Ihr lebenslanges Zeugnis und für Ihre väterliche Nähe“, schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx.

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, gratulierte Benedikt XVI. ebenfalls. Ganz persönlich, aber auch im Namen der EKD wünsche er dem früheren Papst Gottes Segen und Gesundheit, heißt es im Gratulationsschreiben. Er wünsche Benedikt stets die Gewissheit des Glaubens, „dass wir bei Gott eine Heimat haben jenseits allen Sichtbaren“.

Als Präsident der Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft (COMECE) dankt Marx auch für den Einsatz und das Wirken des emeritierten Papstes in die Gesellschaft und das öffentliche Leben hinein: Als überzeugter Europäer habe er sich für den europäischen Zusammenhalt ebenso eingesetzt wie für die Stärkung internationaler Gerechtigkeit. „Der Dienst der Kirche am Frieden hat Sie bestimmt. Durch Ihre apostolischen Reisen, gerade in Krisenregionen, haben Sie die Friedensbotschaft unseres Herrn lebendig vermittelt.“

In den vergangenen Tagen trafen bereits viele Glückwünsche auch aus Österreich und der Schweiz bei dem deutschen emeritierten Papst ein. Aus Österreich meldete sich beispielsweise der emeritierte Grazer Diözesanbischof Egon Kapellari in einem Gastbeitrag für die aktuelle Wochenzeitschrift „Die Furche“ zu Wort. „Im Panorama einer hochgradig unübersichtlichen religionspolitischen Landschaft“ sei Benedikt XVI. bis heute eine „herausragende Lichtgestalt“, heißt es dort. Benedikt verkörpere bis heute für viele Menschen „den Typos eines biblischen Weisheitslehrers, während Papst Franziskus für viele Züge eines biblischen Propheten an sich hat“. Beide Ausprägungen des Christseins würden jedoch „im selben Quellgrund des Glaubens“ wurzeln und verweisen aufeinander, so Kapellari.

Aus der Schweiz gratulierte der Churer Bischof Vitus Huonder. Er danke dem emeritierten Papst „für seinen herausragenden und für die Kirche unschätzbaren Dienst als Theologe, als Diözesanbischof sowie als Präfekt der Kongregation für die Glaubenslehre und nicht zuletzt im Amt des Nachfolgers des Heiligen Petrus“.

(kna/pm 16.04.)

 

 

 

 

Karfreitag: Kreuz ist endgültiges „Nein“ Gottes zur Gewalt

 

Geschichten von gewaltsamen Toden hat es in den jüngeren Vergangenheit viele gegeben, da steht die Geschichte vom Kreuzestod Jesu nicht alleine. Sie kommen so häufig vor, dass sie die eine Geschichte von vor 2.000 Jahren fast in den Hintergrund rücken: Pater Raniero Cantalamessa, Prediger des Päpstlichen Hauses, ordnete in seiner Auslegung der Passionsgeschichte das Leiden Jesu in die Nachrichtenlage dieser Tage ein. So verwies er auf die Opfer des jüngsten Chemiewaffeneinsatzes in Syrien und der beiden Anschläge auf koptische Kirchen in Ägypten. Wie immer predigte bei der Passionsfeier im Petersdom am Karfreitag nicht der Papst, wenn er der Liturgie auch vorstand. Zu Beginn der Feier verharrte Franziskus minutenlang vor dem Hauptaltar in stillem Gebet. 

In seiner Predigt ging Kapuzinerpater Cantalamessa von der Frage aus, warum Christen heute noch an den 2.000 Jahre zurückliegenden Kreuzestod Jesu erinnerten. Jesu Sterben habe dem Tod aller Menschen einen neuen Sinn gegeben, das Gesicht des Todes verändert, führte er in seiner Predigt aus: „Im Innersten der Dreifaltigkeit schlägt ein menschliches Herz, nicht nur metaphorisch, sondern wirklich“, so Pater Raniero. Wenn Jesus wirklich auferstanden sei, dann auch sein Herz. In einer anderen Weise aber nicht weniger real.

Das Kreuz, an dem Jesus starb, bekomme dadurch eine ganz neue Bedeutung, es sei das „definitive und unwiderrufliche Nein Gottes zu Gewalt, zu Ungerechtigkeit, Hass, Lüge und all dem, was wir ,böse' nennen.“ Umgekehrt werde es zu einem „Ja“ zur Wahrheit und zum Guten. „Nein“ zur Sünde, „Ja“ zum Sünder.

Jesus sei nicht in die Welt gekommen, um sie zu analysieren oder zu erklären, sondern um Menschen zu ändern, führte Pater Raniero seine Gedanken fort. Er wolle die „Herzen aus Stein wegnehmen“, wie es beim Propheten Ezechiel heißt, also Herzen, die für den Willen Gottes und das Leiden des Nächsten geschlossen sind.

Das „Herz aus Fleisch“, von dem Gott spricht, ist schon auf der Welt, es sei das Herz Christi am Kreuz. Zu Christus gehören bedeute gleichzeitig auch, dass dieses Herz in einem selbst schlage, erinnerte der Geistliche vor Papst Franziskus und zahlreichen Kardinälen und Bischöfen im Petersdom. (rv 14.04.)

 

 

 

 

Papst: Angriffe auf weibliche Würde auch in Kirche zu finden

 

Auch in der Kirche gibt es Angriffe auf die Würde der Frau. Das hat Papst Franziskus in einem Interview mit der italienischen Zeitung „La Repubblica“, das an diesem Donnerstag erschien, gesagt. Darin verurteilte der Papst erneut den „Weltkrieg in Stücken“ und den internationalen Waffenhandel. Weiter ging er auf seinen Besuch am Abend in einem italienischen Gefängnis ein und sprach sich für die soziale Reintegration von Häftlingen aus.

Die Würde der Frau respektieren

Hauptaufgabe der Kirche sei es, „den Letzten, Ausgeschlossenen, Weggeworfenen“ nah zu sein. Als ein Beispiel hierfür nannte der Papst Vorurteile und Angriffe auf die Würde der Frau, die es auch innerhalb der Kirche zu bekämpfen gelte. „Wir alle, auch die christlichen Gemeinden, sind gewarnt vor Modellen von Weiblichkeit, die von Vorurteilen und Unterstellungen infrage gestellt werden, die ihre unveräußerliche Würde verletzen.“ Die biblischen Berichte über Jesu Umgang mit Frauen wollten einer solchen Sicht entgegentreten und zu einer „befreienden Sicht“ zurückführen, so der Papst weiter.

Der Papst veranschaulichte diesen Zusammenhang anhand der biblischen Erzählung von der Heilung einer blutflüssigen Frau durch Jesus. Jesus habe die Frau nicht nur von ihrer Krankheit geheilt, sondern auch die soziale Isolation aufgebrochen, in die sie aufgrund ihres Leidens geraten war: „Jesus hat den Glauben dieser Frau bewundert, die alle mieden, und ihre Hoffnung in Rettung verwandelt.“

Gefängnisbesuch: Wir alle sind Sünder

Zu seinem Besuch an diesem Gründonnerstag im Gefängnis befragt, unterstrich der Papst: „Der Auftrag Jesu gilt für jeden von uns, doch vor allem für den Bischof, der Vater aller ist“. Seine Begegnungen mit Häftlingen, die inzwischen Tradition haben, kämen ihm „von Herzen“, so Franziskus, er empfinde sie als „Pflicht“, bekräftigte er. Inspiriert habe ihn hier das Beispiel des ehemaligen Kardinalstaatssekretärs Agostino Casaroli, der als Priester im römischen Jugendgefängnis Casal del Marmo jeden Samstag jugendlichen Straftätern die Beichte abnahm.

Jeder Mensch, auch er selbst, sei ein Sünder, fuhr Franziskus fort. Es sei „heuchlerisch“, mit dem Finger auf Häftlinge zu zeigen, wenn man doch selbst gesündigt habe: „Schauen wir in uns und versuchen wir, unsere Schuld zu erkennen. Dann wird das Herz menschlicher werden.“ Ausgehend vom Bild des Gefängnisses zählte er dann Haltungen auf, die Menschen zu „Gefangenen“ machen: gefangen in Vorurteilen und Heuchelei, in Ideologien, in der Abhängigkeit von Luxus und Wohlstand und in einer kapitalistischen Sicht auf menschliches Leben.

Er sprach sich erneut für eine soziale Reintegration von Häftlingen in dies Gesellschaft aus: Dass dieser Chance allgemein wenig Glauben geschenkt werde, ist laut Papst ein Symptom für die menschliche Blindheit gegenüber der eigenen Fehlbarkeit und Sündhaftigkeit.

Papst verurteilt Waffenhandel

Erneut verurteilte der Papst im Interview mit „La Repubblica“ den internationalen Waffenhandel, der die Welt unterdrücke und „am Blut von Männern und Frauen verdient“. Wenige Tage vor dem Osterfest rief Franziskus dazu auf, die Spiralen der Gewalt zu durchbrechen: „Ich habe das oft gesagt und ich wiederhole es: Gewalt kann unsere zertrümmerte Welt nicht heilen. Auf Gewalt mit Gewalt zu antworten führt im besten Fall zu Zwangsmigrationen und immensem Leid, weil große Mengen an Ressourcen für militärische Zwecke verwendet und den täglichen Bedürfnissen der Jugend, der Familien in Schwierigkeiten, der Alten, der Kranken und der großen Mehrheit der Weltbevölkerung vorenthalten werden. Im schlimmsten Fall führt Gewalt zum Tod, zum physischen und geistlichen, dem Tod vieler oder aller.“

Die Welt erlebe heute einen „schrecklichen Weltkrieg in Teilen“, griff Franziskus eine Formulierung auf, die er schon öfter gebraucht hat, die mannigfaltigen Formen von Gewalt und Misshandlung gingen immer auf Kosten der „Letzten“, der schutzlosesten und unschuldigen Menschen. Ob die heutige Welt im Vergleich zu früher tatsächlich gewalttätiger sei oder ob Gewalt aufgrund von größerer Mobilität und durch die modernen Kommunikationsmittel akzentuierter wahrgenommen werde, ließ er offen. (la repubblica 13.04.)

 

 

 

„Der Kirche ansehen, für wen sie da ist“

 

Kirche wohin? Kann mal jemand statt vom Mangel vom Aufbruch sprechen? Im Bistum Limburg kümmert sich Martin Klaedtke genau darum. Er ist Koordinator für „Lokale Kirchenentwicklung“. Im Interview lädt er alle Getauften zur Partizipation.

Bischof Georg Bätzing spricht von einem „grundlegenden Perspektivwechsel in der Pastoral“. Da liegt er ganz auf Ihrer Linie, oder?

Jeder, dem der Glaube am Herzen liegt und der sich mit der Kirche verbunden fühlt, merkt, dass schon seit einigen Jahrzehnten ein einschneidender Wandlungsprozess im Gange ist, der immer deutlicher sichtbar wird. Die Kirche in der gewohnten Form gibt es immer weniger. Ihre selbstverständliche Präsenz schwindet. Und damit stellen sich ganz grundsätzliche Fragen: Wozu und für wen ist Kirche heute da? Wer– wenn nicht jeder einzelne Christ – gibt der Kirche ein Gesicht? Darauf will, glaube ich, der Bischof hinaus, wenn er von einem grundlegenden Perspektivwechsel spricht.

Was gehört zu diesem Perspektivwechsel dazu?

Darin steckt die Überzeugung, dass uns der Auftrag, den die Kirche heute hat, in dem entgegenkommt, was Menschen, nicht nur die eigenen Kirchenmitglieder, in ihrem Lebensumfeld bewegt. Es kommt also auf Kontakt und Begegnung an und auf die Bereitschaft, über Gewohntes hinauszugehen. Papst Franziskus spricht in „Evangelii gaudium“ davon, von einer rein bewahrenden Pastoral zu einer missionarischen Pastoral überzugehen.

Zu diesem Perspektivwechsel gehört als die andere Seite der Medaille die starke Vergewisserung mit Hilfe des Wortes Gottes. Das Hören auf die Heilige Schrift und der gemeinsame Austausch darüber fördern einen Haltungswechsel und ein Erkennen dessen, worauf es ankommt. Das ist eigentlich nicht neu. Es geht darum, die Spur, die das Zweite Vatikanische Konzil gelegt hat, konsequenter weiter zu führen. Dazu gehört auch die Entdeckung des Konzils, dass nicht nur der Pries-ter, sondern dass jeder Einzelne aufgrund der Taufe einen eigenen und unersetzlichen Beitrag dazu einbringt.

Ihre Kollegin Birgit Henseler brachte von einem Pastoralbesuch in Zürich die Botschaft mit, dass dort der Grund für die Suche nach einem anderen Kirche-Sein gerade nicht Mangel an Priestern oder Geld, sondern „eine innere Überzeugung“ war.

Das macht deutlich, dass unabhängig von diesen Gegebenheiten ein Wandel ansteht, der an vielen Orten in der Weltkirche bereits aufgegriffen worden ist. Wir können deshalb von dort auch bestimmte Haltungen, nicht aber die Wege und Methoden übernehmen. Wir müssen einen Weg finden, diesen Perspektivenwechsel zu vollziehen, der zu unserer Kultur passt.

Es geht also um eine andere Motivation, ein verändertes Bewusstsein … Sind die Katholiken schon so weit?

Ich nehme verschiedene Reaktionen wahr. Zum einen erzeugt der Wandel, den viele erleben oder erleiden, Angst und Resignation: Wie soll es weitergehen? Lohnt sich der Einsatz noch? Vielfach ist der Wunsch da, das, was in der Vergangenheit gut war, in den gewohnten Formen zu bewahren. Dabei bin ich immer wieder erstaunt und froh zu sehen, wie viele Menschen es in unseren Gemeinden gibt, denen es ein Herzensanliegen ist, dass der Glaube weiter trägt und das Evangelium zum Leuchten gebracht wird. Andere möchten nicht in der Trauer darüber stehen bleiben, was alles nicht mehr geht. Sie sind bereit, Neues zu wagen, auch wenn noch nicht genau erkennbar ist, wohin der Weg geht und wenn er deshalb erst einmal erkundet werden muss. Ob diese Gruppe schon groß genug ist? Ich weiß es nicht. Aber vielleicht ist am Anfang der erste Schritt von einigen Wenigen wichtiger als die Zahl derer, die sich auf den Weg machen. Von Kolleginnen und Kollegen und anderen Engagierten weiß ich beispielsweise, dass sie im Einsatz mit und für Flüchtlinge so stark wie lange nicht die Erfahrung gemacht haben, wie der Glaube trägt und dass sie ihn bei denen entdeckt haben, die sich nicht der Kirche nahe fühlen. Was bedeuten solche Erfahrungen im Hinblick darauf, wo und wie zukünftig Kirche lebendig wird?

Eine ganze Weile sah es so aus, als entwickle sich die Kirche zum „heiligen Rest“, sind jetzt (wieder) alle Gefirmten gemeint?

Den Eindruck hatte ich, aufs Ganze gesehen, nie. Es gibt in der katholischen Kirche eine große Pluralität, sie kommt mittlerweile vielleicht deutlicher zum Vorschein. Innerhalb dieser Pluralität gibt es sicherlich Strömungen, die dafür plädieren, sich vor allem auf die im Glauben „Entschiedenen“ zu konzentrieren. Daran ist richtig, dass es differenzierte Wege braucht, den Glauben im eigenen Leben zu entdecken. Der gleiche Weg für alle, das funktioniert heute nicht mehr. Christsein und Christwerden ist kein Automatismus mehr. Aber gerade deshalb wäre es fatal, die vielen Anknüpfungspunkte nicht zu nutzen, die sich der Kirche in der Gesellschaft bieten.

 „Praxis Partizipation“ und „Lokale Kirchenentwicklung“ heißen die Schlüsselworte für eine lebendige Kirche im Bistum Limburg. Worauf kommt es an?

Lokale Kirchenentwicklung beginnt mit einem Hinschauen auf das, was Gott in unserer Zeit, an unserem Ort wirkt, hervorbringt, pro-voziert. Dabei ist die Orientierung am Leben der Menschen der Ausgangspunkt. Es geht darum, Kirche lokal und alltagsrelevant zu verstehen, sie von ihrem Auftrag her neu zu verstehen. Kirche als Netzwerk von kirchlichen Orten, Gemeinden und anderen Einrichtungen und Initiativen zu verstehen, die in hoher Eigenständigkeit und zugleich Zusammengehörigkeit gedacht werden.

Der Grundgedanke der Partizipation ist ein theologischer: Gott gibt Anteil an seinem Leben in Jesus Christus. Er möchte, dass wir an ihm partizipieren. Wie kann es heute geschehen, dass möglichst viele Menschen Anteil an dieser Erfahrung haben können und zugleich Anteil haben am Leben dieser Welt? Das ist die Vision des Konzils.

Ist nach Jahren der Strukturdebatten nun die Zeit der Suche nach der spirituellen Dimension der Kirche gekommen?

Ob die Pfarreiwerdungsprozesse mehr waren als Strukturprozesse, ob sie auch geist-reich und geist-voll geplant und gestaltet waren, kann man sicher selbstkritisch fragen.

Ich nehme auch unter vielen, die sich engagieren, den Wunsch danach wahr, sich nicht zu verausgaben, sondern stärker aus der inneren Kraft zu leben, die uns im Heiligen Geist geschenkt ist. Im Evangelium finden wir, dass der Glaube vom Hören und vom Berührtwerden durch Gott kommt. Und Gott sucht und findet uns im Nächsten, in den „Zeichen der Zeit“, in seinem Wort, in den Sakramenten und wahrscheinlich auch noch auf verborgeneren Wegen.

Aber wie können wir das erfahren? In welchen Formen können wir diese Entdeckung heute machen? Wie können unsere Gottesdienste zu Gottesbegegnungen werden? Wie kann dies in unserer Kultur authentisch gelebt werden? Für diese Fragen ist heute eine größere Aufmerksamkeit da als noch vor einigen Jahren.

Sind Experimente erlaubt? Dürfen Katholiken dabei Fehler machen?

Niemand kann heute seriös vorhersagen, wie die Gesellschaft und in ihr die Kirche in 20 oder 30 Jahren aussehen wird. Wir können aber darauf vertrauen, dass Gott mit uns geht und wirkt. Wenn es  keinen festen Fahrplan für die Zukunft gibt, dann bleibt nur, dem Rat des Apostels Paulus zu folgen: „Prüft alles, das Gute behaltet!“  Wenn es nicht den einen Weg gibt, das Evangelium in unserer Gesellschaft ins Spiel zu bringen oder im Leben der Menschen zu entdecken, muss ich verschiedene Wege ausprobieren, um am Ende das Gute behalten zu können. Das geht nicht ohne das Risiko, Fehler zu machen und zu scheitern. Es ist nicht schön zu scheitern. Aber gehört das nicht zum Kern der Botschaft, die wir zu bezeugen haben: Dass durch das Scheitern, letztlich durch den Tod hindurch, Leben zum Vorschein kommt?

Ihr Wunschbild der Kirche 2050?

Dass man der Kirche ansieht, für wen sie da ist. Und was sie trägt. Der Prophet Nehemia sagt es so: Die Freude an Gott ist eure Stärke.

Interview: Johannes Becher, Glauben und Leben 10.4.

 

 

 

 

Kard. Müller: Entscheid zu Medjugorje könnte noch dauern

 

Der Präfekt der Glaubenskongregation, Kardinal Gerhard Müller, hat eine „womöglich noch lange Wartezeit“ auf eine endgültige Entscheidung des Vatikan über eine Anerkennung der berichteten Marienerscheinungen von Medjugorje in Aussicht gestellt. Ein pastorales Phänomen dürfe nicht auf falsche Grundlagen gebaut sein, sagte er im Interview mit der polnischen katholischen Nachrichtenagentur KAI.

Die Glaubenskongregation würde die behaupteten rund 42.000 bisherigen Erscheinungen seit 1981 derzeit genau und im Hinblick auf eine Entscheidung durch den Papst untersuchen, sagte Müller. Es gäbe keine Fristsetzung für einen Abschluss der Forschungen über den übernatürlichen Charakter der Ereignisse von Medjugorje, so Müller weiter. Seine Kongregation werde sich dabei nicht unter Druck setzen lassen. Eine „nuancierte Position“ aus dem Vatikan sei dringendst nötig.

Der bosnische Wallfahrtsort Medjugorje – Ziel von jährlich 2,5 Millionen Pilgern aus aller Welt – ist auch derzeit wieder Gegenstand einer vatikanischen Untersuchung. Der polnische Erzbischof Henryk Hoser hat dazu in den vergangenen zwei Wochen die vom Franziskanerorden geleitete Seelsorge vor Ort erkundet und soll im Auftrag von Papst Franziskus Richtlinien für die künftige Pilgerbetreuung erstellen. Ausdrücklich geht es dabei nicht um die Marienerscheinungen. Als „ein Licht für die heutige Welt“ beschreibt der Erzbischof von Warschau-Praga Medjugorje gegenüber dem italienischen Fernsehsender „Canale 5“. (kap 11.04.) 

 

 

 

 

Im Osterlicht eine Lebensperspektive. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Zu den ehrwürdigsten Stätten der Christenheit zählt sicher die Grabeskirche in Jerusalem. Sie steht an derselben Stelle, an der Kaiser Konstantin Anfang des 4. Jahrhunderts die erste Basilika über dem Hügel Golgotha und dem Felsengrab Jesu erbauen ließ.

Das Innere der Grabeskirche ist düster. Frei unter der Kuppel der Kirche steht eine Marmorkapelle. Sie hat einen kleinen Vorraum, die sog. Kapelle der Engel. Die Tür zur eigentlichen Grabkammer ist niedrig. Wer diesen Raum betreten will, muss sich ganz tief bücken.

Kein Ort der Erde ist so lange Zeit ohne Unterbrechung im Bewusstsein der Menschen lebendig geblieben, an keiner Stätte sind so viele Gebete zusammengeströmt wie hier. In allen Osterberichten der Evangelien hat das leere Grab eine große Bedeutung.

Nehmen wir einmal an, liebe Leserinnen und Leser, wir hätten damals, am ersten Ostertag, die Möglichkeit gehabt, mit Maria von Magdala, mit Petrus und Johannes ans Grab zu eilen; angenommen, wir hätten wie sie einen Blick hineintun dürfen und dabei festgestellt, dass das Grab leer ist: Wären wir dadurch zum Glauben an die Auferstehung Jesu Christi gekommen? Oder wäre es uns zumindest leichter gefallen zu glauben?

„Halt!“, könnte nun einer einwenden, „Ist die Geschichte vom leeren Grab überhaupt wahr? Könnte sie nicht eine fromme Legende sein?“

Viele Bibelwissenschaftler haben die Osterberichte eingehend und immer wieder untersucht. Sie kamen zu dem Ergebnis: Zwar unterscheiden sich die Berichte der vier Evangelisten in einigen unwesentlichen Aussagen, aber es lassen sich gewichtige Gründe dafür anführen, dass die Überlieferung vom leeren Grab stimmt.

 

Folgende Argumente werden genannt:

1. Die Entdeckung des leeren Grabes durch Frauen kann nicht auf eine „Erfindung“ der Urkirche zurückgeführt werden, denn Frauen galten damals im jüdischen Milieu nicht als zuverlässige Zeugen. Dass Frauen als erste die Botschaft vom leeren Grab überbrachten, war sensationell. Und so berichtet der Evangelist Lukas im 24. Kapitel (Vers 11) konsequent: „Doch die Apostel hielten das alles für Geschwätz und glaubten ihnen nicht.“

2. Selbst die Gegner der Urkirche haben nicht bestritten, dass das Grab leer war. Sie haben diese Tatsache lediglich anders gedeutet. Sie behaupteten, die Jünger hätten den Leichnam gestohlen.

3. Maria von Magdala war der Urkirche sicher bekannt. Aussagen über sie konnten somit überprüft werden. Die Exegeten stützen also mit ihrem Befund und ihren Argumenten die historische Wahrheit der im Evangelium geschilderten Ereignisse, ganz besonders die Textstellen um die Auferstehung als Grundlage des christlichen Glaubens.

 

Was bedeutet aber nun die Tatsache, dass das Grab leer war? Konnten Maria von Magdala, Petrus und Johannes (vgl. Joh 20,1-18) das leere Grab als Beweis dafür ansehen, dass Jesus vom Tod auferweckt worden war?

Wohl kaum! Das leere Grab kann nicht als Beweis für die Wahrheit der Auferstehung dienen. Der Glaube an den Auferstandenen entzündet sich nicht am leeren Grab. Der Glaube entsteht vielmehr durch die erschütternde Begegnung mit dem Auferstandenen. Das ist ganz wichtig.

Zwar mochten die Jünger angesichts des leeren Grabes schon etwas geahnt haben, aber erst als Jesus Christus, der Gekreuzigte, ihnen als der Auferstandene erschien, wurde es ihnen zur alles verändernden Lebensgewissheit: ER lebt! ER ist wahrhaft auferstanden!

Für uns, liebe Leserinnen und Leser, werden der „weggenommene Grabstein“ (vgl. Joh 20,1) und das leere Grab zum archimedischen Punkt eines neuen Lebens, das der Auferstandene öffnet. Unser Leben ist österlich definiert.

Im Osterlicht erhält unser Leben Perspektive. Es befreit von der Daseinshektik und der Gier nach Leben, die eine versteckte Lebensangst sind. Der Mensch ohne Ostern lebt unter der gnadenlosen Devise: Was du bis zu deinem Tode nicht erreicht hast, das hast du verloren. Was du bis zur Stunde deines Sterbens nicht erjagt hast, das holst du nie mehr ein.

 

„Gott ist tot“, ruft der „tolle Mensch“ in Friedrich Nietzsches „Fröhliche Wissenschaft“. Was aber ist ohne Ostern, was, wenn Gott tot ist?

Der Schrei „Wohin ist Gott?“ findet bei Nietzsche ein Echo, das nachdenken lässt. Es lautet: „Wenn es Gott nicht gibt, ist alles erlaubt… Wohin dann der Mensch?“

Diese Frage stellt sich heute in aller Schärfe: Wohin geht der Mensch, der sich von Gott verabschiedet hat? Wo landet eine Gesellschaft, die sich immer mehr von Werten und Grundsätzen trennt, die das christlich-jüdische Welt- und Menschenbild ihr geschenkt hat?

Es geht zum Beispiel um die Tendenz, nicht nur nach den Schwächen eines Menschen zu fahnden, sondern nach den Schwachen, um sie auszusondieren. Die Auswahl zwischen „Wertvollen“ und „Unwerten“ ist weit unter der Würde des Menschen. Gott allein garantiert die Würde der Schwachen ohne jedwede Bedingung.

Ahnen Sie, liebe Leserinnen und Leser, was Nietzsches Feststellung „Wenn es Gott nicht gibt, ist alles erlaubt“ bedeutet?

Folglich: Was wäre ohne Ostern, ohne Auferstehung des Gekreuzigten, ohne dessen Sieg über die Macht des Todes? Der Apostel Paulus gibt eine ebenso präzise wie prägnante Antwort: „Ist aber Christus nicht auferweckt worden, dann ist unsere Verkündigung leer, unser Glaube sinnlos“ (vgl. 1 Kor 15,14).

Ich will hinzufügen: Ohne Glauben an die Osterbotschaft müssten wir im Hauch der Mächte des Todes ersticken. Ohne den Gekreuzigten und Auferstandenen gliche unser Dasein einer Frage ohne Antwort, einem Weg ohne Ziel, einem Gefängnis ohne Tür, einer Sehnsucht ohne Erfüllung.

Nun aber sind wir erlöst. So wünsche ich Ihnen von Herzen diese alles verändernde Gewissheit und daraus ein frohes Osterfest.

„Bonifatiusbote“ vom 16

 

 

 

 

Ein neuer Bischof für das Bistum Mainz

 

Professor Dr. Peter Kohlgraf ist von Papst Franziskus zum neuen Bischof des Bistums Mainz ernannt worden. Das ist jetzt zeitgleich im Vatikan und in Mainz bekannt gegeben worden. In diesem Artikel finden Sie die wichtigsten Fragen und Antworten zum künftigen Bischof von Mainz.

Wer ist der künftige Bischof?

Peter Kohlgraf ist Priester des Erzbistums Köln. Er war zum Wintersemester 2012/2013 auf die Professur für Pastoraltheologie an der Katholischen Hochschule (KH) in Mainz berufen worden. Seitdem ist der 50-Jährige auch als Pfarrvikar in der Pfarrgruppe Wörrstadt im Dekanat Alzey/Gau-Bickelheim tätig.

Was sagt Professor Kohlgraf zu seiner Ernennung?

In Anlehnung an eine Stelle aus dem ersten Korintherbrief des Apostels Paulus sagte Kohlgraf, er habe ein Beben und Zittern deutlich spüren können ob der großen Aufgabe, die vor ihm liege. Aber es schenke ihm eine große Gelassenheit, wenn er sich bewusst mache, "dass es im Letzen nicht um mich geht, sondern um die Liebe Gottes, die ich verkünden darf." Insofern hofft Kohlgraf auf das Mitwirken aller Gläubigen im Bistum, denn: "Ein Bischof bleibt ein normaler Mensch, der Hilfe und Weggefährten braucht."

 

Wie ist sein Werdegang?

Peter Kohlgraf wurde am 21. März 1967 in Köln geboren. Nach dem Abitur am Städtischen Dreikönigsgymnasium in Köln begann er 1986 sein Theologiestudium an der Rheinischen Friedrich Wilhelms-Universität in Bonn. Nach einem Freisemester in Salzburg und dem Diplomabschluss im Jahr 1991 folgte die Pastorale Ausbildung im Erzbischöflichen Priesterseminar in Köln. Kohlgraf wurde am 18. Juni 1993 im Kölner Dom zum Priester geweiht. Anschließend war er bis 1996 als Kaplan an Herz Jesu und St. Martin in Euskirchen tätig.

Darauf folgte die Freistellung zur Promotion an der Bonner Universität im Fachbereich Alte Kirchengeschichte/Patrologie bei Professor Ernst Dassmann, die er im Jahr 2000 abschloss („Die Ekklesiologie des Epheserbriefes in der Auslegung durch Johannes Chrysostomus“). In dieser Zeit war Kohlgraf im Seelsorgebereich Bad Honnef tätig. Bereits im Jahr 1999 übernahm er für vier Jahre die Aufgabe als Schulseelsorger und Religionslehrer am Erzbischöflichen Kardinal Frings-Gymnasium in Bonn-Beuel. Während dieser Zeit war er auch Stadtgruppenkaplan der Katholischen Studierenden Jugend (KSJ). Als sogenannter Repetent (stellvertretender Direktor) wechselte er im Jahr 2003 an das Erzbischöfliche Theologenkonvikt Collegium Albertinum in Bonn. Auch in dieser Zeit war Kohlgraf in der Seelsorge tätig und zwar in der Schulseelsorge am Städtischen Beethoven-Gymnasium in Bonn sowie im Kinderheim „Hermann Josef-Haus“ in Bad Godesberg. Die Ernennung zum Schulseelsorger und Religionslehrer am Erzbischöflichen Gymnasium und der Höheren Handelsschule „Marienberg“ in Neuss folgte im Jahr 2009.

Zu welchen Themen forscht Professor Kohlgraf?

Im Oktober 2010 legte er seine Habilitation bei Professor Udo Schmälzle in Münster vor. Seine Arbeit trägt den Titel „Glaube im Gespräch. Die Suche nach christlicher Identität und Relevanz in der alexandrinischen Vätertheologie. Ein Modell für praktisch-theologisches Bemühen heute?“. Mit der Lehrberechtigung für Pastoraltheologie wurde er Privatdozent an der Westfälischen Wilhelms-Universität Münster. Schließlich erfolgte zum Wintersemester 2012/2013 die Berufung auf die Professur für Pastoraltheologie an der Katholischen Hochschule Mainz, wo er im vergangenen Wintersemester 2016/2017 die Aufgabe des Dekans für den Fachbereich Praktische Theologie übernommen hat. Seine wissenschaftlichen Schwerpunkte liegen bei „Fragen pastoraltheologischer Hermeneutik“, „Diakonie als Grunddienst der Kirche“, „Vergeben und Versöhnen“ und dem Thema „Schulpastoral“.

Welche Aufgaben hat Kohlgraf derzeit im Bistum Mainz?

Während seiner Zeit im Bistum Mainz hat Kohlgraf sich als Pfarrvikar in der Seelsorge in der Pfarrgruppe Wörrstadt im Dekanat Alzey/Gau-Bickelheim engagiert. Darüber hinaus hat er in dieser Zeit unter anderem im Bistum Mainz bei verschiedenen Gremien und Einrichtungen Vorträge gehalten und hat auch die theologische Begleitung des Prozesses „Sozialpastoral“ im Bistum Mainz übernommen; außerdem hat er sich in Überlegungen des Seelsorgeamtes zur Zukunft der Pfarrgemeinden eingebracht und sich im Pastoralkurs im Mainzer Priesterseminar engagiert.

Wie ist der künftige Bischof gewählt worden?

Das Mainzer Domkapitel hatte nach der Annahme des Rücktritts von Kardinal Karl Lehmann als Bischof von Mainz (16. Mai 2016) und der damit eingetretenen Sedisvakanz eine Vorschlagsliste mit geeigneten Nachfolgekandidaten beim Vatikan eingereicht. Aus dieser Liste und weiteren Vorschlagslisten hat Papst Franziskus drei Kandidaten benannt. Das Domkapitel hat von diesen drei Kandidaten in geheimer Abstimmung Peter Kohlgraf zum Bischof gewählt. Die Mitglieder des Mainzer Domkapitels sind Domdekan Prälat Heinz Heckwolf als Vorsitzender und sechs Domkapitulare: Diözesanadministrator Prälat Dietmar Giebelmann, Offizial Prälat Dr. Peter Hilger, Prälat Hans-Jürgen Eberhardt, Prälat Jürgen Nabbefeld, Monsignore Horst Schneider und Ordinariatsdirektor Klaus Forster. Nach der Annahme der Wahl durch den Gewählten und vor seiner Ernennung durch den Papst wurde außerdem bei den Landesregierungen von Hessen und Rheinland-Pfalz festgestellt, „ob gegen den Gewählten Bedenken allgemein-politischer Art bestehen“. Der designierte Mainzer Bischof wird nach seiner Bischofsweihe der 88. Nachfolger des heiligen Bonifatius sein, der von 746 bis 754 Erzbischof von Mainz war und den Beinamen „Apostel der Deutschen“ trägt.

Wie geht es weiter?

Ein Termin für die Bischofsweihe von Professor Kohlgraf im Mainzer Dom steht noch nicht fest und wird zu einem späteren Zeitpunkt bekannt gegeben. Auch nach der jetzt erfolgten Ernennung ist das Bistum Mainz nach wie vor vakant und wird bis zur Bischofsweihe von Diözesanadministrator Prälat Dietmar Giebelmann geleitet. tob (MBN)

 

 

 

Vatikanstatistik: Katholikenzahl weltweit angestiegen

 

1,285 Milliarden Katholiken gibt es mittlerweile weltweit. Der positive Trend gegenüber dem Vorjahr geht aus der aktuellen Statistik der katholischen Weltkirche („Annuarium Statisticum Ecclesiae“) 2015 hervor, die in diesen Tagen, gemeinsam mit dem Annuarium Pontificium 2017, veröffentlich worden ist. Die Zahl der getauften Katholiken ist demnach zwischen 2014 und 2015 um ein knappes Prozent angestiegen. Somit ist ein knappes Fünftel der Erdbevölkerung (17,7 Prozent) katholisch. Verglichen mit den Ergebnissen des Jahres 2010 ist die Gesamtzahl der Katholiken sogar um 7,4 Prozent gewachsen.

In Linie mit der demographischen Entwicklung stagnieren die Zahlen in Europa, während Afrika für den Fünfjahreszeitraum 2010 bis 2015 einen Zuwachs von 19,4 Prozent verzeichnen kann. Insgesamt 222 Millionen Katholiken leben demnach mittlerweile in Afrika. Damit nähert sich die Anzahl der Menschen katholischen Glaubens in Afrika immer mehr derjenigen in Europa an, wo 286 Millionen Menschen katholisch sind. Die meisten getauften Katholiken, nämlich fast die Hälfte aller Katholiken weltweit, lebt nach wie vor auf dem amerikanischen Kontinent.

Insgesamt 5.304 Bischöfe zählt die Kirchenstatistik auf, das ist ein leichter Anstieg gegenüber dem Vorjahr. Katholische Priester gibt es 415.656, Ständige Diakone 45.255, wobei fast alle in Europa und Amerika wirken. Erstmals seit dem Jahr 2000 gibt es weniger Priester als im Vorjahr, ein Trend, der insbesondere auf Europa mit einem Minus von 2.502 Priestern zurückgeht. Dass weltweit insgesamt nur 136 Priester weniger tätig sind, verdankt sich dem Anstieg der Berufungen in Afrika und Asien.

Brasilien ist der Statistik zufolge nach wie vor das Land mit den meisten Katholiken (172,2 Millionen), dicht gefolgt von Mexiko (110,9 Millionen) und den Philippinen (83,6 Millionen). In Europa gibt es die meisten Katholiken in Italien (58 Millionen), gefolgt von Frankreich (48,3) und Spanien (43,3).

(rv 06.04.)

 

 

 

Stichwort: Erstkommunion und Weißer Sonntag

 

Fulda. Am „Weißen Sonntag“, dem ersten Sonntag nach Ostern, empfangen viele Jungen und Mädchen im Alter von neun Jahren zum ersten Mal in ihrem Leben im „Brot des Lebens“ den Leib Christi, die heilige Kommunion. Sie nehmen so an der von Jesus Christus gestifteten Mahlgemeinschaft der Kirche teil. Die feierliche Erstkommunion bedeutet für die Kinder eine Erneuerung ihrer Taufe und eine bewusste Eingliederung in die kirchliche Gemeinschaft. Daher ist die Eucharistie auch eines der Initiationssakramente.

Auf dieses zentrale Fest des Glaubens haben sich die Kinder mit ihren Eltern, Seelsorgern und Katecheten intensiv vorbereitet, denn die Feier der Eucharistie ist „Quelle und Höhepunkt des ganzen kirchlichen Lebens“ (Lumen Gentium 11). Papst Benedikt XVI. hat 2012 betont, dass die Feier der Erstkommunion „mit großem Eifer, aber auch in Bescheidenheit“ erfolgen solle. „Dieser Tag bleibt zu Recht tief im Gedächtnis als erster Moment, in dem man die Bedeutung der persönlichen Begegnung mit Christus erfährt“, so der Papst. Im deutschsprachigen Bereich hat sich der Sonntag nach Ostern für die Feier der Erstkommunion eingebürgert. Als Datum für die feierliche Erstkommunion wird der „Weiße Sonntag“ erstmals im 17. Jahrhundert erwähnt. Die Feier findet aber oftmals auch an anderen Sonn- und Feiertagen statt. . Der Name des „Weißen Sonntags“ hingegen leitet sich von den weißen Gewändern ab, welche die Neugetauften in der frühen Kirche bei ihrer Aufnahme in die Kirche trugen.

Der „Weiße Sonntag“ wird seit dem Heiligen Jahr 2000 in der katholischen Kirche weltweit auch als „Sonntag der Göttlichen Barmherzigkeit“ begangen, der auf den Christus-Visionen der heiligen Maria Faustyna Kowalska im frühen 20. Jahrhundert beruht. Bpf 10

 

 

 

Gegen Islamfeindlichkeit – für Fairness und Dialog

 

In der Reihe der Zwischenrufe im Wahljahr 2017 veröffentlicht die Deutsche Kommission Justitia et Pax heute ein Plädoyer von Prof. Dr. Dr. Heiner Bielefeldt. Er wirbt darin für Fairness und Dialog im Umgang mit dem Islam in Deutschland.

 

Einerseits, so Bielefeldt, sei der Islam in Deutschland und anderen europäischen Ländern keine "neue Religion" mehr: "Viele Muslime leben hier in dritter oder vierter Generation. Laut Umfragen fühlen sich die meisten in Deutschland wohl. Vor allem in den urbanen Zentren im Westen der Republik hat man sich an das Zusammenleben von Menschen unterschiedlicher religiöser oder auch nicht religiöser Orientierung gewöhnt."

 

Andererseits dürfe man die Probleme, durch die der Islam immer wieder zu einem Politikum werde, nicht verschweigen: "Zum einen steht der Vorwurf im Raum, einige Imame von DITIB, dem größten Moscheeverband, seien in Spitzelaktivitäten gegenüber mutmaßlichen Sympathisanten der Gülen-Bewegung verstrickt. Dies verlangt rückhaltlose Aufklärung. … Das zweite Thema steht auf einem ganz anderen Blatt. Es geht um terroristische Gewalt im Namen der Religion, die längst die Städte Europas erreicht hat." Dies fänden die allermeisten Muslime schlicht entsetzlich. Bielefeldt ermahnt jedoch, die notwendigen Diskussionen um beide Themen mit großer Sorgfalt und Genauigkeit zu führen, um Spaltungen der Bevölkerung und wachsendem Misstrauen gegenüber ganzen Bevölkerungsgruppen vorzubeugen. Zdk 18

 

 

 

 

Europäische Jugendstudie: Handy statt Gott?

 

Um glücklich zu sein, brauchen junge Erwachsene in Europa allerhand, aber offenbar nicht Gott – das geht aus der soeben vorgestellten Jugendstudie „Generation What?“ hervor. Es ist die größte europäische Jugendstudie jemals, rund 200.000 junge Menschen zwischen 18 und 34 Jahren aus zehn europäischen Staaten beantworteten Fragen über ihre Einstellung zu Arbeit, Familie, Freunde, Liebe, Sex, Politik und Religion. Wie kommt es, dass 85 Prozent der jungen Erwachsenen Europas gottlos glücklich sind?  Das fragten wir den Passauer Bischof Stefan Oster, Vorsitzender der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz:

„Bei uns hat man leicht das Gefühl von einem Klima der Verschlossenheit in Richtung Himmel, weil wir auf der Erde meinen, den Himmel schon verwirklichen zu können. Wir leben jetzt schon Jahrzehnte in Europa in einer Gesellschaft voller materiellen hohen Standards mit einer Zeit des Friedens, und wir sind überwiegend eine reiche Gesellschaft in Europa. Das heißt, unsere vordergründigen Bedürfnisse können viele junge Menschen schnell stillen, und das führt womöglich dazu, dass die tieferen Bedürfnisse des Lebens nicht mehr so leicht wahrgenommen werden.“

„Glück“ sei in dieser Konstellation durch „Markt und Medien“ bestimmt. Der Jugendbischof zählt auf:

„Sein Leben genießen zu können, in romantischen Beziehungen leben zu können, es sich gut gehen zu lassen, verreisen zu können, Freiheit und Möglichkeiten zu haben – das verbinden Menschen mit dem „Glück“. Die Frage nach dem Unendlichen und nach dem, worauf das Menschenherz überhaupt ausgelegt ist, stellt sich da gar nicht mehr. Wenn dann die Menschen gemeinsam diese Frage gar nicht mehr stellen, dann denkt man, man kann auch glücklich sein ohne. Einem vordergründigen Sinn würde ich dem wohl auch zustimmen, aber das ist nicht der ganze Sinn des Menschenlebens.“

86 Prozent der jungen Leute betonen laut der Studie, kein oder sehr wenig Vertrauen in die religiösen Institutionen zu haben. Um dieses Dilemma soll es unter anderem bei der für 2018 im Vatikan angesetzten Jugendsynode gehen. Das Vertrauen in Institutionen lasse allgemein nach, so Bischof Oster. Man müsse die Situation differenziert sehen, schlägt er vor: So erreichten die katholischen Jugendverbände in Deutschland etwa mit ihrer Arbeit immerhin 660.000 Jugendliche. Einerseits gibt es also eine aktive Jugend in Verbänden und auch Ordensgemeinschaften.

„Aber darüber hinaus gibt es eine nachwachsende Generation, die Kirche eher von außen wahrnimmt, und die Außenwahrnehmung ist dann oft nicht positiv dargestellt. Deswegen kommen viele junge Menschen in unserer Kultur gar nicht auf Idee, dass sie in der Kirche vielleicht Glück und Zufriedenheit oder den Sinn ihres Lebens finden könnten. Insofern wächst in der jungen Generation die Distanzierung. Natürlich glaube ich, dass bei vielen jungen Menschen die Sinnsuche da ist. Es ist aber wohl so, dass viele das der Kirche nicht zutrauen, dass sie das dort finden könnten. Das hängt auch mit unserer Darstellung und unserer Glaubwürdigkeit zusammen.“

In Hinblick auf die Synode und den Umgang der Kirche mit Jugendlichen hält der Jugendbischof „das Programm, das uns Papst Franziskus vorgibt und auch vorlebt“ für nachahmenswert.

„Dass wir zu den jungen Menschen hingehen müssen, mit ihnen ins Gespräch kommen müssen, von ihrem Leben erzählen lassen und auch bereit sind, von ihnen zu lernen, aber auch zu sagen: Wir haben einen Vorschlag, nämlich den Glauben an Christus, der sich durch die Zeit und Geschichte hin so bewährt hat, dass er viele Menschen in eine tiefe Freude und auch in eine Sinn- und Glückserfahrung geführt hat. Es gilt als Vorschlag und als Einladung. Wir haben die Zeiten hinter uns, in denen wir mit Druck arbeiten oder zuerst mit Drohungen kommen konnte; das ist lange vorbei.“

Sinnsuche und „die Sehnsucht nach dem ganz anderen, dem größeren“ gebe es auch bei Europas Jugend, zeigt sich der Bischof überzeugt. Die Komplexität der Gesellschaft und ihrer Angebote allerdings würden hier so manchen Kanal zu Gott vernebeln:

„Wir wissen alle, dass wir auch medial in einer Art Ablenkungsgesellschaft leben. Vor allem junge Menschen bewegen sich sehr viel im Netz und in digitalen Welten. So viel uns auch die Welt des Internets nützt, auf der anderen Seite suggeriert das Internet so etwas wie Transzendenz, also das Unendliche, die Beziehung aller mit jedem. Ich kann dort gewissermaßen hineintauchen und mich ins Mysterium begeben. Es ist durchaus möglich, dass sich junge Menschen täuschen lassen in ihrer Suche nach dem ganz anderen, indem sie in Netzwelten eintauchen und es meinen, dort zu finden. Oberflächlich gesehen kennen wir das alle, wenn wir uns mal am Abend zum Fernsehen hinreißen lassen und dann merken, dass es ganz schön leer ist und wir nichts erfahren haben. Diese digitale, mediale Welt bietet sich als vordergründiger Ersatz an, ist aber nicht das Eigentliche.“

Nach Angaben der Studienautoren ist die Befragung repräsentativ für diese Altersgruppe in Europa. Die Ergebnisse der Studie basieren auf Befragungen im Internet zwischen April 2016 und März 2017. Insgesamt rund eine Million junger Erwachsener aus 35 Ländern nahmen teil. Die in Zusammenarbeit mit dem Berliner Sinus-Institut veröffentlichte Studie bezieht sich auf rund 200.000 Internetbefragungen aus zehn Staaten: aus Belgien, Deutschland, Griechenland, Italien, Luxemburg, den Niederlanden, Österreich, Schweiz, Spanien und Tschechien. In der Bundesrepublik beteiligten sich mehrere öffentlich-rechtliche Sender an dem Projekt.  (rv 06.04.)

 

 

 

Studie. Der Islam wächst am stärksten

 

Einer aktuellen Studie zufolge wird es im Jahr 2060 weltweit fast so viele Muslime geben wie Christen. Aktuell stellen Christen fast ein Drittel der Weltbevölkerung, Muslim ist jeder Vierte.

Der Islam wächst einer Studie zufolge stärker als alle anderen großen Religionen. Im Jahr 2060 werde es weltweit fast so viele Muslime wie Christen geben, prognostiziert das US-amerikanische Pew Research Center in der am Mittwoch veröffentlichten Untersuchung. Auch die weltweite Zahl der Christen wird demnach in den kommenden Jahrzehnten zunehmen.

Nach den Daten von Pew stellten Christen im Jahr 2015 31,2 Prozent (2,3 Milliarden) der Weltbevölkerung. Muslime hatten einen Anteil von 24,1 Prozent (1,8 Milliarden). Für 2060 rechnet das Forschungsinstitut mit drei Milliarden Muslimen (31,1 Prozent) und 3,1 Milliarden Christen (31,8 Prozent).

Weniger Menschen ohne religiöse Bindung

Der Anteil der Menschen ohne religiöse Bindung wird der Studie zufolge von 16 Prozent auf 12,5 Prozent sinken, der Anteil der Hindus von 15,1 Prozent auf 14,5 Prozent und der Anteil der Buddhisten von 6,9 Prozent auf 4,8 Prozent. Pew rechnet mit einem Wachstum der Weltbevölkerung von 7,3 Milliarden im Jahr 2015 auf 9,6 Milliarden im Jahr 2060.

Das vergleichweise langsame Wachstum des Christentums erkläre sich auch mit den Sterberaten im überwiegend christlichen Europa, heißt es in der Studie. In Deutschland überträfen die Sterbezahlen bei der christliche Bevölkerung die Zahl der Geburten. Auch Menschen ohne religiöse Bindung hätten deutlich weniger Kinder als Muslime. (epd/mig 6)

 

 

 

 

„Symphonie des Glaubens“: Koch würdigt Benedikt XVI.

 

Was bleibt vom Pontifikat Benedikts XVI. in den Geschichtsbüchern? Alter Ritus? „Entweltlichung?“ Der Rücktritt? Nein – es wird das Stichwort „Glaube“ sein. Das sagt der Schweizer Kurienkardinal Kurt Koch. Wir sprachen mit dem Präsidenten des vatikanischen Einheitsrates über Benedikts bevorstehenden neunzigsten Geburtstag.

Koch: „Ich glaube, das Ganze seiner Theologie und seines Pontifikats ist eine Symphonie der Vertiefung des Glaubens. Die Enzykliken – nicht nur Deus Caritas Est, sondern auch Spe Salvi, und am Schluss wäre ja noch die Enzyklika über den Glauben gekommen, die Papst Franziskus übernommen hat – zeigen: Das Zentrum des Glaubens ist Glaube, Hoffnung, Liebe. Hier haben wir den Nukleus der ganzen Theologie von Papst Benedikt und Joseph Ratzinger.“

Koch hat vor ein paar Tagen bei der Vorstellung einer Festschrift für den emeritierten Papst einen Vortrag gehalten. Und dabei drei Schlüsselworte für das Verständnis von Benedikt XVI. identifiziert: „Ja, das sind Wahrheit, Liebe und Freiheit. Der Mensch ist sehnsüchtig nach der Wahrheit, er sucht das Gute und das Wahre – aber diese Wahrheit ist nicht einfach etwas Subjektives, sondern ist konkret als Liebe offenbart worden! Die Wahrheit Gottes hat sich gezeigt in Jesus von Nazareth, in seiner Liebe zu uns Menschen. Und das ist der Urgrund der Freiheit: der Freiheit, die in der Wahrheit und in der Liebe begründet ist. Im Grunde genommen ist das eine Symphonie von Wahrheit, Liebe und Freiheit, mit der man versuchen kann, das großartige Denken von Papst Benedikt auf drei kurze Begriffe zu bringen.“

Wir wollten von Kardinal Koch auch wissen, was man denn als Einführung in dieses Denken Joseph Ratzingers/Benedikts XVI. lesen sollte. Die „Einführung in das Christentum“ aus seiner Zeit als Professor in Tübingen, oder die Jesus-Bücher aus seiner Zeit als Papst?

Koch: „Die „Einführung in das Christentum“ ist heute noch lesenswert – ich staune immer wieder... Ich habe mal eine Synpose erstellt zwischen der „Einführung in das Christentum“ und seiner ersten Enzyklika Deus Caritas Est – da findet man ähnliche Sätze, fast bis in den Satzbau hinein! Das zeigt eine grundlegende Kontinuität.

Aber ich denke: Um wirklich das Herz des theologischen Denkens von Papst Benedikt zu verstehen, würde ich am ehesten die Bücher über Jesus von Nazareth empfehlen. Denn diese Bücher hat er geschrieben, um den Menschen zu helfen, eine Freundschaft mit Jesus Christus zu finden... Und das ist das Herz von allem.“

„Ich habe immer gedacht: Er wird auf sein Amt verzichten“

Benedikt ist der erste Papst der Neuzeit, der freiwillig zurückgetreten ist. Auch das macht seinen neunzigsten Geburtstag als emeritierter Papst, mit dem amtierenden Papst unter den Gratulanten, zu etwas Besonderem. Kardinal Koch: „Ich habe eigentlich immer gedacht: Papst Benedikt wird der erste sein, der auf sein Amt verzichten wird. Ich war allerdings über den Zeitpunkt völlig überrascht! Aber wenn man seine ganze Theologie anschaut, die Ernsthaftigkeit, mit der er über das Gewissen spricht und immer wieder auch vom Gewissen her handelt – das hat mir gezeigt, dass er ein äußerst gewissenhafter Mensch ist. Und wenn er zur Überzeugung kommt: Ich kann diese Aufgabe nicht mehr so ausführen, wie ich das von meinem Gewissen her vor Gott verantworten müsste, dann muss ich den Mut haben, das loszulassen...

Ich glaube, das ist ein Charakteristikum von Papst Benedikt: Er hat nie seine Person in den Vordergrund gestellt, sondern seine Person immer in den Dienst jenes Amtes gestellt, zu dem er beauftragt worden ist. Und weil ihm dieses Amt nach seiner Überzeugung nicht mehr möglich geworden ist, ist er mit seiner Person dahinter zurück getreten.“

Der Schweizer Kardinal würdigt Benedikt XVI. auch als Ökumeniker. Nun kannte Joseph Ratzinger allerdings Luthers Schriften und auch die handelnden Personen vor allem im deutschen Luthertum zu gut, um nicht auch manchmal als starr und unnachgiebig zu erscheinen – etwa bei seinem Besuch im Augustinerkloster in Erfurt, wo er sagte, ökumenische Gastgeschenke habe er nicht mitgebracht.

„Das hatte einen Grund, und er hat es auch erklärt: Es geht mir hier um die Begegnung im Glauben. Wir müssen die Einheit im Glauben finden – Ökumene ist nicht Diplomatie und nicht Politik, sondern ist das Wiederfinden in der Einheit des Glaubens. Insofern habe ich die Rede in Erfurt als sehr, sehr authentisch empfunden, und es war ja eigentlich das größte Lob über Martin Luther, das in der katholischen Kirchengeschichte ausgesprochen worden ist!

Das hat man viel zu wenig gewürdigt. Und auch seine hervorragende Predigt, die er dort gehalten hat, in der er darauf hinwies: Die größte Herausforderung in der Ökumene besteht heute darin, dass wir in einer säkularisierten Welt, in der der Himmel verschlossen ist, die Gegenwart Gottes gemeinsam bezeugen! Auch hier die Zentralität Gottes und die Zentralität Christi – das ist der eigentliche Kern seines ökumenischen Engagements.“  (rv 11.04.)

 

 

 

 

Reli Quiz-App des Bistums Fulda: ein voller Erfolg. Neue Fragen; Hamburg und Münster steigen ein

 

Fulda. Die Ende November vorgestellte App „Reli Quiz“ des Bistums Fulda ist ein voller Erfolg. Mittlerweile spielen Kinder, Jugendliche und Erwachsene die App rund um Fragen des Christentums, aber auch der vier sonstigen großen Weltreligionen. Rückmeldungen von Lehrerinnen und Lehrern zeigen, dass die App auch Einzug in den Schulunterricht gehalten hat: Da jede Kategorie der App einzeln gespielt werden kann, bietet sie sich an, um zum Beispiel vor Einstieg in eine neue Unterrichtseinheit (z.B. Heilige, Orden etc.) eine Lerngruppe zu teilen und im Spiel gegeneinander das neue Unterrichtsthema spielerisch erkunden zu lassen.

• Mit Schreiben an die Pressestellen lädt das Bistum Fulda zurzeit alle (Erz-) Diözesen im gesamten deutschsprachigen Europa (!) zur Erstellung einer eigenen Kategorie des jeweiligen (Erz-) Bistums ein.

• Das Erzbistum Hamburg sowie das Bistum Münster haben diese Einladung bereits angenommen und sind neuerdings mit einer je eigenen Kategorie in der App vertreten.

• Darüber hinaus hat das Entwicklerteam im Bistum Fulda 100 neue Fragen für die allgemeinen Fragekategorien erarbeitet und ins System gestellt.

• Bis Ende April soll eine Hilfefunktion implementiert werden, so dass z.B. Duellgegner schneller gefunden werden können u.ä.

       Geplant sind interne Benachrichtigungen, anhand deren ein Spieler z.B. im Trainingsmodus erfährt, dass er von jemanden zum Fragenduell eingeladen wurde oder wenn neue Kategorien und Fragen hinzugekommen sind.

  Letztlich wird es über die Webseite http://www.reliquiz-app.de/ in naher Zukunft möglich sein, eigene Fragen und Antworten einzureichen.

 

Die Entwicklung der App erfolgte im Auftrag des Bistums Fulda über die Fuldaer Spezialisten ToolStage Software Engineering, die auch die Neuerungen und Ergänzungen zur App betreuen.

Durch drei verschiedene Spielversionen, nämlich das Einzelspiel gegen das System, einen Trainingsmodus, bei dem man beliebig viele Fragen beantworten kann, ohne bei Fehlern auszuscheiden, sowie eine Duellfunktion, ist die Reli Quiz-App besonders vielseitig. Alle vorhandenen Kategorien

 

können einzeln oder in beliebiger Kombination gespielt werden, so dass sich gezielt Themenfelder spielend erarbeiten lassen. Drei Möglichkeiten zur Dauer der Ratezeit entscheiden zudem über den Schwierigkeitsgrad eines Spiels. Eine weitere Variante bildet der spezielle Kids-Modus, der nur Fragen leichterer Schwierigkeitsgrade liefert – ideal vor allem für Kinder sowie und Einsteiger in religiöse Themenbereiche. Eine Art „religiöse Heimatkunde“ kann durch die Anwahl der Sonderkategorie eines speziellen (Erz-) Bistums erspielt werden (zurzeit nur Fulda, Hamburg und Münster).

Der kostenlose Download der App ist sowohl für IOS- (Apple) wie auch für Android-Geräte (Samsung etc.) möglich. Eine Registrierung ist auch technischen Gründen notwendig. Diese kann auch mit einem Spitznamen erfolgen. Bpf 10