Notiziario religioso 23 aprile–6 maggio 2018

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Papa ad Alessano e Molfetta: con don Tonino Bello per una Chiesa “contempl-attiva”

 

La sosta in preghiera davanti alla tomba e la messa davanti alla cattedrale affacciata sul porto. Sono i momenti salienti della visita pastorale ad Alessano e Molfetta, in memoria e in omaggio a don Tonino Bello, a 25 anni dalla morte. La sintonia tra due vescovi e il sogno di una Chiesa "contempl-attiva" che accorcia le distanze, innamorata di Dio e appassionata dell'uomo. Per lottare contro la povertà e costruire la pace, senza ritardi e senza cedere al disfattismo - M.Michela Nicolais

 

Da Roma ad Alessano. Un vescovo sosta in preghiera – dieci minuti in silenzio da solo, a fianco solo il vescovo oggi “padrone di casa” – sulla tomba di un altro vescovo, e lo chiama come lo hanno sempre chiamato tutti: “Don Tonino”. E azzera le distanze del tempo e della storia dandogli del “tu”, nel suo paese natale come a Molfetta, la diocesi di cui è stato la guida pastorale per oltre un decennio. È l’istantanea già consegnata alla storia del 21° viaggio pastorale di Papa Francesco in Italia, dedicato alla memoria del prete salentino oggi servo di Dio, di cui è in corso la causa di beatificazione, a 25 anni dalla morte. Francesco depone un mazzo di fiori bianchi e gialli sulla semplice lapide di pietra, e il pronipote di don Tonino, che si chiama come lui, poco dopo gli dà il benvenuto a nome dei 20mila fedeli che lo hanno accompagnato lungo il viale che porta al cimitero: “Grazie, Papa Francesco, per essere venuto qui”. Ad Alessano, come nell’omelia della messa celebrata a Molfetta, davanti a 40mila persone a alla cattedrale che si affaccia sul porto, le consonanze tra la Chiesa del grembiule di don Tonino e quella in uscita di Francesco non si contano. Nei due discorsi della visita pastorale di oggi, le 19 citazioni sono tutte per don Tonino, eccetto una dedicata a San Giovanni Paolo II. Quasi che il Papa venuto “dalla fine del mondo” abbia voluto prestare la sua voce al vescovo della “terra-finestra” che dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, “dove i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno”, la fotografia profetica del prete salentino.

“Capire i poveri era per lui la vera ricchezza, era anche capire la sua mamma”, esordisce Francesco al cimitero di Alessano: don Tonino non andava dietro ai potenti di turno, non si adagiava in una vita comoda, non teorizzava la vicinanza ai poveri ma stava loro vicino.

“Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente”, perché “se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra”. E la pace “si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, dove artigianalmente si plasma la comunione”.

“Don Tonino ci parla ancora”, assicura il vescovo di Roma ricordando la sua “evocazione” di prete innamorato del Signore, che voleva “una Chiesa non mondana, ma per il mondo”, al servizio del mondo, affetta da “una salutare allergia verso i titoli e gli onori”, capace di “provare vergogna” per gli immobilismi e le giustificazioni. Una Chiesa, quella di don Tonino, che accorcia le distanze e offre una mano tesa:

“Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza”.

“Caro don Tonino”, dice il Papa rivolgendosi a questo “credente con i piedi per terra e gli occhi al cielo”, che ha coniato un neologismo –

“contempl-attivi” – per collegare cielo e terra, preghiera ed azione ed inseguire il sogno di “una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo”.

 

A Molfetta, tra cielo e mare, campeggia uno striscione che definisce don Tonino Bello “il vescovo con il profumo del popolo”. “In piedi costruttori di pace”, la scritta di fiori gialli su erba verde al centro del sagrato, sul quale troneggia una gigantografia che riproduce la croce pastorale del vescovo. È il motto di don Tonino, che Francesco riprende sottolineando che il cristiano, come lui, deve “rialzarsi sempre, guardare in alto, perché l’apostolo di Gesù non può vivacchiare di piccole soddisfazioni”.

“Vivere per” è il marchio di fabbrica dei credenti, e il Papa invita la diocesi che per la prima volta riceve la visita di un successore di Pietro ad

esporre davanti ad ogni chiesa, come chiedeva il suo vescovo, l’avviso: “Dopo la messa non si vive più per se stessi, ma per gli altri”.

Don Tonino, ripete Francesco, “sognava una Chiesa affamata di Gesù ed intollerante ad ogni mondanità”: quella di “un vescovo-servo, un pastore fattosi popolo” che davanti al tabernacolo vuole “farsi mangiare dalla gente”, incontrando gli altri “tabernacoli scomodi della miseria, della sofferenza, della solitudine”. Perché essere costruttori di pace significa dire no al “disfattismo”, a quelli che don Tonino chiamava

“gli specialisti della perplessità, i contabili pedanti dei pro e dei contro, i calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi”.

Significa “amare ogni volto, ricucire ogni strappo” “andare, uscire, nonostante tutti i problemi e le incertezze”. Senza rimandare.

Bisogna essere “soprattutto uomini. Fino in fondo. Anzi, fino in cima”, diceva don Tonino: “Perché essere uomini fino in cima significa essere santi’. I “santi della porta accanto”, li chiama Francesco nella sua ultima esortazione apostolica, “Gaudete et Exsultate”. Sir 20

 

 

 

 

Il Papa: “La guerra genera povertà, ma la povertà genera guerra”

 

Primo appuntamento della visita di Francesco in Puglia: ad Alessano la preghiera sulla tomba del vescovo di Molfetta e il saluto ai familiari. «Lui insegna alla Chiesa a non accodarsi ai potenti né cercare privilegi». «Il Mediterraneo sia un’arca di pace» - di Salvatore Cernuzio inviato ad Alessano

 

In piedi, a capo chino, con un mazzo di fiori bianchi e gialli in mano. Francesco si presenta come un «pellegrino» al cimitero di Alessano dove è sepolto da 25 anni don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, di cui è in corso la causa di beatificazione. Bergoglio gli rende omaggio pregando per circa cinque minuti, silenziosamente, sulla nuda lastra in marmo che ne custodisce i resti, che reca la scritta “Don Tonino Bello, terziario francescano”. A fianco si erge un albero di ulivo, segno di quella pace che per don Tonino era la prima urgenza in questo mondo frantumato, sui cui rami sventolano bandierine arcobaleno con la scritta “Pax. Pace. Peace”. 

 

Francesco vi arriva in processione, affiancato dal vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, monsignor Vito Angiuli, e dal sostituto alla Segreteria di Stato, Angelo Becciu, dietro c’è il sindaco Francesca Torsello. Dopo aver pregato sulla tomba del Servo di Dio, il Papa si siede brevemente davanti alla tomba della madre Maria, seppellita a pochi passi com’era desiderio di monsignor Bello che diceva di «voler stare vicino alla sua mamma». 

 

Nello stesso cimitero si svolge il saluto ad un gruppo di parenti di don Tonino: i fratelli Trifone e Marcello, i nipoti e pronipoti che gli consegnano una stola appartenuta a Bello, che gli fu regalata durante un viaggio a El Salvador nel decennale dell’assassinio di monsignor Oscar Romero, e un grembiule ricamato dalle donne del paese. Bergoglio bacia i bambini e scambia alcune parole interrompendo così il silenzio con il quale ha iniziato questa visita pastorale in Puglia, in cui ha fatto ritorno a neppure un mese dal viaggio sulle orme di Padre Pio.  

 

All’abbraccio alla famiglia di sangue segue quello alla famiglia “allargata” di Bello, la popolazione di Alessano che attende numerosa il Pontefice nel piazzale adiacente al cimitero. Sono circa 20mila. Con loro Papa Francesco - che arriva in papamobile - condivide l’emozione per la preghiera sulla tomba, la quale, osserva, «non si innalza monumentale verso l’alto, ma è tutta piantata nella terra: don Tonino, seminato nella sua terra, sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio». 

  

«Grazie, terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te ma che, proprio per questo, mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servire», erano le parole del vescovo. 

 

Per lui i poveri erano la «vera ricchezza». E «aveva ragione», commenta il Papa, «perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa». Francesco si rivolge direttamente al Servo di Dio: «Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda». Quando invece è il Vangelo stesso a chiamare ad «una vita spesso scomoda». 

 

«Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene», afferma il Papa.  

 

Don Tonino richiama dunque «a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino». Lui l’ha fatto, «coinvolgendosi in prima persona, fino a spossessarsi di sé». «Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia».  

 

Infatti, osserva il Pontefice, «se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione». Diceva, «speranzoso», don Tonino: «Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini”».  

 

Questa vocazione di pace appartiene alla terra di Alessano, «meravigliosa terra di frontiera – finis-terrae – che don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno», annota Francesco. E aggiunge: «Siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».  

 

In questa terra, «Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino». Un diminutivo «semplice e familiare» che però ci parla e racconta «il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa». A tutti, nessuno escluso. Don Tonino lo raccomandava sempre ai suoi sacerdoti: «Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza». 

 

Parole che, secondo Francesco, «rivelano il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi» 

 

Il nome di “don Tonino”, inoltre, dà la cifra dell’uomo Tonino, della sua «salutare allergia verso i titoli e gli onori», del suo «coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni». «Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore»; lui così mostrava «la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo». 

 

Il Papa, interrotto più volte dagli applausi, conclude esortando ad essere «contempl-attivi». Sì «con due t», cioè «gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione». Gente che «non separa mai preghiera e azione». 

 

«Caro don Tonino», aggiunge Francesco tornando a rivolgersi ancora a don Bello, «se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo!». Di qui una raccomandazione a tutti i fedeli, di Alessano e del mondo: «Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo». E a farlo «senza sconti». 

 

Infine, guardando l'icona della Madonna di Leuca, Vergine di finibus-terrae, collocata sul palco dove campeggia una gigantografia su sfondo nero di don Tonino Bello, Papa Bergoglio dice a braccio: «Adesso preghiamo insieme la Madonna, poi vi darò la benedizione. D’accordo?». Numerosi i regali, tra questi  un “pumo”, un oggetto dalla forma ovale in ceramica solitamente posto sui balconi a protezione della casa, e una riproduzione della croce alata, simbolo di Alessano che don Tonino volle come suo stemma.  LS 20

 

 

 

“Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio”

 

Visita Pastorale del Santo Padre ad Alessano (Lecce), nella Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e a Molfetta (Bari) nella Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nel 25.mo anniversario della morte di S.E. Mons. Tonino Bello (20 aprile 2018). Ecco discorso che il Papa ha pronunciato nel corso dell’Incontro con i fedeli:

 

Cari fratelli e sorelle, sono giunto pellegrino in questa terra che ha dato i natali al Servo di Dio Tonino Bello. Ho appena pregato sulla sua tomba, che non si innalza monumentale verso l’alto, ma è tutta piantata nella terra: Don Tonino, seminato nella sua terra – lui, come un seme seminato –, sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio. Su questo vorrei riflettere, evocando anzitutto alcune sue parole di gratitudine: «Grazie, terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te ma che, proprio per questo, mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli»[1].

Capire i poveri era per lui vera ricchezza, era anche capire la sua mamma, capire i poveri era la sua ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda. Il Vangelo – eri solito ricordarlo a Natale e a Pasqua – chiama a una vita spesso scomoda, perché chi segue Gesù ama i poveri e gli umili. Così ha fatto il Maestro, così ha proclamato sua Madre, lodando Dio perché «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).

Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene. Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino, come ha fatto Gesù, che per noi, da ricco che era, si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Don Tonino sentiva il bisogno di imitarlo, coinvolgendosi in prima persona, fino a spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra[2]. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione. Diceva, speranzoso, don Tonino: «Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini»[3].

Cari fratelli e sorelle, questa vocazione di pace appartiene alla vostra terra, a questa meravigliosa terra di frontiera – finis-terrae – che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove «i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno»[4]. Siete una «finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia»[5], ma siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente[6].

Don Tonino è uomo della sua terra, perché in questa terra è maturato il suo sacerdozio. Qui è sbocciata la sua vocazione, che amava chiamare evocazione: evocazione di quanto follemente Dio predilige, ad una ad una, le nostre fragili vite; eco della sua voce d’amore che ci parla ogni giorno; chiamata ad andare sempre avanti, a sognare con audacia, a decentrare la propria esistenza per metterla al servizio; invito a fidarsi sempre di Dio, l’unico capace di trasformare la vita in una festa. Ecco, questa è la vocazione secondo don Tonino: una chiamata a diventare non solo fedeli devoti, ma veri e propri innamorati del Signore, con l’ardore del sogno, lo slancio del dono, l’audacia di non fermarsi alle mezze misure. Perché quando il Signore incendia il cuore, non si può spegnere la speranza. Quando il Signore chiede un “sì”, non si può rispondere con un “forse”.

Farà bene, non solo ai giovani, ma a tutti noi, a tutti quelli che cercano il senso della vita, ascoltare e riascoltare le parole di Don Tonino. In questa terra, Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino. Questo nome, semplice e familiare, che leggiamo sulla sua tomba, ci parla ancora. Racconta il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa. Invita all’apertura semplice e genuina del Vangelo. Don Tonino l’ha tanto raccomandata, lasciandola in eredità ai suoi sacerdoti. Diceva: «Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza»[7]. Sono parole che rivelano il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Che il Signore ci dia questa grazia: una Chiesa non mondana, al servizio del mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed «estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé»[8]; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio, che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).

Il nome di “don Tonino” ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni[9]. Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore. Nell’amore per Lui troviamo la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere «Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo»[10]. Da questa sua amata terra che cosa don Tonino ci potrebbe ancora dire? Questo credente con i piedi per terra e gli occhi al Cielo, e soprattutto con un cuore che collegava Cielo e terra, ha coniato, tra le tante, una parola originale, che tramanda a ciascuno di noi una grande missione. Gli piaceva dire che noi cristiani «dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione»[11], della gente che non separa mai preghiera e azione.

Caro don Tonino, ci hai messo in guardia dall’immergerci nel vortice delle faccende senza piantarci davanti al tabernacolo, per non illuderci di lavorare invano per il Regno[12]. E noi ci potremmo chiedere se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo! Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. E Dio desidera che il suo dono sia accolto, che la sua profezia sia attuata. Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Davvero ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo. Adesso, tutti insieme, preghiamo la Madonna e dopo vi darò la benedizione, d’accordo?

[Ave Maria e benedizione] ________________________

[1] «Grazie, Chiesa di Alessano», La terra dei miei sogni. Bagliori di luce dagli scritti ugentini, 2014, 477. [2] Cfr S. Giovanni Paolo II, «Se cerchi la pace, va’ incontro ai poveri», Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1° gennaio 1993. [3] La terra dei miei sogni, 32. [4] «Il pentalogo della speranza», Scritti vari, interviste aggiunte, 2007, 252. [5] «La speranza a caro prezzo», Scritti di pace, 1997, 348. [6] Cfr «La profezia oltre la mafia», ivi, 280. [7] «Torchio e spirito. Omelia per la Messa crismale 1993», Omelie e scritti quaresimali, 2015, 97. [8] «Sacerdoti per il mondo», Cirenei della gioia, 2004, 26. [9] «Dai poveri verso tutti», ivi, 122 ss. [10] «Configurati a Cristo capo e sacerdote», ivi, 61. [11] Ivi, 55. [12] Cfr «Contempl-attivi nella ferialità quotidiana», Non c’è fedeltà senza rischio, 2000, 124; «Soffrire le cose di Dio e soffrire le cose dell’uomo», Cirenei della gioia, 81-82. Papa Francesco, de.it.press

 

 

 

IV domenica di Pasqua. Pastore buono, bello: vero

 

1) Il Pastore[1] buono dà la vita.

Il brano del Vangelo della IV domenica di Pasqua è preso ogni anno dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni e ci presenta Gesù come il Buon Pastore. Quest’anno, che è l’anno B, la Liturgia ci fa leggere la parte centrale del capitolo, i vv- 11-18, dove si afferma che il Buon Pastore offre la vita per le sue pecore e le conosce.

Al contrario del mercenario, che con le pecore ha solo una relazione interessata. Gesù, il Buon Pastore, conosce cioè ama i suoi. La relazione tra Gesù e i credenti è di conoscenza, intesa nel senso biblico: di legame d’amore profondo.  Infatti nella Bibbia “conoscenza” implica intimità e reciproca fiducia; è la parola usata di solito per indicare il rapporto coniugale: “Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì…” (Gn 4,1); “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”, annuncia l’angelo a Maria, la quale risponde: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,31-34). Quando dunque Gesù dice: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”, si intuisce quale profondità presenti il suo amore per noi e con quale profondità egli si aspetti di essere ricambiato.

Questo forte legame di conoscenza amorosa tra Gesù e noi trova fondamento nella relazione che vi è tra Gesù stesso e il Padre. Tale legame si esprime nel suo dare la vita per noi (Gv 10, 14). Questa affermazione sembra uguale a quella di Gv 10, 11, ma invece è più forte. Se nel v. 11 “dare la vita” significa essere disposto a mettere a rischio la propria vita a favore delle pecore, nel v. 14 significa letteralmente privarsi della vita. Questo dono totale di sé è l’atteggiamento specifico di Gesù, quello che ha caratterizzato tutta la sua missione sulla terra e non solo la sua passione e morte.

Questo atteggiamento di offerta, segno di amore pronto a dare la vita, mette in primo piano che noi siamo suoi: ‘le sue pecore’, custodite con amore e guidate alla vita. Invece i mercenari, gli opportunisti, trattano gli uomini come ‘merce’ e non come persone.

Dunque, oggi ciascuno di noi si faccia queste domande: “Quale ‘pecora’ del gregge sono? Sono la pecora ‘perduta e ritrovata’ o rimango ‘smarrita’? Sono la pecora che si lascia condurre piano piano, per ritrovare in Lui riposo, sono la pecorella ‘ferita o malata’ e mi lascio da Lui fasciare o curare?” Se la nostra risposta sarò positiva, seguiremo Cristo e, quando faremo fatica a camminare, Lui ci metterà sulle sue spalle.

2) Seguire Cristo Pastore buono.

Seguire Cristo come pecore docili non vuol dire essere ingenui, insensati e ciecamente obbedienti, ma vuol dire essere umili, fiduciosi e lasciarsi prendere in braccio con un amoroso abbandono a Lui che con noi e per noi cammina. Del resto essere umili e fiduciosi nei confronti di Gesù non vuol dire non usare l’intelligenza, perché l’umiltà è la virtù che predispone l’intelligenza alla fede e il cuore all’amore.

Seguire Cristo come pecore coscienti di essere persone amate e non scartate, vuol dire lasciarci guidare da Lui, nostro santo  e buon Pastore, ai pascoli eterni del cielo. Lui è Pastore perché agnello. È scritto infatti: “L’agnello sarà il loro pastore e li condurrà alle sorgenti delle acque della vita” (Ap 7,17).

Non dimentichiamo però che Gesù ha voluto nella Chiesa il sacerdote sia come “Buon Pastore”.  Non solamente ma soprattutto nella parrocchia il sacerdote continua la missione e il compito pastorale di Gesù; e perciò deve “pascere il gregge”, insegnando, dando la grazia, difendendo le “pecore” dall’errore e dal male, consolando e, soprattutto, amando.

Anche se il modo di essere prete cambia secondo i luoghi e i tempi, tutti i sacerdoti sono chiamati a imitare Cristo buon pastore, che a differenza del mercenario, non ricerca altro interesse, non persegue altro vantaggio che quello di guidare, nutrire, proteggere le sue pecorelle: “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10.10).

3) Tutti pastori.

In forza del battesimo, ogni cristiano è chiamato ad essere un “buon pastore” nell’ambiente in cui vive:

* i genitori devono essere dei “Buon Pastori” verso i loro figli, edificandoli con il loro amore;

* i figli devono obbedire all’amore dei genitori e imparare la fede semplice e coerente, imparando a donare la vita che hanno ricevuto in dono;

* gli sposi devono improntare la relazione di coppia, improntandola sull’esempio del Buon Pastore, affinché sempre la vita familiare sia a quell’altezza di sentimenti e di ideali voluti dal Creatore, per cui la famiglia è stata definita “chiesa domestica”;

* gli insegnanti a scuola, i lavoratori in fabbrica o in ufficio, di loro ciascuno cerchi sempre di essere “buon pastore” come Gesù.

* Ma, soprattutto, devono essere “buoni pastori” nella società le persone consacrate a Dio: i religiosi, le suore, coloro che appartengono agli Istituti Secolari.

Per questo, in questa domenica, dobbiamo pregare per tutte le vocazioni religiose, maschili e femminili, perché nella Chiesa la testimonianza della vita religiosa sia sempre più numerosa, viva, intensa e efficace. Il mondo oggi ha più che mai bisogno di testimoni convinti e totalmente consacrati.

Penso in particolare alle Vergini consacrate che esercitano un particolare “ministero pastorale” nella Chiesa.

Anche se il loro non è un ministero ordinato, queste donne consacrate non si limitano solo a testimoniare la condizione angelica dei figli del Regno, vivendo verginalmente. Oltre alla castità, che sono chiamate ad osservare nella perfetta continenza, le Vergini consacrate praticano l’impegno alla povertà di cuore e di vita per una seria condivisione delle sofferenze umane, come pure l’obbedienza da prestare a Dio. Obbedienza che si presenta nelle esortazioni e nei precetti della Chiesa, nei consigli e nelle direttive pastorali, nell’andare incontro alle necessità delle persone. Il Rituale della Consacrazione delle Vergini suggerisce loro di svolgere il loro servizio (= ministero) con la sobrietà di vita, con l’aiuto ai poveri e con le opere di penitenza: “Le vergini nella Chiesa sono quelle donne che, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, fanno voto di castità al fine di amare più ardentemente il Cristo e servire con più libera dedizione i fratelli … loro compito è quello di attendere alle opere di penitenza e di misericordia, all’attività apostolica e alla preghiera” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, 2).  Dunque anche se danno il primato alla preghiera e alla contemplazione, le vergini consacrate servono il ministero pastorale della Chiesa mettendo la donazione di se stesse a servizio (ministero) della Chiesa, ovile santo per percorelle redente e dedicandosi all’amore verso tutti gli uomini e tutte le donne nelle circostanze ordinarie della vita, perché tutti siano una cosa sola in Cristo, Pastore buono. Mons. Francesco Follo

 

 

 

Guerra in Siria: l’impegno della Chiesa italiana per la pace

 

La pace – e torno ancora su parole di Papa Francesco – rimane un lavoro artigianale, che richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Più che in altri momenti, questo è il tempo in cui crederci fino in fondo, immaginando iniziative di incontro e di scambio, convinti che ogni volta che apriamo il cuore oltre i confini di casa torniamo arricchiti per affrontare con più forza anche le problematiche che angustiano la nostra gente -

 

La storia la conosciamo. Racconta di un uomo che, scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappa nei briganti che gli portano via tutto, lo percuotono a sangue e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Oggi quell’uomo ha anche un volto: è quello – e sono milioni – dei siriani sfollati nei Paesi confinanti o costretti a farsi profughi interni; di quanti sono privi dell’acqua, del cibo e dell’accesso alle cure sanitarie essenziali; dei 27mila bambini uccisi senza un perché e di tutti gli altri privati degli affetti di una famiglia, del calore di un’aula scolastica, della stessa possibilità di avere un’infanzia.

Mi torna con prepotenza alla mente questa scena evangelica, mentre cerco di capire il dramma che si sta consumando sulla pelle di una popolazione civile stremata da otto anni di guerra.

Sì, abbiamo visto ammainare la bandiera nera dell’Isis, ma la strage degli innocenti non si ferma.

Continua con il ricorso alle armi chimiche. Continua con il coinvolgimento diretto delle grandi potenze, che – come ha osservato Papa Francesco domenica 15 aprile – “nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale”, faticano a “concordare un’azione comune in favore della pace”. Penso a quanto siano profetiche le parole del card. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, che lo scorso mese ci descriveva una situazione che vede agire sul terreno gli eserciti più potenti del mondo con linee rosse molto vicine e cacciabombardieri siriani, russi, israeliani e della coalizione di 60 Paesi a guida americana solcare i cieli.

Zenari ci testimoniava anche l’impegno rischioso e coraggioso di

tanti buoni samaritani – Chiese, organizzazioni umanitarie, Ong – disposti a farsi prossimo nelle mille forme della carità solidale,

a cui deve unirsi, secondo l’appello del Santo Padre, la nostra incessante preghiera per la giustizia e la pace.

Nel contempo, a fronte di uno scenario così preoccupante, avverto ancor più la necessità di coinvolgere la Chiesa italiana in un’iniziativa di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo. È chiaro che non si tratta semplicemente di organizzare un evento occasionale, destinato a restare fine a se stesso, ma di far la nostra parte per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana.

La pace – e torno ancora su parole di Papa Francesco – rimane un lavoro artigianale, che richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Più che in altri momenti, questo è il tempo in cui crederci fino in fondo, immaginando iniziative di incontro e di scambio, convinti che ogni volta che apriamo il cuore oltre i confini di casa torniamo arricchiti per affrontare con più forza anche le problematiche che angustiano la nostra gente.

Gualtiero Bassetti,  presidente della Cei sir 19

 

 

 

Le devozioni mariane del mese di maggio

 

Si dice comunemente che Maggio è il mese della Madonna. Se un altro mese, ottobre, è dedicato al culto della Vergine con una precisa pratica: il rosario, maggio non ha una specifica forma, ma diverse espressioni di culto. Per questo si parla di devozioni mariane del mese di maggio.

Naturalmente il rosario è la pratica più diffusa anche in tale mese, tanto che fino a poco tempo fa in tutte le chiese in tutti i 31 giorni era prevista con notevole affluenza di popolo la recita del rosario, alla quale si poteva aggiungere la benedizione eucaristica, ed è  questa la forma più nota e persistente.

 

Altre forme di devozione sono difficilmente definibili per una caratteristica piuttosto rara. Si tratta infatti di una consuetudine dalle origini assai incerte, facili a confondersi con altri usi  e pratiche. Quando ci si trova di fronte a questa incertezza ormai quasi per abitudine ci si rivolge al passato pagano: molte feste cristiane infatti prendono le mosse da culti precedenti del paganesimo che hanno suggerito la sostituzione con una festa cristiana, ovvero sono stati intenzionalmente sostituiti con ricorrenze cristiane. Il fatto non è da escludere: una connessione simbolica, anzi, un nodo di simboli viene a stringersi nel periodo in cui la vita della terra esplode nella sua massima espressione di forza e di bellezza, come il Verbo incarnato nella Vergine prorompe dalla tomba e vivifica il mondo di forza e salute.

L’abbondanza dei fiori invita all’omaggio più naturale che esprime un amore umano o un amore spirituale: era costume pagano raccogliere i fiori in ghirlande per ornare le statue delle divinità o deporle ai loro piedi, soprattutto della dea Flora. Se così fosse la nostra pratica si collegherebbe ai romani Ludi floreales o Florealia che risalgono all’età repubblicana e sono rimasti vivi in forme diverse nel periodo medievale con le tradizioni di ornare le statue di fiori, disseminare le zone sacre con fiori recisi o petali, più o meno come oggi si usa ancora in occasione di certe feste come il Corpus Domini: le infiorate, le piogge di fiori, le strade fiorite, ma non vi sono elementi sicuri per affermarlo.

Qualcuno trova un embrione della connessione tra Maria e il mese di maggio tra il secolo XIII e XIV. Si tratta anche in questo caso di una debole traccia che pare non sufficiente per stabilire una connessione certa, insieme alla testimonianza del mistico domenicano Suso che parla di una corona di rose dedicata alla statua di Maria.  

È la rosa appunto un altro elemento di questo nodo simbolico. Si tratta del fiore che per la sua bellezza, il suo profumo, la forma viene connesso alla figura di Maria, al punto che uno dei suoi epiteti è Rosa mystica: un recinto splendido che racchiude il più grande mistero della nostra fede. Maggio è detto giustamente il “mese delle rose” dal momento che nelle nostre terre fioriscono in questo periodo belle e numerose.

L’uso di ornare in questo tempo le statue dei santi e i tabernacoli, le edicole sacre con mazzi, serti, corone di fiori è un’altra di queste devozioni di maggio tuttora praticata, ma secondo Mario Righetti (Storia liturgica) la memoria più antica del mese mariano risale al 1668 ed è dovuta all’iniziativa dei domenicani di Fiesole, i cui novizi usavano in questo mese “cantare alla Vergine”, così come un tempo era uso da parte dei giovani (e lo è tuttora) cantar maggio alle ragazze, offrendo omaggi di fiori. Si hanno successive testimonianze di usi di recarsi alla chiesa parrocchiale per cantare alla Vergine nell’ora vespertina e l’usanza conobbe in seguito una diffusione rapidissima anche per opera di un piccolo libro Il mese di Maria o Il mese di maggio del gesuita Alfonso Muzzarelli nel 1785.

Altra caratteristica di questa devozione è d’aver avuto origine ed essersi radicata come forma del culto privato o domestico praticamente fino alla metà del secolo XVIII.

Il fulcro di tutte le pratiche era naturalmente il rosario che vide la sua diffusione quasi contemporaneamente alla pratica del mese di maggio. La corona del rosario era parte consistente della devozione domestica, il modo più semplice per tutti di pregare, quando la famiglia era unita dopo la cena, ovvero quando l’individuo era solo o nelle difficoltà: in viaggio, nelle attese, nelle malattie. Tale pratica ha attestazioni antiche e radicamenti (in forme diverse) anche in altre religioni. Era la preghiera che collegava la misericordia della Vergine anche al culto dei defunti, in suffragio dei quali veniva spesso recitata nelle famiglie colpite da lutti. La corona del rosario, che si regalava per la prima comunione o per le nozze, si pone ancora nelle mani dei morti componendoli per la sepoltura. In sostanza, maggio può dirsi con ottobre un secondo mese del rosario, che una volta si recitava in forma solenne nelle chiese, oppure dimessamente all’aperto, alle varie immagini, ai tabernacoli della Vergine, da gruppi di fedeli, con qualche lumino e qualche canto.

Nel periodo in cui il mese mariano comincia a diffondersi, la pratica del rosario vede la sua massima espansione in occasione della battaglia di Lepanto (1571) quando per invito del papa fu recitato dalla cristianità e divenne bandiera della vittoria sui turchi. Le due pratiche sono state sempre patrimonio della preghiera degli umili, degli analfabeti. Così le due pratiche si sono diffuse quasi compenetrandosi: la recita delle Litanie Lauretane che era una devozione del mese di maggio si è associata al rosario.

Non sono da dimenticare in questo periodo altre forme di devozione che si usano in questo mese, come le penitenze volontarie: piccoli sacrifici che si accettano e si uniscono alle preghiere con un’intenzione o la richiesta d’una grazia; i fioretti, modeste rinunce che fanno i bambini, i brevi pellegrinaggi ai santuari mariani, le indulgenze, le offerte.

La Chiesa ha accolto largamente il mese di maggio dal culto domestico e lo ha posto tra le sue forme di devozione, tanto che la pratica è entrata se non ufficialmente nella liturgia, nel vasto spazio dell’anno liturgico ed è divenuto un elemento efficace e diffuso per la santificazione del tempo.

Considerata nel suo insieme, la devozione del mese di maggio non pare avere dirette connessioni storiche con le feste floreali o altre tradizioni pagane, e nemmeno con le usanze medievali che si sono espresse e sono continuate se mai nella tradizione del maggio popolare. Difficile è trovare consonanze o richiami a manifestazioni del genere, come l’uso di proclamare la regina del maggio o la regina dei fiori: la pratica nasce con fini modesti di devozione semplice e privata, vive a lungo come appartata, in un ambito specificamente italiano, e da questa zona poi si è diffusa. La sua caratteristica è quella di prendere forme diverse nei luoghi dove si pratica, quasi senza regole, affidandosi allo spontaneo amore del popolo per la Vergine Maria. Carlo Lapucci, piaunionedeltransito

 

 

 

Don Tonino Bello nel ricordo del segretario: “Tutte le sue scelte coraggiose nascevano dalla preghiera”

 

Penso alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace. Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai suoi drammi -  Gianni Fiorentino, segretario di don Tonino Bello

 

 

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni una testimonianza su don Tonino. Solo ora mi sto rendendo conto che pur avendo toccato tanti aspetti importanti della sua vita di credente e di pastore, non ho dato il giusto risalto alla sua vita interiore, alla sua preghiera.

Spero di poter recuperare una così grave omissione con questo piccolo contributo. Anche perché – alla luce della stessa esperienza di Gesù riportata nei vangeli –

tutte le sue scelte coraggiose partono, secondo me, proprio da questo suo rapporto speciale con Dio nella preghiera. La lusinga del potere non risparmia nessuno e la si può vincere solo se si lascia entrare Dio nella vita.

Anche Gesù, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando la folla si mette sulle sue tracce per farlo re, si ritira sul monte a pregare (cfr. Gv 6, 15).

La forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, da dove proverrebbe in don Tonino se non da una sua frequentazione diuturna e sincera con Dio nella preghiera?! E così pure il suo impegno coraggioso per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, da dove lo avrebbe attinto?! Non ho dubbi: da quella sorgente di amore e di vita che è la preghiera.

Ebbene, quando ricordo don Tonino che prega non posso fare a meno di immaginarlo nella cappella dell’episcopio, una specie di piccolo cenacolo dove trascorreva i momenti più importanti della sua giornata di Vescovo in compagnia del Signore.

Era lì al mattino presto, prima di entrare nel vortice delle tante incombenze pastorali; nel pomeriggio, prima di uscire per raggiungere le varie comunità e gruppi della Diocesi; la sera, dopo cena, prima di ritirarsi nella sua cameretta.

Il tabernacolo al centro, incastonato nel meraviglioso altare dell’ottocento pieno di intarsi preziosi posto sulla parete di fronte, un inginocchiatoio davanti, sulle pareti laterali i quadretti di una modesta via crucis color argento e subito, appena si entra a sinistra, una piccola scrivania con sopra la Bibbia, il breviario, una penna e qualche foglio bianco; e accanto una libreria essenziale.

Spesso nel cuore della notte si raccoglieva in preghiera e nel clima dell’adorazione notturna, seduto a quella scrivania, scriveva le lettere, le omelie e i discorsi, i messaggi augurali di Natale e Pasqua, i programmi pastorali annuali;

quei testi bellissimi, insomma, che avevamo poi la possibilità di leggere sul nostro settimanale diocesano.

E mi pare di vederlo ancora là. Sì, perché almeno un paio di volte, svegliato da qualche rumore – quello della porta della sua stanza che si apre e quello dei suoi passi – e attratto da quell’unica luce accesa nel grande appartamento dell’episcopio ancora immerso nel buio della notte, furtivamente, a sua insaputa, mi sono avvicinato per “spiare” la sua sagoma e, quindi, la sua postura e il suo sguardo rapito in quell’atmosfera di intimità e di raccoglimento.

Mi pare di vederlo – dicevo – mentre scrive e poi si ferma a riflettere e poi ancora ripete ad alta voce gli appunti raccolti sul foglio, rivolgendo lo sguardo verso il tabernacolo come a voler strappare al suo importante Interlocutore divino una sorta di consenso: “Che ne dici? Va bene così o correggo? È un po’ anche il tuo pensiero?”.

Sembrava insomma che quello scritto fosse il frutto di una preziosa collaborazione. O che stesse lì a comporre quelle riflessioni per trattenere in quelle righe non solo le sue intuizioni geniali, ma anche il palpito del cuore di Cristo, “suo indistruttibile amore”, come lo definisce in una sua bellissima relazione.

E dire che quando gli chiedevano di parlare della sua preghiera rispondeva che era rammaricato del fatto che non riuscisse a dedicare a Dio più tempo, e che quando invece gli riusciva si accorgeva che le difficoltà pastorali si dissolvevano come “un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole”.

E comunque

una idea originalissima di preghiera lui ce l’ha lasciata nella parola “contemplattività”.

Il vero cristiano – ripeteva – è un contemplattivo perché il suo rapporto col Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. E soprattutto non fa diventare la preghiera una realtà di contorno, una cosa marginale, una sorta – diceva – di “merletto che si aggiunge al panno della propria giornata che, per questo, rischia facilmente di lacerarsi dall’abito dell’esistenza alla prima difficoltà e alla prima sofferenza”.

Tutto questo vissuto interiore, don Tonino è riuscito a trasmettercelo in maniera efficace soprattutto quando celebrava l’Eucaristia o, ancora, quando semplicemente si univa alla preghiera del suo popolo.

E penso ora alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace. Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai loro drammi. Sir 19

 

 

 

 

Il messaggio del presidente Michele Emiliano in occasione della visita in Puglia di Papa Francesco

 

Bari. “È con viva emozione che la comunità pugliese accoglie Papa Francesco, Pastore della Chiesa Universale, uomo di pace, saldo riferimento contro ogni forma di violenza, sopraffazione e degrado morale.

La Puglia che accoglie Papa Francesco è una Puglia che continua a coltivare l'ambizione ad essere una terra di frontiera, una finestra aperta sul mondo, un angolo di Europa al centro del Mediterraneo che non rinuncia ad essere crocevia di culture differenti, snodo millenario di arrivi e partenze, di emigrazioni e di immigrazioni. Una Puglia consapevole che la lotta alla povertà non può che incarnarsi in politiche e cultura dell'accoglienza, dell'inclusione e dell'inviolabilità dei diritti umani.

Santo Padre, benvenuto nella terra di Don Tonino Bello! Un uomo mite, umile, semplice, che è riuscito ad incarnare la Chiesa della prossimità, dell'accoglienza e del servizio. Un figlio del Sud, che non si è mai stancato di saldare la Terra al Cielo; di far vivere la sua dimensione spirituale anche nelle pieghe dell'impegno civile quotidiano, promuovendo la giustizia sociale, praticando una pace mai disincarnata e trascendentale, ma sempre vissuta come impegno concreto a favore della giustizia, della salvaguardia dell'ambiente, della solidarietà”.  dip

 

 

 

 

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria

 

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l'origine e le forme di una devozione popolare molto sentita. Riccardo Maccioni mercoledì 3 maggio 2017

 

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

 

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in "Las Cantigas de Santa Maria" celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (...)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata "Comunella". Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria....». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

 

L'indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio "Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei". Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica "Il mese di Maria o sia di Maggio" e di don Giuseppe Peligni.

 

Da Grignion de Montfort all'enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel "Trattato della vera devozione a Maria" san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».  Avvenire

 

 

 

Giornata vocazioni 2018. Don Gianola (Cei): “Non possono essere stimolate dall’esterno, non esiste una fecondazione artificiale”

 

Per il direttore dell'Ufficio nazionale Cei per la pastorale delle vocazioni, don Michele Gianola, "la vocazione ha a che fare con la vita, e la vita non risponde alle logiche della tecnica. Non ci sono strategie da attuare, problemi da risolvere, non dal punto di vista ingegneristico, non è così che si trasmette la vita". E ancora: "Il celibato è prezioso per la vita della Chiesa ed ha un annuncio da portare a chi vive nel matrimonio, la vita consacrata è segno importante per chi vive il ministero o il laicato, la vocazione femminile lascia emergere alcuni tratti tipici a servizio del maschile e viceversa"Riccardo Benotti

 

Un invito a leggere il messaggio di Papa Francesco, scritto per la 55ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (Gmpv), a pregare insieme e a partecipare alle tante iniziative che si svolgeranno nelle singole diocesi italiane. Don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale delle vocazioni, è nel pieno dei preparativi per la Gmpv in programma domenica 22 aprile.

Perché è stato scelto lo slogan “Dammi un cuore che ascolta”?

Lo è stato fatto in stretta consonanza con la prospettiva del Sinodo dei Vescovi: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” è il duplice invito per la preghiera di oggi. La richiesta che Salomone rivolge in sogno a YHWH è una parola che ogni giovane in discernimento vocazionale può desiderare di avere sulle labbra.

La scelta di vita, infatti, si realizza nell’ascolto del proprio cuore, alla ricerca dei desideri più veri e profondi che il Padre stesso vi ha nascosto, perché la sua volontà sia anche la nostra.

Si realizza nell’ascolto della propria storia, in quel quotidiano mai banale che diventa lo spazio reale dell’incontro con il Signore. Si realizza nell’ascolto della Parola che svela passo dopo passo la nostra identità più vera, la nostra volontà più profonda, la nostra vocazione. Ma la medesima preghiera può abitare anche la voce di chi accompagna ogni discernimento vocazionale. Un cuore che ascolta il racconto di un giovane o una giovane alla ricerca dell’orientamento da dare alla propria libertà per tutta la vita è come un orecchio teso a riconoscere tutte le sfumature dell’azione dello Spirito che plasma pensieri, sentimenti e azioni nel progressivo compimento dell’opera più importante della vita, la costruzione della vita stessa perché sia “sprecata” insieme al Figlio per la vita del mondo.

Negli ultimi dieci anni rilevati, si è registrata una flessione dei seminaristi a livello nazionale di circa il 12 per cento. Vede un’inversione di tendenza all’orizzonte?

La Gmpv è un’occasione annuale per la preghiera di tutta la Chiesa per tutte le vocazioni. Non soltanto quelle al presbiterato ma anche alla vita consacrata maschile e femminile, al matrimonio e al laicato. Il dato della flessione del numero dei seminaristi non ci deve preoccupare, preoccuparsi non è un modo evangelico di affrontare la vita.

Semmai può essere ancora una volta lo stimolo perché ci occupiamo di coltivare il grano buono che cresce, la fecondità della vita e delle scelte, possiamo guardare ai giovani non in generale o come un problema ma imparare ad annunciare loro la bellezza della vita come vocazione, della scelta della sequela di Gesù, della decisione per una vita da spendere a servizio di qualcuno, nella propria missione per la vita del mondo.

Se prendo la prospettiva dello sguardo di Gesù nel deserto di Samaria (Gv 4) vedo un’inversione di tendenza: del suo incontro con la Samaritana egli vede la fecondità, le messi che già biondeggiano. Il grano è maturo, la messe abbondante può sorgere anche per noi, a partire da incontri veri con il Risorto, da giovani accesi che sapranno raccontare la bellezza della vita cristiana, da adulti redenti che potranno testimoniare con la vita e non solo con le parole la storia della loro Salvezza. E insieme potremo vedere il fiorire di una nuova Pentecoste, anche nella nostra chiesa occidentale, altrove già si vedono frutti ulteriori.

È preoccupato del ricambio generazionale dei preti italiani?

La questione del ricambio generazionale mi sembra una questione più ampia e che interessa la nostra cultura e la nostra società tutta intera. Personalmente ho molta fiducia nei giovani e molta anche negli adulti e negli anziani capaci di essere padri e di introdurre le nuove generazioni alla vita e alle scelte.

La vita è fatta di passaggi di testimone e la fecondità della Chiesa è favorita quando le giovani generazioni possono incontrare gli adulti

di cui hanno bisogno e le generazioni più adulte – pensiamo alle nostre comunità parrocchiali, alle case di formazione, ai seminari – imparino ad essere generative, capaci di mettere al mondo, prendersi cura e lasciare andare.

 

Quali strategie vuole adottare la Chiesa italiana per stimolare le vocazioni?

La vocazione ha a che fare con la vita, e la vita non risponde alle logiche della tecnica. Non ci sono strategie da attuare, problemi da risolvere, non dal punto di vista ingegneristico, non è così che si trasmette la vita. La vita si trasmette attraverso l’amore, fatto di gesti concreti, reali, non in teoria ma nelle connessioni che si creano tra esseri umani attraverso le Parole e i Gesti capaci di comunicare e condurre nella comunione di Dio. Nessuno da solo, tutti membra dell’unico corpo che è la Chiesa, capace di accogliere e integrare, di guarire, consolare, condurre, risvegliare, rinnovare. Le vocazioni – al matrimonio, alla vita consacrata, al ministero, al laicato – vengono tutte dall’incontro con il Signore Risorto, quella è l’unica fonte.

Le vocazioni non possono essere stimolate dall’esterno, non esiste una fecondazione artificiale, l’unica loro sorgente è divina.

Per questo tocca pregare, invocare lo Spirito perché la vita di Dio venga disseppellita dai cuori che già abita, quelli di tutti gli uomini, perché ciascuno riconosca a cosa il Signore lo sta chiamando, per compiere la sua missione.

In tanti sostengono che le vocazioni stiano diminuendo perché il modello del prete così com’è stato costituito ormai è superato: c’è chi invoca il matrimonio e chi collega addirittura il celibato del sacerdote alla piaga della pedofilia…

Personalmente sostengo, invece, l’importanza dello sguardo corale e poliedrico che mi sembra molto più inerente alla Rivelazione e molto più efficace per guardare la Chiesa nella bellezza e nell’annuncio reciproco di ogni vocazione nei confronti dell’altra. Il celibato è prezioso per la vita della Chiesa ed ha un annuncio da portare a chi vive nel matrimonio, la vita consacrata è segno importante per chi vive il ministero o il laicato, la vocazione femminile lascia emergere alcuni tratti tipici a servizio del maschile e viceversa. Soltanto nella stima e nell’annuncio reciproco tra le vocazioni scorrerà vita nuova nella Chiesa e soltanto questa vita nuova che viene dal costato aperto di Cristo guarirà le ferite della sua Sposa, che ne deturpano il volto, che proprio non le appartengono.

Sir 20

 

 

 

“Lottare contro le gravi disuguaglianze e ingiustizie del mondo”

 

Appello del Papa all'udienza alla Villanova University di Philadelphia: serve una «visione universale, cattolica, dell'unità della famiglia umana»

 

Il Papa: “Combattere contro le gravi disuguaglianze e ingiustizie del mondo”

Domenico Agasso jr

 

Città del Vaticano - È quanto mai urgente una «visione universale, cattolica, della famiglia umana». Così si potrebbe attuare il forte «impegno» di «solidarietà necessaria a combattere le gravi disuguaglianze e ingiustizie che segnano il mondo». È l’appello lanciato da papa Francesco questa mattina, ricevendo in udienza in Vaticano la Villanova University di Philadelphia, la più antica comunità cattolica della Pennsylvania.  

 

L'università, dice il Pontefice, «deve confrontarsi con le complesse sfide culturali ed etiche che sorgono dai cambiamenti epocali che svolgono il nostro mondo». Gli atenei, «per loro natura, sono chiamate ad essere laboratori di dialogo e di incontro al servizio della verità, della giustizia e della difesa della dignità umana ad ogni livello». 

 

Papa Bergoglio sottolinea che «come erede della grande “scuola” agostiniana, ispirata alla ricerca della saggezza, la vostra Università venne fondata per preservare e trasmettere la ricchezza della tradizione cattolica alle nuove generazioni di studenti, che, come il giovane Agostino, sono alla ricerca del vero significato e del valore della vera vita». 

 

Per il Vescovo di Roma un aspetto «urgente di questo compito educativo è lo sviluppo di una visione universale, “cattolica” dell’unità della famiglia umana e di un impegno nella fattiva solidarietà necessaria a combattere le gravi disuguaglianze e ingiustizie che segnano il mondo odierno».  

 

Francesco ricorda poi che nessuno «meglio di Sant’Agostino ha conosciuto l’inquietudine del cuore umano finché non trova riposo in Dio che, in Gesù Cristo, ci rivela la più profonda verità sulla nostra vita e sul nostro destino ultimo». LS 14

 

 

 

Esortazione Apostolica “Gaudete et Exsultate”

 

Sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo – Versione breve

 

[INTRODUZIONE] 1. «Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. In realtà, fin dalle prime pagine della Bibbia è presente, in diversi modi, la chiamata alla santità. Così il Signore la proponeva ad Abramo: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1).

2. Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione. Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4).

 

CAPITOLO PRIMO: LA CHIAMATA ALLA SANTITÀ. I SANTI CHE CI INCORAGGIANO E CI ACCOMPAGNANO 4. I santi che già sono giunti alla presenza di Dio mantengono con noi legami d’amore e di comunione.

I SANTI DELLA PORTA ACCANTO. 6. Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo.

7. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente; in questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno. La santità della porta accanto; la classe media della santità.

IL SIGNORE CHIAMA 11. Non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili.

ANCHE PER TE 14. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.

15. Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità.

LA TUA MISSIONE IN CRISTO 19. Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo.

24. «La santità non è altro che la carità pienamente vissuta» (Benedetto XVI).

L’ATTIVITÀ CHE SANTIFICA 26. Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio.

29. Questo non implica disprezzare i momenti di quiete, solitudine e silenzio davanti a Dio.

PIÙ VIVI, PIÙ UMANI 32. Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato.

34. Non avere paura di puntare più in alto. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi» (León Bloy).

CAPITOLO SECONDO: DUE SOTTILI NEMICI DELLA SANTITÀ. LO GNOSTICISMO ATTUALE Una mente senza Dio e senza carne

38. In definitiva, si tratta di una vanitosa superficialità: molto movimento alla superficie della mente, però non si muove né si commuove la profondità del pensiero.

39. Questo può accadere dentro la Chiesa: pretendere di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto.

Una dottrina senza mistero

42. Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita.

I limiti della ragione

45. San Giovanni Paolo II metteva in guardia quanti nella Chiesa hanno la possibilità di una formazione più elevata dalla tentazione di sviluppare «un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».

IL PELAGIANESIMO ATTUALE Una volontà senza umiltà

49. Quando alcuni si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana; Dio ti invita a fare quello che puoi e «a chiedere quello che non puoi» (Sant’ Agostino).

Un insegnamento della Chiesa spesso dimenticato

52. La Chiesa ha insegnato numerose volte che non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa.

I nuovi pelagiani

58. Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. E’ forse una forma sottile di pelagianesimo.

Il riassunto della Legge

60. Perché «tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14).

CAPITOLO TERZO: ALLA LUCE DEL MAESTRO 63. “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini.

CONTROCORRENTE «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»

69. Questa povertà di spirito è molto legata con quella “santa indifferenza” che proponeva sant’Ignazio di Loyola, nella quale raggiungiamo una bella libertà interiore.

70. Essere poveri nel cuore, questo è santità.

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».

72. «La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze» (santa Teresa di Lisieux).

74. Reagire con umile mitezza, questo è santità.

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»

75. Il mondo ci propone il contrario: si spendono molte energie per scappare dalle situazioni in cui si fa presente la sofferenza.

76. Saper piangere con gli altri, questo è santità.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»

79. La parola “giustizia” può essere sinonimo di fedeltà alla volontà di Dio con tutta la nostra vita, ma se le diamo un senso molto generale dimentichiamo che si manifesta specialmente nella giustizia con gli indifesi. Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità.

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

80. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare «in ogni caso», in modo speciale quando qualcuno «talvolta si trova ad affrontare situazioni difficili che rendono incerto il giudizio morale».

82. Guardare e agire con misericordia, questo è santità.

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

85. Nelle intenzioni del cuore hanno origine i desideri e le decisioni più profondi che realmente ci muovono.

86. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

89. Non è facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate. Seminare pace intorno a noi, questo è santità.

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».

94. Le persecuzioni non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità.

Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità.

95. «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Per fedeltà al Maestro

98. Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre. Questo è essere cristiani!

Le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo

100. Purtroppo a volte le ideologie ci portano a due errori nocivi. Da una parte, quello dei cristiani che separano queste esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con il Signore, dall’unione interiore con Lui, dalla grazia.

101. Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria.

102. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica.

103. Non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero.

Il culto che Lui più gradisce

107. Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia.

108. Il consumismo edonista può giocarci un brutto tiro. Anche il consumo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli.

109. La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Raccomando vivamente di rileggere spesso questi grandi testi biblici, di ricordarli, di pregare con essi e tentare di incarnarli. Ci faranno bene, ci renderanno genuinamente felici.

 

CAPITOLO QUARTO: ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA SANTITÀ NEL MONDO ATTUALE

110. Non mi fermerò a spiegare i mezzi di santificazione che già conosciamo: i diversi metodi di preghiera, i preziosi sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione, la direzione spirituale, e tanti altri. Mi riferirò solo ad alcuni aspetti della chiamata alla santità che spero risuonino in maniera speciale.

111. Sono cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo che considero di particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi. In essa si manifestano: l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale.

112. SOPPORTAZIONE, PAZIENZA E MITEZZA

122. GIOIA E SENSO DELL’UMORISMO

129. AUDACIA E FERVORE

140. IN COMUNITÀ

147. IN PREGHIERA COSTANTE

CAPITOLO QUINTO:

COMBATTIMENTO, VIGILANZA E DISCERNIMENTO

158. La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita.

IL COMBATTIMENTO E LA VIGILANZA

159. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni. È anche una lotta costante contro il diavolo. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie.

Qualcosa di più di un mito

161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità.

Svegli e fiduciosi

162. Il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario.

La corruzione spirituale

164. Non addormentiamoci. Perché coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento.

IL DISCERNIMENTO

166. Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere. Se lo chiediamo con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacità spirituale.

Un bisogno urgente

167. Tutti, ma specialmente i giovani, sono esposti a uno zapping costante. Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento. Sempre alla luce del Signore

169. Il discernimento è necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi. Ci serve sempre. Molte volte questo si gioca nelle piccole cose.

Un dono soprannaturale

171. Anche se il Signore ci parla in modi assai diversi durante il nostro lavoro, attraverso gli altri e in ogni momento, non è possibile prescindere dal silenzio della preghiera prolungata per percepire meglio quel linguaggio, per interpretare il significato reale delle ispirazioni.

Parla, Signore

172. Solamente chi è disposto ad ascoltare ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi.

173. Non si tratta di applicare ricette o di ripetere il passato.

La logica del dono e della croce

175. Occorre chiedere allo Spirito Santo che ci liberi e che scacci quella paura che ci porta a vietargli l’ingresso in alcuni aspetti della nostra vita. Questo ci fa vedere che il discernimento non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi.

 

[CONCLUSIONE] 176. Desidero che Maria coroni queste riflessioni, perché lei ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Ella è colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, colei che conservava tutto nel suo cuore e che si è lasciata attraversare dalla spada. È la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica. La Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede. Basta sussurrare ancora e ancora: «Ave o Maria…».

177. Spero che queste pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito. Così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere. Papa Francesco, 9 aprile 2018

 

 

        

Lourdes. Quando la fede diventa poesia

 

L’AQUILA - Sono passati centosessanta anni da quella fredda mattina dell'11 febbraio 1858 quando, in un angolo remoto della Francia, nel dipartimento degli Alti Pirenei (l'antica Bigorre) una ragazzina di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous esce in compagnia di una sorella minore e un'amichetta d’un anno più giovane, per raccogliere lungo un torrente che scende dai Pirenei legna da ardere e raccattare ossi di animali da vendere per qualche moneta. E' la figlia di un mugnaio andato in rovina e imprigionato un anno prima con l'accusa di aver rubato dei sacchi di farina. Un uomo che vive insieme alla moglie e quattro figli in una stanza di pochi metri quadrati, non riscaldata e con soli due letti: una camera fredda e buia dove il buon Dio non manda i suoi raggi, per parafrasare una canzone di Fabrizio De André. La madre racimola qualche soldo facendo lavori pesanti nelle case in cui viene chiamata saltuariamente. Una miseria nera, quella della famiglia Soubirous, la stessa che un tempo c'era nelle nostre campagne, spesso tramandataci dai racconti delle nostre nonne e bisnonne.

 

Marie Bernarde - questo il vero nome dell'adolescente - è di buon carattere, ma denutrita ed analfabeta. Non ha neppure frequentato il catechismo, né fatta la prima comunione. A casa non ci sono i soldi necessari neppure per acquistare un sillabario. Non parla né comprende il francese: si esprime solo nel dialetto locale, un idioma dalla forte assonanza ispanica. E' in questa lingua che le si rivolgerà la giovane signora (petito damiselo la chiamerà) nelle diciotto apparizioni (dall'11 febbraio al 16 luglio) che dirà di avere. Nel suo peregrinare insieme alle sue due compagne alla ricerca di legna, quella mattina di febbraio, giunge vicino ad un canale, che separa le fanciulle da una grotta detta Massabielle (“la roccia vecchia”), dove si intravedono rami secchi portati dalla piena del fiume. A differenza delle sue compagne, Bernadette esita ad attraversare: la mamma le ha raccomandato di non prendere freddo per via della sua salute cagionevole. Ciò nonostante decide di togliersi le calze e le scarpe. Subito dopo...due raffiche di vento, a breve distanza l'una dall'altra, richiamano la sua attenzione in direzione della grotta, e le pare di vedere, in un incavo della roccia...qualcosa di bianco: la figura di una piccola signora.

 

Sarà l'inizio di un racconto dove sembra che il Cielo si sia immerso nella storia degli uomini. Ma sarà anche, per quella ragazzina misera e insignificante, l'inizio di un calvario giudiziario e di grandi sofferenze, sopportate eroicamente, alla luce delle promesse rassicuranti ricevute dalla giovane signora che sostiene di vedere. Niente fino a qualche tempo prima, alle viste umane, avrebbe potuto candidare quella grotta fuori mano a luogo di eventi straordinari, se si pensa che era un posto malfamato, dove pare si dessero appuntamento gli amanti per consumare i loro rapporti sessuali clandestini. Certo, si possono avere opinioni diverse su questo ed altri fenomeni simili. A me credente, in quel luogo ai piedi dei Pirenei, in una cornice paesaggistica e storica che mi ricorda molto da vicino il mio villaggio di origine ai piedi del Gran Sasso, pare sempre di fare esperienza fisica della speranza cristiana, a cui ci richiama una donna che, come alle nozze di Cana, torna ad indicarci il Figlio come risposta alle nostre inquietudini.

 

Ma ho la sensazione di incontrare, insieme alla speranza, anche la poesia allo stato puro. Mi sembra di toccare con mano il mistero e... la fiaba. Il mistero di un Dio che irrompe nella storia degli uomini, e la contamina; la fiaba di una giovane e sorridente regina che per consegnare il suo messaggio sceglie una ragazzina povera e ignorante (come la piccola fiammiferaia della storia di Andersen), alla quale si rivolge come nessuna persona prima aveva fatto, con ineffabile dolcezza, e dandole addirittura il “Voi”. Il credente sensibile all'arte non vi vede solo il riflesso di un Dio che si è fatto carne, ma anche l'immagine di un Cristo che si fa...favola. Ma non la “favola bella” dell'illusione poetica di Gabriele D'Annunzio, ma la favola vera di una regina che ci si fa incontro per accompagnarci lungo il cammino della vita e verso la gioia senza fine.

 

Nel suo ultimo libro su Lourdes dal titolo Bernadette non ci ha ingannati, Vittorio Messori ci ricorda che se Lourdes è vera, se la piccola e giovanissima “demoiselle” giunta dal Cielo è davvero apparsa in quella grotta adibita a rifugio comunale dei porci del villaggio, «allora sono vere anche tutte le verità della Chiesa Cattolica» e «questa grotta è dunque il salvagente regalato ai credenti in questa difficile modernità». Ci segnala altresì, il Messori, che Lourdes ricorda a cristiani distratti che il Vangelo non è un'astratta teoria, né una filosofia, né un progetto sociale, tanto meno un'ideologia, ma una rivelazione che deve abbracciare l'intera esistenza. Il celebre scrittore cattolico ci informa anche - circostanza che mai avrei immaginato - che la bellissima signorina che appare («Aquerò», cioè «quella là» nel dialetto della Bigorre, l'unica lingua che Bernadette conosce, ma soprattutto «el petito damiselo», cioè «la piccola signorina», come la ragazzina ripete spesso), quasi sempre sorridente, almeno in tre occasioni addirittura ride di cuore. Ride alla seconda apparizione, quando Bernadette, nell'evenienza che si tratti di un fenomeno diabolico, cerca di spruzzarle addosso l'acqua santa. Ride anche alla terza apparizione, quando la veggente, dietro suggerimento, porge all'affascinante signorina carta e penna affinché scriva il suo nome, ricevendone per tutta risposta uno scoppio di «riso, cristallino come quello di una bambina». Ed è a questo punto che la Vergine, che non si è ancora rivelata, scende dall'ogiva, in alto, si porta all'altezza della piccola veggente, e le due ragazze, l'una di fronte all'altra, continuano a ridere con la complicità di due coetanee. La giovanissima Vergine ride perfino nel momento più solenne, il 25 marzo, quando rivela a Bernadette di essere l'Immacolata Concezione.

 

Che dire? Teologia avvolta dalla poesia...A completare la bellissima “fiaba”, mi piace ricordare la toccante descrizione - sempre riferita da Messori nell'opera citata - fatta di Bernadette da un giovane e facoltoso notabile di Lourdes, Jean-Baptiste Estrade, dapprima scettico, poi letteralmente rapito (e lo sarà per tutta la vita!), dopo aver assistito, spinto dalla sola curiosità, alla settima apparizione, quella del 23 febbraio 1858: «I suoi occhi divennero splendenti, un sorriso angelico apparve sulle sue labbra, una grazia indescrivibile, da regina, si sparse per tutta la sua persona, pur coperta com'era di poveri stracci. Mi sembrava che la sua anima si sforzasse di uscire dalla prigione del corpo per raggiungere ciò che vedeva...». Due piccole regine, dunque, una ricoperta di stracci, l'altra avvolta di luce, che s'incontrano in una vecchia porcilaia. Autentica, profonda, irripetibile poesia...Ai piedi dei Pirenei Maria si mostra come una ragazza dolce e sorridente, a tratti perfino allegra e gioviale, che parla di cose profondamente serie con una sua coetanea. Il fascino che promana da questa circostanza è la cifra stessa del mistero.

 

A Lourdes, come in nessun altro luogo sacro - lo dico con il fiato sospeso -, ho avuto l'impressione di leggere il quinto Vangelo, quello che ciascun cristiano, nella prosaicità della vita ordinaria - in famiglia e nel luogo di lavoro - è chiamato a scrivere con la sua vita mettendo in pratica i precetti dei quattro Vangeli canonici. Ma per riconoscere questa profonda verità occorre farsi bambini. Anche l'intellettuale cristiano deve farsi semplice come quell'adolescente di nome Bernadette. Ci si può chiedere: perché il fenomeno è avvenuto in quel preciso giorno? Perché in quel villaggio? Perché in quel posto? Perché quella fanciulla? Ho spesso pensato che forse bisognerebbe riscrivere la storia degli ultimi secoli alla luce di...questa Luce. E sarebbe ugualmente una storia degli uomini, ma illuminata dalla volontà di un Padre che incarica la sua figlia prediletta di additare ad altri suoi figli la via della felicità.

 

La lezione che ci viene da Lourdes è che Dio si nasconde tra le pieghe della storia, come l'autentica bellezza si cela tra le pieghe del tempo. Il cristianesimo è un guanto...rigirato, una verità nascosta ai sapienti e svelata ai piccoli. I cristiani hanno spesso commesso l'errore di collocare lo spirito troppo in alto, forse per metterlo al riparo dai colpi degli avversari; ma così facendo lo hanno allontanato dall'orizzonte dei loro contemporanei. Lo devono riportare in basso, a contatto con la vita vera, nelle periferie esistenziali di questa difficile ma pur sempre interessante modernità. Del resto, lo Spirito soffia dove vuole...E' con questa disposizione d'animo che sono andato l'ultima volta in questa piccola capitale mariana, e nel rivolgere lo sguardo da lontano a quella grotta, prima di lasciarla, è maturata nel mio cuore un'invocazione, tra la preghiera e lo slancio lirico, che solo più tardi si è palesata, sgorgando dall'anima come un rigagnolo di quell'acqua nella quale ci si bagna, e che sempre ci ottiene il miracolo di rinfrescare i nostri pensieri e placare le nostre ansie. Giuseppe Lalli

 

 

 

 

“La misericordia apre alla speranza, crea speranza e si nutre di speranza”. Incontro del Santo Padre con i Missionari della Misericordia

 

Il Santo Padre Francesco ha incontrato oltre 550 Missionari della Misericordia provenienti dai 5 Continenti, riuniti a Roma per il secondo Incontro con il Papa, organizzato dall’8 all’11 aprile dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Ecco il suo discorso

 

Cari Missionari, benvenuti, grazie, e spero che coloro che sono stati nominati vescovi non abbiano perso la capacità di “misericordiare”. Questo è importante. Per me è una gioia incontrarvi dopo la bella esperienza del Giubileo della Misericordia. Come ben sapete, al termine di quel Giubileo straordinario il vostro ministero si sarebbe dovuto concludere. Eppure, riflettendo sul grande servizio che avete reso alla Chiesa, e su quanto bene avete fatto e offerto a tanti credenti con la vostra predicazione e soprattutto con la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, ho ritenuto opportuno che ancora per un po’ di tempo il vostro mandato potesse essere prolungato. Ho ricevuto molte testimonianze di conversioni che si sono realizzate tramite il vostro servizio. E voi siete testimoni di questo.

Davvero dobbiamo riconoscere che la misericordia di Dio non conosce confini e con il vostro ministero siete segno concreto che la Chiesa non può, non deve e non vuole creare alcuna barriera o difficoltà che ostacoli l’accesso al perdono del Padre. Il “figliol prodigo” non è dovuto passare per la dogana: è stato accolto dal Padre, senza ostacoli. Ringrazio Monsignor Fisichella per le sue parole di introduzione, e i collaboratori del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione per aver organizzato queste giornate di preghiera e di riflessione. Estendo il mio pensiero a quanti non sono potuti venire, perché si sentano comunque partecipi e, pur se a distanza, giunga anche a loro il mio apprezzamento e il mio ringraziamento.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni per dare maggior sostegno alla responsabilità che ho messo nelle vostre mani, e perché il ministero della misericordia che siete chiamati a vivere in modo del tutto particolare possa esprimersi al meglio, secondo la volontà del Padre che Gesù ci ha rivelato, e che alla luce di Pasqua acquista il suo senso più compiuto. E con queste parole – il discorso sarà forse un po’ lungo –vorrei sottolineare la dottrina del vostro ministero, che non è un’idea – “facciamo questa esperienza pastorale e poi vedremo come va” –, no. È un’esperienza pastorale che ha dietro una vera e propria dottrina.

Una prima riflessione mi viene suggerita dal testo del profeta Isaia dove si legge: «Al tempo della benevolenza ti ho risposto, nel giorno della salvezza ti ho aiutato. […] il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri. Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,8.13-15). È un testo intriso del tema della misericordia. La benevolenza, la consolazione, la vicinanza, la promessa di amore eterno…: sono tutte espressioni che intendono esprimere la ricchezza della misericordia divina, senza poterla esaurire in un solo aspetto.

San Paolo, nella sua seconda lettera ai Corinzi, riprendendo questo testo di Isaia, lo attualizza e sembra volerlo applicare proprio a noi. Scrive così: «Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: “Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (6,1-2). La prima indicazione offerta dall’Apostolo è che noi siamo i collaboratori di Dio. Quanto intensa sia questa chiamata è facile verificarlo. Alcuni versetti prima, Paolo aveva espresso lo stesso concetto dicendo: «In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo – sembra che sia in ginocchio – in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (5,20). Il messaggio che noi portiamo come ambasciatori a nome di Cristo è quello di fare pace con Dio. Il nostro apostolato è un appello a cercare e ricevere il perdono del Padre. Come si vede, Dio ha bisogno di uomini che portino nel mondo il suo perdono e la sua misericordia. È la stessa missione che il Signore risorto ha dato ai discepoli all’indomani della sua Pasqua: «Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,21-23). Questa responsabilità posta nelle nostre mani – noi ne siamo responsabili! – richiede uno stile di vita coerente con la missione che abbiamo ricevuto. È sempre l’Apostolo che lo ricorda: «Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero» (2 Cor 6,3).

Essere collaboratori della misericordia, quindi, presuppone di vivere l’amore misericordioso che noi per primi abbiamo sperimentato. Non potrebbe essere altrimenti. In tale contesto, mi tornano alla mente le parole che Paolo, alla fine della sua vita, ormai vecchio, scriveva a Timoteo, il suo fedele collaboratore che lascerà come suo successore nella comunità di Efeso. L’Apostolo ringrazia il Signore Gesù per averlo chiamato al ministero (cfr 1 Tm 1,12); confessa di essere stato un «bestemmiatore, un persecutore e un violento»; eppure – dice – «mi è stata usata misericordia» (1,13). Io vi confesso che tante volte, tante volte mi fermo su questo versetto: “Sono stato trattato con misericordia”. E a me questo fa bene, mi dà coraggio. Per così dire, sento come l’abbraccio del Padre, le carezze del Padre. Ripetere questo, a me personalmente, dà tanta forza, perché è la verità: anch’io posso dire “sono stato trattato con misericordia”. La grazia del Signore è stata sovrabbondante in lui; ha agito in modo tale da fargli comprendere quanto fosse peccatore e, a partire da qui, fargli scoprire il nucleo del Vangelo. Perciò scrive: «Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità» (1,15-16). L’Apostolo, al termine della vita, non rinuncia a riconoscere chi era, non nasconde il suo passato. Avrebbe potuto fare l’elenco di tanti successi, nominare tante comunità che aveva fondato…; invece, preferisce sottolineare l’esperienza che più lo ha colpito e segnato nella vita. A Timoteo indica la strada da percorrere: riconoscere la misericordia di Dio anzitutto nella propria esistenza personale. Non si tratta certo di adagiarsi sul fatto di essere peccatori, quasi a volersi ogni volta giustificare, annullando così la forza della conversione. Ma bisogna sempre ripartire da questo punto fermo: Dio mi ha trattato con misericordia. È questa la chiave per diventare collaboratori di Dio. Si sperimenta la misericordia e si è trasformati in ministri della misericordia. Insomma, i ministri non si mettono sopra gli esempio della Curia romana: parliamo tanto male della Curia romana, ma qui dentro ci sono dei santi.

Un cardinale, Prefetto di una Congregazione, ha l’abitudine di andare a confessare a Santo Spirito in Sassia due, tre volte alla settimana – ha il suo orario fisso – e lui un giorno, spiegando, disse: Quando io mi accorgo che una persona incomincia a fare fatica nel dire, e io ho compreso di che cosa si tratta, dico: “Ho capito. Vai avanti”. E quella persona “respira”. È un bel consiglio: quando si sa di che si tratta, “ho capito, vai avanti”. Qui acquista tutto il suo significato la bella espressione del profeta Isaia: «Al tempo della benevolenza ti ho risposto, nel giorno della salvezza ti ho aiutato» (49,8). Il Signore, infatti, risponde sempre alla voce di chi grida a Lui con cuore sincero. Quanti si sentono abbandonati e soli possono sperimentare che Dio va loro incontro. La parabola del figlio prodigo racconta che «quando ancora era lontano suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro» (Lc 15,20). E gli si gettò al collo. Dio non sta ozioso ad aspettare il peccatore: corre verso di lui, perché la gioia di vederlo tornare è troppo grande, e Dio ha questa passione di gioire, gioire quando vede arrivare il peccatore. Sembra quasi che Dio stesso abbia un “cuore inquieto” fino a quando non ha ritrovato il figlio che era andato perduto. Quando accogliamo il penitente, abbiamo bisogno di guardarlo negli occhi e ascoltarlo per permettergli di percepire l’amore di Dio che perdona nonostante tutto, lo riveste dell’abito da festa e dell’anello segno di appartenenza alla sua famiglia (cfr v. 22).

Il testo del profeta Isaia ci aiuta a fare un altro passo nel mistero della riconciliazione, là dove dice: «Colui che ha misericordia di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti dell’acqua» (49,10). La misericordia, che esige l’ascolto, permette poi di guidare i passi del peccatore riconciliato. Dio libera dalla paura, dall’angoscia, dalla vergogna, dalla violenza. Il perdono è realmente una forma di liberazione per restituire la gioia e il senso della vita. Al grido del povero che invoca aiuto, corrisponde il grido del Signore che promette ai prigionieri la liberazione e a quelli che sono nelle tenebre dice: «Venite fuori» (49,9). Un invito a uscire dalla condizione di peccato per riprendere la veste di figli di Dio. Insomma, la misericordia liberando restituisce la dignità. Il penitente non indugia nel compatirsi per il peccato compiuto; e il sacerdote non lo colpevolizza per il male di cui è pentito; piuttosto, lo incoraggia a guardare al futuro con occhi nuovi, conducendolo “alle sorgenti dell’acqua” (cfr 49,10). Ciò significa che il perdono e la misericordia permettono di guardare di nuovo alla vita con fiducia e impegno. È come dire che la misericordia apre alla speranza, crea speranza e si nutre di speranza. La speranza è anche realistica, è concreta. Il confessore è misericordioso anche quando dice: “Vai avanti, vai, vai”. Gli dà la speranza. “E se succede qualcosa?” – Torni, non c’è problema. Il Signore ti aspetta sempre. Non avere vergogna di tornare, perché il cammino è pieno di pietre e di bucce di banana che ti fanno fare la scivolata.

Sant’Ignazio di Loyola – permettetemi un po’ di pubblicità di famiglia – ha un insegnamento significativo in proposito, perché parla della capacità di far sentire la consolazione di Dio. Non c’è solo il perdono, la pace, ma anche la consolazione. Scrive così: «La consolazione interna […] scaccia ogni turbamento e attrae interamente all’amore del Signore. Questa consolazione illumina alcuni, ad altri scopre molti segreti. Infine, con essa tutte le pene sono piacere, tutte le fatiche riposo. A chi cammina con questo fervore, con questo ardore e questa consolazione interiore non c’è carico tanto grande che non appaia leggero, né penitenza né altra pena così grande che non sia dolcissima. Questa consolazione ci rivela il cammino che dobbiamo seguire e quello che dobbiamo fuggire – ripeto: questa consolazione ci rivela il cammino che dobbiamo seguire e quello da cui dobbiamo fuggire. Bisogna imparare a vivere in consolazione –. Essa – continua Ignazio – non è sempre in nostro potere; viene in alcuni momenti determinati secondo il disegno di Dio. E tutto questo per nostra utilità» (Lettera a sr. Teresa Rejadell, 18 giugno 1536: Epistolario 99-107). È bene pensare che proprio il sacramento della Riconciliazione possa diventare un momento favorevole per far percepire e crescere la consolazione interiore, che anima il cammino del cristiano. E mi viene da dire questo: noi, con la “spiritualità delle lamentele”, corriamo il rischio di perdere il senso della consolazione. Anche di perdere quell’ossigeno che è vivere in consolazione. A volte è forte, ma sempre c’è una consolazione minima che è data a tutti: la pace. La pace è il primo grado di consolazione. Non bisogna perderlo. Perché è proprio l’ossigeno puro, senza smog, del nostro rapporto con Dio. La consolazione. Dalla più alta alla più bassa, che è la pace.

Ritorno alle parole di Isaia. Vi troviamo poi i sentimenti di Gerusalemme che si sente abbandonata e dimenticata da Dio: «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,13- 15). Per un verso, appare strano questo rimprovero rivolto al Signore di aver abbandonato Gerusalemme e il suo popolo. Con molta più frequenza, si legge nei profeti che è il popolo ad abbandonare il Signore. Geremia è molto chiaro in proposito quando dice: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (2,13). Il peccato è abbandonare Dio, voltargli le spalle per guardare solo a sé stessi. Una drammatica fiducia in sé, che fa crepe da tutte le parti e non è in grado di portare stabilità e consistenza alla vita. Sappiamo che questa è l’esperienza quotidiana che viviamo in prima persona. Eppure, ci sono momenti in cui realmente si sente il silenzio e l’abbandono di Dio. Non solo nelle grandi ore oscure dell’umanità di ogni epoca, che fanno sorgere in molti l’interrogativo sull’abbandono di Dio.

Penso adesso alla Siria di oggi, per esempio. Avviene che anche nelle vicende personali, persino in quelle dei santi, si possa fare l’esperienza dell’abbandono. Che triste esperienza quella dell’abbandono! Essa ha diversi gradi, fino al distacco definitivo per il sopraggiungere della morte. Sentirsi abbandonati porta alla delusione, alla tristezza, a volte alla disperazione, e alle diverse forme di depressione di cui oggi tanti soffrono. Eppure, ogni forma di abbandono, per paradossale che possa sembrare, è inserita all’interno dell’esperienza dell’amore. Quando si ama e si sperimenta l’abbandono, allora la prova diventa drammatica e la sofferenza possiede tratti di violenza disumana. Se non è inserito nell’amore, l’abbandono diventa privo di senso e tragico, perché non trova speranza. È necessario, quindi, che quelle espressioni del profeta sull’abbandono di Gerusalemme da parte di Dio siano collocate nella luce del Golgota. Il grido di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), dà voce all’abisso dell’abbandono. Il Padre però non gli risponde. Le parole del Crocifisso sembrano risuonare nel vuoto, perché questo silenzio del Padre per il Figlio è il prezzo da pagare perché nessuno più si senta abbandonato da Dio. Il Dio che ha amato il mondo al punto di dare il suo Figlio (cfr Gv 3,16), al punto di abbandonarlo sulla croce, non potrà mai abbandonare nessuno: il suo amore sarà sempre lì, vicino, più grande e più fedele di ogni abbandono. Isaia, dopo aver ribadito che Dio non si dimenticherà del suo popolo, conclude affermando: «Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (49,16). Incredibile: Dio ha “tatuato” sulla sua mano il mio nome. È come un sigillo che mi dà certezza, con il quale promette che non si allontanerà mai da me. Sono sempre dinanzi a Lui; ogni volta che Dio guarda la sua mano, si ricorda di me, perché vi ha inciso il mio nome! E non dimentichiamo che mentre il profeta scrive, Gerusalemme è realmente distrutta; il tempio non esiste più; il popolo è schiavo in esilio. Eppure il Signore dice: «Le tue mura sono sempre davanti a me» (ibid.). Sul palmo della mano di Dio le mura di Gerusalemme sono solide come fortezza inespugnabile. L’immagine vale anche per noi: mentre la vita si distrugge sotto l’illusione del peccato, Dio mantiene viva la sua salvezza e viene incontro con il suo aiuto. Sulla sua mano paterna ritrovo la mia vita rinnovata e proiettata verso il futuro, ricolma dell’amore che solo Lui può realizzare. Ritorna alla mente anche il libro dell’amore, il Cantico dei Cantici, dove troviamo un’espressione simile a quella richiamata dal profeta: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio» (8,6).

Come si sa, la funzione del sigillo era quella di impedire che qualcosa di intimo potesse essere violato; nella cultura antica era assunto come immagine per indicare che l’amore tra due persone era talmente solido e stabile da continuare oltre la morte. Continuità e perennità sono alla base dell’immagine del sigillo che Dio ha posto su di sé per impedire che qualcuno possa pensare di essere da Lui abbandonato: «Io non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Sigillo. Tatuaggio. E finisco. È questa certezza tipica dell’amore che siamo chiamati a sostenere in quanti si avvicinano al confessionale, per dare loro la forza di credere e sperare. La capacità di saper ricominciare da capo, nonostante tutto, perché Dio prende ogni volta per mano e spinge a guardare avanti. La misericordia prende per mano, e infonde la certezza che l’amore con cui Dio ama sconfigge ogni forma di solitudine e di abbandono. Di questa esperienza, che inserisce in una comunità che accoglie tutti e sempre senza alcuna distinzione, che sostiene chiunque è nel bisogno e nelle difficoltà, che vive la comunione come fonte di vita, i Missionari della misericordia sono chiamati a essere interpreti e testimoni.

Nelle scorse settimane, mi ha particolarmente colpito una Colletta del tempo quaresimale (Mercoledì della IV settimana), che in qualche modo sembra fare sintesi di queste riflessioni. La condivido con voi, perché possiamo farla diventare nostra preghiera e stile di vita: «O Padre, che dai la ricompensa ai giusti e non rifiuti il perdono ai peccatori pentiti, ascolta la nostra supplica: l’umile confessione delle nostre colpe ci ottenga la tua misericordia». Amen.

E vorrei finire con due aneddoti di due grandi confessori, ambedue a Buenos Aires.

Uno, un sacramentino, che aveva avuto lavori importanti nella sua congregazione, è stato provinciale, ma sempre trovava tempo per andare al confessionale. Io non so quanti, ma la maggioranza del clero di Buenos Aires andava a confessarsi da lui. Anche quando san Giovanni Paolo II era a Buenos Aires e ha chiesto un confessore, dalla Nunziatura hanno chiamato lui. Era un uomo che ti dava il coraggio di andare avanti. Io ne ho fatto esperienza perché mi sono confessato da lui nel tempo in cui ero provinciale, per non farlo con il mio direttore gesuita… Quando cominciava “bene, bene, sta bene”, e ti incoraggiava: “Va’, va’!”. Com’era buono. E’ morto a 94 anni e ha confessato fino a un anno prima, e quando non c’era in confessionale si suonava e lui scendeva. E un giorno, io ero vicario generale e sono uscito dalla mia stanza, dove c’era il fax – lo facevo tutte le mattine presto per vedere le notizie urgenti –, era la domenica di Pasqua e c’era un fax: “Ieri, mezzora prima della veglia pasquale, è venuto a mancare il padre Aristi”, così si chiamava… Sono andato a pranzo alla casa di riposo dei sacerdoti a fare la Pasqua con loro e al rientro sono andato alla chiesa che era al centro della città, dove c’era la veglia funebre. C’era la bara e due vecchiette che pregavano il rosario. Mi sono avvicinato, e non c’era nessun fiore, niente. Pensavo: ma questo è il confessore di tutti noi! Questo mi ha colpito. Ho sentito quanto brutta è la morte. Sono uscito e sono andato a 200 metri, dove c’era un posto di fiori, quelli che ci sono nelle strade, ho comprato alcuni fiori e sono tornato. E, mentre mettevo i fiori lì presso la bara, ho visto che nelle mani aveva il rosario… Il settimo comandamento dice: “Non rubare”. Il rosario è rimasto là, ma mentre facevo finta di sistemare i fiori ho fatto così e ho preso la croce. E le vecchiette guardavano, quelle vecchiette. Quella croce la porto qui con me da quel momento e chiedo a lui la grazia di essere misericordioso, la porto con me sempre. Questo sarà stato nell’anno ’96, più o meno. Gli chiedo questa grazia. Le testimonianza di questi uomini sono grandi.

Poi l’altro caso.

Questo è vivo, 92 anni. E’ un cappuccino che ha la coda dei penitenti, di tutti i colori, poveri, ricchi, laici, preti, qualche vescovo, suore… tutti, non finisce mai. E’ un gran perdonatore, ma non un “manica larga”, un gran perdonatore, un gran misericordioso. E io sapevo questo, lo conoscevo, due volte sono andato al santuario di Pompei dove lui confessava a Buenos Aires, e l’ho salutato. Adesso ha 92 anni. In quel tempo ne avrà avuti, quando è venuto da me, 85. E mi ha detto: “Voglio parlare con te perché ho un problema. Ho un grande scrupolo: a volte mi viene da perdonare troppo”. E mi spiegava: “Io non posso perdonare una persona che viene a chiedere il perdono e dice che vorrebbe cambiare, che farà di tutto, ma non sa se ce la farà… Eppure io perdono! E a volte mi viene un’angoscia, uno scrupolo…”. E gli ho detto: “Cosa fai quando ti viene questo scrupolo?”. E lui mi ha risposto così: “Vado in cappella, nella cappella interna del convento, davanti al tabernacolo, e sinceramente chiedo scusa al Signore: “Signore, perdonami, oggi ho perdonato troppo. Perdonami… Ma bada bene che sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Così pregava quell’uomo. Francesco

 

 

 

Incontro a Brescia degli Scalabriniani, in cammino verso il XV Capitolo Generale    

 

Brescia - La congregazione scalabriniana, operante nelle varie aree geografiche del mondo, sta dedicando in questi giorni un tempo di riflessione in vista il prossimo Capitolo Generale previsto dal 9 ottobre al 4 novembre 2018. L’incontro annuale dei missionari che svolgono il loro servizio missionario in Europa ed Africa si è svolto a Brescia dal 9 al 12 aprile. La novità di quest’anno sta nell’aver programmato le assemblee scalabriniane annuali in contemporanea dal Nord al Sud America, dall’Europa all’Asia, focalizzando la riflessione “comune” sui pilastri dell’azione missionaria scalabriniana tra e con i migranti e i rifugiati nei trenta paesi dove si trovano i missionari.

 

Le sfide alle quali si è chiamati a rispondere, ha evidenziato il superiore generale P. Alessandro Gazzola, intervenuto all’assemblea di Brescia, sono, tra le altre, l’interculturalità e lo slancio missionario, sempre da rinnovare, dato che “i fenomeni migratori moderni ci spingono a trovare forme sempre nuove di dialogo interculturale, ad intra e ad extra, e maniere concrete di mantenere vivo lo spirito missionario che cerca creativamente di vivere la comunione nella diversità”. Accanto a questo, ha concluso p. Gazzola, appare “sempre più urgente una preparazione pastorale-missionaria specifica, ossia competenze ben definite (dialogo interculturale e interreligioso, apertura alle nuove “agorà”) e una continua ricerca dei mezzi più adeguati per preparare i futuri missionari”, senza dimenticare una conoscenza e capacità di adattamento ai diversi modelli di vita ecclesiale e attività missionaria-pastorale.

 

“Destinatari della nostra azione pastorale – ribadisce P. Gianni Borin, superiore regionale dei missionari di Europa ed Africa - sono i migranti e i rifugiati, certo, ma anche la Chiesa e la società di arrivo delle persone migranti, quindi gli autoctoni. Per questo, oltre all’accoglienza, si tratta di curare la formazione al dialogo e l’animazione interculturale del territorio”. Per rendere quindi più efficace e significativa la missione propria dell’istituto, “è parte essenziale lasciare spazio, anzi cercare con libertà e disponibilità il confronto, la verifica e il cambiamento, anche profondo, delle strutture e delle nostre persone”, sottolinea p. Borin. Nei contesti multietnici che caratterizzano e sfidano soprattutto le grandi metropoli dell’Unione Europea, con 54,4 milioni di migranti internazionali, circa l’11% della popolazione totale dell’UE28, “intendiamo realizzare dei cosiddetti Poli Missionari Integrati - evidenzia p. Borin - ovvero delle presenze qualificate, che dispongano di diversi strumenti per un approccio integrato e integrale delle migrazioni. In varie metropoli dell’Europa e dell’Africa cerchiamo, per questo motivo, di coordinare l’azione pastorale per vari gruppi linguistico-culturali, lo studio e la ricerca, i media, l’advocacy e la cooperazione allo sviluppo, l’animazione giovanile e vocazionale e la promozione dei laici e delle comunità locali”. Una maniera, questa, per “valorizzare maggiormente le risorse – conclude il superiore dei missionari di Europa e Africa - ma anche le competenze, il personale e le strutture, permettendo un’azione carismatica più incisiva sul territorio e incoraggiare inoltre il dialogo e la comunione tra i confratelli”. 

M.o. 12

 

 

 

Mons. Forte: Francesco e i “santi della porta accanto”. Sull’Esortazione Apostolica di Papa Francesco

 

Datata 19 Marzo 2018 e pubblicata lo scorso 9 Aprile, l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco Gaudete et Exultate ha come obiettivo quello di “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità” (n. 2). La prima domanda che il Papa si pone è quella su che cosa debba intendersi per “chiamata alla santità”: si tratta del progetto di vita voluto da Dio per ognuno di noi, in base al quale si possa essere come Lui ci desidera, pienamente umani e protesi verso la meta della comunione con Lui, iniziata in questa vita e portata a compimento nella città celeste. Papa Francesco vuole presentare la concretezza e l’accessibilità a tutti di questo progetto, tanto che fra i santi “può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine. Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore” (n. 3). È in questo senso che Francesco parla dei “santi della porta accanto”: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’” (n. 7). La santità così intesa è per Papa Francesco “il volto più bello della Chiesa. Ma anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti, lo Spirito suscita segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo” (n. 9). La santità cui siamo tutti chiamati è insomma umile, feriale, accessibile a ognuno, e non ha bisogno di garanzie di appartenenza, tanto che la si può trovare dappertutto, anche fuori della comunità ecclesiale. Essa si costruisce attraverso piccoli gesti: “Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: No, non parlerò male di nessuno. Questo è un passo verso la santità. Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se è stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il rosario e prega con fede. Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo è un passo avanti” (n. 16). Con il linguaggio semplice della quotidianità Papa Francesco invita tutti a rispondere al disegno che ci fa veramente uomini, quel disegno che è appunto la chiamata alla santità.

Per realizzare questa risposta quello che conta, afferma ancora il Papa, è “compiere azioni ordinarie in un modo straordinario” (n. 17), con tutto l’amore di cui siamo capaci. In tal senso, si deve pensare a uno stile di santità “che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione” (n. 31). Si può comprendere, di conseguenza, quali siano i nemici della santità: la presunzione di ridurla a un processo puramente intellettuale (gnosticismo) e quella di raggiungerla con le nostre sole forze, secondo la pretesa dell’eresia di Pelagio, monaco teologo che operò fra il IV e il V secolo (pelagianesimo). “Lo gnosticismo è una delle peggiori ideologie, poiché, mentre esalta indebitamente la conoscenza o una determinata esperienza, considera che la propria visione della realtà sia la perfezione” (n. 40): esso rende la santità un lusso riservato a pochi e alla fine inconsistente. Quanti, invece, hanno una mentalità “pelagiana”, “benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri” (n. 49). Francesco insiste invece sul fatto che non si può essere santi senza l’aiuto di Dio: “La Chiesa ha insegnato numerose volte che non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa” (n. 52). Non sono i nostri meriti a salvarci, ma la grazia dell’Altissimo: “Nei confronti di Dio in senso strettamente giuridico non c’è merito da parte dell’uomo. Tra Lui e noi la disuguaglianza è smisurata. La sua amicizia ci supera infinitamente, non può essere comprata da noi con le nostre opere e può solo essere un dono della sua iniziativa d’amore” (n. 54). In tal modo Francesco evidenzia come l’assoluto primato della grazia divina, che sta al centro e al cuore della riforma protestante, sia anche l’ispirazione più profonda della fede e della morale cattolica! E questo è ancor più importante ricordarlo in un’epoca come la nostra in cui la pretesa del fare tutto da sé è fascinosa, con conseguenze spesso drammatiche di fallimento e di infelicità.

Nel descrivere, poi, lo stile di vita della santità, il Papa rimanda a Gesù, che “ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini. Esse sono come la carta d’identità del cristiano” (n. 63). Alla base c’è la coscienza di essere tutti oggetto dell’infinita misericordia di Dio: “Occorre pensare che tutti noi siamo un esercito di perdonati” (n. 82). Questa consapevolezza libera da pretese e azzardi pieni di superbia, e dona gioia e pace al cuore: “Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza” (n. 122). E ciò perché nella sua vera essenza “la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione” (n. 147). Questa visione positiva e serena non ha, però, nulla di ingenuo: “La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita” (n. 158). Nella tensione che tutto ciò comporta risulta decisivo il cammino del discernimento, nutrito di preghiera: esso “richiede di partire da una disposizione ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi. Solamente chi è disposto ad ascoltare ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi” (n. 172). Allora, ci si apre a riconoscere Dio all’opera nella nostra vita e nulla può più impedirci di vivere nel Suo amore, sperimentando quella libertà donata, che è nel più profondo la Sua grazia e il dono della santità cui Egli chiama. Una promessa per la solitudine di cui siamo tutti più o meno malati al nostro tempo segnato dall’ambizione e dalla fretta, una sfida ad abbandonare le nostre presunzioni, più o meno frutto di pregiudizi ideologici, per abbandonarci all’amore di Dio, che solo non conosce confini. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il Sole 24 Ore, domenica 15 aprile

 

 

 

 

Edizione speciale dell'Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate

di papa Francesco

 

Con Introduzione firmata dal teologo Maurizio Gronchi. La pubblicazione contiene dettagliati Indici curati da Giuliano Vigini. In Appendice la lettera "Placuit Deo" della Congregazione per la Dottrina delle Fede sugli aspetti salienti della salvezza cristiana.

 

Milano - Il Gruppo Editoriale San Paolo propone un'edizione speciale dell'Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate ("Gioite ed Esultate") del Papa, disponibile in libreria a partire dal 16 aprile e in allegato con i numeri di Famiglia Cristiana e Credere in uscita in edicola il 19 aprile.

 

Il tema principale dell'Esortazione riguarda la santità e la vocazione: la chiamata alla santità è per tutti i battezzati. L'argomento è contenuto nel capitolo V della costituzione conciliare Lumen gentium, da cui il Pontefice ha più volte tratto spunto per le sue catechesi e per il suo Magistero sul "popolo santo e fedele di Dio".

 

Cos'è la santità? Lo spiega papa Francesco: «È qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi».

 

L'Esortazione - articolata in cinque capitoli e 177 paragrafi - sottolinea anche l'importanza dei laici all'interno della Chiesa: «I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro».

 

L'edizione speciale del Gruppo Editoriale San Paolo è impreziosita dall'Introduzione e da una guida alla lettura scritte dal teologo don Maurizio Gronchi, intervistato in esclusiva da Famiglia Cristiana sul numero in uscita il 12 aprile.

 

«La chiamata alla santità riguarda tutti», spiega Gronchi, presbitero della diocesi di Pisa, professore ordinario di Cristologia alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e consultore della Congregazione per la dottrina della fede e della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi.

"La santità - prosegue il teologo nell'Introduzione - non è prerogativa privilegiata né esclusiva di vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Consacrati, sposati, lavoratori, genitori, nonni, educatori, responsabili. Cioè: tutti noi».

 

L'edizione speciale contiene anche dettagliati Indici curati dal professore Giuliano Vigini.

 

In Appendice viene proposta la lettera Placuit Deo della Congregazione per la Dottrina della Fede incentrata su alcuni aspetti della salvezza cristiana. Approvata dal Pontefice in data 16 febbraio 2018, la lettera Placuit Deo mostra la piena consonanza dottrinale e pastorale tra la chiamata alla santità e la visione della salvezza cristiana. De.it.press

 

 

 

 

Mons. Forte: Accoglienza – Come andare oltre i drammi delle “Case di lavoro”

 

Con questa riflessione vorrei rivolgere un appello concreto a quanti le recenti elezioni hanno portato a rappresentarci in Parlamento, nell’impegno auspicabilmente concorde a servire il bene comune. Si tratta di una questione circoscritta, causa di molto dolore, che dovrebbe far vergognare una democrazia fondata sui principi del rispetto della dignità di ogni persona e della solidarietà verso i più deboli, sanciti nella nostra Costituzione repubblicana. Mi riferisco alla realtà carceraria, istituita in Italia negli anni del fascismo con l’intento di favorire il reinserimento sociale di persone che hanno commesso reati ed espiato una pena, ma sono ritenute ancora pericolose per la società in quanto delinquenti abituali, professionali o per tendenza: la “casa di lavoro”. L’assegnazione a questo tipo di struttura è decisa dal giudice o dal magistrato di sorveglianza, tenendo conto delle condizioni e delle attitudini della persona. La durata minima della permanenza è di un anno, di due per i delinquenti abituali e professionali, di quattro per quelli di tendenza. Tuttavia il periodo si può rinnovare nel caso di qualsiasi minima infrazione disciplinare. Di fatto a considerare la situazione nelle quattro Case Lavoro presenti in Italia (di cui una, la più grande per numero di internati, a Vasto, nell’arcidiocesi a me affidata) sembra che nel nostro Paese si possa finire di scontare una pena e diventare ergastolani. La pericolosità di chi viene internato in una Casa di lavoro si evince da quanto ha fatto nel passato e non da quello che ha ricominciato a vivere dopo il carcere. Vi si può arrivare direttamente dal carcere oppure quando si è già liberi in regime di libertà vigilata, senza tener conto se nel frattempo ci sono stati aiuti familiari o opportunità di lavoro.

La Casa di lavoro dovrebbe offrire possibilità di rieducazione al contatto con la realtà esterna, ma di fatto diventa un ulteriore carcere per chi alle spalle ne ha già tanto. Ci sono persone che hanno giù scontato trenta e anche quarant’anni di detenzione. A popolare la casa di lavoro è una folla di disperati, in una situazione che non permette nemmeno a chi è sano di mente di rimanere tale molto a lungo. Ci sono persone provenienti da Ospedali Psichiatrici Giudiziari, malati di mente, tossicodipendenti, infermi con patologie praticamente incurabili in carcere, malati di AIDS, gente di strada, stranieri senza documenti, persone senza fissa dimora. Durante il tempo di permanenza nella Casa di lavoro gli internati vengono osservati e valutati dagli educatori e da altri preposti e al termine della pena di uno o due anni possono avere una proroga, la cui durata a discrezione del magistrato può essere di sei mesi – un anno. Durante questo tempo gli internati fruiscono di licenze orarie a partire da un minimo di quattro ore ad un massimo di più giorni, da vivere sul territorio accompagnati da un volontario o da un familiare. Chi esce da solo spesso vive il dramma di non avere un soldo in tasca per cui deve vagare nella umiliazione di non poter fare nulla. Il dramma si presenta anche al termine della misura cautelare, perchè per uscire da una casa di lavoro bisogna avere una residenza, un domicilio, la disponibilità di un familiare o un contratto di lavoro, ma dopo che si è usciti – sempre in libertà vigilata – se si cade in una infrazione tra quelle prescritte (per esempio: dimenticare la firma in caserma, o parlare con un pregiudicato, o intrattenersi in un luogo pubblico troppo a lungo…) le forze dell’ordine possono fare segnalazione e il magistrato decretare il rientro presso la casa di lavoro (tanti rientrano e qualcuno da anni va avanti e indietro). Il dramma continua specialmente nella vita degli stranieri, che spesso non riescono nemmeno a farsi espellere per tornare al loro paese, e nella vita di chi non ha famiglia, non ha casa o è stato disconosciuto dai familiari. Per  tutti costoro la sola speranza è l’accoglienza in qualche comunità che li accetti gratuitamente: tra queste le uniche sono quelle offerte dalla Chiesa cattolica. Altre strutture private o statali non accolgono se non dietro pagamento della retta che spesso  non si riesce a reperire, anche perchè si tratta di persone che mancano da tanto tempo dalle loro residenze e sono state depennate dall’elenco dei residenti del loro comune.

La casa di lavoro crea così una condizione disumana, dove la speranza di riprendere una vita normale è quasi nulla. Essa andrebbe abolita indirizzando chi dovrebbe scontarla ad esperienze più significative e dignitose, come per esempio lavori utili alla società, corsi di formazione per imparare un lavoro, servizio di volontariato presso luoghi dove c’è la sofferenza o la disabilità, lavori utili a valorizzare l’ambiente e il rispetto del creato. C’è chi – fra persone che ben conoscono il mondo carcerario – ha parlato in proposito di “ergastolo bianco”, inflitto a persone le cui esistenze sono state logorate dalla droga, da malattie e dalla durezza della vita in carcere, che hanno commesso ripetutamente reati non necessariamente gravi: umanità derelitte e problematiche che sono considerate “scarto” anche dal sistema carcerario e che possono arrivare al reinserimento sociale solo attraverso il lavoro, in una realtà dove troppo spesso di lavoro non ce n’è. Così i periodi di internamento successivi al carcere diventano mesi e anni di parcheggio e di ozio, senza occupazione lavorativa e attività trattamentali, con una grande incertezza sul futuro. Eppure in tutta Italia gli internati presenti in queste strutture sono un numero abbastanza esiguo:  con interventi di lieve entità, potrebbero essere avviati a percorsi di reinserimento facendo così cessare questa sorta di segregazione. Perché non approvare nel nuovo Parlamento una riforma di questo istituto del tutto inadeguato, per sostituirlo con altre forme di reinserimento, come comunità di accoglienza dedicate, misure di sicurezza applicate nella libertà vigilata, eseguite nei territori di residenza e non in Istituti di pena, tanto spesso lontani dal luogo dove queste persone hanno affetti o radici? Dai nuovi membri delle Camere mi sembra sia giusto attendersi una risposta sollecita ed efficace a questa sfida di civiltà: ci sarà o lo “scarto” umano non è ritenuto degno dell’attenzione di chi deve fare le leggi?

Monc. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, Il Sole 24 Ore, 8 aprile

 

 

 

 

Raffaele Iaria: “Verso un Mondo Migliore. Riccardo Lombardi. Chiesa Mondo e Regno di Dio”

 

Nuova edizione aggiornata e integrata della biografia di padre Riccardo Lombardi, gesuita, «anima profetica» del pontificato di Pio XII, fondatore nei primi anni Cinquanta del «Movimento per un Mondo Migliore».

 

ROMA - Padre Riccardo Lombardi: un sognatore, un uomo proteso per tutta la sua esistenza verso l’idea di cambiare il mondo, costruendone uno nuovo, più giusto e più umano. Profondamente preso dall’idea del Concilio, da cui fu invece escluso, ne era stato un antesignano e ne fu poi autorevole interprete e promulgatore. I numerosi progetti proposti da padre Lombardi a Pio XII sono stati sepolti dalla storia. Ma le sue intuizioni profetiche, che tanto hanno influito sulle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, hanno lasciato un segno profondo nella Chiesa, anche se in modo diverso da quanto lui stesso auspicava. I progetti pastorali elaborati dal Gruppo da lui fondato a partire dalle sui intuizioni si sono diffusi in tutto il mondo, dando vita a «Chiese di popolo» che dal basso hanno diffuso una rinnovata mentalità comunitaria e una nuova coscienza collettiva di disponibilità al bene comune della società e della Chiesa.

Alla fine della sua vita – quando il declino delle forze fisiche lo aveva ormai da tempo escluso dalla scena pubblica, che egli aveva occupato da protagonista per oltre vent’anni – con un radicale capovolgimento di prospettiva (è questo il tornante meno esplorato della sua vita) Lombardi superò l’idea di rinnovare la Chiesa per rinnovare il mondo. L’ultima sua intuizione profetica è quella di una libera e aperta dinamica della Chiesa al servizio dell’umanità, in dialogo con tutti i credenti di tutte le religioni e con tutti gli uomini di buona volontà; la meta è la realizzazione del Regno di Dio, già presente nel cuore di chiunque ubbidisce alla propria coscienza, e che lo Spirito Santo costruisce ben al di là dei confini della Chiesa.

Raffaele Jaria, giornalista, originario di Scala Coeli, padre di un bambino,  lavora presso la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana. È accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede. Da anni si occupa di informazione religiosa. Autore di saggi e volumi, ha curato «Il mio Dio è Tutto». Le preghiere di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II raccontato da chi lo ha «raccontato» (con Angela Ambrogetti); ha pubblicato, tra l’altro: Santa Faustina e la Divina Misericordia (2003), I Miracoli Eucaristici in Italia (2005), Padre Riccardo Lombardi (con Enzo Caruso; 2005), Giovanni Muzi. L’Apostolo della Misericordia (con Gianni Maritati; 2008), Padre Pio. «Quei» giorni a Pietrelcina (2017). Per Àncora ha realizzato Per un mondo nuovo. Vita di padre Riccardo Lombardi (2009). De.it.press

 

 

 

 

Papst am Grab von Don Tonino: „Geschenk und Prophezeiung“

 

Angesichts der „wiederkehrenden Versuchung“, uns hinter den „jeweils Mächtigen“ einzureihen, wählen wir die Armen, die der wahre Reichtum der Kirche sind. Das betonte Papst Franziskus an diesem Freitag bei seinem Besuch in Süditalien, auf den Spuren des Bischofs Don Tonino Bello, der auf die „Zeichen der Macht“ verzichtete, um die „Macht der Zeichen“ sprechen zu lassen. Christine Seuss - Vatikanstadt

„Danke, meine Erde, klein und arm, die du mich arm wie dich selbst zur Welt hast kommen lassen aber die du mir auch, gerade deshalb, den unvergleichbaren Reichtum gegeben hast, die Armen zu verstehen und mich heute dazu aufzumachen, ihnen zu dienen.“ Mit diesem Zitat von Don Tonino Bello wandte sich Papst Franziskus an die zahlreichen Menschen, die ihn nach seinem Besuch am Grab des süditalienischen Bischofs im Städtchen Molfetta erwarteten. Und es waren die Demut und Hingabe des volksnahen Bischofs, die den roten Faden der Ansprache des Papstes bildeten.

Um 8.45 Uhr morgens landete der Papst nach einem kurzen Zwischenstopp auf dem Militärflughafen von Galatina am Geburtsort von Don Tonino Bello, Alessano, um am 25. Jahrestag seines Todes an dessen Grab zu beten. Nach seiner Ankunft legte der Papst sofort einen Strauß gelber und weißer Blumen auf dem Grab des Dieners Gottes nieder und versammelte sich in stillschweigendem und innigem Gebet. Ein Grab, das „sich nicht monumental in den Himmel reckt, sondern in die Erde gepflanzt ist“, wird der Papst später mit Blick auf die Bodenständigkeit des Geistlichen sagen, dessen Lebens- und Wirkungsstätten er an diesem Freitag aufsuchen wollte. Anschließend an sein Gebet traf der Papst kurz mit den Familienangehörigen Don Toninos zusammen und trat dann vor die Menge, die ihn beim Friedhof erwartete.

“ Eine Kirche, der die Armen am Herzen liegen, bleibt immer auf dem Kanal Gottes eingestellt, verliert nie die Frequenz des Evangeliums und fühlt, dass sie zum Wesentlichen zurückkehren muss, um mit Kohärenz zu bezeugen, dass der Herr das einzig wahre Gut ist. ”

 

„Die Armen zu verstehen“, betonte der Papst mit Blick auf das eingangs zitierte Wort Don Toninos, „war für ihn der wahre Reichtum […]. Er hatte Recht, denn die Armen sind wahrlich Reichtum der Kirche. Erinnere uns nochmals daran, Don Tonino, angesichts der immer wiederkehrenden Versuchung, uns hinter den jeweiligen Mächtigen einzureihen, Privilegien zu suchen und uns in einem bequemen Leben einzurichten.“

Wie Don Tonino es insbesondere zu Weihnachten und Ostern stets wiederholt hatte, fuhr der Papst fort, rufe das Evangelium „oftmals zu einem unbequemen Leben“ auf, denn „wer Jesus folgt, liebt die Armen und Demütigen“: „Eine Kirche, der die Armen am Herzen liegen, bleibt immer auf dem Kanal Gottes eingestellt, verliert nie die Frequenz des Evangeliums und fühlt, dass sie zum Wesentlichen zurückkehren muss, um mit Kohärenz zu bezeugen, dass der Herr das einzig wahre Gut ist.“

Der Priester und Bischof sei stets an der Seite der Armen gewesen und habe unermüdlich daran erinnert, dass die Würde der Arbeiter vor der Profitgier kommen müsse, beleuchtete der Papst einen weiteren Aspekt des Wirkens von Don Tonino, in einer Gegend, die traditionell mit dem Problem der Arbeitslosigkeit und Perspektivlosigkeit zu kämpfen hat. Doch auch der entschiedene Einsatz für den Frieden charakterisierte das Leben des Geistlichen, der seit 1985 der italienischen Pax-Christi-Bewegung vorstand. Er habe die „Hände nicht in den Schoß gelegt“, betonte Franziskus: „Er war auf lokaler Ebene tätig, um den Frieden global zu säen, in der Überzeugung, dass der beste Weg dafür, Gewalt und jeder Art von Krieg vorzubeugen, der sei, sich um die Bedürftigen zu kümmern und die Gerechtigkeit zu fördern.“

“ Wenn der Herr ein ,Ja´ erbittet, kann man nicht mit ,Vielleicht´ antworten. ”

Seine Berufung habe der Geistliche ohne Einschränkungen gelebt, ja, er habe sie mit einem Wortspiel „Beschwörung“ genannt, erinnerte Franziskus, denn für ihn sei die Berufung eine Aufforderung gewesen, wahrhaft verliebt in den Herrn zu sein, mit „dem Eifer des Traums, dem Schwung der Gabe, dem Wagemut, sich nicht bei Halbheiten aufzuhalten.“ Denn, so brachte es der Papst auf den Punkt: „Wenn der Herr ein ,Ja´ erbittet, kann man nicht mit ,Vielleicht´ antworten.“

Mit dem einfachen und familiären Namen „Don Tonino“ habe sich der Bischof stets ansprechen lassen, und dieser finde sich nun auch auf seinem Grab, beredt über den Tod seines Träger hinaus, der eine Kirche im Dienst des Nächsten wollte und stets vor weltlichen Versuchungen gewarnt hatte, unterstrich Franziskus.

“ Mut, sich von dem zu befreien, was an die Zeichen der Macht erinnern könnte, um der Macht der Zeichen Platz zu verschaffen ”

 

„Der Namen Don Tonino erzählt uns auch von seiner gesunden Allergie gegen Titel und Ehren, seinen Wunsch, auf etwas zu verzichten für Jesus, der sich vollständig entäußert hat, von seinem Mut, sich von dem zu befreien, was an die Zeichen der Macht erinnern könnte, um der Macht der Zeichen Platz zu verschaffen. Don Tonino tat dies sicherlich nicht aus Zweckdienlichkeit oder weil er Zustimmung gesucht hätte, sondern bewegt durch das Beispiel des Herrn.“

Der Blick, den Don Tonino aus diesem südlichen Teil Italiens in die noch weiter südlich gelegenen notleidenden Gegenden warf, die Bedeutung, die er dem gesunden Zusammenspiel zwischen Kontemplation und Aktion beimaß, und seine Bodenhaftung, gepaart mit Liebe und Demut gegenüber Gott: zahlreich waren die Wesenszüge des charismatischen Geistlichen, die Papst Franziskus in seiner Ansprache hervorhob. Gott bringe in jeder Epoche Zeugen auf den Weg der Kirche, die „Propheten der Hoffnung für das Dasein aller“ seien. Ein solcher Zeuge sei auch Don Tonino, „ein Geschenk und eine Prophezeiung für unsere Zeit“, den jeder von uns nachahmen müsse, schloss der Papst seine beherzte Ansprache, um direkt nach Molfetta weiterzureisen, wo er für eine große Freiluftmesse erwartet wurde. VN 20

 

 

 

 

Konfessionsverschiedene Ehen und eine gemeinsame Teilnahme an der Eucharistie

 

Zur Debatte um das Thema „Beschluss der Vollversammlung über die pastorale Handreichung über konfessionsverschiedene Ehen und eine gemeinsame Teilnahme an der Eucharistie“ erklärt der Pressesprecher der Deutschen Bischofskonferenz, Matthias Kopp:

1. Über das Schreiben von sieben Mitgliedern der Deutschen Bischofskonferenz an verschiedene Dikasterien im Vatikan und seine Reaktion gegenüber diesen Mitbrüdern hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, die Bischofskonferenz informiert. Über letztere hat er auch die Dikasterien im Vatikan in Kenntnis gesetzt.

2. Zu der auf der Frühjahrs-Vollversammlung in Ingolstadt beschlossenen Fassung des oben angegebenen Dokumentes konnten die Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz bis Ostern Änderungsvorschläge („Modi“) einreichen. Die eingegangenen Hinweise sind in das Dokument eingearbeitet worden, dessen finale Fassung – so der Beschluss der Vollversammlung – vom Vorsitzenden der Glaubenskommission und dem Vorsitzenden der Ökumenekommission sowie dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz festgestellt werden. Über den Sachstand wird Kardinal Marx den Ständigen Rat in seiner turnusmäßigen Sitzung am 23. April 2018 informieren. Das Dokument ist von Kardinal Marx nicht an den Vatikan geschickt worden. Mehr als drei Viertel der Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz haben dem Dokument als pastorale Handreichung zugestimmt.

3. Den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz hat der Wunsch des Heiligen Vaters erreicht, wonach dieser vorschlägt, in der Sache ein Gespräch in Rom zu führen. Diesen Wunsch des Heiligen Vaters begrüßt Kardinal Marx ausdrücklich.

4. Meldungen, wonach die Handreichung im Vatikan durch den Heiligen Vater oder Dikasterien abgelehnt worden seien, sind falsch. Dbk 20

 

 

 

 

Handreichung zu Kommunionsdebatte durch Rom „nicht abgelehnt“

 

Papst Franziskus hat Kardinal Marx zu einem klärenden Gespräch über die Kommunion für nichtkatholische Ehepartner nach Rom eingeladen. Das hat die Deutsche Bischofskonferenz am Donnerstag mitgeteilt. Sie stellte auch klar, der Vatikan habe die entsprechende Handreichung der Bischofskonferenz „nicht abgelehnt“.

In vier Punkten reagiert die Bischofskonferenz auf am Mittwoch laut gewordene Gerüchte, Papst Franziskus habe die von ihr verabschiedete Handreichung abgelehnt. Sieben Bischöfe unter der Führung von Kardinal Rainer Maria Woelki hatten zuvor vom Vatikan eine Abklärung erbeten. Die Handreichung der deutschen Bischofskonferenz würde in Ausnahmefällen das Spenden der Kommunion an nichtkatholische Ehepartner erlauben.

Zunächst, so die Stellungnahme vom Donnerstag, habe Kardinal Marx sowohl die Bischofskonferenz als auch die betroffenen Vatikanbehörden über das Schreiben der sieben Bischöfe an den Vatikan sowie seine Reaktion darauf informiert. Noch bis Ostern hätten die Bischöfe Zeit gehabt, Änderungsvorschläge für das umstrittene Dokument einzureichen, heißt es weiter. Diese Hinweise seien eingearbeitet worden. Derzeit erarbeite die Glaubens- und die Ökumenekommission der Bischofskonferenz die Schlussfassung der Handreichung. Sie soll am 23. April in der turnusmäßigen Sitzung des Ständigen Rates vorgestellt werden. Das Dokument sei – als Entwurf – bisher nicht an den Vatikan weiter geleitet worden, hebt die Bischofskonferenz ausdrücklich hervor. Drei Viertel der Mitglieder der Bischofskonferenz hätten dem Entwurf seinerzeit zugestimmt.

Den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz habe darüber hinaus „der Wunsch des Heiligen Vaters erreicht“, „in der Sache“ ein Gespräch in Rom zu führen, heißt es weiter. Diesen Wunsch des Papstes begrüße Kardinal Marx ausdrücklich. Ob auch Kardinal Woelki nach Rom eingeladen wurde, geht aus der Stellungnahme nicht hervor. Meldungen, wonach Papst Franziskus oder einzelne Behörden des Heiligen Stuhles die Handreichung abgelehnt hätten, seien falsch, heißt es ausdrücklich.

Die Klärung, um welche die sieben Bischöfe in Rom baten, betrafen unter anderem den weltkirchlichen Rahmen einer Kommunion für nicht katholische Ehepartner. Weltweit gibt es derzeit rund 20 entsprechende Handreichungen anderer Bischöfe oder Bischofskonferenzen zum Kommunionempfang für nicht katholische Partner. Der Heilige Stuhl billigte derartige Regelungen in den vergangenen 20 Jahren. Ob und inwieweit der deutsche Vorschlag über diese bereits vorliegenden ortskirchlichen Regelungen hinausgeht, ist vorerst nicht bekannt. (pm/kap 20)

 

 

 

Abschlussdokument des Vorbereitungstreffens der Bischofssynode in Rom in deutscher Sprache veröffentlicht

 

Vom 19. bis 24. März 2018 trafen in Rom auf Einladung von Papst Franziskus rund 300 Jugendliche und junge Erwachsene aller Kontinente zu einem Vorbereitungstreffen für die im Oktober 2018 stattfindende Weltbischofssynode zusammen. Jetzt veröffentlicht die Deutsche Bischofskonferenz das Abschlussdokument dieses Vorbereitungstreffens in deutscher Sprache. Bisher lag das Dokument in den Sprachen Italienisch, Englisch und Französisch vor. Die deutsche Fassung des Dokumentes ist ab sofort unter www.dbk.de sowie auf der Themenseite Bischofssynode Jugend 2018 verfügbar.

 

Das Vorbereitungstreffen endete am 24. März 2018. Am Palmsonntag (25. März 2018) haben die Teilnehmer der Vorsynode dem Papst ein Abschlussdokument überreicht, das in die Vorbereitungen der Bischofssynode im Herbst einfließen soll.

 

Diese sogenannte Vorsynode diente der inhaltlichen Vorbereitung der XV. Ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode, die unter dem Leitwort „Die Jugendlichen, der Glaube und die Berufungsunterscheidung“ steht. Die Deutsche Bischofskonferenz hatte als Delegierte Magdalena Hartmann (Rottenburg-Oberndorf, Mitglied in der Schönstattjugend) und Thomas Andonie (Bundesvorsitzender des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend BDKJ), benannt. Dbk 17

 

 

 

Ein Gott für alle Völker – Rom gibt eine Ahnung

 

Auf den Straßen Roms trifft man Bewohner aller Kontinente. Auf dem Petersplatz bei der wöchentlichen Audienz des Papstes werden die Gruppen, die Schüler und Gemeinden in ihrer Muttersprache aufgerufen. Die meisten antworten mit Fahnenschwenken und Rufen. Ist die Vision des Jesaja in Erfüllung gegangen, dass sich die Völker in der Verehrung des einen Gottes zusammenfinden? Bringt eine Wallfahrt nach Rom wenigstens den einzelnen diesem Ziel näher?

Der Prophet hatte seine Vision für Jerusalem entwickelt: Die Nationen kommen, um den einen Gott zu verehren und untereinander Frieden zu schließen. Jesus wollte, dass der eine Gott von jedem Ort aus angebetet werden kann, Mohammed hat Mekka zum Zentrum der Verehrung gemacht, die Katholiken haben Rom. In New York treffen sich die Staaten, vereinte Nationen wollen sie sein. Das Ziel scheint jedoch seit Anfang der Menschengeschichte zum Scheitern verurteilt. Der Mythos vom einstürzenden Turm wurde bereits in den ersten Stadtstaaten an Euphrat und Tigris erzählt. In Babylon bauen die Menschen einen Turm, um damit den Himmel zur erreichen. Wollten sie so Unsterblichkeit erreichen, so dass die Götter eifersüchtig wurden? Die Bibel interpretiert die Erzählung als Aufstand gegen Gott und ein weiteres Scheitern. Nach Sündenfall und Brudermord wird die Erlösung aus der Gewalt dringender. Mit der Rettung Noahs aus den Wassern der Sintflut deutet sie sich an und konkretisiert sich in der Berufung Abrahams. Erst einmal eine Familie und dann das aus ihr erwachsende Volk verehrt den rettenden Gott und erkennt ihn, mit den Propheten, als den nur einen.

Doch nicht die Religion

Die Hoffnung auf die einigende Gebetskraft hat sich jedoch nicht erfüllt. Jerusalem ist zum Ort ständiger Kämpfe und Rivalitäten geworden. Die Muslime verehren Gott auf dem Tempelberg, die Juden an einer Mauer, die Christen auf dem Kreuzweg durch die Stadt und am Ort der Auferstehung, wo sie die Grabeskirche errichtet haben. Schon im Mittelalter, als die Sarazenen aus Arabien kommend, Jerusalem eroberten, kam es mit den Kreuzzügen zu einem Krieg zwischen den Religionen, der heute weitergeführt wird. Inzwischen spielt er sich auch in allen westlichen Metropolen ab. Wer in Rom den Petersdom betreten will, muss durch eine Sicherheitskontrolle und genauso, wer am Mittwoch zur Audienz des Papstes auf den Petersplatz gelangen will. Um dann doch etwas von der Verheißung des Jesaja zu erleben.

Weltweit eingebettet

Inmitten der Gruppen aus Italien, anderen europäischen Ländern, mexikanischen Hüten, brasilianischen Flaggen, den vielen Gesichtern Asiens und Afrikas, den englischsprachigen Ländern rund um den Erdballen fühlt man keine Fremdheit. Es gibt auf dem Platz keine festen Plätze, die z.B. den Indern  oder Argentiniern zugewiesen wären. Man steht und sitzt so nebeneinander, wie man angekommen ist. Es ist möglich, was der Prophet erhofft hat, dass die Fremdheit untereinander schmilzt und man froh ist, weltweit zusammen zu gehören. Es ist aber nur ein Vorausblick, wie es sein könnte. Denn in die Weltversammlung ragen die Weltkonflikte hinein, die bei den Bittgebeten überdeutlich werden.

Wer auf die Verheißung des Jesaja setzt, kann sich davon in Rom einen Vorgeschmack holen. Eckhard Bieger, Kath. de 20

 

 

 

Erzbistum Hamburg reformiert seine Caritas

 

Aus vier mach eins: Das überschuldete Erzbistum Hamburg legt am 21. April seine Caritasverbände zusammen. Die Verantwortlichen erhoffen sich von dieser Organisation mehr Effizienz und die Vermeidung von Schließungen.

Im überschuldeten Erzbistum Hamburg stehen Reformen an: Die bisher vier selbstständigen Caritasverbände in Hamburg, Schleswig-Holstein und Mecklenburg sowie auf Diözesanebene sollen zum 21. April zu einem neuen Diözesancaritasverband zusammengeschlossen werden. Dienstsitz der neuen Organisation wird Schwerin. Die gute Nachricht: „Mit der Fusion müssen wir keine bestehende Einrichtung schließen“, sagt Harald Strotmann, Leiter des Projekts „Caritas im Erneuerungsprozess“. Auch Stellenstreichungen im größeren Maße werde es nicht geben.

Der neu entstehende Verband wird mehr als 1.800 hauptamtliche Mitarbeiter beschäftigen und rund 150 Einrichtungen von Kindertagesstätten über Häuser der Behindertenhilfe bis hin zu Altenpflegeheimen und Sozialstationen umfassen, die meisten davon in Mecklenburg.

“ Zusammenlegung seit gut einem Jahr vorbereitet ”

Die Zusammenlegung wurde seit gut einem Jahr vorbereitet. Sie ist Teil des „Erneuerungsprozesses“. In dessen Rahmen stellt das Erzbistum Hamburg sämtliche Einrichtungen und Strukturen auf den Prüfstand. Die von der Diözese beauftragte Unternehmensberatung „Ernst & Young“ hat auch die Caritas unter die Lupe genommen. Es gebe bei der Caritas Sanierungsbedarf an einigen Häusern. Doch die finanziellen Probleme hielten sich in Grenzen, sagt Strotmann. Die mit den vier Verbänden bislang sehr kleinteilige Struktur sei die größte Schwierigkeit und Hauptgrund für die Reform.

Nach einer Fusion könnten die Vorteile von Arbeitsteilung genutzt werden. Außerdem könne die zukünftig größere Caritas mit einer Stimme sprechen und zum Beispiel bei den Verhandlungen über Pflegesätze, deren Ergebnisse maßgeblich die Einnahmen vieler Häuser bestimmen, mehr Durchsetzungskraft entwickeln. Der neue Verband besteht aus drei Ebenen: diözesan, landesweit und regional. Der größte Teil der Arbeit wird vor Ort geleistet, wo die Caritas „am Menschen“ wirkt.

“ Erzbistum rechnet nicht mit Protesten ”

Wer die Leitung des neuen Hamburger Caritasverbands übernimmt, ist noch offen. Fest steht nur: Der Vorstand soll aus zwei bis drei Personen bestehen, zu denen nach Möglichkeit auch eine Frau gehören soll. Auf einer gemeinsamen Versammlung der vier Verbände am 21. April sollen die Zusammenlegung beschlossen und Personalentscheidungen getroffen werden.

Mit Protesten rechnet das Erzbistum Hamburg bei der Neuordnung der Caritas nicht. Allerdings bleiben weitere Baustellen, die die Diözese in nächster Zeit angehen will, etwa die Überprüfung ihrer Bildungsstätten und Krankenhäuser sowie ihres Immobilienbestands, die zu Kirchenschließungen führen könnte. Das Erzbistum Hamburg ist hoch verschuldet, geht aber offensiv damit um und will einige Reformen durchführen, die zur Verbesserung der Situation führen sollen.

kna 18

 

 

 

EU-Gerichtshof setzt Grenze für kirchliche Arbeitgeber

 

Nicht bei jeder zu besetzenden Stelle dürfen kirchliche Arbeitgeber von Bewerbern eine bestimme Religionszugehörigkeit fordern. Dies hat der Europäische Gerichtshof in Luxemburg zu einem Fall aus Deutschland entschieden. Der Osnabrücker Generalvikar Theo Paul zeigte sich im Gespräch mit Vatican News nicht überrascht und sagte, es gebe bereits gute Erfahrungen mit nichtkatholischen Mitarbeitern.

Das Gericht urteilte ausgehend vom Fall einer Stellenausschreibung der Evangelischen Werke für Diakonie und Entwicklung. Es ging um eine befristete Referentenstelle für das Projekt „Parallelberichterstattung zur UN-Antirassismuskonvention“, dafür wurde die Zugehörigkeit zu einer protestantischen Kirche gefordert. Bewerber sollten diese auch in ihrem Lebenslauf ausweisen. Eine konfessionslose Bewerberin wurde nicht zum Vorstellungsgespräch eingeladen. Da sie annahm, sie habe die Stelle wegen ihrer Konfessionslosigkeit nicht bekommen, verklagte sie die evangelische Institution und forderte knapp 10.000 Euro Entschädigung.

Der Fall ging in Deutschland mit widersprüchlichen Urteilen durch die Instanzen. Das Bundesarbeitsgericht bat die Kollegen in Luxemburg schließlich um Auslegung des EU-Diskriminierungsverbots. Der Europäische Gerichtshof stellte grundsätzlich fest, dass die Antidiskriminierungsrichtlinie eine Abwägung erfordere zwischen dem kirchlichen Privileg auf Selbstbestimmung und dem Recht eines Bewerbers, nicht wegen der Religion oder Weltanschauung diskriminiert zu werden. Zur Bedingung darf die Zugehörigkeit zu einer Konfession nur gemacht werden, wenn dies für die Tätigkeit „objektiv geboten“ ist. Außerdem muss die Verhältnismäßigkeit gewahrt bleiben.

Die Entscheidung zu dem Einzelfall muss das Gericht in Deutschland treffen und das Europäische Gerichtshof-Grundsatzurteil berücksichtigen. 

 

Bischofskonferenz begrüßt Klarstellung

Die Deutsche Bischofskonferenz begrüßt insbesondere die Klarstellung des Gerichtshofs, dass den staatlichen Gerichten im Regelfall nicht zusteht, über das religiöse Ethos der Religionsgemeinschaft zu befinden. Das schreibt die Bischofskonferenz in einer Mitteilung am Dienstagnachmittag. Die Kirche lege ihr Selbstverständnis fest, diese Festlegung könne nicht dem Staat oder einem staatlichen Gericht überlassen werden, heißt es in der Reaktion der Bischöfe weiter.

Die katholische Kirche in Deutschland habe in der Vergangenheit in ihren eigenen Regelungen deutlich gemacht, ob und insbesondere für welche Tätigkeiten sie die Religionszugehörigkeit ihrer Angestellten zur Bedingung der Beschäftigung macht. Damit habe sie „auch bislang stets gewährleistet, dass sie insbesondere nicht unverhältnismäßige Anforderungen an die Mitarbeit im kirchlichen Dienst stellt. Den staatlichen Gerichten obliegt es nun, im Einzelfall die Einhaltung dieser Maßstäbe zu überprüfen. Die katholische Kirche wird die Urteilsgründe intensiv analysieren und prüfen, ob und inwieweit die Einstellungspraxis angepasst und etwaige rechtliche Schritte in Betracht gezogen werden sollten.“

 

Selbstbestimmungsrecht bestätigt 

Den Osnabrücker Generalvikar Theo Paul konnte dieses Urteil nicht überraschen. „Das ist sicherlich in einem Rahmen von Entwicklungen unserer säkularen Gesellschaft zu sehen, und dem haben wir uns konstruktiv zu stellen“, äußerte sich der 64-Jährige im Gespräch mit Vatican News.

Als Teil dieser konstruktiven Entwicklung nennt der Generalvikar und ehemalige Präses der katholischen Arbeitnehmer-Bewegung die Leitbildprozesse, die es in großen Einrichtungen gibt und in denen die Mitarbeitenden sich stetig ihrer christlichen Prägung versichern können, um für sich neu auszuloten, wie sie diese umsetzen können. Denn es ist ihm durchaus wichtig, dass katholische Einrichtungen auch ein entsprechendes Weltbild transparent verbreiten können – und dazu brauchen sie das Selbstbestimmungsrecht, das die Kirche vor staatlicher Einmischung schützt.

Der Rechtsvorstand des Evangelischen Werkes für Diakonie und Entwicklung, Jörg Kruttschnitt, erklärte in Berlin, der Gerichtshof habe bestätigt, dass das kirchliche Selbstbestimmungsrecht der wesentliche Faktor bei Abwägungsentscheidungen bleibt. Für die Arbeit der Diakonie sei eine evangelische Prägung wichtig. „Diese erwarten auch die Menschen von uns, die uns ihre Kinder, Eltern oder Kranken anvertrauen.“ Dass Anforderungen bei der Personalauswahl nicht willkürlich gestellt würden, entspreche auch der bisherigen Rechtslage und Praxis.

Die Antidiskriminierungsstelle des Bundes (ADS) erklärte, die Kirchen könnten künftig von ihren Beschäftigten nicht mehr pauschal eine bestimmte Religionszugehörigkeit verlangen. Zugleich könnten Bewerber und auch Beschäftigte der Kirchen Diskriminierung jetzt gerichtlich überprüfen lassen. „Bislang war das nur eingeschränkt möglich“, sagte ADS-Leiterin Christine Lüders.

Sie rief die Kirchen auf, aus dem Urteil Konsequenzen zu ziehen. „Die Kirchen müssen ab jetzt für jedes einzelne Arbeitsverhältnis nachvollziehbar und gerichtsfest begründen können, warum eine bestimmte Religionszugehörigkeit dazu zwingend notwendig sein soll.“

 

Bistum Osnabrück: Bereits gute Erfahrungen mit Mitarbeitenden ohne Konfession

Für den norddeutschen Generalvikar Theo Paul ist dies jedoch unproblematisch. Er sagte uns, er habe bereits Erfahrungen mit Mitarbeitenden ohne Konfession gemacht, vor allem im Bereich der Pflege und der IT. „Beispielweise kamen aus den neuen Bundesländern Mitarbeiter, wo mit einem Mal eine Auseinandersetzung auch mit ihrer eigenen Lebensdeutung und Lebensgestaltung aufkam. Der eine sagt uns, ,das ist interessant, ich finde das beeindruckend, ich finde es positiv, was ihr versucht zu leben und zu glauben, lasst mich aber auf meinem Weg!‘ - und andere haben sich taufen lassen. Also, das Spektrum ist sehr weit“, so Theo Paul. Vatican News/domradio 17

 

 

 

Überlebenschance für Hamburger Schulen

 

Drei Monate ist es nun her, dass das Erzbistum Hamburg ankündigte, acht seiner 21 Schulen schließen zu wollen. Nun zeichnet sich doch noch eine Lösung ab, mit der die Bildungseinrichtungen erhalten werden könnten.

9194 Schüler haben im vergangenen Schuljahr die 21 Schulen des Erzbistums Hamburg besucht. Wenn die acht Schulen wirklich schließen müssen, dann wären es künftig ein Drittel weniger – eine Perspektive, die viel Protest bei den Katholiken der Hansestadt hervorgerufen hat, insbesondere bei den Eltern der Schüler.

Mit ihrem Protest – vor allem aber ihrer Initiative zur Erhaltung der Schule – könnten sie nun doch noch Erfolg haben. So haben sich die Eltern zu einer Genossenschaft zusammengeschlossen, mit der das Erzbistum zum Erhalt der Bildungseinrichtungen kooperieren würde. „Ich möchte eine langfriste und tragfähige Übernahme gemeinsamer Verantwortung für das katholische Schulwesen in Hamburg erreichen“, sagte Erzbischof Stefan Heße am Montag und bekräftigt damit die Absicht seiner Diözese, eine Kooperation mit der Schulgenossenschaft einzugehen.

Generalvikar Ansgar Thimm kündigte an, die Analysedaten für den Schulbereich mit der Genossenschaft auszutauschen und sowie rechtliche und strukturelle Fragen anzugehen. Geplant ist beispielsweise ein Workshop mit verschiedenen Fachleuten. Dabei soll dann entschieden werden, ob die Kooperation zustande kommt und wie sie aussehen könnte. Das Erzbistum werde diese Entscheidung dann seinen Gremien vorlegen, so die Erzdiözese Hamburg.

Die acht Schulen – zwei Grundschulen, vier Grund- und Stadtteilschulen, eine Stadtteilschule und ein Gymnasium – liegen in ärmeren Regionen der Hansestadt. Sie sollen geschlossen werden, da das Bistum ihren Erhalt nicht mehr finanzieren kann. Denn Hamburg ist kein reiches Bistum – gerade mal sieben Prozent der Bevölkerung sind katholisch und das Bistum hat 79 Millionen Euro Schulden – wenn daran nichts getan wird, könnten es in vier Jahren bereits 353 Millionen Euro sein.

Heße betonte, dass das Erzbistum wegen seiner hohen Verschuldung vor großen Herausforderungen stehe und daher für jede Unterstützung dankbar sei.

(pm – nv 16)

 

 

 

Ohne Auferstehung ist alles doof

 

Nur jeder zweite Christ glaubt noch an die Auferstehung Jesu. Was bleibt aber ohne die Auferstehung für Christen? Kann dann die Bibel ernstgenommen werden, kann Jesus als Vorbild dienen und kann die Kirche eine echte Alternative für die Welt sein?

Bibel doof

Für die Antike und besonders die Juden des ersten Jahrhunderts waren die Auferstehungsberichte völlig bescheuert. Niemand erwartete einen gekreuzigten Messias. Vielmehr erwarten die Juden einen Herrscher, der die römische Besatzung besiegt und das gelobte Land in die Freiheit führt. Mit dem Tod am Kreuz durch die Besatzungsmacht kann Jesus von Nazareth unmöglich dieser Messias sein. N.T. Wright zeigt die beiden Optionen auf, die Jesu Anhänger in diesem religiösen und politischen Kontext hatten. Sie konnten einen anderen “Messias” finden und ihm folgen oder sich aus der messianischen Bewegung zurückziehen. Die Option, einen Gekreuzigten weiter als Messias zu verkünden, machte also keinen Sinn, wenn nicht etwas passiert ist, das den Kontext radikal verändert.

Ohne die Auferstehung sind die Kerntexte und Botschaft des neuen Testamentes also völlig abwegig und können nicht ernst genommen werden.

Jesus doof

Auch von Jesus von Nazareth bleibt, ohne die Auferstehung, nicht viel übrig. Manche meinen sich nur auf seine Botschaft, die sie für gut und nachahmenswert einschätzen, zu beziehen.  Jesus als einen guten Menschen zu sehen, eine Inspiration für ein gelingendes Leben, wie vielleicht auch Buddha oder Gandhi.

Doch Jesu Botschaft ist nicht einfach nur nett und schön. Die Konsequenzen von Nächstenliebe, die andere Wange hinhalten und die Feinde lieben sind drastisch. Von den Schriften des Neuen Testamentes, Flavius Josephus und anderen antiken Quellen wissen wir,  die Konsequenz ist das Kreuz. Der grausamsten, erniedrigten und abscheulichsten Folter die sich die Antike Welt ausdenken konnte und letztendlich in den Tod. Damit ist dann auch Schluss, wenn die Auferstehung nicht real ist.

Jesus Botschaft bedeutet also Leiden, Verzicht und Entbehrung. Das hat nicht nur Jesus erlebt sondern viele seiner Nachfolger. Nicht nur Märtyrer, sondern alle, die sich im Namen Jesu einsetzen, für Kranke, Notleidende und in der Verkündung des Evangeliums. Ohne Auferstehung gibt es keinen Grund, warum diese Leiden und Anstrengungen einen Sinn machen. Keinen Grund sein Leben für so etwas zu “vergeuden” oder zu verlieren.

Kirche doof

Letztendlich beruht alle Hoffnung der Kirche und ihrer Botschaft auf der Auferstehung. Dabei bedeutet die Auferstehung keine Vertröstung auf das Jenseits, sondern holt das Reich Gottes in unsere Welt. Mit der Auferstehung wird Jesu Botschaft vom anbrechenden Gottesreich auf Erden bestätigt. Der Auferstandene selber bringt die neue Welt in unsere hinein. Daher können wir hoffen, die Welt Schritt für Schritt besser zu machen. Denn aus der Auferstehung folgt, dass die Welt nicht grundsätzlich schlecht, sondern grundsätzlich erlöst ist. Ohne die Auferstehung gibt es für Christen keinen Grund darauf zu hoffen und erst rechten nicht die Anstrengungen, die Welt zu verbessern, auf sich zu nehmen.

Wer also nicht an die Auferstehung glaubt, muss die Bibel als unsinnig, Jesus als gescheiterten Menschen und die Kirche als eine Horde von verrückten Weltverbesserern sehen. Die Ablehnung der Auferstehung als unmöglich kann nicht das Kennzeichen eines rationalen Christen sein, denn Christ-sein ohne Auferstehung ist völlig irrational und abwegig. An die Auferstehung zu glauben, auch wenn sie nicht komplett verstanden werden kann, kann jedoch rational sein.

Philipp Müller, Kath.de 13

 

 

 

 

Die deutschen Bischöfe treffen sich mit Islam-Vertretern

 

Die deutschen Bischöfe wollen künftig besser mit den Muslimen im Land ins Gespräch kommen. Bei einer ersten Veranstaltung in Frankfurt stand die Einladung der Bischöfe zu Gebet und Gespräch im Mittelpunkt

Die Deutsche Bischofskonferenz (DBK) will mit einem neuen Gesprächsformat den Dialog zwischen Christen und Muslimen fördern. Dazu organisierten die katholischen Bischöfe am Freitag in Frankfurt einen Empfang für 100 geladene Gäste. „Wir kommen als Christen unterschiedlicher Konfessionen und als Muslime verschiedener religiöser, nationaler und kultureller Zugehörigkeiten erstmals in dieser Form zusammen", betonte der Limburger Bischof Georg Bätzing. Die Bischofskonferenz wolle damit „ein Zeichen setzen für die Bedeutung des christlich-islamischen Dialogs und dies mit einem theologischen Gesprächsimpuls verbinden".

Zu den Gästen zählten die Vorsitzenden der Deutschen Muslim-Liga und des Islamrats sowie der Bundesvorsitzende der Ahmadiyya Muslim Jamaat in Deutschland, außerdem die hessischen Landesvorsitzenden des Verbandes Islamischer Kulturzentren, des deutsch-türkischen Moscheeverbands Ditib, des Zentralrats der Muslime in Deutschland, der Islamischen Gemeinschaft der Bosniaken und des Geistlichen Rats der Alevitischen Gemeinde Hessen.

 

Christen und Muslime treffen sich bei Maria und Jesus

Bätzing sagte weiter, der Empfang verstehe sich auch als ein Signal für den christlich-islamischen Dialog. Anlässlich des katholischen Festtags der „Verkündigung des Herrn" verwies Bätzing auf zwischen den Religionen bestehende Gemeinsamkeiten: „Auch die Muslime verehren sowohl Maria als auch ihren Sohn Jesus; auch der Islam kennt den Engel Gabriel als Boten Gottes", so der Bischof.

Während des Treffens sagte Pater Felix Körner, Professor für Theologie der Religionen an der Päpstlichen Universität Gregoriana in einem Vortrag, dass Christen und Muslime von den jeweils anderen „geistlichen Traditionen" lernen könnten. Er könne sich „ein Zusammenleben vorstellen, das von geistlichen Zentren verschiedener Religionen inspiriert ist". Diese müssten „gut ausgebildete Begleiter" haben, damit sie „sich nicht als manipulative Gurus aufspielen".

Imtiaz Ahmad Shaheen, islamischer Theologe und Imam der Nuur Moschee der Ahmadiyya in Frankfurt, wertete das Treffen als positives Zeichen „gerade in Anbetracht der religiösen Unwissenheit und Islamfeindlichkeit, die derzeit in der Gesellschaft herrschen und die zu Spaltungen führen". Er hoffe, dass der Empfang „keine einmalige Veranstaltung" gewesen sei.  (pm/katholisch.de 14)

 

 

 

Ökumenische „Woche für das Leben“ 2018. „Gott ist ein Freund des Lebens“

 

Mit einem ökumenischen Gottesdienst im Trierer Dom haben der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, und der Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, heute (14. April 2018) die bundesweite Aktion „Woche für das Leben“ eröffnet, die bis zum 21. April 2018 in katholischen und evangelischen Kirchengemeinden begangen wird.

 

In seiner Predigt erinnerte Kardinal Reinhard Marx an das Wort „Gott ist ein Freund des Lebens“ als die seit 1989 gemeinsam bestehende Grundbotschaft der katholischen und evangelischen Kirche für die „Woche für das Leben“ und sagte: „Wir befassen uns in diesem Jahr vor allem mit der Pränataldiagnostik. Ich kann die Sorgen der Eltern sehr gut verstehen: Jeder hofft, dass sein Kind gesund ist. Wenn das in Frage steht, kommen Ängste auf, die Familien sehr belasten. Es sind Notlagen, die wir alle sehen und ernst nehmen müssen. Werdende Mütter und Väter stellen sich auch die Frage: Warum ausgerechnet mein Kind? Auf diese Sorgen gibt es keine einfachen Antworten, aber es gibt ethische Leitlinien und Werte, die Eltern und Ärzten Orientierung geben können, eine dem Leben verpflichtete Entscheidung zu treffen“, so Kardinal Marx. „Es ist gut, von der Grundhaltung auszugehen, die in jeder Schwangerschaft notwendig ist: von Zuversicht, Hoffnung und Liebe. Jede Schwangerschaft braucht das Vertrauen, dass das Wagnis des neuen Lebens gut ist. Als Christen können wir darauf hoffen und vertrauen, dass Gott das Leben schützt und liebt. Denn Gott sagt bedingungslos Ja zum Menschen. Deswegen sagen wir über eine schwangere Frau: Sie ist guter Hoffnung!“ Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz betonte: „Wir sind dankbar für alle Zeugnisse von Eltern, denen das Ja zum Leben ihres Kindes einiges abverlangt und die dennoch versuchen, mutig und zuversichtlich in die Zukunft zu gehen. Sie und Ihre Kinder sind unersetzbar und wichtig für unsere Gesellschaft! Die Kirche trägt Ihr Ja zum Leben mit!“

 

Kardinal Marx hob hervor, dass auch Papst Franziskus an das Geschenk des Lebens in seinem aktuellen Apostolischen Schreiben Gaudete et exsultate (veröffentlicht am 9. April 2018) erinnert, in dem es heißt: „Die Verteidigung des ungeborenen unschuldigen Lebens zum Beispiel muss klar, fest und leidenschaftlich sein, weil hier die Würde des menschlichen Lebens, das immer heilig ist, auf dem Spiel steht und es die Liebe zu jeder Person unabhängig von ihrer Entwicklungsstufe verlangt.“ (Nr. 101) Daher, so Kardinal Marx, sei die Woche für das Leben so wichtig: „Unser Ja-Wort zum Leben umfasst alle Menschen und zu jedem Zeitpunkt ihres Lebens.“

 

Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm sprach in seiner thematischen Hinführung im Gottesdienst von den Zielen, an denen sich Pränataldiagnostik zu orientieren hat: „Pränataldiagnostik ist zuallererst dem Leben verpflichtet. Sie soll Frauen bei ihrer Schwangerschaft so gut wie möglich medizinisch begleiten und die medizinischen Risiken für die Frau und das werdende Leben begrenzen. Als Christen glauben wir, dass uns das Leben von Gott geschenkt ist. Deswegen hat der Schutz dieses Lebens einen so großen Stellenwert für uns. Niemand darf von einem moralischen Hochpodest aus über die schwierigen Konfliktsituationen hinweggehen, die entstehen, wenn Eltern durch Pränataldiagnostik mit abzusehenden schweren Schäden in der embryonalen Entwicklung konfrontiert werden. Sie brauchen einfühlsame Begleitung und Beratung gerade auch in den damit verbundenen ethischen Fragen. Umso wichtiger ist eine bewusste Reflexion der ethischen Dimensionen der heutigen pränataldiagnostischen Möglichkeiten. Unsere Gesellschaft ist geprägt von vielfältigen Optionen, unter denen wir diejenige auszusuchen gewohnt sind, die uns am ehesten entspricht. Es muss klar sein, dass beim Umgang mit menschlichem Leben etwas anderes gilt. Die Achtung vor der unverfügbaren Würde menschlichen Lebens muss die Grundlage und Grenze sein, auf der wir unsere Entscheidungen in den damit zusammenhängenden Fragen treffen. Was das bedeutet, darüber wollen wir in der diesjährigen Woche für das Leben nachdenken.“

 

Das Jahresthema „Kinderwunsch. Wunschkind. Unser Kind!“ lenkt den Blick auf die ambivalenten Folgen, die heutige Methoden der Pränataldiagnostik mit sich bringen. Während bestimmte diagnostische Möglichkeiten eine verbesserte Vorsorge und ein therapeutisches Handeln ermöglichen, die den Embryo vor Schaden schützen, generieren andere Testverfahren lediglich ein Wissen darüber, ob das Kind bestimmte genetische Merkmale oder Störungen hat. Mit einer Therapiemöglichkeit sind letztere Tests, zu denen der sogenannte „Bluttest“ für Schwangere gehört, jedoch nicht verbunden. Eltern, die einen beunruhigenden Befund erhalten, stehen oftmals nur noch vor der Wahl, ihr Kind mit einer möglichen Behinderung zur Welt zu bringen oder die Schwangerschaft abzubrechen – ein schwerer Entscheidungskonflikt, auf den viele Paare gar nicht vorbereitet sind. Deshalb sehen die Kirchen ihren wichtigen Auftrag darin, werdenden Eltern beratend und unterstützend beizustehen und sie zu ermutigen, ihre Elternrolle in guter Hoffnung und im Vertrauen auf Gott, den Schöpfer, anzunehmen.

 

An dem ökumenischen Gottesdienst in Trier mit zahlreichen Teilnehmenden aus Gesellschaft, Politik, Bildung, Medizin und Religionsgemeinschaften wirkten außerdem Bischof Dr. Stephan Ackermann, Bischof von Trier, und Christoph Pistorius, Vizepräses der Evangelischen Kirche im Rheinland, mit.

 

Hintergrund zum Schwerpunktthema der „Woche für das Leben“ 2018

Bei der „Woche für das Leben“ geht es in diesem Jahr um Aufgaben und Konsequenzen der Pränataldiagnostik und deren ethische, medizinische und soziale Einordnung. Besonders wird die sich daraus ergebende Frage nach dem Wert des Lebens mit Behinderung in den Blick genommen. Die Bewertung pränataldiagnostischer Methoden ist nicht nur eine medizinisch-technische Sache. Es müssen vornehmlich auch ethische Kriterien und die jeweiligen gesellschaftlichen Auswirkungen berücksichtigt werden. In den medizinischen Fortschritten sehen die katholische und evangelische Kirche nicht nur hilfreiche Maßnahmen für die Gesundheit von Mutter und Kind, sondern auch die Gefahr einer zunehmenden Ablehnung von Kindern mit Behinderung und das Streben hin zu vermeintlich perfekten Menschen.

 

Die „Woche für das Leben“ ist seit mehr als 20 Jahren die ökumenische Aktion der evangelischen und katholischen Kirche für den Schutz und die Würde des Menschen vom Lebensanfang bis zum Lebensende. Das Themenheft und weitere Informationen stehen unter www.woche-fuer-das-leben.de zur Verfügung. Dbk 13

 

 

 

 

Gespräch der Hessischen Landesregierung mit den Leitunge der Katholischen Bistümer und der Evangelischen Kirchen in Hessen

 

Wiesbaden/Altenstadt. Unter der Leitung von Ministerpräsident Volker Bouffier haben sich am Mittwochabend Vertreter der Hessischen Landesregierung und die Spitzen der Evangelischen Kirchen und der Katholischen Bistümer über das Thema Digitalisierung und beiderseitig bewegende Fragen ausgetauscht. Das turnusmäßige Treffen fand in diesem Jahr in der Benediktinerinnenabtei Kloster Engelthal in Altenstadt statt. „Das Spitzentreffen mit den höchsten Kirchenvertretern unseres Landes ist eine gute Tradition, um einen konstruktiven und kontinuierlichen Dialog über aktuelle kirchliche wie politische Themen zu führen“, sagte Bouffier.

 

Im Mittelpunkt der Begegnung und Beratungen standen insbesondere die ethischen Herausforderungen und Antworten auf die Digitalisierung. „Die Digitalisierung erfasst und verändert immer mehr Lebensbereiche und die Lebensweise der Menschen lokal und global. Damit einhergehend bilden sich allmählich neue Sitten und Gebräuche heraus. Leider auch negative, wie beispielsweise die Verrohung der Sprache oder Diskriminierung im Schutze des anonymen Internets. Was mit der Digitalisierung und insbesondere mit der digitalen Weltvernetzung seit gut zwanzig Jahren stattfindet, ist eine neue anthropologische und kulturelle globale Revolution, die sich in atemberaubendem Tempo ausbreitet. Auf diese gesellschaftlichen Veränderungen müssen Kirche und Staat gemeinsam Lösungen finden“, so Ministerpräsident Volker Bouffier.

 

Der Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau Dr. Volker Jung unterstrich: „Um die digitale Entwicklung zu gestalten, wird Bildung noch wichtiger. Es wird wichtig sein, Organisationen und Institutionen zu haben, die verlässlich und glaubwürdig Informationen prüfen, bewerten und einordnen. Schließlich muss die Demokratie selbst in ihren Entscheidungsprozessen mit den neuen digitalen Möglichkeiten weiterentwickelt werden.“ Der Limburger Bischof Dr. Georg Bätzing wies darauf hin, dass im Feld der Künstlichen Intelligenz und des automatisierten Lernens ethische Fragestellungen anstünden, die bislang noch gar nicht hinreichend erforscht seien. So bleibe es die Aufgabe, dass mittels automatisierter Verfahren getroffene Entscheidungen nachvollziehbar und erklärbar sein müssten. „Hier müssen wir steuernd eingreifen und darauf drängen, dass weitere Entwicklungen im Bereich der Künstlichen Intelligenz sich mit diesen Fragen befassen“, so der Bischof.

 

Darüber hinaus standen die aktuellen Herausforderungen in der Flüchtlingspolitik, die Situation des konfessionellen Religionsunterrichts und der Sonn- und Feiertagsschutz auf der Tagesordnung. Der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen brachte die Herausforderungen der Flüchtlingspolitik und die Fragen hinsichtlich der Integration zur Sprache.

 

An dem Gespräch nahmen für die katholische Seite unter anderem für das Bistum Fulda Bischof Algermissen, der Erzbischof von Paderborn, Hans-Josef Becker sowie für das Bistum Limburg Bischof Dr. Bätzing und für das Bistum Mainz Bischof Prof. Dr. Peter Kohlgraf teil. Auf Seiten der evangelischen Kirchen waren unter anderem Bischof Prof. Dr. Martin Hein für die Kirche von Kurhessen-Waldeck, für die Evangelische Kirche in Hessen und Nassau Kirchenpräsident Dr. Jung sowie Präses Manfred Rekowski für die Evangelische Kirche im Rheinland anwesend. dkb

 

 

 

Lebendig durch Empfangen und Weitergeben. Bischof Algermissen bei Kirchweihjubiläum in Löschenrod

 

Eichenzell. Ein Kirchweihfest gebe Gelegenheit, sich zu vergewissern, worin die Quelle für das Gemeindeleben zu finden sei. „Ich glaube fest, dass eine Kirchengemeinde mit all ihren Einrichtungen nur in dem Maße lebendig ist, als auch in ihr ein dauerndes Empfangen und Weitergeben gelebt wird“, betonte der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen am Sonntag in Löschenrod. Aus Anlass des 50. Jubiläums der Kirchweihe der Auferstehungskirche hob der Oberhirte hervor, dass „Empfangen“ nicht in dem Sinne zu verstehen sei, dass jeder Einzelne nur für sich allein einen optimalen kirchlichen Service erwarte (ansprechende Gottesdienste, sozial-caritative Hilfeleistung und die religiöse Überhöhung bestimmter zentraler Lebensereignisse wie Geburt, Eheschließung und Tod). Eine rein passive Erwartungshaltung widerspreche dem Leben, das Jesus Christus den Gläubigen geöffnet habe. „Dagegen müssen wir in all unseren Gemeinden Formen finden, wie die Getauften und Gefirmten sich ihrer Würde und Kompetenz gemäß einbringen, wie sie mittragen können.“ Nur so werde die kleiner werdende Zahl bekennender katholischer Christen in einer Welt zum Sauerteig, die einen immer dichteren Vorhang vor den Himmel ziehen wolle.

 

Der derzeitige Umbruch in allen deutschen Diözesen müsse gestaltet werden, auf dass er nicht zu einem Zusammenbruch werde, unterstrich Algermissen. Der Aufbruch dürfe nicht von vornherein mit einer „Negativstimmung“ belastet werden. „Wir können mit den Steinen, die uns in den Weg gelegt werden, verschieden umgehen: Wir können darüber klagen, uns vom Weg abbringen lassen und enttäuscht umkehren. Wir können resignieren und uns daraufsetzen, uns sogar festsetzen. Wir können sie aber auch als Bausteine verwenden und Brücken bauen.“ Eine christliche Gemeinde müsse gemeinsam und im Gebet danach fragen, was Gott von ihr konkret wolle. Die Umsetzung in die Tat werde nur möglich sein im Vertrauen auf Gottes Beistand, den Hl. Geist.

 

Seit 50 Jahren hätten sich Menschen in der Auferstehungskirche immer wieder versammelt, um ihr Leben in den verschiedenen Grenzsituationen vom Glauben an Jesus Christus, den Gekreuzigten und Auferstandenen, her zu deuten, rief der Bischof in Erinnerung. „Menschen zogen hier ein mit strahlenden Gesichtern beim Fest der Trauung oder der Erstkommunion, aber auch mit Tränen in den Augen, wenn es darum ging, von einem lieben Menschen auf dieser Erde Abschied zu nehmen.“ Die Christen hätten je neu Halt gefunden durch die Communio mit Christus im Brotbrechen und immer wieder Halt und Stütze besonders in Krisenzeiten. Bischof Algermissen wünschte der Gemeinde, dass sie aus der Feier ihres Jubiläums Kraft erhalte, die nächsten notwendigen Schritte in die Zukunft zu tun. Bpf 12

 

 

 

Vatikanische Kommission regt Frauen-Synode an

 

Die Päpstliche Lateinamerika-Kommission betont in ihrem Abschlussdokument zu einer Tagung im Vatikan Anfang März, dass die „Abwesenheit von Frauen in Entscheidungsgremien“ einen „Mangel“ und eine „ekklesiologische Lücke“ darstelle. Die Vatikanzeitung Osservatore Romano veröffentlichte Teile der Erklärung in ihrer Donnerstagsausgabe.

Die Päpstliche Lateinamerika-Kommission hat eine eigene Bischofssynode zum Thema Frauen angeregt. Dies geht aus der Abschlusserklärung der Tagung hervor, die bereits Anfang März in Rom stattgefunden hat. Das Dokument trägt den Namen „Die Frau, Säule der Kirche und der Gesellschaft in Lateinamerika“. Zu dem Treffen der 24 Bischöfe und Kardinäle waren 14 südamerikanische Frauen aus verschiedenen Bereichen eingeladen worden.

Selbstkritisch befindet die Kommission in ihrem Dokument, dass die „Abwesenheit von Frauen in Entscheidungsgremien ein Mangel, eine ekklesiologische Lücke“, sei. Ebenfalls beklagt sie den „negativen Effekt einer klerikalen und maskulinen Konzeption“.

“ Negativer Effekt einer klerikalen und maskulinen Konzeption ”

Kirche müsse frei sein von jeglichen Vorurteilen, Stereotypen und Diskriminierungen gegenüber Frauen, heißt es weiter. Die epochalen Veränderungen, denen sich die Kirche gegenüber sehe, verlangten neue missionarische Dynamik und einen Bewusstseinswandel. Im Hinblick auf „hierarchische und charismatische Gaben“ sei es möglich und dringend notwendig, die Zusammenarbeit mit Frauen in den pastoralen Strukturen bis hinauf zu den Bischofskonferenzen und der römischen Kurie zu verstärken.

Einen weiteren Schwerpunkt setzt die Kommission bei der Priesterausbildung: „Die Kenntnis und die Vertrautheit mit der weiblichen Realität, die in den Pfarreien und im kirchlichen Kontext vorhanden ist, […] ist essentiell für die menschliche und spirituelle Ausbildung des Seminaristen,“ heißt es in den pastoralen Empfehlungen, die dem Dokument angegliedert sind.

Als Paradigma der „Neuen Frau“ wird die Mutter Gottes genannt. Sie sei das außerordentliche Beispiel der vollendeten Weiblichkeit, die geschützt und gefördert werden müsse.

Die Abschlusserklärung des Treffens ist angereichert durch pastorale Handreichungen zur Umsetzung der Überlegungen. Der rund vierzehn Seiten lange Text betont durchgehend die Notwendigkeit, die Theologie der Frau im Licht der Tradition und der Lehre der Kirche zu vertiefen und regt daher im letzten Satz die Bischofssynode über die Frau im Leben und in der Mission der Kirche an. (vatican news/or 12)

 

 

 

Türen ins Leben. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Wir Menschen leben mit vielen Hoffnungen, großen und kleinen, banalen und wichtigen. Indes leben wir letztlich nur aus einer Grundhoffnung, der nämlich über den Tod hinaus.

Ein Wort, das mir gerade diese Hoffnung aufschließen kann, das mich trägt und immer wieder neu zum Leben ermutigt, begegnet mir in der Geheimen Offenbarung des Johannes an die Gemeinde von Philadelphia: „Ich habe vor dir eine Tür geöffnet, die niemand mehr schließen kann“ (Offb 3,8). Im Grunde suchen wir ja alle nach einer solchen offenen Tür, die niemand mehr schließen kann.

 

Einzig eine Hoffnung über den Tod hinaus, die dieses Schriftwort verheißt, kann uns sagen, dass unser Leben nicht ins Leere und Sinnlose ausläuft. Psychologen bestätigen, dass ein Mensch ohne eine solche Perspektive eigentlich gar nicht lebensfähig ist. Und Philosophen geben zu bedenken, dass Menschen, die scheinbar ohne eine solche Hoffnung leben, gleichsam „auf fremder Kreide zechen“ (Ernst Bloch in seinem epochalen Werk ‚Das Prinzip Hoffnung‘), d. h., zumindest unbewusst, von den Hoffnungen anderer Menschen mitleben. Wie dem auch sei: Einzig die Kraft einer Hoffnung über den Tod hinaus lässt uns immer wieder aufleben und schließlich überleben.

 

Für uns Christen ist eine solche Hoffnung in Jesus Christus erschienen, in seinem Tod und seiner Auferstehung nämlich, die wir in diesen fünfzig Tagen nach Ostern besonders feiern. Er selbst ist die Tür, die niemand mehr schließen kann.

Die alten bildlichen Darstellungen des Osterfestes in der byzantinischen Kunst zeigen, dass der Auferstandene die Riegel des Todes entriegelt und öffnet, dass er die Schlösser aufbricht, so dass die Schlüssel nur so durch die Gegend fliegen oder nutzlos ins Leere fallen. Die Ikonen schenken die Botschaft: Christus allein hat den Schlüssel, „der öffnet, so dass niemand mehr schließen kann“.

 

Diese Anspielung der Geheimen Offenbarung konnte in Philadelphia sehr wohl verstanden werden, denn es gab dort ein Stadtheiligtum, das dem römischen Gott Janus geweiht war, dem Schutzgott von Tor und Tür, der als Symbol die Schlüssel trägt. Hier wird Christus zu dem, dem allein die volle Schlüsselgewalt gehört, der alle Türen aufschließen kann.

 

Die Auferstehung Jesu Christi ist nicht singulär das „Happy End“ seines persönlichen Lebensschicksals. Sie ist vielmehr die endgültige und allen geltende Eröffnung einer Hoffnung über Lebenszeit und Tod hinaus. Das zu erinnern und zu vertiefen, ist wirklich notwendig. „Bonifatiusbote“ vom 22. April

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz würdigt christlich-islamischen Dialog

 

Mit einem erstmalig durchgeführten Empfang für die Partner im christlich-islamischen Dialog hat die Deutsche Bischofskonferenz heute (13. April 2018) das religiöse Miteinander und das vielfältige interreligiöse Gespräch gewürdigt. Der Vorsitzende der Unterkommission für den interreligiösen Dialog der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing (Limburg), konnte dazu in Frankfurt am Main rund 100 Gäste begrüßen, darunter die Vorsitzenden der Deutschen Muslim-Liga, den Vorsitzenden des Islamrats und den Bundesvorsitzenden der Ahmadiyya Muslim Jamaat in Deutschland, die DITIB sowie die hessischen Landesvorsitzenden des Verbandes Islamischer Kulturzentren, des Zentralrats der Muslime in Deutschland, der Islamischen Gemeinschaft der Bosniaken und des Geistlichen Rats der Alevitischen Gemeinde Hessen.

 

„Wir kommen als Christen unterschiedlicher Konfessionen und als Muslime verschiedener religiöser, nationaler und kultureller Zugehörigkeiten erstmals in dieser Form zusammen: Die Deutsche Bischofskonferenz möchte mit diesem Empfang ein Zeichen setzen für die Bedeutung des christlich-islamischen Dialogs und dies mit einem theologischen Gesprächsimpuls verbinden“, so Bischof Bätzing. Der Empfang verstehe sich auch als ein theologisch fundiertes Signal für den christlich-islamischen Dialog. Als Anlass habe die Bischofskonferenz das Hochfest der „Verkündigung des Herrn“ gewählt. Es erinnere an die Begegnung des Engels Gabriel mit Maria, wie sie im ersten Kapitel des Lukas-Evangeliums (Lk 1,26–38) geschildert wird. „Von Weihnachten hergeleitet wird das Fest üblicherweise neun Monate zuvor am 25. März gefeiert. Es ist ein Fest unseres Herrn Jesus und seiner Mutter, ein froher Tag mit einer bedeutungsvollen Botschaft für Christinnen und Christen. Mitten im Frühjahr hat es einen adventlichen Charakter: Von Gott dürfen wir Großes erwarten. Kalendarisch fiel der 25. März dieses Jahr mit dem Palmsonntag zusammen, sodass der Festtag der ‚Verkündigung des Herrn‘ auf den 9. April verlegt wurde – also wenige Tage vor unser heutiges Zusammentreffen“, so Bischof Bätzing. Bei allen Unterschieden zwischen dem christlichen und dem islamischen Glauben gebe das Fest der Verkündigung des Herrn Anhaltspunkte für die zwischen den Religionen bestehenden Gemeinsamkeiten: „Auch die Muslime verehren sowohl Maria als auch ihren Sohn Jesus; auch der Islam kennt den Engel Gabriel als Boten Gottes.“

 

Von diesen Gemeinsamkeiten ausgehend entfaltete der Islamwissenschaftler Pater Prof. Dr. Felix Körner SJ, Professor für Dogmatik und Theologie der Religionen an der Päpstlichen Universität Gregoriana (Rom) in seinem Festvortrag das Hören auf Gott in den jeweiligen Religionen. Unter dem Thema „Überlieferte Weisheit für den interreligiösen Dialog – was ist geistliche Unterscheidung“ legte P. Körner dar, dass Gläubige unterschiedlicher Traditionen einander Schätze ihres geistlichen Erbes vorstellen könnten. Für Papst Franziskus sei die Kunst des Unterscheidens von zentraler Bedeutung: das wache Hören auf Gottes Plan.

 

Vor diesem Hintergrund würdigte P. Körner den christlich-islamischen Dialog als einen Ort besonderer Verantwortung: „Es geht um die Treue zu Gott und um die Gestaltung der Zukunft, und das nicht selten unter Anspannung.“ Gott rufe den Menschen zurück in seine Geschichte, von der wir ein Teil seien: „So können wir uns wieder auf Gott verlassen und gelassen, rücksichtsvoll, umsichtig das Jetzt mitgestalten“, so P. Körner. Er freue sich, dass mit den Muslimen auch der Islam mit seinen verschiedenen geistlichen Traditionen zu uns gekommen sei: „Viele von uns haben schon eindrucksvolle Gläubige und hochspannende Autoren einer fremden Spiritualität kennenlernen dürfen; aber es gibt für uns alle noch viel zu entdecken und zu vermitteln. Es gibt in unseren theologischen, mystischen, asketischen, philosophischen, dichterischen und volksfrommen Traditionen überlieferte Weisheiten, die das Miteinander hierzulande mitprägen können, die das religiöse Denken tragen und weiterentwickeln können, die uns neue Gesichtspunkte in der Ethik aufzeigen können, die neue Ideen für die Wertevermittlung und Lebensgestaltung einbringen können.“

 

Er, so Prof. Körner, könne sich ein Deutschland vorstellen, „in dem verschiedene Traditionen ausstrahlende Institutionen pflegen, etwa Häuser für geistliche Übungen, Lehrstühle für geistliche Theologie, Lernorte für geistliche Begleiterinnen und Begleiter.“ Eine gründliche Ausbildung solcher Fachleute der geistlichen Begleitung sei notwendig, „damit sie den empfindlichen Raum des Seelenlebens, des geistlichen Gesprächs, des persönlichen Vertrauens nicht für eigene Zwecke missbrauchen, sich nicht als manipulative Gurus aufspielen, sondern zurückhaltend das persönliche Wachstum der Menschen begleiten, die sich auf die Gottsuche gemacht haben.“ P. Körner betonte, dass er sich eine Gesellschaft vorstellen könne, in der verschiedene Stile, jüdisch oder christlich oder muslimisch ‚geistlich‘ zu leben, sich gegenseitig herausfordern und beschenken: „Wenn wir unsere Verantwortung ernst nehmen, brauchen wir das; und Gott ruft uns in die Verantwortung.“ Dbk 13

 

 

 

Gaudete et exsultate: Die Heiligkeit im Leben des Einzelnen

 

Das Gegenteil von Heiligkeit ist nicht ein Leben in Sünde, sondern ein selbstzufriedenes Leben im Mittelmaß. Das sagte der Stellvertreter des Papstes für das Bistum Rom, Angelo De Donatis, bei der offiziellen Vorstellung des neuen Lehrschreibens. Christine Seuss - Vatikanstadt

 

Er habe sich zunächst etwas darüber gewundert, einen lehramtlichen Text von Franziskus zu dem heute als etwas „sperrig“ und vielleicht sogar antiquierten Begriff der Heiligkeit zu erleben, sagte der Generalvikar für Rom, Erzbischof Angelo De Donatis.

„Diese Überlegungen, die vielleicht die Gedanken von vielen Menschen ausdrücken, sagen uns sofort, was die Herausforderung ist, die die Exhortation annehmen will. Die ewige Aktualität der christlichen Heiligkeit zu zeigen, indem sie ihren Inhalt vorstellt, wie er von der Schrift überliefert ist, um sie allen als erstrebenswertes Ziel des eigenen menschlichen Weges vorstellen zu können. Ein Ruf, den Gott an alle richtet! Und Papst Franziskus fasst das so zusammen: Die Heiligkeit ist das wahre Leben.“

Alle seien dazu gerufen, in ihrem Leben nach Heiligkeit zu streben, fuhr De Donatis fort. Doch das Gegenteil von Heiligkeit bedeute keineswegs, ein Leben in Sünde zu führen, sondern vielmehr, sich mit einem mittelmäßigen Leben zufrieden zu geben - damit griff er einen oft geäußerten Gedanken des Papstes auf. „Gott bietet einen Weg der Heiligkeit an, der in der Jüngerschaft Christi und im Netz der gegenseitigen Beziehungen gelebt wird. Gott ist der dreifach Heilige und gießt über den Menschen sein eigenes göttliches Leben aus. Seid heilig, weil ich, der Herr, heilig bin.“

Es sei eindeutig, so der Stellvertreter des Papstes in der Diözese Rom, dass Franziskus mit seiner Exhortation darauf hinweisen wolle, was wirklich entscheidend für das christliche Leben sei, ohne den Blick zu verengen oder „uns damit zufrieden zu geben, uns schlecht und recht durchzuringen“. „Das hat mich überrascht - wirklich den Blick weiten, wohin geht es, wohin geht die Kirche? Und die Zugehörigkeit zum Herrn Jesus und zur Kirche löst sich auf, entleert sich ihres Sinns, wenn die Richtung des Weges nicht schnurgeradeaus geht, auf der Bahn der Heiligkeit.“

Das Ziel der Exhortation sei es nicht, eine Abhandlung zur Heiligkeit zu liefern, mit vielen Definitionen und Unterscheidungen, betonte De Donatis mit einem Zitat aus den ersten Absätzen des Dokuments: „Mein bescheidenes Ziel ist es, den Ruf zur Heiligkeit einmal mehr zum Klingen zu bringen und zu versuchen, ihn im gegenwärtigen Kontext mit seinen Risiken, Herausforderungen und Chancen Gestalt annehmen zu lassen.“

Heiligkeit, die für alle möglich und erstrebenswert sei also: ein Prinzip, das bereits das II. Vatikanische Konzil kraftvoll vertreten habe und das der Papst in seiner Exhortation aufgreife und in die heutige Sprache übersetze.

“ Eine Heiligkeit, die nicht nur für wenige Helden zugänglich ist, für außergewöhnliche Menschen, sondern die die normale Art und Weise repräsentiert, in der ein normales Leben gelebt wird ”

Dies bekräftigt Paola Bignardi von der Katholischen Aktion Italiens bei der Vorstellung des Schreibens im vatikanischen Pressesaal. Sie habe bei der Lektüre des Dokumentes am meisten beeindruckt, mit welcher „Kraft und Entschiedenheit“ davon ausgegangen werde, „dass die Heiligkeit zu den einfachen Menschen gehört, den Menschen, die ein normales Leben führen, das aus einfachen Dingen besteht... Also eine Heiligkeit, die nicht nur für wenige Helden zugänglich ist, für außergewöhnliche Menschen, sondern die die normale Art und Weise repräsentiert, in der ein normales Leben gelebt wird. Es scheint mir, dass dies einer der interessantesten Aspekte für das Leben der Christen und der christlichen Gemeinschaften heute ist.“ VN 9

 

 

 

 

 

Kardinal Marx würdigt Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate von Papst Franziskus „über den Ruf zur Heiligkeit in der Welt von heute“

 

Zum heute (9. April 2018) veröffentlichen Dokument von Papst Franziskus „Gaudete et exsultate – über den Ruf zur Heiligkeit in der Welt von heute“ erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx:

 

„Papst Franziskus hat heute das Apostolische Schreiben ,Gaudete et exsultate – über den Ruf zur Heiligkeit in der Welt von heute‘ veröffentlicht. Dafür sind wir deutschen Bischöfe ihm sehr dankbar.

 

Im Zentrum der Überlegungen dieses Schreibens steht die Berufung aller Christen, ja letztlich aller Menschen, zur Heiligkeit. Das Kernanliegen von Papst Franziskus ist es dabei nicht, eine Abhandlung über die Heiligkeit mit Definitionen, Unterscheidungen, Analysen oder Normen vorzustellen. Vielmehr geht es ihm darum, die Christen angesichts der Welt von heute anzuhalten, auf den Ruf zur Heiligkeit zu hören. Dabei ermutigt er sie, Heiligkeit nicht nur als ein wirklichkeitsfernes Ideal der kanonisierten Seligen und Heiligen der Kirche zu betrachten, sondern sie in ihrem eigenen Alltag zu suchen, als ,Heiligkeit von nebenan‘ (Nr. 7). Es geht ihm, wie er im ersten Kapitel (‚Der Ruf zur Heiligkeit‘) verdeutlicht, darum, alle anzusprechen und einzuladen, alle zu ermutigen, sich auf den Weg zu machen. Dafür findet er auch sehr konkrete Beispiele, wenn er etwa in einem Gespräch beim Einkaufen oder in der Zuwendung zu einem Kind Wege der Heiligkeit ausmacht.

 

Aus dieser Einladung an alle ergibt sich in Konsequenz die Warnung des zweiten Kapitels (‚Zwei subtile Feinde der Heiligkeit‘), besonders elitäre Vorstellungen von Heiligkeit zu vermeiden, die Papst Franziskus bei manchen Katholiken als virulent betrachtet. Im Anschluss und unter ausdrücklichem Verweis auf das erst kürzlich von der Glaubenskongregation veröffentlichte Schreiben Placuit deo benennt der Heilige Vater diese beiden Strömungen des ,gegenwärtigen Gnostizismus‘ und des ,gegenwärtigen Pelagianismus‘. Mit diesem Bezug auf zwei schon altkirchliche Irrlehren hebt er auf einen überzogenen Intellektualismus und auf eine elitäre Vorstellung von der eigenen Willenskraft des Menschen ab. Heiligkeit, so macht er deutlich, ist weder ein intellektuelles Begriffsspiel, das die Welt vollständig erklärt, noch ist sie eine Leistung, die der Mensch aus eigenem Willen erbringen könnte, ohne sich der Gnade Gottes zu unterstellen.

 

Das dritte Kapitel (‚Im Licht des Meisters‘) besteht in einer Auslegung der ,Seligpreisungen‘ des Evangeliums, die zugleich das christliche Grundverständnis von Heiligkeit erläutert.

 

Im vierten Kapitel geht es darum, angesichts der Welt von heute einige Aspekte besonders hervorzuheben, ohne die das Bemühen um Heiligkeit nicht auskommt. Papst Franziskus nennt hier fünf Aspekte, beginnend mit ,Durchhaltevermögen, Geduld und Sanftmut‘, gefolgt von ,Freude und Sinn für Humor‘. Es schließen sich ,Wagemut und Eifer‘ an, dann ,Gemeinschaft‘ und schließlich das ,Gebet‘.

 

Das fünfte Kapitel (‚Kampf, Wachsamkeit und Unterscheidung‘) besteht in einer abschließenden Mahnung, die Gefahr des Bösen nicht außer Acht zu lassen und sich in der Spiritualität der Unterscheidung zu üben, um so in der konkreten Lebenssituation den rechten Weg der Heiligkeit zu finden.

 

Es fällt zunächst auf, dass auch im Titel dieses Schreibens wieder die Freude an erster Stelle steht. Die Freude ist ein stets wiederkehrendes Grundmotiv in den Lehrschreiben von Papst Franziskus. Bei allem Ernst der Themen geht es ihm dennoch unübersehbar um ein Christentum aus der Grundstimmung und Grundhaltung der Freude. Dazu möchte er anstiften – unter klarer Zurückweisung aller Verhärtung und Vergrämung. Freudig und humorvoll soll die christliche Botschaft als befreiend und erlösend erfahren und gelebt werden. In diesem Sinn steht dieses Apostolische Schreiben im Einklang mit der gesamten Verkündigung dieses Pontifikats. Papst Franziskus führt in großer Konsequenz seine Linie fort, die sich auch dadurch auszeichnet, dass er lehramtliche Definitionen und normative Entscheidungen nicht in den Vordergrund stellt. Es kommt ihm auch nicht auf eine normative Verbotsethik an, sondern auf eine appellative Tugendethik, oder, wenn man so möchte, auf eine ,Heiligkeitsethik‘, die mit allem Nachdruck dazu einlädt, das Gute im Geist Christi zu tun. Hinweise dafür schöpft er aus den Quellen christlicher Tradition: Augustinus, Thomas von Aquin, Ignatius von Loyola, aber auch viele andere werden zitiert. Dass eine solche Ethik alles andere als ein harmloses Sprechen im Konjunktiv ist, wird dem Leser von Gaudete et exsultate schnell deutlich.

 

Dazu zählt für Papst Franziskus auch der Einsatz für Arme und gegen jede Art von Egoismus und Individualismus. In klaren Worten fordert er eine Verantwortung für den Nächsten, den Ausgegrenzten, den Unterdrückten. Damit bekommt das Dokument auch eine starke sozialethische Perspektive. Beispielsweise schreibt der Papst mit Blick auf Migranten: ,Oft hört man, dass angesichts des Relativismus der Grenzen der heutigen Welt beispielsweise die Lage der Migranten eine weniger wichtige Angelegenheit wäre.‘ Ein Christ müsse sich aber in diejenigen hineinversetzen, ,die ihr Leben riskieren, um ihren Kindern eine Zukunft zu bieten‘.

 

Das Schreiben ist eine authentische Aufforderung von Papst Franziskus, voll Freude, Optimismus und Offenheit für Gottes Wort alles Mittelmaß hinter sich zu lassen und aufzubrechen. Dabei macht er deutlich, dass dies nur im Miteinander und im Zugehen auf die Mitmenschen möglich ist. Wer versucht, Gaudete et exsultate unter kirchenpolitischen Aspekten zu analysieren, geht mit Sicherheit an der Intention des Heiligen Vaters vorbei. Wer sich hingegen anstecken lässt, das eigene Leben zu überdenken und darin neu nach der Heiligkeit zu suchen, ist auf dem richtigen Weg.“ Dbk 9

 

 

 

 

Vatikan-Experte zum neuen Papstschreiben "Heiligkeit in Erinnerung rufen"

 

"Freut euch und jubelt": So heißt übersetzt das neue Papstschreiben, das am Montag erschienen ist. Vatikan-Experte Nersinger hat sich mit dem Schreiben beschäftigt und erklärt, woran sich vielleicht manch einer stoßen könnte.

 

DOMRADIO.DE: Eine Besonderheit des neuen Papstschreibens "Gaudete et exsultate - freut euch und jubelt - Über den Ruf zur Heiligkeit in heutiger Zeit" ist, dass es eine Exhortatio ist. Ich habe mal im Duden nachgeschaut. Im Duden ist das einerseits "Ermunterung", andererseits aber auch "Ermahnung zum rechten Tun". Ist das etwas Besonderes?

Ulrich Nersinger (Vatikan-Experte): Ich bin dem Heiligen Vater sehr dankbar, dass er diese Form eines Schreibens genommen hat. Er sagt ja selber später im Verlaufe seiner Ausführungen, dass er keine Abhandlungen über die Heiligkeit schreiben möchte, sondern eine Exhortatio. Das kann Ermahnung und Ermunterung heißen. Ich denke, in diesem Fall liegt die Betonung eher auf der Ermunterung. Eine Exhortatio hat immer einen erzieherischen Wert. Das ist auch das große Anliegen des Papstes, dass er die Heiligkeit wieder etwas in Erinnerung rufen will. Denn wir haben eigentlich sehr gute theologische Aussagen über die Heiligkeit. Ich denke da an das Zweite Vatikanische Konzil, das in einem der großartigen Dokumente -  "Lumen gentium"  - zwei Kapitel verwendet, um die Heiligkeit zu erklären und zu verdeutlichen.

DOMRADIO.DE: Aber dann gehen wir doch mal ein auf diese Heiligkeit. Denn Teil des Titels ist ja auch über den Ruf zur Heiligkeit in der heutigen Zeit. Was ist denn die Kernaussage des Papstes?

Nersinger: Für mich zeigt sich in dem Schreiben, dass es dem Papst sehr wichtig ist, dass alle Menschen zur Heiligkeit berufen sind, nicht nur eine bestimmte Berufs- oder Standesgruppe wie Ordensleute oder Priester. Er sieht Heiligkeit als Aufruf und Anspruch an alle Katholiken und Christen.

DOMRADIO.DE: Jeder Christ trägt sie also in sich drin?

Nersinger: Ja, und jeder sollte sie auch fördern und leben. Das haben wir schon im Alten Testament, im Buch Levitikus, heißt es schon: Seid heilig, weil ich heilig bin. Ich denke, das ist schon immer in der Kirche vorhanden gewesen, auch schon im Alten Testament. Das ist ein Aufruf, der universell und für die Zukunft gilt.

DOMRADIO.DE: Jetzt haben Sie gesagt, dass eine Exhortatio etwas Erzieherisches und Pädagogisches ist. Jeder trägt diese Heiligkeit in sich drin. Gibt er denn auch konkrete Handlungsanweisungen?

Nersinger: Das tut er schon. Er zeigt auch auf, wie Heiligkeit gelebt werden kann und natürlich auch, wie sie nicht gelebt werden soll. Das macht er im typisch franziskanischen Stil, der dazu neigt, die Erklärungen sehr populär und verständlich wieder zu geben. Das finde ich auch schön und wertvoll. Doch so manche Formulierungen können dann auch zu Diskussionen verleiten.

DOMRADIO.DE: Sagen Sie doch mal ein paar Beispiele?

Nersinger: Er verwendet zum Beispiel den Ausdruck der "Mittelschicht der Heiligkeit". Das ist ein Begriff, an dem man sich stoßen könnte. Ich denke mancher Kirchenrechtler und Theologe wird da so ein bisschen Bauchweh bekommen. Ähnlich ist es, wenn er davon spricht, dass es nicht gesund ist, die Heiligkeit im Stillen zu suchen. Ich weiß, was er meint und was sein Anliegen ist und dass es da sicherlich Fehlentwicklungen gibt. Aber so eine Formulierung kann dann auch unter Umständen jemanden erschrecken, der sagt: Warum soll man nicht in einem kontemplativen Leben, so wie es die Eremiten machten, die Heiligkeit finden?

DOMRADIO.DE: Wenn Sie sagen, man solle Heiligkeit nicht im Stillen finden, dann könnte man an den Spruch "Tue Gutes und rede darüber" denken.

Nersinger: Das ist auch etwas, was Franziskus ausmacht und was ihn für viele ansprechbar macht, dass er Vergleiche und Formulierungen bringt, die verständlich sind. Die aber dann bewusst und unbewusst in einem theologischen oder kirchenrechtlichen Kontext leicht missverstanden werden können. Das ist so etwas, was man dann in diesem Schreiben - ich will nicht sagen bemängeln kann -, aber manchmal geht der Papst etwas im Plauderton vor, was nicht schlecht ist. Aber so ein Plauderton birgt natürlich auch so manche Gefahren in sich. Aber andererseits gibt er tolle Erfahrungen und Möglichkeiten wider, wenn er beispielsweise die Heiligkeit anhand der Seligpreisungen der Bergpredigt erklärt. Das sind wunderschöne Gedanken.

DOMRADIO.DE: Das letzte Papstschreiben "amoris laetitia" im Jahr 2016 hatte die Themen Ehe und Familie. Da gab es auch einige Kritik. Sie haben gerade gesagt, es könnte ein bisschen Kritik an der Form und dem Tonfall des neuen Schreibens kommen. Gibt es denn auch inhaltlich etwas, wo möglicherweise Kritik zu erwarten ist?

Nersinger: Ja, das könnte passieren. Vor allem bei Theologen und Kirchenrechtlern könnte die Überlegung kommen, wie Franziskus es denn genau meint. Soweit ich weiß, haben wir noch keinen lateinischen Text. Normalerweise hat so ein apostolisches Schreiben einen lateinischen Grundtext, aber es gibt jetzt nur die Ausgaben in den verschiedenen Landessprachen, so dass es wieder eine Interpretation des verwendeten Wortes ist. Ich denke, es wird zu Diskussionen kommen und es wird auch zu Kritik kommen, was eigentlich nicht schlecht ist, aber hoffentlich nicht die hervorragenden Möglichkeiten, die dieses Dokument für die Beschäftigung mit der Heiligkeit bietet, dann irgendwie mindert.

Das Interview führte Andreas Lange. DR 9

 

 

 

Katholische Juristin: „Mitleid muss in alle Richtungen wirken“

 

Die Botschaft der Hoffnung und des Mitleids von Papst Franziskus kann helfen, der wachsenden Angst vor Migranten und der Sorge um Sicherheit zu begegnen. Das sagt die neue Präsidentin der Internationalen Katholischen Migrantenkommission, Anne Gallagher.

Über Heiligkeit im Alltag schreibt Papst Franziskus in seinem neuesten lehramtlichen Text, Gaudete et exsultate. Er bricht eine Lanze für die Verteidigung der Menschenwürde, besonders der Armen, der Ausgegrenzten und der Unterprivilegierten. Anne Gallagher hält das für einen wichtigen Weckruf in unserer Zeit.

 „Wir haben Glück, dass wir in Papst Franziskus eine moralische Stimme von diesem Gewicht haben, die Leadership verkörpert und Mut macht und die internationale Gemeinschaft bestärkt. Ich glaube, das macht einen riesigen Unterschied“, sagte die australische Juristin im Gespräch mit Vatican News. Gallagher ist spezialisiert auf Menschenrechte und Fragen der Geschlechtergerechtigkeit und darüber hinaus eine anerkannte Fachfrau für internationales Recht bezüglich Menschenhandel.

Hier zum Hören:

Gallagher zufolge ist die päpstliche Botschaft eine Botschaft der Hoffnung und des Mitleids, die heute sehr gebraucht wird. Sie merkt aber an: „Mitleid muss in alle Richtungen wirken, und es muss sich an alle richten.“ Mit Blick auf die Wahlerfolge von Politikern, die für eine Anti-Einwanderungspolitik stehen, sagt die Präsidentin der Internationalen Katholischen Migrantenkommission: „Es ist wichtig für uns zu verstehen, woher die Angst kommt. Wir müssen verstehen und auch wertschätzen, dass Menschen Sorgen über ihre Gesellschaft und die Zukunft ihrer Kinder haben.“

Die katholische Kirche könne „in einen echten Dialog mit ihren Mitgliedern und auch mit der größeren Gemeinschaft eintreten, so dass diese Ängste offen und ehrlich zur Sprache kommen können“, so Gallagher. Sehr viele Regierungen kämpften derzeit damit, nationale Sicherheitsbelange und Migration auszubalancieren.

In den vergangenen 50 Jahren habe es eine echte Entwicklung des internationalen menschenrechtlichen Rahmenwerks gegeben, das die Integrität der menschlichen Person anerkenne und von den „unveräußerlichen Rechten“ spreche, die Regierungen allen Menschen auf ihrem Territorium zugestehen müssen. Das sei ein großer Schritt vorwärts gewesen. Wenn aber widersprüchliche Interessen im Spiel seien, sei es an der Kirche, Mut und Führungsstärke zu zeigen. VN 11

 

 

 

Stichwort: Diakon. Ständiger Diakon

 

Fulda. Das Zweite Vatikanische Konzil eröffnete verheirateten Männern die Weihe zu sogenannten Ständigen Diakonen. In der Diözese Fulda wurden 1972 die ersten Männer zu Ständigen Diakonen geweiht. Die Bezeichnung „Ständiger Diakonat“ macht deutlich, dass es sich nicht um eine Durchgangsstufe zur Priesterweihe handelt. Der Diakon ist in besonderer Weise zum helfenden Dienst aufgerufen und kann mit verschiedenen pastoralen und caritativen Aufgaben betraut werden. In der Liturgie assistiert er unter anderem bei Eucharistiefeiern und kann den Predigtdienst ausüben. Er leitet Wortgottesdienste und spendet das Sakrament der Taufe. Außerdem kann er mit Trauungen und Beerdigungen beauftragt werden. Das Mindestalter bei der Diakonenweihe für Ständige Diakone liegt bei 35 Jahren. Eine Bedingung für den Ständigen Diakonat ist, dass die Ehefrau des Bewerbers die Entscheidung zur Diakonenweihe mitträgt. Bischöflicher Beauftragter für den Ständigen Diakonat in der Diözese Fulda ist seit Januar 2009 in der Nachfolge von Weihbischof Johannes Kapp Domkapitular Prälat Christof Steinert. Derzeit gibt es im Bistum 54 Ständige Diakone, die zumeist nebenamtlich tätig sind.

 

Diakone sind bereits in der Apostelgeschichte erwähnt. In der frühen Kirche wirkte der Diakon (griechisch: Diener) in der Armenpflege oder als Gehilfe des Bischofs beim Gottesdienst. Seit dem fünften Jahrhundert verlor das Amt an Bedeutung. Lange Zeit war der Diakon nur noch eine Durchgangsstufe auf dem Weg zur Priesterweihe. Das Sakrament der Weihe ist in der katholischen Kirche in drei Stufen gegliedert: die Diakonenweihe, die Priesterweihe und die Bischofsweihe. Das Zweite Vatikanische Konzil hat das eigenständige Amt des Diakons in der Dogmatischen Konstitution über die Kirche „Lumen Gentium“ vom 21. November 1964 erneuert und sein spezifisches Profil betont.

 

Dort heißt es: „Mit sakramentaler Gnade gestärkt, dienen sie in der liturgischen Diakonie, in der Diakonie des Wortes und der Liebe in Gemeinschaft mit dem Bischof und seinem Presbyterium dem Volke Gottes. Sache des Diakons ist es, je nach Weisung der zuständigen Autorität feierlich die Taufe zu spenden, die Eucharistie zu verwahren und auszuteilen, der Eheschließung im Namen der Kirche zu assistieren und sie zu segnen, die Wegzehrung den Sterbenden zu überbringen, vor den Gläubigen die Heilige Schrift zu lesen, das Volk zu lehren und zu ermahnen, Gottesdienst und Gebet der Gläubigen zu leiten, die Sakramentalien zu betreuen, den Beerdigungsritus vorzunehmen“ (Lumen Gentium 29). Bpf

 

 

 

 

Buchtipp. Der Andere Prophet. Jesus im Koran.

 

Jesus ist im Koran ein besonderer Prophet – und das Christentum wird dort positiver und weniger polemisch gesehen als bisher gedacht, ist ein christlich-islamisches Autorenduo nach sechsjähriger Forschung überzeugt. Von Judith Kubitscheck

Jesus spielt im Koran eine bedeutsame Rolle: In insgesamt 108 Versen in 15 verschiedenen Suren wird er direkt erwähnt. Im Buch „Der Andere Prophet. Jesus im Koran“, das am 18. April im Herder-Verlag (Freiburg) erschienen ist, kommt der christliche Theologe Klaus von Stosch (Paderborn) gemeinsam mit seinem muslimischen Kollegen Mouhanad Khorchide (Münster) zu interessanten Ergebnissen: Beispielsweise beinhaltet der Koran den Wissenschaftlern zufolge viel weniger Polemik gegen das Christentum als bisher angenommen.

Sechs Jahre lang haben die beiden Theologen dieses Buch in einem gemeinsamen Prozess geschrieben, und verantworten bis auf die jeweils persönlichen Reflexionen am Schluss beide den Inhalt gemeinsam. Von einem christlich-muslimischen Forscher-Team wurden sie in ihrer Arbeit unterstützt.

Appell an die Christen?

In einem ersten Kapitel setzen sie sich intensiv mit den Christusvorstellungen auseinander, die auf der arabischen Halbinsel im 7. Jahrhundert zur Zeit der Entstehung des Islams existierten. Damals befand sich das Christentum noch in einem erbitterten Streit um die rechte Christologie, auch in Mekka und Medina dürften diese innerchristlichen Auseinandersetzungen bekannt gewesen sein.

Selbstkritisch fragt sich der katholische Professor für Systematische Theologie, Klaus von Stosch, in seiner Reflexion, ob die koranische Irritation über die christologischen Streitigkeiten nicht auch als Appell an die Christen heute verstanden werden könnte noch mehr als Einheit aufzutreten und „nach einer sichtbaren Ökumene der Kirche zu streben“.

Entstehung der Jesusverse

Kernstück des Buches ist die Auslegung der Suren 19 sowie 3 und 5, wobei die Reihenfolge der historischen Entstehung der Jesusverse beachtet wird. Hier zeigen die Ergebnisse den Forschern zufolge, dass die koranische Kritik am Christentum ausdrücklich nur bestimmten Gruppierungen, nicht aber dem Christentum insgesamt gilt. Beispielsweise wird kritisiert, wenn etwa Mönche vergöttlicht werden, weil das Gottes Allmacht infrage stellt. In anderen Versen aber würden die Mönche als Vorbilder gelobt (vgl. z. B. Koran 5,82).

Auch der Vers 5,51, der es Muslimen nahezulegen scheint, keine Freundschaften mit Juden und Christen einzugehen, interpretieren die Theologen anders als beispielsweise in salafistischen Kreisen üblich: Ein paar Verse später, in Vers 57, werde klar, dass die Aufforderung, sich von Freundschaften mit Christen und Juden fernzuhalten, sich nur an diejenigen richte, die mit der islamischen Religion Spott und Scherz treiben.

Besondere Rolle Jesu im Koran

Wenn der Koran davon spricht, dass Gott keinen „Sohn“ hat, kann dies als Angriff auf das Christentum verstanden werden. Allerdings wird meist nicht der christlich-arabische Begriff „ibn“ für Sohn verwendet, sondern „walad“.

Auch die besondere Rolle Jesu im Koran wird herausgearbeitet: seine besondere Geburt, seine Wundertaten. Jesus wird als einziger Prophet als „Gott Nahestehender“, sowie als Wort und Geist Gottes bezeichnet. Der Koran und Jesus gelten beide als Zeichen, die Gott den Menschen gibt, um ihnen Barmherzigkeit zu erweisen.

Jesus, ein Mensch

Trotz aller Wertschätzung Jesu im Koran bleibt er allerdings nur eines unter mehreren Zeichen Gottes, und ist nicht wie im christlichen Sinne die Offenbarung Gottes schlechthin. Er bleibt ein Mensch und wird in die Reihe der Propheten gestellt. Diese eigene Prophetologie erlaube es, Jesu „Rolle zu relativieren, zugleich aber auch seine Besonderheit genauer zu konturieren“.

In dem Buch wird auch von den „Leerstellen des Korans“ gesprochen: Die Passion Jesu, sowie sein Leiden am Kreuz und die damit verbundene Erlösung der Menschen von den Sünden werden im Koran nicht erwähnt. Es bleiben also Unterschiede. Ob diese ein unversöhnbarer Gegensatz sind, oder „eine produktive Verschiedenheit beider Religionen“ (Khorchide) muss jeder selbst entscheiden. Das Buch will ein erster Schritt sein zu einer „lernbereiten, dialogischen und friedensfördernden Neubestimmung des Verhältnisses von Islam und Christentum“, heißt es im letzten Satz von „Der andere Prophet“. (epd/mig 20)

 

 

 

 

55 Jahre „Pacem in Terris“

 

Ein ganz besonderer Geburtstag: „Pacem in Terris“ wird an diesem Mittwoch 55 Jahre alt. Die Enzyklika des heiligen Papstes Johannes XXIII. war gleich in mehrfacher Hinsicht bahnbrechend. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

„Pacem in Terris soll in diesem Jahr des Herrn 1963 unser Ostergeschenk sein“: So kündigte der Roncalli-Papst damals seinen Text an. 1963: Das ist mitten im Kalten Krieg. Kuba-Krise, Angst vor einem neuen Weltkrieg, zugleich Zweites Vatikanisches Konzil und letztes Pontifikatsjahr von Johannes.

„Der Text breitet die Lehre der Kirche zum Thema Frieden aus. Es geht um die Elemente, die zu einem authentischen Frieden führen – im persönlichen, familiären und im öffentlichen Ambiente.“

Zum ersten Mal schreibt ein Papst eine Enzyklika nicht nur an eine bestimmte Gruppe – etwa die Bischöfe oder alle katholischen Gläubigen – sondern ausdrücklich an „alle Menschen guten Willens“. Eine Formel, die sich seither für diese päpstlichen Lehrdokumente eingebürgert hat.

Johannes schreibt bewusst an alle in Ost und West. Seine These: Frieden kann nicht durch ein Gleichgewicht des Schreckens, also durch nukleare Abschreckung, entstehen.

„Frieden ist nicht so sehr ein Gleichgewicht äußerer Kräfte als vielmehr ein Gottesgeschenk, Unterpfand der Liebe Christi, der die Seelen der Menschen mit dem Vater aussöhnt und sie mit seiner Gnade umfängt.“

“ Kirche gehört nicht zum Osten und nicht zum Westen ”

Der 11. April ’63, Tag der Veröffentlichung, ist der Gründonnerstag. Johannes ist schwerkrank; er weiß, dass er nicht mehr lange leben wird. Das macht „Pacem in Terris“ zu seinem Vermächtnis. „Wahrheit, Gerechtigkeit, Liebe und Freiheit“ nennt der Papst schon im Untertitel die Hauptvoraussetzungen für Frieden.

„Wir vertrauen darauf, dass die Botschaft der Enzyklika Pacem in Terris von den Menschen freudig und mit offenem Herzen aufgenommen werden wird. Und wir werden ihren Lauf mit unserem Gebet begleiten und mit der Zuneigung, die alle Völker umarmt.“

Erstmals macht ein hochrangiger päpstlicher Text auf die wichtige Rolle der Frauen aufmerksam. Aber auch dieser Satz findet sich in der Jahrhundert-Enzyklika, unter der Nummer 41: „Es kann nicht ein für allemal entschieden werden, welche Staatsform die geeignetere ist…“

Die Kirche gehört nicht zum Westen und nicht zum Osten, macht der Papst klar. Auch deswegen wird seine Enzyklika diesseits wie jenseits des Eisernen Vorhangs interessiert aufgenommen. Bis heute inspiriert sie die Friedensarbeit der Kirche überall auf der Welt.

Unser Video zeigt historische Aufnahmen aus der Entstehungszeit der Enzyklika; dazu hören Sie eine Ton-Aufnahme der Ankündigung von Pacem in Terris durch Johannes XXIII. in italienischer Sprache. VN 11

 

 

 

 

Trauerarbeit geht neue Wege – Musikalische Gestaltung im Requiem sowie bei Trauer- und Erinnerungsfeiern

 

Fulda. „Vieles wandelt sich im Leben der Menschen, so auch die Gestaltung von Trauerfeiern.  Es gibt Momente im Leben, da kann Musik mehr ausdrücken, als Worte. Sie begleitet - sie hält die Erinnerung lebendig!“ Davon ist Diözesantrauerseelsorger Pfarrer Werner Gutheil überzeugt. „Da ist eine Melodie, sie war schon zu Lebzeiten etwas Besonderes oder sie erinnert an ein gemeinsames Erlebnis. Musik baut eine Brücke in das Vergängliche, aber sie spendet auch gegenwärtig Trost, in dem sie den Trauernden Entspannung und ein Seelenstreicheln schenkt.“

 

Die Trauerarbeit um Pfarrer Gutheil hat diesen Wandel seit vielen Jahren beobachtet. Es ist wichtig, die Gestaltung der Trauerfeiern sehr individuell und persönlich auf die Menschen zuzuschneiden. Dabei sei das Thema Musik immer eine Frage. Im Umfeld des Trauerzentrums in Hanau erlebte Gutheil „Klassiker aus der Popmusik“ im Rahmen von Trauerfeiern vom Band. Mit Anita Burck, die bei ihm die Trauerbegleiterausbildung 2016 gemacht hat, lernte er eine Sängerin kennen, die neben ihrem musikalischen Einfühlungsvermögen auch über textliches Verständnis verfügt. Sie ist auf den Bühnen der Popschlagerwelt und durch ihre Grand-Prix-Teilnahme bekannt, aber auch Hochzeiten und Taufen werden immer wieder von ihr musikalisch gestaltet.

 

Ihre Ausbildung zur Trauerbegleiterin führte sie an die Musik in der Trauerarbeit näher heran. Zusammen mit Diözesanseelsorger Gutheil hat sie immer wieder das Thema „musikalische Gestaltung bei Trauerfeiern“ erörtert. Mehrfach hat sie mit dem Trauerseelsorger im „Haus des Abschieds“ in Kalbach Gedenkfeiern für die Verstorbenen der Pietät und aus der Umgebung gestaltet. „Daraus ist ein neuer Ansatz entstanden, so dass die Musik in der Trauerarbeit eine große Hilfe für die Betroffenen darstellt“, betont Gutheil. Die Gestaltung sei ganz individuell und werde auf die Wünsche der Hinterbliebenen bzw. des Verstorbenen zugeschnitten. Die Gesangsbeiträge würden meist untermalt durch eine ruhige Pianobegleitung oder eine Akustikgitarre im Arrangement, denn sie verleihe dem Musiktitel die nötige Emotion. Den Trauernden solle somit die Möglichkeit gegeben sein, in die musikalische und textliche Botschaft des jeweiligen Titels einzutauchen, um so über die Schwingungen der Musik eine Verbundenheit zu spüren.

 

„Wir wollen damit einen Beitrag, für würdige und individuell gestaltete Trauerfeiern leisten“, so Gutheil weiter. „Ich freue mich, dass Anita Burck hierfür gleichsam im Rahmen ihres Engagements als Trauerbegleiterin dies mit ihrem beruflichen Talent verbindet.“ Ziel dieses neuen Trauerweges ist es, ein Angebot im Raum Fulda, Vogelsberg und Main-Kinzig-Kreis zu schaffen, dass die individuelle Gestaltung im musikalischen Teil ermöglicht. Weitere Informationen zu den musikalischen Gestaltungsmöglichkeiten von Anita Burck sind über folgende Kontaktmöglichkeiten erhältlich: E-Mail: info@anitaburck.de, Tel. 0661/9339900. bpf 11

 

 

 

Sachverständigengruppe „Weltwirtschaft und Sozialethik“ plädiert für sozial-ökologische Modernisierung

 

Neue Studie zur Rolle von Wirtschaftswachstum veröffentlicht

 

In einer neuen Studie mit dem Titel „Raus aus der Wachstumsgesellschaft? Eine sozialethische Analyse und Bewertung von Postwachstumsstrategien“ plädiert die Sachverständigengruppe „Weltwirtschaft und Sozialethik“ der Deutschen Bischofskonferenz für eine sozial-ökologische Modernisierung von Wirtschaft und Gesellschaft.

 

Im Auftrag der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz hat das Expertengremium untersucht, wie Wirtschaftswachstum mit Blick auf nachhaltige Entwicklung und Armutsbekämpfung zu beurteilen ist. Dabei wurden auch die Denkanstöße von „Postwachstumsansätzen“ analysiert und aus sozialethischer Sicht bewertet. Auf dieser Grundlage hat die Sachverständigengruppe Leitlinien für eine soziale und ökologische Gestaltung von Wirtschaft und Gesellschaft erarbeitet und Verantwortlichkeiten und Handlungsoptionen auf verschiedenen Ebenen benannt.

 

Die bisherigen politischen Maßnahmen reichten bei Weitem nicht aus, um schwerwiegende Umweltfolgen zu vermeiden, so das Urteil der Wissenschaftler. Zu ihren zentralen Forderungen gehört die Dekarbonisierung von Wirtschaft und Energieversorgung. Diese müsse sozial abgefedert und international abgestimmt werden. Wichtig sei außerdem, umwelt- und ressourcenschonende Lebensstile durch entsprechende Infrastruktur und politische Rahmenbedingungen zu fördern und attraktiver zu machen, besonders mit Blick auf Mobilität und nachhaltigen Konsum.

 

Der Vorsitzende der Sachverständigengruppe „Weltwirtschaft und Sozialethik“ und Präsident der Hochschule für Philosophie München, Prof. Dr. Dr. Johannes Wallacher, unterstrich die von der Postwachstumsbewegung ausgehenden wichtigen Impulse. Anders als manche ihrer Vertreter geht die Sachverständigengruppe jedoch davon aus, dass Wirtschaftswachstum unter der Voraussetzung entsprechender Rahmenbedingungen von zusätzlichem Ressourcenverbrauch und Emissionen entkoppelt werden kann. „Die Sachverständigengruppe spricht sich für umfassende Strukturreformen aus, die Anreize für Innovationen, mehr Effizienz und nachhaltigeres Wirtschaften geben“, erklärte Prof. Dr. Dr. Wallacher bei der heutigen Vorstellung der Studie in München. „Geeignete Rahmenbedingungen vorausgesetzt, ist bei einer dynamischen und innovativen Wirtschaft die notwendige Verringerung des Schadstoffausstoßes durch eine höhere Emissionseffizienz wahrscheinlich leichter möglich als bei einer schrumpfenden oder stagnierenden Wirtschaft. Erforderlich sind dafür jedoch Ordnungsstrukturen, die den Umweltgebrauch mit einem verursachergerechten Preis belegen“, unterstrich der Vorsitzende der Sachverständigengruppe.

 

Die ökologische Modernisierung auf verschiedenen Ebenen sei schon jetzt durch einen geistigen, kulturellen und gesellschaftlichen Wandel vorzubereiten und zu ergänzen. Ein solcher Wandel müsse suffiziente Lebensstile ermöglichen und fördern. Denn möglicherweise würden das Potential an technischen Möglichkeiten über- und die Kosten einer konsequenten Umwelt- und Klimapolitik unterschätzt. Zudem bestehe die Gefahr, dass die politischen Strukturreformen, die für eine ökologische Modernisierung notwendig sind, am Widerstand mächtiger Interessengruppen und mangelnder Akzeptanz in der Bevölkerung scheitern oder weiter verzögert werden.

 

Die Studie ist von der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz in Auftrag gegeben worden. Deren Vorsitzender, Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), sagte bei der Vorstellung der Studie in München, die Schlussfolgerungen seien gut begründet und die unterschiedlichen Argumente sorgfältig abgewogen worden. Er unterstrich: „Umweltprinzipien müssen in die Logik des Wirtschaftens integriert werden. Wenn bei der wirtschaftlichen Transformation soziale Härten entstehen, sind sie solidarisch abzufedern.“ Außerdem mahnte er zu mehr internationaler Solidarität: „Die reichen Länder sind verpflichtet, einen größeren Beitrag zu leisten.“ Erzbischof Schick würdigte den Einsatz von vielen, die mit ihrem Konsumverhalten, zum Beispiel beim Kauf von fair gehandelten und nachhaltigen Produkten, ein Signal für eine ökologische und soziale Politik setzten. „Das Engagement kirchlicher Initiativen ist wichtig für die Bewusstseinsbildung“, so Erzbischof Schick. Mit ihren spirituellen Ressourcen habe die Kirche auch einen spezifischen Beitrag zu leisten. So habe sich vor drei Jahren eine global vernetzte „Weltweite Katholische Klimabewegung“ gebildet, die Einzelne, Gemeinden und Organisationen dabei unterstützt, sich für den Klimaschutz stark zu machen.

 

In einem Dialogforum im Anschluss an die Vorstellung der Studie wurden die Studienergebnisse mit Vertretern aus Wissenschaft, Wirtschaft, Politik und Kirche diskutiert.

 

In der Sachverständigengruppe „Weltwirtschaft und Sozialethik“ der Deutschen Bischofskonferenz arbeiten Sozialethiker und Wirtschaftswissenschaftler bei der Analyse weltwirtschaftlicher Zusammenhänge und bei deren Bewertung auf der Grundlage der Christlichen Sozialethik zusammen. Darauf aufbauend werden Handlungsperspektiven für die Gestaltung von Wirtschaft und Gesellschaft entwickelt.

 

Hinweise: Die Ansprache von Erzbischof Schick und das Statement von Prof. Dr. Dr. Wallacher sind als pdf-Dateien im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar. Die Studie „Raus aus der Wachstumsgesellschaft? Eine sozialethische Analyse und Bewertung von Postwachstumsstrategien“ kann unter Publikationen als Broschüre bestellt oder als pdf-Datei heruntergeladen werden. Dbk 20