Notiziario religioso  13-26  NOVEMBRE  2015

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Inhaltsverzeichnis

1.       Papa Francesco: il disarmo integrale non è un’utopia  1

2.       La rivoluzione di Bergoglio. A piccole dosi ma irreversibile  1

3.       Il Papa: chi ha autorità dia il buon esempio e non sia vanitoso  1

4.       Giornata del Ringraziamento: la terra, casa e risorsa  2

5.       Papa Francesco prega per la prima volta alle Fosse Ardeatine  2

6.       Non rassegniamoci di fronte alla disgregazione della società! 3

7.       Il grido di Francesco per svegliare l'Europa dal letargo  3

8.       Amoris Laetitia. Il card. Bassetti (Cei) sulla condizione della donna  3

9.       La Signora delle Interviste. La giornalista di Sky su Famiglia Cristiana  4

10.   Crisi. Lotta alla povertà: la Caritas fa il punto e guarda avanti 4

11.   Indetto il Capitolo Generale degli Scalabriniani (9.10.-4.11.2018) 4

12.   500 anni fa: la riforma di Lutero  5

13.   Natale 2017: abete polacco e presepe napoletano. Verranno inaugurati il 7 dicembre  5

14.   CEI: online il sito della Campagna "Liberi di partire, liberi di restare"  5

15.   Vaticano: stop a vendita sigarette dal 2018  6

16.   Dublino 2018: il Papa incontra sostenitori del IX Incontro mondiale delle famiglie  6

 

 

1.       Ökumenische Begegnung mit Vertretern der orientalisch-orthodoxen Kirchen  6

2.       Papst befürwortet völlige Vernichtung von Atomwaffen  6

3.       Hoffnungsträger „viri probati“  7

4.       „Arbeit und Gesundheit aus christlicher Verantwortung“  7

5.       Papst appelliert von Rom aus an die Bonner Klimakonferenz  8

6.       Für eine Kirche, die sich verausgabt 8

7.       Papst über Amoris laetitia: Das Gewissen respektieren  9

8.       Ö: Bischöfe gegen „Ehe für alle“  9

9.       Kirchliche Tagung im Vorfeld der Weltklimakonferenz  9

10.   Nach Luther 9

11.   Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Antworten des Fragebogens zur Bischofssynode 2018 in Rom   10

12.   Jugend-Synode: Deutsche Bischöfe veröffentlichen Antworten  10

13.   Lutherhaus vermeldet Tagesrekord. Besucheransturm zum Reformationsfest in Wittenberg  11

14.   Bedford-Strohm: „Uns bringt niemand mehr auseinander!“  11

15.   Vatikan: Papst spricht in Film „Beyond the sun“  11

16.   Angelus: Der Traum Gottes für den Menschen  12

 

 

Papa Francesco: il disarmo integrale non è un’utopia

 

Non utopia, ma sano realismo. Così Papa Francesco, ricevendo in udienza i partecipanti al Simposio vaticano, ha definito l'ambizioso obiettivo del disarmo integrale. Le armi nucleari producono "catastrofiche conseguenze umanitarie", il grido d'allarme contro la "logica della paura" - M.Michela Nicolais

 

Le armi nucleari producono “catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali”, e sono la conseguenza della “logica di paura” che affligge il pianeta. È il grido d’allarme di Papa Francesco, che ricevendo oggi (10 novembre) in udienza i partecipanti al Simposio internazionale sul disarmo, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, sul tema: “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, ha condannato con fermezza la minaccia dell’uso delle armi nucleari – ormai diffuso anche via Internet – ma ha anche esortato a mettere da parte il “fosco pessimismo” a favore di un “sano realismo”. Come quello che ha portato alla recente “storica votazione” all’Onu sulle armi nucleari come illegittimo strumento di guerra. A 50 anni dalla Populorum progressio, “lo sviluppo integrale è la strada del bene che la famiglia umana è chiamata a percorrere”. E il disarmo integrale, auspicato da Giovanni XXIII nella Pacem in terris, attende ancora di essere realizzato. Al Simposio, in corso fino a domani in Vaticano, partecipano 11 premi Nobel per la pace, vertici di Onu e Nato, diplomatici rappresentanti degli Stati tra cui Russia, Stati Uniti, Corea del Sud, Iran, nonché massimi esperti nel campo degli armamenti ed esponenti delle fondazioni, organizzazioni e società civile impegnate attivamente sul tema. Presenti, inoltre, rappresentanti delle Conferenze episcopali e delle Chiese, a livello ecumenico e di altre fedi, e delle delegazioni di docenti e studenti provenienti dalle Università di Stati Uniti, Russia e Unione europea.

 “Anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere – l’esordio di Francesco – è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano”.

La spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta, così come i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi – non solo nucleari – che rappresentano una voce di spesa considerevole per le nazioni, al punto da mettere in secondo piano temi come la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani.

“Non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari”, il grido d’allarme del Papa: “Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici”.

Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, generano un ingannevole senso di sicurezza. Se non vogliamo compromettere il futuro dell’umanità, dobbiamo imparare dalla testimonianza degli “hibakusha”, cioè delle persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki: “Che la loro voce profetica sia un monito soprattutto per le nuove generazioni!”. Le tecnologie nucleari si diffondono ormai anche attraverso la Rete, e neanche gli strumenti di diritto internazionale hanno impedito che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche. Il Papa parla di “scenari angoscianti”, che nello scacchiere geopolitico si affiancano a quelli del terrorismo o dei conflitti asimmetrici.

 

Eppure, nonostante il “fosco pessimismo” di cui potremmo cadere vittime, “un sano realismo non cessa di accendere sul nostro mondo disordinato le luci della speranza”. Francesco cita la recente votazione Onu sulle armi nucleari come illegittimo strumento di guerra, che colma un vuoto giuridico importante e si unisce alla messa al bando, già proibita attraverso Convenzioni internazionali, delle armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo. Risultati, questi, dovuti principalmente

“a una iniziativa umanitaria promossa da una valida alleanza tra società civile, Stati, organizzazioni internazionali, Chiese, accademie e gruppi di esperti”.

In questo contesto si colloca anche il documento consegnato al Papa dagli 11 premi Nobel per la pace presenti al simposio internazionale, per il quale Francesco ha espresso il suo “grato apprezzamento”.

Francesco ha poi menzionato il 50° anniversario della Populorum progressio, “memorabile e attualissimo documento in cui Paolo VI ha coniato la definizione di “sviluppo umano integrale”, cioè “volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

“Occorre dunque innanzitutto rigettare la cultura dello scarto e avere cura delle persone e dei popoli che soffrono le più dolorose disuguaglianze, attraverso un’opera che sappia privilegiare con pazienza i processi solidali rispetto all’egoismo degli interessi contingenti”. Si è concluso con questo invito il discorso del Papa, secondo il quale soltanto

“un progresso effettivo e inclusivo può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali”.

In questa prospettiva, resta sempre valido il magistero di Giovanni XXIII, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo di un disarmo integrale, e quello di Paolo VI, a 50 anni dalla Populorum progressio. Sir 10

 

 

 

 

La rivoluzione di Bergoglio. A piccole dosi ma irreversibile

 

Sul teatro del mondo la stella di papa Francesco brilla più che mai, ora persino da pacificatore atomico tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord. Ma anche dentro la Chiesa egli si trova alle prese con una guerra mondiale a pezzi, una strana guerra che ha contribuito lui stesso a scatenare, arciconvinto che andrà a buon fine.

Jorge Mario Bergoglio è indiscutibilmente un innovatore. Ma lo è nel metodo prima che nei risultati.

Le novità le introduce sempre a piccole dosi, seminascoste, magari in un'allusiva nota a piè di pagina, come ha fatto con l'ormai famosa nota 351 dell'esortazione postsinodale "Amoris laetitia", salvo poi dire con candore, interpellato in una delle sue altrettanto famose conferenze stampa in aereo, che quella nota nemmeno se la ricorda.

Eppure sono bastate quelle poche righe sibilline ad accendere nella Chiesa un conflitto senza precedenti, con interi episcopati che si fronteggiano, in Germania a favore delle novità e in Polonia contro, e così in tutto il mondo tra diocesi e diocesi, tra parrocchia e parrocchia, dove in gioco non ci sono solo i sì o i no alla comunione ai divorziati risposati, ma la fine dell'indissolubilità del matrimonio e l'ammissione del divorzio anche nella Chiesa cattolica, come già avviene tra protestanti e ortodossi.

C'è chi si allarma per questa confusione che pervade la Chiesa. Ma Francesco non fa nulla per rimettere ordine in casa. Tira avanti sicuro. Neppure degna di un cenno i cardinali che gli sottopongono i "dubbi" loro e di tanti, su questioni capitali della dottrina che vedono in pericolo, e gli chiedono di fare chiarezza. Lascia che corrano le interpretazioni più disparate, sia conservatrici che di progressismo estremo, senza mai condannarne esplicitamente nessuna.

L'importante per lui è "gettare il seme perché la forza si scateni", è "mescolare il lievito perché la forza faccia crescere", sono parole di una sua omelia di pochi giorni fa a Santa Marta. E "se mi sporco le mani, grazie a Dio! Perché guai a quelli che predicano con l’illusione di non sporcarsi le mani. Questi sono custodi di musei".

Pascal, il filosofo e uomo di fede che Francesco dice di voler beatificare, scrisse parole di fuoco contro i gesuiti del suo tempo, che gettavano nella mischia le loro tesi più ardite per far sì che nel tempo pian piano maturassero e diventassero pensiero comune.

Ma questo è appunto ciò che fa oggi il primo papa gesuita della storia: mette in moto "processi" dentro i quali semina le novità che vuole prima o poi vittoriose, nei campi più diversi, come ad esempio nel giudizio sul protestantesimo.

In Argentina, Bergoglio scagliava invettive terribili contro Lutero e Calvino. Ma da papa fa tutto il contrario, di Lutero tesse solo elogi. In visita alla chiesa luterana di Roma, richiesto di dire se cattolici e protestanti possono fare la comunione assieme, nonostante i primi credono che il pane e il vino diventano "realmente" corpo e sangue di Cristo mentre i secondi no, ha risposto sì, e poi no, e poi non so, e poi fate voi, in un tripudio di contraddizioni, ma in pratica dando il via libera.

È la liquidità del suo magistero la vera novità del pontificato di Francesco. Ciò che non tollera è che qualcuno osi fissarlo in idee chiare e distinte, purgandolo da quanto di innovativo contiene.

Il cardinale Gerhard L. Müller, che da prefetto della congregazione per la dottrina della fede si ostinava a dire che in "Amoris laetitia" non c'era niente di nuovo rispetto alla tradizione, l'ha bruscamente rimosso dalla carica.

E il cardinale Robert Sarah, che da prefetto della congregazione per il culto divino vorrebbe riservare a sé il pieno controllo delle traduzioni del messale latino nelle varie lingue, l'ha umiliato pubblicamente, obbligandolo a dire lui a tutti i vescovi che il papa lascia invece a ciascuna Chiesa nazionale la libertà di tradurre a piacimento, embrione di una futura Chiesa cattolica non più monolitica ma federata, un altro degli obiettivi di Bergoglio, inesorabile calcolatore. L’Espr./Settimo Cielo 12

 

 

 

Il Papa: chi ha autorità dia il buon esempio e non sia vanitoso

 

Francesco all’Angelus: esercitare male la leadership porta ostilità e corruzione. I leader lascino «crescere» gli altri. Non cercare «onore o supremazia», ma fraternità e modestia- Domenico Agasso JR

 

CITTÀ DEL VATICANO - È un «aiuto», ma se viene «esercitata male diventa oppressiva, non lascia crescere le persone e crea sfiducia, ostilità» e «corruzione». Parla dell’autorità, il Papa, all’Angelus di questa mattina, 5 novembre 2017. Francesco invita chi la detiene a dare il buon esempio e a non essere vanitoso. I cristiani non devono cercare «titoli di onore o di supremazia», ma fraternità e «modestia». 

 

Esordisce spiegando che il Vangelo odierno – da Matteo - è ambientato «negli ultimi giorni della vita di Gesù, a Gerusalemme; giorni carichi di aspettative e di tensioni. Da una parte Gesù rivolge critiche severe agli scribi e ai farisei, e dall’altra lascia importanti consegne ai cristiani di tutti i tempi, quindi anche a noi».  

 

Cristo dice «alla folla: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che dicono”. Questo sta a significare che essi hanno l’autorità di insegnare ciò che è conforme alla Legge di Dio». Però subito dopo «aggiunge: “ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno”». Per il Pontefice questo è un «difetto frequente in quanti hanno un’autorità»: esigere «dagli altri cose, anche giuste, che però loro non mettono in pratica in prima persona», conducendo così una «doppia vita». Osserva «Gesù: “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”». 

 

Ecco, questo comportamento è un «cattivo esercizio dell’autorità, che invece dovrebbe avere la sua prima forza proprio dal buon esempio, per aiutare gli altri a praticare ciò che è giusto e doveroso, sostenendoli nelle prove che si incontrano sulla via del bene».  L’autorità è «un aiuto, ma se viene esercitata male, diventa oppressiva, non lascia crescere le persone e crea un clima di sfiducia e di ostilità», e anche «la corruzione».  

 

Il Figlio di Dio «denuncia apertamente alcuni comportamenti negativi degli scribi e dei farisei: “Si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze”», e questa «è una tentazione che corrisponde alla superbia umana e che non è sempre facile vincere».  

 

Poi il Figlio del Signore «dà le consegne ai suoi discepoli: “Non fatevi chiamare ’rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. […] E non fatevi chiamare ’guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”». 

 

Il Vescovo di Roma chiarisce: «Noi discepoli di Gesù non dobbiamo cercare titoli di onore, di autorità o di supremazia, poiché tra di noi ci dev’essere un atteggiamento fraterno». Aggiunge in un inserto «a braccio»: «Io vi dico che a me personalmente addolora vedere persone che psicologicamente vivono correndo dietro alla vanità delle onorificenze». Sottolinea: «Siamo tutti fratelli e non dobbiamo in nessun modo sopraffare gli altri e - evidenzia anche con la mimica facciale di nuovo a braccio - guardarli dall’alto in basso».  

 

E se «abbiamo ricevuto delle qualità dal Padre celeste, le dobbiamo mettere al servizio dei fratelli, e non approfittarne per la nostra soddisfazione personale».  

Non ci si deve considerare superiori «agli altri; la modestia è essenziale per una esistenza che vuole essere conforme all’insegnamento di Gesù, il quale è mite e umile di cuore».  

 

Francesco invoca «la Vergine Maria» affinché «ci aiuti, con la sua materna intercessione, a rifuggire dall’orgoglio e dalla vanità, e ad essere docili all’amore che viene da Dio, per il servizio dei nostri fratelli e per la loro gioia, che sarà anche la nostra».  

 

Dopo l’Angelus, il Papa ricorda che «ieri, a Indore, India, è stata proclamata Beata Regina Maria Vattalil, religiosa della Congregazione delle Suore Clarisse Francescane, uccisa per la sua fede cristiana nel 1995. Suor Vattalil ha dato testimonianza a Cristo nell’amore e nella mitezza, e si unisce alla lunga schiera dei martiri del nostro tempo. Il suo sacrificio - auspica - sia seme di fede e di pace, specialmente in terra indiana». Poi aggiunge senza leggere il testo scritto: «Era tanto buona, e la chiamavano la “suora del sorriso”». 

 

Infine, «a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!».  La Gendarmeria vaticana riferisce che i fedeli presenti all’Angelus in piazza San Pietro sono 40mila. LS 5

 

 

 

 

Giornata del Ringraziamento: la terra, casa e risorsa

 

I prodotti agricoli sono identitari, legati ai saperi antichi, alla convivialità, ai sapori che riflettono l’anima religiosa ed universale del lavoro agricolo, un valore da preservare, perché non sia solo un bene prezioso del passato ma un patrimonio a cui attingere anche oggi. “Grazie terra che ti lasci custodire e coltivare, perché il meraviglioso albero della vita mantenga la sua bellezza e la sua generosità” - Paolo Bonetti

 

La celebrazione del 67ª Giornata del Ringraziamento è un anello di una storia straordinaria che ha coinvolto una catena di generazioni di agricoltori che con la loro sensibilità e talento hanno preso coscienza non solo della loro dignità, ma anche del peso della loro presenza organizzata, soggetti attivi e corresponsabili della famiglia e dell’impresa agricola. In questi sessant’anni gli agricoltori hanno migliorato la loro immagine, hanno conquistato nuovi spazi legati a pieno titolo, alla professionalità e alla partecipazione alla vita sociale.

La storia non è solo un susseguirsi di anni, ma anche il luogo dove il tempo racconta la preziosa eredità del genio creativo e generoso di tanti uomini e donne coltivatrici, che hanno protetto e coltivato l’alleanza feconda con la terra.

Domenica 12 novembre vivremo ad Aquileia la Giornata del Ringraziamento Nazionale, una festa che è rimasta così come gli agricoltori l’hanno voluta nel 1950, facendola crescere come una pianta che oggi stende i suoi rami su tutto il territorio nazionale. E’ una giornata in cui fare memoria riconoscente dell’opera bella e buona della creazione, dono di Dio all’umanità per continuare a vegliare su di essa e per amministrarla con sapienza senza stravolgerla.

E’ un forte richiamo a un rinnovato impegno culturale, alla necessità di denunciare quando i beni della terra vengono sfruttati e manipolati e a una responsabilità attiva nel costruire reti di speranza per il futuro. La responsabilità da esercitare nei confronti della terra deve iniziare con il rifiutare una visione strumentale e utilitaristica della vita.

Le profanazioni consumate ai danni delle nostre città e dei nostri territori non sono soltanto un problema urbanistico ma anche etico.

Questa meravigliosa casa comune che è la terra, da tempo manda segnali di malessere che vanno accolti con la massima sollecitudine e responsabilità. Entra in gioco la dimensione educativa, per formare comportamenti sostenibili con al centro il primato del bene comune e della salubrità della vita. Il creato non è solo un insieme di cose, ma di significati, è luogo culturale ed etico nel quale l’uomo gioca la sua responsabilità davanti alle generazione future. Motivo di speranza proviene oggi dall’agricoltura che si fa espressione del territorio attraverso la funzione sociale dell’impresa agricola. Scommettere sul coltivare e custodire la terra, è scommettere su un’economia amica della persona e della agricoltura, portatrice di tradizioni e valori che mantengono vivo il territorio e le comunità che vi abitano.

Nell’anno dedicato al “Turismo sostenibile per lo sviluppo”, un invito viene rivolto affinché siano valorizzati i caratteri culturali e naturali del territorio, come il turismo agroalimentare, in un’ottica di integrazione tra imprese delle filiere culturali, turistiche, sportive, agricole e agrituristiche. L’Italia è un Paese unico al mondo, per storia, arte e cultura, e per le produzioni agroalimentari tipiche, e storicamente radicate nella tradizione italiana, che sono leve importanti dell’attrazione turistica. L’Italia è una grande risorsa per le sue enormi opportunità con un’agricoltura straordinariamente moderna. I prodotti agricoli sono identitari, legati ai saperi antichi, alla convivialità, ai sapori che riflettono l’anima religiosa ed universale del lavoro agricolo, un valore da preservare, perché non sia solo un bene prezioso del passato ma un patrimonio a cui attingere anche oggi. “Grazie terra che ti lasci custodire e coltivare, perché il meraviglioso albero della vita mantenga la sua bellezza e la sua generosità”. Sir 11

 

 

 

Papa Francesco prega per la prima volta alle Fosse Ardeatine

 

Nel giorno in cui si ricordano tutti i defunti, Papa Francesco celebra messa al cimitero americano di Nettuno vicino al viale affiancato da 7.861 croci bianche, soldati e crocerossine lì sepolti e ricorda le vittime delle guerre: «Non più stragi inutili» - di Gian Guido Vecchi

 

«Non più la guerra, Signore. Non più questa strage inutile». Francesco parla in fondo al viale affiancato da 7.861 croci bianche, soldati e crocerossine sepolti nel cimitero americano di Nettuno. Nel giorno della commemorazione dei defunti, il Papa ha scelto di celebrare messa qui prima di andare a pregare, per la prima volta, alle Fosse Ardeatine. Luoghi simbolo degli orrori della Seconda Guerra mondiale per parlare al presente, nel tempo di quella che ha più volte definito la «terza guerra mondiale» combattuta «a pezzettini», come ha ripetuto oggi. «L’umanità non ha imparato la lezione e sembra non voglia impararla». Francesco parla a braccio, il tono è dell’omelia è urgente: «Non più, Signore, non più: oggi che il mondo è in guerra, e si prepara ad andare più fortemente in guerra, dobbiamo dirlo. Con la guerra si perde tutto».

La lettera di Benedetto XV

Le parole di Francesco riprendono il grido di Paolo VI all’Onu, «non più la guerra, non più la guerra!», il 4 ottobre 1965. Quest’anno, del resto, si è ricordato il centesimo anniversario della lettera di Benedetto XV alle nazioni belligeranti, l’appello inascoltato a fermare l’«inutile strage» della Grande Guerra. Francesco lo aveva scritto alla Cancelliera Angela Merkel in occasione del G20: «È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici». Pochi giorni fa, il pontefice ripeteva che l’umanità «rischia il suicidio» a causa delle armi nucleari. Ora ricorda le parole di una donna davanti alla distruzione di Hiroshima: «Gli uomini fanno di tutto per dichiarare e fare la guerra, diceva, e alla fine distruggono se stessi. Questa la guerra: la distruzione di se stessi». Così, mormora Francesco, «se oggi è un giorno di speranza è anche un giorno di lacrime: lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare».

«Preghiamo anche per i bambini innocenti»

Dopo gli orrori del Secolo breve, però, l’umanità non sembra avere imparato la lezione: «Tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra, sono convinti di portare un mondo nuovo, la primavera, e invece finisce in inverno brutto, crudele, il regno del terrore e della morte». Oggi, ha concluso Francesco alzando lo sguardo verso le croci bianche, «preghiamo per tutti i defunti, tutti, in particolare per questi giovani, in un mondo nel quale tanti muoiono ancora ogni giorno nelle battaglie di questa guerra a pezzetti». Una preghiera per chi muore «oggi», ha ripetuto: «Preghiamo anche per i bambini innocenti. Questo è il frutto della guerra: la morte. Che il Signore ci dia la grazia di piangere».  CdS 2

 

 

 

 

Non rassegniamoci di fronte alla disgregazione della società!

 

In questo contesto i cristiani sono chiamati a offrire alla polis il loro contributo per un’etica condivisa e una ritrovata convergenza di valori, consapevoli dell’enorme responsabilità educativa che ricade sulla Chiesa e i suoi pastori, sulle comunità locali, su ciascun battezzato. Siamo chiamati a praticare l’ascolto dell’altro, ad accoglierlo nella sua diversità, a cercare con lui e non contro di lui vie di giustizia e di pace, a “dare ragione della speranza che è in noi … con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1 Pt 3,15-16) - Enzo Bianchi

 

Sono ormai quasi quindici anni che osservo e denuncio con profondo rammarico e viva preoccupazione come la nostra società si sia incamminata a “piccoli passi verso la barbarie”. Ormai questo cammino a ritroso verso l’inciviltà è assai lungo e i piccoli passi sono divenute grandi falcate, al punto che dalla barbarie ci sentiamo avvolti ogni giorno di più. L’incresciosa vicenda dell’immagine di Anna Frank usata per schernire i sostenitori della squadra di calcio rivale è solo l’ultimo episodio di una deriva che ha visto parole e gesti rincorrersi in un crescendo di disumanizzazione.

Utilizzare l’immagine simbolo della resistenza morale dell’innocenza alla tragedia della Shoah è l’ennesima dimostrazione di come la nostra società abbia creato a livello di linguaggio – verbale, gestuale, figurato – una tale mescolanza di ambiti che ha certificato l’imbarbarimento dei rapporti quotidiani.

Pubblico e privato, stadio e tribunale, aule del parlamento e piazze della protesta, bar di quartiere e salotti televisivi usano ormai gli stessi linguaggi – ulteriormente amplificati e degradati dai social – cui è stato tolto l’elemento decisivo per ogni dialogo civile: l’ascolto dell’altro.

Così è venuto a mancare ogni terreno comune, ogni condivisione di valori: si è prodotta una rottura del patto sociale sia a livello orizzontale, tra contemporanei, che verticale, tra generazioni. Abbiamo dimenticato che siamo “cittadini” solo in quanto “con-cittadini”, partecipi di un’eredità collettiva, così come nella Chiesa siamo “discepoli di Cristo” solo in quanto “con-discepoli”, eredi di una fede trasmessa come dono di generazione in generazione. Sì, perché la peculiarissima, insopprimibile unicità di ciascuno di noi si nutre quotidianamente dell’altro, del rispetto per le sue idee e per il suo corpo, dell’ascolto e del confronto, dell’equilibrio tra diritti e doveri civili. Per una sorta di nemesi storica, invece, abbiamo infranto tabù e siamo ripiombati in tribù rancorose, abbiamo tolto i freni inibitori e innalzato muri discriminatori, abbiamo negato l’altro e smarrito noi stessi.

Di fronte a questa disumanizzazione progressiva che è anche disgregazione della società, come cittadini e come credenti non possiamo e non dobbiamo rassegnarci.

Ascoltiamo una voce che viene dalla generazione che ha vissuto al cuore del secolo breve e dei suoi orrori: “Vi preghiamo: quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale, di nulla sia detto ‘è naturale’ in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità. Così che, forse, nulla valga come cosa immutabile”. L’accorato appello di Bertolt Brecht può essere accolto cominciando proprio dal linguaggio, come aveva intuito secoli prima Confucio rispondendo a chi gli chiedeva che avrebbe fatto “per prima cosa” qualora il principe Wei gli avesse affidato il governo: “È assolutamente necessario ridare ai nomi il loro vero significato”.

Rimettiamoci con pazienza, allora, a usare parole di solidarietà e non di odio, di fraternità e non di inimicizia, di com-passione e non di scherno.

In questo contesto i cristiani sono chiamati a offrire alla polis il loro contributo per un’etica condivisa e una ritrovata convergenza di valori, consapevoli dell’enorme responsabilità educativa che ricade sulla Chiesa e i suoi pastori, sulle comunità locali, su ciascun battezzato. Siamo chiamati a praticare l’ascolto dell’altro, ad accoglierlo nella sua diversità, a cercare con lui e non contro di lui vie di giustizia e di pace, a “dare ragione della speranza che è in noi … con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1 Pt 3,15-16).

Oggi come sempre questo è un percorso faticoso che richiede di compiere ogni giorno, con ogni parola e gesto, “piccoli passi verso l’umanizzazione”; richiede di recuperare, e non infangare con l’odio, i “simboli”: questi non sono vuoti simulacri bensì, letteralmente, parti di un unico anello che, ricomposte, consentono di ritrovare la pienezza di due identità che hanno un’unica origine: l’umanità. Sir 2

 

 

 

Il grido di Francesco per svegliare l'Europa dal letargo

 

Parlare di un contributo cristiano al futuro del continente significa anzitutto interrogarsi sul nostro compito come cristiani oggi, in queste terre così riccamente plasmate nel corso dei secoli dalla fede". Così è cominciato il discorso di papa Francesco pronunciato nel pomeriggio di sabato scorso e pubblicato ieri mattina dall'Osservatore romano. Nell'aula nuova del Sinodo era stato preparato dalla Cancelleria di Stato un convegno con un pubblico molto affollato e rappresentativo di numerose personalità europee e intitolato ( Re) Thinking Europe.

 

Un discorso fatto, come osserva il giornale vaticano, di molti mattoni: il Papa ha affrontato i temi che hanno rallentato e stanno distruggendo la stessa idea di Stato federato e tutte le soluzioni e le speranze di farlo rivivere. Il titolo che abbiamo già citato (Ripensare l'Europa) indica quanto sia impegnativo il discorso di Francesco. Il Papa è cattolico e cristiano, ma quando affronta argomenti come questi il suo sguardo comprende tutti, di tutte le religioni e di ciascuno di noi.

 

Non parla di un'Europa cristiana, sebbene fu quella religione a ricostruire il nostro continente alcuni decenni dopo la caduta dell'Impero romano. Francesco pensa ad un'Europa unita, una "Comunità" - così la chiama - alla quale partecipano insieme a tutti, religiosi e laici. E i temi da affrontare e gli obiettivi da realizzare sono esaminati da Francesco con molta attenzione.

 

Il primo è la differenza tra l'individuo e la persona. Sembrerebbero due sinottici, invece sono due diverse figure: l'individuo è dominato da un Io che accentra tutta la realtà e cerca di guidarla a suo vantaggio egoistico; la persona invece è consapevole dei problemi che affliggono la società in cui vive e desidera affrontarli realizzando così il bene proprio e quello degli altri. La chiama Comunità e ricorda che fu proprio questo il primo atto verso un'Europa unita: la Comunità del carbone e dell'acciaio i cui primi fondatori furono l'Italia, la Germania, la Francia, il Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Questi furono i fondatori della prima Comunità, cui rapidamente se ne aggiunsero altri fino a diventare 28 ed ora 27 per il ritiro dell'Inghilterra. Ecco dunque il primo mattone, la riscoperta del senso dell'appartenenza ad una Comunità.

 

Il secondo mattone riferito allo stato attuale dell'Europa è il seguente: la tendenza oggi diffusa non solo in Europa, ma in tutto l'Occidente, di vivere in libertà dando tuttavia a questo essenziale valore un'interpretazione che lo avvilisce e lo trasforma in una tendenza negativa: la libertà di essere sciolti da qualsiasi legame; in questo modo si è costruita una società sradicata, priva di ogni senso di appartenenza. Così vivono e questo pensano le classi dirigenti e i popoli d'Europa con la conseguenza che stanno aumentando movimenti populisti e anti- europei.

 

Francesco affronta qui un tema inconsueto per un Papa: l'importanza della politica. Ed ecco che cosa dice in proposito: "Ricordate quello che era un tempo l'agorà politica? La Piazza è la polis, non soltanto uno spazio di scambi economici ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti, luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione crescente della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che guida oltre l'effimero, il passeggero, il provvisorio ".

 

L'effimero, secondo Francesco, trasforma la politica da un pensiero colmo di ideali e valori in un traffico di interessi della peggiore specie, offerta al potere. In questo modo la politica, invece di identificarsi con l'interesse generale, consente il dispiegarsi degli interessi particolari, il peggio del peggio che renderà sempre più forte il sovranismo delle Nazioni, dei singoli partiti e dei loro leader. La politica decade in strumento di affari e interessi privati. In questa condizione l'Europa, quella vera, non nascerà mai.

 

Papa Francesco proseguendo il suo discorso raccomanda il dialogo che a suo parere è una responsabilità basilare della politica. Se mancasse si trasformerebbe in uno scontro con le forze contrastanti: "Alla voce che dialoga si sostituiranno le urla delle proprie rivendicazioni. Trovano così terreno fertile le formazioni estremiste e populiste che fanno della protesta il cuore del loro messaggio senza tuttavia offrire l'alternativa d'un costruttivo programma". Personalmente non so se Francesco avesse in sé l'immagine di quello che sono in Italia i grillini, ma ascoltando le parole che abbiamo già riferito descrive in modo perfetto il Movimento 5 Stelle e anche quello di Salvini. In questo modo si distruggono i ponti e si costruiscono i muri e questo richiama anche - senza che il Papa lo sottolinei - il messaggio cristiano che dovrebbe invece - per quanto lo riguarda - dedicarsi alla costruzione d'una società saldamente democratica, modernizzando al tempo stesso la religione e la mentalità laica.

 

La conclusione è la seguente: "Un'Unione europea che nell'affrontare la sua natura non fosse consapevole di dover essere un'unica Comunità che si sostiene soltanto nella difesa degli interessi generali e non quelli di piccoli gruppi dediti solo all'interesse proprio, perderebbe non solo delle sfide importanti della sua storia ma anche la più grande opportunità per il suo destino".

 

Questo non è stato un discorso, ma un messaggio, anche al suo clero perché si mobiliti, ma soprattutto ai popoli, alle loro classi dirigenti e insomma all'Europa affinché si svegli dal letargo e veda il pericolo di protrarre la situazione di oggi e la necessità di ripensare se stessa. Questo è il momento e non si può tardare. LR 1

 

 

 

 

Amoris Laetitia. Il card. Bassetti (Cei) sulla condizione della donna

 

 “Ho la netta impressione che sulla condizione della donna e sul suo status ontologico si stia giocando una delle sfide più importanti e più rischiose della contemporaneità. E forse, su questo punto, è venuto il momento di tornare a riflettere come Chiesa, con mitezza, serenità e soprattutto con coraggio”. Lo ha affermato questa mattina il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, chiudendo il suo intervento al III simposio sull’Amoris laetitia dedicato al tema “Il Vangelo dell’amore tra coscienza e norma” in corso a Roma. Riferendosi all’esortazione apostolica, Bassetti ha ricordato che Francesco “ha detto che ‘i due capitoli centrali sono consacrati all’amore’”. “Il Papa – ha proseguito – ci esorta a prendere come riferimento l’inno alla carità di san Paolo e ad applicarlo a quello che definisce il ‘nostro amore quotidiano’”. Secondo Bassetti, “la ‘via caritaris’ delineata da Francesco è un altro snodo di grande importanza. Perché va letto accanto ad un concetto assolutamente centrale nell’Evangelii gaudium: la conversione pastorale”. “Che non è altro – ha spiegato – che ‘l’esercizio della maternità della Chiesa’, di una Chiesa che è incarnata nella storia, che non si ritira nelle astrattezze moralistiche o solidaristiche ma che parla i linguaggi della contemporaneità in continuo movimento”. Per il presidente della Cei, “non è più auspicabile relegare l’annuncio della Buona notizia solamente ad un insieme di norme e di regole che incasellano l’uomo e la donna in una serie di proiezioni che troppo spesso sono il risultato di una produzione intellettuale senza anima”. Si tratta di “annunciare ‘l’amore salvifico di Dio’ ad ogni uomo così come è e non come vorremmo che fosse, senza imporre fardelli pesanti sulle spalle delle persone e senza ridurre la ‘predicazione a poche dottrine, a volte più filosofiche che evangeliche’”. “Ovviamente – ha evidenziato – per i teologi questa sfida è particolarmente avvincente”. Bassetti ha poi parlato di “concretezza”, “perché la sinodalità e la carità sono un grande richiamo alla concretezza e a non scadere mai in un moralismo astratto che non ha radici nella vita reale delle persone”. “La concretezza – ha notato – non è solo il prodotto della cultura dell’incontro ma è soprattutto sinonimo di bellezza. Se noi vediamo una persona concretamente – con le sue rughe, le sue ferite e i suoi tratti reali – e non solo come un’astrazione libresca, noi possiamo scorgere veramente il volto di Gesù: il volto sofferente sulla Croce e il volto splendente della Risurrezione”. Sir 11

 

 

 

 

La Signora delle Interviste. La giornalista di Sky su Famiglia Cristiana

 

A casa Latella a Sabaudia, dove è cresciuta la futura giornalista, non mancavano mai i giornali. Era un vero e proprio rito… la lettura dei quotidiani e poi dei settimanali, Famiglia Cristiana, il Giornalino e tanti libri. Va da sé che la piccola Maria, pur senza appoggi o conoscenze, grazie ai suoi giovani genitori insegnanti che scelgono di lasciare la Calabria e trasferirsi dove non hanno radici ma dove è in atto un forte fermento culturale, abbia saputo intraprendere la strada che l’ha portata a firmare sui principali quotidiani italiani, a dirigere un settimanale, a imparare un nuovo mestiere alla Nbc a New York e a diventare un volto noto della Tv. Su Famiglia Cristiana che le ha dedicato la copertina del numero in uscita domani, parla di sé, del suo libro Fatti privati e pubbliche tribù (San Paolo) e di come è diventata quello che voleva diventare. Ora conduce L’intervista (ogni domenica su Sky Tg24 alle 11.35), seduti di fronte a lei sfilano politici e potenti dell’Italia e non solo. Il cammino è stato lungo, a volte in salita ma sempre fecondo. Lo narra, con lo sguardo sapiente di chi oggi vive l’Europa da vicino (col marito ha casa a Parigi e la figlia lavora a Berlino). Ma più che una autobiografia, da cronista qual è, Maria Latella racconta la storia d’Italia partendo dai felici anni ’60 che l’hanno vista bambina, passando per gli anni bui del terrorismo sino al laboratorio di politica che sono stati gli ultimi vent’anni. Sempre declinando il verbo “ricominciare”. Lo ha fatto tante volte, cambiando città, redazioni e sempre con l’umiltà di fare un passo indietro, perdendoci anche economicamente e al tempo stesso imparando nuove cose. E ha sempre avuto ragione a rischiare. Se ha commesso degli errori li ha pagati e ne ha fatto tesoro. Perché ha messo a frutto gli insegnamenti materni e cioè che non si arriva mai da nessuna parte senza impegno e sacrificio.  dip

 

 

 

 

Crisi. Lotta alla povertà: la Caritas fa il punto e guarda avanti

 

“Per uscire tutti dalla crisi” è il titolo del Rapporto 2017 sulle politiche contro la povertà in Italia che Caritas Italiana pubblica on line a ridosso della discussione della Legge di Bilancio e proprio mentre si apre a Cagliari la Settimana sociale dei cattolici incentrata sul tema del lavoro. Il Rapporto offre un quadro sinottico degli interventi a livello nazionale sul versante della lotta alla povertà - Stefano De Martis

 

Nella lotta alla povertà il 2017 sarà ricordato come un anno cruciale. È stato attuato il Sia (Sostegno all’inclusione attiva), dopo la partenza a settembre dello scorso anno, ed è stata approvata la legge che, tra l’altro, introduce finalmente una misura nazionale di contrasto, il Rei (Reddito d’inclusione), che prenderà il via il prossimo gennaio e rispetto a cui il Sia è stato insieme un provvedimento-ponte e una forma di sperimentazione. La valutazione della prima fase applicativa del Sia, che la Caritas italiana propone nel Rapporto 2017 sulle politiche contro la povertà, è dunque particolarmente utile proprio in vista dell’avvio del Rei, che lo stesso direttore della Caritas, don Francesco Soddu, definisce nella premessa una “tappa fondamentale per il nostro Paese”.

Per uscire tutti dalla crisi. Il Rapporto, intitolato “Per uscire tutti dalla crisi”, si pone dunque in questa prospettiva e si muove nell’ottica della prima Giornata mondiale dei poveri, in calendario il 19 novembre, e quindi del magistero del Papa su questo tema, in particolare del messaggio di presentazione della Giornata. La povertà non è un’entità astratta – scrive ancora don Soddu citando Francesco – ma “ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro”, a cui bisogna rispondere “con una nuova visione della vita e della società”.

La valutazione del Sia in cinque regioni. Nel Rapporto si mette in evidenza il ruolo dell’Alleanza contro la povertà – il cartello di organizzazioni fondato da Caritas e Acli – e si integrano anche i contributi su filoni specifici della Fondazione Banco Alimentare, della Federazione italiana persone senza fissa dimora e di Save the Children, nell’idea di fornire “un quadro sinottico degli interventi a livello nazionale”. Ma l’interesse è catalizzato dall’analisi sull’attuazione del Sia che la Caritas ha realizzato secondo due percorsi. Da un lato una serie di “focus group” che tra maggio e giugno hanno coinvolto di volta in volta gli assistenti sociali, gli operatori Caritas e gli stessi beneficiari del Sia, selezionati in cinque Regioni: Liguria, Toscana, Abruzzo, Molise e Sicilia. Dall’altro un questionario inviato ai direttori delle 218 Caritas diocesane per effettuare una prima valutazione nella fase di avvio della misura (settembre 2016-giugno 2017).

I problemi dell’attuazione. Il dato complessivo è quello di un’attuazione molto lenta e faticosa.

Gli assistenti sociali hanno fornito risposte interlocutorie perché al momento della realizzazione dei “focus” la fase progettuale del Sia non era partita in nessuno dei territori considerati.

Un elemento che si incrocia con le risposte dei direttori Caritas secondo cui al momento di compilare il questionario il 43,5% degli utenti che avevano visto accettate le domande non aveva ancora ricevuto il contributo. Gli assistenti valutano l’impatto del Sia come “una boccata d’ossigeno” che ha consentito alle famiglie di “riprendere fiato”, ma assolutamente non in grado, per l’esiguità quantitativa, di risolvere i problemi. Peraltro gli operatori Caritas rilevano che per alcuni mesi “un numero rilevante di beneficiari del Sia ha riscosso l’aiuto economico senza aver ricevuto dai servizi nessuna proposta di impegno”, come invece la misura prevede nella logica della corresponsabilizzazione, e questo ha finito per indurre in essi la convinzione che si trattasse di un’altra delle varie forme di assistenza materiale da parte della pubblica amministrazione. I beneficiari, a loro volta, si mostrano interessati soprattutto a tipologie di aiuto che possano “garantire il superamento definitivo o di lungo periodo” della condizione di indigenza, come “la ricerca di un lavoro, l’alleggerimento per almeno un anno dal pagamento di utenze e spese abitative fisse, l’esenzione dal pagamento di tasse e tributi locali, ecc.”.

Tra vecchio e nuovo. Gli operatori Caritas hanno modulato il loro rapporto con gli utenti sulla base della presenza o meno della nuova forma di sostegno, riducendo o graduando gli aiuti. Ma sottolineano che quando l’erogazione del Sia è stata interrotta si sono determinate “situazione di improvvisa emergenza” ed è stato necessario “riprendere il vecchio sistema di aiuti”. Se rispetto al rapporto con gli utenti l’impatto del Sia è stato quindi notevole, non è stato così nei confronti dei Comuni. “Quasi mai la misura è stata occasione per sviluppare nuovi rapporti con le amministrazioni locali – osservano gli operatori Caritas – ma ha invece costituito l’occasione per rafforzare legami già esistenti, orientandoli a volte verso modelli di intervento diversi da quelli tradizionali”. Se la difficoltà dei servizi sociali di “lavorare in rete con altri attori” non è imputabile al Sia, ma dipende “dalla tradizione di lavoro sociale tipica di un dato territorio”, è pur vero che

la nuova misura avrebbe potuto rappresentare una rilevante opportunità per ampliare la collaborazione tra le Caritas e i Comuni, e invece ciò non è avvenuto se non in minima parte.

Nei progetti dei cosiddetti Ambiti territoriali di riferimento e nelle équipe multidisciplinari, che offrivano la possibilità di coinvolgere soggetti del terzo settore, i direttori diocesani dichiarano il mancato coinvolgimento delle Caritas rispettivamente nel 67,7% e nell’86,4% dei casi.

Tutti elementi, anche i più negativi, di cui far tesoro nell’attuazione del Rei, che nonostante le insufficienti risorse stanziate (e di cui si chiede l’incremento nella legge di bilancio), resta una novità troppo importante per essere subito affossata da una partenza che sarà comunque complessa e impegnativa. Francesco Marsico, responsabile dell’Area Nazionale della Caritas italiana, invita a un approccio critico ma costruttivo:

“Oggi la sfida non è quella di segnalatori delle disfunzioni o di sperimentatori di risposte esemplari, ma soprattutto di attivatori e manutentori di processi di cambiamento.

Costruire sistemi territoriali integrati è la sfida in cui inserirsi, allargando i margini dell’accesso alle condizioni più marginali ed escluse”. Sir

 

 

 

Indetto il Capitolo Generale degli Scalabriniani (9.10.-4.11.2018)

 

ROMA - È stato ufficialmente indetto il XV Capitolo generale ordinario della Congregazione scalabriniana. Si svolgerà a Roma dal 9 ottobre al 4 novembre 2018, festa di san Carlo Borromeo, patrono della congregazione.

L’appuntamento, annunciato in questi giorni, “è espressione della partecipazione e della sollecitudine di tutti i religiosi per il bene dell’intera Congregazione” (dalle Regole di Vita n. 189). In agenda, la discussione sullo stato della congregazione e l’esame della sua vita religioso-apostolica alla luce del Vangelo, degli insegnamenti della Chiesa, dello spirito del Fondatore, delle Regole di Vita e delle necessità dei migranti e rifugiati.

Ovviamente il Capitolo ha anche il delicato compito di eleggere il superiore generale, i consiglieri, l’economo e il procuratore generali come pure elaborare un progetto missionario per il sessennio a cui si conformeranno le scelte pragmatiche delle Regioni e delle Province. Per la prima volta, in base alle indicazioni dello scorso Capitolo generale, la direzione generale uscente dovrà far pervenire ai confratelli una breve relazione sullo stato della congregazione, sulle istanze emerse durante il mandato e sulle sfide future dei movimenti migratori e dell’assistenza ai migranti.

Si tratta di “uno strumento e un’occasione che potrà aiutare ogni confratello a rendersi conto in prima persona di ciò che sta vivendo la congregazione, delle sfide che l’attendono e a partecipare in maniera più attiva alla fase preparatoria di questo momento importante nella vita della congregazione”, sottolinea padre Alessandro Gazzola, superiore generale dei missionari di San Carlo – scalabriniani.

“L’ultimo Capitolo generale ci aveva indicato, sul solco del tema generale ‘identità e rinnovamento’, un percorso per rivedere, rinnovare, riqualificare prima di tutto noi stessi e le nostre comunità religiose. La Chiesa ci guarda, i migranti ci guardano, gli aspiranti missionari, in particolare quelli delle nuove etnie, ci guardano: abbiamo una responsabilità grande e il prossimo Capitolo generale potrà essere ancora una volta un’occasione per mettere ‘vino nuovo in otri nuovi’ e indicare un cammino credibile, sostenuto da un ideale carismatico di una attualità senza precedenti, e per proporre ad ognuno un nuovo e rinvigorito slancio missionario sulle orme del nostro beato Fondatore”, ha concluso padre Gazzola nella lettera di indizione inviata ai confratelli.

La Congregazione scalabriniana, che sta celebrando il 130° di Fondazione (1887-2017), è presente in oltre trenta paesi con attività che spaziano dalle case di formazione per futuri missionari alle parrocchie multietniche, dalle strutture di accoglienza per migranti e rifugiati sulle frontiere del mondo alla presenza tra i marittimi con l’Apostolato del Mare. (dip)

 

 

 

 

500 anni fa: la riforma di Lutero

 

Il 31 ottobre di quest’anno, 2017, ricorre il quinto centenario della rivolta in Germania di Martin Lutero con la pubblicazione delle 95 tesi, nella cappella del castello di Wittenberg. Una “riforma” che parte da motivazioni di ordine strettamente economico-pastorale (la vendita delle indulgenze) e sfocia nella critica all’apparato teologico (ideologico) della struttura ecclesiastica. Sarà il Concilio di Trento a riaffermare le posizioni dogmatiche del cattolicesimo con una violenza verbale da spavento (…anathema sit) e con conseguenze fisiche da condanna a morte.

Nei confronti della Riforma Luterana, papa Francesco ha cercato di dare spazio al dialogo. Il problema ecumenico dell’Unità delle chiese cristiane resta fondamentale, perché i cristiani siano “sale della terra” (Mt. 5.13) e “luce del mondo” (Mt. 4.16). Incontrando in Vaticano la comunità luterana, riunitasi a Lund in Svezia, il 31 ottobre 2016, papa Francesco ha detto: “Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni e gli altri”.

C’è un’evidente stranezza nel percorso storico del Cristianesimo, in cui è stata privilegiata ed egemonizzata la virtù della “Fede”, ridotta spesso ad enunciati da “Credo” (“Fides quae creditur”), a scapito delle altre due virtù cardinali, la Speranza e la Carità. C’è stata una lotta fratricida, con migliaia di morti, in nome della “fede”, dimenticando che il fondamento del Cristianesimo è l’Amore. Il messaggio di Cristo si basa su un solo comandamento: “Amatevi gli uni e gli altri” (Gv.13.34) e non sulle diatribe circa il valore e l’importanza dei sacramenti o su altre controversie di lana caprina.

Negli ultimi tempi, l’esigenza del rinnovamento è emersa in modo indiscutibile, iniziata con Giovanni XXIII che usava la parola “aggiornamento”, anche se il termine più usato sotto il profilo biblico è e resta “metànoia”, parola greca che significa cambiamento di mentalità. Oggi, con papa Francesco soffia un vento di innovazione, un profondo spirito che si attua prevalentemente sul piano pastorale (comportamentale): fraternità, accoglienza, comprensione, perdono. Ne è testimonianza la prima esortazione apostolica intitolata “Evangelii Gaudium”. L’accentuazione dell’idea di “Chiesa dei poveri” e della scelta concreta di essere dalla parte dei poveri è certamente un fatto di importanza storica nella vita della Chiesa.

 

Certe frasi-slogan sono diventate linee programmatiche: chiesa in uscita, chiesa dalle porte aperte, chiesa casa aperta del Padre, ecc. Nei primi secoli del Cristianesimo, la fede non si basava sul “proselitismo”, cioè sulla capacità di aggregare, di predicare, di diffondere la parola, ma sull’esempio di vita che davano i cristiani. Ecco la descrizione che ne fanno gli Atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti… il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (2,44ss).

 

Il tema della fede apre una delle pagine più tristi e sconvolgenti della storia della chiesa. Non per nulla la rivoluzione di Lutero assunse come principio teologico il motto “sola fides”. Purtroppo la codificazione in formule dogmatiche o in posizioni ideologiche categoriche ha dato campo libero al Potere politico di usare la religione (fede) come “instrumentum regni”. Infatti dal primo concilio ufficiale, quello di Nicea, nel 325 dopo Cristo, la religione cristiana diventa religione dell’imperatore Costantino. Nasce l’epoca costantiniana, durata fino al Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Tutti i concili sono stati controllati dal potere politico: la fede a servizio dei governanti del momento.

Cristo non ha fondato una chiesa-istituzione, ma una comunità umana d’amore e di pace. Solo se si aboliranno le formulazioni dogmatiche e l’idea che la salvezza derivi dai sacramenti, il Cristianesimo potrà rivolgersi a tutta l’umanità e diventarne “casa comune, umana famiglia”. Le chiese, oggi, giocano la loro sopravvivenza, confrontandosi col mondo al futuro, con una umanità che va verso la planetizzazione.

Fortunatamente, una serie di posizioni in contrasto con i dogmatismi, soprattutto col dogma del peccato originale, sembra ora montare come un terremoto ideologico. Kant riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”.

Sono numerose le interpretazioni di vari autori e teologi che lo ritengono: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio). L’elenco potrebbe proseguire citando i volumi che, negli ultimi tempi, sono stati pubblicati sul problema (Domiciano Fernandez, André-Marie Dubarle, Luciano Cova, ecc.).

Alla base del peccato originale c’è una concezione pessimistica dell’Uomo. Una concezione antievangelica, anticristiana, disumana, che permea da sempre la weltanschauung dell’uomo e del mondo. Si è quindi creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche (le varie denominazioni cristiane) che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione teologica della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di HOMO: “Homo Homini Deus”. Mario Setta

 

 

 

Natale 2017: abete polacco e presepe napoletano. Verranno inaugurati il 7 dicembre

 

Il Natale 2017 in Piazza San Pietro sarà un connubio tra la Polonia e l’Italia. L’albero di Natale verrà infatti dalla patria di san Giovanni Paolo II, mentre il presepe sarà “italianissimo”, anzi napoletano. Ad offrirlo sarà l’abbazia territoriale di Montevergine, in provincia di Benevento (Regione Campania). E’ quanto si legge in un comunicato diffuso oggi, mercoledì 25 ottobre 2017, dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Verranno inaugurati il 7 dicembre prossimo, alle ore 16.30. Nella mattinata due delegazioni — una proveniente dalla Campania, l’altra dalla Polonia — saranno accolte in udienza dal Pontefice, insieme ai bambini che hanno realizzato gli addobbi.

Come negli anni precedenti, si tratta di piccoli pazienti in cura presso i reparti oncologici di alcuni ospedali italiani, che hanno partecipato ad un programma di ceramico-terapia ricreativa organizzato e gestito dalla Fondazione contessa Lene Thun onlus. Quest’anno sono stati coinvolti anche bambini provenienti dalle zone terremotate dell’Italia Centrale, appartenenti all’arcidiocesi di Spoleto-Norcia.

Il presepe, con una superficie di quasi ottanta metri quadri e alto 7 metri, sarà in stile settecentesco ed ispirato sulle opere della misericordia. Avrà una ventina di figure in terracotta policroma — almeno per quanto riguarda le teste e gli arti –, alte circa due metri.

L’albero — più correttamente: l’abete rosso — invece verrà offerto dall’arcidiocesi di E?k, nella Polonia nord-orientale. Ha una circonferenza di circa dieci metri alla base ed è alto ben 28 metri. Per raggiungere la Città Eterna il gigante compirà un viaggio di più di 2mila chilometri attraverso l’Europa Centrale, così ricorda la nota vaticana.

L’albero e il presepe rimarranno illuminati fino al 7 gennaio 2018, festa del Battesimo del Signore, celebrata la domenica dopo l’Epifania. (pdm)

 

 

 

 

CEI: online il sito della Campagna "Liberi di partire, liberi di restare"   

 

Roma - Una finestra sul mondo, lo specchio di un impegno corale che va oltre i cori da stadio e l’indifferenza. È online liberidipartireliberidirestare.it, il sito della Campagna lanciata dalla CEI come risposta al dramma delle migrazioni. L’iniziativa, che utilizza 30 milioni di euro dell’8xmille, vuole infatti sensibilizzare la popolazione italiana sul tema e realizzare progetti nei Paesi di partenza, di transito e di accoglienza di quanti, specialmente bambini e donne, fuggono da guerre, fame e violenza.

Il portale, riferisce il Sir, accompagnerà lo svolgersi della Campagna, raccontando le storie e le testimonianze delle persone coinvolte, sia dei promotori delle attività sia dei loro beneficiari. La grande mappa, che campeggia sulla home page, permette di “entrare” nei luoghi di intervento, di scoprire cosa vi si realizza e con quante risorse.

La sezione “news” invece aiuta ad approfondire il significato e gli ambiti di questa iniziativa straordinaria della CEI grazie alle voci dei protagonisti e di quanti - uffici CEI, associazioni, diocesi e realtà locali vi sono impegnati. M.o.

 

Centenario della morte della santa patrona dei migranti

Papa Francesco: “Francesca Cabrini ci insegna la via da percorrere per affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni coniugando la carità e la giustizia”

“Inserimento nel nuovo paese voleva dire accettazione delle regole e delle leggi, e dignità: questi erano gli obiettivi che voleva far raggiungere a tutti i migranti”

 

Il 22 dicembre 1917 Francesca Cabrini moriva a Chicago , nell’ospedale che aveva costruito per gli immigrati. “Francesca Cabrini è oggi molto attuale e ci insegna ancora la via da percorrere per affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni coniugando la carità e la giustizia”, scrive papa Francesco a conclusione della sua prefazione alla nuova edizione del libro di Lucetta Scaraffia “Tra terra e cielo”(ed. Marsilio) che ricostruisce la vita della santa patrona dei migranti .

“Francesca aveva capito – sottolinea papa Francesco nella prefazione - che la modernità sarebbe stata contrassegnata da queste immani migrazioni e da esseri umani sradicati, in crisi di identità, spesso disperati e privi di risorse per affrontare la società in cui si dovevano inserire. La costruzione di opere di accoglienza e di assistenza grandi, belle e durature era stata la sua risposta al nuovo corso della storia: le sue suore hanno continuato infatti l’opera anche quando è cambiata la provenienza dei migranti, anche quando altri volti, altri colori e altri popoli si sono susseguiti nei loro istituti”.

“Francesca Cabrini aveva capito – scrive ancora papa Francesco - che non bastava aiutarli materialmente, insegnare loro la lingua del paese di arrivo, curarli se malati: il rispetto di sé, l’identità profonda era legata alla loro radice religiosa, al loro legame con Dio. E lei stessa e le sue suore si sono messe in viaggio per riallacciare questo legame negli uomini che scendevano nelle miniere, nei carcerati, nei ragazzi abbandonati che vivevano nell’illegalità delle periferie urbane.

Inserimento nel nuovo paese voleva dire accettazione delle regole e delle leggi, e dignità: questi erano gli obiettivi che voleva far raggiungere a tutti i migranti. Obiettivi che sono validi ancora oggi, e che passano per il riconoscimento e il rispetto della radice religiosa propria e altrui. Un progetto concreto e al tempo stesso di vasto respiro, che si allarga a tutto il mondo — “il mondo è troppo piccolo” era la sua frase — ma anche si apre al tempo futuro”. (Inform 9)

 

 

 

Vaticano: stop a vendita sigarette dal 2018

 

Il fumo danneggia la salute, ecco perchè il Papa ha deciso che il Vaticano non venderà più sigarette ai suoi dipendenti. Lo ha fatto sapere il portavoce del Vaticano, Greg Burke: "Il Santo Padre ha deciso che il Vaticano terminerà la vendita di sigarette ai propri dipendenti a partire dal 2018. Il motivo è molto semplice: la Santa Sede non può contribuire ad un esercizio che danneggia chiaramente la salute delle persone".

Dati alla mano, il portavoce vaticano ricorda che secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, "ogni anno il fumo è la causa di oltre sette milioni di morti in tutto il mondo".

"Nonostante le sigarette vendute ai dipendenti e pensionati del Vaticano ad un prezzo scontato siano fonte di reddito per la Santa Sede, nessun profitto può essere legittimo se mette a rischio la vita delle persone", annota ancora Burke. Adnkronos 9

 

 

 

Dublino 2018: il Papa incontra sostenitori del IX Incontro mondiale delle famiglie

 

In occasione dell’udienza generale di mercoledì 25 ottobre 2017, papa Francesco ha incontrato oggi una delegazione di sostenitori del nono Incontro mondiale delle famiglie.

Come riferito da “L’Osservatore Romano” nella sua edizione di domani, giovedì 26 ottobre 2017, la delegazione è stata presentata al Pontefice dal cardinale Kevin Farrell, presidente del Pontificio consiglio per i laici, la famiglia e la vita.

La delegazione, che era accompagnata dall’arcivescovo di Dublino, mons. Diarmuid Martin, era composta da imprenditori cattolici americani che già hanno collaborato per l’organizzazione dell’ottava edizione del “World Meeting of Families” (WMF), svoltasi nel 2015 a Philadelphia.

Papa Francesco è atteso alla nona edizione del WMF, che si terrà dal 21 al 26 agosto prossimi nella capitale irlandese sotto il tema “Il Vangelo della famiglia, gioia per il mondo”.

In una lettera resa pubblica il 30 marzo scorso, il Papa aveva sottolineato il ruolo delle famiglie cristiane come “luoghi di misericordia e testimoni di misericordia”.

“La famiglia, pertanto, è il ‘sì’ del Dio Amore. Solo a partire dall’amore la famiglia può manifestare, diffondere e ri-generare l’amore di Dio nel mondo. Senza l’amore non si può vivere come figli di Dio, come coniugi, genitori e fratelli”, aveva scritto il Pontefice. (pdm)

 

 

 

 

Ökumenische Begegnung mit Vertretern der orientalisch-orthodoxen Kirchen

 

Der Vorsitzende der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), ist am 9. November 2017 in Paderborn mit Repräsentanten der orientalisch-orthodoxen Kirchen in Deutschland zusammengetroffen. Ziel war ein Austausch über die aktuelle Situation dieser Kirchen und die Folgen der großen Zahl christlicher Flüchtlinge, die aus den Krisengebieten des Nahen Ostens und Nordafrikas nach Deutschland gekommen sind.

 

Bischof Feige zeigte sich beeindruckt von den großen Anstrengungen der orientalisch-orthodoxen Kirchen, Flüchtlinge aufzunehmen und zu ihrer Integration beizutragen. „Es ist schmerzlich, dass unzählige Menschen ihre Heimat verlassen müssen, weil ihnen dort die Lebensgrundlage entzogen wird. Dies nicht schweigend hinzunehmen und den Menschen, die zu uns kommen, beizustehen ist unsere gemeinsame Pflicht als Christen“, sagte Bischof Feige. „Gefordert sind unsere Solidarität im Handeln und unsere Verbundenheit im Gebet“, so sein Appell, den er mit einem Dank für das Engagement der Kirchen verband.

 

Bischof Feige würdigte außerdem die gute und offene Atmosphäre, in der die Gespräche stattfanden: „Nach vielen Jahren geschwisterlicher Beziehungen zwischen unseren Kirchen kennen wir einander gut. In einem Klima des Vertrauens können wir offen darüber reden, was unsere Kirchen berührt.“ Nach 2015 in Bonn fand die Begegnung des Vorsitzenden der Ökumenekommission mit Repräsentanten mehrerer orientalisch-orthodoxer Kirchen zum zweiten Mal statt. Ort war diesmal das Johann-Adam-Möhler-Institut für Ökumenik in Paderborn. Der Paderborner Erzbischof Hans-Josef Becker unterstrich in seinem Grußwort die nachbarschaftlichen Beziehungen mit der Koptisch-Orthodoxen Kirche und der Syrisch-Orthodoxen Kirche, deren Bischofssitze auf dem Gebiet des Erzbistums Paderborn liegen. Er bekräftigte seine Unterstützung für das Stipendienprogramm der Deutschen Bischofskonferenz für orthodoxe und orientalisch-orthodoxe Theologen. Seit 2013 ist dieses Programm am Johann-Adam-Möhler-Institut angesiedelt. Die Teilnehmer der Begegnung nutzten die Gelegenheit, das Studienkolleg St. Irenäus, in dem die Stipendiaten untergebracht sind, zu besuchen und dort gemeinsam das Mittagsgebet zu halten.

 

Während der Gespräche wurde auch an die Begegnung von Bischof Feige und Kardinal Reinhard Marx mit den Oberhäuptern der koptisch-orthodoxen, der syrisch-orthodoxen, der armenisch-apostolischen und der malankarischen orthodoxen syrischen Kirche am 19. Oktober 2017 in Berlin erinnert. Dabei hatte Kardinal Marx angesichts der teils bedrückenden Situationen in den Heimatregionen dieser Kirchen die solidarische Verbundenheit der Deutschen Bischofskonferenz zum Ausdruck gebracht. Weitere Schwerpunkte waren in Paderborn unter anderem Fragen der Zusammenarbeit der orientalisch-orthodoxen Kirchen in Deutschland und des Religionsunterrichtes.

 

Die orientalisch-orthodoxen Kirchen waren in Paderborn vertreten durch Bischof Anba Damian (Koptisch-Orthodoxe Kirche), Erzbischof Philoxenos Mathias Nayi? (Syrisch-Orthodoxe Kirche), Erzbischof Dr. Julius Hanna Aydin (Syrisch-Orthodoxe Kirche), Archimandrit Serovpe Isakhanyan (Armenische Apostolische Kirche) und Erzpriester Dr. Merawi Tebege (Äthiopisch-Orthodoxe Kirche). Im Anschluss an das Treffen war die der Ökumenekommission zugeordnete Arbeitsgruppe „Kirchen des Ostens“, deren Vorsitzender ebenfalls Bischof Feige ist, bei ihrer turnusmäßigen Sitzung im Kloster St. Jakob von Sarug der Syrisch-Orthodoxen Kirche in Warburg zu Gast. Dbk 10

 

 

 

 

Papst befürwortet völlige Vernichtung von Atomwaffen

 

Nein zu Atomwaffen: Papst Franziskus warnt vor einem versehentlichen Zünden von Atomwaffen, vor den verheerenden Folgen, die das hätte, vor dem Drohen mit solchen Waffen, ja vor ihrem bloßen Besitz. Und er findet, man dürfe das friedliche Zusammenleben der Völker nicht auf eine „Logik der Abschreckung“ gründen, wie sie den ganzen Kalten Krieg hindurch gang und gäbe war.

Im Vatikan empfing Franziskus an diesem Freitag die Teilnehmer einer hochkarätigen Konferenz zum Thema Atomwaffen. Dabei spielte er gleich im ersten Satz auf „komplexe politische Herausforderungen im aktuellen internationalen Szenario“ und auf „ein instabiles Klima der Konfliktbereitschaft“ an: Auch wenn er USA und Nordkorea nicht ausdrücklich erwähnte, war das doch deutlich genug.

„Ein dumpfer Pessimismus könnte uns dazu verleiten, die Aussichten für eine Welt ohne Atomwaffen und für eine völlige Abrüstung für immer weiter entfernt zu halten. Es ist auch wirklich Tatsache, dass die Spirale des Aufrüstens keine Pause kennt und dass die Kosten für eine Modernisierung und Entwicklung der Waffen – nicht nur der Atomwaffen – einen hohen Ausgabeposten für die Nationen bedeuten. Das geht so weit, dass sie die wirklichen Prioritäten der leidenden Menschheit hintanstellen müssen: Ich meine den Kampf gegen Armut, die Förderung von Frieden, Bildungs-, Umwelt- und Gesundheitsvorhaben und die Weiterentwicklung der Menschenrechte.“

Risiko einer irrtümlichen Zündung solcher Waffen

Das war ein sehr ernster Einstieg. Man könne auch „nur sehr beunruhigt sein“ über die „katastrophalen Folgen für Mensch und Umwelt“, die sich aus einem Einsatz von Atomwaffen ergäben, fuhr der Papst fort.

„Denken wir auch an das Risiko einer irrtümlichen Zündung solcher Waffen wegen irgendeines Fehlers… Darum muss man mit Entschiedenheit das Drohen mit ihrem Einsatz, ja auch ihren bloßen Besitz verurteilen, weil ihre Existenz einer Logik der Angst Vorschub leistet, die nicht nur die Konfliktparteien betrifft, sondern das ganze Menschengeschlecht. Die internationalen Beziehungen dürfen nicht von militärischer Stärke, von gegenseitigen Einschüchterungen, vom Vorführen des jeweiligen Kriegsarsenals dominiert werden! Massenvernichtungswaffen, und unter ihnen besonders die Atomwaffen, sorgen nur für ein trügerisches Sicherheitsgefühl, sie können nicht die Basis für ein friedliches Zusammenleben der Mitglieder der Menschheitsfamilie sein.“

Die heutige Gesellschaft ist wie verblendet

Der Papst erinnerte seine Zuhörer an das aus seiner Sicht „unersetzliche“ Zeugnis der Überlebenden der Atombomben-Abwürfe von Hiroshima und Nagasaki, aber auch an die Stimmen „der anderen Opfer von Experimenten mit Atomwaffen“. Ihre „prophetische Stimme“ möge, so wünschte er, „vor allem den jungen Generationen eine Mahnung sein“.

„Außerdem sind Waffensysteme, die die Zerstörung des Menschengeschlechts zur Folge haben, ja auch in militärischer Hinsicht unlogisch! Die wahre Wissenschaft steht immer im Dienst am Menschen; doch die heutige Gesellschaft scheint wie verblendet von den Auswüchsen von Projekten, die anfänglich vielleicht sogar ein gutes Motiv hatten. Denken wir nur daran, dass sich die Atom-Technologien jetzt auch über neue Kommunikationskanäle weiterverbreiten, und dass alle Einrichtungen des Völkerrechts nicht verhindert haben, dass neue Staaten in den Kreis von Atomwaffen-Besitzern aufsteigen. Das sind beängstigende Szenarien, wenn man an die heutigen geopolitischen Herausforderungen denkt, etwa an den Terrorismus oder an die asymmetrischen Konflikte.“

So weit, so düster. Doch Franziskus wollte bei allem „gesunden Realismus“ doch nicht nur ein Unglücksprophet sein. Es gebe durchaus „Lichter der Hoffnung“, etwa ein kürzliches und aus seiner Sicht „historisches“ Votum der UNO-Vollversammlung, das Atomwaffen „nicht nur unmoralisch“, sondern auch ein „illegitimes Mittel der Kriegführung“ seien. Dieser Beschluss „der Mehrzahl der Mitglieder der internationalen Gemeinschaft“ habe „ein wichtiges juridisches Loch gestopft“, schließlich seien Chemiewaffen oder Antipersonenminen ja schon länger ausdrücklich von internationalen Konventionen geächtet worden.

Den Akzent auf Entwicklung legen, nicht auf Rüstung

„Noch bemerkenswerter ist die Tatsache, dass sich diese Ergebnisse vor allem einer humanitären Initiative verdanken, zu der ein Bündnis von Gesellschaften, Staaten, internationalen Organisationen, Kirchen, Akademien und Expertengruppen beigetragen hat.“

So wie Franziskus schon in seiner Enzyklika Laudato si‘ den Umweltschutz in die Perspektive der sozialen Gerechtigkeit gerückt hat, verband er an diesem Freitag auch den Kampf gegen Atomwaffen mit den Stichworten Entwicklung und soziale Gerechtigkeit. „Vor fünfzig Jahren hat Papst Paul VI. seine Enzyklika Populorum Progressio veröffentlicht. Sie entwickelt das christliche Bild vom Menschen und hat die ganzheitliche menschliche Entwicklung „den neuen Namen für Frieden“ genannt. Diese bis heute sehr aktuelle Enzyklika erinnert daran, ‚dass Entwicklung nicht nur Wirtschaftswachstum ist; um wirklich Entwicklung zu sein, muss sie umfassend sein, das heißt auf die Förderung jedes Menschen und des ganzen Menschen gerichtet‘. Also gilt es, vor allem die Kultur des Wegwerfens zurückzuweisen und sich um die Menschen und Völker zu kümmern, die am meisten unter Ungleichheiten leiden.“

Wenn man den Akzent vom Rüstungswettlauf weg auf mehr „inklusiven Fortschritt“ der Völker legen würde, dann würde auch die „Utopie einer Welt ohne verheerende Angriffswaffen in größere Nähe rücken“, argumentierte der Papst. Und dann würden jene nicht Recht behalten, „die Abrüstungsprozesse für idealistisch halten“.

„Das Lehramt von Johannes XXIII. bleibt weiter gültig. Er hat klar das Ziel einer völligen Abrüstung vorgegeben. In seiner Enzyklika Pacem in terris schrieb er, nicht nur die Waffenarsenale brauchten eine völlige Abrüstung, sondern auch die Gemüter – damit sich die Kriegspsychose komplett auflöse. Die Kirche wird nicht müde, der Welt diese Weisheit anzubieten. Sie weiß, dass die ganzheitliche Entwicklung die Straße des Guten ist, die die Menschheitsfamilie zurückzulegen berufen ist. Ich ermutige Sie, dieses Werk mit Geduld und Beharrlichkeit voranzubringen im Vertrauen darauf, dass der Herr uns begleitet.“

Der Papst sprach zu den Teilnehmern einer internationalen Konferenz gegen Atomwaffen, die der Vatikan organisiert hat. Sie dauert zwei Tage und bringt etwa ein Dutzend Nobelpreisträger mit Kirchen- und Staatenvertretern zusammen.

(rv 10.11.)

 

 

 

Hoffnungsträger „viri probati“

 

Der Dienst von Laien und verheirateten Diakonen ist aus unserem Kirchenalltag nicht mehr wegzudenken. Weil es weniger Priester gibt, erfahren sie zunehmend eine größer werdende Bedeutung in der Gemeindearbeit. Gleichzeitig wird die Forderung immer lauter, die sogenannten „viri probati“, verheiratete Männer, die als Diakone tätig sind, auch zur Priesterweihe zuzulassen, um so dem Priestermangel entgegen zu treten. Das Vorhaben des Papstes, die Funktion von „viri probati“ zu prüfen, hat dieses Jahr das mediale Interesse neu entfacht. Nun liegen dem Papst scheinbar konkrete Vorschläge vor.

Heimliche Revolution

Mitverfasser des Schreibens, das dem Papst vorliegen soll, ist der emeritierte brasilianische Bischof Erwin Kräutler. Bereits 2014 hatte er dem Papst bei einer Audienz auf die Situation der Gemeinden im Amazonas Gebiet hingewiesen. Die Region ist so stark vom Priestermangel betroffen, dass es zahlreiche Gemeinden gibt, in denen keine Eucharistie mehr gefeiert werden kann. Auch regelmäßige Sonntagsmessen gehören für einen Großteil der Menschen in der Region zur Seltenheit.

Ende Oktober hat Papst Franziskus eine Bischofssynode für das Amazonas Gebiet angekündigt. Diese soll 2019 stattfinden und sich mit „neuen Wege der Evangelisierung in dem Gebiet“ befassen. Der Begriff „viri probati“ ist bei der Ankündigung zwar nicht gefallen. Dennoch vermuten konservative Papstkritiker im Vatikan, dass Franziskus am Amazonas heimlich einen Umsturz der katholischen Lehre vorbereite und die Synode dazu nutzen will, um die Zulassung verheirateter Männer zum Priesteramt voranzutreiben. Grund dafür ist auch seine Aussage in einem Interview Anfang des Jahres: „Wir müssen darüber nachdenken, ob Viri Probati eine Möglichkeit sind. Dann müssen wir auch bestimmen, welche Aufgaben sie übernehmen können, zum Beispiel in weit entlegenen Gemeinden, “ erklärte Franziskus, angesprochen auf diese Thematik.

Tatsächlich sind verheiratete Priester in der römisch-katholischen Kirche zwar eine Ausnahme, aber kein beispielloses Phänomen. 1951 ließ Papst Pius XII die Ausnahmeregelung zu, dass verheiratete Priester anderer Konfessionen beim Übertritt zum Katholizismus auch als katholische Priester arbeiten können. Für die Dauer ihrer Ehe wird ihnen in der Regel zwar keine Pfarrstelle zugeteilt, dennoch können sie als Priester in der Kategorialseelsorge tätig sein. Weltweit gibt es weit über hundert solcher verheirateter katholischer Geistliche. Dass sie keine Pfarrstelle erhalten deutet jedoch auf den hohen Stellenwert der Ehelosigkeit in der katholischen Kirche hin. Aus theologischer Sicht wird die Ehelosigkeit als Selbsthingabe betrachtet. Papst Benedikt XVI bezeichnete das Priesteramt als „bräutliche Liebe zur Kirche“ und begründet die Ehelosigkeit damit, dass der Priester seine Nächstenliebe nicht auf einen einzelnen Partner sondern auf seine ganze Gemeinde konzentrieren soll.

Kirche im Wandel

Doch nicht nur in entlegenen Regionen müssen Alternativen für den schwindenden Priesternachwuchs gefunden werden. In den vergangenen Jahren haben immer mehr Bistümer die Situation ihres Zuständigkeitsbereiches analysiert und darauf mit sogenannten „Zukunftsbildern“ reagiert. Vielerorts werden die pastoralen Räume zusammengelegt. Das hat zur Folge, dass nicht mehr in jeder Kirche sonntags ein Priester die heilige Messe feiern kann und sich andererseits ein einzelner Priester um viel mehr Gläubige kümmern muss. Diese Tatsache ruft immer mehr „Nicht-Priester“ in die Verantwortung, Aufgaben in den Gemeinden zu übernehmen. Dies geschieht nicht nur durch theologisch qualifizierte Personen wie Gemeindereferenten, sondern auch durch Ehrenamtliche, die den Priester in seinen administrativen und liturgischen Aufgaben entlasten.

Gleichzeitig nimmt auch die Anzahl der registrierten Katholiken in Deutschland seit den 90er Jahren stetig ab. Derzeit sind rund 28,5% der Gesamtbevölkerung katholisch. Die Zahl derer, die regelmäßig einen Gottesdienst besuchen, hat sich in den vergangenen 20 Jahren mehr als halbiert. Aktuell geben gerade einmal 10% der Katholiken an regelmäßig die heilige Messe mitzufeiern. Da das Angebot oftmals nicht voll ausgeschöpft wird, werden Messen gestrichen oder durch Wort-Gottes-Feiern, die von speziell geschulten Laien gehalten werden, ersetzt. Die Akzeptanz dieser Feiern ist allerdings sehr gering. Um die Verbindung von Hochgebet und heiliger Kommunion nicht abzuwerten, ist bei den meisten Wort-Gottesdiensten eine Kommunionausteilung untersagt. Besonders die ältere Generation tut sich schwer mit Gottesdiensten ohne Priester. Auch die Eucharistie wird als unabdinglichen Bestandteil einer Messfeier erachtet, ohne den ein Gottesdienst keinen Sinn macht.

Auch Diakone werden vermehrt dort eingesetzt, wo es an Priestern mangelt. Sie übernehmen Taufen, Traufeiern oder Begräbnisse und unterstützen den Priester bei den Aufgaben innerhalb der Gemeinde. Mit dem Zweiten Vatikanischen Konzil wurde das Amt des Ständigen Diakons eingeführt. Seitdem können auch verheirate Männer die Diakonatsweihe empfangen. Im Zuge des zunehmenden Priestermangels, erfahren sie eine immer größere Anerkennung. Doch auch sie sind nicht befugt, die Eucharistie selbstständig zu feiern und stellen damit auch keine befriedigende Alternative zum Priester dar.

Was das für den Priesterstand bedeutet

In diesem Zusammenhang fordern auch verstärkt Priester, Bischöfe und christliche Initiativen, den Zusammenhang von Priestertum und Zölibat zu lösen. In diesem Fall stellt sich unweigerlich die Frage, wer dann noch freiwillig zölibatär leben würde. Wir würden dann auf eine ähnliche Regelung wie in den katholischen Ostkirchen zusteuern. In den östlichen Teilkirchen ist die Ehelosigkeit nur für Bischöfe verpflichtend. Priester dürfen, unter der Voraussetzung, dass die Ehe vor der Weihe geschlossen wird, verheiratet sein.

Das fordern Kritiker auch für die Westkirche, da sie hinter der aufgezwungenen Ehelosigkeit für Priester einen der entscheidendsten Gründe dafür vermuten, dass sich immer weniger Männer für den Priesterberuf entscheiden. Ein Argument, das gegen diese Annahme spricht, ist, dass auch die evangelische Kirche mit Nachwuchsproblemen konfrontiert ist. Zwar ist der Mangel an Geistlichen noch nicht so präsent zum Großteil dadurch verschuldet, dass es in den 90er Jahren augenscheinlich einen Überschuss an Pfarrern gab und die Aussichten auf eine Anstellung gering waren. Doch die Zahl der Theologiestudenten und zukünftigen Pfarranwärter ist so stark rückläufig, dass die evangelische Kirche durch Kampagnen versucht den Beruf des Pfarrers wieder attraktiv zu machen.

Die zurückgehende Bereitschaft junger Männer sich für den Priesterstand zu entscheiden lässt sich nicht allein auf eine vorgeschriebene Ehelosigkeit zurückführen, sondern ist auch im generellen Verhältnis von Kirche und Gesellschaft zu suchen. Dies spiegelt sich auch in dem stetigen Rückgang von Gläubigen, die regelmäßig die Messe besuchen, wieder. Nicht nur der Priesterstand wird als Beruf immer unattraktiver. Gleiches gilt auch für andere Berufe und ehrenamtliche Aufgaben in der Kirche. Daher sollte sich die primäre Diskussion nicht darum drehen, wie man dem Priestermangel entgegentreten kann, sondern wie man die Kirchen wieder füllt. Für eine leere Kirche braucht es weder einen Priester noch einen „vir probatus“. Fest steht, dass sich die Struktur der Gemeinden mit oder ohne Zölibat grundlegend verändern wird und dass weiterhin verstärkt auf die Mitarbeit von Laien und zurückgegriffen werden muss.

Kerstin Barton, Kath.de 10

 

 

 

 

„Arbeit und Gesundheit aus christlicher Verantwortung“

 

Mit einem Aufruf, den Arbeitsschutz als notwendige und unternehmensverantwortliche Maßnahme in kirchlichen Einrichtungen zu betrachten, ist am 9. November 2017 in Berlin das 3. katholische Arbeitsschutz-Symposium zu Ende gegangen. Seit Dienstag hatten rund 200 Teilnehmer, insbesondere Entscheidungsträger aus kirchlichen Einrichtungen, über weitere strategische Schwerpunkte des Arbeitsschutzes beraten.

 

Der Erzbischof von Berlin und Schirmherr des Symposiums, Erzbischof Dr. Heiner Koch, unterstrich die Bedeutung menschenwürdiger Arbeit und Arbeitsverhältnisse. Für viele Menschen sei Arbeit etwas, das sie hinter sich brächten, um Geld zu verdienen. „Doch der Mensch ist nicht primär für die Arbeit da, sondern die Arbeit für den Menschen. Arbeit schafft Wert und ist zugleich Teil des Schöpfungsauftrags Gottes“, so Erzbischof Koch. Hierfür müssten die Rahmenbedingungen stimmen und den Arbeitenden vor „gesundheitlichen und geistig-sittlichen Schäden bewahren. Es geht nicht um Rahmenbedingungen zur Förderung der Arbeitskraft oder Effektivität. Die Bedingungen müssen eine würdevolle und bereichernde Arbeit ermöglichen“. Arbeitsschutz, so Erzbischof Koch, sei daher ein verantwortungsvolles Feld und müsse von allen mitgetragen werden.

 

Das Symposium verstand sich als interdisziplinärer Diskurs von Arbeitswissenschaft, juristischen Fragen, Medizin, Psychologie und Theologie. Arbeit und Gesundheit aus christlicher Verantwortung ergebe sich, so die Teilnehmer, aus der Katholischen Soziallehre. Gerade deshalb sei die Sorge für die haupt- und ehrenamtlich Beschäftigten der Kirche ein zentrales Anliegen, zu dem auch die Arbeitssicherheit und der Gesundheitsschutz zählten.

 

In den verschiedenen Diskussionen wurde deutlich, dass bereits in den Bistümern vorhandene Pilotprojekte zum Arbeitsschutzmanagement und Gesundheitsschutz im Transfer in andere Bistümer und kirchliche Arbeitgeber übertragen würden. Dabei habe sich das Arbeitsschutzmobil Plus mit seinen Modulen als wichtiges Hilfsinstrument erwiesen, mit dem das Thema in den Bistümern und bei Veranstaltungen beworben wird. Das Arbeitsschutzmobil Plus mit dem Leitthema „Katholische Kirche – Mobil für den Arbeitsschutz“ ist ein Projekt des Arbeitsschutzkonzepts der katholischen Kirche. Es handelt sich dabei um einen umgebauten Kleinbus mit Modulen zu den Hauptunfallschwerpunkten. So kann das Fahrzeug von Helfern direkt zu den Menschen vor Ort gefahren werden. Themen sind unter anderem sichere Leitern, Sicherheit beim Gehen und Laufen, die Gefahren von Alkohol am Steuer, das Heben von Lasten, aber auch Hautschutzmaßnahmen, das Vermeiden von schleichenden Gesundheitsgefährdungen wie Stress sowie die Bedeutung von Erste-Hilfe-Maßnahmen. Sie laden zur aktiven Auseinandersetzung ein. Die Arbeitsgruppe Arbeitsschutz des Verbandes der Diözesen Deutschlands hat das Arbeitsschutzmobil Plus bislang in Deutschland einzigartig entwickelt.

 

Der Generalvikar des Erzbistums München und Freising, Prälat Dr. Peter Beer, erinnerte in seinem Vortrag an den Zusammenhang von Arbeit und Gesundheit aus christlicher Verantwortung. „Beim Arbeitsschutz in der katholischen Kirche gibt es Luft nach oben. Es geht nicht um Formalismen, sondern um grundlegende Veränderungen der Welt hin zum Guten im Sinne des Reiches Gottes. Dazu wollen wir mit unseren Einrichtungen beitragen. Wir sollten uns nicht mit kleinteiligen Streitereien aufhalten. Denn das Engagement für den Gesundheits- und Arbeitsschutz gehört wesentlich zur Kirche“, so Generalvikar Beer.

 

Die „Berliner Leitgedanken zur Umsetzung des Arbeitsschutzes in der katholischen Kirche“, die vom Plenum verabschiedet wurden, sollen den Einsatz für den Gesundheitsschutz und die Arbeitssicherheit maßgeblich prägen. So wird im dritten Leitgedanken betont: „Die gemeinsame Sorge um alle im Bereich der Kirche Tätigen ist Ausdruck der wechselseitigen Pflichten der Dienstnehmer und Dienstgeber. Die Aufnahme der Arbeitssicherheit und des Gesundheitsschutzes in die Ordnungen des kirchlichen Dienstes könnte dies unterstreichen.“ Dbk 10

 

 

 

 

Papst appelliert von Rom aus an die Bonner Klimakonferenz

 

Eine klare Absage an die Leugner von Klimawandel und menschengemachter Umweltzerstörung kommt von Papst Franziskus. In einer Ansprache an die Mitglieder des „Pacific Islands Forum Secretariat“ an diesem Samstag erinnerte der Papst daran, dass gerade die pazifische Inselregion immer extremeren Naturphänomenen ausgesetzt sei, die den Lebensraum der dort ansässigen Bevölkerungen ernsthaft bedrohten. Immer häufiger vorkommende Naturkatastrophen, die ständige Erhöhung des Meeresspiegels und das langsame Sterben der Korallenriffe waren einige der Sorgen, die der Papst aufzählte.

„Es gibt viele Gründe, die zu dieser Umweltzerstörung geführt haben, und viele davon sind leider dem unbedachten menschlichen Verhalten zuzurechnen! Es geht einher mit Formen der Ausbeutung von natürlichen und menschlichen Ressourcen, deren Auswirkungen bis auf den Grund der Ozeane reichen.“

Erde ohne Grenzen, mit verletzlicher Atmosphäre

Bereits vor dreißig Jahren hätten die philippinischen Bischöfe auf die prekäre Situation der Korallenriffe hingewiesen, doch die Situation habe sich „sicher nicht verbessert“, so das bittere Fazit des Papstes. Er hoffe, dass die Klimakonferenz COP23, die derzeit in Bonn unter dem Vorsitz der Fidschi-Inseln tagt, sowie die darauf folgenden Arbeiten die besonders betroffenen Regionen im Blick behalten werde, betonte Franziskus. Es handele sich um eine „Erde ohne Grenzen, wo die Atmosphäre extrem dünn und verletzlich“ sei – damit nahm er die Worte eines der Astronauten auf, mit denen er Ende Oktober per Liveschaltung gesprochen hatte.

„Sie kommen aus Ländern, die mit Rom verglichen am anderen Ende der Welt liegen; doch diese Vision einer Erde ohne Grenzen schafft die geographischen Entfernungen ab und erinnert an die Notwendigkeit einer weltweiten Bewusstseinsbildung, Zusammenarbeit und internationalen Solidarität. Wir brauchen eine gemeinsame Strategie, die es nicht erlaubt, gegenüber schwerwiegenden Problemen wie dem Verfall unserer natürlichen Umwelt und der Gesundheit der Ozeane gleichgültig zu bleiben. Dieser hängt“, so fuhr der Papst fort, „zusammen mit dem menschlichen und sozialen Verfall, den die Menschheit von heute erlebt.“

Was für eine Welt wollen wir hinterlassen?

„Was für eine Welt wollen wir denen hinterlassen, die nach uns kommen?“, fragte der Papst, aus seiner Umwelt-Enzyklika Laudato si‘ zitierend. Diese Frage sei nicht nur im Hinblick auf die Umwelt zu stellen, sondern auch auf das Wertegefüge unserer Gesellschaften.

Hochrangige Vertreter von elf Nationen im Pazifikraum hatten sich an diesem Samstag zu einem Gipfel an der Welternährungsorganisation FAO in Rom getroffen, um über die Folgen des Klimawandels und die Ernährungssituation in ihren Ländern zu diskutieren. Nach ihrem Treffen in Rom werden sie zum Klimagipfel nach Bonn weiter reisen.  (rv 11.11.)

 

 

 

Für eine Kirche, die sich verausgabt

 

Kann der heilige Martin einen Beitrag leisten für die moderne Seelsorge im 21. Jahrhundert? Richard Hartmann ist Pastoraltheologe. Er hat sich Gedanken gemacht über diese Frage. Mit Martinus Christ sein – was heißt das, wie geht das, was bringt das? Professor Hartmann hat aus einer Vielzahl von Kriterien drei Impulse ausgewählt. Er sagt: „Kirche darf sich diakonisch verausgaben.“ – „Kirche ist Ort der Stille und führt zu Gott als dem Herz der Welt hin“ – „Kirche versöhnt in dialogischem Zugang mit den Menschen.“ Ein Ausblick in die Seelsorge von heute und morgen. Von Richard Hartmann.

Martinus war ein wachsamer Mensch. Jung, wie schon vor ihm sein Vater, Soldat geworden, sah er, was um ihn herum geschieht und hat dies für sein Leben als Herausforderung angenommen. Drei Aspekte aus den Berichten und Legenden dieses frühen Bischofs können helfen, unser Christsein heute neu zu begreifen und daraus zu gestalten. Das, was von Martinus in Legenden und Geschichten überliefert ist, war fu?r seine Zeit fast der Modellbericht, wie man sich einen Bischof wu?nschte. Etliche Parallelen finden sich bei anderen Heiligen der Zeit.

1. Martinus war wach für die Not der Menschen. Schon zu seinen Soldatenzeiten geriet er nicht in die Versuchung, seine Aufgabe und seine Möglichkeiten vorrangig zur eigenen Ehre anzunehmen und zu gestalten. Sein Soldatsein fand er als wichtigen Dienst, aber noch wichtiger war ihm der Dienst an den Notleidenden, an den Menschen, die – wie der Mann zwischen Jericho und Jerusalem – unter die Räuber gefallen waren. Für sie „verausgabte“ er sich. Ihm kam gar nicht in den Sinn, sie für sich einnehmen zu wollen, oder sie für dies oder jenes zu vereinnahmen. Er gab alles, was er hatte, für sie hin. Keinen Überfluss, keine Sicherheit behielt er für sich.

Als er den frierenden Mann sah, blieb ihm nichts anderes übrig, als seinen Mantel zu teilen – alles andere war schon verschenkt. Eine Überlieferung sagt sogar, er konnte nur den halben Mantel herschenken, weil die andere ihm gar nicht gehörte, sondern Militärbesitz war.

Kirche muss sich heute ebenso verausgaben. Nicht der Blick auf die eigene Rolle oder gar den öffentlichen Einfluss darf ihr Handeln prägen, sondern die Bereitschaft, sich radikal den Menschen in Not zuzuwenden. Kirche heute ist diakonische Kirche.

Jedes Mal, wenn sie versucht, auch durch das Wirken der Caritas, andere zu vereinnahmen, dann wird sie in Verdacht geraten, dann wird man sich von ihr abwenden.

Das ist für die Kirche in unseren Breiten nicht einfach. Sie ist als Organisation und Institution in unserer Gesellschaft in vielen Abhängigkeiten. Würde der Bischof – vielleicht sogar mit seinen Beratungsgremien – das Tafelsilber des Bistums verschenken, dann gäbe es viele, die aufschreien, weil zum Beispiel ihre eigene Alterssicherung, die doch 100-prozentig sicher schien, weg wäre. In solchen Abhängigkeiten muss unsere Kirche einen Veränderungsprozess einläuten, der ihr ermöglicht – mit Papst Franziskus – zu einer armen Kirche zu werden, die sich nicht schämen müsste, wenn ihr nur ein halber Mantel bliebe.

Was für die Kirchen als Ganze schwierig ist, kann fu?r den Einzelnen oder kleine Gemeinschaften vielleicht leichter sein. Wir sollten wachsam werden, wenn heute ähnlich wie im 13. Jahrhundert Gruppen und Kreise wieder glaubwürdiger die Armut und damit die Nähe und Solidarität mit den Armen als Berufung annehmen.

2. Ein zweiter Aspekt wird deutlich, nachdem Martinus – trotz vergeblichem Widerstand – das Bischofsamt in Tours angenommen hat. Für sich selber entschied er, keine Zeichen und Lebenshaltungen anzunehmen, die seinem „Stand“ und seiner „Bedeutung“ zugesprochen wurden: Keine Residenz, kein Herrscherpalast, keine Überhöhung. Er wollte weiter einfach und demütig bleiben. Eine kleine Einsiedelei sollte sein Zuhause sein. Das entspricht seinem Armutsideal, mehr aber noch macht es ein anderes Motiv deutlich: Der Rückzug in die Einsamkeit und Stille ist ein wichtiger Schutzraum fu?r die Aufmerksamkeit auf Gott hin.

Kirche heute soll eine Oase der Stille und des Gebets sein. In einer Zeit, die sehr von Unruhe und ständiger Aktivität geprägt ist, braucht es Gegenwelten. Nicht wenige Menschen zieht es heute zur Stille ins Kloster. Der immer gleiche Rhythmus des Tages mit Gebet, Arbeit, Mahlzeiten und Stille hilft, wieder Ordnung in den eigenen Tagesablauf zu bekommen. Die Gewichte werden neu gesetzt: Ohne die Stille und den Raum, überhaupt auf Gott hören zu können, wird das Alltagsgeschäft uns auffressen.

3. Martinus war aber, und das sei der dritte Akzent, nicht ein weltferner und isoliert einsamer Beter. Er war – so die Überlieferung – ein Mann der Dialoge und der Kommunikation. In den Legenden um seinen Tod heißt es, dass er – schon auf dem Krankenlager – noch einmal gebeten wurde, in einen Konvent zu kommen, um in einem Streit zur Versöhnung beizutragen. Es heißt, dass er sich innerlich schon aufs Sterben vorbereitet. Aber – so steht es im Stundengebet des Festes – „non recuso laborem“: Ich verweigere mich nicht der Arbeit, nicht der Bitte der Brüder.

Offenbar war ihm die Gabe geschenkt, mit der richtigen Art hinzuhören, die richtigen Worte zu finden, um Menschen wieder zusammen zu bringen und zu Gott zu führen.

Christen heute können und sollen Mediatoren sein. Wer die Menschen in all ihren Eigenarten bereit ist, anzunehmen, wie Gott sie annimmt, der wird auch fähig werden, mit ihnen zu sprechen, sie mehr und mehr zu verstehen und zueinander zu führen.

Mich fasziniert, wenn an etlichen Orten auch politischer Konflikte, Christinnen und Christen als starke Helfer der Versöhnung mitwirken und tätig sind.

Drei Aspekte habe ich hervorgehoben, um mit Martinus neue Impulse zum Christsein zu gewinnen:

Kirche darf sich diakonisch verausgaben, Kirche ist Ort der Stille und führt zu Gott als Herz der Welt hin und Kirche versöhnt in dialogischem Zugang zu den Menschen. In allen Bereichen werden wir in der der Pastoral noch einiges vorantreiben. GuL 8

 

 

 

Papst über Amoris laetitia: Das Gewissen respektieren

 

In einer Videobotschaft an eine Konferenz italienischer Bischöfe zu seinem Postsynodalen Schreiben Amoris laetitia geht Papst Franziskus auf die Bedeutung des Gewissens ein. Dabei kritisiert er die häufige Tendenz, den „Vorrang des Gewissens“ mit der „exklusiven Selbstbestimmung des Individuums“ zu vermischen. Es sei wichtig, das Gewissen immer zu respektieren, so der Papst. Aber man müsse hier vorsichtig sein, um nicht in eine „Egolatrie“ – also eine „Vergötterung des Ichs“ – zu verfallen. Was er damit genau meint, hatte er bereits in seiner Ansprache an die Päpstliche Akademie für das Leben vor einigen Wochen erläutert. Egolatrie könne so weit gehen, die Beziehungen zu den Mitmenschen aufs Spiel zu setzen, nur um das eigene Ich zu „vergöttern“, wiederholte der Papst. Das sei gar nicht so ungefährlich, denn es führe zu „falschen Illusionen“ und „beschmutze die Köpfe und das Herz“.

Papst zitiert Romano Guardini

Die Papstbotschaft von diesem Samstag zitiert auch aus einem Text des Theologen Romano Guardini, den dieser im Jahr 1933 über das Gewissen verfasst hatte. Um sich vom eigenen „Ich-Gefängnis“ zu befreien, müsse man einen Punkt erreichen, der eben nicht das eigene Ich sei. Und dieses „Gute“ sei eine „religiöse Wirklichkeit“, die die Fülle des lebendigen Gottes sei, sagte der Papst Guardini zitierend.

In jedem einzelnen Menschen sei jenes Geheimnis verborgen, das jede Person „erleuchte“ und sie zu einem „Protagonisten in der eigenen Geschichte“ mache. Jeder Christ müsse allerdings vorsichtig damit umgehen, insbesondere aber diejenigen, die in einer ehelichen Beziehung lebten und Kinder hätten. „Die Güte Gottes füllt die Krüge der Menschenherzen mit einer außergewöhnlichen Kraft des Geschenkes und erneuert so für die heutigen Familien das Wunder auf der Hochzeit zu Kana“, so der Papst.

Medizin der Barmherzigkeit

Was er damit genau meinte, erläuterte er anschließend: In der biblischen Erzählung dieses Wunders im Johannesevangelium habe Jesus ein „starkes Zeichen“ gesetzt, er habe das Gesetz des Mose zu einer Frohen Botschaft umgewandelt. „Jesus hat vor allem die Medizin der Barmherzigkeit vorgewiesen, die die Härte des Herzens behandelt, indem sie die Beziehungen zwischen Ehemann und Ehefrau und zwischen Eltern und Kindern heilt“, sagte Franziskus.

Am Ende seiner Botschaft äußerte er den Wunsch, dass das Symposium der Kirche helfen möge, den „Inhalt und den Stil“ von Amoris laetitia aufzugreifen und in die Tat umzusetzen. Dazu bedürfe es der Ausbildung von Seelsorgern in Pfarreien, katholischen Vereinigungen und Bewegungen, die sich für Familien einsetzten. Diese Familienseelsorger könnten dabei helfen, „die Freude des Evangeliums“ besser zu leben. (rv 11.11.)

 

 

 

Ö: Bischöfe gegen „Ehe für alle“

 

Die Ehe soll wie bisher ausschließlich Paaren verschiedenen Geschlechts vorbehalten bleiben, weil das ihre Einzigartigkeit im Vergleich mit anderen Formen des Zusammenlebens ausmacht. Diesen Standpunkt hat die österreichische Bischofskonferenz bei ihrer Vollversammlung, die an diesem Freitag zu Ende ging, erneut formuliert. Anlass dafür ist die aktuelle Überprüfung des Ehebegriffs durch den Verfassungsgerichtshof.

Die Bischöfe schreiben in einer Erklärung, sie vertrauten darauf, „dass die Verfassungsrichter verantwortungsvoll über diese Frage beraten und an ihrer bisherigen Linie festhalten“. Die Ehe sei „aufgrund ihres spezifischen Wesens anders zu behandeln als alle anderen Partnerschaftsformen“. Diese Rechtseinsicht decke sich auch mit jener des Europäischen Gerichtshofes für Menschenrechte.

Durch einen Bruch mit dem bisherigen Eheverständnis wäre nichts gewonnen, argumentieren die Bischöfe; stattdessen ginge dadurch das Vertrauen in fundamentale Begriffe der Rechtsordnung verloren. Die Bischöfe warnen vor einer Vielzahl neuer Fragen, die durch eine Uminterpretation von Ehe aufgeworfen würden. Schon jetzt sei im Blick auf andere Länder absehbar, dass durch die Preisgabe des bisherigen Eheverständnisses Forderungen nach Leihmutterschaft, Geschwisterehe oder auch Polygamie nur mehr schwer abzuwehren sein würden.

Hohe Ansprüche an kommende Regierung

An die kommende Regierung stellen Österreichs Bischöfe hohe Anforderungen. Sie erwarten von ihr, dass sie sich „nach bestem Wissen und Gewissen für alle Menschen in Österreich und das Gemeinwohl“ einsetzen wird. Konkret heiße das: Arbeit, von der man leben kann; die Aufrechterhaltung der innergesellschaftlichen Solidarität, Generationengerechtigkeit, Aufnahmebereitschaft gegenüber Menschen auf der Flucht und auch die Etablierung eines nachhaltigeren Lebensstils. Der „Grundwasserspiegel der Mitmenschlichkeit und Hilfsbereitschaft in unserer Gesellschaft“ müsse „hoch“ bleiben.

Besorgt sind die Bischöfe darüber, dass Österreich seiner Verpflichtung zur Reduktion der Treibhausgasemissionen nicht genug nachkommen könnte. Die Treibhausgasemissionen im Land hätten „zuletzt nicht abgenommen, sondern sogar um 3,2 Prozent zugenommen“. 

Bedarfsorientierte Mindestsicherung, leistbares Wohnen, Hilfe für Langzeitarbeitslose - bei all diesen Themen stellen sich die Bischöfe hinter die Forderungen der Caritas.  Die Politik solle „wieder eine österreichweit einheitliche Mindestsicherung etablieren, die existenzsichernd wirkt“; und Langzeitarbeitslose, die keine Chance auf dem normalen Arbeitsmarkt haben, bräuchten einen unbefristeten „dritten“ Arbeitsmarkt, der ihnen sinnvolle Formen der Beschäftigung in Kombination mit einer Existenzsicherung ermöglicht.

(kap 10.11.)

 

 

 

 

Kirchliche Tagung im Vorfeld der Weltklimakonferenz

 

Die 23. Weltklimakonferenz in Bonn muss einen Beitrag dazu leisten, das Ambitionsniveau aller Staaten bei der Umsetzung der Klimaziele von Paris deutlich zu erhöhen. Seit einem Jahr sei der Pariser Weltklimavertrag in Kraft, der die globale Erwärmung auf 2 Grad, nach Möglichkeit sogar 1,5 Grad, begrenzen soll. In allen Ländern, die das Abkommen ratifiziert haben, müssten nun konkrete Maßnahmen umgesetzt werden, um die Treibhausgasemissionen zu reduzieren und die Anpassung an die nicht mehr vermeidbaren Folgen des Klimawandels zu ermöglichen. Das in Bonn beim Weltklimagipfel zur Verhandlung stehende "Regelbuch" müsse hier deutliche Fortschritte bringen.

Diese Einschätzung wurde bei der Tagung "In Sorge um unser gemeinsames Haus – Kirchliche Perspektiven zur Umsetzung des Weltklimavertrages in Deutschland" deutlich, die heute gemeinsam vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK), dem Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und dem Bischöflichen Hilfswerk Misereor im Katholisch-Sozialen Institut in Siegburg durchgeführt wurde.

Die bisher vorgelegten Ziele und Maßnahmen in Deutschland und Europa reichten nicht aus, um die Vereinbarungen des Pariser Abkommens angemessen umzusetzen. Auch für die neu zu bildende Bundesregierung werde es eine der wichtigsten Herausforderungen sein, den Klimaschutz zu einer zentralen Aufgabe der nächsten Legislaturperiode zu machen. Alle Sektoren, insbesondere die Energieversorgung, die Gebäudesanierung, der Wärmemarkt, der Verkehr und die Landwirtschaft, müssten hierzu ihren Beitrag leisten.

In seinem Impulsvortrag vor den rund 150 Teilnehmerinnen und Teilnehmern der Tagung forderte der Klimaforscher Prof. Dr. Ottmar Edenhofer den Ausstieg aus der Kohlewirtschaft und eine gerechte Bepreisung der CO²-Emmissionen.

Die Vizepräsidentin des ZdK, Dr. Claudia Lücking Michel, forderte die Verhandlungspartner bei den derzeitigen Sondierungsgesprächen in Berlin auf, den für den Klimaschutz notwendigen Strukturwandel ehrlich und mutig anzugehen.

MISEREOR-Geschäftsführer Dr. Martin Bröckelmann-Simon mahnte, dass Entscheidungen beim Klimaschutz nicht zu Lasten der Ärmsten dieser Welt getroffen werden dürften.

Pfr. Dirk Bingener, BDKJ-Bundespräses, machte deutlich, dass es für die Kirche eine Frage der Glaubwürdigkeit sei in ihrem Konsum- und Investitionsverhalten nicht lediglich optional sondern konsequent mutig voranzugehen.  ZdK 3

 

 

 

Nach Luther

 

Am Dienstag fand das 500. Jubiläum des Reformationstages statt. Was können wir Katholiken aus der Reformationsfeier mitnehmen und kann das ein Anfang für mehr Ökumene sein?

Für die Einen ist das Reformationsjubiläum die Erinnerung an den „Akt der Befreiung“, für die Anderen eine „Revolution wider den Heiligen Geist“. In den zahlreichen Feiern zur Reformation wurde aber auch gezeigt was uns eint.

1517. Ob Luther am 31. Oktober 1517 die Thesen wirklich an eine Kirchentür nagelte, bleibt unklar. Doch auf dieses Datum fällt die Veröffentlichung der Thesen. In diesen zeigte der Mönch und Theologe Martin Luther auf, mit welchen Dingen der katholischen Kirche er nicht einverstanden war. Es folgte die Reformation, die Erneuerung. Obwohl Luther die katholische Kirche nur reformieren wollte, entstand daraus die evangelische Kirche.

2017. 500 Jahre sind seit dem berühmten „Thesenanschlag“ vergangen. Für Arbeitnehmer in Deutschland ist das ein Grund zu feiern, denn es gibt einen bundesweiten Feiertag. Die Veranstalter haben sich noch mehr einfallen lassen. Zahlreiche Veranstaltungen, Ausstellungen und Gottesdienst sollten uns im ganzen Jahr begleiten. Der Ansturm bleibt aus, die FAZ titelt mit „Luther ist die Pleite des Jahres“, die Besucherzahlen fast aller kirchlichen Großveranstaltungen seien weit hinter den Prognosen zurückgeblieben. Zur zentralen viermonatigen „Weltausstellung Reformation“ in der Lutherstadt Wittenberg, die auf eine halbe Million Besucher ausgelegt ist, waren nach knapp vier Wochen nur 40.000 gekommen. Der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland, Manfred Rekowski, hat die Planungen als “wohl überdimensioniert und zu ambitioniert” bezeichnet.

Luther für uns

Auch Katholiken haben sich an den Feierlichkeiten beteiligt, und versucht „mehr Luther zu wagen“.

Reinhard Kardinal Marx, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, tut etwas was lange undenkbar war und zitiert Luther, „Wenn du nun mit Christo Eins bist, was willst du mehr haben?“. Noch vor 100 Jahren, zum 400. Jahrestag, wurde von katholischer Seite ausschließlich abwertend über Martin Luther geschrieben, dass er als Verantwortlicher für die Spaltung der abendländischen Kirche galt. Auch die Schuld für den Dreißigjährigen Krieg ließ sich bei Luther finden. Die Verbreitung der Thesen führte ausschließlich zu Zwietracht und Streit.

Erst durch die Lutherforschung im 20. Jahrhundert wurde ein historisch differenzierteres Bild des Reformators entworfen. Dabei half die Einordnung Luthers in die Frömmigkeit und Mystik seiner Zeit. Somit zielte Luther nicht auf die Spaltung der Kirche an, sondern lediglich darauf Missstände aufzudecken. Erst 50 Jahre gemeinsamer ökumenischer Dialog führt dazu, dass es auch für einen katholischen Christen möglich war Texte Luthers mit Anerkennung zu lesen und von seinen Gedanken zu lernen. Diese Entwicklung wird von Kardinals Marx äußerst positiv eingeschätzt.

Die andere Seite

Kardinal Marx bedauert jedoch, dass uns die volle Einheit untereinander noch nicht geschenkt ist und es die Gläubigen immer noch in getrennten Kirchen leben. „Diese Tatsache schmerzt, widerspricht sie doch zutiefst dem Willen Christi, der um die Einheit der Seinen gebetet hat.“, so Marx. Für ihn ist es jedoch ein Grund die Bemühungen um die Einheit der Kirche nicht einzustellen.

Doch auch von katholischer Seite wird Kritik an Luther geübt, der deutsche Kardinal Gerhard Ludwig Müller bezeichnet die Reformation als „Revolution wider den Heiligen Geist“. Damit wendet er sich gegen eine weichgespülte Ökumene. Für Müller kann der Wunsch nach guten Beziehungen zu Nichtkatholiken nur das Ziel haben, zur vollen Gemeinschaft mit der katholischen Hierarchie und zur Annahme der katholischen Lehre hinzuführen. Kardinal Müller sieht in Luthers Absicht nicht den Kampf gegen Missbräuche, sondern es werde „absolut klar, dass Luther sämtliche Prinzipien des katholischen Glaubens hinter sich gelassen hat“. Vor allem die Abschaffung der fünf Sakramente, die Leugnung der Eucharistie und die Ämterkritik Luthers bedeuten für Müller, dass man die Reformation nicht als “Kirchenreform im katholischen Sinn” bezeichnen könne. Daher kritisiert der Kardinal auch die enthusiastische Sichtweise auf Luther, für ihn liege der Grund dafür in einer Unkenntnis der Theologie Luthers und der desaströsen Folgen dieser, nämlich die Zerstörung der Einheit mit der katholischen Kirche.

Auch Kardinal Müller spricht sich für Ökumene aus jedoch dürfe eine Versöhnung aber “nicht auf Kosten der Wahrheit” geschehen.

Das Hier und Jetzt

Kardinal Müller gilt als Hardliner. Zuletzt war er auch durch Kritik am Papst aufgefallen, nachdem Müller als Chef der Glaubenskongregation im Vatikan nach seiner Amtszeit entlassen wurde. Auch im Streit um die Sichtweise der Reformation teilt er in diese Richtung aus, Viele hielten “den Papst für unfehlbar, wenn er privat spricht”, aber stellten zur Disposition, was “die Päpste der ganzen Geschichte” als Glaubensgut vertreten hätten.

Für die Gläubigen

„In den notwendigen Dingen Einheit, in den zweifelhaften Freiheit, über allem die Liebe.“, so drückt es der Kirchenvater Augustinus aus und führt uns damit vor Augen, dass trotz allem Streit um Einheit die Liebe überwiegen sollte. Trotz aller Uneinigkeiten handelt es sich sowohl bei Katholiken als auch bei evangelischen geprägten Gemeinschaften um Christen, wir sind also Brüder im Glauben.

Was uns eigentlich voneinander trennt, ist 60%der Gläubigen nicht bewusst. Eine Umfrage unter Katholischen Gläubigen ergab, für 58 % ist die Autorität des Papstes nicht wichtig. Ähnlich verhält es sich bei der Zustimmung zur Homo-Ehe: bei den Protestanten sind es 78 Prozent, bei den Katholiken 70 Prozent. Unter den Gläubigen selbst besteht kein besonders großer Unterschied, wohingegen die offizielle Meinung der Kirche stark davon abweicht.

Die Debatte um den ökumenischen Religionsunterricht, der in NRW 2018 eingeführt wird, zeigt auf, dass die Kirchen sich nach eigener Darstellung auf die veränderte Schullandschaft und die rückläufige Zahl christlicher Schüler einstellen. Damit wird eine neue Generation noch einmal anders an die Ökumene herangeführt und vielleicht ergibt sich ja daraus ein neuer Versuch der Einheit, der mehr Freiheit und Individualität im Glauben zulässt.

Julia Westendorff, Kath.de 3

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Antworten des Fragebogens zur Bischofssynode 2018 in Rom

 

Die Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz hat vor einigen Wochen die aus allen 27 Bistümern eingegangenen Antworten auf den Fragebogen des Vatikans zur Vorbereitung der XV. Ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode beraten. Sie wird im Oktober 2018 zum Thema „Jugend, Glaube und Berufungsunterscheidung“ im Vatikan stattfinden. Die Bistümer waren gebeten, ihre Antworten bis zum 1. Mai 2017 an das Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz zu senden. Bis Anfang August wurden dort die mehrere hundert Seiten umfassenden Rückmeldungen ausgewertet und für die nun vorliegende Antwort aufbereitet.

 

Der Vorsitzende der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste, Bischof Dr. Felix Genn (Münster), und der Vorsitzende der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Stefan Oster SDB (Passau), erklären heute zur Veröffentlichung der Antworten aus Deutschland: „Wir danken allen Beteiligten in den (Erz-)Diözesen, Bischöflichen Jugendämtern und Diözesanstellen für Berufungspastoral herzlich, die an dieser Bestandsaufnahme zur Jugend- und Berufungspastoral in Deutschland mitgewirkt haben. Sie wird ein wichtiger Ausgangspunkt für die Beratungen der Themen der Jugendsynode in Deutschland und Rom sein.“ Die Antworten machten deutlich, was viele Jugendliche von der Kirche erwarten: Wertevorstellungen und Sinnangebote, Authentizität und Lebensrelevanz.

 

Junge Leute in Deutschland, so belegen die Rückmeldungen, stehen heute vor großen Möglichkeiten, aber auch schwierigen Herausforderungen. Angesichts  vielfältiger Optionen der Berufs- und Studienwahl und hohem Leistungsdruck in der Schule wünschen sich viele Jugendliche Begleitung auf der Suche nach ihrem eigenen Lebensplan. Dabei besteht auch eine hohe Bereitschaft zu gesellschaftlichem Engagement.

 

Die Antworten der Deutschen Bischofskonferenz an den Vatikan zeigen, dass die breit gefächerten Angebote der kirchlichen Jugendpastoral vielen jungen Menschen eine Heimat bieten: „Wir nehmen derzeit 14 Felder katholischer Jugendpastoral in Deutschland wahr, die mit ihrem je eigenen Profil unterschiedliche und zum Teil auch nicht-gläubige Jugendliche erreichen. Diesen Schatz werden wir mit nach Rom tragen. Wir müssen uns aber auch eingestehen, dass wir den von Papst Franziskus geforderten missionarischen Aufbruch intensiver umsetzen könnten“, hebt Bischof Oster hervor.

 

In dem Dokument wird das Zueinander von Jugend- und Berufungspastoral herausgearbeitet. Kirchliche Jugendpastoral thematisiert derzeit eher selten konkrete Fragen der Berufung. Die Synode kann ein Anstoß sein, die Berufung zum Christsein jedes jungen Menschen als Grundlage jugendpastoraler Angebote zu entdecken, um von dort aus die Frage der eigenen Lebensberufung ins Gespräch zu bringen. „Die Antworten zeigen uns, dass bereits eine große Anzahl von Priestern, Diakonen, Pastoral- und Gemeindereferenten, Lehrern und anderen Erziehern in der geistlichen Begleitung von Jugendlichen tätig sind. Wir müssen aber auch selbstkritisch fragen, wo wir noch mehr Personen einsetzen können, die für die Begleitung zur Verfügung stehen“, bilanziert Bischof Genn.

 

Den letzten Teil des Dokuments bilden drei konkrete jugend- und berufungspastorale Tätigkeiten, die aus den Antworten der (Erz-)Diözesen ausgewählt wurden. Mit der „72-Stunden-Aktion“ des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) – exemplarisch für das Engagement der Jugendverbände – und der „Initiative Nightfever“ wird die Vielfalt katholischer Jugendpastoral in Deutschland deutlich. Sie reicht vom sozialen und politischen Engagement bis hin zu neuen Formen des Gebets. Als Beispiel für die Fülle (Internationaler) Freiwilligendienste und Orientierungsjahre, bei denen junge Menschen in den Diözesen nach ihrem Schulabschluss unter anderem der Frage ihrer Berufung nachgehen können, wird das „Basical“ aus dem Bistum Augsburg näher vorgestellt.

 

Die deutschen Bischöfe werden die Ergebnisse des Fragebogens zur Vorbereitung der Bischofssynode in ihre weiteren Beratungen einfließen lassen. Insbesondere werden sich die Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste und die Jugendkommission mit den anstehenden Fragen befassen.

 

Neben dem Fragebogen an die Bischofskonferenzen bietet der Vatikan auch eine Online-Umfrage an, die sich direkt an junge Menschen richtet. Bis zum 30. November 2017 haben sie auf der Internetseite youth.synod2018.va noch die Möglichkeit, sich selbst am synodalen Prozess zu beteiligen. Bischof Genn und Bischof Oster laden alle Jugendlichen ein, diese Chance der Beteiligung zu nutzen: „Wir möchten alle Jugendlichen ausdrücklich dazu ermutigen, sich auf diesem Weg in die Kirche einzubringen! Lasst Eure prophetischen Stimmen hören!“

 

Hinweis: Die an das Synodensekretariat in Rom versandte Gesamtantwort der Deutschen Bischofskonferenz finden Sie als pdf-Datei unter www.dbk.de. Weitere Informationen zur Synode sind im Dossier „Bischofssynode Jugend 2018“ nachlesbar. DBK 3

 

 

 

Jugend-Synode: Deutsche Bischöfe veröffentlichen Antworten

 

Jugend und Kirche: Das Bild hat Licht und Schatten. Die deutschen Bischöfe haben am Freitag die Ergebnisse der Sondierungen veröffentlicht, die sie für den Vatikan durchgeführt haben. Sie dienen der Vorbereitung auf die Bischofssynode 2018 zum Thema Jugend. Ausgewertet wurden Fragebögen und Materialien aus allen 27 deutschen Bistümern, aber noch nicht die – bis Ende November laufende – Online-Umfrage des Vatikans unter Jugendlichen selbst. Auffallend an der Bestandsaufnahme der Bischöfe ist ein nachdenklicher, selbstkritischer Ton.

Auf der Plus-Seite stehen: großes Engagement bei Ministranten, katholischen Jugendverbänden und geistlichen Gemeinschaften. Auf der Minus-Seite stehen ein spürbares Nachlassen der kirchlichen Bindung und ein Misstrauen von Jugendlichen gegenüber der Institution Kirche. Kirchliche Jugendarbeit erreicht immerhin sehr unterschiedliche, „auch nicht-gläubige Jugendliche“, resümiert der deutsche Jugendbischof Stefan Oster. Und er verspricht: „Diesen Schatz werden wir mit nach Rom tragen. Wir müssen uns aber auch eingestehen, dass wir den von Papst Franziskus geforderten missionarischen Aufbruch intensiver umsetzen könnten.“

 

Die Rückmeldungen zeigen laut Bischofskonferenz, dass viele Jugendliche von der Kirche „Wertvorstellungen und Sinnangebote, Authentizität und Lebensrelevanz“ erwarten. Angesichts schwieriger Herausforderungen suchten viele nach Hilfe und Begleitung, die sie aber längst nicht immer in den bestehenden Angeboten fänden.

 

Zugleich heben die Bischöfe hervor, dass es eine hohe Bereitschaft zu gesellschaftlichem Engagement gebe, das gerade in den Jugendverbänden gefördert werde. Konkrete Fragen der Berufung zu einem christlichen Leben – vielleicht sogar als Priester oder Ordensfrau – spielten dagegen eine geringere Rolle.

 

Beim Thema Ehe und Familie zeige sich eine „deutliche Distanz zu kirchlichen Aussagen“, stellen die Bischöfe weiterhin fest: „So sind voreheliche Lebensgemeinschaften eine nahezu flächendeckende Realität. Fast alle Paare, die um eine kirchliche Trauung bitten, leben oft schon mehrere Jahre zusammen.“

 

Wie von Rom gewünscht, stellen die Bischöfe auch drei deutsche Beispielprojekte vor: die missionarische Aktion „Nightfever“, die sozial ausgerichtete „72-Stunden-Aktion“ des BDKJ sowie das christliche Orientierungsjahr „Basical“ im Bistum Augsburg.

Die deutschen Bischöfe haben die aus allen 27 Bistümern eingegangenen Antworten auf den Fragebogen des Vatikans zur Synodenvorbereitung vor kurzem bei ihrer Herbst-Vollversammlung beraten. Die Synode soll im Oktober 2018 zum Thema „Jugend, Glaube und Berufungsunterscheidung“ im Vatikan stattfinden. Die Bistümer waren gebeten, ihre Antworten bis zum 1. Mai 2017 an das Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz zu senden. Bis Anfang August wurden dort die mehrere hundert Seiten umfassenden Rückmeldungen ausgewertet und für die nun vorliegende Antwort aufbereitet.

Neben dem Fragebogen an die Bischofskonferenzen bietet der Vatikan auch eine Online-Umfrage an, die sich direkt an junge Menschen richtet. Bis zum 30. November 2017 haben sie auf der Internetseiteyouth.synod2018.va noch die Möglichkeit, sich selbst am synodalen Prozess zu beteiligen. (sk 03.11.)

 

 

 

 

Lutherhaus vermeldet Tagesrekord. Besucheransturm zum Reformationsfest in Wittenberg

 

Wittenberg. Der Abschluss des Jubiläumsjahres zu 500 Jahren Reformation hat der Lutherstadt Wittenberg nochmal einen Besucheransturm beschert. Beim historischen Marktspektakel in den Straßen und auf den Plätzen der Altstadt seien am 30. und 31. Oktober insgesamt 60.000 Besucher gezählt worden, sagte Projektmanager Jörg-Peter Pajak von der Lutherstadt Wittenberg Marketing GmbH am 1. November. Am ersten Tag des bunten Markttreibens seien 20.000 Besucher, am einmalig bundesweiten Feiertag, dem Reformationstag, seien 40.000 Gäste gezählt worden.

Pajak sagte: „Die Stadt war voll, die Atmosphäre sehr gut.“ Auffällig sei der hohe Anteil ausländischer Besucher gewesen, aus den USA, Südkorea, Lateinamerika und Skandinavien. Zudem seien mehr Reisegruppen als sonst unterwegs gewesen. In den vorangegangenen Jahren waren beim Reformationsfest, das traditionell in der Stadt gefeiert wird, am 31. Oktober meist rund 30.000 Besucher gezählt worden.

Auch die Stiftung Luthergedenkstätten in Sachsen-Anhalt meldete einen Rekord: Mit Blick auf die Besucherzahlen sei der Reformationstag der erfolgreichste Tag in der Geschichte des Lutherhauses und des Augusteums in Wittenberg gewesen, hieß es. In der Dauerausstellung des Lutherhauses sowie in der nationalen Sonderausstellung „Luther! 95 Schätze – 95 Menschen“ konnte am 31. Oktober mit insgesamt 2.466 Gästen an einem Tag ein neuer Besucher-Rekord erreicht werden, wie eine Sprecherin der Stiftung am 1. November in Wittenberg mitteilte.

Feiern, wo Martin Luthers Thesen geschrieben worden seien

Auf dem Lutherhof bildeten sich zeitweise lange Warteschlangen. Auffallend viele Gäste seien auch aus dem Ausland gekommen, um diesen Tag an dem authentischen Ort zu feiern, wo Martin Luthers Thesen geschrieben worden seien. Auf der Freifläche des Lutherhauses hätte sich auch spontan eine brasilianische Gemeindegruppe mit ihrer Musikband versammelt und evangelische Lieder gesungen, teilte die Sprecherin weiter mit. Zudem informierten sich den Angaben zufolge 498 Besucher am Festtag im Melanchthonhaus über Luthers engsten Weggefährten.

Noch bis zum 5. November kann die nationale Sonderausstellung in Wittenberg besucht werden. Am 27. Oktober wurde der 200.000. Besucher in der seit 12. Mai geöffneten Schau im Augusteum begrüßt.

In Wittenberg soll Martin Luther am 31. Oktober 1517 seine 95 kirchenkritischen Thesen an die Thesentür der Schlosskirche angeschlagen haben. Das 500. Reformationsjubiläum wurde am bundesweit einmaligen Feiertag in Wittenberg mit einem Festakt, Gottesdiensten und einem Stadtfest groß gefeiert. Die Gottesdienste in der Schlosskirche, der Stadtkirche und im Hof der Leucorea waren ebenfalls sehr gut besucht. epd 2

 

 

 

Bedford-Strohm: „Uns bringt niemand mehr auseinander!“

 

„Beeindruckend“, „bleibend wichtig“, „bewegend“: Mit solchen Worten blickt Heinrich Bedford-Strohm auf das Reformations-Gedenkjahr zurück. Er sei „extrem dankbar“ für die ökumenische Ausrichtung dieses Jahres, sagte der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche Deutschlands (EKD) und lutherische Landesbischof von Bayern am Wochenende in Rom in einem Interview mit Radio Vatikan.

Am 31. Oktober 1517, also vor genau 500 Jahren, hat Martin Luther in Wittenberg seine 95 Thesen veröffentlicht und damit die Reformation ausgelöst.

Hier lesen Sie unser Interview mit Bischof Bedford-Strohm im vollen Wortlaut. Die Fragen an Bischof Bedford-Strohm stellte Stefan von Kempis.

Frage: Was ist gut, was ist weniger gut gelaufen, was war inspirierend am Gedenkjahr?

Antwort: „Dieses Reformationsjahr 2017 war in vieler Hinsicht ein wirklich reiches Jahr, für das ich sehr dankbar bin! Und das, was es vielleicht am beeindruckendsten gemacht hat und vielleicht am meisten bleibend wichtig sein lässt, ist die Tatsache, dass wir zum ersten Mal in der Geschichte seit der Reformation dieses Jubiläum und Gedenken in gemeinsamem ökumenischem Geist gefeiert haben. Alle anderen Jubiläen waren dadurch gekennzeichnet, dass die Identität durch die Abgrenzung und sogar Abwertung der anderen geschaffen werden sollte.

Es gibt keinen katholischen oder evangelischen Christus

Wir haben uns entschieden, dieses Reformationsjahr so zu feiern, dass wir dem gerecht werden, worum es Martin Luther selber gegangen ist. Martin Luther ging es darum, Christus neu zu entdecken! Er wollte eine religiöse Erneuerungsbewegung anstoßen, er wollte keine neue Kirche gründen. Die historischen Umstände haben dann dazu geführt, dass eine neue Kirche entstanden ist und dass es eine Trennung der Kirchen gegeben hat.

Heute können wir das, worum es Martin Luther ging, nämlich Christus neu entdecken, religiöse neue Kraft bekommen, nicht mehr gegeneinander tun – nur noch miteinander, nur noch in ökumenischem Geist. Und deswegen bin ich extrem dankbar für alle ökumenischen Gottesdienste, die mich und viele Menschen sehr berührt haben und die gezeigt haben: Es gibt keinen katholischen Christus, keinen evangelischen Christus und keinen orthodoxen Christus, sondern nur den einen Herrn Jesus Christus!“

Frage: Man hätte vorher gar nicht gedacht, dass in diesem Gedenkjahr eine solche Dynamik entstehen würde. Was sind denn die Spuren, die jetzt weiterführen, auf die Einheit der Kirchen zu?

Antwort: „Ich glaube, das Wichtigste war und ist, dass ungeheuer viel Vertrauen aufgebaut worden ist, das sich auch in menschlichen Beziehungen zeigt – auch in freundschaftlichen Beziehungen. Die Geschwisterlichkeit um den einen Herrn Jesus Christus herum wird dadurch auch menschlich sehr sichtbar. Diese Grundlage des Vertrauens halte ich für das Wichtigste, und daraus können dann auch Schritte entstehen, die uns als Kirchen zusammenführen.

Wir wollen unsere Vorstellungen von Ökumene klären

Natürlich wäre es sehr schön, wenn wir gemeinsam antworten könnten auf das, was Papst Franziskus immer wieder unterstrichen hat, dass nämlich gerade auch Ehepaare unterschiedlicher Konfession sich sehnen nach dem gemeinsamen Abendmahl. Natürlich hoffe ich, dass solche Schritte dann am Ende dazu führen können, dass wir eben als Menschen, aber vor allem als Christen zusammen das Mahl des Herrn feiern können.

Wir wollen dazu unsere Vorstellungen von Ökumene klären: Was heißt „sichtbare Einheit in versöhnter Verschiedenheit“, ein Stichwort, das wir in diesem Jahr immer wieder gebraucht haben? Was heißt es genau? Und welche der Unterschiede sind wirklich noch kirchentrennend? Es können Unterschiede bleiben; wir müssen nicht einförmig sein. Aber die Unterschiede müssen ihren kirchentrennenden Charakter verlieren, und daran wollen wir jetzt weiter arbeiten.“

Frage: Was ist das eine Erlebnis, der eine Moment, den Sie vom Reformationsjahr besonders in Erinnerung behalten werden?

Als aus der Barriere ein Kreuz wurde

Antwort: „Ich glaube, das ist der Gottesdienst zur Heilung der Erinnerungen am 11. März in Hildesheim. Als ich Kardinal Marx im Namen der evangelischen Christen um Vergebung gebeten habe für die Wunden, die wir den Katholiken zugefügt haben, und er umgekehrt das Gleiche getan hat; als wir dann gesagt haben, was wir an der anderen Konfession schätzen und lieben – das war sehr berührend!

Und dann haben wir eine große Metallbarriere von jungen Menschen aufrichten lassen, und sie ist zum Kreuz geworden, das mit den Balken in alle vier Himmelsrichtungen zeigt. Ein Symbol dafür, dass wir neu auf Christus schauen, wenn wir Zugang zu Gott finden wollen und wenn wir zusammenfinden wollen. Das ist für mich der bewegendste Moment gewesen, und das ist auch die stärkste Basis für die Zukunft. Uns bringt niemand mehr auseinander!“ (rv 30.10.)

 

 

 

Vatikan: Papst spricht in Film „Beyond the sun“

 

Der beste Weg, Jesus zu begegnen, ist das Evangelium, der Katechismus, aber auch „direkt mit ihm zu reden“. Diese Botschaft gibt Papst Franziskus im Kinofilm „Beyond the sun“ Kindern mit auf den Weg, die sich auf die Erstkommunion vorbereiten: „Jesus wartet auf dich, er sucht dich, und wer nach ihm sucht, wird ihn finden“, legt er den jungen Menschen in einem Film ans Herz, der die Suche nach Gott zum Thema macht.

Papst Franziskus selbst habe die Idee zu dem Film gegeben, sagte die Regisseurin Graciela Rodriguez, die das Werk in diesen Tagen in Rom präsentierte. Das Anliegen sei es, Kindern und Jugendlichen, aber auch Erwachsenen einen Zugang zum Glauben aufzuzeigen und Kraft und Hoffnung zu vermitteln. Der Papst spiele darin sich selbst – so führt die Suche der jungen Protagonisten nach Gott sie in den Vatikan, wo Franziskus ihnen erzählt, wie er selbst Jesu Präsenz im Leben erfährt.

Präsentiert wurde der Film in diesen Tagen auf dem internationalen Filmfestival „Festa del Cinema“ in Rom, im Vatikan wurde er bereits im September vorab gezeigt. Die Erlöse aus den Kinovorführungen sollen zwei argentinischen Wohltätigkeitsvereinen zugutekommen. In Italien kommt der Streifen zu Weihnachten in die Kinos, gezeigt werden soll er darüber hinaus in Schulen, im Fernsehen und Internet. (ansa 30.10.

 

 

 

Angelus: Der Traum Gottes für den Menschen

 

„Kurz, aber wichtig“: So charakterisiert Papst Franziskus das Evangelium von diesem Sonntag (Mt 22, 34-40), es ist einer der bekanntesten Bibeltexte überhaupt. Jesus antwortet in ihm auf die Frage eines Gesetzeslehrers, was denn das wichtigste Gebot überhaupt sei, mit dem Hinweis auf die Liebe zu Gott und die Liebe zum Nächsten: „An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz samt den Propheten.“

„Diese Antwort Jesu ist nicht selbstverständlich“, kommentierte der Papst an diesem Sonntag bei seinem Angelusgebet mit 30.000 Menschen am Petersplatz. „Unter den zahlreichen Vorschriften des jüdischen Gesetzes waren die Zehn Gebote die wichtigsten; Gott hatte sie direkt Mose mitgeteilt, als Bedingungen für den Bund mit dem Volk. Aber Jesus will zu verstehen geben, dass es ohne die Liebe  zu Gott und zum Nächsten keine wirkliche Treue zu diesem Bund mit dem Herrn geben kann. Du kannst so viel Gutes tun, wie du willst: Ohne die Liebe ist das alles nichts wert.“

Ohne die Liebe bleiben das Leben wie der Glaube steril

Dieses doppelte Liebesgebot bestätigt aus der Sicht des Papstes ein Text aus dem Alten Testament: die erste Lesung dieses Sonntags (Ex 22, 20-26). Auch hier, im sogenannten „Bundesbuch“, werde klar gesagt, dass man nicht den Bund mit Gott halten könne, wenn man gleichzeitig seine Nächsten übel behandle.

„Bei seiner Antwort an die Pharisäer versucht Jesus, etwas in ihrer Religiosität wieder ins rechte Lot zu rücken – klarzumachen, was wirklich zählt und was weniger wichtig ist. Er sagt: „An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz samt den Propheten.“ Und genau so hat Jesus ja wirklich sein Leben gelebt: Er hat das, was wirklich zählt, nämlich die Liebe, verkündet und gewirkt. Die Liebe gibt dem Leben und dem Weg des Glaubens Schwung und Fruchtbarkeit: Ohne die Liebe bleiben das Leben wie der Glaube steril.“

Lieben und geliebt werden

Was Jesus im Sonntagsevangelium sage, sei ein „fantastisches Ideal“, das „dem tiefsten Sehnen unseres Herzens“ entspreche, fuhr Papst Franziskus fort. „Wir sind ja dazu geschaffen, zu lieben und geliebt zu werden! Gott, der Liebe ist, hat uns geschaffen, damit wir Anteil haben an seinem Leben, damit Er uns liebt und wir Ihn lieben, und damit wir mit Ihm alle anderen Menschen lieben. Das ist der Traum Gottes für den Menschen. Um ihn zu verwirklichen, brauchen wir seine Gnade: Wir brauchen die Fähigkeit, zu lieben, die von Gott selbst herrührt.“

„Genau deswegen“ biete sich Jesus in der Eucharistie uns selbst dar, so der Papst. „In ihr empfangen wir seinen Leib und sein Blut, das heißt, wir empfangen Jesus im höchsten Ausdruck seiner Liebe, als er sich dem Vater um unseres Heiles willen zum Opfer brachte.“

Gott und die Nächsten zu lieben, das sei wirklich das zentrale Gebot des Christentums, bündelte Franziskus noch einmal alles bisher Gesagte. „Wir kennen es schon seit unserer Kindheit – aber wir werden nie aufhören, uns zu ihm zu bekehren und es in den verschiedenen Situationen, in denen wir uns wiederfinden, in die Tat umzusetzen.“ (rv 29.10.)