Notiziario religioso 5 Luglio – 22 agosto
2010
Pausa estiva, buone ferie a tutti
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Commento al vangelo del giorno,
a cura di P. Lino
Pedron
18 Mentre diceva
loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse:
«Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed
essa vivrà». 19 Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
20 Ed ecco una
donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e
toccò il lembo del suo mantello. 21 Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a
toccare il suo mantello, sarò guarita». 22 Gesù, voltatosi, la vide e disse:
«Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna
guarì.
23 Arrivato poi
Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse:
24 «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a
deriderlo. 25 Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano
e la fanciulla si alzò. 26 E se ne sparse la fama in tutta quella regione.
La fede del capo
della sinagoga supera quella del centurione (Mt 8,10). Egli non chiede la
guarigione della figlia, ma la sua risurrezione; ha la certezza che Gesù può
darle di nuovo la vita. La fede è credere in Gesù anche quando si ha un morto
in casa. Nella fede c'è una speranza che supera i confini della morte.
Anche il
comportamento della donna che soffriva di emorragia da dodici anni è
espressione di fede. La fede è, anzitutto, credere che Gesù è capace di
soccorrere. I miracoli sono sempre legati alla fede: essa ne è l'unica
condizione. La fede è confessare la propria impotenza e proclamare la propria
fiducia nella potenza di Dio.
Il toccare il
lembo del mantello è credere nella potenza di Gesù e sottoporsi alla sua
protezione (cfr Zc 8,23). Le frange del mantello hanno un significato sacro
perché servono a ricordare i comandamenti del Signore (Nm 15,37-40; 22,12). La
mentalità popolare ha sempre ritenuto che gli oggetti che sono stati a contatto
con un uomo di Dio abbiano degli effetti miracolosi.
Le parole di Gesù:
"Coraggio, figliola, la tua fede ti ha salvata" rivelano la
delicatezza di Gesù che vuole mettere la donna a suo agio e togliere da lei
ogni senso di colpa. Dobbiamo notare che non è il gesto di toccare il mantello
di Gesù che dona la guarigione alla donna, ma la parola che Gesù le rivolge.
Quando Gesù giunge
alla casa del capo della sinagoga è già cominciato il lamento funebre. Questo
strepito scomposto e spesso prezzolato è in assoluto contrasto con il modo di
pensare e di agire di Gesù.
L'affermazione di
Gesù "la fanciulla non è morta, ma dorme" indica che per lui la morte
è una condizione passeggera come il sonno dal quale ci si risveglia. La gente
lo deride. Le cose come le vede Dio appaiono diverse da come le vediamo noi. Nella
luce dello sguardo di Dio anche la morte cambia i suoi connotati.
Gesù solleva la
fanciulla prendendola per mano. E' la mano di Dio che soccorre e salva (Dt
6,21; 1Cr 29,12; Sap 11,17; ecc.).
Il verbo greco
eghérthe "si alzò" nel vangelo è il termine tecnico della
risurrezione di Gesù (Mt 28,6.7). Con la risurrezione di questa ragazza Gesù si
presenta come il Messia vincitore della morte, il Dio della risurrezione e
della vita.
32 Usciti costoro,
gli presentarono un muto indemoniato. 33 Scacciato il demonio, quel muto
cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una
cosa simile in Israele!». 34 Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demoni per
opera del principe dei demoni».
35 Gesù andava
attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. 36 Vedendo
le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore
senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli
operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai
nella sua messe!».
Secondo le
credenze antiche la malattia era sempre provocata da un demonio. La guarigione
quindi avviene con la cacciata del demonio. Al miracolo operato da Gesù seguono
subito due opposte reazioni: la gente è presa dallo stupore, i farisei accusano
Gesù di "scacciare i demoni per opera del principe dei demoni".
Il contrasto tra
Gesù e i suoi oppositori si fa sempre più grande. La loro perfidia è palese:
stravolgono perfino il significato dei suoi miracoli. In 12,32, per questa
accusa contro Gesù, viene loro attribuito un peccato imperdonabile.
La reazione
adeguata ai miracoli di Gesù è la fede. La meraviglia e lo stupore sono,
tuttavia, una reazione spontanea nella giusta direzione di chi sa accogliere
almeno un aspetto dell'attività prodigiosa di Gesù.
Nel v. 35 Matteo
introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una
sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà
la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei
discepoli nasce dal vedere le folle "stanche e sfinite come pecore senza pastore"
e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L'attività di Gesù
che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e
salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere
sempre davanti agli occhi.
La missione di
Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà
anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare "alle pecore
perdute della casa d'Israele".
L'immagine del
gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc
13,7; Ez 34).
Gesù rivolge
l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il
buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la
sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese
il posto di Mosè "affinché la comunità del Signore non fosse come un
gregge senza pastore" (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la
missione di Gesù buon pastore.
I discepoli
ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare
a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione
al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare
responsabilmente per la sua realizzazione.
1 Chiamati a sé i
dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di
guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
2 I nomi dei
dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello;
Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e
Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda
l'Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici
Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
«Non andate fra i
pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle
pecore perdute della casa d'Israele. 7 E strada facendo, predicate che il regno
dei cieli è vicino.
Il numero dodici
ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici
discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per
ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i
continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona.
Il gruppo radunato
da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella
loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della
propria vocazione.
Il potere
conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le
malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare
con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio
precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza.
Nel capitolo precedente
le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36).
Ora Gesù dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori
dall’ovile. E’ volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia
annunziato prima al popolo d’Israele. La delimitazione dell’ambito in cui
vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a
Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il
potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione
universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20).
La predicazione
degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù
(4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7),
con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).
7 E strada
facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi,
risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete
ricevuto, gratuitamente date. 9 Non procuratevi oro, né argento, né moneta di
rame nelle vostre cinture, 10 né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né
sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
11 In qualunque
città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e
lì rimanete fino alla vostra partenza. 12 Entrando nella casa, rivolgetele il
saluto. 13 Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa;
ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 14 Se qualcuno poi non
vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da
quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 15 In verità vi dico, nel
giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più
sopportabile di quella città.
La predicazione
degli apostoli riprende e continua l'annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù
(4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7),
con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).
La testimonianza
della vita consiste nella gratuità. Gli inviati di Dio non lavorano per il
proprio onore, né per la propria grandezza, né per il proprio arricchimento.
Il disinteresse è
certamente la prova più grande della bontà della causa che essi promuovono
(1Cor 9,18; At 20,33; 1Tm 3,8; ecc.).
Gli annunciatori
del vangelo non devono chiedere nulla e non devono prendere nulla per il
viaggio. La motivazione è questa: il regno dei cieli viene annunciato ai poveri
e appartiene ai poveri (Mt 5,3) e quindi può essere annunciato in modo
credibile solo da coloro che dimostrano di averlo già accolto nella propria
vita diventando poveri. Gesù è povero (Mt 8,20).
La povertà e il
distacco dalle preoccupazioni materiali è la dimostrazione che si è capito e
accettato il vangelo della paternità di Dio (Mt 6,32-33). Il missionario deve
presentarsi agli uomini spoglio e umile come è richiesto a chi vuol annunciare
in modo coerente i contenuti del discorso della montagna.
Dovunque
l'apostolo arriverà, dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale
prendere alloggio (v. 11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che nuocerebbero
alla predicazione o la renderebbero vana.
La missione
comincia con l'augurio alla pace. Nel linguaggio dell'Antico Testamento la pace
è sinonimo di benessere materiale e spirituale; nel Nuovo Testamento significa
la salvezza portata dal Cristo, anzi, Cristo stesso (Ef 2,14).
L'eventuale
rifiuto dell'annunciatore e delle sue parole non deve scoraggiare l'apostolo né
arrestare l'azione missionaria: egli andrà altrove a portare il dono della
salvezza.
Il gesto di
scuotere la polvere dai piedi non è una maledizione: è un segno di distacco e
di protesta. Era il gesto che ogni israelita compiva rientrando in Palestina da
un luogo pagano, come gesto di totale separazione. Siccome gli inviati stanno
recando il vangelo in terra d'Israele, questo gesto significa che le città e i
villaggi d'Israele che rifiutano gli apostoli di Gesù vanno ritenuti come
territorio di pagani, esclusi dalla comunione di salvezza col popolo di Dio.
Quando l'apostolo
ha compiuto la sua missione in un luogo, non deve fermarsi: non ha tempo da
perdere. Il tempo è così poco e l'annuncio così importante che l'apostolo deve
andare speditamente per le città e i villaggi, come faceva Gesù (Mt 9,35).
Luca riporta anche
il comando di Gesù: "Non salutate nessuno lungo la strada" (10,4)
proprio per sottolineare l'urgenza della missione (cfr 2Re 4,29).
Il compito del
missionario è di presentare l'annuncio chiaro e convincente, e poi affidarlo
alla libertà e alla responsabilità degli ascoltatori.
Le città di Sodoma
e Gomorra sono il simbolo della violazione dei sacri doveri dell'ospitalità
(Gen 19,8). Le città che non ospiteranno gli inviati di Cristo saranno trattate
più duramente di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio.
16 Ecco: io vi
mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e
semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno
ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti
davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e
ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di
come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò
che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre
vostro che parla in voi.
21 Il fratello
darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i
genitori e li faranno morire. 22 E sarete odiati da tutti a causa del mio nome;
ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 23 Quando vi perseguiteranno in
una città, fuggite in un'altra; in verità vi dico: non avrete finito di
percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.
I missionari di
Cristo, poveri, portatori di pace, che danno tutto gratuitamente, dovrebbero
essere accolti con entusiasmo dappertutto. E invece trovano davanti a sé
avversari violenti e irriducibili. E' Gesù che li ha voluti come pecore in
mezzo ai lupi. L'espressione "Io vi mando" posta all'inizio del brano
vuol mettere in luce proprio l'aspetto di protezione da parte di Gesù buon
pastore (Gv 10). Nel seguito del testo Gesù assicura la presenza dello Spirito
santo (v. 20) e la venuta del figlio dell'uomo (v. 23).
Il regno di Dio è
tanto più potente quanto più viene testimoniato nella debolezza, come dice il
Signore a Paolo: "La mia potenza si manifesta pienamente nella
debolezza" (2Cor 12,9).
Ma pur confidando
totalmente nella protezione del buon pastore è necessario da parte dei
discepoli un comportamento che tenga conto della pericolosità della situazione.
La prudenza dei serpenti e la semplicità delle colombe indicano il buon uso di
tutte le doti che Dio ci ha dato e l'atteggiamento della fiducia in Dio.
Nel Midrash sul
Cantico dei cantici leggiamo: «Riferendosi agli israeliti Dio disse: "Con
me sono semplici come le colombe, ma tra i popoli del mondo sono astuti come i
serpenti» (2,14).
Davanti ai
tribunali dei governatori e dei re i discepoli non devono preoccuparsi di che
cosa devono dire. Nel discorso della montagna Gesù aveva comandato di non
preoccuparsi per le necessità materiali (6,25-33), qui comanda di non
preoccuparsi per le risposte da dare agli accusatori. Infatti non saranno i
discepoli a parlare, ma lo Spirito del Padre parlerà in loro. Egli infatti è
l'avvocato difensore dei cristiani (Gv 15,26-27). Ce ne danno conferma gli Atti
a proposito di Stefano: "E non potevano resistere alla sapienza e allo
Spirito con cui egli parlava" (At 6,10).
L'espressione
"Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" ci toglie ogni fatua
illusione: Cristo e tutto il mondo che giace sotto il potere del maligno (1 Gv
5,19) sono assolutamente inconciliabili. Quello però che interessa maggiormente
non è il fatto della persecuzione, ma il comportamento che deve avere il
discepolo quando viene perseguitato: deve perseverare fino alla fine. Il
vangelo impegna alla fedeltà a Cristo per sempre.
La persecuzione
dei cristiani non è un fallimento, ma la passione di Cristo che continua. Il
mondo che ha odiato Cristo continua a odiarlo nei suoi inviati. La ragione di
questo odio è sempre la stessa: "Per causa mia" (v. 18). L'annuncio
del vangelo inquieta il mondo: esso odia i cristiani perché con la loro vita lo
contestano radicalmente.
La persecuzione è
una splendida occasione per rendere testimonianza a Cristo davanti a tutti. Ma
il cristiano non dev'essere un fanatico che cerca la morte a tutti i costi.
Anche in questa situazione non deve agire secondo gli ideali eroici (?) del
mondo, ma imitando Cristo, il quale ha affrontato la morte solo quando gli fu
impossibile fuggire (Mt 12,15; Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39; 12,36; ecc.) e comprese
che era giunta la sua ora (Gv 13,1; 17,1).
24 Un discepolo
non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 25 è sufficiente
per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone.
Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!
26 Non li temete
dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di
segreto che non debba essere manifestato. 27 Quello che vi dico nelle tenebre
ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.
28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e
l'anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un
soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo
voglia.
30 Quanto a voi,
perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque
timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi
riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio
che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo
rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
I discepoli non
devono cercare o attendersi una sorte diversa da quella toccata al loro
Maestro. Se Gesù è stato calunniato e chiamato Beelzebùl, il principe dei
demoni, quanto più saranno calunniati i suoi discepoli. Il nome Beelzebùl, dato
in senso dispregiativo a Gesù, significa "padrone della casa". Per
questo i suoi discepoli sono chiamati "i suoi familiari", cioè quelli
della sua casa.
Il comandamento
"Non temete" ripetuto tre volte è un forte invito al coraggio. Il
coraggio deve manifestarsi nel parlare chiaro e nel gridare coi fatti il
messaggio di Cristo, nel non temere la persecuzione e la morte del corpo, e nel
non vergognarsi mai di Cristo davanti agli uomini.
La paura dei
discepoli nasce dalla mancanza di fede in Dio Padre e dalla mancanza di libertà
nei confronti di se stessi. Per seguire Cristo bisogna rinnegare se stessi (Mt
10,37-39). Chi non rinnega se stesso, rinnega Cristo, come ha fatto Pietro (Mt
26,69-75).
Riconoscere il
Cristo davanti agli uomini è molto più che parlare di lui o associarsi alla
comunità dei cristiani: è solidarietà totale con il suo mistero di morte e
risurrezione. La morte del martire non è assenza di Dio, ma realizzazione del
progetto di Dio e configurazione al Cristo morto e risorto, culmine della
testimonianza cristiana.
25 Un dottore
della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per
ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella
Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con
tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta
la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene;
fa’ questo e vivrai».
29 Ma quegli,
volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù
riprese:
«Un uomo scendeva
da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo
percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un
sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre
dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò
oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide
e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi
olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si
prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede
all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo
rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo
di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto
compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».
Il comandamento
dell’amore è il cardine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Definisce la verità
dell’uomo nella sua relazione con Dio, con gli altri e con se stesso (Dt 6,4ss;
Lv 19,18). La morte prodotta dal peccato è l’incapacità di amare. L’uomo è
creato per amore ed è fatto per amare; se non ama è fallito. Tutto il mondo non
vale un atto di amore. "E’ più prezioso per il Signore e per l’anima, e di
maggior profitto per la Chiesa, un briciolo di amore puro che tutte le altre opere
insieme, anche se sembra che l’anima non faccia niente" (San Giovanni
della Croce).
Il problema
fondamentale dell’uomo è la vita eterna (v. 25). Ma ciò che conduce alla vita
eterna non è il semplice sapere qual è il comandamento più grande, ma il
metterlo in pratica: "Fa’ questo e vivrai" (v. 28), "Va’ e anche
tu fa’ lo stesso" (v. 37).
L’amore del
prossimo è amore attivo: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha
dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i
fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in
necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella
verità" (1Gv 3,16-18); "Che giova, fratelli miei, se uno dice di
avere la fede ma non ha le opere? Forse che questa fede può salvarlo? Se un
fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi",
ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se
non ha le opere, è morta in se stessa" (Gc 3,14-17).
Chi ama
concretamente e si lascia commuovere da ogni bisogno dell’uomo, ama Dio ed è
obbediente al comandamento di Dio.
Amare Dio e amare
il prossimo è la stessa cosa. Chi ama i propri simili ama Dio, anche se non lo
sa. La misura dell’amore verso Dio è l’uomo, che dobbiamo amare come noi stessi
e come Cristo lo ama (cfr Gv 15,12).
Il "
prossimo" designa tutti gli uomini e le donne, ma in particolare i più
colpiti, i più bisognosi. Bisogna avvicinarsi a essi fino a identificarsi con
loro, come fossero noi stessi: perché sono noi stessi.
La parabola vuole
cogliere ed evidenziare la reazione di tre passanti davanti a un infelice
"spogliato, percosso e mezzo morto" (v. 30). Il primo e il secondo,
il sacerdote e il levita, vedono e passano oltre. Essi sono assenti dove Dio ha
bisogno di collaboratori e sono presenti nel tempio dove Dio non ha bisogno di
nulla. Questo atteggiamento religioso non è fede, ma alienazione, cioè vivere
fuori dalla realtà di Dio e dell’uomo.
L’attenzione della
parabola è rivolta soprattutto al terzo passante, a un samaritano, il quale fa
prevalere la pietà, la compassione verso il ferito. Egli agisce in base a ciò
che la situazione richiede e non secondo leggi e norme umane che spesso servono
più per impedire il bene che per farlo. La sua legge è la regola d’oro:
"Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro"
(Lc 6,31).
Secondo l’opinione
dei giudei, il samaritano non era un ortodosso, cioè non aveva idee esatte su
Dio, non celebrava il culto nella forma dovuta; era un eretico, uno scismatico.
Ma, contro le apparenti valutazioni, nel suo cuore e nel suo agire è l’unico
dei tre in piena comunione con Dio, perché sa cogliere il richiamo della sua
voce che lo spinge a soccorrere un uomo in estrema necessità. Non solo
interrompe il suo viaggio e tramanda i suoi orari e i suoi affari, ma spende il
suo denaro per soccorrerlo: egli ama questo sconosciuto come se stesso.
L’amore del
prossimo, in cui si trova il segreto della vita eterna, richiede di avvicinarsi
agli altri, soprattutto a quelli che sono in difficoltà, per offrire loro il
nostro aiuto generoso e gratuito anche a scapito della nostra tranquillità e
dei nostri interessi. Non bastano e non contano le idee esatte su Dio e sulla
religione per entrare nella vita eterna: ciò che conta sono le opere
dell’amore.
Il samaritano è
l’unico credente della parabola perché ha compiuto l’opera che Dio stesso
avrebbe fatto se si fosse trovato a passare in quel momento e su quella strada.
Il servizio di Dio è servizio al prossimo. Chi non vuole rendersi conto di
quello che accade sulle strade del mondo, per portarvi il necessario soccorso,
non ha la fede, non ha la carità.
Il samaritano è la
figura ideale del cristiano. Egli vive nella sua persona i comportamenti di
Gesù, che ha dato la vita per gli altri, amici e nemici. Gesù ha amato
veramente tutti, senza chiedere a nessuno la carta d’identità razziale o
religiosa, o il certificato di buona condotta e di profitto spirituale.
La Chiesa è
rappresentata in questa locanda (nel testo originale greco pandochèion che
significa luogo che accoglie tutti) e ognuno di noi è rappresentato da questo
locandiere (in greco pandòcos che significa colui che accoglie tutti). Questa
piccola locanda-chiesa è presente nel mondo, ovunque uno è disposto ad
accogliere tutti gli altri. Questa locanda-chiesa è l’anticipo della
Gerusalemme celeste che accoglierà in sé tutti quelli che hanno accolto gli
altri. "Venite, benedetti del Padre mio… ogni volta che avete fatto queste
cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"
(Mt 25,35-40).
Prima di
andarsene, il samaritano-Gesù ci ha lasciato due denari, che sono il prezzo
dell’amore del Padre e dei fratelli pagato di persona da lui. E’ quanto basta
per vivere fino al suo ritorno. Egli che ci ha amato per primo, ha dato anche a
noi la sua capacità di amare Dio e il prossimo e così ereditare la vita eterna.
Il fare
misericordia è la sintesi di tutta l’azione storica di Dio verso l’uomo (cfr
Sal 136) ed è il senso della missione di Gesù. Egli infatti "passò
beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo,
perché Dio era con lui" (At 10,38).
Con Gesù è scesa
sulla terra la misericordia stessa del Padre. Vicino ad ogni uomo che scende da
Gerusalemme a Gerico, ad ogni uomo che compie il viaggio della vita, c’è uno
che vede e fa misericordia.
I due
comandamenti: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso" (v. 37) mettono il
cristiano al seguito di Cristo e lo fanno collaboratore della sua stessa
missione. Questo impegno durerà fino alla fine del tempo, fino a quando tutti i
fratelli saranno portati nel pandochèion, nella casa del Padre.
34 Non crediate
che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace,
ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia
dalla madre, la nuora dalla suocera:
36 e i nemici
dell'uomo saranno quelli della sua casa.
37 Chi ama il
padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più
di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua croce e non mi segue, non è
degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la
sua vita per causa mia, la troverà.
40 Chi accoglie
voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi
accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà
dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è
mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
11.1 Quando Gesù
ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là
per insegnare e predicare nelle loro città.
Gesù non è venuto
a suscitare guerre fratricide, ma a portare un messaggio d'amore e di salvezza.
Egli non ha mandato i suoi discepoli a portare la spada, ma la pace (Mt 5,9; 10,12-13),
il perdono (Mt 6,14-15), la riconciliazione (Mt 5,23-26), la mitezza (Mt
5,39-42; 10,16) e l'amore dei nemici (Mt 5,43-48). Ma davanti a questo
splendido messaggio di bontà gli uomini possono reagire in due modi:
accogliendo o rifiutando il vangelo. Quelli che si oppongono in modo violento
al vangelo e agli evangelizzatori producono la rottura e la divisione. E ciò
può avvenire anche all'interno della stessa famiglia.
Gesù è venuto a
portare la spada del giudizio di Dio che separa il bene dal male, coloro che
credono in lui da coloro che lo rifiutano. La parola di Dio è come una spada
che penetra nell'intimo di ogni persona e la giudica mettendo in evidenza le
sue vere intenzioni (Eb 4,12-13).
Di fronte a questa
scelta radicale, pro o contro Cristo, il discepolo deve essere disposto a
prendere la croce della rottura con i familiari e a seguire Cristo. E'
questione di vita o di morte. E per avere la vita eterna bisogna essere
disposti a perdere la vita temporale.
Cristo è Dio che
dev'essere amato più di ogni altra persona, perfino più di se stessi. Il
linguaggio di Gesù è comprensibile per chi crede che Dio risuscita i morti e dà
la vita eterna a chi ha perduto la vita per causa di Cristo.
La conclusione del
discorso missionario non è rivolta ai missionari, ma a coloro che li accolgono.
Chi accoglie i missionari accoglie Cristo e il Padre che li ha mandati.
Accoglierli come profeti significa prima di tutto ascoltarli e accettare il
messaggio che annunciano. Accoglierli come giusti significa non considerarli
come semplici viandanti che chiedono ospitalità, ma come uomini di Dio.
Accoglierli come piccoli significa considerarli deboli e bisognosi.
E' il Signore che
li ha mandati senza soldi e senza mezzi (Mt 10,9-10): essi hanno affidato il
problema del loro sostentamento alla provvidenza del Padre e all'accoglienza
dei fratelli. E coloro che li accolgono devono preoccuparsi perché, se sono dei
veri missionari, si accontenteranno di poco (un bicchiere d'acqua fresca), di
quel minimo indispensabile per riprendere il viaggio e l'annuncio del regno di
Dio.
Nella conclusione
del discorso, Matteo vuole mettere in evidenza che quanto ha scritto è il
documento ufficiale della missione apostolica per tutti i discepoli di tutti i
tempi.
20 Allora si mise
a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di
miracoli, perché non si erano convertite: 21 «Guai a te, Corazin! Guai a te,
Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che
sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza,
ravvolte nel cilicio e nella cenere. 22 Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel
giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. 23 E tu,
Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi
precipiterai!
Perché, se in
Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa
esisterebbe! 24 Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno
dura della tua!».
I contemporanei di
Gesù, che non hanno voluto credere alle sue parole, non si sono lasciati
persuadere neppure dalle sue opere prodigiose. Il rifiuto delle città del lago
strappa a Gesù un’esclamazione di sofferenza e di indignazione, come un lamento
che sale alle labbra di fronte a una disgrazia che poteva essere evitata.
Le città
fortificate della Galilea furono le prime ad essere assediate ed espugnate dai
romani, fin dal 67, durante la rivolta del 67-70, che culminò nella distruzione
di Gerusalemme.
L’evangelista ci
vuole ricordare la maggiore prontezza dei pagani nell’accogliere il vangelo in
confronto con il popolo di Israele. L’alternativa al giudizio di condanna è la
conversione a Cristo. Non esiste una terza possibilità. Il rifiuto cosciente
della fede rende l’uomo colpevole.
25 In quel tempo
Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate
ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato
dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno
conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare.
I brani precedenti
presentavano il rifiuto incontrato da Gesù. Ora egli volge lo sguardo a quelli
che lo accolgono. La missione fondamentale di Gesù consiste nella rivelazione
definitiva di Dio.
Il brano si divide
in tre parti. La prima (vv. 25-26) è una lode al Padre. Nella seconda (v. 27)
Gesù parla di sé del suo rapporto con il Padre e con gli uomini. La terza parte
(vv. 28-30) è un invito rivolto a tutti ed espresso attraverso tre imperativi:
venite a me, prendete il mio giogo sopra di voi, imparate da me.
Gesù benedice il
Padre perché nasconde la vera conoscenza di Dio ai sapienti e agli intelligenti
e la manifesta ai piccoli.
I sapienti e gli
intelligenti sono i responsabili della religione ebraica, i sommi sacerdoti,
gli scribi e i farisei di allora, i sapienti di questo mondo, le persone che
confidano nella loro scienza e pratica religiosa. Tutti costoro si escludono
dalla nuova e definitiva rivelazione di Dio per la loro superbia e la loro
sapienza umana.
I piccoli sono i
discepoli di Gesù che hanno accolto la rivelazione di Dio come dono del suo
amore.
L’espressione "queste
cose" indica l’intero vangelo, cioè quella nuova conoscenza di Dio e della
sua volontà che si manifesta nei comportamenti e nelle parole di Gesù. La
conoscenza del Padre e del Figlio non è, anzitutto, una conoscenza
intellettuale ma interpersonale: un dono di vita e di amore.
28 Venite a me,
voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il
mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio
carico leggero».
Gli affaticati e
gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge
e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei
rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di
Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce
mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti
degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento;
misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente.
Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un
atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il
"riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e
felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e
duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti,
garanzia della salvezza definitiva.
Gli insegnamenti
degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono
sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un
dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di
potersi salvare.
Questo brano
contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai
teologi. La rivelazione della sapienza di Dio incontra l’uomo non nella sua
sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria
sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo.
Il cuore umano
trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l’amore di Dio e quando
percorre deciso il cammino nel quale Cristo l’ha preceduto: il cammino della
croce.
1 In quel tempo
Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e
cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 2 Ciò vedendo, i farisei gli
dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in
giorno di sabato». 3 Ed egli rispose: «Non avete letto quello che fece Davide
quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio e
mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi
compagni, ma solo ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella Legge che nei giorni
di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza
colpa? 6 Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio. 7 Se aveste
compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non
avreste condannato individui senza colpa. 8 Perché il Figlio dell'uomo è
signore del sabato».
Gesù riporta il
sabato alla sua vera funzione di spazio dell’azione di Dio nella storia
dell’uomo. La vera misura dell’osservanza del sabato, cioè del proprio rapporto
con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la misericordia che si
manifesta nelle opere d’amore verso i bisognosi.
Gesù è il figlio
dell’uomo signore del sabato: è lui l’inviato di Dio autorizzato a dirci cosa
Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. Per Dio la
realtà più importante è l’uomo. L’uomo è più importante del tempio e più
importante del sabato (Mt 2,27).
I farisei di
allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra
assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore
all’uomo, quindi prima viene l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo.
A questo
ragionamento soggiace la convinzione che l’onore di Dio, che è amore, possa
trovarsi in conflitto col bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il
bene dell’uomo, come ci ricorda sant’Ireneo: "La gloria di Dio è l’uomo
vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato, si manifesta nell’amore
e quindi la vera osservanza del sabato dev’essere una celebrazione dell’amore
di Dio per l’uomo e dell’uomo verso il suo simile.
La religione non
consiste nell’osservanza arida e ossessiva della legge, ma nell’accogliere la
misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia
verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa
della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza
puramente letterale della legge del sabato.
Il comandamento
dell’amore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono
manifestazioni d’amore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani)
dev’essere il giorno della misericordia accolta e donata.
14 I farisei però,
usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo.
15 Ma Gesù,
saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, 16
ordinando loro di non divulgarlo, 17 perché si adempisse ciò che era stato
detto dal profeta Isaia:
18 Ecco il mio
servo che io ho scelto;
il mio prediletto,
nel quale mi sono compiaciuto.
Porrò il mio
spirito sopra di lui
e annunzierà la
giustizia alle genti.
19 Non contenderà,
né griderà,
né si udrà sulle
piazze la sua voce.
20 La canna
infranta non spezzerà,
non spegnerà il
lucignolo fumigante,
finché abbia fatto
trionfare la giustizia;
21 nel suo nome
spereranno le genti.
I farisei tennero
consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo . Decidono di uccidere Dio
perché ama l’uomo.
La notizia della
decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce nella comprensione della
sua messianicità: egli non è il messia spettacolare, ma il Servo sofferente del
Signore, "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e benevolo verso tutti i
malati e i peccatori.
Egli non affronta
direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando
viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo scontro frontale perché
non è venuto per sconfiggere l’uomo, ma per salvarlo.
La missione di
Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta
a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo
sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dell’amore.
I verbi del testo
di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci
assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli
uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i
suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i
poteri, battagliero, travolgente. E’ stato invece mite, umile, buono e
comprensivo con tutti.
Egli non è un
conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima
la speranza dei più deboli.
L’umanità malata e
peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di
misericordia.
Gesù è la
manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cfr. Tt 2,11).
38 Mentre erano in
cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua
casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di
Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti
servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella
mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le
rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una
sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non
le sarà tolta».
Ci sono molti
impegni verso Dio e verso il prossimo, ma tra i tanti, il più importante è
ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica (Lc 6,47; 8,21; 11,28).
L’importanza assoluta del servizio della parola di Dio emerge chiaramente anche
dagli Atti degli apostoli: "Non è giusto che noi trascuriamo la parola di
Dio per il servizio delle mense" (6,2).
Il vangelo non
vuole assolutamente frenare l’impegno delle buone opere, ma purificare l’azione
nella contemplazione. Per essere come Gesù, dobbiamo essere "contemplativi
nell’azione".
Maria che ascolta
e vede Gesù, realizza in sé la beatitudine del discepolo: "Beati gli occhi
che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato
vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non
l’udirono" (Lc 10, 23-24).
Il vero discepolo
ricorda l’insegnamento di Dio: "Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni
parola che esce dalla bocca del Signore" (cfr Dt 8,3; Lc 4,4).
Questo brano
insegna che la "parte buona" riservata ai leviti (Dt 10,9; Gs 18,7;
Sal 16,5-6), ossia il culto dell’Antico Testamento, è sostituita con la
"parte buona" del culto del Nuovo Testamento, che è l’ascolto della
parola di Dio in ogni luogo dove qualcuno è disposto a riceverla.
Maria è la prima
che obbedisce alla voce del Padre: "Questi è il mio Figlio, l’eletto:
ascoltatelo" (Lc 9,35). La contemplazione e l’ascolto ai piedi del Signore
è l’azione più grande dell’uomo: lo genera figlio di Dio (cfr 1Pt 1,23) e lo
associa alla missione stessa di Gesù. Ogni missione parte da Gesù e ritorna ai
piedi di Gesù.
Marta è
"tutta presa dai molti servizi". Gesù le dice: "Marta, Marta, tu
ti preoccupi e ti agiti per molte cose" (v.41). Gesù non rimprovera Marta,
ma la esorta a diventare come Maria. Principio del servizio di Marta, fino a
quando non diventa come Maria, è il proprio io. L’io religioso è il più duro a
convertirsi: si ritiene nel giusto perché cerca di piacere a Dio e di sacrificarsi
per lui. Si può arrivare anche all’eroismo di morire per gli altri (cfr Lc
22,23; 1Cor 13,3) pur di affermare il proprio io. Ma la salvezza non è morire
per Dio, ma Dio che muore per noi.
La peggiore
empietà è quella del giusto che agisce per compiacere se stesso, condannando il
prossimo e cercando anche l’approvazione di Dio (cfr Lc 18,9-14). E questo
atteggiamento farisaico è presente anche in Marta (v. 40).
Nel capitolo 12 di
questo vangelo Gesù insegnerà a tutti di non affannarsi per il mangiare e il
bere: "Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con
l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il
Padre vostro sa che ne avete bisogno" (12,29). E ricalcherà anche
l’insegnamento dell’"unica cosa di cui c’è bisogno"(v. 42), dicendo:
"Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in
aggiunta" (Lc 12,31).
Commentando questo
brano di vangelo, sant’Agostino mette sulla bocca di Gesù queste parole,
rivolte a Marta nei confronti della sorella Maria: "Tu navighi, essa è in
porto".
Il cuore di Maria
è già dov’è il suo tesoro (cfr Lc 12,34). Il suo bene è stare vicino a Dio (cfr
Sal 73,28).
38 Allora alcuni
scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere
un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un
segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come
infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il
Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41
Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la
condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco,
ora qui c'è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà a giudicare questa
generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per
ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!
Alcuni scribi e
farisei chiedono a Gesù di vedere un segno. Evidentemente chiedono un segno più
convincente di quelli che egli ha compiuto finora. Ma Gesù rifiuta
sdegnosamente questa pretesa: non darà loro alcun segno, se non il segno di
Giona profeta.
Nella
interpretazione di Matteo il segno di Giona profeta è la risurrezione:
"come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il
Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra"
(12,40). Ma fatta questa precisazione, il pensiero va subito in un’altra
direzione: cioè all’accoglienza che ha la predicazione di Gesù.
Il confronto è
seguito da una severa condanna e dalla constatazione che l’evangelista ha già
fatto altre volte: i pagani sono più disponibili dei giudei alla parola di Dio
e alla conversione.
Gesù scaccia i
demoni e dimostra che questo è il segno dell’arrivo del regno di Dio vittorioso
sulle forze del male. Tuttavia il tempo di satana continua. Una volta
scacciato, torna.
Gesù avverte che
la venuta del regno di Dio non sottrae gli uomini dalla possibilità di ricadere
sotto il dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana intensifica i
suoi attacchi e, se gli riesce di ritornare là donde Cristo l’aveva scacciato,
ci si trova in una condizione peggiore di prima. Come appunto avvenne ai
contemporanei di Gesù.
Il rimprovero di
Gesù: "generazione malvagia e adultera" si riferisce all’idea
dell’alleanza con Jahwè, che Israele non ha rispettato, diventando così una
meretrice. Con la richiesta di un segno i farisei dimostrano di essere tali.
Essa è l’espressione della mancanza di fede e dell’abbandono dello sposo Jahwè.
Il rimprovero appare limitato al gruppo degli scribi e dei farisei, anche se
finisce per riguardare tutto il popolo (17,17).
Gesù, nel
riferirsi ancora alla figura di Giona e appellandosi al giudizio finale, condanna
questa generazione di cui i capi sono responsabili. Se alla predicazione di
Giona gli abitanti di Ninive, pur essendo pagani, si sono convertiti, alla
predicazione di Gesù il popolo d’Israele non ha dato alcun segno di
conversione. E nel giudizio finale gli abitanti di Ninive, in maniera
paradossale, giudicheranno l’incredulità del popolo eletto da Dio, Israele.
Il secondo
annuncio di giudizio ricorre all’episodio biblico della " regina del
sud" (1Re 10,1-13; 2Cr 9,1-12), anch’essa pagana, la quale è venuta da
molto lontano per ascoltare la sapienza di Salomone. I giudei hanno potuto
ascoltare un profeta ben più grande di Giona e un maestro ben più sapiente di
Salomone, e non si sono convertiti.
46 Mentre egli
parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in
disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua
madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». 48 Ed egli, rispondendo a chi
lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49 Poi
stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei
fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,
questi è per me fratello, sorella e madre».
Il confronto di
Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale profondità il regno di
Dio mette in questione l’uomo, giudicandolo sulle motivazioni ultime del suo
agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso le folle e la parentela di
Gesù. L’intervento di Gesù ci presenta di nuovo la rottura che il regno dei
cieli produce nei confronti dei legami umani di parentela. La parentela che
viene dal Padre è più importante di quella che deriva dai legami di sangue:
questa è umana e temporale, quella è divina ed eterna.
Una nuova famiglia
nasce attorno a Gesù. L’immagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata
dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre
come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra
di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18,20).
Essere discepoli
di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il
discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù l’ha
annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi totalmente per
accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia di Gesù.
La fraternità
ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo,
ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.
1 Quel giorno Gesù
uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si cominciò a raccogliere attorno
a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre
tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
3 Egli parlò loro
di molte cose in parabole.
E disse: «Ecco, il
seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla
strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra parte cadde in luogo
sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non
era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si
seccò. 7 Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
8 Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il
sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda».
Questa parabola
viene raccontata da Gesù dopo aver subito il rifiuto dei suoi contemporanei.
Egli ha annunciato il regno di Dio, l’intervento di Dio in favore del suo
popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci insegna che,
nonostante l’apparente insuccesso della sua missione, ci sono anche coloro che
l’hanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i discepoli.
Gesù ha
rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il
messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai
"buoni" o ai "migliori" (il terreno buono del v. 8), ma a
tutti. La sua missione non è stata coronata da successi immediati, ma non si è
arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a sperare e a portare
avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere sempre davanti a sé
un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme. Egli ha creduto che
anche gli abitanti di Ninive e gli stessi abitanti di Sodoma e di Gomorra
avrebbero potuto cogliere con profitto la parola di salvezza (Mt 11,23-24;
12,41), per questo non l’ha rifiutata a nessuno e l’ha offerta a tutti. Egli
che è stato chiamato l’amico dei peccatori (Mt 11,19) e che vede i pubblicani e
le prostitute al primo posto nel regno dei cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato
che anche il terreno più infruttuoso può diventare buono. La parabola annuncia
una legge che sottostà alla nuova economia della salvezza: il successo nasce
dall’insuccesso, la croce è garanzia di risurrezione.
Ogni pagina del
vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo
di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. L’insegnamento della
parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù,
non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira
l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura,
senza distinzioni, che in un primo momento sembra inutile, infruttuoso,
sprecato. Ma il fallimento è solo apparente: nel regno di Dio non c’è lavoro
inutile, non c’è spreco. Il lavoro della semina non deve essere calcolato:
bisogna seminare senza risparmio e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali
terreni daranno frutto: per questo non possiamo anticipare il giudizio di Dio.
La frase finale:
" Chi ha orecchi, intenda " è un grido di risveglio. È un avvertimento
e un comando a non perdere il significato della parabola e le sue conseguenze
nella vita dell’ascoltatore.
22 luglio 2010: Gv 20,1-2.11-18
1 Nel giorno dopo
il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era
ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2 Corse
allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e
disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove
l’hanno posto!". ___
11 Maria invece
stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò
verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla
parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13
Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via
il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14 Detto questo, si voltò
indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. 15 Le
disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il
custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove
lo hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Essa allora,
voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!
17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre;
ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio
mio e Dio vostro». 18 Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli:
«Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
Maria Maddalena si
reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non
vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte. Questa
discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra
eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.
L’annotazione
"mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per
indicare le tenebre provocate dall’assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il
Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria
Maddalena.
La Maddalena,
giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa
e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal
discepolo che Gesù amava.
Maria rimase
presso il sepolcro e piangeva. Agli angeli che le chiedono la ragione del suo
pianto, essa rispose: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo
hanno posto" (v. 13).
A questo punto
entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma Maria non lo riconosce.
Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa il Risorto non è
conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria chiamandola per nome:
egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome (cfr Gv
10,3-4.27). Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli
dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".
Matteo narra che
le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo incontrarono (Mt 28, 9).
Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della Maddalena, perché il
Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti non sono ancora salito al
Padre" (v. 17). Quindi Gesù affida alla discepola una missione per i suoi
discepoli: annunziare loro che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono
fratelli di Gesù, perciò Dio è il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena
esegue l’ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho
visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (V. 18). Questo
lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv 20, 1-18. Esso si è
aperto con l’esclamazione dolorosa: "Hanno portato via il Signore"
(v. 2) e si chiude con l’esplosione gioiosa: "Ho visto il Signore"
(v. 18).
L’incontro di Gesù
con la Maddalena e l’annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un
grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno
deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il
Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII
secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di
Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu
cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora
tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi
al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba: Il tuo cuore è la
mia tomba. E lì io non sto morto, ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il
mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il
nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le
tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia.
Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu
mi cerchi fuori. E’ dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò
ritornare in te stessa, per farti trovare nell’intimo del tuo essere colui che
tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione sulla passione e risurrezione di
Cristo, 38: PL 184, 766).
1 «Io sono la vera
vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto,
lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io
in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella
vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete
far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca,
e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e
le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In
questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei
discepoli.
In questo brano
Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare
molto frutto e per godere la gioia in pienezza. L’espressione dominante di
questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta
come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il
profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e
perfetta.
Nell’Antico
Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d’Israele. Il salmo 80 canta la
storia del popolo di Dio utilizzando l’immagine della vite che Dio ha divelto
dall’Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.
La presentazione
del Padre, come l’agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù,
richiama il canto d’amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come
il vignaiolo che cura la casa d’Israele.
La vite-Gesù
produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende
dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall’unione intima con il
Cristo. L’opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una
fecondità maggiore.
Dio purifica i
discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni
la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all’adesione, per mezzo
della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della
mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di
Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi
discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La
finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve
portare è la salvezza.
L’uomo separato da
Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell’incapacità di vivere e operare
nella vita divina. Senza l’azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel
regno di Dio (Gv 3, 5); senza l’attrazione del Padre, nessuno può andare verso
il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).
Come il mondo
incredulo si trova nell’incapacità totale di credere (Gv 12, 39) e di ricevere
la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al
Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in
Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del
giudizio finale (v. 6).
Una conseguenza
benefica del rimanere in Gesù è l’esaudimento delle preghiere dei discepoli da
parte del Padre. L’unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella
vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8).
24 Un'altra
parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che
ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre tutti dormivano venne il
suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi la
messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 27 Allora i servi
andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon
seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro:
Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?
29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa
sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme
fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete
prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece
riponetelo nel mio granaio».
La parabola del
grano e della zizzania insegna che nel campo del mondo ci sono i buoni e i
cattivi e che esistono in tutti i tempi dei servi impazienti che vorrebbero
anticipare il giudizio di Dio. Ma gli uomini non sanno giudicare perché non
conoscono né il metro di Dio né il cuore dell’uomo.
Il bene e il male
devono crescere fino alla completa maturazione. Il centro della parabola non
sta nella scoperta della zizzania e neppure nel giudizio finale della
separazione del grano dalla zizzania, ma più propriamente nell’ordine di non
stappare la zizzania. La meraviglia e lo scandalo dei servi sta proprio in
questo atteggiamento paziente e lungimirante di Dio.
La Chiesa di tutti
i tempi è sempre stata agitata dagli scandali e dai peccati dei cristiani. Per
ogni situazione problematica vale il detto di Paolo: "Non vogliate
giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce
i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno
avrà la sua lode da Dio" (1Cor 4,5).
Al tempo di Gesù
c’erano i farisei che pretendevano di essere santi e perciò si separavano dalla
moltitudine dei peccatori. C’era il movimento di Qumran con la sua idea di rigida
santità che esigeva il rifiuto di tutti gli impuri. C’era Giovanni il Battista
che annunciava il messia che avrebbe separato il grano dalla pula (Mt 3,12).
Viene Gesù e si
mescola con i peccatori, li accoglie e mangia con loro (cfr Lc 15,2).
Addirittura ha un traditore nel gruppo dei dodici che si è scelto. Possiamo
dunque dire che zeloti, farisei e tanti altri pretendevano che il regno di Dio
intervenisse in modo netto, chiaro e definitivo. In questo contesto si capisce
la forza polemica della parabola di Gesù: la politica del regno di Dio è
divina, fatta di tolleranza e di misericordia.
L’elemento della
sorpresa da parte dei servitori quando scoprono la zizzania fa pensare che la
parabola si applichi alla comunità cristiana che scopre nel suo seno
imperfezioni e controtestimonianze al vangelo.
La Chiesa non deve
diventare una comunità di puri e di perfetti, estromettendo i deboli e gli
inadempienti. Buon grano e zizzania devono crescere insieme fino alla
mietitura. Anche perché Dio solo sa chi è buon grano e chi è zizzania.
1 Un giorno Gesù
si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli
disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi
discepoli». 2 Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre, sia
santificato il tuo nome,
venga il tuo
regno;
3 dacci ogni
giorno il nostro pane quotidiano,
4 e perdonaci i
nostri peccati,
perché anche noi
perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre
in tentazione».
5 Poi aggiunse:
«Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami
tre pani, 6 perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da
mettergli davanti; 7 e se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare,
la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi
per darteli; 8 vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si
alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza.
9 Ebbene io vi
dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10
Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 11 Quale
padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli
chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12 O se gli chiede un
uovo, gli darà uno scorpione? 13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito
Santo a coloro che glielo chiedono!».
Questa preghiera è
un rapporto diretto tra un "Tu" che è il Padre e un "noi"
che è il nostro vero io, in quanto siamo in comunione con il Figlio e con i
fratelli. La fraternità tra gli uomini si fonda unicamente sulla paternità di
Dio. Di conseguenza, non si può stare davanti al Padre separati dal Figlio e
dai fratelli: sarebbe negare la sua paternità proprio mentre lo chiamiamo
"Padre". Per questo se non amiamo e non perdoniamo i fratelli, non amiamo
il Padre e non accettiamo il suo amore e il suo perdono.
Tutto quanto
chiediamo con questa preghiera al Padre, egli ce lo ha già donato nel suo
Figlio e, quindi, la preghiera è aprire la nostra persona ad accogliere quanto
Dio ha già realizzato per noi.
La preghiera è
comunione con Gesù e con i fratelli per vivere la vera fraternità e la vera
filialità in Cristo ed entrare nel dialogo di Gesù con il Padre. Nella
preghiera troviamo la sorgente della nostra vita, il Padre; per questo, chi
prega vive e chi non prega muore, secondo il detto di sant’Alfonso de’ Liguori:
"Chi prega si salva e chi non prega si danna". E sant’Agostino ci
insegna: "Chi impara a pregare, impara a vivere". Si impara a pregare
pregando Gesù perché ci insegni a pregare: "Signore, insegnaci a
pregare" (v. 1). Solamente imparando da Cristo, i cristiani pregano da
cristiani, figli del Padre e fratelli di Cristo, e vivono secondo il vangelo.
La preghiera
insegnataci da Cristo ci rivela la nostra vera identità di figli nel Figlio. Il
Padre ci ama come ama il Figlio; ci ama più di se stesso: "Egli non ha
risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rm 8,32).
Avvolti dalla
tenerezza di questo amore infinito, possiamo vivere nella serenità e nella
fiducia. L’olio e il vino che guariscono le nostre ferite mortali (cfr Lc
10,34) è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che
ci è stato dato (cfr Rm 5,5). Dio sarà sempre nostro Padre, perché il Figlio si
è fatto per sempre nostro fratello.
"Sia
santificato il tuo nome" significa glorificare la persona del Padre nella
nostra vita, dando a lui l’importanza che ha e, di conseguenza, amandolo con
tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze.
Il nome di Dio è
santificato quando accogliamo il suo amore e la sua paternità e accettiamo di
essere suoi figli senza paura del nostro limite e della nostra morte. Chi
rifiuta la paternità di Dio cerca di essere padre a se stesso, glorificando il
proprio nome. Da questo rifiuto, che è la radice del peccato, nasce l’orgoglio
e l’ansia, la paura che ci allontana da lui e ci divide tra noi, la voracità
che ci separa dai fratelli e distrugge il creato. Tutti quelli che cercano la
propria gloria, non possono credere in Gesù e quindi rifiutano anche il Padre:
"Come potete credere, voi che prendete la gloria gli uni dagli altri, e
non cercate la gloria che viene da Dio solo?" (Gv 5,44).
"Venga il tuo
regno". Il regno di Dio è la liberazione dal potere del diavolo e dalla
dannazione eterna; è la sovranità di Dio nostro Padre che ci libera da ogni
schiavitù e ingiustizia, da ogni inquietudine e tristezza.
Il regno di Dio è
già venuto nella persona di Gesù, viene in ogni istante della nostra vita e
della storia quando accogliamo Gesù, e verrà nella pienezza della sua gloria
quando tutti gli uomini saranno figli del Padre e Dio sarà tutto in tutti (cfr
1Cor 15,28). Il regno di Dio viene ogni volta che accogliamo la misericordia e
la compassione di Dio e doniamo ai fratelli la misericordia e la compassione ricevuta
da Dio.
"Dacci ogni
giorno il nostro pane quotidiano". Chiediamo al Padre il pane per la vita
umana e per la vita divina, per la vita presente e per la vita eterna. Dietro
ogni pane c’è la mano del Padre che ce lo porge come dono del suo amore.
Il pane
"nostro" è dono del Padre per tutti i suoi figli e va condiviso con
tutti i fratelli. Chi defrauda l’altro non gli è fratello e non si comporta da
figlio di Dio.
Dopo il peccato,
il pane va guadagnato con il sudore della fronte (Gen 3,19; 2Ts 3,6-13), diversamente
è rubato. Il pane di cui l’uomo vive è l’amore di Dio, ed è concesso
gratuitamente ad ogni figlio, anche indegno e perverso, perché Dio non ci ama
per i nostri meriti ma per il nostro bisogno.
"Perdonaci i
nostri peccati". Dio ci ha creato per dono del suo amore e ci ricrea col
per-dono della sua misericordia. E questo secondo dono è più grande del primo,
è un super-dono.
Il cristiano non è
e non si crede un giusto, ma un giustificato. San Luca ha centrato giustamente
tutto il suo vangelo sulla misericordia del Padre che si manifesta nella vita
del Figlio Gesù. Il credente in Gesù perdona perché è stato perdonato da Dio.
Chi non perdona, non conosce né il Figlio né il Padre. L’unico peccato imperdonabile
è quello di chi non perdona e ritiene di non dover essere perdonato per questo.
La cecità di chi si ritiene giusto (cfr Lc 9,41) e non conosce il perdono da
dare e da ricevere, è il peccato contro lo Spirito.
Il cristiano non è
perfetto, ma misericordioso; non è sicuro di non cadere, ma compassionevole
verso chi è caduto. Per questo non condanna, ma perdona. La sola condizione per
il perdono del Padre è il perdono dato ai fratelli.
"Non
c’indurre in tentazione". Non chiediamo a Dio di non essere tentati, ma di
non cadere quando siamo tentati. Anche a questo riguardo la parola di Dio ci
rassicura: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le
vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza
per sopportarla" (1Cor 10,13).
La tentazione più
grande è quella di perdere la fiducia nel Padre. Il credente è tentato
soprattutto dalla mancanza di fede nella misericordia di Dio: non riesce ad
accettare che Dio sia così buono, soprattutto nei confronti degli altri. Ma la
vittoria che ha vinto il mondo è proprio la nostra fede nell’infinita
misericordia di Dio.
La parabola
sull’efficacia della preghiera (vv. 9-13) è un commento al v. 3: "Dacci
oggi il nostro pane quotidiano". Ci esorta a una preghiera coraggiosa, a
una fede senza esitazioni. Potrebbe essere riassunta con il detto ebraico, che
recita così: "L’importuno vince il cattivo, tanto più Dio infinitamente
buono".
Gesù ci assicura
che Dio esaudisce ogni preghiera. Egli non è sordo alle richieste dell’uomo. Non
si nasconde davanti a lui. E questo, perché ama infinitamente l’uomo, suo
figlio. Quindi il problema non esiste da parte di Dio ma, eventualmente, da
parte dell’uomo. L’uomo prega solo se si sente veramente bisognoso: i sazi e i
buontemponi non sentono il bisogno di pregare. La prima condizione per la
preghiera è la consapevolezza della propria povertà.
L’unica condizione
che Gesù pone per l’esaudimento delle nostre preghiere presso Dio è la fiducia,
anzi, la certezza di essere ascoltati. Se l’uomo si commuove davanti alle
necessità di un amico o di un figlio, tanto più Dio.
Le parole
"molestia" e "importunità" sottolineano l’insistenza e il
coraggio del richiedente. Se già gli uomini egoisti, falsi amici, ecc. alla
fine si scomodano ed esaudiscono, quanto più dobbiamo avere piena fiducia in
Dio. Egli non ci ascolta per togliersi d’attorno uno scocciatore, ma perché è
il vero nostro amico: è il nostro papà.
Le preghiere
rivolte a Dio possono assomigliare a quelle di un figlio verso il padre umano.
E’ impensabile che questi risponda con cattiverie alle richieste di cibo del
figlio. Non c’è un padre così spietato tra gli uomini, tanto meno si può
pensare che un tale comportamento sia possibile in Dio.
Gli uomini sono
cattivi, Dio è buono. Se un padre umano, che è cattivo, sa dare cose buone a
suo figlio, quanto più il Padre del cielo darà tutto, cioè lo Spirito Santo, a
coloro che glielo chiedono.
Nel vangelo di san
Matteo, Dio dà "cose buone" (7,11), cioè i beni della salvezza, in
san Luca dà lo Spirito Santo, che è il Dono dei doni. La differenza tra i due
testi è meno rilevante di quanto potrebbe sembrare.
L’uomo si
raccomanda per il pane e Dio gli dona anche lo Spirito Santo, che è il Dono che
contiene tutti gli altri doni.
Solo Dio può
riempire il cuore dell’uomo. Egli ci dà "molto di più di quanto possiamo
domandare o pensare" (Ef 3,20): si dona a ciascuno secondo il suo
desiderio. L’unica misura del dono è data dal nostro desiderio: che desidera
poco, riceve poco; chi desidera tutto, riceve tutto.
Il tema dominante è
la paternità di Dio che si esprime nel dare. Noi dobbiamo chiedere non perché
lui ignori il nostro bisogno, ma perché il dono può essere ricevuto solo da chi
lo desidera. Quanti doni di Dio abbiamo rispedito al mittente!
Questo brano ci
esorta a grandi desideri che ci fanno capaci di ricevere il dono più grande: lo
Spirito Santo.
Quando il Padre
sembra restio a dare, è perché non ci dà ciò che vogliamo, ma ciò che è giusto.
Di solito chiediamo a Dio che soddisfi i nostri bisogni immediati e
superficiali, ma egli vuol farci scoprire e colmare il nostro bene essenziale:
essere suoi figli. Ci nasconde i suoi doni, affinché cerchiamo lui che è il
Donatore.
Egli esaudisce
sempre le nostre preghiere quando sono secondo la sua volontà; e ci fa proprio
un grande piacere a non esaudirle quando non sono secondo la sua volontà,
perché farebbe il nostro male.
Quando preghiamo
succede sempre qualcosa di buono, anche se non sempre sappiamo che cosa.
31 Un'altra
parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di
senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di
tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa
un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi
rami».
33 Un'altra
parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una
donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
34 Tutte queste
cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in
parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta:
Aprirò la mia
bocca in parabole,
proclamerò cose
nascoste fin dalla fondazione del mondo.
La parabola del
granello di senape presenta il contrasto tra la piccolezza del seme e la
grandezza della pianta che produce: un albero che offre ospitalità agli
uccelli. La piccolezza del granellino sottolinea l’aspetto insignificante e
addirittura deludente degli inizi dell’avvento del regno di Dio: la venuta di
Gesù corrisponde ben poco alle attese che gli ebrei avevano nei confronti del
messia(cfr Mt 3,13-14; 11,2-3).
La parabola del
lievito ci insegna che il regno di Dio è presente nel mondo come un fermento
che lo trasforma totalmente.
Il regno dei cieli
non ha gli inizi sognati dagli apocalittici e sperati dal popolo. Esso si
inserirà nella storia quasi inavvertitamente(cfr 11,2-3; 12,20), ma si
affermerà ugualmente. Il regno dei cieli è ai suoi inizi storici un seme di
senape, ma non sarà tale al suo stadio finale. La parabola è perciò un annuncio
di consolazione e di conforto per quanti non riescono a vedere nell’opera del
Cristo la realizzazione delle attese messianiche. Essa fa eco alle parole
rivolte da Gesù ai discepoli:" Non temete, piccolo gregge, perché piacque
al Padre vostro dare a voi il Regno"(Lc 12,32).
La parabola
illustra un fatto (l’azione messianica di Gesù), ma soprattutto enuncia una
legge (la paradossalità dell’agire di Dio). Essa sottolinea non solo che
l’affermazione del Regno avviene nonostante i suoi umili inizi, ma proprio per
essi.
Ciò che era uno
scandalo è invece il segreto del piano di Dio: la piccolezza e la debolezza non
pregiudicano la riuscita futura ma, anzi, ne sono le condizioni necessarie. La
debolezza degli uomini del Regno è la loro forza, perché solo allora trovano in
Dio tutta la loro confidenza e tutto il necessario appoggio. Il Regno sarà
grande nella debolezza (cfr 2Cor 12,9).
Bisogna che i
credenti abbandonino i loro appoggi terreni, diventino poveri, umili, deboli
per far sì che la Chiesa acquisti i caratteri voluti dal suo fondatore. Chi
riceve il Regno come un granello di senape deve uniformare il proprio animo
alla lezione che viene dal piccolo seme. Ritorna ancora una volta il messaggio
della povertà con cui si apre il discorso della montagna (Mt 5,3).
Il discorso in
parabole viene nuovamente e con forza definito come discorso destinato al
popolo. Per capirlo non è necessaria una conoscenza speciale. Il salmo 78,2
viene citato proprio perché identifica nelle "parole" uno strumento
adeguato per rivelare "cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".
Il salmo 78
presenta un abbozzo della storia della salvezza di Israele dall’esodo alla
conquista della terra promessa e all’elezione di Davide. Designando
l’esposizione della storia, la parabola ci vuol dire che occorre comprenderne,
con la riflessione e la meditazione, il senso: l’essenza e la fedeltà di Dio,
il peccato dell’uomo e la conseguente esortazione alla fedeltà e
all’obbedienza.
Ciò che Cristo
proclama risale al tempo che precede la creazione. Per Matteo il regno di Dio è
una realtà preesistente. Nel tempo essa fu affidata a Israele ed è divenuta
realtà definitiva in Gesù.
La preesistenza
del regno di Dio è confermata da Mt 25,34.
36 Poi Gesù lasciò
la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli:
«Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che
semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme
buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il
nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del
mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e
si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo
manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali
e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove
sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole
nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
I discepoli
chiedono esplicitamente la spiegazione della parabola. Segue una spiegazione
che si presenta singolare nella tradizione evangelica.
Anzitutto viene
data, come in una lista, l’identificazione di quasi tutti gli elementi della
parabola. Si riconosce già da questa enumerazione che il centro d’interesse
della spiegazione è essenzialmente differente da quello della parabola. In
questa si trattava della decisione del padrone di lasciare crescere nel tempo
presente grano e zizzania. Nella spiegazione invece si tratta della mietitura
finale, del destino finale del grano e della zizzania. La spiegazione rende
esplicito ciò che nella parabola era implicito: il dramma del giudizio finale.
La spiegazione
della parabola ci insegna che il male non trionferà e che il diavolo e tutti
gli operatori di iniquità saranno condannati.
Infine la parabola
ci pone un problema: discernere se siamo veramente figli del Regno o figli del
maligno.
44 Il regno dei
cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde
di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel
campo.
45 Il regno dei
cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una
perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Le parabole del
tesoro e della perla di grande valore ci ricordano che Gesù è il nostro tesoro:
per possedere lui bisogna essere disposti a lasciare tutto e tutti. Possiamo
rappresentarci questo tesoro come un cassone o un vaso di terracotta pieno di
monete d’oro o di argento. Sotterrare tesori nel campo era considerato un
deposito sicuro in tempi di guerra o di incertezza. Tesori nascosti potevano
essere dimenticati per la morte dei legittimi proprietari che portavano con sé
il segreto nella tomba.
L’unico modo
possibile per il lavoratore del campo per giungere a un possesso giuridicamente
non impugnabile è l’acquisto del campo. Così egli vende tutto ciò che possiede
per acquistare il campo e quindi il tesoro.
Il regno di Dio è
un tesoro già presente, sperimentabile, trasmissibile nella parola e nell’opera
di Gesù. Esso viene incontro all’uomo per suscitare la sua gioia. L’uomo vende
tutto ciò che ha perché orienta in modo nuovo la sua vita. Ai tesori della
terra sostituisce il tesoro del regno dei cieli.
Il vertice della
parabola sta nella decisione dell’uomo davanti alla scoperta del tesoro: egli
vende tutto ciò che ha allo scopo di ottenere il campo e di impossessarsi del
tesoro.
Esemplari in
questa decisione immediata e senza ripensamenti sono i discepoli che,
incontrando Gesù, sono disposti a lasciare tutto per seguirlo (Mt 4,18-22;
8,21-22; 9,9; 19,16-29).
Si può immaginare
con quale affanno si sia messo all’opera e di quanto ridicolo si sia coperto
agli occhi dei benpensanti quest’uomo che vende tutto, casa e averi, per
acquistare un pezzo di terra di poco o nessun valore, com’è ordinariamente in
Palestina, brulla e infruttuosa.
Alla stessa
derisione sono condannati i figli del Regno. Essi hanno sì acquistato un bene
di inestimabile valore, ma esteriormente, agli occhi degli altri, appaiono dei
falliti, degli illusi. La loro ricchezza è sconfinata ma nascosta, traspare
solo dalla grande gioia che trabocca dai loro cuori.
La gioia, segno di
ottimismo e di speranza, è il punto culminante del racconto L’espropriazione
dei beni non è stata un sacrificio, ma un guadagno.
Anche nella
parabola della perla preziosa viene evidenziato il valore straordinario del
regno dei cieli in rapporto ad ogni altro bene (cfr Mt 6,33). Anche qui il
culmine del racconto sta nella decisione presa dal mercante di vendere tutto
quello che possiede per comperarla.
E’ da notare che
nella parabola del tesoro nascosto l’uomo lo trova casualmente, mentre nella
parabola della perla preziosa è l’uomo che va in cerca. Nella vita alcuni hanno
incontrato Cristo senza averlo cercato (cfr Mt 4,18-22; At, 9,1-9), altri lo
hanno cercato, come Nicodemo (Gv 3,1-15). In ogni caso il cuore dell’uomo è
inquieto finché non trova il suo tesoro e la sua perla preziosa che è Cristo.
Essere cristiano è
la grazia più grande. Di conseguenza la gioia dovrebbe essere il dato
esistenziale cristiano, affinché non risulti vero l’amaro sarcasmo di
Nietzsche: "Dovrebbero rivolgermi uno sguardo più redento, se vogliono che
io creda al loro redentore".
19 E molti Giudei
erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta
dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava
seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a
Dio, egli te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse:
«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26
chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». 27 Gli
rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che
deve venire nel mondo».
La presenza di
tanti avversari di Gesù a Betania in questa circostanza è molto importante:
mette in risalto la colpevolezza dell’incredulità dei giudei.
Marta alla
presenza del Signore professa la sua fede nella potenza divina di Gesù: con la
sua presenza Gesù avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro. Con la sua
professione di fede, Marta non richiede la risurrezione del fratello, ma
insinua un intervento speciale di Gesù a suo favore.
Gesù esaudisce
subito il desiderio di questa amica, anzi supera di molto le attese, perché
l’assicura della risurrezione del fratello. Gesù, essendo stato frainteso da
Marta, dichiara esplicitamente di essere la risurrezione e la vita in persona
(v. 25). La risurrezione è quindi un evento presente: essa si identifica con il
Cristo. Cristo può risuscitare chi vuole e quando vuole (Gv 5,21), egli è il
Signore della vita e della morte.
La risurrezione di
Lazzaro anticipa la risurrezione finale e mostra concretamente come essa
avverrà: il Figlio di Dio richiama in vita i morti con il suo grido, con un suo
comando (Gv 5,25.28; 11,43).
Gesù è la
risurrezione e la vita in persona: chi muore vivrà in lui. Per mezzo suo si
evita la morte eterna (vv. 25-26). Per ottenere la risurrezione e la vita
eterna bisogna aderire esistenzialmente alla persona di Gesù: chi crede in lui
vivrà nonostante la morte. In questo modo il desiderio più profondo dell’uomo è
soddisfatto.
La professione di
fede di Marta è completa. Questa donna è presentata come il modello di tutti i
discepoli, i quali dovranno credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (v.
31). Questa perfetta professione di fede costituisce il vertice del brano che
stiamo leggendo: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio
di Dio che deve venire nel mondo" (v. 27).
54 e venuto nella
sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva:
«Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli
forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi
fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte
fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». 57 E si
scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è
disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». 58 E non fece molti
miracoli a causa della loro incredulità.
Il racconto
dell’arrivo e dell’insegnamento di Gesù a Nazaret è seguito da cinque domande
incredule dei nazaretani. Essi chiedono da dove ha origine Gesù.
La gente resta
strabiliata dall’insegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma
indica già incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret sono
venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per ascoltare
con fede la sua parola.
Siccome la
sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad essi non risulta che Gesù
abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza è presto tratta: non può
avere alcun diritto di arrogarsi quell’autorità che gli viene riconosciuta per
la sua parola e per i suoi gesti potenti.
I nomi dei quattro
fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo
nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il
"fratello del Signore".
La tradizione
evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e
di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56). Se questa Maria, moglie di Cleofa,
è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due primi "fratelli" sono
in realtà suoi cugini (cfr Gv 19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare
anche degli altri due "fratelli" e delle "sorelle".
Lo scandalo o
crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù deriva dalla loro immagine
trionfalistica dell’inviato di Dio. Gesù si appella a un’altra immagine, quella
del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da quelli ai quali è inviato.
Il proverbio popolare del v. 57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo
destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati
dal popolo (cfr Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32).
La conclusione
dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa
dell’incredulità dei suoi abitanti. Il miracolo infatti è legato all’apertura e
alla fiducia dell’uomo. Solo a chi ha adempiuto la condizione fondamentale di
un udire volonteroso e aperto, viene aggiunto tutto il resto.
Gesù non compie
miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per
confermare l’esperienza della fede. Solo all’interno di questa logica è
comprensibile la sua attività terapeutica.
La ragione dello
scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è
data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e
dell’aver scelto un’esistenza umile e povera.
1 In quel tempo il
tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. 2 Egli disse ai suoi cortigiani:
«Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei
miracoli opera in lui».
3 Erode aveva
arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa
di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. 4 Giovanni infatti gli diceva:
«Non ti è lecito tenerla!». 5 Benché Erode volesse farlo morire, temeva il
popolo perché lo considerava un profeta.
6 Venuto il
compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a
Erode 7 che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse
domandato. 8 Ed essa, istigata dalla madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio,
la testa di Giovanni il Battista». 9 Il re ne fu contristato, ma a causa del
giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data 10 e mandò a decapitare
Giovanni nel carcere. 11 La sua testa venne portata su un vassoio e fu data
alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. 12 I suoi discepoli andarono a
prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.
Il racconto della
morte del Battista continua la tematica dell’episodio precedente. Sebbene parli
con parole autorevoli e compia gesti potenti (cfr Mt 13,54.58; 14,2), Gesù è il
profeta contestato e la sua sorte viene prefigurata da quella del Battista.
Il motivo dell’arresto
e dell’uccisione del Battista è ricordato nei vv. 3-4. Un profeta non può
essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole o i suoi
gesti.
Elia era
perseguitato da Acab e da Gezabele (1Re 19-21) perché aveva loro rimproverato
l’uccisione di un innocente cittadino di Samaria e si erano appropriati del suo
podere.
Erode aveva
sottratto la moglie a suo fratello e aveva ripudiato la propria. Un doppio
delitto davanti al quale Giovanni non ha taciuto. Il "non ti è
lecito!" dà un’impostazione concreta alla sua azione missionaria.
Se l’annuncio non
viene applicato ai fatti, tradotto nelle situazioni concrete, è, troppe volte,
un grido inutile. Se il Battista e Gesù si fossero accontentati di puntare il
dito contro il male e non contro i malfattori, come fanno i filosofi e non solo
i filosofi, non sarebbero finiti in prigione e al patibolo.
13 Uno della folla
gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli
rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E
disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se
uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 16 Disse poi una
parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli
ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E
disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi
raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia,
hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti
alla gioia. 20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta
la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21 Così è di chi accumula
tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».
Questa parabola
descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni.
Cristo e i suoi discepoli, invece, pongono la loro sicurezza nell’amore del
Padre. La loro vita non sta nei beni, ma in colui che li dona: Dio. I beni di
questo mondo non devono essere né adorati né demonizzati: vanno usati secondo
la volontà del Donatore.
Con l’accumulo dei
beni l’uomo crede di essersi assicurate la felicità e una lunga vita. Ma così
facendo si rivela stolto, perché non ha messo nel conto l’incognita della
morte. Ha ragionato come se fosse padrone della propria vita, allo stesso modo
che si sente padrone del suo raccolto.
La drammaticità
della situazione sta appunto nell’estrema insicurezza della vita. Accanto ai
granai si possono mettere tutti gli altri beni: la salute, il potere, il
denaro. Non contano nulla per vivere bene, per vivere a lungo, perché la durata
della vita non dipende da queste cose.
Il problema
suscitato da questo tale diventa un’occasione di insegnamento per tutti, perché
tutti siamo vittime dello stesso male.
Ciò che divide i
fratelli è la spartizione di ciò che di per sé dovrebbe unirli: i beni della
terra, che sono doni di Dio per la fraternità e la condivisione nell’amore. Questa
è la causa di tutte le guerre, di tutte le lotte sindacali e sociali e di tutte
le inimicizie familiari che sorgono in occasione delle divisioni dell’eredità.
L’amore per le cose di cui appropriarsi sostituisce quello per il Padre e per i
fratelli.
Questo litigio per
l’eredità è l’emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini
litigano per arraffare la roba. L’avidità di vita, nata dalla paura della
morte, trasforma in causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore.
In questo modo è stravolto tutto il senso della creazione.
La controproposta
che Gesù fa è ugualmente incentrata sull’accumulare tesori, ma non per sé, ma
per arricchire davanti a Dio (v. 21). La ricchezza che conta è quella
accumulata nei cieli ed è costituita dai beni dello spirito, dalla rettitudine,
dalla giustizia, dalla carità. Nel capitolo 16 di questo vangelo Gesù ci
insegna: "Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quando
essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne" (v. 9). In definitiva
si è ricchi solo di ciò che si dà.
Il destino
dell’uomo dipende dall’uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio
e il prossimo o diventano fine e surrogato di Dio.
Il progetto
dell’uomo che non conosce l’amore del Padre è ingrandire il proprio granaio per
avere sempre di più. Più uno ha e più aumenta il desiderio di avere. La
stoltezza poi arriva al culmine quando ci si compiace dei beni, facendo di essi
la propria vita e la propria sicurezza. Dall’uso delle cose materiali deriva la
realizzazione o il fallimento dell’uomo.
I beni del mondo
danno la morte quando sono accumulati per paura della morte; danno la vita
quando sono condivisi coi fratelli per amore del Padre.
13 Udito ciò, Gesù
partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la
folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide
una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della
sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è
ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da
mangiare». 16 Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da
mangiare». 17 Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». 18 Ed
egli disse: «Portatemeli qua». 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi
sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo,
pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli
li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono
via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano
circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Il racconto della
moltiplicazione dei pani è uno degli episodi maggiormente attestati dai
vangeli. L’episodio ha quindi un elevato grado di attendibilità ed è importante
per comprendere la missione di Gesù e il compito dei discepoli. La folla segue
Gesù perché ha bisogno di lui. Ed egli sente compassione per tutta quella
gente. Questo atteggiamento manifesta la misericordia che nasce da una
commozione interna, viscerale.
Nel vangelo di
Matteo questo atteggiamento caratteristico di Gesù lo spinge a soccorrere il
popolo, chiamando i dodici alla missione ( 9,36), o guarendo i malati (15,32;
20,34). In questa situazione, la compassione di Gesù non è solo il movente
della sua azione terapeutica, ma anche della donazione dei pani.
L’atteggiamento
dei discepoli ricorda le resistenze e l’incredulità del popolo d’Israele nei
confronti della potenza di Dio che si concretizza in azioni gratuite per
l’uomo(Es 16,3-4; 1Re 17,12; 2Re 4,2; Sal 78,19).
Secondo l’uso
tradizionale ebraico, Gesù prende il pane e pronuncia la benedizione con la
quale si inizia il pasto.
Il significato
eucaristico dell’episodio è sottolineato in modo particolare: il v. 19 anticipa
in modo preciso il testo della consacrazione eucaristica. Il modello
dell’Antico Testamento di questo racconto è la moltiplicazione dei pani del
profeta Eliseo (2Re 4,42-44). Nelle mani di Gesù il poco diventa molto, ce n’è
per tutti, e ne avanza.
Naturalmente i
discepoli non possono saziare la folla. Essi possono ben poco, come vedremo nel
seguito del vangelo a proposito della guarigione del fanciullo epilettico (Mt
17, 14-20). Davanti alle folle i discepoli si trovano a mani vuote. Anche i
pastori della Chiesa stanno davanti al popolo a mani vuote: essi possono
solamente distribuire quel pane che Gesù porge loro.
22 Subito dopo ordinò
ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre
egli avrebbe congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a
pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
24 La barca
intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa
del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro
camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono
turbati e dissero: «E' un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma
subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». 28 Pietro gli
disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». 29 Ed egli
disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque
e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad
affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 E subito Gesù stese la mano, lo
afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
32 Appena saliti
sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono
davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».
34 Compiuta la
traversata, approdarono a Genèsaret. 35 E la gente del luogo, riconosciuto
Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, 36
e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. E quanti lo
toccavano guarivano.
Il versetto
introduttivo richiama il clima che doveva essersi creato nei discepoli e nella
folla dopo il miracolo dei pani.
L’intervento
energico di Gesù sui discepoli e sulla folla lascia comprendere quale piega
avesse preso la situazione. Gli apostoli, trovatisi improvvisamente al centro
di una inaudita vicenda, cominciano a ricoprirsi di una facile gloria e di
un’euforia difficilmente controllabile L’evangelista Giovanni ricorda che la
gente che aveva mangiato i pani volevano rapire Gesù per farlo re (Gv 6,14-15)
Davanti a questa situazione Gesù fa imbarcare gli apostoli, manda a casa la
gente e sale sul monte a pregare (v. 23; Gv 6,15).
Il monte è il
luogo dell’incontro con Dio. Gesù è il Figlio e quindi ha un’esigenza infinita
di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova
costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione.
In questo testo si
possono cogliere alcune reminiscenze del cantico di Mosè dopo il passaggio del
mare dei giunchi: il mare che fa affondare, le onde che si innalzano, la mano
tesa, il timore e il turbamento (Es 15). Queste annotazioni ci inducono a
leggere questo brano come una teofania rivolta a "quelli della
barca", cioè alla Chiesa del Risorto. Il Dio salvatore dell’Esodo salva
nuovamente il suo popolo. L’episodio è un simbolo della comunità cristiana
perseguitata: essa non deve temere, perché il Signore è presente.
Una riflessione
particolare merita l’episodio di Pietro. La sua possibilità di camminare sulle
acque dipende unicamente dalla parola del Signore: "vieni!", e la sua
forza sta tutta nella fede in Gesù. Con la fede ogni discepolo può ripetere gli
stessi miracoli del suo Signore. Ma se la fede viene a mancare, il discepolo
torna ad essere facile preda delle forze del male (rappresentate nella Bibbia
dalle acque impetuose).
Il vento
rappresenta il momento della prova (Mt 7,25.27) e il mare indica le forze del
caos (cfr Gb 7,12; Sal 89,10-11; ecc.) sulle quali Dio esercita il suo potere
(Sal 107,25-30) sia nella creazione (Gen 1,7), sia nell’esperienza della
liberazione (Es 14,15-31).Gesù si rivela alla comunità dei suoi discepoli in
mezzo alle difficoltà di un mare agitato e ne conferma la fede, liberandoli
dalla paura e dal dubbio.
L’episodio di
Pietro è una specie di catechesi sulla realtà del discepolo invitato ad
affidarsi totalmente al suo Signore anche nelle situazioni che mettono in crisi
la sua adesione incrollabile di fede. In questo racconto c’è certamente un
anticipo del rinnegamento e della conversione di Pietro nella burrascosa notte
della settimana di passione (Mt 26,69-75), ma egli è ormai per sempre
riabilitato e la sua fede è diventata esemplare come lo è stata la sua
diffidenza.
Solo alla fine la
comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione
esplicita di fede in Gesù: "Tu sei veramente il Figlio di Dio".
Il tema centrale
del brano è, dunque, la fede. La situazione di Pietro dimostra chiaramente che
la fede in Gesù non è esclusivamente ragionevolezza o avvedutezza razionale.
Credere è osare. Chi osa credere è sorretto da colui nel quale crede. La fede è
obbedienza (vv. 28-29). Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di
partecipare all’essere, ai poteri di Cristo.
Gesù, nonostante
la crescente ostilità dei capi, è circondato da innumerevoli persone che nella
loro miseria fisica fanno assegnamento su di lui. Il racconto mette in chiaro
che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto
indispensabile per una trasmissione del vangelo degna di fede.
Il v. 35 precisa
che la gente del luogo riconosce Gesù e diffonde la notizia in tutta la
regione: il conoscere Gesù muove all’apostolato.
L’orlo del
mantello era destinato a riportare continuamente alla memoria la fedeltà ai
comandamenti (Nm 15,37-39). Il profeta Zaccaria aveva annunziato che, nei tempi
messianici, dieci uomini (di tutte le lingue del mondo, secondo la traduzione
dei LXX ) avrebbero afferrato un ebreo per il lembo del mantello, dicendo:
"Vogliamo venire con te, perché abbiamo compreso che Dio è con voi"
(Zc 8,23 ). E’ probabile che Matteo pensi a questo testo: nel momento in cui la
patria di Gesù non lo riconosce e si chiude alla comprensione del Regno, i
popoli pagani lo riconoscono e gli fanno guarire i loro malati.
La missione di
Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli Egli è un profeta, ma soprattutto
è un terapeuta. L’annuncio del vangelo non è solo la presentazione di una
dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si realizza la fine del
peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore. La lotta al male è il
primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi discepoli. Dimenticarlo, con
la scusa degli impegni superiori dello spirito, è tradire la volontà di Dio. Il
banco di prova della fede proclamata dalla Chiesa è l’impegno fattivo sul piano
umano e storico (cfr Mt 7,21-23; 25,35-46).
Gesù, Signore
della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che
attanagliano e bloccano l’uomo. Per superare queste angosce bisogna avere una
fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata
a compimento da Dio.
21 Partito di là,
Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa,
che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio
di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non
le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli
gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma
egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di
Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore,
aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per
gettarlo ai cagnolini». 27 «E' vero, Signore, disse la donna, ma anche i
cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto
come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Dopo l’aspra
controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato
l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che
gli dimostra una grande fede.
I discepoli, come
al solito (cfr Mt 14,15; 19,13), non amano il prossimo, non vogliono seccature
e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di
soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.
In questo brano
sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero
Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a
questo popolo.
Con questo
episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani.
Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di
raggiungere la totalità dei popoli.
Gesù chiede alla
donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché
questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte
dell’Antico Testamento.
Il dialogo
didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il
cammino d’Israele e dei popoli.
13 Essendo giunto
Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente
chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il
Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro:
«Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il
Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché
né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei
cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia
chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le
chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
20 Allora ordinò
ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
21 Da allora Gesù
cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e
soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e
venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte
e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti
accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu
mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Gesù pone la
domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi
chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su
un terreno solido, incrollabile.
La risposta di
Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla
"carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal
fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce
Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24)
comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo
chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e
di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede
seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…" e l’incomprensione
del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero
di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi
secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto
mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta
professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto
del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le
chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere.
Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli.
Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del
cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della
dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno
dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i
farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano
esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno
altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al
loro posto.
Se si considera
attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui
è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va
descritto in senso positivo.
Non si potrà
identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in
quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro
reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei
cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve
il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di
Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.
Nel giudaismo, gli
equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato
specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti
dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In
questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice
potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di
magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19 e l’altro a 18,18. Ma
non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale,
specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è
presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile
rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma
alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.
Il legare e lo
sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di
carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio.
L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche
decisioni disciplinari.
Nel vangelo di
Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che
gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi
pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a
Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della
Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è
presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio
egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del
regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta
la sua forza.
Dopo aver
comandato ai suoi discepoli di non dire che egli era il Cristo, perché la loro
concezione del Messia non era ancora adeguata, Gesù compie un passo avanti
decisivo nella sua vita: annuncia che è giunta l’ora della sua passione, della
sua morte e della sua risurrezione.
La dichiarazione
di Gesù costituisce un’autentica tentazione per Pietro che protesta e sgrida
Gesù. Questa idea di un Messia sofferente è insopportabile per Pietro, e non
solo per Pietro. Invece di accettare la rivelazione del Padre (v. 17) ossia il
pensiero di Dio (v. 23), egli proietta su Gesù la propria concezione del
Messia. Facendo da maestro a Gesù e anteponendosi a lui, egli diviene satana,
tentatore del suo Signore.
Non è per nulla
casuale la presenza nel medesimo brano di due aspetti fortemente contrastanti:
la professione di fede di Pietro e la sua incomprensione del mistero di Gesù,
l’autorità affidata a Pietro e il rimprovero rivoltogli da Gesù.
L’evangelista
sottolinea intenzionalmente questo contrasto per indicarci che Pietro è la
roccia sulla quale Cristo fonda la sua Chiesa non per le sue qualità naturali,
ma per grazia e per elezione divina.
28 Circa otto
giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul
monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua
veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui:
erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua
dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi
compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua
gloria e i due uomini che stavano con lui. 33 Mentre questi si separavano da
lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre
tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che
diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in
quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è
il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». 36 Appena la voce cessò, Gesù restò
solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano
visto.
La trasfigurazione
svela il mistero di Gesù. Egli è il Figlio del Padre, l’eletto. Il Padre ordina
a tutti: "Ascoltatelo!". L’obbedienza a "Gesù solo" (v. 36)
è il culmine del racconto. Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo
ascoltare.
L’ordine di
ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente,
dove rivela la necessità della croce per lui e per noi.
I tre discepoli
hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato
della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono
gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di Giairo. Per Matteo e
Marco sono anche i testimoni dell’agonia di Gesù nel Getsemani.
La definitività e
l’importanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di
Pietro: "Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate
vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù
Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette
infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta
questa voce: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono
compiaciuto’. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo
con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei
profeti…" (1,16-19).
Il monte nella
tradizione biblica è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio.
Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è
comprovata dall’apparizione dei due personaggi più noti della storia biblica,
Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dell’Antico Testamento non è
fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la
conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti.
Mosè ed Elia
parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme.
La morte di Gesù non è la fine, ma l’esodo verso la gloria. La passione e morte
è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di
Cristo.
La proposta di
Pietro (v. 33) parte da una interpretazione superficiale dell’avvenimento. Ha
visto il fascino di un mondo raggiunto senza troppa fatica e vorrebbe entrarvi
a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia
limitata di persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di
croce.
La visione non
finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase.
L’interrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso:
"Questi è il Figlio mio, l’eletto" (v. 35).
Alla fine sulla
scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù
solo" è intenzionale. Non c’è nessun altro maestro o profeta all’infuori
di lui: egli è assoluto e unico.
La trasfigurazione
è un’anticipazione e un’esplicazione dell’annuncio della risurrezione di cui
l’evangelista aveva parlato al termine della profezia della passione (v. 22).
14 Appena
ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo 15 che, gettatosi in
ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e
soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell'acqua; 16 l'ho già
portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo». 17 E Gesù rispose:
«O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando
dovrò sopportarvi? Portatemelo qui». 18 E Gesù gli parlò minacciosamente, e il
demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito.
19 Allora i
discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché noi non
abbiamo potuto scacciarlo?». 20 Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In
verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a
questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà
impossibile.
Il brano si
articola sull’impotenza dei discepoli di guarire il fanciullo a causa della
loro poca fede (v. 20), nel mezzo di una generazione senza fede (v. 17) e
conclude presentando la potenza della vera fede (v. 20).
Per Matteo questo
ragazzo è simbolo del popolo d’Israele incredulo (cfr Dt 32,5) che non ha
percepito la presenza di Dio in mezzo a sé (v. 17).
I discepoli non
possono scacciare il demonio con le loro forze, ma solo con la potenza di Dio.
La fede è l’unico mezzo per mettersi in contatto con Dio e usufruire della sua
potenza.
Matteo richiama la
parabola del granello di senapa (13,31-32) la cui crescita va molto al di là
delle attese iniziali.
Questo testo
sembra contenere una contraddizione. Gesù rimprovera i discepoli per la loro
poca fede e poi dice che un granellino di fede sposta le montagne.
Alcuni codici non
parlano di poca fede (oligopistìa), ma di "nessuna fede" o di
"incredulità". Comunque si voglia leggere il testo, si tratta nel
primo caso di "nessuna fede" o di "poca fede" esitante,
contraddittoria e dubbiosa; nel secondo caso si parla di un granellino di fede
autentica.
32 Non temere,
piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. 33
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano,
un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non
consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35 Siate pronti,
con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che
aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena
arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà
ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a
tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima
dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone
di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa.
40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non
pensate».
41 Allora Pietro
disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il
Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il
Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la
razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo
lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se
quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a
percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone
di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non
sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo
che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la
sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola,
avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato
molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di
più.
La paura è il
contrario della fede (Lc 8,24-25.50). Il timore di Dio è il tenere conto della
sua paternità nella nostra vita quotidiana.
La Chiesa resterà
sempre un piccolo gregge e non avrà mai la pretesa di diventare forte. Tante
pecore insieme non faranno mai un lupo!
Il nostro vero
bisogno, ciò che risolve tutti i nostri problemi, è essere figli del Padre:
questo è il regno che egli ci ha donato in Gesù.
Il vangelo tiene
conto che i cristiani vivono in una storia concreta dove ci sono beni e denaro,
ricchi e poveri. La soluzione proposta non è rigettare i beni come se fossero
cattivi, ma farne l’uso opposto a quello dettato dalla paura della morte. In
questo modo tornano ad essere come Dio li aveva pensati: da possesso di una
eredità che divide i fratelli (Lc 12,13) diventano dono che li unisce tra di
loro e con il Padre.
Luca, sulla linea
dell’Antico Testamento, propone ai cristiani l’elemosina come soluzione per
vivere con giustizia in un mondo ingiusto (Lc 3,11; 5,11-28; 6,30; ecc.).
L’elemosina può essere interpretata male da chi contrappone giustizia e carità
e vede l’elemosina come l’avallo dell’ingiustizia. Ma nella lingua ebraica l’elemosina
(sedaqah) significa proprio giustizia.
Per la Bibbia non
è giusto che uno possieda e l’altro sia nella penuria, perché siamo fratelli. E
se siamo fratelli e figli dello stesso Padre, i diritti e i doveri non sono
uguali: i diritti sono proporzionati a quanto uno non ha, i doveri a quanto uno
ha.
L’elemosina
biblica è esigenza di una giustizia superiore, dettata dalla misericordia. Il
vangelo chiede una nuova moralità. Di conseguenza la nostra azione ha un nuovo
fondamento: il comportamento di Dio Padre.
Gesù ha proibito
ai discepoli di portare borse per mettervi le ricchezze di questo mondo (Lc
10,4; 22,35). Ora comanda loro di farsi delle borse per mettervi le ricchezze
del regno di Dio. In queste borse si ripone solo ciò che si tira fuori, e si
accumula solo ciò che si dona.
Chi accumula
tesori per sé perde la vita e non arricchisce della ricchezza stessa di Dio che
è ricco di misericordia (Ef 2,4). Il tesoro vero non è ciò che abbiamo, ma ciò
che diamo.
L’errore dell’uomo
è di non avere il cuore dov’è il suo tesoro: Dio.
L’insegnamento
sulla fugacità e insicurezza dei beni terreni ha riportato l’attenzione verso
il regno di Dio e i tesori del cielo.
I cristiani devono
tenersi pronti per la venuta inattesa e improvvisa di Gesù. Essa è prospettata
ad essi come un punto di costante riferimento per tenere sveglie le loro
responsabilità e la loro dedizione al regno del Signore. Gesù è la guida
invisibile della Chiesa; nessuno sa quando si manifesterà apertamente, ma tutti
sanno che è presente e sollecita la massima collaborazione da parte di ognuno.
L’insicurezza del ritorno del Signore deve tenere costantemente desta
l’attenzione e l’operosità dei suoi cristiani.
Il servo fedele
deve dare prova di aspettare il suo padrone anche nelle ore insolite, quando normalmente
tutti dormono. Il sacrificio può apparire grande, ma la ricompensa sarà ancora
più grande. Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale nel vangelo. La
vita del cristiano è un’attesa del Signore che viene. Il credente è colui che
sa aspettarlo e sta ad aspettarlo. Egli veglia nella notte del mondo per far
risplendere con le sue opere la luce di Dio.
La cintura ai
fianchi è la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio prescritta per la cena
pasquale (cfr Es 12,11). Questo è l’atteggiamento corretto per attendere il
Signore. Non bisogna guardarlo in cielo, ma testimoniarlo sulla terra (cfr At
1,11). Il Signore che viene e bussa alla porta è un’allusione all’eucaristia;
il Signore si invita a cena a casa nostra: "Ecco, sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con
lui ed egli con me" (Ap 3,20). La sua venuta finale è vissuta
quotidianamente nella cena eucaristica. La beatitudine del cristiano è vivere
una vita pasquale, di cui la sorgente è l’eucaristia (cfr Lc 14,15), dove la
storia di Gesù si fa nostro presente e ci introduce nel nostro futuro.
L’esistenza
cristiana è attesa dello Sposo che viene per prenderci definitivamente con sé.
Il cristiano non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove.
Straniero e pellegrino sulla terra (cfr 1Pt 2,11) non ha quaggiù una città
stabile, ma cerca quella futura (cfr Eb 13,14). "La nostra patria è nei
cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil 3,20). Il suo
ritorno sarà nella notte, figura della morte personale.
Il credente,
giorno dopo giorno, non si stanca del ritardo del suo Signore, non si distrae,
non perde la fiducia dell’incontro beatificante con lui.
La necessità della
vigilanza viene nuovamente ribadita nella parabola del ladro e dalla successiva
esortazione. Occorre saper attendere il Signore con lo stesso impegno che si
richiede per prevenire un furto: il ladro non manda preavvisi (v. 39). Anche
per i responsabili della comunità si prospetta la possibilità di un servizio
fedele e intelligente o di un comportamento irresponsabile o dispotico. Come
nell’assenza del padrone i servi rischiano di addormentarsi, così anche
l’amministratore posto a capo della servitù può trascurare i suoi compiti e
abusare del suo ufficio di provvedere alla servitù il necessario sostentamento.
Il tempo presente
richiede un grande senso di responsabilità, perché è gravido di eternità. Chi
fa dipendere la sua vita dalle cose che ha, considera la morte come un ladro.
Chi attende il Signore considera la morte come l’incontro desiderato con lo
Sposo. Tutta la vita è una preparazione a questo incontro.
L’uomo non è un
possidente, ma un amministratore di beni non propri. Tutto ciò che è e ha è
dono di Dio, e tale deve restare. L’amministratore fedele e saggio è colui che
comprende la volontà di Dio e la mette in pratica. I capi della comunità sono
responsabili soprattutto di non lasciar mancare il pane, il pane della Parola e
il pane dell’Eucaristia. Essi sono servi dei fratelli e della loro fede, non
padroni.
La ricompensa
dell’amministratore fedele e saggio è di avere in dono tutto quanto appartiene
a Dio, cioè Dio stesso. Questa è la vita eterna.
Ognuno è
responsabile in proporzione della conoscenza della volontà di Dio. Anche chi
crede di aver ricevuto poco, sappia che ha ricevuto tanto, e gli è chiesto e
gli sarà chiesto tanto. Il cristiano è chiamato a prendere coscienza seriamente
delle sue responsabilità davanti a Dio e ai fratelli.
1 Il regno dei
cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro
allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero
le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle
lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si
assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo,
andategli incontro! 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le
loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché
le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a
mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10
Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini
che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più
tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore,
signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
La storia
raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono
lo sposo.
Chi è lo sposo e
chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità
cristiana. La storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la
sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma del loro sposo. Queste dieci
ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cfr Ef 5,22-32).
Queste dieci
ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte.
In che cosa si manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che
l'attesa dello sposo sarebbe andata per le lunghe: per questo" insieme con
le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).
Avevano capito che
la vita ha una durata troppo lunga per poter conservare sempre la stessa carica
di fede e di carità senza fare rifornimento. Le lampade accese significano la
costante vigilanza che occorre per non perdersi nella notte della dimenticanza
e dell'infedeltà in questo mondo.
Tema di questo
racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita
presente sia una sala d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta
come vita responsabilizzata in vista del Signore che viene. L'attendere Dio
presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.
Le cinque ragazze
sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi,
sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle amiche stolte che le supplicano:
"Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono rispondono:
"No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai
venditori e compratevene" (vv.8-9).
Le ragazze sagge
non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante
al posto di un altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un
affare personale, è un assegno"non trasferibile".
Questo racconto
istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un
arrivo di cui non conosciamo né il giorno né l'ora, ma che non è lontano ed è
certissimo e inevitabile.
Queste ragazze
stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" ( v. 11) hanno
dimenticato l'insegnamento che egli aveva già impartito al capitolo 7, 22-23 di
questo vangelo:" Molti mi diranno in quel giorno (il giorno del giudizio
finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai
conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità".
Queste parole non
condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come
"Signore", ma ci insegnano che la preghiera deve essere congiunta
alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del Padre,
diversamente la preghiera non serve.
Nell'attesa del
grande giorno della venuta del Signore bisogna vegliare e non comportarsi come
i cristiani di Tessalonica che nel prolungarsi dell'attesa della venuta del
Signore cominciarono a darsi all'ozio e al vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts
3,6-12). Così le ragazze del racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono
essere impegnate, operose e diligenti.
Matteo ha dato a
questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del
discorso della montagna (Matteo, capitoli 5-6-7). Anche là troviamo la
contrapposizione tra il saggio e lo stolto.
Nel discorso della
montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù,
ma metterle anche in pratica. Questa disposizione viene trasferita anche al
presente racconto delle dieci ragazze che rappresentano la comunità cristiana.
Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani che fanno la volontà
di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della montagna.
Vigilare
nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere
pronti; ed essere pronti significa essere fedeli alla volontà del Padre,
facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà fatto il giudizio
finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana: attuare con
perseveranza la volontà del Padre che il Signore Gesù ha definitivamente
rivelato.
Nella parabola del
giudizio finale ( Matteo 25,31-46) il Signore ci indicherà dettagliatamente
quali sono le opere buone che dobbiamo fare nell'attesa della sua venuta.
24 In verità, in
verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi
odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi
vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi
serve, il Padre lo onorerà.
Gesù spiega come
si realizzerà il disegno paradossale della vita tramite la morte e come egli
porterà a compimento la sua missione.
La piccola
parabola del seme che cade nel terreno e muore è assai espressiva e semplice:
il seme è Gesù che, come il chicco di grano, deve morire per diventare sorgente
di vita per tutti.
Senza la morte non
c’è fecondità, vita nuova e abbondanza di frutti. La vita nuova che Gesù dona è
la conseguenza della sua disponibilità e della sua morte.
La strada percorsa
dal Maestro diviene la stessa che deve percorrere il discepolo, perché è
partecipando alla sua morte che si raggiunge la gloria della vita. Solo chi si
perde, si realizza.
Il più grande
ostacolo alla piena donazione, e conseguentemente alla realizzazione di sé, è
il timore di perdersi e di sacrificarsi in questo mondo. Gesù avverte
chiaramente ogni discepolo: l’attaccamento a se stesso conduce al compromesso,
mentre la completa maturità consiste nell’attività dell’amore, nella donazione
che è servizio ad ogni fratello. Solo chi dona totalmente se stesso per amore,
porta frutto e si apre ad un destino pieno di vita eterna.
Il detto sul
servizio del v. 26 richiede al discepolo identità di vedute e di ideali con
Gesù, collaborazione alla sua stessa missione, imitazione fino alla sofferenza
e alla morte.
Questo
orientamento di vita al seguito di Gesù è legato ad una ricompensa assicurata:
la certezza di stare uniti con lui, di dimorare nell’amore del Padre (cfr Gv
14,3; 17,24) e di ricevere una "gloria" simile a quella del Figlio.
Se il mondo disprezzerà i discepoli di Gesù, il Padre stesso li onorerà e li
tratterà da figli (cfr Gv 5,44) rivelando loro il suo amore (Gv 17,24-26).
15 Se il tuo
fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti
ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con
te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre
testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se
non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato
anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto
anche in cielo.
19 In verità vi
dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare
qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove
sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
Nel brano della
correzione fraterna e della preghiera concorde Matteo sviluppa l’iniziativa di
colui che vuole aiutare il peccatore a ritrovare la comunione fraterna.
L’espressione "tuo fratello" (vv. 15.21) manifesta l’intenzione
teologica di Matteo: la Chiesa è una comunità di fratelli.
Il passo da
compiere si esprime in una triplice gradazione: se il colloquio da solo a solo
non porta il frutto sperato, si potrà fare appello ai fratelli e solo in ultima
istanza si deve ricorrere a tutta la comunità.
Alla luce della
parabola precedente (vv. 12-14: la pecora perduta), il triplice passo va inteso
come uno sforzo per riportare nella comunità colui che si era allontanato: è
una traduzione umana della pazienza di Dio.
Colui che rifiuta
dev’essere considerato come un pagano o un pubblicano, ossia come persona di
fronte alla quale i fedeli si trovano impotenti. Nei confronti di questo
fratello che rifiuta di ascoltare, il cristiano ha ancora un dovere da
compiere, il più importante: affidarlo alle mani del Padre, riconoscendo che
l’aiuto di cui necessita sorpassa totalmente le possibilità della comunità.
Dove falliscono gli uomini può riuscire Dio.
La Chiesa è dunque
una comunità nella quale i fratelli sono responsabili della fede dei loro
fratelli. Ma questa comunità dipende meno dagli sforzi umani, che possono
finire in un insuccesso, che dal Padre che è nei cieli: è lui il Pastore che va
in cerca della pecora perduta.
L’espressione
"Io sono in mezzo a loro" (v. 20) richiama l’inizio del vangelo
(1,23: Gesù è il "Dio con noi") e la fine (28,20: "Io sono con
voi tutti i giorni fino alla fine del tempo"). Con questa frase Matteo ci
indica dove possiamo trovare Dio e fare un’autentica esperienza della sua
presenza: dove c’è la comunità riunita nel suo nome, lì c’è Dio.
12 agosto 2010: Mt 18,21—19, 1
21 Allora Pietro
gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio
fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose:
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il
regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24
Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila
talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò
che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e
saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo
supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27
Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento
denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 29 Il suo compagno,
gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò
il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere,
fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che
accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro
padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli
disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai
pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io
ho avuto pietà di te? 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli
aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il
mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro
fratello».
19 1 Terminati
questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea,
al di là del Giordano.
Pietro ritiene di
entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i
rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29)
e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse
arrivare a perdonare fino a tre volte.
La risposta di
Gesù è chiara. Rovesciando il canto di Lamech: "Sette volte sarà vendicato
Caino, ma Lamech settanta volte sette" (Gen 4,24), Gesù svela le risorse
insospettate di misericordia generate dall’avvento del regno dei cieli.
Davanti a Dio
tutti siamo debitori insolvibili. La parabola di oggi ci insegna che il perdono
di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare senza
misura perché Dio ci ha perdonato senza misura. Il perdono ai fratelli è segno
dell’efficacia del perdono di Dio in noi: se non perdoniamo, non abbiamo
accolto realmente il perdono di Dio. Il servo è condannato perché tiene il
perdono per sé e non permette che il suo perdono diventi gioia per gli altri.
Bisogna imitare il comportamento di Dio (Mt 5,43-48).
Il fondamento del
mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che Dio ha con me. Gesù ha
detto di amarci a vicenda come lui ha amato noi (Gv 13.34); e Paolo dice di
graziarci l’un l’altro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).
La giustizia di
Dio non è quella che ristabilisce la parità, secondo la regola: chi sbaglia,
paga. E’ una giustizia superiore, propria di chi ama, che è sempre in debito
verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza,
allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono.
Diecimila era la
cifra più grossa in lingua greca e il talento la misura più grande. Diecimila
talenti è una cifra enorme. Il talento corrisponde a 36 kg di metallo prezioso.
Diecimila talenti corrispondono a 360 tonnellate di oro o di argento. Un
talento è pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a 60.000.000
di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo dovrebbe lavorare
circa 200.000 anni. La cifra esagerata è in realtà una pallida idea di ciò che
Dio ci ha dato.
Cento danari
corrispondono allo stipendio di cento giornate lavorative. Una cifra discreta,
ma del tutto trascurabile rispetto al debito appena condonato di diecimila
talenti.
Pensare al proprio
debito condonato ci rende tolleranti verso gli altri e magnanimi. Perdonare è
una questione di cuore: è ricordare l’amore che il Padre ha per me e per il
fratello.
3 Allora gli si
avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E' lecito
ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4 Ed egli
rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e
femmina e disse: 5 Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a
sua moglie e i due saranno una carne sola? 6 Così che non sono più due, ma una
carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi». 7 Gli
obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e
mandarla via ?». 8 Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi
ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9 Perciò
io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato,
e ne sposa un'altra commette adulterio».
10 Gli dissero i
discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non
conviene sposarsi». 11 Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo
coloro ai quali è stato concesso. 12 Vi sono infatti eunuchi che sono nati così
dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli
uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi
può capire, capisca».
Con la domanda dei
farisei sul divorzio appare lo scacco dell’amore in seno alla coppia. E’ questa
infatti la prima cellula dove "due sono uniti nel nome di Cristo" (Mt
18,20). L’intervento dei farisei mette sotto accusa Gesù e la novità del Regno.
La domanda
"E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi
motivo?" è importante. Al tempo di Gesù l’interpretazione di Dt 24,1
contrapponeva i seguaci di due scuole rabbiniche, quella di Hillel che
ammetteva il divorzio per qualsiasi motivo, e quella di Shammai che richiedeva,
come minimo, una cattiva condotta comprovata, anzi, un adulterio da parte della
moglie.
La risposta di
Gesù supera subito la disputa interpretativa tra i seguaci di Hillel e di
Shammai. Alla maniera rabbinica, egli cita i brani di Gen 1,17 e 2,24 situando
così la discussione a livello superiore: quello della volontà del Creatore. La
distinzione tra i sessi trova quindi la sua origine nel Creatore: è più
un’intenzione creatrice vissuta e rivelata che un semplice fenomeno di natura.
Gesù cita Gen
2,24: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i
due saranno una carne sola" (v. 5) per sottolineare che è la volontà
creatrice di Dio che unisce l’uomo e la donna. Quando si uniscono, è Dio che li
unisce: la congiunzione dell’uomo e della donna è l’effetto della parola di
Dio.
La risposta di
Gesù è quindi chiara: per volontà esplicita di Dio creatore il matrimonio è
indissolubile, non si può divorziare per nessun motivo. Un testo di Malachia
(2,13-16) dichiarava già prima di Cristo che ripudiare la propria moglie è
rompere l’alleanza di Dio con il suo popolo (cfr anche Os 1-3; Is 1,21-26; Ger
2,3; 3,1.6-12; Ez 16 e 23; Is 54,6-10; 60-62).
Questa risposta di
Gesù pare tuttavia in contraddizione con la legge di Mosè, che permetteva di
dare un attestato di divorzio. Gesù, nuovo Mosè, riporta con forza la questione
nei suoi giusti termini: all’amore di Dio che fa alleanza con l’uomo e gli dà
la capacità di superare la durezza del cuore (v. 8), cioè la mancanza di
docilità alla parola di Dio. La legge espressa in Gen 1,27 e 2,24 non è mai
stata modificata o abolita.
Di fronte a questo
"amore impossibile" i discepoli reagiscono violentemente: "Se
questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene
sposarsi" (v. 10). Essi indietreggiano davanti all’insopportabile esigenza
dell’indissolubilità del matrimonio: impossibile da capire dagli uomini chiusi
alla rivelazione di Dio, ma possibile per quelli che ricevono da Dio la grazia
di capire.
Agli eunuchi per
nascita o resi tali dagli uomini, Gesù aggiunge una terza categoria: quelli
"che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (v. 12). L’eunuco
è colui che non può compiere l’atto della generazione. Gli eunuchi per il regno
dei cieli sono, anzitutto, coloro che, separati dal coniuge, continuano a
vivere nella continenza, saldamente fedeli al vincolo matrimoniale.
Anche là dove la
legge di Mosè permetteva qualche indulgenza, il regno dei cieli esige e
promette la comunione indissolubile d’amore in seno alla coppia e disapprova
ogni atto che tende a distruggere l’unità sacra del matrimonio come è stata
istituita dal Creatore.
13 Allora gli
furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i
discepoli li sgridavano. 14 Gesù però disse loro: «Lasciate che i bambini
vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli». 15 E dopo avere imposto
loro le mani, se ne partì.
Questo brano
sull’accoglienza dei bambini illumina ulteriormente il brano precedente
sull’indissolubilità del matrimonio.
Per entrare nel
regno dei cieli bisogna diventare come bambini (Mt 18,3-4), ma i discepoli non
l’hanno capito perché respingono i bambini con la stessa incomprensione con cui
altri ripudiano la propria sposa.
Solo Gesù può
donare l’amore fedele e accogliente, ma per accoglierlo bisogna diventare
piccoli, entrando nella logica della fede.
Nell’agire di Gesù
si nota una dedizione diretta e immediata ai bambini. E’ un aspetto
caratteristico della sua attività. Sullo sfondo della posizione insignificante
del bambino questo atteggiamento va visto come offerta di grazia a coloro che
non hanno nulla e come una critica ai pregiudizi del mondo degli adulti.
Il bambino viene
preso seriamente come interlocutore di Dio. L’essenza dell’essere bambini sta
in questo: soltanto l’amore fornisce al bambino il criterio di misura di ciò
che gli è vicino e di ciò che gli è estraneo. "Anche se gli si mostrasse
una regina con il suo diadema, egli preferirebbe la sua mamma anche se fosse
vestita di stracci" (san Giovanni Crisostomo). Coloro che sono diventati
come bambini preferiscono il loro Signore umiliato e morto in croce a tutte le
lusinghe del mondo.
I bambini si
aprono con spontaneità alla benedizione di Dio che Gesù dona loro. Con ciò
viene comunicata loro, già ora, una felicità sincera.
39 In quei giorni
Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di
Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena
Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu
fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre
del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai
miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei
che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria
disse:
«L'anima mia
magnifica il Signore
47 e il mio
spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha
guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte
le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha
fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo
nome:
50 di generazione
in generazione la sua misericordia
si stende su
quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la
potenza del suo braccio,
ha disperso i
superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i
potenti dai troni,
ha innalzato gli
umili;
53 ha ricolmato di
beni gli affamati,
ha rimandato a
mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso
Israele, suo servo,
ricordandosi della
sua misericordia,
55 come aveva
promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla
sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase
con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo
l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con
sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della
madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende
qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti
degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a
Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza
esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di
Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il
Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e
Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al
sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza: "Come potrà venire da me l’arca
del Signore?" (2Sam 6,9).
Nella casa di
Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del
Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio
Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie
profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa
sarà la ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.
Elisabetta,
"piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la
proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo
grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le
benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).
Maria viene
considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo
porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa
prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.
Il saluto di Maria
provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo
della gioia.
Il cantico di lode
di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che
ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è
diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una
donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il
grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù
preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto
coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).
Con un atto di fede
comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese
sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette
una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia
della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa
la madre di Dio.
La prima
beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è
la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata
profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Il cantico di
Maria è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito
Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc
10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.
Questo inno si
sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un
parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la
sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica
e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di
Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del
celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).
Maria canta la
grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio
grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso
di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua
stessa gioia.
Il motivo del dono
di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da
humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla
assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.
Dio è amore.
L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio
quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del
nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà
oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la
propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito
fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la
propria infinita nullità.
Per questo,
giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che
consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa umiltà fiduciosa,
che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).
L’umiltà di Maria
non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità
essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il
proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua
stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato
di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.
Dio è amore
onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua
persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica
il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.
Maria sintetizza
in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore,
Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che
non può non amare. E’ misericordia che non può non sentire tenerezza verso la
miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per
la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa
diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives
salvetur, 37, 2).
Maria descrive la
storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i
verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento,
ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla
comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo
già avvenuta.
A proposito di
questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a
mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente
della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio
prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e
saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si
trova nella condizione migliore per cercare Dio.
In Maria è
presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la
fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della
promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).
16 Ed ecco un tale
gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere
la vita eterna?». 17 Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono?
Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 Ed
egli chiese: «Quali?». Gesù rispose « Non uccidere, non commettere adulterio,
non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il
prossimo tuo come te stesso». 20 Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato
tutte queste cose; che mi manca ancora?». 21 Gli disse Gesù: «Se vuoi essere
perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel
cielo; poi vieni e seguimi». 22 Udito questo, il giovane se ne andò triste;
poiché aveva molte ricchezze.
Per avere parte
alla vita eterna bisogna vivere secondo Dio, secondo i suoi comandamenti.
La povertà
evangelica richiesta a questa persona non è un consiglio, ma un ordine,
altrettanto impellente quanto quello dell’amore indissolubile che rende eunuchi
per il regno dei cieli.
La povertà non
rappresenta una via migliore e più sicura, che si può percorrere se si vuole e
che Gesù si accontenterebbe di raccomandare, ma la condizione assoluta della
perfezione obbligatoria, ogni volta che il mantenimento dei beni diventa un
ostacolo alla salvezza.
Anche qui, come
nel brano precedente, non si tratta direttamente di un appello alla vita
religiosa o di speciale consacrazione – anche se l’episodio può servire a
illustrarla – ma di un invito rivolto ad ogni uomo a ricevere l’amore e a
viverlo nel distacco, ad abbandonare la parte che si possiede per ricevere il
tutto che Gesù offre.
La risposta data a
Gesù da questo tale: "Ho sempre osservato tutte queste cose" (v. 20)
è un atto di presunzione. Il comandamento dell’amore del prossimo, che egli
afferma di osservare, richiede la volontà di donazione e di impegno totali,
separandosi dai beni e donando il ricavato ai poveri. Ma egli "aveva molte
ricchezze" (v. 22).
La rinuncia ai
possedimenti non è richiesta per motivi di santità, come a Qumran, o come
espressione di autodominio, come avveniva presso i cinici o gli stoici, ma
assume il carattere specificamente cristiano di espressione dell’amore del
prossimo, che dona ciò che ha ai poveri.
L’assicurazione
della ricompensa, un tesoro nei cieli, resta salvaguardata dal malinteso
dell’"io ti do affinché tu mi dia", se viene intesa nel suo vero
significato, come ricompensa di grazia.
Questo tale
rifiuta l’invito a seguire Gesù perché non accetta le condizioni poste dal
Maestro. La tristezza che lo affligge ha le sue radici nell’amore di sé e del
mondo.
23 Gesù allora disse
ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno
dei cieli. 24 Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di
un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». 25 A queste parole i discepoli
rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». 26 E Gesù,
fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a
Dio tutto è possibile».
27 Allora Pietro
prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo
seguito; che cosa dunque ne otterremo?». 28 E Gesù disse loro: «In verità vi
dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio
dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici
troni a giudicare le dodici tribù di Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o
fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome,
riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
30 Molti dei primi
saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Il tale di cui
parla questo brano del vangelo aveva chiesto a Gesù che cosa doveva
"fare" per "avere" la vita eterna (v. 16); nella sua
risposta ai discepoli, Gesù rovescia la prospettiva: bisogna
"lasciare" per "avere" (v. 29).
Questa
impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata da Gesù
(vv. 23-24) e ripresa dai discepoli costernati: "Chi si potrà dunque
salvare?" (v. 25).
Gesù insiste:
"Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (v.
26; cfr Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6). Il Regno non è un bene che si guadagna o
si possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.
Siamo nel cuore
della Rivelazione del Regno e della scelta che richiede (cfr Mt 16,23): o si
muore a se stessi per ricevere tutto da Dio o si rende impossibile in noi la venuta
del regno dei cieli. L’uomo, ricco o povero, non può salvare se stesso, ma deve
accogliere la salvezza come dono di Dio.
Pietro pone la
domanda circa la ricompensa riservata a coloro che seguono Cristo. Egli non
chiede solo per sé, ma per tutti. La domanda è umanamente comprensibile, ma
insensata, perché non tiene conto che la ricompensa divina è sempre grazia. Il
seguire Gesù conduce alla partecipazione della sua gloria in paradiso.
Con la domanda di
Pietro, Matteo prepara la parabola che segue (Mt 20,1-16).
Lutero,
commentando questo brano in una predica del 1517, diceva: "Senza la
rinuncia alle cose, non si ottiene nulla".
1 «Il regno dei
cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata
lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li
mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri
che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: Andate anche voi nella mia
vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso
mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque,
ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto
il giorno oziosi? 7 Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed
egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
8 Quando fu sera,
il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la
paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Venuti quelli delle cinque
del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi,
pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per
ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12
Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che
abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13 Ma il padrone,
rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse
convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare
anche a quest'ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che
voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16 Così gli ultimi
saranno primi, e i primi ultimi».
I due detti di
Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt
19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt
20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della vigna.
Il messaggio è
questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che
l’ultimo riceva quanto il primo. Il Regno è un dono gratuito, una grazia da
accogliere.
Spontaneamente
siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo
modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di
retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito. Ma trasferendo le nostre
misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema in modo sbagliato:
essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati al Regno è una
grazia, un onore, una gioia, una fortuna.
E se Dio chiama
tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che
è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente,
tutti riteniamo di essere operai della prima ora che reclamano la salvezza come
un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come dono.
Dio si riserva la
libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana. A imitazione
di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi"
con bontà e non con cuore cattivo.
L’amore di Dio
raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e
non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.
1 Gesù riprese a
parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re che
fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare
gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri
servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali
ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro
non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6
altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si
indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme
la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli
invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti
quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi
raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di
commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non
indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui
senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo
mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di
denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Il banchetto è
organizzato da un re per le nozze del figlio. I primi invitati, il popolo
d’Israele, manifestano indifferenza colpevole (v. 5). I vv. 6-7 sono ispirati
alla parabola dei vignaioli. Probabilmente Matteo ha presente le persecuzioni
contro i predicatori cristiani e la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70.
Dopo il rifiuto
dei primi chiamati, l’invito è rivolto a tutti, "buoni e cattivi" (v.
10).La sala piena di commensali è immagine della Chiesa.
La parabola è un
appello a tutti perché sappiano che il momento è decisivo e non si può
differire: "Tutto è pronto" (v. 4). Di fronte alla chiamata del
vangelo non c’è niente di più importante da fare.
Per stare nella
sala del banchetto (la Chiesa) bisogna accettare di ricevere il vestito di
nozze: la conversione, la fede. la grazia. La comparsa del re nella sala
significa il giudizio dei convitati. Il giudizio non riguarda solo i primi
invitati che hanno rifiutato l’invito alle nozze. I secondi non si illudano che
basti essere nella Chiesa per essere salvati.
L’avvertimento
finale della parabola ricorda ai convitati della comunità cristiana l’esigenza
della loro vita secondo il battesimo e la serietà del loro impegno.
La chiamata di Dio
non pone condizioni preliminari: la Chiesa è il luogo del grande raduno e gli
invitati sono tutti peccatori. Ma peccatori che si convertono.
Il detto
riguardante i chiamati e gli eletti non invita a fare i conti sui salvati e i
dannati: sarebbe in contraddizione con l’uno senza abito di nozze tra i tanti
invitati che riempivano la sala. Questa frase è una interpellanza personale
all’ascoltatore perché cerchi di non essere nella condizione di colui che viene
gettato nelle tenebre.
34 Allora i farisei,
udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno
di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». 37 Gli rispose: «
Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E
il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 40 Da
questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Questa terza
controversia tocca un argomento scottante per il giudaismo. I rabbini
ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni
dell’anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si
trattava di sapere qual era il precetto fondamentale.
La risposta di
Gesù unisce tra loro l’amore di Dio e l’amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18).
Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in
Gesù, nel quale Dio e l’uomo si uniscono in una sola persona. E’ nella capacità
di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede.
L’unione
dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo come culmine della Legge è un
concetto specificamente cristiano e costituisce la sostanza di questo brano e
di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare che Gesù ha ridefinito il
concetto di prossimo (cfr Lc 10,30-37). L’amore del prossimo ha come
presupposto l’amore di se stessi. Ma l’amore evangelico di se stessi!
In Cristo si è
manifestato l’amore di Dio e del prossimo in forma assoluta ed esemplare. E’
lui l’unico modello.
1 Allora Gesù si
rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si
sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo,
ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti
pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono
muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere
ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6
amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti
nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. 8 Ma voi
non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi
siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra,
perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare
"maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più
grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e
chi si abbasserà sarà innalzato.
Ogni pagina del
vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi, invitati a
riconoscerci in loro. Il problema presentato da questo brano è sempre lo
stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?
Gesù critica gli
scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per essere visti e
lodati: "Fanno tutte le loro opere per essere visti dagli uomini" (v.
5). Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio e devoto più che di
vivere un sincero rapporto con Dio.
La falsità è
abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un mondo in
cui la religione è tenuta in considerazione, le persone religiose acquistano
automaticamente la massima reputazione. Esse occupano, quasi per convenzione
comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli scribi e i farisei con la
loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle sinagoghe e nei conviti, e
quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte inchini, ossequi e saluti
nei quali vengono scanditi con esattezza i loro titoli onorifici.
Anche i discepoli
di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti segnalati nei farisei
e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di potere sono fuori
luogo perché essi sono tutti fratelli, figli dello stesso Padre (v. 8) e sono
guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).
Nella comunità
cristiana i più grandi sono gli ultimi e l’unico primato che conta è quello
dell’abbassamento e del servizio (v. 11). In essa non devono nemmeno circolare
gli appellativi che indicano distinzione e discriminazione che mettono in
evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli altri.
Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato da
signori ai quali diamo del lei.
Alla fine Gesù
deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle minacce per
abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri (v. 12).
Matteo sta
mettendo a confronto due immagini di Chiesa. L’una farisaica, pomposa,
appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere; l’altra
cristiana, costituita da amici e da fratelli. Quest’ultima non è anarchica,
perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di cui tutti sono
ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o incarichi sono chiamati a
testimoniare con le opere più che con le parole (cfr v. 3) la presenza
invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non è mai assente.
La Chiesa di
Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come criterio di
discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e di
responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha
come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr Mt 20,26).
La logica dei
rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella dell’umiltà. La
condizione dettata da Gesù: "se non vi convertirete e non diventerete come
bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3) è l’atteggiamento
esattamente opposto a quello dell’autoesaltazione degli scribi e dei farisei.
22 Passava per
città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. 23 Un tale
gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: 24
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno
di entrarvi, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e
chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo:
Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
26 Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu
hai insegnato nelle nostre piazze. 27 Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di
dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! 28 Là ci sarà
pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti
nel regno di Dio e voi cacciati fuori. 29 Verranno da oriente e da occidente,
da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio.
30 Ed ecco, ci
sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno
ultimi».
Questo brano parla
della lotta per entrare nella salvezza. La porta è Gesù: attraverso di lui
tutti gli uomini sono salvati. Unico biglietto d’ingresso è il bisogno; unico
impedimento, la falsa sicurezza e la presunta giustizia.
Per entrarvi basta
riconoscersi peccatori e accettare il perdono di Dio. Nessuno si salva per i
propri meriti, ma tutti sono salvati dalla misericordia di Dio.
La porta è
dichiarata stretta perché l’io e le sue presunzioni non vi passano: devono
morire fuori. La Bibbia ci insegna che l’uomo non può salvarsi con le sue forze
(Lc 18,26-27), ma tutti siamo salvati dall’amore gratuito del Padre.
Quindi la porta
della salvezza è strettissima perché nessuno si salva, ma è larghissima perché
tutti veniamo salvati. "Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini
siano salvati" (1Tm 2,4).
La salvezza è un
dono. Costa solo la fatica di aprire il cuore e la mano per accoglierla. Ma è
una grande lotta, perché il cuore è duro e la mano rattrappita (Lc 6, 6ss). Il
dono non toglie l’iniziativa: è un pegno che impegna. Bisogna fare come se
tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Dio. Solo in questo modo
si eliminano la pusillanimità e l’ansietà, la superbia e la presunzione.
La salvezza ha
come porta l’umiltà. Convertirsi è accettare di vivere della misericordia di
Dio. E’ la morte dell’io per vivere di Dio.
Il giusto più si
accanisce ad accrescere il suo bagaglio di giustizia, più è impedito ad entrare
attraverso la porta della salvezza, che è dono e grazia.
L’interlocutore
anonimo aveva chiesto se erano pochi quelli che si salvano. Gesù risponde di
stare attenti a non rimanere fuori dalla sala del Regno. Il tempo per decidersi
ad entrare è poco. Da un momento all’altro il padrone chiuderà per sempre la
porta.
Gli esclusi non
sono i tradizionali nemici della salvezza, come siamo abituati a pensare, ma
gli ascoltatori di Gesù. Il motivo della condanna non è la loro ignoranza di
Cristo, ma l’inadempienza dei propri doveri morali. La fede non è, prima di
tutto, conoscenza di Cristo, teoria o teologia, ma vita vissuta in consonanza
con i comportamenti di Gesù.
Di fronte
all’indifferenza degli ascoltatori Gesù, e l’evangelista con lui, ha creduto
opportuno far ricorso alle minacce. La prospettiva di un castigo irreparabile
può risvegliare dall’incoscienza e dalla superficialità.
Nel v. 28 viene
descritta la sorte opposta di chi sta dentro e di chi sta fuori dal Regno. I
patriarchi e i lontani saranno nel Regno perché hanno avuto fede e si sono
convertiti al dono di Dio.