Notiziario religioso  12-25  GIUGNO 2017

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Inhaltsverzeichnis

1.       Papa Francesco al Quirinale. Mattarella: "Impegno comune per migranti e lavoro"  1

2.       Papa al Quirinale: card. Bassetti (Cei), “un mandato per la Chiesa italiana”  1

3.       “Scholas Occurrentes”: il Papa lancia la sfida della globalizzazione “umana”  1

4.       L’ingresso di Mons. Perego a Ferrara: “Non chiudere mai le porte della Cattedrale e delle nostre chiese  2

5.       “Cristiani e musulmani: insieme per la cura della casa comune”  2

6.       Rinnovamento Carismatico: “Un Cenacolo a cielo aperto”  2

7.       Giubileo d'oro. Rinnovamento carismatico: Giovanni Traettino, “una risposta alla sete di Dio che c’è nell’uomo”  3

8.       Asti, rubata la reliquia di don Bosco: sparita l’urna con il cervello del santo  3

9.       “Essere seminatori di speranza”  4

10.   Il nuovo vertice della Cei. L’impegno politico della Chiesa  4

11.   Guerra di religione. Lo Stato islamico invade anche le cattoliche Filippine  5

12.   Mons. Arborelius diventa il primo cardinale svedese  5

13.   Deceduto don Guido Lemma, Missionario a Dortmund  5

14.   Deceduto don Antonio Bottoni, ex missionario a Ulm, Dreieich e Singen  6

15.   Papa: Una fede che non ascolta lo Spirito Santo diventa ideologica  6

 

 

1.       Papst besucht italienischen Präsidenten  6

2.       Groß-Gerau. Der letzte Hirte  6

3.       Dreifaltig: Papst Franziskus über die „Identität Gottes“  7

4.       Taufe als Mittel gegen Abschiebung?  7

5.       Kann Kirche Politik?  8

6.       Papst: „Wir können gottlos sein, aber Gott nicht menschlos“  8

7.       ARD-Themenwoche "Woran glaubst Du?" / "Die Story im Ersten" fragt: Ist der Osten ein "Land ohne Glauben?"  9

8.       Verleihung des Katholischen Preises gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus am 20. Juni 2017 in Berlin  9

9.       Krise in Venezuela: Bischöfe wollen mit dem Papst sprechen  9

10.   Osteuropa: Die vergessenen Migranten  10

11.   Sechster Zwischenruf im Wahljahr 2017 von Justitia et Pax  10

12.   Anglikanischer Primas: Kein Terror im Namen der Religion  11

13.   Pfingsten: Das Verschiedene bleibt und bildet dennoch Einheit 11

14.   Gegen Angst und Gewalt die christliche Botschaft setzen  11

15.   Papst trifft Kinder aus italienischen Erdbebengebieten  11

16.   Peru: Deutscher Bischof freut sich auf Dienst in armer Diözese  12

17.   „Frieden und Gerechtigkeit, Freiheit und Menschlichkeit zeugen von wahrhafter Frömmigkeit“  12

18.   Planspiel für junge Erwachsene. Geld regiert die Welt … oder?  12

19.   Neuer Weihbischof für Trier 13

20.   Ramadan. Seelsorgerin wirbt um Verständnis für Muslime  13

21.   „Weg von öligen Formeln“  13

22.   USA: Katholiken machen Front gegen Trumps Haushaltsplan  14

23.   Wege des Geistes. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  14

24.   Hessen. Gespräch der Landesregierung mit den Leitungen der Kath. Bistümer und der Ev. Kirchen in Hessen  15

 

 

 

Papa Francesco al Quirinale. Mattarella: "Impegno comune per migranti e lavoro"

 

Il Pontefice incontra nei giardini del Colle i ragazzi e le famiglie arrivati dalle zone terremotate: "Occupazione troppo precaria e poco retribuita" – di Umberto Rosso

 

ROMA - Un 'patto' sociale per il lavoro. Lanciato dal presidente della Repubblica e dal Papa, che stamattina è salito al Colle per ricambiare la visita in Vaticano dello scorso anno di Sergio Mattarella.

 

L'occupazione, in particolare quella fra i giovani, è "troppo precaria e poco retribuita" avverte Francesco, che invoca un lavoro 'stabile e dignitoso'.  È una priorità, aggiunge il capo dello Stato, "deve essere al centro dell'esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali". Poi, con un fuori programma, i due vanno ad incontrare nei giardini del Colle i ragazzi e le famiglie delle zone terremotate, che applaudono la passeggiata del presidente e del Papa.

 

Bergoglio li incoraggia e improvvisa un discorso. "Coraggio, state su, bisogna salire. Come dice quella bella canzone degli alpini, l'arte della salita sta non nel non cadere, ma nel non restare caduti". Una grande sintonia, 'politica' e umana fra i due,  grande cordialità e sorrisi. E come un manifesto comune di intenti che mette dunque al centro l'emergenza lavoro, ma anche l'immigrazione, la lotta al terrorismo e al fondamentalismo, i cambiamenti climatici. "Non possiamo abdicare agli accordi di Parigi", denuncia con forza il presidente della Repubblica. Papa Bergoglio arriva cinque minuti in anticipo sull'orario, fissato per le 11, a bordo della solita utilitaria e senza insegne da capo dello Stato del Vaticano. Dopo gli onori si chiudono le porte dello studio alla Vetrata dove il capo dello Chiesa e il capo dello Stato italiano restano a colloquio.

 

Le prime parole del Papa nell'incontro privato esprimono un caloroso ringraziamento al nostro Paese: "Grazie signor presidente per ciò che state facendo, per la generosità dell'Italia nei confronti dei profughi e degli immigrati". E Mattarella; "È un nostro dovere, santità. Speriamo che anche la comunità internazionale e quella europea se ne facciano sempre più carico, per agire insieme".

 

Una trentina di minuti di colloquio. Quando termina, entrano i tre figli e quattro nipoti del presidente. La benedizione del Papa, che dona loro un rosario. Mattarella aveva regalato a Bergoglio un fermaglio di piviale in argento, una spilla da agganciare appunto al mantello liturgico. Il Papa aveva ricambiato con un'icona dei Beati Pietro e Paolo di fine XVII secolo, dai Musei Vaticani. Al Colle, ad accoglierlo, anche il premier Paolo Gentiloni, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e Maria Elena Boschi.

 

I giovani, dunque, al centro delle comuni preoccupazioni. E ci sono centinaia di ragazzi che, prima nel cortile d'onore e poi nei giardini del Colle, li aspettano. Una novità nel cerimoniale delle visite al Colle dei capi di Stato, con Mattarella che ha voluto appunto aprire le porte al pubblico anche in occasione dell'arrivo del Papa. Vengono da cinque regioni colpite dal sisma (Abruzzo, Marche, Umbria, Lazio, Emilia), dalle scuole elementari al liceo. A Bergoglio regalano disegni e dolcetti.

 

Nel Salone dei Corazzieri, invece le dichiarazioni ufficiali. L'appello comune all'accoglienza dei profughi. "I problemi, i grandi problemi di questa epoca – dice Mattarella – se affrontati con un approccio inadeguato e angusto rischiano di travolgerci". E il richiamo del Papa a chi ha responsabilità in campo politico e

amministrativo per un "paziente e umile lavoro" per il bene comune, che "cerchi di rafforzare i legami fra gente e istituzioni": ci sono problemi complessi che "nessuno può pretendere di risolvere da solo". LR 11

 

 

 

Papa al Quirinale: card. Bassetti (Cei), “un mandato per la Chiesa italiana”

 

“Dopo aver partecipato a questo incontro, mi sarebbe difficile immaginare un battesimo migliore con cui iniziare il servizio affidatomi come Presidente della Conferenza episcopale italiana”. Così il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, commenta a caldo la visita ufficiale di Papa Francesco al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Sono rimasto colpito dalla simmetria e complementarietà dei due discorsi – continua – a riprova di quanto, nella giusta distinzione delle rispettive competenze, ci sia uno spazio enorme di collaborazione cordiale e proficua per il bene del Paese”. In particolare, aggiunge, “la fiducia e la stima che il Presidente della Repubblica ha espresso nei confronti della Chiesa italiana ci porta a continuare con rinnovato impegno la vicinanza delle nostre comunità cristiane alle famiglie, a chi cerca lavoro, a quanti sono stati provati dal terremoto, agli immigrati”. “Faccio mio lo sguardo con cui Papa Francesco ha invitato a trasformare le difficoltà in occasione di crescita e, quindi, di nuove opportunità”, conclude il cardinale presidente: “Per questo conto molto sul cammino con i Vescovi italiani: nelle prossime settimane inizierò a mettere a punto un’agenda condivisa, nella convinzione che soltanto insieme riusciremo a vivere davvero, secondo le parole del Santo Padre, le gioie e i dolori della nostra gente, cercando di alleviarne le sofferenze, di rafforzare il legame sociale, di aiutare tutti a costruire il bene comune”. Sir 10

 

 

 

“Scholas Occurrentes”: il Papa lancia la sfida della globalizzazione “umana”

 

Inaugurazione della sede romana della rete di istituti educative – di Anita Bourdin

 

In un videocollegamento in diretta streaming con giovani della rete di istituti educativi “Scholas Occurrentes”, papa Francesco ha lanciato oggi la sfida di umanizzare la globalizzazione.

Il Pontefice si è collegato infatti venerdì 9 giugno, alle ore 17, con giovani di nove Paesi di tutto il mondo — Italia, Colombia, Haiti, Paraguay, Argentina, Brasile, Messico, Spagna ed Emirati Arabi Uniti — di “Scholas Ciudadanía”, un ramo della grande rete “Scholas Occurrentes”, per una videoconferenza sul tema “Tutto in questo mondo ha un senso, persino questo sassolino…”. 

L’occasione era l’inaugurazione della sede romana di “Scholas Occurrentes” nel Palazzo San Callisto, di proprietà della Santa Sede, nel quartiere di Trastevere.

Dopo aver ascoltato i giovani, il Pontefice ha preso la parola. “La vostra testimonianza fa bene”, così ha detto, aggiungendo poi in modo scherzoso che anche “l’aria condizionata farebbe bene qui”.

Papa Francesco ha insistito in particolare sul senso o significato di ogni cosa, di ogni persona nel mondo, mostrando appunto ai giovani un sassolino grigio, un’allusione al titolo dell’evento.

Francesco ha poi proposto la sfida di realizzare una mondializzazione “umana”, in cui ciascuno “condivide” con gli altri il “senso” di cui è portatore.

Per umanizzare la globalizzazione occorre “includere”, “dare la mano”, “abbracciare”, invece di escludere, ha detto il Papa, il quale ha aggiunto che bisogna rifiutare l’“elitismo”, poiché forma un “gruppo chiuso” ed “egoista”.

In questo modo si diventa incapace di pensare, di sentire, di lavorare con l’altro, ha avvertito Francesco, che ha definito questo atteggiamento una “tentazione del mondo di oggi”.

Il pericolo di questo elitismo è che poi si finisce anche a scegliere soltanto coloro “che possono pagare l’educazione”, ma questo non è la “vera educazione”, ha detto il Papa, che ha usato il neologismo “elitizzare”.

La sfida proposta ai giovani di “Scholas” è quindi “condividere con gli altri le caratteristiche di ogni sassolino”, e questo si fa “umanamente”, “non animalmente”, vale a dire “dialogando, non aggredendo”.

Mentre ha messo i giovani in guardia da una società sempre più “elitista” e sempre meno “partecipativa”, li ha esortati a non “lasciarsi escludere”.

Ognuno di noi ha un senso, ha sottolineato, mostrando di nuovo il sassolino. Ognuno deve quindi scoprire il “suo” senso, per poter condividerlo, ha ricordato il Papa. “Se non si condivide, si finisce al museo: nessuno di voi vuole finire al museo”, ha esclamato sorridendo.

Il Pontefice ha messo in guardia da un altro pericolo, cioè quello di concepire la globalizzazione come una uniformizzazione, che cancella le caratteristiche di ciascuno: “se non sei nel sistema, non esisti”.

All’incontro nel Palazzo San Callisto hanno partecipato tra gli altri il presidente mondiale di “Scholas”, José María Del Corral, e il segretario dell’organismo, Enrique Palmeyro, inoltre la Ministra dell’Istruzione italiana, Valeria Fedeli, nonché il direttore generale della AS Roma, Mauro Baldissoni, accompagnato dal calciatore Alessandro Florenzi, e Paolo Picchio, padre di Carolina, giovane vittima del cyberbullismo.

Come ricorda un comunicato stampa, “Scholas”, che è attualmente il più grande movimento studentesco a livello mondiale, ha preso il via 20 anni fa in Argentina, quando Jorge Mario Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires.

L’iniziativa è stata “rifondata” poi dallo stesso papa Francesco in seno alla Pontificia Accademia delle Scienze nel 2013, dedicandosi ai bambini e ragazzi in difficoltà e promuovendo strategie educative attraverso lo sport, l’arte e la tecnologia. (pdm) Zenit 9

 

 

 

 

L’ingresso di Mons. Perego a Ferrara: “Non chiudere mai le porte della Cattedrale e delle nostre chiese   

 

Ferrara - “Con emozione e preoccupazione, unite alla gioia e alla speranza, inizio il mio ministero episcopale tra voi e con voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Ferrara-Comacchio”. Inizia così l’omelia di ingresso nella diocesi mons. Gian Carlo Perego, già direttore della Fondazione Migrantes. Dopo i saluti ai vescovi partecipanti, tra i quali mons. Matteo Zuppi di Bologna, mons. Antonio Napolioni di Cremona, mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes e il suo predecessore mons. Luigi Negri, lo sguardo del neo arcivescovo è andato alla cattedrale di Ferrara “la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto. Nelle sue ferite vedo anzitutto – ha detto - le ferite di tante nostre comunità, dove le case, la chiesa, la scuola, i luoghi del lavoro e dell’incontro non sono ancora stati risanati. Nelle ferite della Cattedrale vedo, inoltre, anche le sofferenze di tante famiglie e persone: per il lavoro che manca o non è degno, per la malattia, per la solitudine e l’abbandono, per un dialogo generazionale interrotto. Nelle ferite della Cattedrale vedo anche le ferite e le fatiche delle nostre parrocchie: ad arrivare a tutti, in particolare ai giovani, a costruire relazioni con chi vive da anni sul territorio e per chi arriva”. E sempre guardando alla Cattedrale il presule parla delle “tre meravigliose facciate”: la porta centrale “ci ricorda e rimanda all’Eucaristia, forma della Chiesa che – diceva Giorgio La Pira – salva la città, anche quando è povera, solitaria e celebrata nel cuore della città con poche persone, che magari vi partecipano un po' svagatamente. Dalla stessa porta l’Eucaristia esce nel cuore delle persone e tocca i luoghi familiari della nostra vita: la casa, il lavoro, la malattia, il peccato, la vita e la morte. Una delle altre due porte ci ricorda che in Cattedrale si entra per l’ascolto e l’annuncio della Parola che invita a scelte responsabili, a un nuovo stile di vita. E da questa porta si esce e si portano in città le ragioni della speranza cristiana, con gioia. La terza porta è la porta della carità, che ricorda che la Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti. E da questa porta si esce e s’impara a condividere, ad accogliere, a dialogare, ad aprirsi alla pace e alla vita”. Da qui l’invito a “non chiudere mai queste tre porte della Cattedrale e delle nostre chiese, perché queste tre porte ci ricordano i tre impegni del cristiano! Anzitutto l’impegno di strutturare la nostra vita di fede, illuminata dallo Spirito Santo, come ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, sui tempi di Dio e dell’uomo (l’Anno liturgico), sui segni della grazia (i sacramenti), che baciano le stagioni diverse della nostra vita”. E poi l’invito a “testimoniare la fede non solo a parole, ma con i fatti, con il coraggio del dialogo, dell’accoglienza, della giustizia e della carità, con uno sguardo dalla città al mondo”. Questa Cattedrale – ha concluso -  ricorda oggi, “ad ognuno di noi, ad ogni famiglia, ad ogni comunità, alla città, a chi arriva o a chi passa ‘la bellezza della fede’, che illumina la vita”. E poi il ricordo del neo arcivescovo di ferrara-Comacchio dello “sguardo ad Oriente di questa nostra Chiesa”: una Chiesa che “ha saputo dalle sue origini respirare ‘a due polmoni’ – per usare un’espressione del Santo Papa Giovanni Paolo II – Oriente e Occidente, con una teologia e una spiritualità monastica aperta alla fraternità (privilegium amoris) e al dono di sé (donum lacrimarum), ispirandosi a S. Romualdo, di cui S. Guido, abate di Pomposa, è discepolo. In secondo luogo, questa Chiesa ha interpretato in diverse occasioni la voglia di riforma della Chiesa, di una purificazione da abitudini, resistenze, chiusure, di cui sono testimonianza esperienze straordinarie di vita contemplativa e attiva e figure – come il beato Vescovo Giovanni Tavelli da Tossignano e il domenicano  Girolamo Savonarola – che sogneranno e daranno anche la vita  per una Chiesa  ‘libera, povera e bella’. Infine nella storia della spiritualità contemporanea di questa Chiesa incontriamo l’impegno sociale e politico come luogo per un nuovo servizio all’uomo nel lavoro, nell’economia, nella finanza, nella cultura”. Lo sguardo ad Oriente, che oggi “significa apertura al mondo e al dialogo ecumenico e interreligioso”, una riforma della Chiesa, che “oggi chiede responsabilità e trasparenza, sinodalità, un rinnovato impegno politico e sociale sono tre linee di continuità nella Chiesa tra Ferrara e Comacchio, che vive in pianura e si affaccia la mare, che guarda a Roma e a Costantinopoli, ad Atene e a Gerusalemme, e che vuole prepararsi al futuro con gioia e speranza”.

Prima della celebrazione mons. Perego ha ricevuto il saluto dell'arcivescovo metropolita mons, Zuppi, del suo prececessore mons. Negri e il saluto di rappresentanti delle varie componenti religiose e laicali della diocesi. 

Raffaele Iaria, MO/de.it.press

 

 

 

“Cristiani e musulmani: insieme per la cura della casa comune”

 

Riprendiamo di seguito il messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ai musulmani per il mese del Ramadan, diffuso il 2 giugno scorso dalla Santa Sede. Il testo porta la firma del presidente dell’organismo, il cardinale Jean-Louis Tauran, e del segretario, mons. Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.I.

 

Cristiani e musulmani: insieme per la cura della casa comune

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Vogliamo assicurarvi della nostra solidarietà orante in questo tempo di digiuno nel mese di Ramadan e per la celebrazione conclusiva di ‘Id al-Fitr, estendendo a voi di cuore i nostri migliori auguri di serenità, gioia e abbondanti doni spirituali.

Il Messaggio di quest’anno è particolarmente attuale e significativo: cinquant’anni fa, nel 1967, solo tre anni dopo l’istituzione di questo Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (PCDI) da Papa Paolo VI, il 19 maggio del 1964, per la prima volta fu inviato un Messaggio per questa occasione.

Negli anni seguenti, due Messaggi sono stati particolarmente importanti: quello del 1991, durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, dal titolo “La via dei credenti è la via della pace”, e quello del 2013, nel primo anno di pontificato di Papa Francesco, dal titolo “La promozione del mutuo rispetto attraverso l’educazione”, entrambi firmati dai Pontefici stessi.

Tra le numerose attività del PCDI per promuovere il dialogo con i musulmani, la più importante e di lunga data è il Messaggio annuale per il Ramadan e per ‘Id al-Fitr, rivolto ai musulmani di tutto il mondo. Per condividere questo Messaggio nel modo più ampio possibile, il PCDI è assistito dalle comunità cattoliche locali, come pure dai Rappresentanti Pontifici presenti in quasi tutti i paesi del mondo.

L’esperienza di entrambe le nostre comunità afferma il valore di questo Messaggio per promuovere cordiali relazioni tra vicini e amici cristiani e musulmani, offrendo riflessioni su sfide attuali e urgenti.

Per quest’anno, il PCDI si ispira alla Lettera Enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’- Sulla cura della casa comune”, indirizzata non solo ai cattolici e ai cristiani, ma a tutta l’umanità.

Papa Francesco attira l’attenzione sui danni causati all’ambiente, a noi stessi ed ai nostri simili, dai nostri stili di vita e dalle nostre decisioni. Ci sono, ad esempio, alcune prospettive filosofiche, religiose e culturali che rappresentano una minaccia per il rapporto dell’umanità con la natura. Accogliere questa sfida coinvolge tutti noi, a prescindere dal fatto che professiamo o meno una credenza religiosa.

Lo stesso titolo dell’Enciclica è espressivo: il mondo è una “casa comune”, una dimora per tutti i membri della famiglia umana. Pertanto, nessuna persona, nazione o popolo può imporre in modo esclusivo la propria comprensione del pianeta. È per questo che Papa Francesco invita a “rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del nostro pianeta. … perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti” (n. 14).

Papa Francesco afferma che “la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore” (n. 217). Ciò che serve è l’educazione, un’apertura spirituale e una “conversione ecologica globale” per affrontare adeguatamente questa sfida. Come credenti, il nostro rapporto con Dio deve essere sempre più evidente attraverso il modo di rapportarci al mondo che ci circonda. La nostra vocazione di essere custodi dell’opera di Dio non è né facoltativa, né marginale in relazione al nostro impegno religioso come cristiani e musulmani: è parte essenziale di esso.

Possano i pensieri religiosi e le benedizioni che derivano dal digiuno, dalla preghiera e dalle buone opere, sostenervi, con l’aiuto di Dio, sulla via della pace e della bontà, nel prendervi cura di tutti i membri della famiglia umana e di tutto il Creato! È con questi sentimenti, che vi auguriamo, ancora una volta, serenità, gioia e prosperità.

Jean-Louis Cardinale Tauran, Presidente

Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.J., Segretario

 

 

 

 

Rinnovamento Carismatico: “Un Cenacolo a cielo aperto”

 

Circa 50.000 membri di movimenti carismatici di tutto il mondo hanno accolto ieri, sabato 3 giugno 2017, papa Francesco al Circo Massimo nel cuore di Roma per la veglia di preghiera di Pentecoste, organizzata in occasione del Giubileo d’Oro del Rinnovamento Carismatico Cattolico. Il Pontefice ha definito l’evento “un Cenacolo a cielo aperto”, perché — a differenza degli Apostoli a Gerusalemme — “non abbiamo paura”.

Insieme ai leader dei movimenti carismatici, anche di altre Chiese e denominazioni cristiane, il Papa si è unito, braccia alzate, al canto di lode e ha ricordato che anche lui, a Buenos Aires, ha ricevuto il “battesimo nello Spirito Santo”, quando celebrava nella cattedrale la Messa con il Rinnovamento Carismatico.

“Grazie della testimonianza che voi date oggi, qui: grazie! Ci fa bene a tutti, fa bene anche a me, a tutti!”, ha detto Jorge Bergoglio all’inizio del suo discorso o meditazione, in cui ha sviluppato tre caratteristiche del Rinnovamento Carismatico: battesimo nello Spirito Santo, lode e servizio all’uomo, tre cose — così ha sottolineato — che sono “indissolubilmente unite”.

“Oggi — ha affermato il Papa alla vigilia della solennità di Pentecoste — siamo qui, come in un Cenacolo aperto, perché non abbiamo paura; a cielo aperto ma anche con il cuore aperto per la promessa del Padre.”

Il Rinnovamento Carismatico — ha proseguito Francesco — non è né una “istituzione”, né una “organizzazione”, ma una “corrente di grazia”, nata del resto “ecumenica”.

Infatti, “nacque ecumenica perché è lo Spirito Santo che crea l’unità ed è il medesimo Spirito Santo che diede l’ispirazione perché fosse così!”, ha spiegato il Santo Padre, sottolineando l’importanza di leggere a tal riguardo le opere del fu cardinale ed arcivescovo di Malines-Bruxelles, Léon-Joseph Suenens (1904-1996).

Papa Francesco ha incoraggiato quindi i presenti a lavorare per “l’unità dei cristiani”, che è “più urgente che mai”, invitandoli a stabilire “legami di amicizia fraterna che ci incoraggino nel cammino verso l’unità, l’unità per la missione”, “per annunciare insieme l’amore del Padre per tutti i suoi figli”, “nella preghiera e nell’azione per i più deboli”.

“In nome di Gesù possiamo dimostrare con la nostra testimonianza che la pace è possibile”, “ma è possibile se noi siamo in pace tra noi”, ha detto il Pontefice, ben consapevole del fatto che esistono delle “differenze” tra le varie confessioni, “ma desideriamo essere una diversità riconciliata”, ha sottolineato.

Ritornando al 50° della nascita del Rinnovamento Carismatico Cattolico, papa Francesco ha esortato i partecipanti a proseguire il cammino mantenendo sempre la “gioia”. “Il cristiano o sperimenta la gioia nel suo cuore o c’è qualcosa che non funziona”, ha osservato, mentre ha ricordato che la Chiesa conta sul movimento. “La Chiesa conta su di voi, sulla vostra fedeltà alla Parola, sulla vostra disponibilità al servizio e sulla testimonianza di vite trasformate dallo Spirito Santo!”, ha detto al termine del suo discorso.

Prima di papa Francesco erano intervenuti il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa OFMCap, e il pastore della Chiesa Evangelica a Caserta, Giovanni Traettino, che il Papa visitò nel 2014.

La serata è proseguita con il proclama in varie lingue che “Gesù è il Signore! Dio lo ha risuscitato dai morti!” e con l’invocazione per una effusione dello Spirito Santo sulla terra, durante la quale il Papa ha fatto il gesto dell’imposizione delle mani sulla folla in preghiera. (pdm) Zenit 4

 

 

 

 

Giubileo d'oro. Rinnovamento carismatico: Giovanni Traettino, “una risposta alla sete di Dio che c’è nell’uomo”

 

A Roma in 30mila da tutto il mondo per il Giubileo d'Oro del Rinnovamento carismatico cattolico. Alla veglia di sabato 3 giugno al Circo Massimo parteciperà anche Papa Francesco. Oltre alle varie realtà del Rinnovamento cattolico, ci saranno anche esponenti del mondo evangelico e pentecostale. Intervista a Giovanni Traettino, pastore della Chiesa evangelica della Riconciliazione. Del movimento pentecostale dice: "È una proposta semplice. Un annuncio essenziale e fondamentale dell’Evangelo che risponde ad un bisogno dell’uomo" - di M. Chiara Biagioni

 

Trentamila partecipanti dall’Italia e da altri 127 Paesi del mondo a Roma per il Giubileo d’Oro del Rinnovamento carismatico cattolico. Un evento organizzato dall’ICCRS (International Catholic Charismatic Renewal Services) e dalla Catholic Fraternity. Si è aperto mercoledì 31 maggio con l’udienza generale in piazza San Pietro e si concluderà sabato 4 giugno. Sono presenti gli aderenti alle varie realtà del Rinnovamento cattolico e anche di esponenti del mondo evangelico e pentecostale. Un vero e proprio movimento ecumenico riunito a Roma “per pregare insieme alla vigilia della prossima festa di Pentecoste”. E alla veglia di sabato 3 giugno al Circo Massimo parteciperà anche Papa Francesco. La diffusione del movimento pentecostale e carismatico è un fenomeno dirompente, soprattutto nel Sud del mondo, che ha raggiunto anche l’Italia. Una realtà che “Papa Francesco conosce molto bene ed ha abbracciato riconoscendone la radice ecumenica”, dice il rev. Giovanni Traettino, il pastore della Chiesa evangelica della Riconciliazione che il Papa andò personalmente a trovare a Caserta il 28 luglio 2014.

Rev. Traettino, siete tantissimi. Che cosa attira del movimento carismatico e pentecostale? Come mai avete così tanto successo?

Credo che sia per la fame e sete di Dio che c’è nell’uomo di oggi, soprattutto nei poveri. Molto semplicemente. Ed è in questa direzione che si è sviluppato il movimento pentecostale a livello mondiale, rispondere all’esigenza di fare un’esperienza diretta di Dio, di farne la sua conoscenza. Credo che sia questa la chiave fondamentale per comprendere lo sviluppo del movimento pentecostale e di tutte le espressioni carismatiche anche all’interno delle Chiese storiche.

Se questa è la domanda, cosa ha da offrire il movimento carismatico e pentecostale?

Si tratta di una forma popolare di fede fondata sull’esperienza viva di Dio, sulla dimensione dell’adorazione che è fondamentale nell’ethos pentecostale e carismatico e sull’annuncio. Il movimento pentecostale ha una spinta fortemente evangelica e si radica nell’essere e farsi comunità, a livello locale. La dimensione della vita comunitaria è un aspetto molto importante: le Chiese diventano uno spazio all’interno del quale vivere relazioni autentiche. C’è un deserto fuori, nel mondo, per cui la Chiesa diventa un rifugio.

Si tratta però di una proposta spesso anche molto criticata. Venite descritti come degli esaltati. Voi come rispondete a queste critiche?

Ci sono chiaramente forme estreme, di radicalismi e fondamentalismi che sono comunque presenti in tutti i movimenti. Sono però estremismi che nel tempo vengono assorbiti. Le forme autentiche di fede rimangono, quelle estreme cadono. Bisogna saper aspettare con sapienza e grazia e guardare alla sostanza.

Nonostante le critiche, sta di fatto che mentre le parrocchie storiche si svuotano, le vostre comunità si riempiono. Cosa sta succedendo? Come si spiega questo fenomeno?

La modernità ha messo in crisi le Chiese e le Chiese hanno cercato di rincorrere la modernità. Razionalismo e secolarismo hanno invaso la Chiesa e la gente se non trova vita autentica – e questo vale anche nelle nostre comunità – alla fine se ne va. È un problema culturale. La Chiesa, in generale, è in crisi nel mondo occidentale. Questo è vero nel sud Europa ed è vero ancora di più nel Nord Europa.

Chi è interessato alla vostra proposta?

I movimenti di tipo pentecostale sono nati nella fascia più popolare e povera della società. È ciò che emerge dalle analisi sociologiche.

Perché?

Intanto perché è una proposta semplice. C’è un annuncio essenziale e fondamentale dell’Evangelo e poi perché risponde a un bisogno autentico, vero dell’uomo. Il Vangelo risponde ai bisogni autentici dell’uomo. Bisogna allora tornare ai fondamenti, alle cose essenziali. Credo che tutto il cristianesimo potrà essere rinnovato se ha questa capacità di autoriformarsi e di tornare in modo puro e semplice all’annunzio del Vangelo. Credo che il tentativo e lo sforzo di Papa Francesco, per esempio, con l’Evangelii Guadium, vadano proprio in quella direzione.

Ecco appunto, Papa Francesco. Chi è per voi?

Posso parlare per me. Ho un grande affetto per lui. Sono profondamente toccato dalla sua relazione con Cristo. Potrà sembrare poco, ma non è una affermazione che faccio alla leggera.

È un cristiano autentico, un vero discepolo di Gesù.

A Roma vi presenterete come movimento ecumenico. In che cosa consiste l’unità tra le diverse espressioni dei movimenti pentecostali e carismatici che rappresentate?

Tra carismatici e pentecostali, c’è un fondamento di spiritualità comune che rimanda alla relazione con lo Spirito Santo, cioè la scoperta dello Spirito Santo nella vita personale. Questo crea una premessa, una base di carattere spirituale sulla quale poggia l’apertura, il dialogo, l’amicizia.

Da lì poi parte tutto. Come dice Papa Francesco, la cultura dell’incontro aiuta ad abbassare le barriere, a costruire ponti, ad approfondire le relazioni all’interno delle quali poi diventa anche più facile ragionare anche su questioni di carattere teologico.

Però tutto parte da una premessa di base, con il fondamento di Cristo nella nostra vita e con l’azione dello spirito Santo nella nostra vita. Sir 31

 

 

 

 

Asti, rubata la reliquia di don Bosco: sparita l’urna con il cervello del santo

 

La reliquia si trovava dietro l’altare maggiore, nella parte inferiore della basilica costruita nei luoghi natii del fondatore della congregazione salesiana

 

L’urna contenente il cervello di San Giovanni Bosco è stata rubata nelle scorse ore dalla Basilica di Colle Don Bosco, nell’Astigiano. Lo si apprende da fonti investigative. La reliquia si trovava dietro l’altare maggiore, nella parte inferiore della basilica costruita nei luoghi natii del fondatore della congregazione salesiana.

Dietro l’altare

Colle don Bosco è la collina che sorge in borgata Becchi, frazione Morialdo del comune di Castelnuovo (Asti), dove San Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815. La basilica è stata consacrata nel 1984. Le reliquie del Santo sono collocate dietro l’altare della Chiesa inferiore, a indicare il luogo di nascita del fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Santo molto caro a Bergoglio, in occasione dei 200 anni della sua nascita, nel 2015, Papa Francesco gli ha reso omaggio nella basilica di Maria Ausiliatrice, a Torino. «Sono tanto riconoscente ai salesiani, per quello che hanno fatto per la mia famiglia, che era molto attaccata a loro», aveva detto in quella occasione. «Mia mamma e mio papà - aveva aggiunto Francesco - sono stati sposati da un salesiano, missionario della Patagonia, proveniente da Lodi, che mi ha molto aiutato nella mia vocazione».

La basilica chiusa

La basilica è chiusa da questa mattina, nonostante la presenza consueta di numerosi fedeli. Nessuno, tra i pellegrini presenti, tra cui numerose scolaresche, sembra essere al corrente di quanto accaduto. «Siamo sconvolti, una cosa del genere non ce l’aspettavamo proprio», si limitano a dire all’infopoint allestito accanto alla chiesa. Secondo quanto appreso, nelle ultime settimane i salesiani della basilica avrebbero subito altri furti, tutti però di poco conto.

Salesiani: «Il Santo non si può rubare»

Don Ezio Orsini, rettore della Basilica di Castelnuovo, si dice «molto addolorato» ma anche «sicuro» che si possa trafugare una sua reliquia «ma non si possa rubare don Bosco a noi e ai tanti pellegrini che ogni giorno visitano questi luoghi». «Confidiamo che don Bosco - aggiunge il salesiano - possa toccare il cuore di chi ha compiuto tale gesto e farlo ritornare sui suoi passi così come era capace di trasformare la vita dei giovani che incontrava». L l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, lancia l’invito a chi ha sottratto la reliquia «a restituirla subito, senza condizioni». Nosiglia denuncia la «profonda miseria morale» insita in quanto accaduto. Cds 3

 

 

 

“Essere seminatori di speranza”

 

Riprendiamo di seguito il testo completo della catechesi tenuta da papa Francesco durante l’Udienza generale di mercoledì 31 maggio 2017.

 

La Speranza cristiana. Lo Spirito Santo ci fa abbondare nella Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’imminenza della solennità di Pentecoste non possiamo non parlare del rapporto che c’è tra la speranza cristiana e lo Spirito Santo. Lo Spirito è il vento che ci spinge in avanti, che ci mantiene in cammino, ci fa sentire pellegrini e forestieri, e non ci permette di adagiarci e di diventare un popolo “sedentario”.

La lettera agli Ebrei paragona la speranza a un’àncora (cfr 6,18-19); e a questa immagine possiamo aggiungere quella della vela. Se l’àncora è ciò che dà alla barca la sicurezza e la tiene “ancorata” tra l’ondeggiare del mare, la vela è invece ciò che la fa camminare e avanzare sulle acque. La speranza è davvero come una vela; essa raccoglie il vento dello Spirito Santo e lo trasforma in forza motrice che spinge la barca, a seconda dei casi, al largo o a riva.

L’apostolo Paolo conclude la sua Lettera ai Romani con questo augurio: sentite bene, ascoltate bene che bell’augurio: «Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (15,13). Riflettiamo un po’ sul contenuto di questa bellissima parola.

L’espressione “Dio della speranza” non vuol dire soltanto che Dio è l’oggetto della nostra speranza, cioè Colui che speriamo di raggiungere un giorno nella vita eterna; vuol dire anche che Dio è Colui che già ora ci fa sperare, anzi ci rende «lieti nella speranza» (Rm 12,12): lieti ora di sperare, e non solo sperare di essere lieti. E’ la gioia di sperare e non sperare di avere gioia, già oggi. “Finché c’è vita, c’è speranza”, dice un detto popolare; ed è vero anche il contrario: finché c’è speranza, c’è vita. Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere e hanno bisogno dello Spirito Santo per sperare.

San Paolo – abbiamo sentito – attribuisce allo Spirito Santo la capacità di farci addirittura “abbondare nella speranza”. Abbondare nella speranza significa non scoraggiarsi mai; significa sperare «contro ogni speranza» (Rm 4,18), cioè sperare anche quando viene meno ogni motivo umano di sperare, come fu per Abramo quando Dio gli chiese di sacrificargli l’unico figlio, Isacco, e come fu, ancora di più, per la Vergine Maria sotto la croce di Gesù.

Lo Spirito Santo rende possibile questa speranza invincibile dandoci la testimonianza interiore che siamo figli di Dio e suoi eredi (cfr Rm 8,16). Come potrebbe Colui che ci ha dato il proprio unico Figlio non darci ogni altra cosa insieme con Lui? (cfr Rm 8,32) «La speranza – fratelli e sorelle – non delude: la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Perciò non delude, perché c’è lo Spirito Santo dentro di noi che ci spinge ad andare avanti, sempre! E per questo la speranza non delude.

C’è di più: lo Spirito Santo non ci rende solo capaci di sperare, ma anche di essere seminatori di speranza, di essere anche noi – come Lui e grazie a Lui – dei “paracliti”, cioè consolatori e difensori dei fratelli, seminatori di speranza. Un cristiano può seminare amarezze, può seminare perplessità, e questo non è cristiano, e chi fa questo non è un buon cristiano. Semina speranza: semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza. Il Beato cardinale Newman, in un suo discorso, diceva ai fedeli: «Istruiti dalla nostra stessa sofferenza, dal nostro stesso dolore, anzi, dai nostri stessi peccati, avremo la mente e il cuore esercitati ad ogni opera d’amore verso coloro che ne hanno bisogno. Saremo, a misura della nostra capacità, consolatori ad immagine del Paraclito – cioè dello Spirito Santo –, e in tutti i sensi che questa parola comporta: avvocati, assistenti, apportatori di conforto. Le nostre parole e i nostri consigli, il nostro modo di fare, la nostra voce, il nostro sguardo, saranno gentili e tranquillizzanti» (Parochial and plain Sermons, vol. V, Londra 1870, pp. 300s.). E sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro “paraclito”, cioè consolatore e difensore, come lo Spirito Santo fa con ognuno di noi, che stiamo qui in Piazza, consolatore e difensore. Noi dobbiamo fare lo stesso con i più bisognosi, con i più scartati, con quelli che hanno più bisogno, quelli che soffrono di più. Difensori e consolatori!

Lo Spirito Santo alimenta la speranza non solo nel cuore degli uomini, ma anche nell’intero creato. Dice l’Apostolo Paolo – questo sembra un po’ strano, ma è vero: che anche la creazione “è protesa con ardente attesa” verso la liberazione e “geme e soffre” come le doglie di un parto (cfr Rm 8,20-22). «L’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello Spirito di Dio che “aleggiava sulle acque” (Gen1,2) all’inizio della creazione» (Benedetto XVI, Omelia, 31 maggio 2009). Anche questo ci spinge a rispettare il creato: non si può imbrattare un quadro senza offendere l’artista che lo ha creato.

Fratelli e sorelle, la prossima festa di Pentecoste – che è il compleanno della Chiesa – ci trovi concordi in preghiera, con Maria, la Madre di Gesù e nostra. E il dono dello Spirito Santo ci faccia abbondare nella speranza. Vi dirò di più: ci faccia sprecare speranza con tutti quelli che sono più bisognosi, più scartati e per tutti quelli che hanno necessità. Grazie. Papa Francesco 31.05.

 

 

 

 

Il nuovo vertice della Cei. L’impegno politico della Chiesa

 

La storia di un Paese è una cosa maledettamente complessa, che si fa e va considerata nei tempi lunghi, evitando soprattutto di restare prigionieri dei propri giudizi e delle proprie passioni dell’oggi o dell’appena ieri - di Ernesto Galli della Loggia

 

La designazione del cardinale Bassetti alla presidenza della Conferenza episcopale italiana è stata generalmente considerata la prova di quella definitiva svolta «antipolitica» voluta da tempo da papa Francesco e finalmente adottata dall’episcopato della Penisola. Una svolta, bisogna aggiungere, giudicata perlopiù con favore dall’opinione pubblica, che è in grande maggioranza ostile anche’essa all’idea che la Chiesa «faccia politica».

Infatti, nella prospettiva che oggi sembra prevalere nel mondo cattolico e fuori di esso, alla Chiesa dovrebbero venire affidate principalmente due missioni. Occuparsi in special modo di coloro che a vario titolo sono vittime di situazione di disagio, di privazione, di sofferenza - di situazioni cioè che richiedono per l’appunto la sua misericordia e/o il suo aiuto e conforto. E in secondo luogo essa dovrebbe rivolgere la sua attenzione nel denunciare e far luce sui grandi mali strutturali del mondo: dalla distruzione della natura all’ingiusta divisione delle risorse, dal commercio delle armi alle grandi migrazioni umane. La vasta popolarità di papa Francesco è dovuta in misura significativa proprio all’immagine che ci si è fatta del suo pontificato come orientato precisamente in queste due direzioni. Le quali, tuttavia, mi pare che lascino in certo senso irrisolto il problema non da poco del ruolo delle Chiese nazionali: un problema che ha un rilievo tutto particolare in Europa.

So bene che l’espressione Chiese nazionali — tipica delle Chiese riformate luterane — è dottrinariamente inapplicabile all’universalismo delle Chiese cattoliche pur operanti nei diversi Stati. Ma è anche vero che specie in Europa, le Chiese cattoliche stabilite nei vari Stati nazione, a causa del loro insediamento più che millenario nonché dello spessore e della ricchezza della loro presenza, sono quasi divenute un tutt’uno con le vicende storiche delle rispettive collettività nazionali. Divenendone, si voglia o no, delle protagoniste. E tuttavia, su quale possa o debba essere oggi la loro specifica missione, se esse conservino ancora o no un significato, e quale, si direbbe che l’opinione pubblica cattolica e lo stesso pontificato attuale siano però assai parchi d’indicazioni. Tra il livello planetario dei mali del mondo da un lato, e dall’altro quello dell’«ospedale da campo» per le moltitudini di individui, manca insomma una chiara messa a fuoco del senso specifico da attribuire a quell’ambito, chiamiamolo così intermedio, che invece è in certo senso proprio delle Chiese nazionali. Devono esse ancora mantenere un rapporto con la loro tradizionale identità storica? Hanno ancora un compito specifico?

Il problema riguarda soprattutto quei Paesi come l’Italia rimasti fino all’Ottocento di forte tradizione e in stragrande maggioranza cattolici. Nei quali, però, proprio nell’Ottocento si creò un violento antagonismo (non importa qui vederne le ragioni) tra una politica di orientamento liberale forte di uno Stato ultralaico da un lato, e la Chiesa cattolica e per certi aspetti lo stesso cattolicesimo dall’altro. Ne risultò che è stato assai difficile per la Chiesa, attaccata politicamente e forte a sua volta di un ampio sostegno popolare, poter decidere, seppur ne avesse avuto mai voglia, di tenersi lontana dalla politica, di non «fare politica».

Il fatto è che «fare politica» può voler dire molte cose. Può voler dire brigare per posti, denari e favori, o invece avere una visione del mondo diversa da quella vigente, organizzare pezzi di società, dare loro voce, proporre soluzioni. E naturalmente, come accade in tutte le faccende umane, capita che vi sia un’area in cui i due ambiti si lambiscono o addirittura si sovrappongono. Il che è di sicuro capitato anche alla Chiesa, al clero e ai cattolici italiani quando hanno «fatto politica»: cioè sempre. Dal momento che – in un modo ovviamente ogni volta diverso – hanno fatto politica don Bosco e don Sturzo, don Morosini e i sacerdoti della Brigata Osoppo, hanno «fatto politica» la Fuci di Montini e L’Azione cattolica di Gedda così come la «Comunità di Sant’Egidio» (il cui presidente è stato addirittura ministro della Repubblica) o «Comunione e Liberazione». E per dirne un’altra: c’è per caso qualcuno convinto che nelle elezioni del ‘48 la Chiesa avrebbe fatto meglio a non «fare politica»? Senza il suo impegno non solo probabilmente non ci sarebbe stato De Gasperi ma non ci sarebbero state le cooperative, le società di mutuo soccorso, le associazioni sindacali, le lotte per l’emancipazione, che hanno rappresentato una parte non proprio indifferente dell’Italia migliore. Certo, insieme ai detriti che il legno storto dell’umanità produce immancabilmente. Ma alla fine che cosa è più importante?

In verità la storia di un Paese è una cosa maledettamente complessa, che si fa e va considerata nei tempi lunghi, evitando soprattutto di restare prigionieri dei propri giudizi e delle proprie passioni dell’oggi o dell’appena ieri. Ovvero, per restare all’argomento, avendo un’opinione o l’altra a seconda che la Chiesa faccia politica come a noi piace o come a noi non piace. A me pare che la storia dell’Italia moderna ci dica che in generale il Paese non ha certo scapitato dall’impegno politico dei cattolici , e sarei davvero sorpreso che non fosse d’accordo proprio il cardinale Gualtiero Bassetti che appena eletto ha indicato come sue figure di riferimento Giorgio La Pira e don Milani, due personalità che fino a prova contraria la politica l’avevano nel sangue. Di quell’impegno dei cattolici l’Italia ha forse ancora oggi bisogno. La domanda allora è: può mai esserci senza la Chiesa o a prescindere da essa? Mi sembra difficile pensarlo.

CdS 29

 

 

 

 

Guerra di religione. Lo Stato islamico invade anche le cattoliche Filippine

 

Domenica 28 maggio, al "Regina Caeli", papa Francesco ha rotto il silenzio sul carattere religioso della guerra scatenata dallo Stato islamico e da altri settori affini del mondo musulmano.

 

Ha infatti rimarcato che le 30 vittime, "tra cui anche bambini", dell'eccidio di due giorni prima in Egitto erano "fedeli che si recavano a un santuario a pregare, e sono stati uccisi dopo che si erano rifiutati di rinnegare la loro fede cristiana". Sono quindi "martiri" nel vero senso della parola, uccisi per la loro fede.

Francesco non ha detto nulla di specifico sugli autori dell'aggressione. Li ha semplicemente definiti "terroristi". Ma se hanno agito come da lui descritto, logica vuole che li abbia giudicati mossi proprio da motivi religiosi, cioè da quella "idea di conquista inerente all’anima dell’islam" che lo stesso Francesco, in altra occasione, ha indicato come movente di simili atti, incredibilmente però equiparando tale musulmana idea di conquista con "la fine del Vangelo di Matteo dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni".

Per una curiosa coincidenza, proprio questo testo di Matteo – "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…" – era il brano evangelico letto domenica scorsa, festa dell'Ascensione, in tutte le chiese cattoliche e commentato dal papa al "Regina Caeli". Per fortuna, questa volta, senza riproporre la scriteriata equiparazione, già severamente criticata, all'epoca, da due autorevoli studiosi come l'islamologo gesuita Samir Khalil Samir e il filosofo e arabista Rémi Brague.

Equiparazione, però, inopinatamente rilanciata il 25 maggio dal cardinale Gualtiero Bassetti, nominato due giorni prima da papa Francesco presidente della conferenza episcopale italiana. Con in più la negazione insistita di ogni vero movente religioso nel terrorismo musulmano:

"Non sono le religioni che provocano la violenza o il terrorismo; sono schegge impazzite di religioni. Ne abbiamo avute anche nel mondo cattolico. Molti dei brigatisti rossi venivano, per esempio, dalle nostre università cattoliche. Si parla di terroristi islamici, ma non sono islamici, anche se quando uccidono o mentre si fanno esplodere pronunciano il nome di Allah. Non sono islamici; sono delle povere creature pazze di furore, impazzite di odio".

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Nei giorni scorsi, in ogni caso, quella egiziana non è stata l'unica strage degli innocenti compiuta sotto le insegne dell'islamismo radicale.

Vi è stato il massacro di Manchester, di cui tutti hanno saputo. Ma vi sono state anche due altre aggressioni armate nell'Asia sudorientale, trascurate dai media ma altamente indicative.

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Il 24 maggio, in Indonesia, un attacco terroristico rivendicato dallo Stato islamico ha colpito una affollata stazione di autobus nell'Est della capitale Giacarta, provocando 5 vittime, compresi i due attentatori suicidi, e il ferimento di altre 12 persone.

È la seconda volta in un anno che lo Stato islamico colpisce l'Indonesia. E questo prova sia la sua capacità di agire su scala planetaria, sia la crescente permeabilità della più popolosa nazione musulmana del globo all'espansione dell'islamismo radicale.

Il sintomo più evidente di questa espansione e della sua forte connotazione religiosa è la recente condanna per blasfemia, sotto massicce pressioni di organizzazioni musulmane, dell'ex governatore di Giacarta e candidato alla presidenza Basuki Tjahaja Purnama detto "Ahok", preso di mira proprio perché cristiano.

Ma ancor più inquietante è ciò che è accaduto il 23 maggio nelle Filippine, nella città di Marawi, in un'isola del Sud abitata prevalentemente da musulmani.

Circa cinquecento uomini armati hanno assaltato e dato alle fiamme la cattedrale cattolica, hanno catturato e poi ucciso a freddo 9 fedeli, hanno sequestrato il vicario diocesano Teresito Soganub e 15 altri fedeli tra cui alcune suore, hanno espugnato il comando di polizia e decapitato il comandante, hanno messo a ferro e fuoco l'intera città, con decine di morti, e ne hanno preso il controllo, innalzando le nere bandiere dello Stato islamico.

Marawi è situata nella regione autonoma di Mindanao, dove si concentrano i 5 milioni di musulmani delle Filippine, da tempo teatro di guerriglie secessioniste ma di recente sempre più infestata da milizie jihadiste e affiliate allo Stato islamico.

Un sedicente "califfato" era già stato proclamato nel 2016 nella città di Butig, nella provincia di Lanao del Sud, poi riconquistata dalle truppe governative.

E anche ora a Marawi l'esercito filippino sta combattendo per rioccupare la città, con numerose ulteriori vittime. In tutta la regione di Mindanao il governo ha proclamato la legge marziale.

La Chiesa delle Filippine è in forte apprensione. Il cardinale Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato, città anch’essa sull’isola di Mindanao, ha chiesto aiuto ai leader musulmani del luogo per la liberazione degli ostaggi. E il vescovo di Marawi, Edwin de la Peña, ha invocato da papa Francesco vicinanza e preghiera. Sandro Magister, Settimo Cielo 31

 

 

 

 

Mons. Arborelius diventa il primo cardinale svedese

 

Il vescovo dell’unica diocesi della Svezia, quella di Stoccolma, monsignor Anders Arborelius, OCD, riceverà mercoledì 28 giugno la berretta cardinalizia dalle mani di papa Francesco.

Come ha ricordato la Radio Vaticana il giorno dell’annuncio da parte di papa Francesco, il religioso carmelitano diventerà il primo porporato svedese della storia.

Mons. Arborelius, che il Papa ha potuto conoscere meglio in occasione del suo viaggio a Lund e Malmö del 31 ottobre e il 1 novembre scorsi per i 500 anni della Riforma di Martin Lutero, verrà creato cardinale insieme con altri quattro presuli provenienti da Spagna, Mali, Laos e El Salvador.

Durante il suo discorso al termine della Messa di Ognissanti, celebrata il 1° novembre nello stadio Swedbank a Malmo, mons. Arborelius aveva ringraziato il Pontefice per questi “giorni di allegria nella fede, di rinnovamento nella carità e di rigenerazione nella speranza”.

“Per noi, cattolici ‘di periferia’, è stato un regalo e una sorpresa sapere che il Papa è voluto venire fin qui”, aveva dichiarato il carmelitano, ringraziando ancora il Pontefice “per averci mostrato il suo amore paterno, per averci guardato con i suoi occhi colmi di affetto e per il suo sorriso”.

“Grazie per aver parlato a tutti i cristiani e per averci ricordato del nostro dovere di pregare e lavorare insieme con un maggiore desiderio per la perfezione dell’unità. Grazie per aver mostrato a tutti nella nostra terra che Dio è così vicino a noi, specialmente tra i poveri, i rifugiati e i senzatetto”, aveva aggiunto mons. Arborelius.

Il nuovo porporato è nato nel settembre 1949 da genitori svedesi a Sorengo, nel Canton Ticino, in Svizzera, per poi trasferirsi a Lund, dove all’età di 20 anni si converte al cattolicesimo.

Nel 1971 entra nel convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Norraby, nel comune di Svalöv (nella contea di Scania). Studia Teologia a Bruges, in Belgio, e presso la Pontificia facoltà teologica “Teresianum” di Roma. Riceve l’ordinazione sacerdotale nel settembre 1979 a Malmö.

Nominato nel novembre 1998 da papa Giovanni Paolo II vescovo di Stoccolma, mons. Arborelius diventa il primo vescovo cattolico di origini svedesi dall’inizio della Riforma nel 1500. Arborelius viene eletto nel 2005 presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, quale incarico ha coperto fino al 2015. (pdm) Zenit 29

 

 

 

 

Deceduto don Guido Lemma, Missionario a Dortmund

 

In seguito ad un infarto avuto mercoledì 24 maggio a Lourdes, durante il pellegrinaggio con 35 persone della sua Comunità (nei giorni 22-26 maggio 2017, viaggio in aereo), purtroppo don Guido Lemma non è riuscito a riprendersi e sabato 3 giugno, vigilia della solennità della Pentecoste, ci ha lasciati. Salesiano dell’Ispettoria Meridionale, era nato il 21.01.1936 a Barletta (Bari) e ordinato sacerdote il 6.04.1963 a Roma. Dopo diversi impegni nell’Istituto ed anche 8 anni come parroco nel Madagascar (1980-1988), era venuto in Germania nel 1989, alle Missioni di Gevelsberg e di Lüdenscheid (diocesi di Essen). Nell’ottobre del 1991 è passato a tempo pieno alla Missione di Dortmund (diocesi di Paderborn), che ha guidato fino ad oggi, con una dedizione instancabile, nonostante l’età. Spirito aperto e battagliero, molto apprezzato da tutti, era sempre presente agli incontri di Zona, agli Esercizi Spirituali, ai Covegni Nazionali. Vi partecipava in modo molto attivo, con qualificati interventi durante i dibattiti, e animando con il canto le serate di fraternità. Viene a mancare in uno dei dei momenti più cruciali e importanti della Comunità, che domenica 4 giugno ha celebrato le Prime Comunioni e si appresta domenica 18 giugno festeggiare le Cresime, con 40 cresimandi. Il funerale avrà luogo a Barletta (al momento non è ancora stata fissata la data). La messa in suo suffragio a Dormund si è tenuta domenica 11 giugno, nella Chiesa St. Gertrudis. La messa del primo trigesimo avrà luogo sempre a Dortmund sabato 2 luglio, alle ore 17.00, nella Chiesa St. Gertrudis. “Dopo una vita così intensa – scrive il Delegato delle Mci in Germania p. Tobia - accompagnamo don Guido con la nostra preghiera, perchè ora possa riposare in pace”. dip

 

 

 

Deceduto don Antonio Bottoni, ex missionario a Ulm, Dreieich e Singen

 

Domenica 28 maggio è deceduto don Antonio Bottoni, dal gennaio del 2008 in pensione a Singen. Nato il 18.10.1935 a Monte San Giovanni Campano (provincia e diocesi di Frosinone), era stato ordinato il 29.04.1962. Giunto in Germania il 18.5.1981, assunse la guida della Missione di Ulm (diocesi di Rottenburg-Stuttgart), poi dall’1.8.1992 quella di Dreieich (diocesi di Mainz) e dal 1.10.1996 quella di Singen/Konstanz (diocesi di Freiburg), dove è rimasto fino al pensionamento (1.1.2008). La messa di suffragio della collettività italiana si è tenuta martedì 30 maggio, nella Theresienkapelle di Singen ed il funerale mercoledì 31, al paese natio, presieduto dal vescovo diocesano mons. Ambrogio Spreafico, con la partecipazione tra gli altri di don Mimmo Fasciano e la Gemeindereferentin Alda Gravina, che avevano curato la liturgia di addio a Singen. “Grati per tutto il suo lavoro pastorale in Germania, sempre segnato da tanta bontà e umanità – scrive il Delegato delle Mci in Germania p. Tobia - accompagnamo don Antonio con la nostra preghiera, perchè possa godere quella pienezza di vita che ha sempre annunciato, la vita eterna, nella casa del Padre”. tb

 

 

 

Papa: Una fede che non ascolta lo Spirito Santo diventa ideologica

 

Prima di prendere una decisione, occorre fare un discernimento, lasciandosi cioè interpellare, anzi “inquietare” dallo Spirito Santo. Se no, ha avvertito papa Francesco lunedì 29 maggio 2017 durante la sua omelia mattutina nella “Domus Sanctae Marthae”, riportata dalla Radio Vaticana, la fede diventa “ideologica”.

“Lasciarsi inquietare dallo Spirito Santo”, ha sottolineato il Papa, non è “sentimentalismo”, perché andare “sulla strada giusta non è sentimentalismo”.

“Sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore, perché lo Spirito Santo è il maestro del discernimento”, ha proseguito Jorge Bergoglio, il primo romano Pontefice della storia “figlio” della spiritualità ignaziana.

“Una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica”, così ha proseguito il Papa, che ha ribadito: “La sua fede è un’ideologia, tutto qui.”

Fondamentale è quindi interrogarsi sul proprio rapporto con lo Spirito Santo. “Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono?”, ha detto Francesco, che ha fatto anche un cenno alla tentazione sotto l’apparenza del bene e ha invitato quindi i presenti nella Cappella di Santa Marta a chiedere “questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia”.

Papa Francesco aveva iniziato la sua riflessione partendo dalla Prima Lettera, presa dagli Atti degli Apostoli (19,1-8), che racconta quella che il Pontefice ha chiamato “la Pentecoste di Efeso”. La prima comunità efesina — “gente buona, gente di fede”, ha detto il Papa — prima dell’arrivo di Paolo e dell’imposizione delle mani ignorava infatti il dono dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo, il Paraclito promesso da Gesù, muove infatti i nostri cuori. E quindi occorre porsi la domanda, se sono “capace” di ascoltarlo. “Certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale il risultato sarebbe lineare, senza emozioni”, ha osservato il Papa, che come esempio ha menzionato i dottori della legge. “Erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano inquietare.” PDM Zenit 29

 

 

 

Papst besucht italienischen Präsidenten

 

Es ist jedes Mal großes Kino, wenn ein Papst den italienischen Staatspräsidenten besucht: Hymnen, offizielle Begrüßungen, Delegationen. Dabei ist die Sache eigentlich ganz einfach: Der Papst fährt ein paar Kilometer hinüber in die römische Innenstadt, hinein in den Quirinal, der früher mal ein Sommersitz der Päpste war.

Doch Italien hat sich 1871 im Kampf gegen den damaligen Kirchenstaat gebildet, und das sorgt bis heute, trotz des Friedensschlusses im Konkordat vor etwa neunzig Jahren, für komplizierte Untertöne.

An diesem Samstag also: Franziskus im Quirinal, zum Staatsbesuch bei Präsident Sergio Mattarella. Es hilft natürlich, dass das Staatsoberhaupt – früher der Präsident des Obersten Verfassungsgerichts – ein überzeugter Katholik ist. Mattarella hieß den Papst – einen Nachfahren italienischer Auswanderer nach Argentinien – im Ehrenhof des Quirinals willkommen, mit militärischen Ehren.

Papst und Präsident trafen sich im Palazzo, der auf einem der sieben Hügel Roms thront, zu einem Gespräch; dann gab es ganz protokollgemäß einen Austausch von Geschenken und öffentliche Ansprachen. Erst am Schluss wurde es entspannter, da unterhielten sich beide Staatsoberhäupter in den Gärten des Quirinals mit Kindern aus den Erdbebengebieten in Mittelitalien.

„Ich sehe mit Hoffnung auf Italien“, sagte Franziskus in seiner Ansprache. „Die Hoffnung hat mit der Erinnerung an die Generation der Eltern und Großeltern zu tun – auch die meinen, denn auch meine Wurzeln sind ja in diesem Land. Dankbare Erinnerung also an die Generationen vor uns, die sich für die grundlegenden Werte eingesetzt haben: Menschenwürde, Familie, Arbeit. Und diese Werte haben sie auch ins Zentrum der italienischen Verfassung gestellt. Diese ist und bleibt ein stabiler Bezugspunkt für das demokratische Leben des Volkes.“

Klar, dass das alles sehr staatstragend daherkommt. Keiner kann ja ernsthaft erwarten, dass der Papst bei einer solchen Gelegenheit verrät, was er von der (derzeit wieder mal etwas turbulenten) italienischen Innenpolitik hält, oder ob er dem früheren Ministerpräsidenten Matteo Renzi bei den nächsten Wahlen eine Rückkehr ins Amt wünscht. Franziskus beließ es in dem von seinem Staatssekretariat verfassten Text bei den großen Linien.

„Wir erleben eine Zeit, in der Italien und ganz Europa vor einer Reihe von Problemen und Risiken stehen: internationaler Terrorismus, das Migrationsphänomen oder die Jugendarbeitslosigkeit. Allerdings freut es mich, dass Italien dank der Großzügigkeit seiner Bürger und dank dem Einsatz seiner Institutionen – auch unter Rückgriff auf seine reichen spirituellen Ressourcen – daran arbeitet, diese Herausforderungen in Gelegenheiten zu Wachstum und in neue Chancen zu verwandeln.“

Um zu erklären, wie er zu diesem positiven Italienbild kommt, wurde der Papst dann auch mal konkret. „Das zeigt sich unter anderem an der Aufnahme der vielen Flüchtlinge, die an den italienischen Küsten landen, an der Ersten Hilfe, die seine Schiffe im Mittelmeer leisten, und am Einsatz ganzer Heerscharen von Freiwilligen, darunter auch kirchliche Gruppen und Verbände. Ein anderes positives Beispiel ist das Engagement Italiens im internationalen Bereich für Frieden, Sicherheit und Zusammenarbeit zwischen den Staaten.“

Auffallend war, wie ausführlich der Papst auf das Thema Migration und Flüchtlinge einging. Die Art und Weise, wie Italien und die Italiener mit Migranten umgehen, zeigt für ihn, wie sehr sie vom Christentum geprägt sind. „Was das große und komplexe Migrationsphänomen betrifft, ist es klar, dass einige wenige Nationen nicht allein die Bürde tragen und nicht allein für eine geordnete Integration der Neuankömmlinge in der eigenen Gesellschaft sorgen können. Darum ist es unerlässlich und dringend, eine breite und konkrete internationale Kooperation herzustellen!“

Arbeit für alle, vor allem für die Jugendlichen, und mehr Hilfe des Staates für die Familien – das waren weitere Punkte, die der Papst seinem Gastgeber im Quirinalspalast ins Stammbuch schrieb. Zum Thema Laizität, zur Trennung von Staat und Kirche also, bemerkte Franziskus, diese solle „nicht feindlich und auf Konflikt angelegt“ sein, sondern „freundschaftlich und auf Zusammenarbeit ausgerichtet“. Eine solche Laizität habe sein Vorgänger Benedikt XVI. „positiv“ genannt, sagte Franziskus zustimmend.

„Der Heilige Stuhl, die katholische Kirche und ihre Einrichtungen anerkennen die Unterschiedlichkeit der Rollen und der Verantwortungen. Sie versprechen ihre Zusammenarbeit mit dem italienischen Staat mit Blick auf das Gemeinwohl. In der katholischen Kirche und den Prinzipien des Christentums, die seine reiche Geschichte mitgeformt haben, wird Italien immer die besten Verbündeten für das Wachstum in der Gesellschaft, für ihre Eintracht und für ihren wahren Fortschritt finden. Gott segne und beschütze Italien!“

Wie gesagt: ein sehr staatstragender Tag. „Es gibt ein gemeinsames Feeling zwischen diesen beiden Menschen“, sagt der Quirinalsexperte Nicola Graziani, „das übersteigt das Alltagsgeschäft der Politiker. Sie haben ähnlich gelagerte Vorstellungen und äußern sich oft ähnlich. Wenn man ihre Beziehung mit der von früheren Präsidenten und früheren Päpsten vergleicht, dann kann man sagen: Weniger Schulterklopfen, aber eine gemeinsame Weltsicht, die sie viel enger aneinanderbindet.“

Tatsächlich zeigte der bebrillte und in der Öffentlichkeit eher scheu auftretende Mattarella große Einmütigkeit mit dem Papst: Er sprach nicht nur in seiner Rede von gemeinsamen Anstrengungen für Klimaschutz oder Migranten, sondern er betete auch kurz mit Franziskus in der Quirinals-Kapelle. (rv 10.06.)

 

 

 

Groß-Gerau. Der letzte Hirte

 

Padre Tobia Bassanelli kümmert sich noch immer um die italienische Gemeinde in Groß-Gerau - obwohl er längst im Ruhestand sein könnte. Von Jörg Monzheimer

 

Eigentlich könnte Padre Tobia längst im Ruhestand sein. 74 Jahre alt ist er jetzt. Doch statt den Garten zu pflegen oder sich geistiger Lektüre zu widmen, hält er noch immer Messen und leistet seelischen Beistand. Für rund 2500 italienische Christen zwischen Nauheim und Gernsheim ist er so etwas wie der letzte Hirte. Hört er auf, stünde die Gemeinde ohne eigenen Priester da. Auch deshalb macht er weiter. "Ich denke nicht an Ruhestand, weil mir die Arbeit Spaß macht", sagt er - und lächelt.

Ein Lächeln hat Padre Tobia fast immer auf den Lippen. Und wer ihn nicht gerade in der Kirche trifft, könnte ihn genausogut für einen altgedienten Opelaner halten. In Groß-Gerau sieht man ihn oft in Jeans und Pullover, um seine Person macht er wenig Aufhebens. Auch das trägt zu seiner Beliebtheit bei. Ein abgehobener Priester ist er nun wirklich nicht.

Tobia Bassanelli stammt aus dem Dorf Bremolo bei Bergamo, wo er am 12. Mai 1943 das Licht der Welt erblickte. Er wuchs mit sechs Geschwistern auf, im Alter von elf Jahren kam er ins Seminar der Herz-Jesu-Priester. Später studierte er Theologie in Bologna, am 26. Juni 1969 wurde er zum Prieser geweiht. Es folgten weitere Studien in Rom zu spiritueller Mystik und die Arbeit beim Verlag der Herz-Jesu-Priester. Wieder in Rom, wollte Padre Tobia seine Doktorarbeit über den Heiligen Paulus schreiben - doch dann kam der Ruf aus Deutschland dazwischen.

Besuch aus Deutschland beeindruckte den Priester

Erst lehnte Padre Tobia ab. Doch als ein Vertreter der italienischen Gemeinde nach Rom reiste, um ihn als Nachfolger für den zum Chefredakeur des Corriere d'Italia berufenen Mosna Corrado zu gewinnen, war er beeindruckt. "Da konnte ich nicht Nein sagen." Also willigte er ein, Groß-Gerau im Oktober 1975 zu besuchen. Schon einen Monat später trat er die Stelle an. "Und ich bin bis heute geblieben." Dass er die Doktorarbeit aufgegeben hat, grämt ihn nicht. "Das wäre nur ein Titel gewesen", sagt er.

In Groß-Gerau leitete er die Mission, lernte die Italiener aus dem Süden des Landes kennen, besuchte Familien und arbeitete ehrenamtlich für den Corriere d'Italia, an dessen Spitze auch er eine zeitlang stand. Das Schreiben hat es Padre Tobia angetan. Er gründete die "Deutsch-Italienische Presse", ging 1999 mit der Internetzeitung "web-giornale.de" an den Start. Das Leben der Italiener in Deutschland, Europa, die deutsch-italienischen Beziehungen und Migration sind seine Themen.

Die Italienische Gemeinde, die Padre Tobia betreut, ist heute größer als vor 40 Jahren. Viele Migranten, die eigentlich nur ein paar Jahre bleiben wollten, sind im Kreis Groß-Gerau längst heimisch geworden. "Die Kinder sind hiergeblieben. Und dann bleiben auch die Eltern." Noch immer brechen pro Jahr rund 100 000 Italiener auf, um, wenn schon nicht ihr Glück, so doch zumindest ein Auskommen in der Fremde zu finden. Deutschkurse können sich viele nicht leisten, erzählt Padre Tobia - und so bieten die Missionen sie ebenso an wie Sozialberatung "und zur Not auch ein wenig Unterstützung". Erst vor Kurzem klingelten bei ihm zwei Männer aus Neapel, die mit ihrem Campingbus aufs Geratewohl losgefahren waren, um Arbeit zu suchen.

Über mangelnde Beschäftigung kann der warmherzige Padre nicht klagen. Schließlich ist er nicht nur einfacher Priester, sondern koordiniert seit 2012 als Delegat auch die Arbeit der italienischen Gemeinden in Deutschland und Skandinavien. Priesternachwuchs aus Italien zu finden, wird immer schwerer. "In den siebziger Jahren waren wir italienischen Priester in der Auslandsmission unter uns", erinnert er sich. Heute hat sich das gewandelt. Italienisch sprechen zwar alle 70 Priester, die sich um die 83 italienischen Gemeinden in Deutschland kümmern, die Mehrzahl stammt jetzt aber aus Polen und Afrika.

Worauf es in den nächsten Jahren ankommen wird, ist eine engere Verzahnung mit den deutschen Gemeinden. Dass der Groß-Gerauer Pfarrer Norbert Kissel in diesem Jahr beim Kreuzweg der italienischen Gemeinde mitgewirkt habe, sei gut angekommen, erzählt Padre Tobia. Geht er in Sommerurlaub, kümmert er sich nicht mehr um eine Vertretung. Die italienischen Gläubigen sollen den Gottesdienst in St. Walburga besuchen. Dorthin zieht es aber nur wenige. Die Messe in der Muttersprache ist eben auch ein Stück Heimat.

"Künftig werden Gemeinden vermehrt ohne eigenen Priester auskommen müssen, die Laien eine größere Rolle spielen", sagt Padre Tobia. Bange für Groß-Gerau ist ihm nicht. "Wir haben eine sehr lebendige Gemeinde." Wichtig seien die Momente, in denen sich die Menschen träfen. Nicht zuletzt sei es dies, was Kirche ausmache.

Von einem eigenen Priester wird sich die Gemeinde spätestens 2025 verabschieden müssen. Dann soll sie mit der für den Nordkreis zuständigen Mission in Rüsselsheim zusammengelegt werden. Falls Padre Tobia oder sein etwas jüngerer Amtskollege Elvetzio Baroni aufhören, wäre das schon früher der Fall. Noch aber will Padre Tobia seine Schäfchen nicht allein lassen. "So lange die Kraft reicht, mache ich weiter", sagt er - und lächelt wieder.

Gross-Gerauer Echo 10.6.

 

 

 

Dreifaltig: Papst Franziskus über die „Identität Gottes“

 

Wer ist Gott? Drei? Oder Einer? Oder beides? Die Kirche feiert an diesem Sonntag den Dreifaltigkeitssonntag und Papst Franziskus nahm das zum Anlass, bei seiner kurzen Ansprache zum Angelusgebet auf die „Identität Gottes“, die Dreifaltigkeit, einzugehen.

Dabei helfe die Lesung des Sonntags aus dem Korintherbrief, so Papst Franziskus, Paulus grüße die Christen wie folgt: „Die Gnade Jesu Christi, des Herrn. die Liebe Gottes und die Gemeinschaft des Heiligen Geistes sei mit euch allen!“ (2 Kor 13:13). „Dieser Segen des Apostels ist Frucht seiner persönlichen Erfahrung der Liebe Gottes“, so Papst Franziskus. „Ausgehend von dieser seiner persönlichen Erfahrung der Gnade, könne er die Gemeinde dazu auffordern, ‚Freut euch, kehrt zur Ordnung zurück, lasst euch ermahnen, seid eines Sinnes, und lebt in Frieden!’ (2 Kor 13:11). Die christliche Gemeinde, mit all ihren menschlichen Grenzen, kann so ein Abglanz der Gemeinschaft der Dreifaltigkeit sein, seiner Güte und Schönheit. Aber das – wie Paulus selbst sagt – geht ausschließlich über die Erfahrung der Barmherzigkeit Gottes, seiner Vergebung.“

Die Barmherzigkeit erfahren

Genau das sei den Juden geschehen, von denen die erste Lesung des Sonntags aus dem Buch Exodus berichte. Auf den Verstoß des Volkes gegen den Bund, erscheine Gott dem Mose in einer Wolke und erneuere diesen Bund dadurch, dass er seinen eigenen Namen und dessen Bedeutung kund tue: „Ein barmherziger und gnädiger Gott, langmütig, reich an Huld und Treue.“ (Ex 34:6). „Dieser Name drückt aus, dass Gott nicht weit entfernt und nicht in sich eingeschlossen ist, sondern Leben ist, das sich weitergeben will, dass er Öffnung ist, Liebe ist, die den Menschen aus der Untreue rettet. Gott ist barmherzig, gnädig und reich an Gnade, weil er unsere Grenze und unseren Mangel auffüllen will, weil er unsere Fehler vergeben will, weil er uns auf den Weg der Gerechtigkeit und der Wahrheit zurückführen will.“

Diese Selbstoffenbarung Gottes sei verbunden mit den Worten Jesu und seinem Auftrag der Erlösung, leitete der Papst zum Evangelientext des Tages über. „Jesus hat uns das Antlitz Gottes gezeigt, Eins in seinem Wesen und Dreifaltig in den Personen; Gott ist ganz und gar Liebe, in beständiger Verbindung mit allem, was er erschafft, erlöst und heiligt: Vater und Sohn und Heiliger Geist.“

Bereits gesucht und geliebt

Im Evangelientext des Dreifaltigkeitssonntags geht es um Nikodemus, der nie aufgehört habe, Gott zu suchen. In seinem nächtlichen Gespräch mit Jesus begreife er, dass er bereits von Gott gesucht und erwartet wird, von ihm selbst geliebt werde. Er habe ewiges Leben geschenkt bekommen.

„Was ist das, das ewige Leben?“, fragte der Papst abschließend. „Es ist die unermessliche und frei geschenkte Liebe des Vaters, die uns Jesus am Kreuz geschenkt hat, indem er sein Leben für unsere Erlösung hingegeben hat. … Die Jungfrau Maria möge uns helfen, immer mehr und ganz und gar in die dreifaltige Gemeinschaft einzutreten, um die Liebe, die unserem Leben Sinn gibt, zu leben und zu bezeugen.“  (rv 11.06.)

 

 

 

 

Taufe als Mittel gegen Abschiebung?

 

Ihre Namen sind Amir, Jaqob oder Nesrin. Ihre Heimat ist Afghanistan oder der Iran. Ihr neues Zuhause ist Deutschland. Hier lassen sie sich taufen. Erschleichen sich Geflüchtete durch die Taufe bessere Chancen auf Asyl?

 

"Die Glaubensbekenntnisse, die ich höre, berühren mich, weil sie so euphorisch sind", erzählt Irmgard Conin. Sie ist Pastoralreferentin und Leiterin von Fides, einer katholischen Beratungsstelle für religiös interessierte Menschen mitten in Köln. Dieses Jahr wird sie fünf Flüchtlinge auf ihrem Weg zur Taufe begleiten. Einer von ihnen ist Jaqob. "Er ist mit so viel Leidenschaft dabei und eine Bereicherung für die Gemeinde", schwärmt sie.  

Neue Sprache, neue Religion

Jaqob stammt aus Afghanistan. In Köln angekommen, will er sich endlich taufen lassen. Die Gründe, warum Menschen eine neue Religion annehmen, seien vielfältig, erklärt Conin. "Einige wollen den Islam aus ihrem Herkunftsland hinter sich lassen. Sie sagen, das Christentum sei die wahre Religion der Liebe." Andere möchten sich mit Deutschland identifizieren. Wenn sie hier leben, möchten sie auch Christ sein, sagt sie. 

Wollen sich muslimische Flüchtlinge in Deutschland taufen lassen, kommt oft der Verdacht auf, sie wollten sich durch die Konversion ihre Chancen auf politisches Asyl erschleichen. Die Diskussion wurde durch den Fall eines Afghanen neu angefacht. Dieser ließ sich während seiner Haftstrafe taufen und verhinderte somit seine bereits angeordnete Abschiebung. Am Pfingstwochenende tötete er in einer bayrischen Flüchtlingsunterkunft in Arnschwang einen kleinen Jungen, ein heikler Vorfall für Politik und Kirche.

Konsequente Abschiebung von Straftätern

Politiker aller Parteien fordern seit längerem eine konsequente Abschiebung von straffällig gewordenen Asylbewerbern. Auch der Täter von Arnschwang sollte zurück nach Afghanistan, doch das damals zuständige Verwaltungsgericht München stoppte die Abschiebung. Der Grund: Durch den Wechsel vom Islam zum Christentum drohe ihm in seiner Heimat Folter oder gar die Todesstrafe.

 

Ein Pfarrer tauft in Berlin-Steglitz 18 einstige Muslime

Der politische Druck wächst. Den Kirchen wird eine zu lasche Prüfung der Ernsthaftigkeit der Täuflinge unterstellt. Bayerns Innenminister Joachim Herrmann erklärte, er erwarte von Kirchen und Gerichten, "dass sie sich sehr genau anschauen, ob einer wirklich zum Christentum übertritt". Der stellvertretende Vorsitzende des Bundes Deutscher Kriminalbeamter, Ulf Küch, ist grundsätzlich skeptisch gegenüber Taufen muslimischer Flüchtlinge. Er hält ihre Konversionen für einen "Trick, um im Land bleiben zu können. Wenn die Abschiebung des Täters daran gescheitert ist, dass er seinen Glauben gewechselt hat, dann muss man nur eins und eins zusammenzählen."

War der Mörder tatsächlich bekennender Christ? Wurde die Ernsthaftigkeit des Afghanen ausreichend geprüft? Oder wollte er sich durch seinen Glaubenswechsel einen Aufenthaltstitel erschleichen? Das Verwaltungsgericht äußerte in einer Stellungnahme gegenüber der Deutschen Welle, dass es sich hierbei um eine schwierig zu treffende Entscheidung handele, "da sich die religiöse Identität eines Menschen als eine innere Tatsache nur aus dem Vorbringen des Asylbewerbers feststellen lässt." Etwa durch eine ausführliche persönliche Befragung des Asylbewerbers oder von Gemeindemitgliedern ließe sich prüfen, ob der Übertritt zum Christentum auf einer ernsthaften und gefestigten inneren Glaubensüberzeugung und nicht lediglich auf asyltaktischen Gründen beruhe.

Wie ist Glaube beweisbar?

Das für die Abschiebungen verantwortliche Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) zweifelt den durch Taufbescheinigung nachgewiesenen Glaubenswechsel an sich nicht an, so die Behörde auf Anfrage der DW. "Der Antragsteller muss glaubhaft machen, dass er seine Konversionsreligion bei Rückkehr in sein Heimatland ausüben wird und dass ihm deswegen dort eine asylrelevante Verfolgung droht." Und weiter: "Es wird generell unterstellt, dass eine sorgfältige Taufbegleitung von Seiten der christlichen Gemeinden erfolgt ist."  

Asylgrund oder Glaubensfrage?

Es brauche einen monatelangen Prozess der Vorbereitung und der Prüfung, bevor jemand getauft und in die Kirche aufgenommen wird, heißt es von der katholischen Deutschen Bischofskonferenz. Das gelte für alle Taufbewerber, unabhängig von Herkunft oder kulturellem Hintergrund. Der lange, gewissenhafte Weg der Taufbegleitung bedeute eine gewisse Abschreckung gegen Missbrauch, meint Klaus Hagedorn, Koordinator der Flüchtlingshilfe im Erzbistum Köln. Er erzählt, dass er vereinzelt von Flüchtlingshelfern angerufen werde, die mit einer Taufe eine drohende Abschiebung aufhalten wollten. "Wir reagieren, indem wir nicht taufen", betont er.

Die katholische Deutsche Bischofskonferenz und auch die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) sehen keinen Zusammenhang zwischen Flüchtlingszuzug und vermehrten Taufen. Diese gebe es auch gar nicht. Der evangelische Superintendent Thomas Zimmermann aus Köln bestätigt, dass in den angeschlossenen Gemeinden im vergangenen Jahr sich weniger als zehn Erwachsene hätten taufen lassen.

Angst vor Verfolgung

Irmgard Conin spricht in ihren Vorbereitungsgesprächen zur Taufe das Thema Asyl an. Denn eine Konversion würde auch bedeuten, in der alten Heimat verfolgt zu werden. "In 99 Prozent der Fälle bestand ein echtes Interesse daran, einen befreienden Glauben zu bekommen - auch auf die Gefahr hin, dass dies ein Bruch mit der Familie bedeutet", erzählt sie. "Zwei Männer sind dieses Jahr tatsächlich abgesprungen, weil sie abgeschoben werden sollen. Sie hatten zu große Angst vor den drohenden Repressalien in ihrer Heimat." Sabrina Pabst. Deutsche Welle 8

 

 

 

 

Kann Kirche Politik?

 

Vor wenigen Wochen forderte der CDU Politiker Jens Spahn in zwei Zeitungen den Rückzug der Kirchen aus der Politik und eine Rückbesinnung auf „ihre Kernthemen“. Als diese bezeichnete er die Seelsorge, Glaubensvermittlung und das Karitative. Für seine Aussagen wurde er kritisiert, auch aus der eigenen Partei.

Ein anderes Bild zeigte der Kirchentag in Berlin: Spitzenpolitiker wie Angela Merkel oder Barack Obama suchten die Nähe der Kirchen und wollen sie in ihre Politik einbinden. Welche Aufgabe kommt bei dieser Einbindung den Kirchen zu und wie können sie diese erfüllen?

Das Verhältnis von Kirche und Politik

Seit der Erklärung des Christentums zur Staatsreligion unter Kaiser Theodosius im Jahr 380 war das Verhältnis der Kirche im weströmischen Reich und der vorherrschenden politischen Verhältnisse eng miteinander verzahnt. Das von Augustinus verfasste Werk „De civitate Dei“ galt als Vorbild für einen Staat und seine Politik. Nach Augustinus verlangt die politische Ordnung stets kirchliche Anleitung und Begrenzung. Die Aufgabe des Staats sei es äußeren Frieden zu schaffen und somit die Bedingungen für das Seelenheil aller Bürger zu wahren. Dieses theokratische Prinzip blieb in Europa lange Zeit gültig.

Widerstand regte sich insbesondere seit dem Zeitalter der Aufklärung, die begann diese Prinzipien zu hinterfragen und im Sinne der Pluralität an Religions- und Lebensansichten für eine Religions- und Meinungsfreiheit einzutreten.

Religion wurde Privatsache und nicht mehr Teil des herrschenden Regimes. In Deutschland gilt ab 1919 und dem Inkrafttreten der Weimarer Reichsverfassung die Trennung zwischen Staat und Kirche. Die Rolle der Kirchen in der Politik hat sich seitdem massiv geändert.

Die Rolle der Kirchen in der Politik

Im heutigen demokratischen Rechts- und Staatswesen ist kein Platz mehr für die überkommenen Vorstellungen einer Theokratie. Die Regierenden werden nicht mehr von Gott legitimiert, sondern von den Bürgern gewählt, die in freier Entscheidung ihre Stimme abgeben dürfen. Durch die Trennung von Staat und Religion verloren die Kirchen ihre politische Macht. Sie mussten sich neue Felder suchen, um in der Politik mitzuwirken. Der hohe Respekt, den viele Politiker bis heute vor den humanen Leistungen der Kirche haben, verschafft ihnen das Gehör, um die Rolle desjenigen einzunehmen, der genau hinsieht, ob die Politik ihrem Auftrag nachkommt. Dieser besteht darin, die Interessen der Wähler und der im Land lebenden Menschen zu vertreten. Der Fokus der Kirchen liegt hierbei, ihrem Sendungsauftrag entsprechend, auf dem Wohl eines jeden einzelnen Menschen. Wird also das Wohl eines Menschen oder einer Menschengruppe durch die Politik zu wenig beachtet, so ist es die Aufgabe der Kirchen darauf hinzuweisen. Sie legen als Ankläger den Finger in die durch politische Entscheidungen entstandenen Wunden der Menschen. Eine Beschränkung der Kirchen auf Seelsorge, Glaubensvermittlung und das Karitative ist nicht sinnvoll. Die Kirchen würden in die Rolle desjenigen gedrängt werden, der versucht die akuten Probleme der Menschen zu lösen, aber nichts an ihren Wurzeln zu ändern vermag. Was aber ist sinnvoller: Beschwichtigung oder Lösung eines Problems?

Der Vorwurf Jens Spahns, den Kirchen fehle der Realitätsbezug, wenn es um die politischen Möglichkeiten gehe, ist in Teilen durchaus berechtigt. Natürlich kann die Politik nicht alle Forderungen umsetzen, die die Kirchen an sie stellen. Aber darum geht es gar nicht. Vielmehr wollen die Forderungen auf Missstände hinweisen und ein Streitgespräch eröffnen, das die Probleme der verschiedenen Menschengruppen in den Fokus der Politik rückt. Das Leid der Menschen soll nicht totgeschwiegen werden.

Papst Franziskus kann als Paradebeispiel dafür zählen, wie sich Kirche in die Politik einmischen sollte.

Franziskus als Mitspieler in der Weltpolitik

Unermüdlich prangert Franziskus die sozialen Missstände der Weltpolitik an. Berühmt geworden sind seine Aussagen über einen dritten Weltkrieg oder der Vergleich von Flüchtlingslagern mit Konzentrationslagern. Auch wenn Aussagen dieser Art, vor allem für deutsche Ohren, leicht übertrieben klingen, so schaffen sie doch eines: Sie schockieren, polarisieren und weisen auf den entsprechenden Missstand hin.

Besonders am Herzen liegen Franziskus bei seinen politischen Bemühungen die Bekämpfung der Armut und die Situation der Flüchtlinge. Als Ziel seiner ersten Reise wählte er Flüchtlingsunterkünfte in Lampedusa und bis heute hört er nicht auf, sein Ideal der „Kirche für die Armen“ zu vertreten. Dieses Ideal bedeutet für Franziskus nicht nur Seelsorge und karitative Leistungen, sondern zuallererst eine Beseitigung von Lebensumständen, die ein Leben mit Gott erschweren. Kurz gesagt kommt für Franziskus die Versorgung der Menschen mit Brot vor der Versorgung mit Glaube. Hierfür bemüht er die Politik und tut alles Menschenmögliche, um gehört zu werden.

Das Wechselspiel zwischen Kirche und Politik

Ja, die Kirchen sollten sich in die Politik einmischen. Ihre Aufgaben bestehen darin die Politiker auf soziale Probleme und Missstände hinzuweisen, und den Menschen der Gesellschaft Gehör zu verschaffen, die sonst nicht zu Wort kommen. Somit unterstützen sie die Politik bei ihren Entscheidungen indem sie Themen ansprechen, die sonst vergessen worden wären. Die Politik tut gut daran, die Kirchen in ihrer Rolle als Ankläger wahrzunehmen und anzuerkennen. In der Diskussion über brisante Themen werden die Probleme der Menschen wahrgenommen und ein Raum der Öffentlichkeit geschaffen, in dem jeder zu Wort kommen kann. Letztendlich liegt die Entscheidungsgewalt aber bei der Politik. Die Kirchen haben nur aufzeigende und beratende Funktion. Diese aber sollten sie wahrnehmen, um ihren Sendungsauftrag zu erfüllen.

Lukas Ansorge, Kath.de 9

 

 

 

Papst: „Wir können gottlos sein, aber Gott nicht menschlos“

 

Dass Christen Gott „Vater“ nennen, ist die große Revolution des Christentums. Das hat Papst Franziskus bei der Generalaudienz am Mittwoch gesagt. In seiner Katechesenreihe über die christliche Hoffnung sprach er diesmal über das wichtigste Gebet des Christen, das Vaterunser.  Das ganze Geheimnis der christlichen Gebets laufe an diesem Punkt zusammen, führte der Papst aus: „den Mut haben, Gott mit dem Namen des Vaters anzusprechen“. Das bestätige auch der Liturgie: „wagen wir zu sprechen“, heißt es an der Stelle, an der sie die Gläubigen zum Gebet des Vaterunser einlädt.

Diese vertrauensvolle Beziehung zu Gott „wie ein Kind, das sich an seinen Papa wendet“, ist nach den Worten des Papstes „die große Revolution, die das Christentum ins religiöse Bewusstsein des Menschen bringt“. Das Geheimnis Gottes, „das uns fasziniert und zugleich dafür sorgt, dass wir uns klein fühlen, und dennoch erdrückt und ängstigt es uns nicht“.

Gott kann nichts als das Verb „lieben" deklinieren

Und Franziskus verdeutlichte dieses Gottesbild mit Verweis auf sein Lieblingsgleichnis aus der Schrift: die Erzählung vom barmherzigen Vater, im Deutschen bekannter als Parabel „vom verlorenen Sohn“ (Lk, 15,11-32). Ein Vater sei das, „der den Sohn nicht bestraft für seine Arroganz“, der ihm sein Erbe auszahlt und ihn weggehen lässt. „Gott ist Vater, sagt Jesus, aber nicht auf menschliche Art, denn es gibt in dieser Welt keinen Vater, der sich wie der Protagonist aus dieser Parabel verhalten würde. Gott ist Vater auf seine Weise: gut, wehrlos gegenüber dem freien Urteil des Menschen, einzig dazu fähig, das Verb „lieben“ zu deklinieren.“

Gott ist Vater sogar dann, wenn wir meinen, ohne ihn auszukommen, fuhr Franziskus fort. „Wir können fern stehen, feindselig, uns als „Mensch ohne Gott“ bezeichnen“, so der Papst, aber andersherum sei das nicht so, im Gegenteil: „Das Evangelium von Jesus Christus zeigt uns, dass Gott nicht ohne uns sein kann: Er wird niemals ein „Gott ohne Mensch“ sein. Er ist es, der nicht ohne uns auskommt, und das ist ein großes Geheimnis! Wenn wir Hilfe brauchen, sagt uns Jesus nicht, wir sollen uns abfinden und in uns selbst einschließen, sondern wir sollen uns an den Vater wenden und ihn mit Vertrauen um Hilfe bitten.“ 

Papst bittet Christen, Juden und Muslime um Gebet für den Frieden im Nahen Osten

Nach der Audienz sprach der Papst eine besondere Einladung aus: Christen, Juden und Muslime sollen gemeinsam für den Frieden im Nahen Osten beten. Vor Zehntausenden Pilgern und Besuchern würdigte Franziskus in diesem Zug die Initiative „eine Minute für den Frieden“, die am Donnerstag um 13 Uhr in vielen Ländern neuerlich stattfindet: ein kurzer Augenblick des Gebets in Erinnerung an das Friedensgebet, zu dem Franziskus im Juni 2014 die Präsidenten Israels und Palästinas in die vatikanischen Gärten eingeladen hatte. „In unserer Zeit brauchen wir es alle, Christen, Juden und Muslime: das Gebet für den Frieden“, so der Papst. (rv 07.06.)

 

 

 

ARD-Themenwoche "Woran glaubst Du?" / "Die Story im Ersten" fragt: Ist der Osten ein "Land ohne Glauben?"

 

Im Osten Deutschlands nimmt die Konfessionslosigkeit immer mehr zu.

Religionssoziologen sprechen gar von einer der "gottlosesten Regionen

der Welt": Mehr dazu im Rahmen der diesjährigen ARD-Themenwoche in

"Die Story im Ersten - Land ohne Glauben?" am Montag, 12. Juni, 22.45

Uhr.

 

In Sachsen-Anhalt gehören 83 Prozent der Einwohner keiner

christlichen Kirche mehr an, in Brandenburg und

Mecklenburg-Vorpommern sind es jeweils knapp 80 Prozent. Und dass

Religion und Kirche wichtig oder sehr wichtig für das eigene Leben

sind, dem stimmen in Ostdeutschland gerade noch 10 Prozent der

Bevölkerung zu.

 

Konfessionslos ist das neue Normal. Das trennt die östlichen

Bundesländer vom Westen Deutschlands, in dem trotz stabiler

Kirchenaustrittszahlen immer noch eine Kultur der Konfessionalität

herrscht. Was dort noch immer einigermaßen selbstverständlich ist -

Kinder taufen zu lassen, sie zum Konfirmandenunterricht oder zur

Firmung zu schicken - das ist im Osten zur Ausnahme geworden. In den

meisten Familien wachsen die Kinder schon in der dritten Generation

ohne Vermittlung von religiösem Wissen und ohne Erfahrungen mit

religiöser Praxis auf: ein Traditionsabbruch, der unumkehrbar

scheint.

 

Die 45-minütige Dokumentation von Kai Voigtländer macht sich auf die

Reise in dieses "Land ohne Glauben?". Sie zeigt, wie die Kirchen mit

diesem Traditionsabbruch umgehen und fragt, ob es Folgen für das

Zusammenleben hat, wenn die Kirchen als Vermittler von Werten

praktisch ausfallen. Sie trifft Menschen, die schon lange nichts mehr

mit der Kirche zu tun haben oder irgendwie doch: einen Verein, der

für den Erhalt seiner Dorfkirche kämpft und aus vielen

Konfessionslosen besteht sowie ein Paar, das auf dem eigenen

Grundstück eine Kirche baut - aber nicht als religiösen Raum, sondern

als Veranstaltungsort für feierliche weltliche Trauungen. Die

Dorfkirche ist in vielen Ortschaften, in denen die Kneipe schon lange

zu ist und der Dorfkonsum schon seit Jahrzehnten geschlossen hat, der

einzige Ort, an dem sich die Bürgergemeinde versammeln kann.

 

Unter Federführung des Mitteldeutschen Rundfunks (MDR) findet vom 11.

bis 17. Juni die diesjährige ARD-Themenwoche "Woran glaubst Du?"

statt, in der mit einem breit gefächerten Programmangebot in

Fernsehen, Radio und Internet auf die vielen Spielarten des Glaubens

aufmerksam gemacht werden soll. Ard 8

 

 

 

Verleihung des Katholischen Preises gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus am 20. Juni 2017 in Berlin

 

Ob durch Hassnachrichten im Internet, in der Kneipe oder in der Schule – Rassismus begegnet im Alltag nahezu jedem. Zum zweiten Mal zeichnet die Deutsche Bischofskonferenz Projekte und Personen aus, die sich aus dem katholischen Glauben heraus gegen Menschenfeindlichkeit einsetzen und Flüchtlinge unterstützen.

 

Am 20. Juni 2017 um 18.00 Uhr vergibt die Deutsche Bischofskonferenz in der Gedenkkirche Maria Regina Martyrum den mit 4.000 Euro dotierten Katholischen Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus an das Projekt „Sach wat! Tacheles für Toleranz“ von den Mitarbeitern des Diözesan-Caritasverbandes für das Bistum Essen. Insgesamt sind 130 Bewerbungen und Vorschläge bei der Deutschen Bischofskonferenz eingegangen. Der zweite Preis wird einmal an die Initiative „bleib.mensch“ aus Grevesmühlen und zudem an den Helferkreis für Asylbewerber in Salzweg verliehen. Diese Projekte erhalten je ein Preisgeld von 3.000 Euro. Darüber hinaus wird mit dem neu vergebenen „Sonderpreis Schule“ (1.000 Euro) das Projekt „K21mondial“ an den katholischen Schulen in Hamburg ausgezeichnet.

 

Die Laudatio hält der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx (München). Außerdem werden beim Festakt Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), Juryvorsitzender des Preises und Vorsitzender der Migrationskommission, sowie der Münchener Soziologe Prof. Dr. Armin Nassehi sprechen. Das Ensemble „TRIMUM – Musik für Juden, Christen und Muslime“ gestaltet die Feier musikalisch. Moderiert wird die Verleihung von Anna Planken (ARD/WDR). Dbk 6

 

 

 

 

Krise in Venezuela: Bischöfe wollen mit dem Papst sprechen

 

Papst Franziskus wird an diesem Donnerstag die Spitzen der Bischofskonferenz Venezuelas empfangen. Das teilte der Pressesprecher des Vatikan an diesem Dienstag mit. Schon öfters hatte der Papst seiner Sorge über die Situation im Land Ausdruck verliehen, bei einem Mittagsgebet Anfang April auf dem Petersplatz etwa hatte er eine Verhandlungslösung für die schwere humanitäre, soziale, politische und ökonomische Krise, welche das Volk „auslaugt“, verlangt. Papst Franziskus richtete den Appell an die Regierung des Landes und alle Teile der Gesellschaft: „alle weitere Ausübung von Gewalt soll vermieden werden, die Menschenrechte geachtet werden“. Die Nachrichten über immer schwerwiegender werdende Auseinandersetzungen rissen nicht ab, es gebe zahlreiche Tote und Verwundete. Der Papst reagierte mit diesem Appell auf die zum Teil gewalttätigen Proteste, die seit Anfang April das Land erschüttern.

Immer wieder wird aus dem Land von schweren politischen Konflikten berichtet, die Machthaber erst um den verstorbenen Hugo Chavez und jetzt unter dessen Nachfolger Nicolas Maduro stehen dabei gegen die alten Eliten des Landes. Die Bevölkerung leidet trotz des Ölreichtums des Landes unter Lebensmittelknappheit, oft kommt es in letzter Zeit zu Gewalt und Verhaftungen.

Bischöfe stehen gegen die Regierung

Die Bischofskonferenz des Landes habe um die Begegnung mit dem Papst gebeten, lautet die Erklärung aus dem Vatikan. Anders als der Papst, der selber in Erzbischof Claudio Maria Celli Vermittlungsbemühungen gestartet hatte, sprechen die Bischöfe des Landes mittlerweile davon, dass die aktuelle Regierung ein „totalitäres marxistisches Regime” errichten wolle. Kardinal Jorge Urosa Savino, Erzbischof der Hauptstadt Caracas, warnte in einem Interview mit Radio Vatikan bereits im Mai vor Verfassungsbrüchen.

Venezuela erlebe derzeit eine humanitäre Krise nie gesehenen Ausmaßes, fuhr der Kardinal im Interview damals fort. Die Kirche sehe es als ihre Aufgabe, in dieser Situation nicht nur das Wort Gottes zu verkünden, sondern auch auf die Missachtung der Menschen- und Bürgerrechte sowie der politischen Rechte hinzuweisen, zeigte sich der Kardinal kämpferisch. Von einem demokratischen Staat könne man jedenfalls schon lange nicht mehr sprechen: „Man kann nicht von einer demokratischen Regierung sprechen, denn die Regierung und das Hohe Gericht haben die Arbeit des Parlaments, der Nationalversammlung, blockiert. Das heißt, eine Nation ohne ihr Parlament, also die Repräsentanten des Volkes, die die Regierung kontrollieren und Gesetze erlassen, das deutet auf ein totalitäres Regime hin. Deshalb ist unsere Situation alles andere als gut…”.

Erst vor wenigen Tagen klagte der Vorsitzende der Bischofskonferenz des Landes, der Erzbischof von Comaná, Diego Rafael Padrón Sánchez, Venezuela befinde sich „im freien Fall“. Die Bevölkerung „spürt die Dekadenz einer Regierung, die nicht regiert, die weniger Geld hat und weder genügend Güter importiert noch produziert“, fügte Padrón hinzu. Die Freiheit der Menschen werde „jeden Tag ein Stückchen mehr beschnitten“. (rv 06.06.)

 

 

 

 

Osteuropa: Die vergessenen Migranten

 

„Bleiben oder gehen?“ Klingt wie eine banale Frage – ist aber für viele Menschen in Osteuropa ein herzzerreißendes Dilemma. „Wir machen uns, glaube ich, nicht klar, dass es seit vielen Jahren in Europa eine immense Migration von Ost nach West gibt“, sagt Burkhard Haneke, der Geschäftsführer des katholischen deutschen Hilfswerks Renovabis.

„Viele Menschen sehen in ihrer eigenen Gesellschaft keine Perspektiven zur Existenzsicherung mehr. Sie verlassen ihre Länder. Man kann sagen, es ist nicht nur eine Arbeits-, sondern auch eine Armutsmigration, die dazu führt, dass die Menschen nicht bleiben, wo sie bleiben möchten. Wir von Renovabis sind dann nicht gegen Migration. Sondern es soll nicht so sein, dass Menschen zu Hause keine Perspektiven haben und deswegen ihr Land verlassen.“

Das Osteuropa-Hilfswerk hat in den letzten Wochen seine Pfingstaktion durchgeführt, die am Wochenende in Görlitz ihren Schlußpunkt fand. Motto der Spenden- und Info-Kampagne war diesmal eben diese Frage: „Bleiben oder gehen?“

„Ein kleines Land wie Litauen hatte im Jahr 1990 noch vier Millionen Einwohner. Seither haben eine Million Menschen das Land verlassen und in anderen Ländern, etwa in England oder Deutschland, Arbeit gesucht. Oder Bosnien-Herzegowina: Ein Land, das durch den Krieg sehr stark in Unruhe geraten ist. Dort sitzt nach offiziellen Umfragen mindestens die Hälfte der Jugendlichen auf gepackten Koffern und wartet nur darauf, eine Chance zu bekommen, ihr Land zu verlassen.“

Viele Kinder wachsen in Polen oder Rumänien alleine oder bei irgendeinem Onkel auf, während die Mutter in Deutschland Senioren betreut. Renovabis würde den Menschen in Osteuropa gern helfen, eine Bleibe-Perspektive zu entwickeln.

„In den Bergregionen in Nordalbanien haben wir ein Projekt der regionalen Förderung begonnen. In diesen sehr kargen Regionen werden Menschen von Spezialisten in Anbaumethoden, zum Beispiel im Kräuteranbau, angeleitet. Ihnen wird also etwas beigebracht, was vor Ort möglich ist und womit man auch Geld verdienen kann. Oder: Die Familien dort bekommen kleine Ferkel, jedes Jahr eins. Diese werden dann aufgezogen und verkauft. So erhalten sie einen kleinen finanziellen Erwerb, der kann wieder investiert werden, und die Menschen bleiben in der Region.“

Ein anderes Beispiel ist ein Projekt in der Ukraine, bei dem Jugendliche eine eigene Berufsausbildung bekommen, so Haneke im Gespräch mit dem Kölner Domradio. „Die Ausbildung findet statt in einem Berufsausbildungszentrum der Salesianer, die dort schon seit einiger Zeit sind und jetzt eine KFZ-Techniker-Lehrwerkstatt errichten wollen. Die Werkstatt liegt in der West-Ukraine; eine Gegend, in der sich aktuell Produktionsfirmen verschiedener Automobilmarken niederlassen. Dabei handelt es sich also um ein Projekt, das ganz gezielt ausbildet, damit junge Menschen vor Ort in ihrer Heimat einen Arbeitsplatz bekommen.“

Eine Bilanz seiner Pfingstaktion wird Renovabis erst gegen Jahresende ziehen können. Immerhin, die Macher sind zufrieden mit der Resonanz ihrer Veranstaltungen der letzten Wochen in Deutschland. Sie rechnen damit, dass die Kollekten bundesweit zwischen fünf und sechs Millionen Euro erbracht haben.

Dass die Aktion in Görlitz zu Ende ging, war kein Zufall: „Denn Görlitz liegt im Dreiländereck; Deutschland, Polen, Tschechien. Die Gegend ist sehr stark von Migration geprägt. Im Gottesdienst haben wir zum Beispiel eine Firmung, bei der die Hälfte der Firmlinge aus Polen kommt.“  (domradio 05.06.)

 

 

 

 

Sechster Zwischenruf im Wahljahr 2017 von Justitia et Pax

 

Verantwortung für die Bekämpfung von Fluchtursachen und für eine nachhaltige Entwicklung

 

In der Reihe der Zwischenrufe im Wahljahr 2017 veröffentlicht die Deutsche Kommission Justitia et Pax heute eine Wortmeldung von Prof. DDr. Johannes Wallacher. Er erinnert – angesichts von mehr als 65 Millionen Menschen weltweit, die derzeit auf der Flucht sind, – an unsere Verantwortung für die Bekämpfung von Fluchtursachen und für eine nachhaltige Entwicklung. Eine effektive Bekämpfung der Fluchtursachen liege nicht nur im wohlverstandenen europäischen Eigeninteresse, sondern sei auch ethisch geboten. Die Europäische Union müsse auf der Grundlage des Lissabon-Vertrages von 2007 nicht nur die bei uns Schutz suchenden Personen menschenwürdig behandeln, sondern auch ihrer Verantwortung für eine faire Gestaltung der Globalisierung gerecht werden.

 

Die Grundlagen für Frieden und Versöhnung, für funktionierende Strukturen und entwicklungsförderliche Rahmenbedingungen müssten wesentlich von den betroffenen Gesellschaften selbst geschaffen werden, aber die Industrie- und zunehmend auch viele Schwellenländer trügen eine wesentliche Mitverantwortung, betont Wallacher: „Solange es etwa den Industrieländern nicht gelingt, die Transparenz von Zahlungsströmen beim Abbau von Rohstoffen zu erhöhen oder Steueroasen und Steuerflucht in ihren Bereichen wirksam zu bekämpfen, werden die betroffenen Gesellschaften die strukturellen Ursachen für Korruption und zerfallende Staatlichkeit schwerlich überwinden können.“ Die ärmeren Länder würden auch kaum ihre wirtschaftliche Wertschöpfung steigern und bessere Beschäftigungsmöglichkeiten für ihre Jugend schaffen können, wenn die Außenwirtschafts- und Handelspolitik der wohlhabenderen Länder ihnen dafür wenig Spielraum lasse.

 

Die deutsche Bundesregierung habe am 11. Januar 2017 die Deutsche Nachhaltigkeitsstrategie entlang der „Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung“ und ihren 17 Globalen Nachhaltigkeitszielen (SDGs) fortgeschrieben. Damit werde hoffentlich auch in Deutschland eine kohärentere Politik für eine nachhaltige Entwicklung möglich, die niemanden zurücklasse, so Wallacher.

 

Hintergrund. Dieser Zwischenruf ist auf der Internetseite www.katholisch.de verfügbar. Außerdem wird er wie die anderen Zwischenrufe über den Facebook-Kanal von katholisch.de zur Diskussion gestellt.

Prof. DDr. Johannes Wallacher ist Präsident der Hochschule für Philosophie der Jesuiten in München und dort Professor für Sozialwissenschaften und Wirtschaftsethik. Er ist zudem Moderator des Sachbereichs Entwicklung der Deutschen Kommission Justitia et Pax und Vorsitzender der Sachverständigengruppe „Weltwirtschaft und Sozialethik“ der Deutschen Bischofskonferenz.

Die Deutsche Kommission Justitia et Pax, eine Einrichtung der Deutschen Bischofskonferenz und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), begleitet mit Zwischenrufen für eine gemeinwohlorientierte Politik aktuelle Debatten im Wahljahr 2017. Anfang März hatten der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), und der Präsident des ZdK, Prof. Dr. Thomas Sternberg, die Reihe eröffnet. dbk 6

 

 

 

 

Anglikanischer Primas: Kein Terror im Namen der Religion

 

Nach der Terrornacht von London drängt der anglikanische Primas alle Religionsführer dazu, deutlich gegen die Ideologie des Terrors im Namen von Religion einzutreten. Das sagte der Erzbischof von Canterbury, Justin Welby, in einem Gespräch mit BBC 4.

„Wir haben in den letzten zwanzig Jahren weltweit eine deutliche Zunahme von Angriffen einer Religionsgemeinschaft auf Angehörige anderer Religionsgemeinschaften erlebt. Das müssen wir, jeder innerhalb seiner eigenen Glaubenstradition, bekämpfen. Aufstehen und den Menschen die Dinge erklären.“

Als ein besonderes Problem in Großbritannien identifizierte das Ehrenoberhaupt der anglikanischen Weltkirche „das Fehlen eines gewissen religiösen ABC“ bei den für Terrorabwehr Verantwortlichen. „Sie verstehen oft nicht die genauen Glaubenslehren der Religion, mit der sie sich beschäftigen. Auch was das Christentum betrifft, verstehen sie nicht, warum das irgendeine Auswirkung auf das Leben der Menschen hat. Sie sind oft Leute, die sich nicht in die Lage eines Gläubigen versetzen können. Sie verstehen dann auch nicht die Weltsicht der Menschen, um die es geht. Dabei definiert Religion zu einem wichtigen Teil, wer du bist und was du bist.“

Kurz nach dem Terror von der London Bridge und wenige Tage vor den – trotz allem stattfindenden – Parlamentswahlen betont Erzbischof Welby, der soziale Zusammenhalt in der britischen Gesellschaft sei keineswegs in Gefahr. „Es gibt kein größeres Problem mit der Kohäsion! Die überwältigende Mehrheit der Menschen hier, auch der Muslime, hat eine einheitliche Vorstellung von dem Land, in dem sie leben wollen. Wenn wir uns jetzt nur aufgrund ihres Glaubens gegen eine bestimmte Gruppe unserer Mitbürger wenden, dann werden sich die Terroristen bei uns bedanken: Danke schön, ihr habt uns die Arbeit abgenommen...“

Welby lobte, dass die maßgeblichen islamischen Würdenträger und Organisationen in Großbritannien das Attentat scharf verurteilt hätten. Es führe aber nicht weiter, wenn Politiker nach solchen Anschlägen wiederholten, solche Verbrechen hätten „nichts mit dem Islam zu tun“.  (bbc 05.06.)

 

 

 

 

Pfingsten: Das Verschiedene bleibt und bildet dennoch Einheit

 

Mit dem Pfingstfest feiert die Kirche das Neue, den „Schöpfergeist, der immer neue Dinge vollbringt“. In seiner Predigt bei der Messe auf dem Petersplatz sprach Papst Franziskus dieses neue an, das mit dem Geist, der „österlichen Gabe schlechthin“, in die Welt gekommen sei.

Mit der Aussendung des Heiligen Geistes neu werde zuerst das Volk, der Geist mache aus den Jüngern dieses neue Volk Gottes, das die Kirche ist. „Jedem gibt er eine Gabe und alle versammelt er in der Einheit“, das Verschiedene bleibt erhalten und bildet dennoch die Einheit.

Einheit und Verschiedenheit stehen aber nicht einfach nebeneinander, sie folgen aufeinander. „Zuerst erschafft (der Geist) einfallsreich und unvorhersehbar die Verschiedenheit; denn zu jeder Zeit lässt er neue und vielfältige Charismen aufblühen. Dann verwirklicht der gleiche Geist die Einheit: er verbindet, versammelt und stellt die Harmonie wieder her“. Diese Einheit sei nicht mit Einförmigkeit zu verwechseln, es bleibe „Einheit in Verschiedenheit“.

Einheit und Verschiedenheit

Einmal mehr richtete der Papst seinen Blick auf Versuchungen, die dabei auftreten können. „Die erste ist jene, die Verschiedenheit ohne die Einheit zu suchen. Dies geschieht, wenn man sich unterscheiden will, wenn sich Lager und Parteiungen bilden, wenn man sich auf ausschließende Positionen versteift, wenn man sich in die eigenen Besonderheiten verschließt, weil man sich möglicherweise für die Besten hält oder diejenigen, die immer recht haben“. Man werde „Parteigänger“ statt Schwester oder Bruder im Heiligen Geist.

„Die entgegengesetzte Versuchung ist hingegen jene, die Einheit ohne die Verschiedenheit zu suchen“, fuhr Papst Franziskus fort. „Auf diese Weise aber wird die Einheit zur Einförmigkeit, zu einer Verpflichtung, alles gemeinsam und gleich zu machen und immer in derselben Weise zu denken. So endet die Einheit darin, Vereinheitlichung zu werden.“ Die Konsequenz: „Es gibt keine Freiheit mehr“.

Vereinheitlichung verneint Freiheit

Mit der Aussendung des Heiligen Geistes neu werde aber auch das Herz, davon spreche das Evangelium des Tages, griff der Papst den roten Faden wieder auf. Und dieses habe vor allem mit Vergebung zu tun. „Der Geist ist die erste Gabe des Auferstandenen und wird vor allem gegeben, um die Sünden zu vergeben. Hier ist der Beginn der Kirche, hier das Bindemittel, das uns zusammenhält, der Zement, der die Bausteine des Hauses vereint: die Vergebung“. Diese erlaube den Neuanfang, sie verleihe Hoffnung und die Möglichkeit, Kirche aufzubauen.

Und auch hier wieder wies der Papst auf mögliche Abwege und Versuchungen hin: „Die voreiligen Wege desjenigen, der urteilt, die ausweglosen Pfade desjenigen, der jede Tür verschließt, die Einbahnstraßen desjenigen, der die anderen kritisiert“. Deswegen bete er um die Gnade, durch die Erneuerung durch Vergebung „das Angesicht unserer Mutter Kirche immer schöner zu machen“.

 (rv 04.06.)

 

 

 

 

Gegen Angst und Gewalt die christliche Botschaft setzen

 

Kardinal Reinhard Marx hat beim Pfingstgottesdienst im Münchner Liebfrauendom der Opfer des Terroranschlags von London gedacht. „Wir wollen alle Menschen einschließen, die in besonderer Weise bedrängt und bedrückt sind: die Opfer der Gewalt, die Verletzten, die Toten, die Angehörigen. Alle sind in unserem Herzen in dieser Feier der Heiligen Eucharistie gegenwärtig, und wir sind mit ihnen verbunden“, sagte der Erzbischof von München und Freising am Pfingstsonntag, 4. Juni. Er rief dazu auf, Terror und Gewalt die christliche Botschaft entgegenzusetzen: „Immer wieder sind wir bedrückt über die schrecklichen Ereignisse, die überall auf dem Globus deutlich machen, dass die Mächte der Gewalt und des Bösen nicht zum Schweigen gebracht werden, sondern immer wieder aufstehen. Aber wir wissen: Die Macht Christi ist stärker! Er ist stärker als der Tod, als die Sünde, als die Angst. Deswegen haben wir eine besondere Verpflichtung, gegen alle Angst, gegen alle Gewalt die Botschaft zu setzen, die von Jesus von Nazareth kommt.“

 

Das Oster- und Pfingstereignis solle „die ganze Welt in Bewegung bringen“, so Kardinal Marx, „auf das Ziel der einen Menschheitsfamilie hin“. Daran werde die Menschheit zwar immer wieder scheitern: „Es wird immer wieder die Mächte des Bösen geben, der Aggression, des Terrorismus, immer wieder in unserem Herzen die Stimme, die sagt: ‚Warum sollst du dich engagieren, warum sollst du gütig sein zu deinem Nächsten? Denk zunächst an dich, warum sollst du an andere denken?‘“ Es gebe „immer wieder von neuem die Versuchung, sich zurückzuziehen, sich zu verkrampfen auf das eigene Ich“, sagte der Erzbischof. So scheine der „Blick auf die ganze Welt“ als Menschheitsfamilie aktuell „eher getrübt“ zu sein: „Manche kritisieren heute den sogenannten Universalismus. Jede Nation soll für sich sein, am besten jeder Mensch auch: ‚Wenn jeder an sich denkt, dann ist ja an alle gedacht!‘ Ein schlichtes Weltbild, und ein schlechtes Weltbild.“

 

Besonders Christen sollten dazu „ein Gegenzeugnis abliefern, ein Zeugnis dafür, dass Gottes Geist wirksam ist, dass dieser Geist die ganze Welt in Bewegung halten kann, auf das Bessere hin, auf die Liebe hin, auf die Gerechtigkeit hin“. Das Pfingstfest sei eine Einladung, sich immer wieder neu ermutigen zu lassen, „mit großer Zuversicht, ohne Angst, dass wir nicht resignieren, nicht aufgeben, diese Botschaft in der Welt zu bezeugen“.

 

Am Hochfest Pfingsten gedenken Christinnen und Christen der Herabkunft des Heiligen Geistes, die in der biblischen Apostelgeschichte geschildert wird. Der Heilige Geist ermöglichte den in Jerusalem versammelten Jüngern Jesu Christi, den Glauben in fremden Sprachen zu verkünden und so den Grundstein für seine Verbreitung in der ganzen Welt zu legen. Deshalb wird Pfingsten auch „Geburtstag der Kirche“ genannt. Das Pfingstfest wird am 50. Tag des Osterfestkreises gefeiert und schließt diesen ab. Traditionell wird in den Wochen davor und danach in zahlreichen Pfarreien die Firmung gespendet, bei der den Firmkandidaten der Heilige Geist zugesprochen wird. Die Kollekte aus allen katholischen Gottesdiensten in Deutschland am Pfingstsonntag ist für die Arbeit des Hilfswerks Renovabis bestimmt. Mit den Geldern wird die pastorale, soziale und gesellschaftliche Erneuerung der Länder in Mittel-, Ost- und Südosteuropa unterstützt. Der Name „Pfingsten“ wird vom griechischen Wort „pentecoste“ für die Zahl 50 abgeleitet: Damit war das jüdische „Wochenfest“ gemeint, ein großes Wallfahrtsfest, das sieben Wochen nach dem Pessachfest als Dankfest für die Ernte des Wintergetreides wie auch für die Übergabe der zehn Gebote an Moses auf dem Berg Sinai gefeiert wurde. Dbk 4

 

 

 

Papst trifft Kinder aus italienischen Erdbebengebieten

 

„Liebe Kinder, sie sagen, ich soll zu euch reden, aber ich höre doch lieber zu!“ - Als aufmerksamer und einfühlsamer Zuhörer hat sich Papst Franziskus an diesem Samstag im Vatikan gezeigt, als er in der Audienzhalle rund 400 Kinder aus dem mittelitalienischen Erdbebengebiet empfing. Statt einen Vortrag zu halten, informierte sich der Papst bei den Kindern über deren aktuelle Lebenssituation: „Komm mal her, erzähl’ mir was! Erzähl’ mir, wie die Tage für dich nach dem Erdbeben waren.“

„Am 24. August haben wir uns Klassenkameraden alle erschrocken, denn man wusste ja nicht, wer noch lebte und was mit unser Schule passiert war und mit den Häusern der anderen“, erzählte die kleine Gaia aus Acquasanta. „Zum Glück konnten sich alle retten. In Acquasanta gab es keine besonderen Schäden, doch unsere Schule konnten wir erst mal nicht mehr besuchen bis sie neu aufgebaut wurde.“

Für andere war es nicht so glimpflich abgelaufen: Ob die Sorge um Schwester oder Oma, Schulunterricht im provisorischen Zelt oder mobile Heime für die entwurzelte Familie – Franziskus hörte sich die kleinen und großen Sorgen der Kinder an und machte ihnen Mut: „Was ihr da erlebt hat, ist eine hässliche Sache, das ist ein Unglück, nicht wahr? Und Unglücke verletzten die Seele. Doch der Herr hilft uns, uns wieder aufzurichten. Wenn solches Unheil kommt, gibt es die Kraft, sich wieder aufzurichten. Wenn man zusammenarbeitet, alle für das gleiche Ziel, laufen die Sachen besser, nicht wahr?“

Mehrere Erdbeben hatte die Regionen im Herbst vergangenen Jahres erschüttert. Tausende Menschen verloren ihr zu Hause, Schulen, Kirchen und Kulturgüter wurden beschädigt oder unnutzbar, Landwirte und lokale Produzenten verloren ihre Lebensgrundlage. Der Papst hatte der notleidenden Bevölkerung damals seine Anteilnahme zum Ausdruck gebracht. Um betroffenen Kleinbetrieben wieder auf die Beine zu helfen, hatte der Vatikan u.a. die Abnahme lokaler Produkte aus der Erdbebenregion garantiert.  

Vierte Ausgabe des Zuges der Kinder

Die Kinder kommen aus den italienischen Städtchen Nursia, Cascia, Amatrice, Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Accumoli und Preci und kamen gemeinsam mit Lehrern und Erziehern. Sie waren an diesem Samstag mit einem Sonderzug in den Vatikan gereist, der einen üblicherweise gesperrten Gleisanschluss nutzen durfte, der direkt in die Vatikanischen Gärten führt. Die Aktion des Päpstlichen Kulturrats stand unter dem Motto „Kleine Reisende, große Botschafter, Hüter der Erde". Es handelt sich um die bereits vierte Ausgabe des Kinderzugs. In den Vorjahren waren etwa junge Leute aus sozialen Brennpunkten Neapels oder Kinder von Häftlingen beim Papst. (rv/ansa 03.06.)

 

 

 

Peru: Deutscher Bischof freut sich auf Dienst in armer Diözese

 

Er stammt aus Deutschland, wird Bischof in Peru und freut sich sehr auf seinen neuen Dienst in einem der ärmsten Gebiete des südamerikanischen Landes: Reinhold Nann. Papst Franziskus hat den aus Freiburg im Breisgau stammenden Fidei-Donum-Priester, der seit 1992 – mit Unterbrechung – in Peru wirkt, zum Prälaten von Caravelí ernannt. Gudrun Sailer erreichte Reinhold Nann telefonisch in Lima und wollte zunächst von ihm wissen: Wie wird ein Deutscher Bischof in Peru?

„Das frage ich mich selber auch, weil ich der Meinung bin, es gibt genügend Peruaner, die gerne Bischof werden würden, und ich will es eigentlich nicht…! (lacht) Das war eine Überraschung. Gut, in der Diözese, wo ich hinkomme, da waren immer deutsche Herz-Jesu-Missionare. Auch die ersten beiden Bischöfe waren deutsche Herz-Jesu-Missionare, da war wohl so eine Linie. Aber sonst ist es so, dass ich halt einfach hier schon 20 Jahre als Missionar bin.“

Und das an verschiedenen Stationen: Der heute 56-jährige Schönstatt-Priester war als Pfarrer in den Anden tätig, in einer Wüstenpfarrei, zuletzt im peruanischen Amazonasgebiet. Reinhold Nann teilt aus tiefstem Herzen das Bekenntnis von Papst Franziskus zu einer armen Kirche für die Armen.

„Ich war immer in allen meinen vier Pfarreien, wo ich war – in der fünften war ich jetzt nur drei Monate – ich war immer in Stadtrandpfarreien oder auf dem Land bei den Leuten, die ganz am Rand leben. Ich bin da gern, ich kann gut mit den einfachen Leuten in Verbindung kommen, obwohl ich Ausländer bin. Das ist so meine Mission, und ich habe da bei Papst Franziskus entdeckt, Mensch, der macht das auch, und wir sind da voll auf einer Wellenlänge.“

Und das wird Nann auch als Bischof in Caravelí umsetzen.

„Ich komme jetzt in eine Prälatur, die ist ganz ländlich geprägt, in den Anden, innerhalb von Peru gehört das sicher zu den ärmsten Gegenden. Es gibt weite Strecken, die man nur schwer erreichen kann. Die meisten Leute sprechen dort Quechua, also nicht einmal Spanisch, das heißt für mich, ich werde versuchen, zumindest so viel zu möglich Quechua zu lernen, um mehr ans Denken und an die Art zu denken dieser Menschen heranzukommen.“

„Ich werde immer mehr zum Fan von Papst Franziskus. Sein Einsatz für eine arme Kirche unter den Armen ist auch meiner. Sein Ruf, mehr an die Peripherien zu gehen, treibt mich an“, schrieb Reinhold Nann zu Weihnachten letzten Jahres in seinem Blog, den er auch als Bischof fortführen will. Aus seiner eigenen Sicht teilt Nann damit nicht unbedingt die Haltung der meisten peruanischen Bischöfe.

„Es gab hier einmal eine ganz starke Strömung der Theologie der Befreiung in den 70er und 80er Jahren, die hat dann ausgerechnet der Vatikan mit seinen Bischofsernennungen ausgerottet, kann man sagen. Es gibt keine Bischöfe mehr, die irgendwie auf dieser Linie wären. Dank Franziskus bin ich wahrscheinlich der erste, der so etwas öffentlich wieder sagt!“

Mit und für Padre Reinaldo, wie der Priester in seiner peruanischen Wahlheimat genannt wird, freut sich auch Erzbischof Stephan Burger von Freiburg. „Du setzt Dich immer mit ganzer Leidenschaft für die Armen und ärmsten der Armen ein – bis hin zu Deiner Bereitschaft, auf die Hälfte Deines eigenen Gehalts zu verzichten, um damit andere in der Seelsorge zu unterstützen“, so schreibt der Erzbischof in einem Glückwunsch an den neuen Prälaten in Caraveli. Fidei-Donum-Priester wie Reinhold Nann bleiben ihren Heimatdiözesen zugeordnet und sind für die Zeit ihrer Missionstätigkeit in ärmeren Ländern gewissermaßen an diese „verschenkt“.

Papst Franziskus möchte 2018 Peru besuchen. Was Reinhold Nann ihm dort gerne zeigen würde? Ein Dorf in den Anden, oder sogar eines im Urwald, antwortet der designierte Bischof. Seine Bischofsweihe wird am 15. August, zu Maria Himmelfahrt, in der Kathedrale von Trujillo stattfinden, die Amtseinführung am 22. August ist nur für Menschen in Caravelí, weil die Gegebenheiten dort nicht ausgerichtet sind für den Empfang vieler Besucher.

(rv 31.05.)

 

 

 

 

„Frieden und Gerechtigkeit, Freiheit und Menschlichkeit zeugen von wahrhafter Frömmigkeit“

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, richtet auch in diesem Jahr eine Grußbotschaft an die Muslime in Deutschland, um ihnen zum Beginn des Fastenmonats Ramadan und zum Fest des Fastenbrechens die Segenswünsche der Bischöfe und der deutschen Katholiken zu übermitteln: „Verehrte muslimische Gläubige, Sie mühen sich in der 30-tägigen Fastenzeit, den göttlichen Willen zu ergründen und sich für Gottes Stimme besonders zu öffnen. Möge der barmherzige Gott Ihren Ruf erhören, Sie und Ihre Familien in dieser Fastenzeit begleiten und Ihnen beistehen. Ich wünsche Ihnen im Namen der katholischen Christen in unserem Land eine gesegnete Fastenzeit und ein glückliches Fest zum Ende des Ramadan.“

 

In seiner Grußbotschaft lenkte Kardinal Marx den Blick auf Europa und die Unterzeichnung der Römischen Verträge vor 60 Jahren: „Heute ist der Prozess der Einigung Europas harten Rückschlägen und Anfeindungen ausgesetzt. Missverständnisse und populistische Demagogie prägen manche Debatten – auch in Deutschland. Deshalb sollten wir uns erneut bewusst machen: Die europäische Integration, wie sie vor allem in der Europäischen Union Gestalt angenommen hat, stellt das erfolgreichste Friedens- und Freiheitsprojekt dar, das die Menschen in unserer Weltgegend je gesehen haben.“ Dieses Projekt beruhe auch auf der Entschlossenheit der Völker, die Voraussetzungen für ein friedliches, für alle bereicherndes Zusammenleben von Menschen verschiedener Herkunft, Kultur und religiöser Überzeugung nicht nur auf der nationalen, sondern auch auf der staatenübergreifenden Ebene zu garantieren und abzusichern.

 

Die Achtung und der Schutz von Freiheit, Menschenwürde und Menschenrechten, Demokratie, Rechtsstaatlichkeit und der Gleichheit aller Staatsbürger ungeachtet ihres religiösen Bekenntnisses – dies alles seien universale Werte, die untrennbar mit der Idee Europas verbunden seien. „Deshalb, liebe muslimische Schwestern und Brüder, appelliere ich auch an Sie: Helfen Sie mit, dass diese Idee Europas lebendig bleibt! Sie trägt dazu bei, Gesellschaften aufzubauen, in denen Fremde und Einheimische, Gläubige und Nichtgläubige gleichermaßen in Frieden, Freiheit und gegenseitiger Achtung miteinander leben können.“ Kardinal Marx betont, dass wir keine Anstrengungen scheuen dürften, die wahrhaft religiösen Werte und Überzeugungen in den Mittelpunkt zu rücken. „Frieden und Gerechtigkeit, Freiheit und Menschlichkeit zeugen von wahrhafter Frömmigkeit. Als religiöse Menschen tragen wir eine besondere Verantwortung für unsere Jugendlichen. Sie haben das Recht, eine Erziehung auf der Grundlage dieser Werte und Überzeugungen zu erhalten, ein Rüstzeug für ihren ganzen Lebensweg.“

Hinweis: Die Grußbotschaft von Kardinal Marx ist als pdf-Datei unter www.dbk.de verfügbar. Dbk 29

 

 

 

 

Planspiel für junge Erwachsene. Geld regiert die Welt … oder?

 

Einen emotionalen Zugang zu Geld zu bekommen, ist das Ziel eines Planspiels beim Eine Welt Camp im Kloster Jakobsberg bei Ockenheim. Statt abstrakter Finanzströme erleben Teilnehmer hier Geldgeschäfte am eigenen Leib. Von Christian Burger.

 

"Wir haben Hunger, Hunger, Hunger, haben Hunger …“, tönt es aus dem Raum, in dem die Teilnehmer sich zum Mittagessen versammelt haben. Es sind die „Armen“, die sich auf diese Weise bemerkbar machen. Sie sitzen auf dem Boden und warten auf ihr Schälchen Reis, während die „Reichen“ über ihnen auf einem Podest thronen und sich an ihrem üppigen Mahl erfreuen. „Wenn ihr fertig seid mit Bedienen, dann dürft ihr auch noch etwas essen“, mit diesen Worten richtet sich Leiterin Jennifer Mumbure an die Verlierer des Planspiels und fügt hinzu: „Ihr wart halt nicht so fleißig.“ Wer dagegen gewonnen hat, soll das auch spüren. Dazu gehört ein komfortabel erhöhter Sitzplatz, ein gut gefüllter Teller und natürlich Service. Wie im Leben. Das Mittagessen ist der Abschluss eines Planspiels, mit dem das Eine Welt Camp im Kloster Jakobsberg bei Ockenheim eröffnet wurde. Bei dem Treffen geht es diesmal darum, den Teilnehmern spielend das Weltwirtschaftssystem näherzubringen.

Einen Tag Weltwirtschaft erleben

„Es geht dabei vor allem um den Erfahrungswert“, erklärt Kilian Bundschuh, Mitglied des Organisationsteams, „die Armen kriegen halt auf den Deckel.“ Fast 24 Stunden lang mussten im Camp die Teilnehmer mit „Camp-Talern“ wirtschaften und bezahlen, beispielsweise kostete ein Abendessen pro Person fünf Taler. Am Ende erleben die Reichsten die Vorzüge. Doch diese offensichtliche Spaltung der Gruppe liegt einigen Teilnehmern schwer im Magen, und einer ruft reumütig vom Tisch der Reichen: „Ich hab mich beim Essen noch nie so unwohl gefühlt.“ Kurz darauf werden die Teilnehmer aufgefordert, ihre Rollen abzustreifen und aus ihren Köpfen zu verbannen, damit wieder alle gleich sind. Das Eine Welt Camp wird seit 1986 regelmäßig im Kloster Jakobsberg von missio Aachen, missio München und der Arbeitsgruppe MAZ (MissionarIn auf Zeit) veranstaltet. Es steht jedes Mal unter einem Motto, das Relevanz für das Leben in Deutschland hat. Dieses Jahr lautet der Leitspruch: „Da fällt der Groschen.“ Dazu gibt es viele Workshops und Vorträge. Unter anderem stehen Diskussionen zu Themen wie „Internetwährung Bitcoin“, „Bedingungsloses Grundeinkommen“ und „Was sagt eigentlich der heilige Benedikt zum Geld?“ an. Das Thema soll von möglichst vielen Seiten beleuchtet werden. Verena Stürznickel, die zum vierten Mal an einem Camp teilnimmt, ergänzt: „Und es macht einfach Spaß.“ Circa 80 Prozent der Teilnehmer sind MAZ-Rückkehrer. Sie treffen hier Gleichgesinnte, tauschen sich bei einem Markt der Möglichkeiten über Arbeitsbereiche und Engagements aus. 120 bis 150 Personen nehmen am Camp teil. Unter den Gästen finden sich auch  ein paar junge Leute aus Ländern wie Brasilien, Kenia, Papua-Neuguinea und Ghana, die in Deutschland ein ausländisches Gegenstück zum MAZ machen.

 

Viele ungeplante Dynamiken entstehen

Sowohl die Teilnehmer als auch die Organisatoren sind vom Erfolg des Planspiels begeistert. Verena Stürznickel weiß, dass sich normalerweise alle beim Camp helfen, doch „diesmal wurde von Anfang an ein Geschäft daraus gemacht“. Sie ist beeindruckt, wie perfekt sich die Teilnehmer in ihre jeweiligen Rollen hineingefunden haben und mit welcher Vielzahl an kreativen Ideen die Aufgaben umgesetzt wurden. Diese Meinung scheinen alle Mitspieler, ob arm oder reich, zu teilen. Jennifer Mumbure war besonders bewegt von den vielen ungeplanten Dynamiken, die während des Spielens entstanden sind. Beispielsweise sangen Gruppen spontan Ständchen, boten Massagen an oder verkauften Solidaritäts-Schleifchen. Einige Gruppen legten ihr gesamtes Startkapital zusammen und bildeten eine funktionierende Solidargemeinschaft. Nach dem Planspiel ist wieder Zeit für spannende Geschichten über MAZ-Aufenthalte. Katharina Dietz liebäugelt mit einem Freiwilligendienst, am liebsten in einem asiatischen Land. „Wenn man so viele Leute trifft, weckt es das Interesse, selbst solche Erfahrungen zu machen“, sagt sie. Neuen Begegnungen steht nichts im Weg, denn nun muss niemand mehr nach „Camp-Talern“ kramen.

 

Zur Sache: Das Planspiel

Das Planspiel „Campwährung“ haben Robert Kasperan, Student an der Cusanus Hochschule in Bernkastel-Kues, und die Camp-Veranstalter um Jennifer Mumbure entwickelt. Die Teilnehmer starten mit unterschiedlichen Summen an Grundkapital. Jeder ist Mitglied einer von elf Basisgruppen. Alle Gruppen haben Gemeinschaftsaufgaben zu erledigen, wie etwa Kuchen backen, Stockbrotteig anrühren oder eine Weltkugel aus Pappmaschee gestalten. Dabei ist es wichtig, dass Dinge entstehen, die nutzbar und nachhaltig sind, erklärt Jennifer Mumbure. Um ihre Ziele zu erreichen, müssen die Gruppen Handel treiben, weil nicht alle Grundgüter vorhanden sind. Zudem gibt es Schicksalsschläge zu bewältigen und Lottogewinne einzustreichen, dann werden „Arme reich und Reiche arm“, ergänzt Kilian Bundschuh. Um zusätzliche Camp-Taler zu verdienen, können die Teilnehmer an der Job-Börse Putzarbeiten und andere Aufgaben übernehmen.

Infos über MAZ und missio auf: www.missionarin-auf-zeit.de; www.missio.de Glauben u. Leben 1

 

 

 

 

Neuer Weihbischof für Trier

 

Das Bistum Trier hat einen neuen Weihbischof: Franz Josef Gebert. Der 68 Jahre alte Priester wirkte bisher als Caritasdirektor und Dekan des Kathedralkapitels. Seine theologische Ausbildung empfing Gebert in Trier und Rom als Seminarist des deutsch-ungarischen Priesterkollegs. Die Priesterweihe empfing er 1977 in Trier, danach wirkte Gebert als Seelsorger in Sinzig am Rhein, als Privatsekretär des Bischofs Hermann Josef Spital und als Subregens des diözesanen Priesterseminars. Seit 2000 leitet er die Trierer Caritas. Als Titelbistum wies Papst Franziskus dem neuen Weihbischof Vegesela in Byzacena zu, das im heutigen Tunesien liegt.

Gebert stammt nach Angaben aus dem Bistum Trier aus einer Winzerfamilie aus Schweich und absolvierte vor seiner theologischen Ausbildung zunächst eine Lehre zum Fassbinder im Weinhandel. Danach erarbeitete er sich das Abitur, um dann seine Ausbildung zum Priester in Trier und für sieben Jahre in Rom fortzusetzen. "Verbunden mit dieser tiefen Verwurzelung in seiner Heimat, ist er ein bescheidener, bodenständiger Mensch geblieben, der sich die Zeit nimmt, anderen zuzuhören", heißt es aus Trier.

Ein Weihbischof unterstützt den Diözesanbischof bei der Leitung der Diözese. Er übernimmt bestimmte Aufgabenbereiche etwa für eine Region, Personengruppen oder besondere Felder der Seelsorge. Ein Weihbischof trägt die bischöflichen Insignien wie Ring, Hirtenstab und Mitra. Er leitet keine eigene Diözese, doch wird ihm der Bischofssitz eine untergegangene Diözese als Titularbistum zugeordnet.  (rv 31.05.)

 

 

 

 

Ramadan. Seelsorgerin wirbt um Verständnis für Muslime

 

Soweit es mit Lehrplänen und Unternehmensabläufen vereinbar ist, sollten Lehrer und Arbeitgeber von Muslimen während des Ramadan keine Höchstleistungen abverlangen. Dafür wirbt die muslimische Seelsorgerin Zeitun. VON Martina Schwager

Die muslimische Seelsorgerin Dua Zeitun wirbt im bevorstehenden Fastenmonat Ramadan um Verständnis für Muslime. „Man sollte in dieser Zeit, soweit es mit Lehrplänen und Unternehmensabläufen vereinbar ist, keine Höchstleistungen von ihnen fordern“, sagte Zeitun im Gespräch mit dem Evangelischen Pressedienst. Andererseits sei aber auch Mitleid nicht angebracht: „Fasten ist kein Zwang und keine Quälerei.“

Für die Muslime in aller Welt beginnt der Fastenmonat an diesem Wochenende. Auch viele der rund 4,5 Millionen Muslime in Deutschland bereiten sich derzeit darauf vor. Für meisten muslimischen Gemeinden fängt der Ramadan am Samstag an und endet am 24. Juni. Der erste Tag des dreitägigen Ramadanfestes Eid al-Fitr ist also der 25. Juni.

Diese Daten sind auf Grundlage astronomischer Berechnungen festgelegt worden. Weil der Monat im islamischen Kalender aber in dem Moment beginnt, in dem der Neumond zum ersten Mal gesehen wird, richten manche Moscheegemeinden den Beginn des Ramadan nach der Sichtung des Mondes etwa in Mekka aus. So kann das Fasten auch einen Tag vor oder nach dem festgelegten Datum beginnen.

Tausendmeterlauf muss nicht sein

Zeitun betonte, sie wünsche sich Lehrer, die die Schüler nicht ausgerechnet in dieser Zeit zum Tausendmeterlauf antreten ließen, sie aber auch nicht unentwegt zum Trinken aufforderten. Insgesamt aber habe sich die Einstellung der christlich geprägten Gesellschaft zum Ramadan in den vergangenen Jahren deutlich zum Positiven verändert. Es sei auch für die Muslime hierzulande nachvollziehbar und selbstverständlich, dass sich das Leben nicht wie in islamischen Ländern ganz dem Ramadan anpasse, betonte die Seelsorgerin an der Ibrahim Al-Khalil Moschee in Osnabrück.

Bestimmte Zwänge seien immer ein Grund, das Fasten zu unterbrechen, erläuterte die Mutter dreier Kinder. „Wer schwerer körperlicher Arbeit oder extremem Stress etwa in Prüfungen ausgesetzt ist, braucht nicht zu fasten.“ Leistungssportlern sei das Fasten ebenfalls erlassen. „Ich würde meinen Kindern deutlich sagen: Wenn Du eine Klausur schreibst, musst du währenddessen trinken.“

Fasten mit vielen Ausnahmen

Ohnehin dürften nur körperlich und geistig gesunde Erwachsene und reife Jugendliche fasten, sagte Zeitun. „Meistens werden sie aber schon als Kinder langsam herangeführt, indem sie einige Tag mitfasten.“ Wer gesundheitlich in irgendeiner Weise beeinträchtigt sei oder regelmäßig Medikamente nehmen müsse, dem sei das Fasten nicht erlaubt. „Auch alte Menschen fasten nicht. Bei besonders hohen Temperaturen sollten Menschen, die sich beeinträchtigt fühlen, das Fasten unterbrechen.“

Die Aufnahme von Speisen und Getränken ist im Ramadan auf die Zeit zwischen Sonnenuntergang und Sonnenaufgang beschränkt. Da der Ramadan in jedem Jahr zehn bis elf Tage zurückrückt (2018 beginnt er am 16. Mai), verändern sich diese Zeiten. In diesem Jahr ist die Tages-Fastenzeit in Deutschland mit 18 bis 19 Stunden sehr lang. Zum täglichen Fastenbrechen am Abend kommen vor allem an den Wochenenden Familien und Freunde zum gemeinsamen Essen zusammen. Auch in Moscheegemeinden werden Mahlzeiten zum Fastenbrechen angeboten. (epd/mig 30)

 

 

 

„Weg von öligen Formeln“

 

Was können die christlichen Konfessionen beim Feiern ihrer Gottesdienste voneinander lernen? Antworten von Helmut Wöllenstein. Er ist Vorsitzender der Liturgischen Kammer der Evangelischen Kirche Kurhessen-Waldeck und Propst des Sprengels Waldeck und Marburg.

Sind Katholiken die Liturgie-Experten? Brauchen Protestanten Gestaltungshilfen für den Gottesdienst? Der Karikaturist Thomas Plaßmann hat sich des Themas angenommen.

Protestanten können nicht Liturgie feiern! Was erwidern Sie auf ein solches Vorurteil?

Wenn Liturgie bedeutet, dass nur Männer am Altar zelebrieren und dass Menschen, die geschieden sind oder eine andere Konfession haben, nicht am Mahl teilnehmen dürfen, können wir in der Tat nicht mithalten. Das machen wir anders und wollen an dieser Stelle auch nichts dazulernen. – Aber ich höre die Einschätzung auch selbstkritisch: Durch die hohe Wertschätzung der Predigt in unserem Gottesdienst passiert es, dass andere Teile als „Beiwerk“ behandelt werden. Predigerin oder Prediger treten häufig noch als Solisten im ganzen Gottesdienst auf. Sie prägen alles, so oder so. Der Umgang mit Raum, Kleidung und Gegenständen kann dabei beliebig wirken. Jede Landeskirche hat eigene Varianten, die von den Gemeinden noch einmal variiert werden. Das kann kreativ aber auch anstrengend sein. Die Kreationen werden oft wortreich erklärt. Schließlich sollen alle alles verstehen. Man fühlt sich eher in eine Schulstunde versetzt als zu einer lebendigen Begegnung mit Gott eingeladen.

Was können Katholiken im evangelischen Gottesdienst lernen?

Sich über Frauen am Altar zu freuen. Vielfalt und Freiheit in der Gestaltung zuzulassen. Eine reiche Predigtkultur zu pflegen. Das Bemühen um zeitgemäße, alltagsnahe Sprache, weg von öligen Formeln und rituellem Automatismus. Innigkeit. Brot und Wein für alle. Die Liebe zur Kirchenmusik: Posaunen, Kantorei, Gospelchor, alte Choräle und peppige neue Lieder. Die volle Verantwortung des Kirchenvorstands für die Gottesdienste der Gemeinde. Die Lust zum Experimentieren mit anderen Orten, anderen Zeiten und anderen Formaten: Gottesdienste mit Künstlern, Kantatengottesdienste, Politikerinnen auf der Kanzel, Literaturgottesdienste,  Feierabendmahl wie beim Kirchentag.  Das Zugehen auf besondere Milieus und Zielgruppen. Die aktive Beteiligung zivilgesellschaftlicher Bewegungen wie Greenpeace oder Amnestie international.

Und umgekehrt: Was können Protestanten von den Katholiken lernen?

Dass sie überhaupt den Gottesdienst besuchen! Die vielgerühmte Freiheit des Glaubens (von Kirche und religiöser Pflicht) überlebt bei uns Protestanten auf Dauer nur, wenn dieser Glaube auch öffentlich dargestellt und weitergegeben wird. Gottesdienst als zentrale Lebensäußerung der Kirche will nicht nur von uns hochgehalten, sondern auch gelebt werden in der Realität – in der realen Anwesenheit Christi in Wort und Sakrament. Das Mahl sollten wir öfter feiern. Überhaupt können wir im katholischen Gottesdienst das Feiern lernen mit dem Körper und mit allen Sinnen: Da ist Farbe, Glanz, Duft, Bewegung, es gibt immer schöne Blumen und mehr als zwei Kerzen. Viele ziehen zusammen ein und aus, verneigen und bekreuzigen sich. Ich beneide die katholische Kirche um die „Messdiener“: Jugendliche finden einen Zugang zum Gottesdienst, weil sie gebraucht werden. Im katholischen Gottesdienst wird nicht nur erinnert oder erklärt, es geschieht etwas. Achtsamkeit für Details verbindet sich mit dem Vertrauen in die große Form.

Fließen Ihre Erkenntnisse ein in die Ausbildung von Pfarrerinnen und Pfarrern?

Sicher wird hier zuerst die Fähigkeit zur Verkündigung ausgebildet, also diskursive, hermeneutische und kommunikative Kompetenz. Nicht umsonst hieß die Einrichtung bis vor kurzem „Predigerseminar“.

Doch ebenso geht es um spirituelle Erfahrungen durch aktive Beteiligung am geistlichen Leben des Hauses: Beten kann man nur durch beten lernen. Seit Jahren gehört die Arbeit an der eigenen Sprache in nicht kognitiven Bereichen zum Kurrikulum wie auch praktische Übungen in „Liturgischer Präsenz“: alle Teile des Gottesdienstes werden mit Originaltexten in liturgischen Räumen bühnentechnisch durchgeprobt und unter wirkungsästhetischen Kriterien im Blick auf ihre Stimmigkeit hin optimiert.

Wie sieht denn ein liturgisch harmonischer ökumenischer Gottesdienst der Zukunft aus?

Er basiert auf der Freundschaft der Kirchen ohne sie stets neu demonstrieren zu müssen. Christus wird gefeiert. Die Partner muten sich etwas zu, überfordern sich aber nicht. Vielleicht kommen eines Tages alle zusammen an einen Tisch. Bis dahin hören sie nicht auf, sich den Frieden zuzusagen mit Worten und Zeichen. Sie singen Lieder, die alle kennen. Sie verstecken aber nicht voreinander, was die einen oder die anderen lieben: Evangelische singen auch ein Marienlied mit und es wird auch Lutherbibel gelesen. Es sollte nur eine Predigt geben. In der Mitte steht das Evangelium in aktueller Zuspitzung auf das, was Menschen wirklich brauchen.

Beide Kirchen zeigen, dass sie in einem viel weiteren Horizont stehen, der größeren Ökumene verbunden sind, dass sie dem friedlichen Miteinander der Religionen dienen und der Versöhnung in einer Welt voller Zerstörung. Ein schönes Zeichen ist, wenn am Ende zwei nebeneinander  und doch zusammen den Segen sprechen. Interview: Johannes Becher, Glauben u.Leben 1

 

 

 

USA: Katholiken machen Front gegen Trumps Haushaltsplan

 

Führende US-Katholiken äußern Einwände gegen den Haushaltsentwurf des amerikanischen Präsidenten Donald Trump für 2018. Der Präsident plant Kürzungen im Sozial- und Bildungsbereich von mehr als 52 Milliarden US-Dollar allein im kommenden Jahr. Über die nächsten zehn Jahre sollen die Unterstützungen für Bedürftige, für die Gesundheitsversorgung, internationale Hilfe, Bildung und Umweltschutz sogar um 3,6 Billionen US-Dollar schrumpfen.

 

Es gehe bei einem Haushaltsentwurf nicht nur um Defizitabbau und Verteidigungskosten, so Bischof Frank J. Dewane aus Venice, Florida. Ein Budget sei immer auch ein moralisches Dokument, sagte er dem katholischen Nachrichtendienst CNS. „Direkt hinter den Zahlen stehen Menschen wie du und ich."

 

Auch Schwester Donna Markham, Präsidentin der katholischen Wohltätigkeitsorganisationen der USA, zeigte sich „tief irritiert". Sie sieht einen grundlegenden Werte-Dissens zwischen der Trump-Regierung und Gläubigen.

 

Bischof Richard E. Pates von Des Moines, Iowa, ist so besorgt über den Budgetplan, dass er einen Tag des Fastens und Gebets am 21. Tag eines jeden Monats von nun bis Dezember 2018 vorgeschlagen hat, wenn die aktuelle Sitzungsperiode des Kongresses endet. Dan Misled, Direktor des katholischen Klima-Covenants, sagte, es scheine, der Wert des Unternehmensgewinns werde über den der Gesundheit der Menschen gestellt.

 

Bis zum 30. September müssen beide Häuser des Kongresses den Haushalt für 2018 billigen. Schon jetzt zeichnet sich auch im Lager der republikanischen Mehrheitslager im Kongress Widerstand gegen das Ausmaß der Kürzungen im Sozialbereich ab.  (kna 29.05.)

 

 

 

Wege des Geistes. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Ein alter Mann erinnert sich, wie vor vielen Jahren über seinem Leben ein Stern aufging, der ihn zum Aufbruch und zu einer langen Reise brachte. „Ein großer König ist geboren“ lautete die Verheißung. Ihm wollte er huldigen. Deshalb folgte er dem Stern bis nach Betlehem, wo er in einem Stall ein neugeborenes Kind fand.

Inzwischen war er fünfundsiebzig. Über dreißig Jahre waren vergangen seit jener Begegnung im Stall. Seine beiden Weggefährten von damals waren längst gestorben.

„Was mag wohl aus dem Kind geworden sein?“, fragte er sich. „Ich habe nichts mehr von ihm gehört. Ob es wohl inzwischen als König regiert?“ Er konnte das Kind nicht vergessen. Und da er nichts mehr zu versäumen hatte, entschloss er sich, die Reise noch einmal zu machen. So kam er nach Jerusalem. Er erzählte den Leuten von einem Stern und einem Königskind. „Der Alte wird langsam kindisch“, dachten sie.

Er fragte nach einem Jesus von Betlehem. Aber den kannten die Menschen nicht. Wohl einen Jesus von Nazareth, den man vor ein paar Wochen hingerichtet hatte; der konnte sein Königskind ja wohl nicht sein.

Er wollte schon enttäuscht zurückkehren, als er hörte, bald sei das jüdische Dankfest für die Weizenernte. Aus Neugierde blieb er noch. Und so kam es, dass er am Tag des Festes hörte, wie die Leute riefen: „Die sind ja verrückt, die sind betrunken!“ Er hörte jemanden in seiner persischen Sprache reden; seltsamerweise aber schienen ihn auch alle anderen zu verstehen. Und man erzählte von einem Jesus, der von Gott gesandt war, von den Menschen getötet und von Gott auferweckt wurde.

Nach dieser Predigt ging der alte Mann zu Petrus, so hieß der Redner, und ließ sich alles genau berichten. Ohne Zweifel, es war das Kind von Betlehem, von dem Petrus sprach. Er lebt! „Aber“, so fragte der alte Mann, „wo ist er denn zu sehen?“ Und Petrus, der schon begriffen hatte, sagte: „Wir sind seine Münder, Augen, Gesichter, Hände und Füße.“ Während sie noch saßen und sprachen, kam noch einmal ein Brausen vom Himmel und nochmals senkten sich Feuerzungen auf jeden von ihnen. Da fiel es dem alten Mann wie Schuppen von den Augen. Seine Erinnerung wurde hellwach und er sagte: „Als hätte der Stern von Bethlehem sich in viele Sterne geteilt. Ein Stern steht über einem jeden von uns.“ Und ihm wurde deutlich: Jeder wird Krippe, in jedem wird Jesus neu geboren – wie damals. Empfangen vom Heiligen Geist.

Diese Erzählung „Der letzte Weise aus dem Morgenland“ von Kurt Marti, dem kürzlich verstorbenen Dichter und Theologen, eröffnet ein neues Verstehen des Pfingstfestes: Pfingsten, ein neues Weihnachten, eine neue Menschwerdung! Hier wie da sind es die gleichen Leitsätze: „Empfangen vom Heiligen Geist.“ „Der Heilige Geist wird über dich kommen…“

Damals wirkte Maria mit Gottes Geist zusammen, und Gott wurde Mensch. Beim Pfingstfest in Jerusalem werden die Apostel des Auferstandenen Mund und verkünden die Botschaft von seiner Liebe. Sie werden seine Füße und tragen ihn zu den Menschen, sind seine Zeugen „bis an die Grenzen der Erde“ (Apg 1,8). Sie werden seine Hände und verrichten die Taten seiner Liebe.

Pfingsten ist die Zusage Gottes an die Kirche, an ihre Gemeinden und Gemeinschaften, an jeden Menschen guten Willens: „Du wirst vom Heiligen Geist empfangen!“ Und ist die Einladung, mit dem Geist zu wirken, auf dass ein Licht aufgehe, wie damals der Stern von Bethlehem, wie am ersten Pfingstfest die Feuerzungen. Die Erfüllung dieser Zusage geschieht normalerweise nicht im Außergewöhnlichen, in Sturmesbrausen und Feuerzungen. Zwar gibt es durchaus auch die Erfahrung, dass mir schlagartig klar wird, was ich zu tun habe. Unmittelbar spüre ich, dass Gottes Geist am Werk ist.

Weit häufiger geht aber der Heilige Geist ganz alltägliche, nüchterne Wege: Er gibt sich mir zu erkennen im mühsamen Ringen eines Gesprächs, zeigt mir den Weg durch ernsthaftes und gründliches Studieren der Hl. Schrift, hilft mir durch den Rat eines Mitmenschen. Das alles sind seine leisen Berührungen, immer wieder zu spüren.

Auf diesem Hintergrund möchte ich zum Pfingstfest zusammen mit Ihnen, liebe Leserinnen und Leser, in ein Gebet einstimmen, das uns die Ostkirche schenkt:

„Komm, Heiliger Geist. Entzünde in uns dein Feuer, dass wir selber davon zum Lichte werden, das leuchtet und wärmt und tröstet. Lass unsere schwerfälligen Zungen Worte finden, die von deiner Liebe und Schönheit sprechen. Schaffe uns neu, dass wir Menschen der Liebe werden, deine Heiligen, sichtbare Worte Gottes. Dann wird alles neu geschaffen…“   Bonifatiusbote vom 4. Juni

 

 

 

Hessen. Gespräch der Landesregierung mit den Leitungen der Kath. Bistümer und der Ev. Kirchen in Hessen

 

Wiesbaden. Unter der Leitung von Ministerpräsident Volker Bouffier sind Ministerinnen und Minister der Hessischen Landesregierung turnusgemäß mit den Spitzen der Katholischen Bistümer und der Evangelischen Kirchen zu einem intensiven Meinungsaustausch zusammengekommen. Das Treffen fand in diesem Jahr in der Hessischen Staatskanzlei in Wiesbaden statt. „Es ist gute Tradition, einmal im Jahr mit den höchsten Kirchenvertretern unseres Landes zu einem institutionalisierten Austausch zusammen zu kommen, um in einem konstruktiven und kontinuierlichen Dialog gemeinsam über aktuelle kirchliche wie politische Themen zu sprechen“, sagte Bouffier. Im Mittelpunkt der Begegnung und Beratungen standen insbesondere die Entwicklung des ländlichen Raums, das Hessische Kinderförderungsgesetz und die Arbeit in den konfessionellen Kindertagesstätten sowie die Flüchtlingssituation. „Aufgrund der gesellschaftlichen Veränderungen stehen Kirche und Staat gemeinsam vor großen Herausforderungen, bei deren Bewältigung wir unsere gute Kooperation fortsetzen“, so Ministerpräsident Bouffier.

In einem Impuls zur Entwicklung des ländlichen Raums stellte Bischof Heinz Josef Algermissen am Beispiel des Landkreises Fulda sowie des Werra-Meisner-Kreises Perspektiven bis 2030 dar und brachte wichtige Faktoren wie Mobilität, Pendlerproblem, Gesundheitsversorgung, Einkaufsmöglichkeiten sowie die kirchliche Situation vor Ort zur Sprache. Ebenso ging der Bischof auf die Situation von Taufbewerbern und Neugetauften aus dem Iran und aus Syrien sowie auf Probleme mit dem „Bundesamt für Migration und Flüchtlinge“ ein.

An dem Gespräch nahmen für die katholische Seite der Erzbischof von Paderborn, Hans-Josef Becker, für das Bistum Limburg erstmalig Bischof Dr. Georg Bätzing, für das Bistum Fulda Bischof Heinz Josef Algermissen und für das Bistum Mainz Diözesanadministrator Dietmar Giebelmann teil.

Für die Evangelische Kirche von Kurhessen-Waldeck waren Bischof Prof. Dr. Martin Hein, für die Evangelische Kirche in Hessen und Nassau Kirchenpräsident Dr. Dr. h.c. Volker Jung sowie Präses Manfred Rekowski für die Evangelische Kirche im Rheinland anwesend. Bf 29